domenica 26 ottobre 2014

CI VEDIAMO A PALERMO LUNEDI' 27 OTTOBRE 2014 ALLE ORE 17,00 ?

Lunedì 27 Ottobre 2014
dalle ore 17,00 alle 19,30
presso la
ex Fonderia Oretea
Piazza della Fonderia (alla Cala)

presentazione del numero 145 della rivista  "Mezzocielo"
“MADRI FIGLIE”.


Ne parleranno:
Alessandra Puglisi (Giudice Minorile)
Augusto Cavadi (Docente, Giornalista)
.

Per conoscere la rivista "Mezzocielo" visitare www.mezzocielo.it

IL SINODO DEI PARADOSSI SI E' CONCLUSO (1 a 1 e palla a centro)


“Adista” 
1.11.2014

IL SINODO DEI PARADOSSI E DEI…PARAVENTI

     Il Sinodo dei paradossi si è dunque concluso. A inanellarli tutti ci vorrebbe un volume: mi limito ad alcuni più eclatanti. In un’assemblea di cattolici che devono riflettere sulla famiglia e sulla sessualità la stragrande maggioranza dei convocati (quasi tutti maschi) non ha famiglia e ha rinunziato all’esercizio ‘normale’, legittimo, della sessualità con il voto di castità celibataria. Si è mai visto un congresso destinato a fare il punto sull’uso sociale del vino  in cui i degustatori di professione sono in minoranza e la stragrande maggioranza si dichiara astemia? Dentro questo paradosso per così dire generico e costante nell’organizzazione della Chiesa cattolica se ne è registrato uno più specifico e originale: il papa (custode ultimo dell’ortodossia secondo il ministero pietrino) vuole mettersi in ascolto del “popolo di Dio”, mentre una fetta consistente degli immediati collaboratori del papa (cardinali, arcivescovi, vescovi) vuole difendere l’ortodossia dalle derive del “popolo” e dall’eccessivo lassismo del papa. Insomma, ancora un inedito: il generale di corpo d’armata sempre più in accordo con le truppe, colonnelli e maggiori sempre più in disaccordo con le truppe e con il generale. (E’ all’interno di questo paradosso che l’attuale vescovo di Roma è difeso da quei ‘laici’ che hanno sempre attaccato i papi e attaccato da quei ‘chierici’ che hanno sempre difeso il papa).
     Questa sequenza di paradossi ruota e si basa, probabilmente, sul paradosso cruciale della Chiesa cattolica: promuovere il vangelo dell’universale figliolanza divina, della fratellanza, della pari dignità di ogni uomo e di ogni donna mediante una struttura verticistica, gerarchica, asimmetrica. Così che nel XXI secolo un papa che voglia meno obbedienza servile  da parte di chierici e fedeli-laici o non viene ascoltato o…lo deve chiedere per obbedienza!
      Rileggere la Leggenda del grande inquisitore di Dostojevskij aiuterebbe a decifrare il momento ecclesiale molto più in profondità di tante analisi più o meno sociologiche: nella Chiesa cattolica, ma in generale nell’umanità, c’è spazio per la libertà di coscienza o – tutto sommato – la maggioranza del gregge preferisce restare tale per non condividere la faticosa ricerca della strada da parte dei pastori? E i pastori vogliono mantenere salda la guida del gregge solo per volontà di dominio (più o meno inconscio) o, in non pochi casi, sono sinceramente convinti che il miglior servizio verso i fedeli è evitare di farli pensare con la propria testa proteggendoli da dubbi inquietanti?
      Due osservazioni per chiudere. I giornali dicono che questo Sinodo ha spaccato la Chiesa cattolica. Falso: ha manifestato apertamente una spaccatura vecchia, forse antica quanto la Chiesa stessa. Senza andare troppo indietro, già da decenni il filosofo cattolico Pietro Prini aveva scritto sullo scisma sommerso, invisibile, di molti (vescovi, preti e teologi inclusi) rispetto al magistero ufficiale.
     In questa spaccatura è spontaneo ritrovarsi in sintonia  con i “progressisti” ma, mi sia concesso di aggiungere per amore della sincerità, non senza disagi: tra alcuni ‘progressisti’ dell’ultima ora e i ‘conservatori’ irriducibili la mia stima va a questi ultimi, fedeli alla propria linea anche quando diventa scomodo sostenerla. Che in pochi mesi, fiutato il vento, molti vescovi e parroci che da decenni hanno bollato i ‘riformisti’ di eresia si scoprano aperti e sensibili, mi provoca disgusto: questi carrieristi conformisti sono troppo abili nel saltare sul carro dei potenti di turno per  poter meritare la nostra fiducia di compagni di strada. 

  Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 24 ottobre 2014

LE LIRICHE DELICATE DI NINO CANGEMI


“Centonove” 24. 10. 2014

IL BACIO DELLE FORMICHE


     Chi non ha una raccolta di proprie poesie nel cassetto, alzi la mano ! Una volta vederle pubblicate era un sogno di difficile realizzazione; oggi  - grazie agli sviluppi tecnologici – per fortuna non più. Il sogno si è però spostato un po’ più in là: una volta editi, qualcuno leggerà i nostri componimenti lirici? E’ qui il vero,decisivo, discrimine: da una parte le raccolte che, appena compulsate, si mettono via in attesa di tempi così noiosi da convincerci a leggere di tutto; dall’altra le raccolte che, appena sfogliate, ti afferrano. Il bacio delle formiche (raffinata edizione di LietoColle, Faloppio 2014, pp. 64), di Antonino Cangemi, appartiene alla esigua schiera del secondo genere.
      Ti afferrano, perché ? Ogni composizione ha un proprio fascino. Alcune per l’ironia, altre per la tenerezza, altre ancora per la passione etica e per la densità filosofica. Tutte, comunque, per una delicatezza di tratti che lascia indovinare facilmente la discrezione caratteriale dell’autore.
      L’ironia: “Scrivere vorrei una poesia/ lunga mezza sillaba / da offrire / al mio mezzo lettore” (Desiderio del poeta).
      La tenerezza: “Il barbone che recita Lucrezio/ quando è sazio di cibi raccattati/ e che urla se avvinazzato al cielo/ bestemmie di religiosa angoscia / ora dorme tra la folla che s’affretta/ - occhi che non vedono altri occhi - / per le compere prima della festa;/ il pomeriggio dorato e quel frastuono/ chiudono docili le palpebre:/ supino giace dimenticato – / a tutto e a tutti indifferente,/ da tutto e da tutti differente” (Indifferenza)
      Il pathos etico: “Le lucciole non c’erano la sera/ che ragazzi di vita la tua vita/ strapparono corsari, come in fondo/ paventavano gli Scritti corsari: / il consumismo dona a tutti uguale / cattiveria : /non v’era più ragione di fidarsi / del ‘popolo’ che fu la tua bandiera” (Le lucciole non c’erano, dedicata a P.P. Pasolini).
      La densità filosofica: “Le formiche che si intrecciano/ nel laborioso cammino/ e che solcano sulla terra rossa/ labili rughe/ sembrano allegre e ignare/ della minaccia che incombe,/ il nemico che decreta la loro / condanna: / il piede dell’uomo” (Il nemico).
      Come si intravvede da queste rapide esemplificazioni è come se, nonostante la varietà dei temi e dei toni, tutti i componimenti poetici fossero stati scritti all’insegna di un comandamento ellenico: “Mai niente di troppo!”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 21 ottobre 2014

IL GUSTO DELL'ECUMENISMO

"Riforma",10.10.2014
 
Un libro di "viaggio" nell'ecumenismo

    
      Chi conosce il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) conosce Melina e Bruno Di Maio, infaticabili promotori di dialogo interreligioso non solo nella città in cui vivono (Palermo), ma un po’ in tutto il Paese. “Sulla soglia degli ottant’anni”, l’autore (ingegnere e già docente universitario di elettronica) ha deciso di raccontare il “viaggio che la nostra piccola carovana familiare (qualche volta letteralmente in caravan) ha compiuto attraverso il territorio dell’ecumenismo”. Scopo della narrazione: testimoniare che, “al di là degli aspetti teologici e culturali, che non ho titolo per trattare adeguatamente, l’ecumenismo offra sostegno alla ricerca di senso della vita e conforti il cuore dei tanti che cerano sorgenti di fraternità e di pace”.
      La storia ha inizio negli anni Trenta a Verona e, via via, vengono raccontate le tappe di un’esplorazione spirituale ricca di sorprese: il mondo degli ebrei durante le persecuzioni fasciste; degli ortodossi presenti in alcune zone della Sicilia; dei protestanti nel corso dei viaggi estivi in Europa continentale. Infine, agli inizi degli anni Ottanta, l’incontro decisivo con il SAE: “I nomi del card. Martini, del pastore valdese Valdo Vinay ed anche del direttore della rivista ‘Il Tetto’, mio compagno di scuola negli anni ’40, fecero breccia. Andammo alla Mendola, col camper, e rimanemmo conquistati dalla causa ecumenica”.
         Non è certo il caso di riassumere qui le pagine del piccolo ma denso volumetto (B. Di Maio, L’Ecumenismo fa bene al cuore, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2014, pp. 84, euro 7,00). Mi preme molto di più evidenziare il tono quasi sempre felice della narrazione: equidistante sia da facili enfatizzazioni sia dall’acrimonia verso quelle sacche ecclesiali (presenti nel mondo cattolico, ma non solo) la cui impostazione teologica è del tutto impermeabile a ogni contaminazione interconfessionale. Così Bruno Di Maio non ha nessuna difficoltà ad evocare l’epoca in cui “il rapporto con le altre confessioni cristiane, che il Catechismo di Pio X, imparato a memoria, ci insegnava a classificare come eretiche e scismatiche, fosse nutrito di avversione viscerale (peraltro cordialmente ricambiata). Da noi si vietava tassativamente l’ingresso nelle chiese protestanti, considerato peccato non assolvibile dai sacerdoti ordinari ma riservato al Sacro Penitenziere della Cattedrale, e si dffondevano libretti del tipo Perché siamo cattolici e non protestanti, infarciti di apologetica a buon mercato”.
       Da allora, anche per via del Concilio Ecumenico Vaticano II, molti passi avanti giganteschi sono stati compiuti, anche nei confronti del mondo islamico e della variegata famiglia delle filosofie religiose orientali.  Non sono mancati, però, i passi indietro come “la pubblicazione della Dichiarazione Dominus Jesus da parte della Chiesa cattolica, con la negazione del nome di Chiese alle comunità protestanti”.
        Insomma il cammino è aperto, ma non in discesa. Sarebbe augurabile percorrerlo prima che eventi mondiali rendano irrilevante ogni tensione ecumenica perché gli strumenti del dialogo saranno stati definitivamente sostituiti dagli strumenti dell’odio e della sopraffazione.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 19 ottobre 2014

MA I PROFESSORI SONO COMUNQUE DA PROMUOVERE A FINE D'OGNI ANNO ?


“Repubblica – Palermo”
16. 10. 2014

LE PAGELLE PER I PROFESSORI


Con la finezza dello scrittore e l’esperienza dell’uomo di scuola Marcello Benfante ha suggerito (nell’edizione del 14 ottobre) delle opportune considerazioni sulla scuola italiana incentrate sull’idea che la cultura sia, paradossalmente la grande assente della vita scolastica. Un solo passaggio della sua riflessione mi trova in disaccordo (uno solo, ma in disaccordo radicale): “Giudicare oggettivamente un insegnante è pressocché impossibile”. Ciò di cui sono fermamente convinto è che sia così poco “impossibile” che, anzi, è ciò che avviene – con precisione millimetrica – ogni giorno in tutte le scuole. A sostegno della mia tesi potrei formulare una sola domanda: perché quando un genitore vuole iscrivere il figlio e non sa che sezione indicare si rivolge, da tempo immemore, al bidello in portineria? Evidentemente il responso risulta veritiero e il metodo acquista – da una generazione all’altra – affidabilità.
Ma non voglio liquidare la questione con una battuta. Sintetizzando quanto mi è capitato di scrivere nei quarant’anni di insegnamento, ovviamente incontrando la sistematica opposizione di sindacati di categoria (in cui militano di solito docenti poco affezionati alla cattedra e più inclini ad altre non meno nobili attività professionali) e di colleghi in servizio (animati da buonismo cattolico o da egualitarismo maoista), oserei affermare che una pagella per i professori sarebbe non solo possibile, ma anche necessaria e urgente. Stilata da chi? Da una commissione di valutazione composta da un collega eletto dal consiglio di classe, da un esponente del personale amministrativo e ausiliario, da un rappresentante dei genitori e da tre alunni. Anzi, più precisamente: da tre ex-alunni che abbiano lasciato la scuola non meno di un anno prima e non più di tre anni dopo. A caldo, infatti, la loro valutazione potrebbe essere inficiata da entusiasmi, o al contrario da risentimenti, troppo vivi; a freddo, dopo più di tre anni, la memoria potrebbe sfocarsi e deformare i ricordi in meglio o in peggio.
    L’esperienza, anche recentissima, mi stupisce: a diciotto o a dicennove  anni, dopo averne trascorso tre o cinque in una classe, l’alunno sa dipingere pregi, difetti, qualità positive e negative degli insegnanti con un realismo impressionante. In alcune scuole si è pure provato, sperimentalmente, a misurare questi giudizi con semplici formulari: il tuo insegnante arrivava di solito in orario? Cercava di impiegare utilmente l’ora a disposizione? Padroneggiava i contenuti della sua disciplina? Spiegava con passione o stancamente? Era capace solo di monologhi, più o meno eruditi, o riusciva a suscitare la partecipazione degli studenti alla discussione?  Valutava con serenità il corso dei colloqui o mostrava preferenze dettate da ragioni extra-didattiche? Quando assegnava esercitazioni scritte le correggeva con cura e in tempi ragionevoli o distrattamente e con molto ritardo? Sapeva gestire le dinamiche psicologiche del gruppo-classe, evitando sia d’imporre un clima di terrore sia di abdicare alla funzione di guida e di coordinatore?
     Questo genere di valutazione atterrisce molti professori: non perché troppo generica, ma perché troppo calzante. Non vedo però alternative all’egualitarismo che appiattisce artisti e artigiani dell’istruzione (e che tiene lontano dalla non-carriera di insegnanti molti validissimi alunni che scelgono di fare altro perché non se la sentono di morire soldati semplici senza nessuna possibilità di diventare neppure caporali): a meno che  non si accettino quei parametri idioti che altri governi hanno già fallimentarmente sperimentato (concorsoni a quiz; premio di produttività a chi sta più ore a scuola a fare il baby-sitter invece di leggere, riflettere e scrivere a casa propria; valutazione di esclusiva pertinenza dei dirigenti scolastici col rischio di incentivare la piaggeria e di scoraggiare l’indipendenza di giudizio e così via). Ovviamente tutto questo – e il molto altro ancora che si potrebbe aggiungere – presupporrebbe una rivoluzione culturale: in cattedra si deve salire solo per meriti accertati (anche a ventidue anni), non per anzianità di servizio come supplenti (anche a cinquantasei anni). Nessuno bypassa il filtro selettivo per diventare magistrato o pilota d’aereo grazie a sanatorie: perché la scuola dovrebbe continuare ad essere l’amnmortizzatore sociale per quanti, incapaci di ottenere un ruolo gratificante nel pubblico o nel privato, accettano il patto umiliante con lo Stato di essere assunti senza concorso, pagati per un decimo della retribuzione di un usciere alla Regione, in cambio di restare immuni da ogni forma di valutazione professionale?  Chi sceglie l’insegnamento per autentica vocazione interiore deve rinunziare, a meno che non scelga apertamente e legalmente il part-time , a ogni altra forma stabile di attività remunerata (studi professionali, palestre, lezioni private…); ma in compenso deve essere messo nelle condizioni economiche adeguate alle esigenze di auto-aggiornamento permanente, senza dover lesinare la visione di un film o l’acquisto di un libro.
Augusto Cavadi

giovedì 16 ottobre 2014

IL MATRIMONIO CRISTIANO E' INDISSOLUBILE ?


“Tuttavia.eu”
(dal 15.10.2014)

IL MATRIMONIO OLTRE I FONDAMENTALISMI LETTERALISTI

Nell’editoriale di domenica 21 Eugenio Scalfari confuta la tesi dei teologi che difendono l’indissolubilità del matrimonio sulla base di citazioni evangeliche obiettando che “in verità non esiste alcuna parola scritta di Gesù”, del quale “direttamente non si sa nulla”. L’argomento è senz’altro fondato, ma ha il difetto di provare troppo. Infatti vale per tutte le asserzioni su cui si basa la fede cristiana: il tentativo esegetico di individuare gli ipsissima verba Christi (“proprio le stesse parole di Cristo”) ha portato a risultati ritenuti deludenti dagli esegeti.
   Se a base della teologia cristiana sta, dunque, il Nuovo Testamento in blocco, così come è stato elaborato e trasmesso dalla chiesa primitiva, dobbiamo ritenere inevitabile la difesa a oltranza dell’indissolubilità matrimoniale? Già mezzo secolo fa il gesuita Gerhard Lohfink (per altro in una pubblicazione destinata agli studenti liceali) notava che “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito” appartiene a tutta una serie di esortazioni del genere: “Se ti danno uno schiaffo, tu porgi l’altra guancia”; “Se ti chiedono la tunica, tu dagli anche il mantello”; “Se ti costringono a fare un miglio con qualcuno, tu fanne due” e così via. Il fine biblista tedesco osservava che si tratta, evidentemente, di espressioni profetiche: Gesù (o la comunità che ne ha esplicitato e formulato l’insegnamento) disegna qui un mondo ideale, uno stile di vita utopico, a cui tendere con la forza interiore dello Spirito. Riprova: nessuna di queste esortazioni è diventata legge, norma vincolante. Nessuna, tranne una: l’invito a vivere il rapporto di coppia come unico, irreversibile, paritario (ricordiamo che il maschio ebreo poteva chiedere il divorzio, non altrettanto la donna).
     Sulle ragioni per cui l’unica indicazione di massima del vangelo a trasformarsi in rigido diktat giuridico (la cui trasgressione viene duramente sanzionata) sia stata proprio questa, ci sarebbe molto da scrivere: ma alcune ragioni sono facilmente intuibili. Più rilevante la conclusione di Lohfink (e di molti altri esegeti cattolici e protestanti): “con le conoscenze dell’odierna scienza biblica, secondo la quale il loghion (il “detto”) di Gesù sul divorzio non è un’espressione giuridica, non si vuole affatto dire che tale parola sia priva di ogni valore, e sia minimizzata o mitigata. Al contrario! Essa è invece compresa in tutta la sua portata: è la radicale esigenza di Dio che tocca e coinvolge anche l’intimo dell’uomo” (Ora capisco la Bibbia, Edizioni Dehoniane, Bologna 1986, pp. 140 – 141)
   Naturalmente, aggiunge e conclude sul punto l’esegeta gesuita (come Jorge Bergloglio !) una chiesa cristiana può chiedere ai propri fedeli di sposarsi solo se accettano l’indissolubilità sacramentale, ma deve avere l’onestà intellettuale di spiegare che si tratta di una condizione posta dalla chiesa stessa, senza attribuirla falsamente a Gesù stesso. E se di una opzione ecclesiastica si tratta, come tutte le decisioni storicamente assunte dai mortali anche questa questa può essere legittimamente revocata o modificata, senza scomodare l’insondabile pensiero di Dio.


Augusto Cavadi
(Autore del volume In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani
Falzea, Reggio Calabria 2008)
  

mercoledì 15 ottobre 2014

Dopo ventun anni, ancora una volta, memoria del picolo prete fra grandi boss


“Centonove” 10.10.2014

 

A 21 ANNI DAL MARTIRIO DEL PICCOLO PRETE FRA I BOSS

   Ancora una volta, il 15 settembre, la chiesa cattolica siciliana ha fatto memoria del martirio di don Giuseppe Puglisi, assassinato esattamente ventun anni fa. Un gruppo di studiosi, coordinato dall’infaticabile don Massimo Naro, ha voluto approfondire il significato etico e teologico di questa vicenda con un bel testo: Pino Puglisi per il vangelo.  La testimonianza cristiana di un martire siciliano (Sciascia, Caltanissetta – Roma 2014, pp. 107).
    Don Giuseppe Bellia ha ripreso, cercando nel Primo Testamento e in particolare nel libro di Isaia, la tematica del martirio alla luce della figura profetica e enigmatica del “servo sofferente”: che, in una lettura comprensiva, si riferisce sì a Gesù di Nazareth ma anche a quanti si impegnano per la verità e la giustizia. Giuseppe Anzalone invita, sulla scia di papa Francesco, ad adottare “la grammatica della tenerezza per leggere il caso serio di don Pino Puglisi”. Di indubbia originalità il contributo di Angelo Romano che, partendo dal progetto architettonico ideato dal parroco di Brancaccio per la costruzione della nuova parrocchia, risale alla sua idea di comunità cristiana come presenza forte e chiara nel territorio, in alternativa ad altre presenze, non meno forti ma non altrettanto limpide.
      Chiude il volume il corposo saggio di don Cosimo Scordato che, con la solita franchezza di toni, va alla radice degli eventi: “la mafia ha ‘rispettato’ la Chiesa nella misura in cui essa non ha messo in discussione il suo controllo del territorio e il prete si è fatto affiziu ru parrinu (l’ufficio del prete) tutto casa e chiesa, promotore di processioni: un prete che campa e fa campari. Ma don Pino è venuto allo scoperto, ha scelto di uscire dalla sagrestia e di vivere fino in fondo i problemi, i rischi, le speranze della sua gente; non sono fisime le sue, egli desidera, in quanto parroco, la liberazione e la promozione del suo popolo, accettando tutti i rischi di una scelta, che dovrà fare i conti con coloro che pretendono di avere un controllo indisturbato del territorio”.
       Ma se il succo della storia è questo, la memoria del piccolo prete non può che riuscire inquietante per i preti, anzi per i cristiani, anzi per i cittadini di oggi: quanti di noi sono disposti, nell’esercizio quotidiano dei propri compiti sociali e professionali, a pestare i piedi dei mafiosi e dei loro amici infiltrati nei gangli vitali della società siciliana? Non è piuttosto vincente, maggioritario, l’atteggiamento di chi, navigando a vista, si propone di evitare tanto l’infrazione del codice penale quanto la trasgressione di altri codici non scritti che soli garantiscono quieto vivere, favoritismi privati e in qualche caso fortune elettorali?

Augusto Cavadi

domenica 12 ottobre 2014

CI VEDIAMO MARTEDI' 14 OTTOBRE A PALERMO ?

MARTEDI' 14 OTTOBRE 2014 ore 20,15 presso i locali della Comunità Cristiana El Shaddai di via C. Beccaria 9 (vicino Palazzo Gamma di fronte al Velodromo)
conversazione con 

Augusto Cavadi,
autore del volume "In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani" (Falzea, Reggio Calabria 2008).

Tema della serata:

 "Si può essere cristiani nell'era della globalizzazione planetaria? Gratitudine verso il Maestro senza arroganza verso nessuno".
 

giovedì 9 ottobre 2014

LE TASSE LE DEVONO PAGARE SOLO GLI ONESTI ?



“Repubblica – Palermo”
COME ABBASSARE LE TASSE A CHI RISPETTA LE REGOLE

“Palermo è una delle poche grandi città a sud di Roma che ha il bilancio a posto, che non ha un euro di anticipazione di cassa con le banche, che è passata dall’1% di spese per investimenti al 24%”. Così il sindaco Orlando che, negli stessi giorni, ha precisato che l’anno venturo non ci saranno più aumenti nelle imposte comunali. Due notizie confortanti che acquisterebbero tutto il loro sapore se fossero completate da una terza: l’anno venturo, grazie ai soldi recuperati dall’evasione e dalle trasgressioni quotidiane dei maleducati, i contribuenti onesti – che fino al 2014 sono stati spremuti come limoni – fruiranno di una sensibile diminuzione delle tasse.
    Come è ingiusta un società in cui la media di un pollo a testa risulti dal computo statististico di chi mangia due polli e di chi resta a digiuno, così è ingiusta una città che pareggia il bilancio come risultato del computo fra chi paga tasse sempre più elevate e chi continua a latitare agli occhi delle autorità comunali. Giustizia e ingiustizia, equità e iniquità, non sono valori astratti: entrano nell’ethos di una città, nel suo DNA morale, condizionano il benessere generale almeno quanto i conti ragionieristici delle entrate e delle uscite. Chi per pagare le imposte comunali, in aggiunta alle governative, ha dovuto far ricorso a prestiti di familiari ed amici, se non addirittura bancari, avverte un’amarezza interiore molto precisa e molto concreta: davanti allo spettacolo di interi quartieri sottratti a ogni controllo fiscale si sente ferito nella sua intelligenza e umiliato nella sua dignità. Come chi in una barca che rischia di affondare è costretto, con pochi altri, a remare sino allo stremo per compensare l’allegra, spensierata, impunita pigrizia altrui. Palermo è anche mafia, ma non tutti i malesseri e i ritardi derivano da matrici mafiose: l’a-civismo di strati borghesi e popolari è un terreno che precede, e favorisce, l’emergenza di fenomeni criminali più circoscritti e più eclatanti.
    L’evasione fiscale non è però né l’unico aspetto corruttivo ed eticamente scoraggiante né l’unico ambito che, seriamente combattutto, potrebbe rimpolpare le tasche del Comune e alleggerire le scadenze fiscali dei contribuenti. La sequela impressionante di vittime della strada ci ricorda, con luttuosa eloquenza, che Palermo   - come Catania, Reggio Calabria, Napoli – è una città in ostaggio dei criminali del volante. Superare i limiti di velocità, non fermarsi agli incroci quando si deve dare la precedenza, non rallentare neppure in presenza di ciclisti da superare o di pedoni che attraversano la strada sulle strisce, persino passare con il rosso non sono più trasgressioni occasionali: fanno parte della inquietante normalità dei comportamenti degli automobilisti. Se ci fosse una seria coordinazione fra i vigili urbani e tutte le altre forze dell’ordine, in uno sforzo sinergico anche solo per un mese, entrerebbero nelle casse dell’amministrazione pubblica (a cominciare dall’amministrazione comunale) centinaia di migliaia di euro; si darebbe al turismo una spinta propulsiva molto più efficace di tante campagne promozionali a pagamento e – cosa di gran lunga più importante – si salverebbero decine di vite umane, soprattutto di bambini e di anziani.
     Da ultimo, ma non in ordine di rilevanza, un congruo aumento delle entrate finanziarie comunali si registrerebbe se il sindaco e le strutture istituzionali da lui – direttamente o indirettamente – controllate decidessero  (anche qui basterebbero due o tre mesi di impegno serio) di stroncare l’inciviltà di quanti riempiono la città di rifiuti, mobili, materassi, tettoie di eternit…a tutte le ore e in ogni angolo possibile. Sì, anch’io vengo sorpreso e deriso dai vicini di casa perché non riesco a trattenermi dal raccogliere dalla piazzetta sotto casa bottiglie di birra o scatoloni di cartone abbandonati; così come apprezzo moltissimo le iniziative di volontari che, periodicamente, decidono di ripulire un pezzo di spiaggia a Sferracavallo o la villetta pubblica di piazza Lolli. Ma non possiamo rassegnarci a queste supplenze improvvisate delle istituzioni. Chi paga le tasse ha diritto di vivere in una città pulita, con autobus puntuali e senza bulletti che spadroneggino a bordo, con un livello di inquinamento atsmosferico e acustico sopportabile. Se non ci si avvicina progressivamente, ma concretamente, a questa qualità della vita collettiva, la promessa che nel 2015 non si pagherà ancora di più di quest’anno è meglio della minaccia inversa: non può certo far tornare, però,  la serenità nell’animo di chi è stanco di lottare per una Palermo almeno sommariamente europea.
                                                                                             Augusto Cavadi

martedì 7 ottobre 2014

CI VEDIAMO VENERDI' 10 OTTOBRE ALLE ORE 21,00 A VILLABATE (PALERMO) ?


Venerdì 10 ottobre 2014, alle ore 21,  presso l’aula “Don Pino Puglisi” della Biblioteca “S. Giuseppe” dell’omonima parrocchia di Villabate (via papa Giovanni Paolo II, 29) , Augusto Cavadi  condurrà un’intervista pubblica a don Cosimo Scordato, autore del volume Dalla mafia liberaci, o Signore (Di Girolamo, Trapani 2014).

domenica 5 ottobre 2014

QUA IL PROGRAMMA DEL CONVEGNO SULLE SPIRITUALITA' NEL MEDITERRANEO

Su "Adista. Segni nuovi" dell'11.10.14

Programma del Convegno

La dimensione spirituale della vita nel Mediterraneo. Il sé e l’altro: identità e accoglienza
Palermo, 29-31 ottobre 2014

Mercoledì 29 ottobre - Palazzo Steri (Università di Palermo - Piazza Marina, 61)
16.00 - Apertura dei lavori
17.00 - Augusto Cavadi (Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”) - Introduzione al convegno
17.15 - Annamaria Amitrano (Università di Palermo) - Sulla religiosità popolare nel  Mediterraneo
18.45 - Alberto G. Biuso (Università di Catania) - Per il paganesimo

Giovedì 30 ottobre - Cantieri culturali della Zisa (Via Paolo Gili, 4)
9.00 - Giancarlo Lo Curzio (Istituto nazionale di architettura) - Introduzione alla sessione
9.15 - Pierpaolo Pinhas Punturello (rabbino) - Linee essenziali della spiritualità ebraica
10.45 - Orlando Franceschelli (filosofo, Roma) - La spiritualità nell'ottica di un naturalista darwiniano
17.00 - Vincenzo Guzzo (Centro internazionale di studi sul mito) - Introduzione alla sessione
17.15 - Patrizia Baldieri (Centro italiano psicologia analitica, Roma) - Il buddhismo e l’etica della responsabilità universale
18.45 - Luigi Vero Tarca (Università di Venezia) - Cultura mediterranea e civiltà planetaria. Per una spiritualità filosofica aperta

Venerdì 31 ottobre - Cantieri culturali della Zisa (Via Paolo Gili, 4)
9.00 - Sandro Mancini (Università di Palermo) - Introduzione alla sessione
9.15 - Yusuf Abd al Hady Dispoto (Co. Re. Is) - Linee essenziali della spiritualità islamica
10.45 - Giampiero Comolli (Centro culturale protestante di Milano) - Verso la spiritualità del futuro
17.00 - Daniele Palermo (Presidente Centro studi evangelico “Bonelli”) - Introduzione alla sessione
17.15 - Francesco Sciotto (Centro di accoglienza immigrati della FCEI di Scicli) - La vita spirituale di un protestante nel Meridione italiano
18.45 - Cosimo Scordato (Facoltà teologica di Sicilia) - Vivere la fede in un Mediterraneo globalizzato

Organizzano:
Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Centro studi evangelico “G. Bonelli”, Gruppo editoriale Di Girolamo

Con il patrocinio di:
Assemblea regionale siciliana, Comune di Palermo, Università degli Studi di Palermo, Fondazione Federico II.

Vi state preparando all'evento dell'anno a Palermo ?

"Adista" 11 ottobre 2014
 
Un laboratorio di riflessione

La spiritualità inclusiva del Mediterraneo

Palermo e la Sicilia in generale sono da millenni al centro di flussi migratori ora pacifici ora aggressivi che ne fanno un incrocio obbligato fra etnie, culture, strategie politiche differenti, talora convergenti tal altra contrastanti.
Le recenti, ricorrenti stragi di disperati che si affidano a inaffidabili scafisti per trovare una nuova terra e soprattutto una nuova vita esigono decisioni politiche radicalmente nuove e di portata letteralmente epocale. Perché ciò avvenga sul piano operativo è però indispensabile che  nella mente della gente, nella visione-del-mondo degli europei, muti il modo di vedere gli altri, gli stranieri. Anzi, in molti casi, che si inizi a vederli davvero per ciò che sono.
Per queste ragioni e con queste finalità sembrerebbe opportuno creare occasioni in cui la problematicità del Mediterraneo venga analizzata dal punto di vista dell’interlocuzione delle spiritualità (confessionali e laiche) oggi operanti in quest’area. Insufficienti, infatti, resterebbero i pur lodevoli sforzi di cooperazione economica e sociale promossi da varie istituzioni se non accompagnati da un analogo tentativo di capire i diversi modi di intendere la vita, la morale, la religione. Nell’ignoranza delle rispettive tradizioni spirituali non può crescere e rafforzarsi nessuna intesa duratura.
L’originalità della tematica esige qualche rapido chiarimento che possa prevenire equivoci e fraintendimenti. Cosa intendiamo per “spiritualità”? La varietà di accezioni del termine si può, probabilmente, organizzare in tre principali famiglie semantiche.
Una prima valenza, forse la più diffusa, identifica la spiritualità con l’adesione a una determinata comunità di fede: a questa accezione, che potremmo definire “confessionale”, ci si riferisce quando si parla di spiritualità ebraica o islamica, cattolica o protestante. È la spiritualità che, approssimativamente, si potrebbe attribuire a un Alessandro Manzoni o a un Johan Sebastian Bach.
In una seconda valenza, la spiritualità si identifica con una sensibilità più ampia, e più generica, verso la dimensione misterica dell’universo e della vita umana: potremmo definirla l’accezione “religiosa”, a condizione di non pensare a una religione organizzata bensì a una “religiosità” a-confessionale (o, se mai, pre-confessionale). È la spiritualità che, approssimativamente, si potrebbe attribuire a un Ugo Foscolo o a un Ludwig van Beethoven.
Una terza valenza, meno tradizionale ma oggi sempre più  condivisa, rimanda a un atteggiamento antropologico di serietà etica, di pensosità, di apertura all’essere in tutta la gamma delle sue manifestazioni, con particolare attenzione agli esseri viventi e passibili di sofferenza. In quest’ottica la spiritualità, che potremmo qualificare come “laica”, tende a identificarsi con la dimensione “culturale” dell’essere umano e quindi con una dimensione che non è solo pre-confessionale ma anche pre-religiosa. È la spiritualità che, approssimativamente, si potrebbe attribuire a un Giacomo Leopardi o a un Wolfgang Amadeus Mozart. 
Sinora questi mondi spirituali hanno dialogato, quando ci sono riusciti, al proprio interno per provare a intendersi al di là di barriere in molti casi secolari. Se tentativi del genere vanno ancora sostenuti, è venuto il momento di osare un passo oltre: attivare occasioni di conoscenza reciproca e di scambio fra i tre mondi spirituali sommariamente evocati. Uno scambio che, se dialettico, non sarebbe meno fruttuoso del mero irenismo: non sono anche le critiche un dono prezioso?  Le spiritualità confessionali hanno molto da dare, ma anche da ricevere, dalle spiritualità di ispirazione religiosa a-confessionale; entrambe, poi, hanno a loro volta molto da offrire, e da acquisire, da tutti quei nuovi paradigmi spirituali che affondano le radici non in tradizioni più o meno strettamente religiose bensì in terreni  del tutto ‘laici’, di matrice scientifica (scienze umane ma anche naturali) e filosofica. Mi riferisco – solo per limitarmi a due esemplificazioni editoriali recenti – alle prospettive suggerite da Stuart Kauffman,  Reinventare il sacro. Una nuova concezione della scienza, della ragione e della religione (Torino, Codice, 2010) o da un gruppo di studiosi, coordinati da Chiara Zanella, in Sofia e agape. Pratiche filosofiche e attività pastorali a confronto (Napoli, Liguori, 2014). Contributi del genere sono per un superamento della logica concorrenziale: non si tratta di “vendere”, come più “efficace” se confrontata con altre, la propria spiritualità, quanto di capire in che cosa le sapienze di ogni orientamento possono completarsi e interagire davanti agli enigmi della natura e alle sfide sempre più inquietanti della storia.
Tra le città che potrebbero candidarsi a sede di simili iniziative pioneristiche va considerata, certamente, Palermo. La Sicilia, nel passato e ancor più nel presente, si trova attraversata da correnti etniche e culturali, religiose e confessionali, di varia provenienza. Dopo essere appartenuta a pieno titolo alla Magna Graecia e all’Impero romano, è stata (e torna ad essere in molti casi) patria per ebrei e musulmani, cattolici romani e cristiani orientali. In tempi più recenti ospita Chiese protestanti (evangeliche ed evangelicali) nonché minoranze sempre più consistenti di induisti e buddhisti. La Sicilia, insomma, è – quasi per destino geopolitico – crocevia nel Mediterraneo di scambi e di tensioni, di reciproche fecondazioni e di lotte sanguinose. Ci sembra, dunque, irrinunciabile il progetto di avviare un appuntamento annuale, aperto a chiunque voglia partecipare a un laboratorio di conoscenza reciproca, di riflessione sui processi storico-sociali in atto, di proposte operative da offrire all’opinione pubblica e ai governi nazionali. Sappiamo che esistono lodevoli iniziative analoghe che si impegnano dal punto di vista politico, sociale, economico: molto modestamente vorremmo integrare tali iniziative con l’apporto del punto di vista “spirituale”, includente, dunque, le dimensioni teologiche, filosofiche, etiche, estetiche [v. locandina nel prossimo post].
Augusto Cavadi 

mercoledì 1 ottobre 2014

CI VEDIAMO SABATO 4 OTTOBRE 2014 A FAVIGNANA/TRAPANI ?

Care e cari, per sabato 4 ottobre ho un triplice invito.

Ore 10,00   a Favignana (Palazzo "Florio")  un convegno sulla pedofilia clericale a partire dal mio volume     "Non lasciate che i bambini vadano a loro", prefazione di Vito Mancuso, editore Falzea (ingresso libero e gratuito);

ore 17,00   a Trapani (Istituto Tecnico  "Leonardo da Vinci") un seminario sulla rilevanza della filosofia per la vita personale e sociale a partire dal mio volume "E, per passione, filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze", editore Di Girolamo (ingresso libero e gratuito);

ore 20,30  a Trapani (Concept-Bar "Bandini", v. Beatrice 1) un aperitivo filosofico condotto da me (quota di partecipazione euro 12,00).