venerdì 20 marzo 2015

VIOLENZA SULLE FEMMINE: SOLO COLPA DEI MASCHI ?


 “MONITOR”
20.3.2015

IL RUOLO DEI MASCHI E DELLE FEMMINE


 Fabio Nestola, che vive a Roma,  è uno dei lettori che ci può seguire anche fuori dalla provincia di Trapani perché le riflessioni in questa rubrica sono gentilmente riprese e rilanciate sul web da alcune rassegne-stampa online (nel suo caso da www.cronachelaiche.globalist.it) . Riferendosi al resoconto di un incontro pubblico tenutosi a Palermo alcuni mesi fa (cfr. “Monitor” del                    23.1.2015), il cortese lettore enuncia due punti di disaccordo (per altro strettamente legati).
       Il primo di carattere linguistico: “La contrapposizione maschi/donne slntentizza  - a mio sindacabilissimo parere - un pregiudizio ideologico che va oltre il mero lessico. La scelta dei termini ha il suo peso. Non maschi/femmine, non uomini/donne, l’articolo parla solo di maschi e di donne. Ovviamente non è una caratteristica esclusiva del Suo articolo, la contrapposizione maschio/donna inquina atti parlamentari e talk-show televisivi, saggi ed articoli, manifestazioni e convegni”. Su questa prima osservazione non posso che dichiararmi d’accordo: sarebbe più logico, e più coerente, parlare o di maschi/femmine o di uomini/donne. Preciso però che, nel mio caso (non posso rispondere di tutti quelli che scrivono in italiano !), ero partito escludendo la coppia maschio/femmina perché non mi piace designare così il secondo sesso; ma quando mi sono trovato di fronte a uomo/donna mi sono chiesto se fosse una dizione abbastanza chiara dal momento che in italiano “uomo” indica non solo il genere maschile ma anche il genere umano (incluso, dunque, il genere femminile). Da ora in poi  - lo prometto – solo uomini/donne !
   Ma l’osservazione di Fabio Nestola è stata dettata da una preoccupazione ben più che filologica o stilistica: teme che abbia usato “maschio” per marcare una responsabilità morale nei confronti della violenza contro le donne. Perciò egli aggiunge: “Un profondo condizionamento culturale ha ormai trasformato maschio in insulto, tara genetica disfunzionale, infezione della quale vergognarsi. Qualsiasi episodio di cronaca nera lancia la campagna antimaschile, dallo stalking alle percosse, dal maltrattamento all’uxoricidio.
Reati gravissimi, sia chiaro, ma emerge un’anomalia dal fatto che la crociata - invece che contro una minoranza deviante - parta contro l’intero genere maschile. Rivendico il diritto di non sentirmi in colpa quando arrestano il Massimo Carminati di turno, spero concorderà”.  Se si vuole affermare che la responsabilità etica è, prima di tutto ed essenzialmente, personale, ovviamente concordo col garbato interlocutore. Chi accusa i maschi (o gli uomini) in blocco di violenza sulle donne sbaglia come chi accusa gli scozzesi di essere tirchi o i siciliani di essere mafiosi. Ciò precisato, aggiungerei che non siamo individui isolati, come ci raffigura la cultura liberal-borghese; la responsabilità primaria e irriducibile del soggetto che picchia, violenta o uccide non esclude, a vari livelli analogici, la cor-responsabilità secondaria di un contesto culturale, sociale e politico. L’uxoricida o il padre che picchia a morte la figlia disobbediente non sono isole nell’oceano: prima, e intorno, ad essi circolano idee, pregiudizi, costumi, normative che possono favorire  - o per lo meno non scoraggiare -  determinati gesti criminali. Di questo ambiente inquinato siamo tutti, almeno un po’, responsabili: sia con ciò che diciamo e facciamo, sia con ciò che non diciamo e non facciamo. Quando dico “tutti”, intendo proprio tutti: maschi in primis ma anche femmine. Della violenza contro le donne, come di ogni altro tipo di violenza sul pianeta, nessuno si può ritenere perfettamente innocente.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

1 commento:

  1. Concordo che il modo distorto di pensare ed il non dire fomenti modi di vita malsani ed in casi estremi violenti. Non condivido la moda a mio parere di distinguere i termini di genere, quando esistono termini come uomini che includono i due generi, come non condivido il termine femminicidio per distinguere dall'omicidio, come se il primo avesse un valore aggiuntivo rispetto al secondo, e non si considera invece che l'omicidio li comprende entrambi con eguale peso da aborrire. Gabriella

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