venerdì 15 aprile 2016

ANDRO' A VOTARE. VOTERO' SI'. MA LA POLITICA SI FA 365 GIORNI L'ANNO....


Perché al referendum voterò sì, anche se non serve a niente

La prima cosa che dobbiamo fare è capire per bene di cosa tratta il referendum. Seguite il mio ragionamento. In Italia si estraggono sia gas che petrolio, sia sulla terraferma che in mare. Disinteressiamoci di gas e petrolio estratti sulla terraferma perché il referendum non tratta di questo. Interessiamoci invece di gas e petrolio estratti in mare. La prima distinzione da fare è:
  • gas e petrolio estratti entro le 12 miglia (22,2 km) dalla costa;
  • gas e petrolio estratti oltre le 12 miglia (22,2 km) dalla costa.
Il quesito del referendum tratta solamente di gas e petrolio estratti entro le dodici miglia (22,2 km) dalla costa. Non tratta quindi delle trivellazioni di gas e petrolio sulla terraferma e oltre le dodici miglia dalla costa.
Ora vediamo di capire per cosa stiamo andando a votare.Ogni compagnia petrolifera che decide di trivellare deve chiedere una concessione allo Stato. Una concessione è l’autorizzazione a esplorare e costruire piattaforme in un determinato tratto di mare. La domanda che sorge spontanea è: quante piattaforme ci sono entro le dodici miglia dalla costa? La risposta è 92 ma attenzione, anche qui va fatta una importantissima distinzione. Delle 92 piattaforme sono 48 quelle eroganti (cioè che estraggono gas e petrolio). Le restanti servono per permettere a quelle 48 di funzionare. Le 48 piattaforme eroganti entro le 12 miglia dalla costa sono divise in:
  • 39 piattaforme che estraggono gas;
  • 9 piattaforme che estraggono petrolio.
Queste sono le piattaforme interessate dal quesito referendario. Adesso che abbiamo capito di cosa stiamo parlando, possiamo procedere a capire cosa chiede il referendum.
Queste 48 piattaforme sono state costruite perché lo Stato ha in passato concesso alle compagnie petrolifere il permesso di esplorare quei tratti di mare dove ora sorgono le piattaforme di estrazione. Ma nel 2015 è cambiato qualcosa perché è stata approvata la legge di stabilità per il 2016. Con la legge di stabilità 2016 lo Stato decide di non dare più concessioni per nuove trivellazioni entro le dodici miglia (22,2 km) dalla costa. Di conseguenza dal 2016 in poi le compagnie petrolifere potranno chiedere il permesso di trivellare il mare oltre le dodici miglia dalla costa oppure sulla terraferma, ma non potranno più effettuare nuove trivellazioni entro le dodici miglia dalla costa.
Ma cosa dice la legge di stabilità del 2016 sulle piattaforme entro le dodici miglia dalla costa già costruite e in attività? Dice che il permesso di trivellare un certo tratto di mare (cioè la “concessione”) può essere rinnovato dalla compagnia petrolifera fino all’esaurimento del giacimento. Insomma, il succo è che con la legge di stabilità 2016 vengono impedite le nuove trivellazioni entro le dodici miglia, ma quelle già esistenti possono essere sfruttate finché non finiscono il gas e il petrolio da estrarre. E siamo finalmente arrivati al quesito referendario.
Andremo a votare il 17 aprile per decidere se vogliamo che per le piattaforme entro le 12 miglia dalla costa e per le concessioni date prima della legge di stabilità del 2016 tali piattaforme debbano:
  • continuare ad estrarre gas e petrolio fino ad esaurimento dei giacimenti (voto NO);
  • cessare l’attività di estrazione anche se i giacimenti non sono esauriti (voto SÌ).
Chiarito il motivo per cui siamo chiamati a votare il 17 aprile, è ora di farci una opinione in merito. Vediamo di citare qualche dato per capire come sono strutturati i consumi energetici in Italia per capire quale sarebbe l’impatto del referendum. Iniziamo dicendo che l’Italia è un paese fortemente dipendente dalle importazioni per quanto riguarda l’energia. Infatti sulla totalità del fabbisogno energetico italiano, gas e petrolio estratti in Italia contribuiscono solo per il 10% del totale dei consumi. Ciò significa che il restante 90% di fabbisogno energetico in Italia è garantito dalle importazioni di petrolio e gas. Nel 10% di petrolio e gas estratti in Italia sono comprese le estrazioni sulla terraferma e in mare, sia entro che oltre le dodici miglia. Le estrazioni di gas e petrolio entro le dodici miglia, oggetto del referendum, sono quindi una frazione del 10% del totale dei consumi (il dato in esame è riferito al 2014). Nello specifico, tale frazione è pari al 2,1% per il gas e 0,8% per il petrolio, sul totale del 10% di gas e petrolio estratti in Italia. Ciò significa che, sulla totalità del consumi italiani, la vittoria del SÌ comporterebbe una mancanza di un totale di 2,9% sul totale dei consumi italiani, e di conseguenza un ulteriore approvvigionamento estero per sopperire a tale mancanza. Tale mancanza del 2,9% sui consumi totali non avverrebbe il giorno successivo alla vittoria del SÌ. Le concessioni relative alle piattaforme interessate dal referendum hanno in realtà una scadenza ben precisa, che in caso di vittoria del SÌ non verrebbe prorogata. Le prime concessioni scadono nel 2016, le ultime scadranno nel 2027. Quindi gli effetti del referendum non sarebbero immediati ma diluiti nel tempo. Ci sono inoltre nove piattaforme entro le dodici miglia che hanno richiesto la proroga prima della legge di stabilità del 2016 e verranno di sicuro autorizzate a continuare le trivellazioni.
Nella formazione di una opinione propria c’è anche da considerare la questione ambientale. È vero che una piattaforma di estrazione, sia essa di gas o di petrolio, costituisce un pericolo costante per le nostre coste. Ma è anche vero che fino ad oggi in Italia l’unico incidente fu una fuga di gas metano a Ravenna negli anni ’60. Se consideriamo anche che in Italia le perforazioni offshore (cioè in mare aperto) si effettuano fin dagli anni ’50 possiamo concludere che il rischio ambientale, benché sempre presente, non può essere il motivo principale per votare SÌ e cessare ogni trivellazione entro le dodici miglia. Sulla questione ambientale i promotori del NO affermano che dismettendo le piattaforme entro le dodici miglia, dovendo dipendere in maniera maggiore dalle importazioni, i nostri porti si riempirebbero di grandi navi petroliere. Questo non è vero per un motivo semplicissimo: le centrali termoelettriche utilizzate in Italia vengono alimentate per il 60% da gas naturale e solo per il 4% da petrolio e derivati (per il 20% dal carbone e il restante 16% da fonti fossili varie). Il gas in Italia viene importato utilizzando gasdotti provenienti dalla Russia, che da sola ci fornisce il 50% del gas totale che importiamo. La restante metà è divisa fra Paesi Bassi, Norvegia, Algeria e Libia. Nessuna nave in transito quindi, ma un maggiore utilizzo di gasdotti già esistenti e funzionanti.
Va affrontata la questione della perdita di lavoro di chi opera sulle piattaforme che dovrebbero essere dismesse se vincesse il SÌ. Abbiamo già detto che l’effetto del SÌ verrebbe spalmato in dieci anni, un tempo congruo per permettere alle aziende e ai lavoratori di trovare un accordo per evitare ogni licenziamento, magari dirottando quegli stessi lavoratori sulle piattaforme oltre le dodici miglia che se vincesse il SÌ verrebbero sicuramente potenziate per bilanciare la dismissione di quelle entro le dodici miglia. Non credo quindi che la perdita di lavoro degli addetti sia un motivo valido per votare NO al referendum, perché anche votando SÌ e dismettendo le trivelle entro le dodici miglia quegli addetti non rimarrebbero a mio parere senza lavoro.
Bisogna anche porsi il problema della fine che faranno le piattaforme dismesse. La legge obbliga le compagnie petrolifere a smontare le piattaforme e chiudere i fori di trivellazione. Ma potrebbe nascere un contenzioso fra tali compagnie e lo Stato. Le compagnie potrebbero cioè contestare allo Stato i mancati introiti relativi alle piattaforme che sono obbligate a dismettere. È una possibilità che considero remota, ma che se dovesse verificarsi lascerebbe le piattaforme dismesse lì dove sono in attesa della risoluzione del contenzioso. Penso a questo punto, dopo aver sciorinato dati su dati, di avere dato abbastanza spunti al lettore per crearsi una propria opinione e decidere cosa votare al referendum del 17 aprile.Adesso esporrò la mia opinione sul referendum.
Quello che penso è che votare NO sia inutile perché non produrrebbe alcun risultato. Allo stesso modo penso anche che votare SÌ sia inutile perché produrrebbe un cambiamento minuscolo (perdita di meno del 3% del fabbisogno energetico annuo) e in un arco di tempo di dieci anni. Insomma, a mio parere è inutile votare per il SÌ tanto quanto votare per il NO. Ma il referendum comunque ci sarà, dei soldi pubblici verranno spesi per permettere a noi cittadini di esprimerci e sento quindi il dovere di andare a votare. Dopo averci riflettuto molto ho deciso che al referendum del 17 aprile voterò SÌ. Il motivo è che votare SÌ – e quindi bloccare il rinnovo delle concessioni per i siti di estrazione entro le dodici miglia – pur non sconvolgendo nulla in termini puramente tecnici, rappresenta il segnale che è ora di smettere di investire sulle risorse fossili e dirottare gli investimenti verso le risorse rinnovabili. Non è un processo istantaneo, è da stupidi pensare che l’esito del referendum possa nel giro di un giorno modificare le scelte energetiche dell’ultimo secolo.
Votando SÌ il popolo italiano manda un segnale forte all’attuale Governo e a quelli che seguiranno affermando che la strada delle rinnovabili è quella giusta. Qualche riga sopra ho citato dei dati su quali siano i combustibili fossi che alimentano le centrali termoelettriche. Tali centrali termoelettriche alimentate a combustibili fossili producono il 63,5% di tutto il fabbisogno di energia elettrica in Italia. La restante parte di energia elettrica consumata in Italia, ben il 36,5%, è prodotta da fonti rinnovabili. Questo dato ci dice che la strada delle rinnovabili è già stata imboccata. Votando SÌ voglio affermare il mio auspicio che questa strada venga percorsa con sempre più convinzione e determinazione con l’obiettivo di arrivare, non da un giorno all’altro ma lavorando giorno per giorno, a ridurre notevolmente la dipendenza dell’Italia dalle importazioni e favorire così il rilancio della nostra economia.
Jafar al-Saqili

Per approfondire il dibattito suscitato da questo articolo si può andare al seguente link:
//parlamente.com/2016/03/29/perche-al-referendum-votero-si-anche-se-non-serve a-niente/

2 commenti:

  1. NUN S’HAV’A SPIRTUSARI U MARI

    No, u mari nun s’hav’a spirtusari u mari
    è la nostra vita la vita di li nostri
    occhi di li nostri aricchi.
    O com’è bellu séntiri nna lu silenziu
    di la notti la risacca di l’unna
    che s’annaca ntra lu virdi di l’alighi!
    com’è bellu vidiri li pisci saittari
    ntra l’oru di lu suli o l’argentu di la luna!
    com’è bellu lu splendiri di milli e milli
    luci quannu di stiddi si vestinu li celi!
    E iddi, iddi lu vonnu spirtusari u mari
    cu pezzi di ferru arrugginutu
    ca fannu un rumuri di nfernu e fannu
    pazzi li pisci chi si nni stannu
    npaci natannu na lu mari calmu
    e chinu di culuri di sapuri d’amuri.
    No, u mari nun s’hav’a spirtusari u mari.

    No, u mari nun s’hav’a spirtusari u mari
    è lu specchiu di l’immensitati di Diu
    di Diu eternu, di lu so amuri
    ca nun finisci,nun finisci mai.
    È un piccatu, un piccatu murtali
    sulu a pinsari di vulirlu allurdari
    ncanciu d’un varrili di petroliu
    ch’allorda poi li celi di l’universu.
    È un piccatu, un piccatu murtali
    vuliri canciari l’azzurru tersu
    e limpiu di la so acqua
    cu l’acqua nivura di la pici
    di vuliri canciari l’oduri di mari
    c’allarga lu pettu e la peddi
    cu l’oduri aspru di lu petroliu
    che rumpi lu cori finu a scasiddarlu.
    No, u mari nun s’hav’a spirtusari u mari

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  2. Giovanna Audino16 aprile 2016 18:03

    Ti ringrazio molto per questa mail. La tua posizione mi sembra la più equilibrata fra quante ho avuto modo di leggere. Anche io ho molti dubbi anche se alla fine voterò sì. Giovanna Audino

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