martedì 13 ottobre 2015

GIUSEPPE LO PRESTI: LA RISCOPERTA DI UNO SCRITTORE MALEDETTO


“Centonove” 8.10.2015


 


IL CACCIATORE RCOPERTO DI CAMPANELLI




    Un giornalista (fallito) di buona estrazione borghese è in una cella di manicomio. Perché ci è finito? Il romanzo  - scritto in forma autobiografica – è il tentativo di risposta narrativa. E scorre per intero sul registro linguistico paradossale-ma-non-troppo della lucida follia, del matto che appare tale essenzialmente perché non accetta la follia abituale su cui si adagiano i così detti sani. Una mamma possessiva, una sorella anaffettiva, uno psichiatra prigioniero dei parametri della ‘normalità’ sono solo alcuni dei fattori che portano il protagonista  - il signor “B” – alla ribellione interiore, alla trasgressione esteriore e infine alla detenzione. Egli sembra stritolato dalla contraddizione fra la sua antropologia pessimista (“E’ caratteristico dell’uomo normale pensare soltanto al proprio piacere, coltivare l’indifferenza e nuocere al prossimo senza neppure accorgersene”) e l’aspirazione a un mondo diverso e migliore (“un modo di vivere dal quale siano esclusi l’ingiustizia, la sciocchezza e la strage degli innocenti”). Vuole attraversare questa contraddizione lacerante con le sole armi della ragione (ritenendo falso, illusorio e deprimente tutto ciò che denominiano “amore”) e finisce con l’essere “condotto all’assurdo da un eccesso di ragione”. O, per lo meno, dall’essere così considerato dal contesto sociale che preferisce l’ordine alla giustizia (proprio come il Dottor “A” il cui mondo era “ordinato come l’armadio della biancheria di una borghese”, senza la minima “mescolanza tra le mutande e le camicie, tra le calze e i fazzoletti”).

   Il cacciatore ricoperto di campanelli (Stampa Alternativa, Viterbo 2015, pp. 175, euro 14,00) non è un inedito. Era già uscito, per i tipi della Mondadori, nel 1990 riscontrando un certo successo per la somma di due motivazioni principali: lo stile, sanguigno e assai poco accademico, e l’autore. Questi, infatti, era un siciliano  - Giuseppe Lo Presti – che aveva scritto il romanzo in carcere, dove era stato rinchiuso per varie azioni criminali (compiute come militante del gruppo di estrema destra NAR) e da cui uscirà qualche anno - dopo la pubblicazione dell’unica sua opera edita - per gravi ragioni di salute che lo porteranno alla tomba, trentasettenne, nel 1995. Ma è chiaro che, adesso, le vicende personali dell’autore non possono più influenzare la sorte del libro: che vale ciò che vale indipendentemente dal “luogo” in cui è stato concepito e generato.

     Se oggi possiamo ritrovare in circolazione quel testo letterario (abbinato all’inedito Vittorino testa di bue, altro romanzo breve meritoriamente strappato all’oblìo) lo dobbiamo a Salvatore Mugno che – scrittore egli stesso – non si stanca di riportare alla luce, mettendole a disposizione di un più vasto pubblico, opere poco conosciute o ingiustamente dimenticate. Egli ha inoltre arricchito questa nuova edizione con un ampio saggio critico che dà conto anche dei giudizi lusinghieri espressi da autorevoli lettori come Aldo Busi e Geno Pampaloni.



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

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