lunedì 16 marzo 2015

NAZIONE NON SIGNIFICA NAZIONALISMO

Su cortese richiesta dei redattori veneti del mensile "Madrugada", continuano le puntate del mio piccolo dizionarietto di politica per profani.


“Madrugada”

Marzo 2015



NAZIONE


         In politica è difficile, se non addirittura impossibile, trovare una categoria ideale immune da strumentalizzazioni che ne deformano il significato originario. “Nazione” non fa eccezione. Essa nasce, tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, come idea-simbolo nel senso etimologico del termine ‘simbolo’ (ciò che cuce, mette insieme, aggrega). E aggrega un popolo (il popolo degli Stati Uniti d’America prima, il popolo francese poi e via via altri popoli europei ed extra-europei) affinché la consapevolezza della propria identità (etnica, linguistica, culturale, etica) lo sostenga nella lotta di liberazione da popoli stranieri, invasori o comunque sfruttatori, o da governi opprimenti.

         Purtroppo ben presto la nazione, da bandiera degli oppressi, diventa una clava che gli ex-oppressi brandiscono per opprimere altri popoli: e contro le armate napoleoniche il filosofo prussiano Fichte proclama i suoi celebri Discorsi alla nazione tedesca. Quest’opera può costituire un interessante oggetto di osservazione in laboratorio. In essa infatti la difesa della nazione patria è realizzata in maniera ineccepibile, ma con argomenti e toni che preparano il passo successivo: il passaggio, disastroso, dal principio di nazionalità al nazionalismo.

        Proviamo a capire come. Fichte (siamo all’inizio del XIX secolo) sostiene che un popolo è tale se unito da una medesima lingua, intendendo con questo termine un fattore spirituale e non certo una convenzione tecnica fra individui. Aggiunge che la lingua tedesca è una lingua “viva”, a differenza delle lingue neo-latine che sarebbero “morte”: dunque una lingua che sola può creare “qualcosa di nuovo” sul palcoscenico della storia. Tale privilegio è per i tedeschi anche una responsabilità: come il “dotto” è superiore alla media dei contemporanei e, proprio per questo, deve mettersi alla loro guida ma in atteggiamento di servizio, di “missione”, così la “nazione tedesca” deve svolgere una funzione di guida e di illuminazione nei confronti del resto dell’umanità.

        Non siamo dunque al nazionalismo come imperialismo aggressivo (anche perché Fichte sostiene che la Prussia debba chiudersi in sé stessa, senza “accogliere in sé e mescolare con sé un popolo di altra lingua”): ma la storia registrerà, in pochi decenni, il passaggio da una superiorità etica e diaconale a una superiorità politica, militare e addirittura razziale. Il nazismo (ricordiamo che il nome sintetizza la formula più ampia “nazional-socialismo”) costituirà l’esito tragico di questa evoluzione – o piuttosto involuzione. Né la traiettoria è molto diversa se si osservano le ambizioni imperialistiche della Gran Bretagna, della Francia e persino dell’Italia fascista.

        Le generazioni nate dopo le ceneri della Seconda guerra mondiale avvertono, comprensibilmente, un rigetto viscerale verso tutto ciò (“patria”, “nazione”…) che – pur non presentandosi come “nazionalismo” – ne evoca lo spettro. I campionati mondiali di calcio sembrano l’ultimo luogo in cui ci si ricorda, con ambigua fierezza, di essere tedeschi, francesi o italiani. Come valutare questa tendenza culturale?

         Per contribuire ad elaborare una (non facile) risposta si potrebbe iniziare con due dati. Il primo è di sradicare ogni pretesa di essere, come individui o come popoli, gli “eletti da Dio”: l’odio anti-semitico è stato ed è il frutto di un’invidia che vorrebbe sostituire la propria “elezione” alla pretesa altrui di essere stati “eletti”. Agli occhi di Dio tutti siamo (potenzialmente) prescelti  e tutti (potenzialmente) reprobi:   chi di noi ha giocato correttamente e fruttuosamente la partita lo si saprà sempre a posteriori.

       Il secondo dato è che ogni aggregazione è funzionale alla relazione: una coppia è tale se l’intimità è funzionale all’accoglienza; una città è tale se la coesione interna è funzionale alla cooperazione esterna; così una nazione. La consapevolezza di appartenere a una lingua, a una storia, a una terra, a una tradizione culturale ha senso solo come presupposto all’apertura più ampia verso le altre lingue, le altre storie, le altre terre, le altre tradizioni culturali. Il principio di nazionalità è destinato a perdere senso se non come palestra, luogo di allenamento, per maturare un principio di solidarietà planetaria.



                                                             Augusto Cavadi

                                                    www.augustocavadi.com


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