giovedì 27 novembre 2014

UN FIGLIO DEL BOSS GRAVIANO PUO' CRESIMARSI IN CATTEDRALE ?


“Repubblica – Palermo”
25.11.2014

QUELLA ESCLUSIONE SI E’ RIVELATA UN ERRORE

    D’accordo: sapere che porte della Cappella Palatina si aprano per celebrare le nozze della nipote del latitante Messina Denaro non è una bella notizia. Né sarebbe risuonata elegante la notizia del conferimento del sacramento della cresima al figlio di uno dei due fratelli Graviano in quella stessa Cattedrale che ospita le spoglie di don Pino Puglisi, assassinato proprio su ordine del padre del cresimando. Ma siamo sicuri che la decisione migliore sia di impedire alcuni accessi ecclesiastici a eredi di famiglie mafiose?
    Premesso che solo gli stupidi trovano risposte semplici a domande difficili, va però aggiunto che sarebbe ancor peggio evitare di porsi le domande difficili per evitare di dare risposte sbagliate. Nel nostro caso mi pare che il divieto di accesso alle chiese ai familiari dei mafiosi sia controproducente da più punti di vista.
    Innanzitutto perché non è giusto che le colpe dei padri ricadano automaticamente sui figli e la percezione di un’ingiustizia subita può indurre un familiare indeciso, specie se giovane, a propendere verso la china dell’illegalità criminale piuttosto che verso la cima della legalità democratica. Secondariamente perché sopprimere i sintomi oscura ulteriormente diagnosi e terapie. Molto più istruttivo sarebbe, invece, risalire dalle conseguenze alle cause: e su queste agire con incisività. Gli scenari ipotizzabili in proposito sono, essenzialmente, due.
     Secondo il primo, due fidanzati chiedono il matrimonio cattolico o un adolescente il sacramento della confermazione senza che nessun prete gli abbia spiegato, in fase di preparazione, l’incompatibilità fra il vangelo e la lupara. Se così fosse avvenuto; se la catechesi si riducesse a una spruzzatina di formule dottrinarie o a qualche generico invito ad essere compassionevoli a natale con i bambini poveri, senza sollevare interrogativi scomodi sui meccanismi sociali che producono ingiustizia e corruzione; che responsabilità avrebbero i giovani di famiglia mafiosa nel bussare alle porte delle parrocchie?
     Secondo uno scenario alternativo, a fidanzati e candidati alla cresima si dovrebbe spiegare con chiarezza che la sequela di Cristo è una sequela entusiasmante ma impegnativa; che comporta una chiara opzione per  gli sfruttati, per i minacciati, per i deboli; che non si possono servire due padroni, il Dio della condivisione fraterna e il Satana dell’accaparramento ingiusto dei beni altrui.  Se ciò avvenisse  - o se avvenisse più spesso di quanto avvenga per ora nel Meridione italiano –  la pratica religiosa cesserebbe di essere un fatto burocratico e folcloristico a cui accostarsi, sia pur episodicamente, per tradizione e per conformismo. In questa ipotesi  - e solo in questa ipotesi – avrebbe senso per le chiese cristiane sia accogliere festosamente i figli di boss che dichiarassero pubblicamente la propria distanza dalla mentalità mafiosa familiare (Peppino Impastato è stato il primo, ma non l’unico, a farlo in questi decenni); sia invitare quanti si rifiutassero di esternare il proprio dissenso morale dal proprio ambiente di provenienza, e si intestardissero nel perseguire le orme paterne, ad accontentarsi di un rapporto individuale con Dio, senza chiedere la mediazione orizzontale di una comunità che si ritiene chiamata a dare una testimonianza collettiva e organica di un modo di vivere radicalmente altro rispetto alla sete di potere e di denaro che caratterizza, da sempre, le associazioni mafiose. Non si tratterebbe, insomma, di scomunicare attivamente qualcuno, bensì di fargli prendere coscienza del fatto che si è già collocato da sé, autonomamente, fuori dalla comunità dei “poveri di Javhé”.

Augusto Cavadi

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