sabato 28 marzo 2015

LA TIRATA D'ORECCHIE DELLA DIA ALLA CHIESA CATTOLICA

Nella "Relazione" annuale della Direzione investigativa antimafia (Roma)  c'è un passaggio in cui gli estensori notano con approvazione che, dopo un lungo periodo di silenzio, anche la Chiesa cattolica si sta svegliando nel Meridione italiano e sta prendendo le distanze dalle infiltrazioni mafiose nei suoi organismi e nelle sue manifestazioni (processioni etc.).
L'agenzia di stampa "Adista" (Roma) mi ha chiesto alcune righe di commento da affiancare alle considerazioni di altri osservatori.
Il servizio, a firma di Valerio Gigante, è uscito su "Adista - Segni nuovi" del 4.4.2015.
Qui di seguito la mia sintetica dichiarazione:
 "Che papa Francesco non perda occasione per ribadire l’incompatibilità fra fede cristiana e appartenenza al mondo delle cosche mafiose è cosa buona (soprattutto se si nota la distanza dai due ultimi predecessori concentrati su questioni di sesso e dintorni). Sarebbe da ingenui, però, aspettarsi dei mutamenti repentini in una Chiesa che – dalle origini ottocentesche delle criminalità organizzate – ha optato per un’illusoria equidistanza fra Stato e mafia, certa di poter lucrare protezione e privilegi dall’uno e dall’altra. Serviranno ancora molti anni  - e alcuni papi  – per vedere risultati. Che autorità giudiziarie sollecitino i cattolici ad impegnarsi in questo processo di rinnovamento è altrettanto opportuno. A patto, però, che la critica sia accompagnata dall’autocritica. In Sicilia, per circa un secolo, le gerarchie ecclesiastiche hanno stentato persino ad ammettere che esistesse un fenomeno mafioso. Ma, nello stesso lasso di tempo, i procuratori generali, nelle statistiche dei reati a inizio di anno giudiziario, omettevano persino il vocabolo 'mafia' ".

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