sabato 9 maggio 2015

Il disco di vinile secondo Salvatore La Porta


“Centonove”
23.4.2015

IL VINILE TRA FILOSOFIA E LETTERATURA

Come si fa a distinguere un testo di letteratura da un testo di filosofia? In alcuni casi, estremi, la differenza è abbastanza visibile: la Critica della ragion pura di Kant è filosofia, Lolita di Vladimir Nabokov è letteratura. Ma, tra l’una e l’altra opera, si collocano migliaia di testi in cui il confine è labile e solo per convenzione consolidata riteniamo il Simposio di Platone filosofia e le Operette morali di Leopardi letteratura. In proporzioni differenti, infatti, possono riconoscersi due “istanze distinte”: “l’istanza filosofica, dimostrativa” e “l’istanza letteraria o creativa” (E. Bencivenga, La filosofia come strumento di liberazione, Cortina, Milano 2010, pp. 196 – 197).
Salvatore La Porta, nel suo recentissimo Il giradischi trascendente (Villaggio Maori, Catania 2014, euro 13.00), si diverte a giocare su questa linea di confine fra  - per continuare a citare Ermanno Bencivenga - “inventare senza curarsi che quel che s’inventa sia plausibile” (l’atteggiamento dei letterati) e “provare la reale possibilità di quel che si è inventato” (il mestiere dei filosofi). Ne vien fuori un volumetto coraggioso nella sua voglia di sperimentare la commistione dei generi tradizionali, apprezzabile da chi abbia una conoscenza solida, per quanto elementare, della storia del pensiero occidentale e che invece potrà distogliere definitivamente dalla tentazione di aprire un testo di filosofia chiunque non abbia mai letto una riga di Zenone di Elea o di Ludwig Wittgenstein.
L’enigma da cui decolla la narrazione/speculazione è l’ascolto di una canzone registrata su un disco in vinile il quale, essendo “materia” , << ha certamente un inizio e una fine, ma è composto da elementi non discreti. Quali? Elementi spaziali, materiali. Tra il punto x sul solco del vinile e quello y ci sarà sempre un punto n di mezzo. Il vinile, come la realtà, è infinitamente denso e per questo non è affatto compatibile alla mente umana. Il fatto che la puntina del mio giradischi compia il miracolo di attraversare tutti gli infiniti punti presenti nel microsolco e, giungendo alla fine, possa sollevarsi con noncuranza e tornare al proprio posto è semplicemente incomprensibile. E’ il gesto pacato di un dio. Ovvero: trascende la nostra comprensione >>. Per spiegare questa affermazione <<bizzarra>> La Porta deve però avventurarsi nella trattazione di tre questioncelle facili facili (scomodando il tremendo Parmenide e il fido discepolo Zenone): il nulla, l’essere e l’infinito. Come se ciò non fosse abbastanza, prima di inoltrarsi nel labirinto dell’ontologia, avverte correttamente l’esigenza di un chiarimento preliminare: possiamo noi, esseri umani immersi nell’essere, avere uno sguardo per così dire “esterno” sull’essere? O siamo come l’occhio che può guardare tutto tranne sé stesso? Ovviamente, a questo punto, l’autore non poteva fare a meno di scomodare Wittgenstein, il suo spietato rigore (gnoseo)logico, la sua convinzione “mistica” che <<di ciò di cui non si può parlare è necessario tacere>>.
Alla fine del libro emerge qualcosa che potrebbe assomigliare a un’autodefinizione della prospettiva filosofica dell’autore: <<stoicismo solipsistico>> (formula che <<farebbe saltare sulla sedia parecchia gente>>). Se ho capito almeno in parte, saremmo come i personaggi sognati da un Pensiero assoluto: come tali, essenzialmente ciò che siamo stati sognati, senza margini di manovra rispetto alla nostra “essenza” costitutiva. Un Pensiero originario e onni-avvolgente, un Logos, la cui esegesi sarebbe <<l’unica plausibile motivazione del nostro essere nel mondo>>.
E’ allora la filosofia, incessante tentativo di spiegare il Logos che ci precede e ci fonda, a dare senso all’esistenza? Così sarebbe se essa fosse in grado di decodificare il Logos alla sua maniera: cioè in modo razionale, rigoroso, dimostrativo. Per La Porta però si tratta di <<una pratica privata, narrativa o politica>>, <<mai veramente filosofica>>. Più precisamente: <<L’esegesi privata del Logos è la religione, quella narrativa è la letteratura e quella pubblica è la politica>>: in nessun caso, dunque, <<una pratica strettamente teoretica>>. Forse ci si potrebbe chiedere chi avverta religione, letteratura e politica di essere modi di spiegare il Logos e forse si potrebbe rispondere: la filosofia. La quale, come Socrate, sarebbe dunque bravissima nel far partorire gli altri, pur essendo in sé infeconda.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


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