domenica 4 dicembre 2016

LO SPIRITO CHE SPEZZA IL "DENTRO" E IL "FUORI"

Commento a Mt.  3, 1 - 12


“Adista”

29 ottobre 2016



*Fuoritempio.

Commenti al Vangelo di chi è ‘svestito’:

senza parametri, dottrina e gerarchie, ma non per questo ‘senza Dio’*



Commento al vangelo della II domenica di Avvento

(5 dicembre 2016)





Mt 3, 1 - 12

   Tutti noi sogniamo di poter vivere d’eredità. Poiché questo, dal punto di vista delle risorse materiali,  è riservato a pochi privilegiati (privilegiati? Non sempre. Conosciamo persone rovinate psicologicamente ed esistenzialmente dalla possibilità di sottrarsi alla fatica quotidiana del lavoro e di vivere da parassiti), è forte la tentazione di voler vivere di rendita dal punto di vista simbolico-culturale: “Mio nonno era un aristocratico”, “Mio zio era un celebre attore”, “Mia cugina è una romanziera di successo”…L’ambito religioso non è esente da questa  tendenza de-responsabilizzante: “Siamo figli del popolo eletto”, “Siamo membri dell’unica vera confessione di fede”, “Siamo padroni in …chiesa nostra”. Il vangelo di Matteo smaschera e stigmatizza questo orgoglio mal fondato in “molti farisei e sadducei” che venivano a farsi battezzare da Giovanni e ne riporta le invettive non proprio diplomatiche: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: <<Abbiamo Abramo per padre!>>. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo” (vv. 7 – 9).
 Chi sa se il redattore del vangelo matteano avesse presente che il conformismo, il tradizionalismo, il razzismo denunziati in gruppi di ebrei erano veleni infiltrati nella comunità cristiana stessa, ai suoi tempi e soprattutto nei secoli a venire ? Certamente se ne accorse nel XVII secolo Blaise Pascal quando rimpiangeva i tempi in cui farsi battezzare era una scelta personale  – e impegnativa – e non l’effetto di un meccanismo sociale automatico.
  La chiusura nei propri recinti ecclesiali non è solo ingiusta nei confronti degli esterni, ma è proprio direttamente una bestemmia contro il Signore di tutti e di tutte: implica, infatti, la doppia erronea convinzione che i meriti della nostra tradizione comunitaria (se ci sono davvero) siano esclusivo frutto della libertà umana e non anche dell’illuminazione divina; ma soprattutto che la potenza dello Spirito sia così debole, così circoscritta, da non potere suscitare altre energie da cuori induriti (ammesso che siano davvero tali solo perché nati e cresciuti sotto altri cieli).
  L’effetto di questa bestemmia sarebbe comico se non fosse tragico: molti di quelli che, fidando sulla propria appartenenza ecclesiale, non coltivano le proprie potenzialità e non adempiono alla propria missione, finiscono con l’appassire; molti di quelli che sono emarginati e disprezzati, aprendosi al soffio del Creatore, fioriscono e portano “frutti degni della conversione”. Così, per riprendere  Agostino,  “molti di quelli che sembrano dentro si riveleranno fuori e molti di quelli che sembrano fuori si riveleranno dentro”. O, meglio ancora, si scoprirà che agli occhi dell’Eterno non c’è nessun ‘dentro’ e nessun ‘fuori’: i confini eretti a fatica  dai mortali, e difesi strenuamente a costo di sacrifici e sangue, sono inconsistenti. “Alla sera della vita” – secondo la saggia conclusione di Giovanni della Croce – “saremo giudicati dall’amore”: non dai titoli di merito, veri o fasulli, dei nostri antenati. Tanto meno dal colore della loro pelle o dalla lingua delle loro liturgie.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
 

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