lunedì 15 dicembre 2014

IL "PRINCIPIO INTERIORE" SECONDO ALBERTO SPATOLA


                                                       POSTFAZIONE
in
A. Spatola, Il principio interiore. Quando la psichiatria riscopre l’anima, Leonardo da Vinci, Roma   2014, pp. 187 – 189.


         Da più di dieci anni con un gruppo di amici ci riuniamo quindicinalmente presso lo studio legale di uno di noi per la “cenetta filosofica dei non…filosofi”. La modalità è estremamemnte semplice. Il padrone di casa fa trovare un po’ di prodotti da forno (a Palermo non c’è che l’imbarazzo della scelta) e qualcosa da bere; mentre si consumano le vivande si avvia la conversazione su un libro  - o una parte di libro – che ci si è autoassegnati la volta precedente.
              Il compito del filosofo-in-pratica che gestisce l’incontro è ridotto al minimo: chiarire, se richiesto, qualche passaggio meno immediatamente comprensibile; esplicitare qualche riferimento storiografico in cui ci s’imbatte casualmente; distribuire la parola fra quanti la chiedono evitando monopoli fastidiosi che scoraggino i meno preparati o i più timidi.
            A questi appuntamenti serali partecipano magistrati e casalinghe, ingegneri e maestre elementari, studenti universitari e pensionati. E anche medici, soprattutto psichiatri e psicoterapeuti. Tra questi, sin dagli inizi, Alberto Spatola. Le ragioni della sua partecipazione si ritrovano, estesamente articolate, in questo libro che viene alla luce. Per quanto interessato agli aspetti metodologici e, per così dire, tecnici della sua professione, egli ha sempre avvertito il rischio di un doppio tradimento della psicologia intesa, etimologicamente, come scienza dell’anima: da parte dei filosofi che, con poche eccezioni, sembrano aver accettato supinamente il divieto kantiano di una ontologia del soggetto; e dagli psicologi che, in nome dell’esattezza scientifica e della misurazione oggettiva, si sono trovati a coltivare, secondo una severa e nota espressione, una “psicologia senz’anima”.
             In queste pagine, la cui struttura lascia intravedere tempi e luoghi differenti delle stesure originarie, egli intende risalire la corrente in senso contrario sino alla sorgente ormai smarrita: il “Principio interiore” dei nostri pensieri, sentimenti, atti. L’unico, a suo parere, che può adeguatamente spiegare la ricchezza antropologica rispetto ad altri animali (per tutto il resto assai simili a noi) che si manifesta, fra l’altro, nella peculiare capacità di sorridere e di ridere (ma anche di deridere sarcasticamente e malevolmente).
         Alberto Spatola parte dalla storia di vita di un ragazzo in carne ed ossa, ma cerebroleso, per lasciarsi sfidare da domande sempre più ampie e complesse sulla essenziale dignità dell’uomo, anche là dove essa sembra sfuggire a qualsiasi sguardo e nascondersi in anfratti impenetrabili dell’intimo. Di che stoffa siamo ritagliati? In virtù di quali potenzialità siamo capaci di intenderci sul piano dei significati e di relazionarci sul piano affettivo? Si potrebbe sintetizzare l’intera opera come una resistenza contro ogni tentazione riduzionistica (pur su un registro laico, senza fare appello – intendo - a nessuna instanza religiosa sovra-razionale). Una resistenza  - ci tengo a sottolinearlo – intellettuale ma anche etica: e chi ha avuto la fortuna di frequentare lo studio di Alberto sa quanto egli sia attento a vivere prima nel quotidiano ciò che teorizza successivamente.
       E’ riuscito nell’impresa  ? A ciascun lettore l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda, constato semplicemente che con questo lavoro l’autore mostra la fragilità di ogni separazione convenzionale fra “filosofi” (di mestiere) e “non filosofi” (in quanto impegnati professionalmente in altri settori dello scibile): egli, infatti, ha dovuto  - per altro con piacere – far ricorso, ben oltre l’attrezzatura della sua formazione clinica e psicoterapeutica, ad argomentazioni di tipo squisitamente teoretico. talora addirittura metafisico. A ulteriore dimostrazione di un dato inquietante: molti laureati in filosofia, e persino insegnanti della disciplina, si accontentano di padroneggaire i testi più o meno classici della storia del pensiero, senza il desiderio  - o forse col desiderio frustrato – di poter arrivare a una propria visione delle cose; mentre altri, privi di titoli accademici in ambito filosofico, sono in realtà animati da quella fame di chiarezza intellettuale ed esistenziale che in ogni epoca contraddistingue i filosofi autentici (anche se, di fatto, si guadagnano la vita pulendo occhiali come Spinoza o occupandosi di biblioteche come Leibniz).
           La distinzione epistemologica fra i vari rami del sapere è utile, anzi irrinunziabile; diventa dannosa quando, però, si trasforma in separazione che isola ciascuno nel proprio dialetto specialistico. Di fronte agli enigmi dell’universo sterminato, dell’evoluzione dei viventi nel nostro pianetino, del groviglio interminabile di tensioni fra individui e popoli che chiamiamo storia, ogni disciplina è radicalmente inadeguata: solo intrecciando le competenze, senza invidie e senza timori, possiamo sperare di capirci qualcosa. Prima che l’ignoranza e l’insipienza ci seppelliscano sotto una lapide troppo pesante da risollevare.

                                                                      Augusto Cavadi
                                    Filosofo-in-pratica e consulente filosofico “Phronesis”
                                                               www.augustocavadi.com

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