sabato 29 agosto 2015

SERGIO VELLUTO ALLE PRESE CON "VECCHI OMICIDI"


“Centonove”, 27.9.2015

VECCHI OMICIDI DI … VELLUTO

        Sergio Velluto ha già mostrato, con il triller Il pretesto (Claudiana, Torino 2011), propensione e stoffa per  i romanzi storici. E, in attesa del secondo volume della medesima saga sui codici valdesi, ha dato alle stampe questo Vecchi omicidi (Web & Com, Torino 2013) che gioca su due piste temporali: la contemporaneità e gli anni della resistenza antinazista fra il 1943 e il 1945. Poiché anche questo romanzo appartiene al genere “giallo” non possiamo dire come, e perché, si incrociano le esistenze di due signori molto anziani: Renato, ingegnere in pensione dopo decenni di lavoro in Fiat, e un suo coetaneo ebreo  – di cui non conosciamo il nome – emigrato negli Stati Uniti d’America da bambino perché rimasto orfano di guerra. Ciò che invece possiamo dire è che anche questo racconto di Velluto riesce ad avvincere il lettore sin dalle prime pagine e sorprenderlo con colpi di scena imprevisti. Sullo sfondo si avverte lo sguardo panottico dei servizi segreti israeliani e vaticani : l’onniscenza di questi ultimi, a differenza del Mossad, si estende non solo nello spazio ma anche nel passato. Qua e là non mancano scorci di dinamiche sentimentali e di esperienze erotiche, a riprova che la grande storia non cancella le microstorie private di cui è invece intessuta.
      Le vicende narrate, senza minimamente mettere in dubbio chi avesse ragione e chi torto nella Seconda guerra mondiale (in particolare, in Italia, fra “partigiani” democratici e “repubblichini” fascisti), evidenziano comunque che le sofferenze implicate da ogni guerra si distribuiscono equamente fra chi vince e chi perde: che, dunque, in ogni ipotesi, ci sono giochi in cui – come sentenzia il cervellone elettronico del film Joshua citato da Eva, la bella figlia di Renato – “l’unica mossa vincente è non giocare”. In situazioni di guerra non solo si patisce, ma si fa patire dolore agli altri. Si dà il peggio di sé. Lo ricorda la saggezza di una casalinga, sposa e madre: “Non crediate di essere migliori di loro. Anche noi siamo molto vicini a toccare il fondo”. “Loro” sono i fasci-nazisti; “noi” i resistenti e la popolazione civile.
       Se è così, dopo ogni guerra bisognerebbe che, da una parte e dall’altra, si sbarrasse una pagina e se ne aprisse una nuova. Nel senso non di  seppellire nell’oblìo i caduti, ma di sradicare ogni – sia pur legittimo e umano – risentimento.   Come insegna anche questo romanzo, la vendetta ha sempre la mira sbagliata: per quanto mossa da intenti accettabili (“La mia non è una vendetta, è solo un’azione necessaria per rimettere le cose nel loro giusto ordine”), spesso finisce con lasciare indenne il vero colpevole e abbattere gli innocenti.
                                                 Augusto Cavadi
                                            www.augustocavadi.com 

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