giovedì 21 gennaio 2016

IL RITARDO DEL SUD ITALIA SECONDO EMANUELE FELICE


Blog di “Petite Plaisance”
17.1.2016

Perché il Sud non decolla  ?

    Ci sono dei libri che un cittadino italiano mediamente istruito – soprattutto se vive al di sotto del parallelo di Napoli – dovrebbe assolutamente conoscere: Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, Bologna 2013), di Emanuele Felice, è uno di questi. Ma, dal momento che non tutti hanno il tempo - né soprattutto la voglia – di leggerlo, proverò a sintetizzarlo (senza tacere la speranza che l’aperitivo svegli un po’ di appetito).
  L’autore esamina, opportunamente, le risposte errate (o, per lo meno, esatte solo parzialmente), raggruppandole in due famiglie principali. All’area “accusatoria” appartengono le tesi di chi punta il dito sui meridionali stessi (o perché tarati geneticamente o perché incapaci di cooperazione sociale); all’area “assolutoria” appartengono le tesi di chi attribuisce il ritardo del Sud al Nord sfruttatore o alla svantaggiosa collocazione geografica rispetto alle risorse naturali (energia idraulica) e ai mercati continentali. Lo smontaggio di queste tesi (e il recupero dei frammenti di verità in esse contenuti per proporre una risposta più convincente) occupa i tre capitoli del volume.

NEL 1861 IL SUD BORBONICO STAVA MEGLIO DEL SETTENTRIONE?
  Nel primo capitolo si fa chiarezza sulla situazione di partenza: nei decenni precedenti  all’unificazione italiana il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie avevano imboccato strade diverse, quasi opposte: regime costituzionale e imprenditoria diffusa nel primo, assolutismo monarchico (“la negazione di Dio eretta a sistema di governo” secondo William Gladstone)  e “imprenditori dell’arretratezza” (John Davis) nel secondo. Il divario non è minore, checché ne scrivano gli “storici borboniani”, se si considerano “le infrastrutture di trasporto, finanziarie e sociali che hanno sempre svolto un ruolo fondamentale per attivare la crescita economica”: strade e ferrovie, banche, sistema scolastico e universitario (nella stessa fascia temporale – seconda metà dell’Ottocento – nel regno dei Borboni gli analfabeti erano l’86% della popolazione, laddove nel resto d’Italia – a esclusione di Roma e Veneto – erano il 63%: perfino Spagna col 75% e Russia zarista con il 79%  stavano meglio !). Meno esattamente calcolabile il divario del reddito medio pro capite. Una conclusione plausibile fisserebbe tale divario “tra il 15 e il 25%” a favore del Nord, ben differente dalle stime, più ideologiche che scientifiche, di autori come Pino Aprile nel suo Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali (Piemme, Milano 2010). Se il reddito medio pro capite viene poi confrontato con i livelli di reddito sotto i quali si poteva parlare di povertà totale si hanno dei dati più significativi (e per certi versi più impressionanti): “Al 1861, se nel Centro-Nord  il 37% della popolazione si trovava sotto la linea di povertà assoluta, nel Mezzogiorno tale quota saliva al 52 % (la media italiana era 44). In altri termini, al Sud Italia i poveri erano in percentuale fra un terzo e una metà più numerosi che nel Centro-Nord. Questo vuol dire non solo che nel Mezzogiorno  vi era una quota più alta di indigenti – il che non stupisce, visto che il reddito medio era più basso -, ma anche che tale quota era ben maggiore di quel che ci si aspetterebbe stanti i divari di reddito. Tutto ciò può avere una sola spiegazione: nel Mezzogiorno la disuguaglianza era più alta. Non solo quindi risultava minore il reddito, ma questo si distribuiva in maniera meno equa”. Il divario fra il Centro-Nord e il Sud d’Italia al momento dell’unificazione è confermato da altri indicatori quali la statura (“Al 1861 i centimetri che separavano il Centro-Nord dal Meridione erano 3,2”: 164, 1 cm. contro  160,9, su una media italiana di 162,9), l’aspettativa di vita (circa due anni in meno), il lavoro minorile (che, nel 1861, raggiungeva una media dell’80% al Sud contro il 50% del Centro – Nord). Sinteticamente: “La disuguaglianza si univa alla miseria, dunque, bloccando lo sviluppo: economico, ma anche umano e civile. Come in un cortocircuito, tragico e fatale”.
   Da qui la domanda: “Quali erano le cause di  questo ‘circolo vizioso’ ?” A Giustino Fortunato si deve il binomio “povertà della natura” e “miseria degli uomini”: ma se la prima può aver causato la seconda in alcune regioni (come Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria), per altre regioni (Campania, Puglia e Sicilia) è più convincente l’inverso: è stata “la miseria degli uomini a provocare la povertà della natura”. Già al tempo dei Romani i senatori costruirono i loro latifondi depauperando i piccoli  proprietari spediti a combattere per il mondo. Poi il regime feudale (vigente sino all’inizio del XIX secolo) blindò, con una “disuguaglianza giuridica”, “una diseguaglianza feroce” dei redditi.

DAL 1861 A OGGI IL DIVARIO FRA NORD E SUD E’ DIMINUITO?
   Appurata una discrepanza al momento dell’unificazione italiana, come mai tale gap è rimasto sino ai nostri giorni? Nel secondo capitolo Felice propone la categoria interpretativa della “modernizzazione passiva” ovvero “l’adattamento delle classi dirigenti e della società meridionali a una modernità imposta dall’esterno, in primo luogo dallo stato centrale, che viene accettata solo fintanto che non mette in discussione gli interessi consolidati”. Per misurare i cambiamenti introdotti dalla modernizzazione (intendendo con questo vocabolo il processo avviato, secondo Hobsbawm dalla “duplice rivoluzione” industriale e francese) si usa lo Hdi (Human Development Index o Indice dello sviluppo umano), una misura che include tre fattori: “risorse, conoscenza e longevità”. La scelta della modernizzazione “passiva” è solitamente effetto di politiche “estrattive” (Acemoglu e Robinson), cioè tese a “estrarre reddito e ricchezza da una parte larga della società, a beneficio di una frazione privilegiata”: all’opposto, insomma, delle politiche “inclusive” che, invece, “tendono a favorire la partecipazione dei cittadini, comprese le classi subalterne”, tutelando ”i diritti di proprietà” nel contesto, più ampio, di “un sistema di legalità efficiente e uguale per tutti” e garantendo “servizi pubblici essenziali che ambiscono a porre tutti i cittadini su uno stesso livello di partenza”. Nel Meridione italiano un esempio tipico di modernizzazione allogena, e dunque condannata a restare incompleta, è stato l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, in virtù della quale – effettivamente – fra gli anni dal 1957  al 1973 il divario fra Sud e Nord d’Italia si accorciò notevolmente. Ma, poiché “la crescita basata sulla modernizzazione passiva appariva un corpo estraneo rispetto all’economia e alla società meridionali”, bastò la crisi petrolifera del 1973 per bloccarla. Nel ventennio successivo si assistette così alla “lunga agonia dell’intervento straordinario” (Cafiero), complice anche una politica clientelare che indirizzava i flussi di denaro pubblico “in misura crescente verso impieghi improduttivi”. I risultati furono (e sono ) disastrosi: uno  “sviluppo senza autonomia” (Trigilia), quando non un generoso finanziamento a favore della criminalità organizzata. Né la situazione è migliorata, dopo Tangentopoli, con la Seconda Repubblica: la cosiddetta “nuova programmazione” (2000- 2006) non ha dato frutti come non li ha dati il sistema di contributi dell’Unione Europea dal momento che le regioni del Mezzogiorno hanno dimostrato, sino ai nostri giorni, “una sconfortante incapacità perfino di utilizzare i finanziamenti comunitari, cioè di spendere le somme formalmente già stanziate”.
  Il quadro non è più confortante se si passa dal piano dell’economia al piano dell’istruzione. Sino al 1911 il divario fra Nord e Sud era notevole perché la gestione delle scuole era affidata ai Comuni, ma quell’anno la legge Daneo-Credaro spostò la competenza (e i relativi costi) dagli enti locali allo Stato: l’operazione comportò il superamento del gap “non perché le istituzioni locali fossero diventate consapevoli delle loro responsabilità, ma perché ne erano state sollevate”. Poiché una “modernizzazione passiva” resta fragile e lacunosa, il divario fra Settentrione e Meridione è rimasto – anzi si è acuito – nell’età repubblicana per tutti quegli altri indicatori che “definiscono l’accesso alla cultura , ma dove le classi dirigenti locali hanno mantenuto un ruolo decisivo: il numero di biblioteche per abitante, di teatri in attività, più tardi anche di cinema, ma soprattutto i libri pubblicati e i giornali stampati in rapporto alla popolazione”. Anche all’interno del sistema scolastico si registra in tempi a noi più vicini una differenza per così dire qualitativa: “un anno di istruzione non ha lo stesso valore al Sud come al Nord: a parità di tempo trascorso sui banchi di scuola, al Sud si impara di meno”.  
    Più consolante la situazione dal punto di vista della salute (in particolare dell’aspettativa di vita): tra il 1891 e il 1981, debellate le malattie infantili e infettive (vaiolo, malaria, colera), il Sud non solo raggiunge i livelli del Nord, ma (per via di vari fattori, fra cui la dieta mediterranea e il minor tasso di inquinamento industriale) li supera. Poiché, però, a partire dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale (1978), è aumentato progressivamente il ruolo delle regioni (finanziatrici della aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere) si è di nuovo aperta una forbice fra il Settentrione (dove le amministrazioni locali sembrano più virtuose) e il Meridione (dove “le istituzioni politiche estrattive hanno usato il loro nuovo potere per distribuire fondi e favori alle rispettive fazioni, seguendo logiche clientelari e nepotistiche”), al punto che “anche riguardo all’aspettativa di vita negli ultimi decenni il Mezzogiorno ha ricominciato a perdere posizioni”.
    Purtroppo la distanza fra Nord e Sud non muta neppure se si considera la condizione delle donne e degli omosessuali: indagini sociologiche e statistiche abbastanza attendibili mostrano come “ancora oggi un cittadino meridionale sia meno libero di vivere la vita che vorrebbe  - si badi bene: secondo quelli che sono i canoni della modernità – rispetto a un cittadino del Centro – Nord”.
    L’insieme delle risultanze acquisite consente di affrontare una questione emblematica: “perché nell’arco della storia postunitaria le mafie non sono state debellate?” Si possono aggregare alcuni spezzoni di risposta. Il fenomeno mafioso “costituisce un aspetto interno alla costruzione dello Stato nazionale italiano, non un semplice fenomeno di banditismo sociale o di pura criminalità” (Bevilacqua). Inoltre esso è abile nel raccogliere il consenso sociale da vari strati sociali, privilegiando il rapporto organico con i ceti dirigenti. E ciò nonostante i gravi danni che comporta, nel lungo periodo, per l’economia delle regioni interessate. Tra queste (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) e le regioni del Nord il  “divario  sembra attenuarsi negli ultimi decenni. Ma non perché il Mezzogiorno sia riuscito a riscattarsi. Piuttosto, perché i suoi mali si sono estesi al resto del paese: sia alle istituzioni nazionali, sia a quelle locali del Centro-Nord, ivi compresi i territori tradizionalmente più avanzati (si veda il caso della Lombardia). Insomma, di male in peggio”.

PERCHE’ IL SUD E’ RIMASTO SINO A OGGI INDIETRO RISPETTO AL NORD ?
    Tirando le fila dei primi due capitoli Felice può infine dedicare il terzo – e ultimo – alla domanda che dà il titolo all’intero volume: “Perché il Sud è rimasto indietro?”. La risposta lombrosiana, con le sue più recenti riedizioni, non regge alle obiezioni storiche e scientifiche: le popolazioni meridionali non costituiscono  una “razza maledetta”, biologicamente e mentalmente inferiore ad altre, anche perché la nozione di “razza” è ingiustificabile. Più plausibili le risposte di chi analizza i fattori etici, sulla scia di Weber, anche se questi vanno strettamente collegati con i fattori politici: il “capitale sociale” di una popolazione può migliorare e quando ciò non avviene, o avviene in misura deludente come nel Mezzogiorno italiano, bisogna attribuire il ritardo alla “struttura di potere” e ai “deprecabili effetti che da tale struttura promanano” (“l’etica particolaristica, le pratiche clientelari, il peso delle organizzazioni criminali”). A Felice non risultano del tutto convincenti le risposte basate sulla posizione geografica del Sud: “nella nostra epoca sempre più sono gli uomini che fanno il proprio destino. La geografia può rappresentare al massimo un’opportunità, che oltretutto bisogna saper cogliere”. Neppure una quarta risposta  - il Sud sfruttato dal Nord – convince l’autore: a suo avviso i dati testimoniano che lo Stato italiano ha spesso investito nel Sud più di quanto vi ha prelevato e che, “ai nostri giorni, le spese dello stato tanto per la sanità , quanto per l’istruzione, sono in rapporto al reddito (e alla contribuzione) maggiori al Sud che al Nord; e sono maggiori le spese totali dello stato per abitante, in tutte le regioni del Sud, di norma di 20 – 30 punti  percentuali sulla media italiana”.
  I meridionali sono stati sì sfruttati, ma non dai settentrionali, bensì “dalle loro stesse classi dirigenti”. E “specie negli ultimi decenni gli sfruttati furono essi stessi complici, volenti o piuttosto nolenti, attraverso il voto clientelare”.

LE DUE STRADE CHE IL MERIDIONE ITALIANO SI TROVA DAVANTI
     Al punto in cui siamo, il Sud dell’Italia ha davanti due vie. La prima, più comoda ma più disastrosa, è  di “proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant’anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati. E’ la prospettiva più probabile, ma non obbligata”. Vi è infatti una direzione alternativa (“più difficile, ma non impossibile”), la strada del “riscatto”: “rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l’Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita” .
   A giudizio dell’autore un elemento fuorviante, che potrebbe distogliere dall’imboccare la direzione del “riscatto”, sarebbe costituito dall’idea “secondo cui nel Sud Italia tutto sommato si viva bene; o meglio, che la mancata modernizzazione sia una condizione naturale del Mezzogiorno, cui guardare con indulgenza”. Felice individua due padri nobili di questa risposta (Camus e Pasolini), ma li assolve attribuendo a epigoni come Franco Cassano (più o meno in sintonia con le teorie generali di Serge Latouche) la responsabilità di renderla “mistificatoria”. Qui si dovrebbe aprire una discussione che renderebbe davvero troppo lungo questo sunto del libro di Felice: mi accontento di segnalare il dubbio che l’autore identifichi modernizzazione con industrializzazione e ritenga nemici della prima quanti sono avversari, soltanto, della seconda.
Augusto Cavadi

Augusto Cavadi – Perché il Sud non decolla?



  
  
 



1 commento:

  1. Quando leggo queste parole non posso fare a meno di ricordare il Gattopardo, dive il principe Fabrizio dice che i siciliani amano l'oblio più di ogni altra cosa. Un desiderio di morte dice ancora il principe. E' vero, una volta era il clima aspro, pesante,snervante. Il caldo soffocante che abbatteva ognuno, ora è il clima dell'incertezza e della perenne rassegnazione. Così vanno le cose...E che ci possiamo fare ?...E allora niente tira a campare. Questo è il siciliano medio. Amaro e disilluso. I giovani sono a metà tra la rabbia, lo schifo per essere nati qui e non al nord, la voglia di scappare e la voglia di dormire ed annullarsi per l'appunto nell'oblio.Le cause dell'arretratezza del sud ? Non abbiamo più lo stupor mundi. Il grande Federico che aveva fatto della Sicilia la culla della civiltà.Dopo di lui il grande saccheggio operato da una nobiltà incancrenita sui propri privilegi. La mafia è forse nata da un estremo tentativo di difesa da parte del popolo che si è rifugiato tra le braccia di pochi capintesta. Tutto il resto lo conosciamo....purtroppo

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