domenica 2 marzo 2014

Due casi di malasanità (purtroppo non solo siciliana!)

Care e cari,
   il mio fraterno amico Andrea Cozzo - su mia sollecitazione - ha messo per iscritto due episodi di malasanità che ha vissuto sulla propria pelle e sulla pelle della madre. In entrambi i casi non si tratta di piccoli fastidi: a rischio sono state due vite umane.
   Ho pensato a varie ipotesi per far conoscere questi fatti, ma sinora non ho trovato il 'taglio' adatto.
Preferisco socializzare i due racconti con voi, amici del blog. Forse un giorno uno di noi troverà il registro migliore per elevare la denunzia.
      
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Ospedali 1. Può capitare a Palermo?

Può capitare.
Che la vostra anziana madre (tumore al seno e metastasi ossee con conseguente notevole riduzione dei globuli bianchi) abbia contratto una polmonite e, in stato di grave insufficienza respiratoria sia portata d’urgenza, in ambulanza, al Pronto Soccorso di un ospedale palermitano, le sia assegnato il codice rosso, e poi, fattale indossare la mascherina e l’ossigeno, venga abbandonata per nove (sì, nove) ore con altri due pazienti, un uomo e un’altra donna, tutti in attesa di ricovero in una stanzetta di meno di nove metri quadri.
E che, avendo lei necessità di andare a un certo punto al bagno, debba arrivarvi con le sue forze e con quelle vostre e voi dobbiate esser contenta che almeno la mamma abbia mascherina e ossigeno e non possa quindi, appena avete aperto la porta, sentire il puzzo vomitevole che esala dal cesso e dal pavimento tutto allagato di urina, nella quale sono inzuppati fogli di carta igienica, e che vi investe fino quasi a farvi svenire – sì, perché parlo di quell’orrendo puzzo che si poteva trovare una volta solo nei peggiori bagni pubblici sotterranei.
E che alla paziente venga finalmente assegnato un letto ...con lenzuola di carta e un cuscino senza federa, sicché vi dobbiate fare portare da casa lenzuola, federe e coperta (sostituendole, sempre con altre vostre, fino all’ultimo giorno di degenza).
E che il letto si trovi in una stanza che ha il bagno fuori, a circa sei metri, poco meno maleodorante di quello del Pronto Soccorso ma sicuramente altrettanto schifoso.
E che una giovane infermiera giunga premurosa, attacchi il nuovo tubo dell’ossigeno e se ne vada immediatamente senza avere spiccicato una parola con la paziente o con voi. Per fortuna voi siete rimasti e la mamma può farvi capire che l’ossigeno non le arriva.
E che voi premiate il campanello per chiamare l’infermiera, ma esso non funzioni.
E che allora andiate direttamente in cerca della donna, le spieghiate, e lei, tranquilla, risponda: “Funziona tutto, perché ha funzionato fino al momento in cui è stata dimessa la paziente precedente”. Non rispondete, ma pensate: “Una logica davvero stringente! Tutte le cose funzionano ...fino ad un minuto prima di smettere di funzionare”.
E che la giovane, che tuttavia è stata così gentile da volere venire a controllare di persona, appena entrata nella stanza dei pazienti, confermi: “Vedo già da qui che funziona tutto benissimo, perché l’acqua del contenitore appeso alla parete fa le bollicine”. E voi, con gentilezza: “Mia madre però dice che l’ossigeno non le arriva”. L’infermiera si avvicina al letto, stacca il tubo dalla cannuccia del contenitore, mette la mano davanti ad esso e dice: “Visto che l’ossigeno esce? Che le avevo detto?”. A questo punto mantenere la calma è più difficile, anche se ce la mettete tutta: “Nessuno dice che l’ossigeno non esce; il problema è che, anche se esce, non arriva. Non le pare che sarebbe meglio controllare a valle anziché a monte?”. Lei fa una smorfia di disappunto, ma finalmente verifica l’uscita dell’ossigeno dalla parte della mascherina e ... effettivamente non arriva nulla. “Adesso la cambio”. Era ora!
E che torni con la nuova maschera, la faccia indossare alla paziente e se ne vada. Di nuovo senza verificare o chiedere niente. La mamma vi fa cenno che l’ossigeno continua a non arrivare. Voi correte di nuovo in infermeria, trovate la ragazza di prima che si lamenta con una collega perché lei lì a quell’ora non ci dovrebbe stare e invece... Non potete non farvi avanti: “Mi scusi, ma l’ossigeno continua a non arrivare!” La donna, come se l’aveste insultata, sbotta: “Mi chiama di nuovo? Ma non è che siamo suoi schiavi!”. Voi siete un po’ spiazzati, non capite bene: prima l’avete chiamata a ragione, e ora cosa potete aver fatto di male nel chiedere aiuto perché l’ossigeno di cui vostra madre ha bisogno non arriva? Siete sicuri di non aver alzato la voce, di non aver intimato proprio nulla. Probabilmente la donna ha in testa il problema che stava raccontando alla collega, ma non è il caso di farglielo notare. Rispondete, però, con fermezza e decisione, anche perché c’è urgenza: “Lei non è schiava di nessuno, ma è al servizio dei pazienti, e mia madre non riesce a respirare quindi la soccorra immediatamente”. Lei grida che ci sono modi e modi di rivolgersi alle persone, ma si avvia. Anche se siete sicuri che è stata proprio lei ad adoperare modi (oltre che atti) non consoni, lasciate perdere: l’importante, per ora, è che risolva il problema ossigeno. Va, e questa volta lo risolve davvero. La cosa, con l’infermiera, finisce là e voi evitate di riprendere l’argomento per non aver l’aria di quello insistente. Vi limitate a ringraziare, ma non ottenete risposta.
E che la incontriate di nuovo dopo due giorni, mentre smonta, e la salutiate come si fa da persone educate, ma di nuovo non abbiate risposta.
E che il campanello del letto del paziente continui a non funzionare.
E che un giorno la dottoressa (sì, la dottoressa del reparto e non più l’infermiera), quando, dopo una radiografia al torace della mamma, le chiedete se la polmonite della persona che vi sta tanto a cuore sia in regressione, risponda testualmente: “Lei si preoccupa della polmonite, ma dalla radiografia si vede che la signora ha metastasi diffuse in entrambi i polmoni!”. Ci restate di ghiaccio, non sapete cosa dire e ve ne andate mogi mogi.
E che l’indomani prendiate il coraggio a quattro mani e torniate a chiedere per capire meglio, per sapere cosa fare. La dottoressa allora chiarisce: “Probabilmente non mi sono spiegata bene. Non c’è motivo di credere che la signora abbia metastasi ai polmoni, la radiografia mostra che ci sono degli addensamenti, ma in regressione”. Non avete parole, ma molti pensieri: 1) il giorno prima si era sbagliata e adesso, anziché ammettere l’errore, preferisce metterla sul “non mi sono spiegata bene” (e già il fatto che non abbia detto “ieri avete capito male” è indicativo non di buona educazione bensì di “carbone bagnato”, ma, poiché poteva anche adoperare la prima formula, probabilmente finisce che le dovete pure essere grati!); 2) la cosa le è sembrata di così poca importanza da non ritenere che, appena resasi conto dell’abbaglio, doveste essere avvertiti immediatamente ma ha tranquillamente aspettato che andaste a trovarla per ammannirvi la storiella dell’equivoco. Inutile insistere per chiarire che sarebbe stato difficile, tanto difficile da giungere all’impossibile, equivocare le sue parole del giorno prima (riportate testualmente); 3) non siete qui per litigare, e se non c’è un buon motivo pragmatico per confliggere è meglio fare buon viso a cattivo gioco perché vostra madre possa tornare a casa al più presto – possibilmente viva. Anche se, è chiaro, qui, sicuramente in mezzo a infermieri e medici bravi, ce ne sono anche di quelli di non ci si può fidare troppo (anzi, niente): potete solo sperare che delle due versioni date dalla dottoressa, quella giusta sia la seconda. Per il resto, non potete far altro. Appena capito in che posto vi trovavate, avevate provato a chiedere ricovero per vostra madre in altre strutture ospedaliere (private) ma vi avevano detto che non c’era posto e bisognava mettersi a turno. Siete nelle mani di Dio.
E che Dio questa volta abbia guardato da questa parte. Al di là di ogni speranza (data la competenza e l’umanità di alcuni di quelli che l’avevano in cura; dato il funzionamento generale dell’ospedale; data l’igiene sovranamente regnante), vostra madre è tornata a casa –viva.


Ospedali 2. Può capitare a Palermo, a Milano e a Gallarate?

Può capitare anche che siate intollerante al glutine, cioè celiaco, e vegetariano da undici anni.
E che a un certo punto cominciate ad avere strane sensazioni fisiche, come tremori interni al corpo, vibrazioni muscolari o qualcosa del genere, dapprima agli arti superiori, poi a quelli inferiori e infine (il tutto in una quindicina di giorni) in tutto il corpo, capo compreso (si chiamano parestesie, come avete scoperto dopo). Voi correte al reparto di Neurologia di un ospedale palermitano.
E che lì vi ricoverino d’urgenza e in poco meno di una settimana vi facciano tutti gli accertamenti necessari. E poi dicono che a Palermo la sanità pubblica non funziona!
E che infine, di mercoledì, vi diano il responso: “Sclerosi multipla. Se Lei è d’accordo, venerdì si incominci la terapia”. Ci pensate un po’. Questa volta la macchina sanitaria non è stata lenta, anzi è stata molto rapida; e con altrettanta rapidità vuole aiutarvi a non peggiorare la vostra situazione già gravissima. Ma la sua rapidità nel volere intervenire nquesta volta è troppa per il vostro bisogno di riflettere almeno qualche minuto. Per voi è traumatico. “Senza offesa: vorrei consultare anche un altro medico”. Risposta: “Altro medico o non altro medico, è sclerosi multipla e si deve agire immediatamente”. Non siete riconoscenti: “Non dubito di voi, ma, sapete com’è, quattro occhi possono vedere meglio di due”.  “Faccia ciò che vuole”.
E che chiamiate il vostro più caro amico, insieme al quale al ginnasio e al liceo studiavate e giocavate a ping pong, e che oggi è medico  - anche se si occupa di aids nei bambini. Lui vi è vicino e vi fa coraggio, e vi suggerisce un notissimo ospedale di Milano. Voi fate il biglietto aereo. Il vostro amico vi richiama al telefono dopo un po’: “Tu sei celiaco, no?! Mi sono ricordato di aver letto diversi anni addietro su una rivista medica che ci sono sintomi – credo proprio quelli che hai tu – che sembrano quelli della sclerosi multipla, ma non hanno a che fare con questa, ma con carenza di vitamina B 12. Fatti fare l’esame della B12, prima di partire: potresti esserne in deficit. Io ti stampo le pagine dell’articolo di questa rivista medica americana che ne parlava e te le porto”. Faccio il prelievo per la B12, ricevo l’articolo, torno a Neurologia per fare un ultimo tentativo con l’articolo in mano e ricordare al medico che mi ha diagnosticato la sclerosi multipla che sono celiaco. Ma lui: “La celiachia è una cosa che ha a che fare con lo stomaco, non c’entra nulla. E l’articolo dirà sciocchezze”.  Evviva non dico il rapporto medico-paziente, ma almeno la curiosità scientifica, il dubbio su ciò che si sa...
E che prendiate l’aereo per Milano. Al famosissimo ospedale, la dottoressa vi visita, guarda le radiografie e tutta la documentazione che vi portate da Palermo: “Ah, è il dottor XY che l’ha vista a Palermo? È un collega bravissimo”. “Sì, lo so, ma siccome un mio amico, medico, che mi ha dato queste pagine – eccole qui, dia un’occhiata - tratte dalla rivista Medical...”. Vi interrompe: “Non ho niente da guardare. Ho già guardato le lastre e il resto degli esami. Sì, è sclerosi multipla”. Fine del ‘dialogo’.
E che poi al telefono il vostro amico vi dica di non scoraggiarvi e di informarvi se a Palermo hanno già i risultati della B12 che, avete fatto presente, erano urgenti. Chiamate: “Li avremo dopodomani”. “Intanto, vi suggerisce il vostro amico, a che ci sei vai a Gallarate, che è a mezz’ora di treno da Milano. Ho trovato via internet che c’è un centro di sclerosi multipla dove studiano proprio le ‘interferenze’ tra sintomi della sclerosi multipla e di una patologia che invece si cura con semplici fiale di B12”.
E che dopo due giorni alle 11.00, da Palermo vi dicano che la vostra B12 è di 50 pg/ml, laddove il minimo non dovrebbe mai essere al di sotto di 200 pg/ml, e voi chiamiate il vostro amico medico esultati e non sappiate come ringraziarlo. A Gallarate vi hanno dato appuntamento proprio per quel giorno. Voi raccontate tutta la vostra storia e sfoderate il vostro articolo scientifico in inglese, e il medico (che l’articolo non lo tocca affatto ma ascolta voi con attenzione), a un certo punto, vi interrompe e ironizza: “Ah, lei è stato diagnosticato a Palermo dall’illustre dottor XY e poi a Milano dall’esimia dottoressa WZ, e poi viene qui... Sta facendo il tour?”  Voi chiedete: “Il tour? Ma non mi hanno mica diagnosticato un raffreddore! E poi un mio amico – medico (precisate sempre, per timore, che se ne freghino del parere del vostro amico) mi ha detto che ... e mi ha dato questo articolo etc.”. Lui: “Perché non si vuole rassegnare? Non è che girando per tutta Italia...”. Intanto ha preso in mano la radiografia e la guarda. Subito cambia tono e parole: “Non è sclerosi multipla. È sclerosi funicolare. Stessi sintomi, ma niente di preoccupante se si porta subito al giusto livello la B 12”. Vi iniettate un bel po’ di B12 per diversi mesi, e poi solo una ogni sei mesi, e  oggi  potete raccontare tutta la storia.
Vivano sempre i medici –soprattutto vivano gli amici medici, che, poiché vi vogliono bene e non si trincerano dietro quel che sanno o credono di sapere una volta per tutte, sono quelli che vi salvano la vita.

2 commenti:

  1. Cari Andrea e Augusto, il secondo episodio - grazie al Cielo, anzi grazie soprattutto al medico amico, a lieto fine - mi era noto. Il primo, assai triste e deprimente, no. No comment. Un forte abbraccio.
    Maria

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  2. senza parole. Bisogna solo sperare di non stare male.

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