venerdì 25 novembre 2016

IL TEMPO DELLA CONSAPEVOLEZZA (COMMENTO A MT. 24, 37 - 44)


“Adista”
29 ottobre 2016

“Fuoritempio.
Commenti al Vangelo di chi è ‘svestito’:
senza parametri, dottrina e gerarchie, ma non per questo ‘senza Dio’ ”

Commento al vangelo della I domenica di Avvento
(27 novembre 2016)


Mt 24, 37 – 44

  Una pericope sofferta, quasi antinomica, quella da cui è tratto il vangelo odierno. Si incontrano, e in qualche misura si scontrano tensivamente, due flussi. Il primo, più antico, sembra risalire a Gesù stesso: egli riteneva prossima la fine del mondo, o per lo meno del suo mondo, e l’avvento del regno di Dio sulla terra (“Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute”, v. 34). Il secondo, successivo, si direbbe opera di Matteo (o meglio del redattore di tradizione matteana) : constatato che, nonostante la morte di Gesù, la storia continua con gli alti e i bassi, le luci e le ombre di sempre, si trasforma la previsione originaria in imminenza indeterminata (“Vegliate, dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore sia per venire”, v. 42).  L’incertezza, imbarazzata e imbarazzante, ci ricorda quel che il teologo Sergio Quinzio ha sottolineato nel suo La sconfitta di Dio: i cristiani sono figli di un clamoroso insuccesso, di una colossale smentita storica. A loro non si addice alcun trionfalismo: il Maestro in nome del quale si sono radunati in movimento, e poi organizzati in strutture comunitarie, aveva promesso una rivoluzione anche fisica, anche sociale, anche economica che non si è realizzata. E, potremmo aggiungere esplicitando la stessa linea interpretativa, che resta tutta da realizzare.
  E’ dunque con umiltà  - o come meglio si voglia denominare il senso dei propri limiti al cospetto della propria responsabilità – che chi osa dirsi discepolo di Gesù deve non soltanto annunziare la possibilità sempre incombente di un’irruzione di Dio nella storia (rischiando con simili annunzi di impelagarsi in categorie mitiche incompatibili con quanto è lecito prevedere sulla base delle scienze contemporanee), ma anche – e soprattutto – sbracciarsi affinché la sovranità divina entri, effettivamente, nel tessuto delle vicende umane. Affinché quello che si suppone essere il progetto del Creatore si vada, lentamente ma continuamente, realizzando.
   Se è così, l’esortazione con cui si conclude la lettura prevista dalla liturgia di oggi (“Perciò, anche voi siate pronti, perché nell’ora che non pensate, il Figliuolo dell’uomo verrà”, v. 44) non va accolto, moralisticamente, come ingiunzione a non farsi trovare in “peccato mortale” dall’evento che suggella la nostra fragilità costitutiva; bensì   - mi pare – come invito a non sprecare il tempo, individuale e collettivo, a nostra disposizione. Non si tratta neppure di abbandonarsi a previsioni, o a farneticazioni, escatologiche, quanto di prendere coscienza della precarietà dell’avventura umana sulla Terra (come sosteneva Michel Foucault, l’uomo è un’invenzione recente con una data di scadenza prossima) e della irreversibilità di molte sue scelte: sia quando avvengono nel segno della costruttività promozionale sia, soprattutto, quando avvengono nel segno della distruttività.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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