giovedì 12 giugno 2014

L'INEDUCAZIONE SESSUALE NELLE SCUOLE


“Repubblica – Palermo”

12.6.2014

 

LA BABY-MAMME E IL SILENZIO DELLA SCUOLA

    Secondo gli ultimi dati Istat (relativi all’intero anno 2012) nella sola provincia di Palermo 433 ragazze (dai tredici ai diciannove anni) hanno partorito un figlio. Poche di loro sono sposate o con un compagno stabile: ancora meno hanno scelto, e non subìto occasionalmente, la maternità. Che infanzia – e in prospettiva che vita – attenda questi neonati è facile immaginarlo: e non solo nelle fasce economicamente e socialmente più deboli della popolazione. La situazione non è molto differente nel resto dell’isola, soprattutto dove la presenza di ragazze immigrate alza ulteriormente la media statistica. Se si sommano a questo numero gli aborti (ufficiali e clandestini) si  arriva a un quadro che non dovrebbe lasciare indifferenti.
      Da una prospettiva emergenziale, attenta più agli effetti che alle cause, ci si attenderebbe innnanzitutto una mobilitazione delle strutture sanitarie. Secondo l’allarme lanciato recentemente ad un congresso della CGIL, a Palermo è stato chiuso anche l’ultimo consultorio di via Massimo D’Azeglio e l’ottanta per cento dei ginecologi, operanti in cliniche pubbliche o convenzionate, si dichiarano obiettori di coscienza rispetto alla legge 194 del 1978 (che regola attualmente le interruzioni volontarie di gravidanza).  Sarebbe interessante verificare quanti tra questi medici-obiettori si astengono davvero dall’intervenire clandestinamente  nei casi in cui vengano interpellati da parenti, amici o da clienti particolarmente facoltosi.
        Se, comunque, si possono ammettere divergenze di opinioni sul versante del “dopo”, è davvero incomprensibile e intollerabile che non si registri unanimità di intenti e di strategie effettive in fase preventiva. In particolare, colpisce la latitanza pedagogica della scuola. Con ipocrisia tutta italiana, si lascia a qualche spiegazione occasionale del professore di biologia o della professoressa di religione l’onere di colmare alcune lacune madornali: per il resto, silenzio. I frutti avvilenti di questa politica non potranno che riprodursi anno dopo anno.
       Non si tratta di una questione da affrontare dilettantisticamente e ci si può augurare che, nei mesi estivi, le agenzie educative più sensibili approntino dei progetti meditati per la ripresa autunnale. Innanazitutto c’è da agire sul piano elementare dell’informazione: presentare, senza tecnicismi, la dimensione sessuale dell’essere umano dal punto di vista della fisiologia e della psicologia, con un panorama dei metodi contraccettivi sinora approntati dalla ricerca scientifica. Anche in questo campo, però, la scuola non può non ordinare i dati informativi alla formazione critica dell’alunno:  che, in concreto, significa stimolare una valutazione personale del come, quando, con chi realizzare la propria genitalità e, più ampiamente, la propria affettività. In una società multiculturale questa fase di riflessione etica non può certamente essere delegata a esponenti, per quanto preparati, di una confessione religiosa: chiunque si candidi a svolgere questo genere di educazione sessuale dovrebbe farlo solo in una prospettiva laica. Che non significa, ovviamente, polemica verso questa o quella tradizione teologica, bensì di evidenziazione dei punti comuni e di onesta rappresentazione delle opinioni divergenti. Ormai esiste una discreta letteratura sull’argomento che può servire da base per conversazioni realmente libere fra docenti e allievi. L’essenziale, comunque, dopo più di due secoli resta l’avvertenza di Rousseau: quando si avanzano delle proposte che riguardano la morale, l’insegnante deve guardarsi particolarmente dall’assumere toni cattedratici e ancor meno prevaricatori. Molto meglio offrire le poche certezze e i molti interrogativi che, anche da adulti, ci pone la dimensione sessuale e sentimentale dell’esistenza.

Augusto Cavadi
  www.augustocavadi.com

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