mercoledì 13 dicembre 2017

LE VERTIGINI E LE VORAGINI SECONDO MARCELLO BENFANTE




30.11.17


   25 ANNI DOPO LA STRAGE DI CAPACI

Vorago et vertigo (Il palindromo, Palermo 2017, pp. 120, euro 10,00), di Marcello Benfante, è un dittico doppiamente prezioso. Lo è letterariamente (il racconto surreale della prima parte), lo è storicamente (l’articolo rievocativo della seconda parte).

Il racconto, di sapore calviniano (se non si vuole scomodare il Borges tanto caro all’autore), scolpisce con efficacia due paure – che, per la portata esistenziale e simbolica che assumono, potrebbero qualificarsi come due volti dell’angoscia umana: la paura della voragine (vorago) e della vertigine (vertigo). Il protagonista, infatti, è un buon samaritano che tenta invano di sollevare, da una voragine del terreno, un malcapitato precipitatovi: ma questa operazione di solidarietà lo intrappola in una situazione kafkiana di diffidenze, accuse e persecuzioni anche fisiche che lo esasperano al punto da cercare la morte dopo aver sperimentato la vertigine dal cornicione di un sesto piano. Il banale, solitario, signor Morello si configura come la rappresentazione iconica di tanti siciliani che – per non aver ceduto alla tentazione di farsi i fatti propri e per essersi preoccupati dei drammi sociali – assaporano l’amarezza dell’incomprensione e dell’ingratitudine. Almeno finché la morte – o la prossimità alla morte – non mutino l’opinione pubblica su di loro: in Sicilia, o forse non solo in Sicilia, l’eroismo si perdona solo ai defunti.

Il riferimento al contesto isolano non è forzato. Viene suggerito dal secondo testo ospitato nel piccolo, godibilissimo, volumetto dove Benfante ricorda di essere stato indotto a scrivere la sua novella lunga (o romanzo breve ?) proprio dallo spettacolo terrificante della voragine provocata in autostrada, nei pressi di Capaci, dall’attentato terroristico mafioso del 23 maggio 1992 ai danni di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta (di cui sopravvisse, malconcio, uno solo). Il registro linguistico e stilistico muta: da sottilmente ed efficacemente ironico si fa misurato, compunto. Con grande onestà l’autore sintetizza l’ultimo quarto di secolo di storia palermitana, con i suoi guizzi intellettuali e civili e i suoi ripiegamenti verso la normalità più grigia e meno auspicabile. Dopo le primavere e i rinascimenti, sicuramente enfatizzati dalla voglia di riscatto e dalle esigenze promozionali dei protagonisti, “la palude torna a risucchiare la città con inesorabile lentezza. Dopo una fugace vertigine, Palermo sprofonda di nuovo nella sua irredimibile voragine” (p. 120).

 Personalmente condivido solo in parte la chiusa sconfortata. Conosco molte persone, e alcune realtà associative, che non hanno gettato la spugna; che, lontane dalla luce ambigua dei riflettori massmediali, continuano a scavare per piantare, o rafforzare, radici. La cronaca tende a non occuparsi di chi, in silenziosa tenacia, opera nella propria sfera di influenza perché l’orribile segmento finale del XX secolo venga seppellito per sempre, con Provenzano, Riina e i loro degni – o indegni – epigoni. Ma proprio Marcello Benfante, con la sua vigile creatività attestata anche da quest’ultima pubblicazione, conferma che nei cunicoli di Palermo cambiano – in meglio – più cose che nel caos delle vie sovrastanti.


Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



lunedì 11 dicembre 2017

LAICITA' DELLA SCUOLA STATALE: UN SEGNALE DA PALERMO




"www.nientedipersonale.com"
3.12.2017

POICHE' DIO, SE ESISTE, NON E' CATTOLICO (E NEPPURE MUSULMANO O BUDDHISTA)...

La decisione del dirigente scolastico del “Ragusa Moleti” di Palermo di far rispettare le norme vigenti sul divieto di realizzare, in aule scolastiche e in ore di lezioni, momenti di preghiera o di culto di qualsiasi confessione religiosa ha suscitato aspre polemiche. Che ogni tanto ci si confronti, anche duramente, su questioni che non siano le partite di calcio o i protagonisti dell’Isola dei famosi, è di per sé una notizia confortante. Ancora meglio sarebbe se i termini della diatriba fossero quelli veri, corretti. In casi analoghi, infatti, si inventa una contrapposizione fra cattolici (o in genere credenti) e atei (o per lo meno agnostici): dando per scontato, ovviamente, che i primi debbano essere a favore delle manifestazioni religiose in spazi pubblici statali e i secondi contrari. Ma non è così.
Ci sono infatti insegnanti o genitori - personalmente estranei a qualsiasi dimensione di fede - che ritengono le pratiche religiose degli utilissimi strumenti di controllo delle scelte e dei comportamenti di alunni e figliuoli: “Signora mia, se salta pure quel poco di religione che rimane, dove andremo a finire con sesso e droga?”. Di contro ci sono insegnanti e genitori così convintamente credenti da non avere bisogno di esibirlo a ogni piè sospinto, tanto meno di farlo a costo di imbarazzare eventuali alunni di altro credo o di nessun credo.
Insomma, la differenza è tra chi è laico nell’animo (e come tale delicatamente rispettoso della ricerca esistenziale dei compagni di viaggio, anche e soprattutto se più giovani) e chi è bigotto (e come tale brandisce le proprie convinzioni, di qualsiasi segno e di qualsiasi colore, come una clava per azzerare dubbi e obiezioni).
E’ dunque da filosofo e da insegnante che mi auguro una composizione civile di vicende simili, ma anche da teologo: Dio, se esiste, non è cattolico. Egli ha mille volti, proprio perché non ne ha nessuno. Le varie sapienze tradizionali sono altrettante vie che avvicinano al Mistero primo e ultimo dell’universo: solo il dialogo e l’integrazione reciproca potranno portare l’umanità oltre la fase primitiva delle gelosie e della concorrenza.


                                                                                  www.augustocavadi.com


http://www.nientedipersonale.com/2017/12/03/dio-esiste-non-cattolico-egli-mille-volti-perche-non-ne-nessuno/

giovedì 7 dicembre 2017

CI VEDIAMO A RIMINI DALL'8 AL 10 DICEMBRE 2017 ?

Come preannunziatovi a suo tempo, da venerdì 8 a domenica 10 si svolgerà a Rimini il Convegno nazionale delle Comunità di base italiane.
Qui di seguito il programma completo che prevede, tra l'altro, su gradito invito degli organizzatori, un mio intervento dopo la pausa-pranzo di sabato 9 dicembre.







mercoledì 6 dicembre 2017

HOW CAN WE CALL THE ART OF EX-SISTENCE ?


HOW  CAN WE CALL ART OF EX-SISTERE?
·     We use “to be” without thinking enough 
·     We "are" all  (“being” ), but some “stay”, others “ex-sist”
·     To be born as “ex-sisting” is a privilege, but also a conviction: a privilege because without self-trascendence is impossible to make cultural anthropology; a conviction because is possible to live as natural beings only after a cultural choice
·     To ex-sist is a goal: how can we call the art of ex-sisting ?
·     I propose: “spirituality”. But I don’t mean by spirituality  faith or something without body or solipsism  or living  without action in history. Spirituality is “ a flowering of    person“ (Martha Nussbaum) in an atmosphere of laic way of thinking and polyphonic view.

***
   In che modo è possibile distinguere, se è possibile farlo,  un’esistenza da una vita biologicamente integra?  A questa prima domanda si tenta di rispondere appellandosi, soprattutto, alla filosofia moderna (Kierkegaard) e contemporanea (Heidegger, Sartre) e ad alcuni esponenti della psicanalisi post-freudiana (come la “logoterapia” di Victor Frankl).
    Posto che sia possibile determinare una differenza ontologica fra “esistere” e “vivere”, tale differenza – oltre a  rendere problematico ogni proposito di “ritorno alla natura”  - in ogni ipotesi suscita la domanda: come nominare l’arte di coltivare l’esistenza?
 La proposta, trasversale a molti punti di vista disciplinari, è di chiamare questa cura per la “fioritura della persona umana” (Martha Nussbaum) spiritualità: una spiritualità che, pur senza polemica con le forme religiose confessionali, custodisca gelosamente alcune valenze (laicità, polifonicità, politicità e così via).  In questo intervento ci si propone di chiarire molti possibili equivoci suggeriti dal semantema “spiritualità”, pur senza escludere l’invito a proporre qualche altro termine meno equivoco ma altrettanto significativo e comprensivo.

martedì 5 dicembre 2017

L'ESISTENZA COME CAMPO DI LAVORO A PALERMO


Per quanti fossero interessati a partecipare (ingresso libero e gratuito) segnalo questo importante Convegno internazionale organizzato dall'Università di Palermo. In particolare il mio intervento è previsto per mercoledì 6 dicembre alle ore 16,30.
                    ************* 

University of Palermo

Department of Cultures and Societies

Existence as Fieldwork


International Meeting
December 6 -7, 2017
Scuola Politecnica, Building 7
Viale delle Scienze, Palermo
Aula Capitò (December 6), Aula C 340 (December 7)




December 6, 2017
Scuola Politecnica, Building 7, Aula Capitò

9.30-10.00 Opening
Stefano Montes (University of Palermo), Albert Piette (University of Paris-Nanterre)
Existence and fieldwork/Existence as fieldwork

Chair: Stefano Montes
10.00-10.45
David Napier (University College London)
Lived experience as evidence: the case of type 2 diabetes

10.45-11.15
Antonino Cusumano (University of Palermo)
Vite possibili. I migranti e noi

11.15-11.45
Coffee-break

11.45-12.15
Rabah Nabli (University of Sfax)
De la sociologie des rôles tenus à la sociologie de l'existence (Regard sur l'évolution de la sociologie en Tunisie)

12.15-12.45
Flavia Schiavo (University of Palermo)
L’Universo sotto di noi

12.45-13.15
Discussion


13.15-15.00
Lunch

Chair: Albert Piette
15.00-15.30
Stefano Montes (University of Palermo)
About me, about the others

15.30-16.00
Fateh Melakhessou, Faouzia Maleki-Reggad (University of Setif 2)
C’est ainsi que le je, ici et maintenant existe, ou de la deixis de manière comme instance existentielle

16.00-16.30
Coffe-break

16.30-17.00
Augusto Cavadi (Centro di ricerca sperimentale di teologia laica, Palermo) 
Come nominare l'arte di esistere?

17.00-17.30
Didier Tsala-Effa (University of Limoges)
Acceptabilité des dispositifs d’assistance pour la personne âgée : au gré des existences

17.30-18.00
Discussion
December 7, 2017
Scuola Politecnica, Building 7, Aula C 340

Chair: Antonio Lavieri
09.30-10.0
Albert Piette (University of Paris-Nanterre)
To lose or not to lose human existence. Existential, existantial, existantism.

10.00-10.30
Alessandro Prato (University of Siena)
Linguistica e antropologia nell’età dell’illuminismo

10.30-11.00
Coffee-break

11.00-11.30
Simon Bishop (University of Bristol)
Towards a phenomenology of student sojourner adjustment: methodological considerations

11.30-12.00
Gaetano Sabato (University of Palermo)
Existence and vulnerability: fieldwork in care context

12.00-12.30
Discussion

12.30-14.30
Lunch

Chair: Gaetano Sabato
14.30-15.00
Michał  Kozdra (University of Warsaw)
Existence and death. Funeral rite in the tradition of Polish Old Believers from villages Gabowe Grądy and Bór near Augustów

15.00-15.30
Elisabetta Di Giovanni (University of Palermo)
Etnografia tra i rom. Note di campo su soggettività e scrittura

15.30-16.00
Raphaël Yung Mariano (University of Paris 8)
Denis Roche : les (é)preuves de l’existence

16.00-16.30
Coffee-break

16.30-17.00
Andrea Nicolini (University of Verona)
The Duty to die. Mishima and the destructiveness of human existence

17.00-17.30
Discussion

17.30-18.00 Closing remarks
Stefano Montes and Albert Piette

domenica 3 dicembre 2017

I 25 ANNI DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA "G.FALCONE"

1992 - 2017: quest'anno l'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" di Palermo compie 25 anni di attività in Sicilia e in tutto il territorio nazionale (con qualche puntatina in Germania).
Da alcuni mesi è iniziato un processo di rilancio grazie al tanto aupsicato ricambio generazionale: alcuni di noi anziani della prima ora abbiamo chiesto e ottenuto che delle persone più giovani si assumessero la responsabilità di guidare l'associazione e, se possibile, si sperimentare nuovi metodi e nuovi linguaggi per agganciare alle problematiche etiche, sociali, politiche, religiose ed economiche del Mediterraneo l'attenzione dei giovanissimi che adesso frequentano le scuole secondarie e l'università.
Una tappa importante di questo processo è fissata per le ore 18,30 di martedì 5 dicembre 2017: nella sede operativa dell'associazione (presso la "Casa dell'equità e della bellezza" di via Nicolò Garzilli 43/a) si terrà un'assemblea straordinaria dei soci aperta ai simpatizzanti e ai curiosi che vorranno esaminare l'ipotesi di aderire sia iscrivendosi (quota annuale di euro 15,00) sia soprattutto collaborando attivamente con le idee e con le energie pratiche per la realizzazione degli interventi che nel corso dell'anno si deciderà insieme di varare. 
La prima parte dell'incontro sarà dedicata alla discussione dei punti essenziali del recentissimo volumetto di Augusto Cavadi, La mafia desnuda. L'esperienza della Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone", pp. 111, euro 9,90 edito (con generosità) da Crispino Di Girolamo (Trapani).

venerdì 1 dicembre 2017

DOMENICA 3 DICEMBRE 2017: ANCHE PER CHI NON HA CHIESA

E' dal 2002 che un gruppo di persone ha deciso di trascorrere insieme la prima domenica di ogni mese 

PERCHE'  ?
L'intento è di dedicare un giorno al mese alla propria vita spirituale in una dimensione di ricerca laica, a-confessionale, comunitaria.

PER CHI ?
L'invito è rivolto sia alle persone che non si riconoscono in nessuna confessione religiosa sia alle persone che, pur frequentando degli ambienti religiosi, avvertono l'esigenza di basare la propria esperienza di fede su una solida piattaforma di saggezza umana, di equilibrio psicologico e di autenticità etica. 

QUANDO ?
Il prossimo appuntamento  è per la prima domenica di dicembre, domenica 3 dicembre 2017 alle ore 11,00. Nella prima mezz'ora ci si accoglie a vicenda; poi - dalle 11,30 alle 13,00 - in un clima di silenzio, ascolto e raccoglimento qualcuno a turno brevemente (in un quarto d'ora circa) propone (mediante un testo filosofico, un racconto, una poesia, un'immagine, un brano musicale, uno spezzone di film...) un tema di meditazione. Chi vuole può mettere a disposizione degli altri qualche breve riflessione, esperienza, intuizione... che gli sia stata suggerita dal facilitatore di turno. Ovviamente sarà compito di ciascuno contribuire, con la propria attenzione rispettosa, a mantenere il clima di silenzio meditativo durante questo scambio di considerazioni personali, aventi carattere esistenziale più che astrattamente teorico.
Alle ore 13,00 si interrompe la fase della concentrazione: chi vuole può ritornare a casa, chi preferisce può condividere in allegria quanto ciascuno dei presenti avrà voluto mettere sulla tavola a disposizione degli altri.

DOVE
Gli incontri domenicali hanno luogo, di solito, presso il "Centro di ricerca esperienziale di teologia laica" ospitato, a Palermo,  nella "Casa dell'equità e della bellezza" di via N. Garzilli 43/a. Poiché si tratta di uno spazio polivalente e autogestito, che non gode di finanziamenti di nessun genere,  i partecipanti alle iniziative sono vivamente invitati a lasciare, nell'apposito bottiglione all'ingresso, un libero contributo proporzionato alle proprie condizioni finanziarie.

giovedì 30 novembre 2017

RELIGIONE CATTOLICA NELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE?


Questo il testo su cui mi sono basato per la relazione al Convegno "L'ora di religioni e filosofie. Verso un curriculum inclusivo per la didattica alternativa all'IRC" del 6 aprile 2017 organizzato a Palermo dal CESP (Centro studi per la scuola pubblica) e dall'UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).

TRE TESI SULL’INSEGNAMENTO DELLA QUESTIONE RELIGIOSA NELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE

Un amico residente a Bolzano ha raccontato di una maestra che ha chiesto agli alunni di rappresentare con un disegno la propria idea di Dio. Tutti hanno provato a realizzare la consegna, tranne un bambino che – interrogato sul perché avesse consegnato foglio bianco – ha risposto: “Perché Dio non entra in un foglio”.L’aneddoto mi serve per premettere un chiarimento, forse non del tutto superfluo. Il mio contributo alla riflessione sul tema proposto parte da un punto di vista laico: aggettivo che, nel mio vocabolario (un po’ sulle orme di Norberto Bobbio), qualifica un atteggiamento di ricerca che precede logicamente posizioni sia eventualmente credenti sia eventualmente atee. Mi viene molto facile assumere questo punto di vista dal momento che, per dirmi credente o ateo, avrei bisogno di capire prima cosa si possa correttamente intendere quando si pronunzia la parola “Dio”: e, nonostante quattro anni di filosofia a Palermo e quattro anni di teologia a Roma (senza contare i restanti quarant’anni di studi privati sull’argomento), non sono riuscito a venirne a capo. Mi sento un po’ come quel bambino del foglio bianco...
Entro nel merito della nostra discussione.
Provo a esporre tre tesi che, nella mia ottica, si reggono in piedi solo concatenandosi l’una all’altra.
Prima tesi: la questione religiosa non può restare fuori dalle aule scolastiche. Il cardinale Bagnasco, attuale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, propone delle argomentazioni a favore di questa tesi che ritengo inaccettabili. Egli, infatti, scrive: <<
Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti>>. A me pare evidente che questo strumento di chiarificazione, di sintesi, di equilibrio nella ricezione e nell’elaborazione dei contenuti
disciplinari settoriali sia‐ e non possa che essere – la filosofia (per natura sua laica, pluralista, spregiudicata).
Ci sono invece altre argomentazioni che mi sembrano più condivisibili. Massimo Cacciari, ad esempio, rispondendo a un intervistatore di “Avvenire”, si è così espresso: << La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia.... Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare>>.
Seconda tesi: la questione religiosa va presentata in quanto più numerose sfaccettature possibili (dunque come storia delle religioni e degli ateismi).
Vorrei argomentare questa convinzione sulla base di una mia pluriennale (anche se ormai, ahimè !, lontana più di un trentennio) esperienza di docente di IRC (Insegnamento della religione cattolica) sia in licei statali che in licei privati cattolici. In entrambi ho sempre presentato come programma lo studio delle religioni e degli ateismi più rappresentativi (Marx, Freud, Sartre e così via). Negli istituti statali era un elementare segno di rispetto per le culture di provenienza degli alunni: il cattolico aveva diritto di conoscere la propria tradizione religiosa familiare, ma anche il protestante o l’ebreo o il musulmano o l’agnostico o l’ateo... E nelle scuole cattoliche? Là ho creduto – e credo ancora – di aver svolto un servizio utile persino alle famiglie che mandavano i figli dai padri gesuiti nella speranza che diventassero cattolici. Come avrebbero potuto diventarlo in maniera seria, responsabile, se non fosse stata una scelta libera? E come avrebbe potuto essere una scelta libera se non fosse stata consapevole, informata su una più ampia gamma di alternative (religiose o anti‐religiose)?
Capisco che intellettuali come Massimo Cacciari preferiscano, in aggiunta a questa panoramica di scenari, uno studio specifico della Bibbia e della teologia cristiana (<<Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo>>);ma sono desideri che rischiano, per amore dell’optimum, di rinunziare al bonum praticabile.
Capisco di meno l’obiezione che proviene da amici miei dell’area del cattolicesimo di base, o del dissenso cattolico, i quali rifiutano lo studio sia della religione cattolica che delle religioni in generale perché ritengono che tale studio debba rientrare nella storia sociale e nella storia della filosofia. Ascoltiamo le ragioni di uno di questi colleghi che si pongono, per così dire, a sinistra rispetto a Cacciari (e rispetto a me): <<Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione. Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro. Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono a ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana. Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli>>.
L’argomentare di Marcello Vigli, a mio avviso, finisce col dimostrare troppo. Se ho ben capito, la sua contestazione deriva da un’impostazione marxista o, per lo meno, storicista: le religioni non vanno trattate a parte, come tematiche specifiche e atemporali, ma come momento della storia complessiva delle civiltà. Non mi sembra il caso di discutere, qua e ora, i fondamenti di una simile impostazione storicistica e – per comodità e brevità di comunicazione – ammetto che sia impeccabile. Se l’adottassimo, per coerenza la dovremmo adottare per tutte le altre manifestazioni della cultura umana: niente storia delle letterature, niente storie delle arti, niente storia delle dottrine politiche...Si dovrebbe insegnare una sola coppia di materie umanistiche – la storia sociale e la storia della filosofia – indagando, epoca per epoca, i prodotti (sovrastrutturali ?) di ciascuna: letterature, arti, dottrine politiche...Poiché però, per ovvie ragioni, non è una strada praticabile (almeno nella normalità della didattica quotidiana) mi pare che alla storia delle idee religiose (comprese, dunque, le idee degli agnostici e degli atei critici di ogni sistema teologico‐religioso) vada riservato il medesimo trattamento delle altre discipline analoghe.
Solitamente si afferma che uno sguardo critico sulle religioni agevola il dialogo con i diversi; ed è vero. Ma vorrei aggiungere un’altra motivazione meno circolante: studiare aconfessionalmente il fatto religioso agevola in ogni credente l’autopurificazione da ogni tentazione fondamentalista. In Germania l’hanno già capito e in alcune scuole si attivano cattedre di islamismo allo scopo, consapevole, di aiutare i giovani musulmani a guadagnare una fede (islamica, ovviamente) libera da chiusure fanatiche e aggressive.
E arrivo alla terza, e ultima, tesi (la meno rilevante da un punto di vista teorico ma la più urgente dal punto di vista politico): la storia delle religioni va affidata a insegnanti assunti dallo Stato con le medesime regole valide per ogni altra disciplina.Come è noto, attualmente per insegnare religione nelle scuole statali occorre un’autorizzazione del vescovo del luogo ‐ una missio canonica – che può essere revocata ad arbitrio dello stesso, anche per ragioni opinabili (per esempio la decisione di un insegnante di andare a convivere con un partner non sposato o di divorziare dal coniuge. Addirittura, se fosse un prete dimissionario, incorrerebbe in un divieto formale concordatario di svolgere attività professionali‐ come l’insegnante o il postino – che implichino un rapporto diretto con il pubblico !). Questo regime porta a ingiustizie di ogni genere: dalla mancanza di criteri oggettivi nella scelta degli insegnanti autorizzati (per le notizie che ho sinora, non esiste una graduatoria pubblica di supplenti e aspiranti a incarichi annuali in base ai titoli) al diritto, per chi di ruolo nell’IRC venga licenziato dal vescovo e sia in possesso di una laurea in altre discipline, di essere assunto in ruolo dallo Stato scavalcando nella graduatoria altri aspiranti a tali insegnamenti diversi dalla religione cattolica.
Ebbene, questo regime della missio canonica (anche se non dovesse comportare più le sperequazioni e le illegalità cui ho fatto riferimento) resterebbe iniquo (e direi incostituzionale, riferendomi allo spirito e non alla lettera della Costituzione italiana che prevede degli accordi concordatari con la Chiesa cattolica) per una ragione di fondo: cittadini islamici o buddhisti, o agnostici o atei, devono finanziare con le proprie tasse un insegnamento che può essere attuato solo nell’ottica culturale e nell’alveo giuridico di una sola confessione (la cattolica). Sul punto, dunque, riprendo il pieno consenso con Cacciari: <<In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie>>.In analogia con quanto avviene per le cattedre di storia della filosofia che vengono affidate ai vincitori di concorso indipendentemente dalla propria visione filosofica.
D’altra parte‐ questa volta parlo da cristiano (sia pur critico ed ecumenico) – una selezione dei docenti mediante concorsi pubblici aperti a tutti i cittadini che dimostrino competenze a riguardo (cattolici, buddhisti, agnostici o atei che siano) comporterebbe un vantaggio enorme anche dal punto di vista dei credenti: la storia delle religioni e degli ateismi diventerebbe finalmente una disciplina scolastica a tutti gli effetti, con i diritti e i doveri di ogni altra disciplina scolastica (uscendo dallo stato attuale di minorità, di cenerentola del sistema).
Per concludere:  capisco l’iniziativa odierna se si tratta di una mossa tattica, per rimediare alle lacune della prassi corrente e assicurare a chi non “si avvale” dell’IRC un’alternativa dignitosa e credibile; ma, in una prospettiva di lungo respiro, strategica, dobbiamo lottare non per una alternativa all’ora di religione bensì per una sua transustanziazione in ora delle religioni e degli ateismi. Tutti gli insegnanti di religione cattolica intelligenti e preparati che ho conosciuto nella vita sono d’accordo con queste mie modeste opinioni: non resta da augurarsi che anche politici e ministri (laureati o meno che siano) si convertano ‐ per restare nel vocabolario teologico... – alla logica democratica e al buon senso.
Vorrei chiudere con un’esperienza di questi mesi. Appena entrato in quiescenza dalla scuola, ho aperto uno spazio che ho chiamato “Casa dell’equità e della bellezza” dove varie persone propongono varie cose. Personalmente sto curando dei seminari in cui, senza attrarre le folle (ma neppure solo i...folli), con l’aiuto di amici specializzati sui vari ambiti tematici, vengono esposte le linee essenziali dell’induismo, del buddhismo, del politeismo greco, dello sciamanesimo, dell’ebraismo. Continueremo con il cristianesimo, la filosofia greca, l’islamismo, la filosofia medievale, la filosofia moderna e contemporanea. Oltre alla valenza intrinseca, questa esperienza di alfabetizzazione elementare ha un occhio rivolto a un progetto: creare, presso una “Fattoria sociale” di amici nei pressi di Segesta, un “Giardino delle sapienze” che possa offrire una passeggiata esplorativa per evocare, grazie a qualche simbolo, le più rilevanti proposte di saggezza della storia umana. 

Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com
   
cobasscuolapalermo.files.wordpress.com/2017/09/augusto-cavadi-tre-tesi-sullinsegnamento-della-questionereligiosa-6-4-17.pdf

martedì 28 novembre 2017

MANLIO SGALAMBRO SECONDO MICCIONE AND FRIENDS


In rete, nello spazio www.sfi.it, potete scaricare gratuitamente una rivista di didattica della filosofia dal titolo “Comunicazione filosofica”. Nell’ultimo numero (39) è ospitata anche una mia RECENSIONE a

Davide Miccione (a cura di), Manlio Sgalambro. Breve invito all’opera, Lettere da Qalat, Caltagirone (Catania) 2017, pp. 197, euro 15,00.


Quel poco che conoscevo di Manlio Sgalambro non mi aveva stuzzicato il desiderio di saperne di più. Ma l’incontro con questo bel libro a quattro firme (Manlio Sgalambro. Breve invito all’opera, a cura di Davide Miccione, Lettere da Qalat, Caltagirone 2017, pp. 197, euro 15,00) mi ha indotto a cambiare idea e a constatare che, davvero, ora che è morto, “tra i tanti esemplari umani ormai riducibili a pochi tipi, e noiosamente ritornanti sul proscenio del presente, Sgalambro spicca sempre di più” (p. 8).
        Il primo capitolo, di Davide Miccione, è dedicato a I molti nomi del filosofo o, come spiega meglio il sottotitolo, a delineare La figura del pensatore in Manlio Sgalambro. Più che in positivo, tale figura viene ricavata in negativo, sulla base delle idiosincrasie del pensatore siciliano: non è un accademico né un docente di scuola dal momento che – secondo la sintesi efficace di Miccione – per Sgalambro “lo spirito soffia dove vuole, ma non in un’aula” (p. 30);  non è un erudito (“In filosofia non è ammessa ‘cultura’. Il corpo a corpo con lo spirito è un’altra cosa. Cultura è ciò che resta dopo che lo spirito se ne è andato”, p. 31); vive appartato e solitario; pericoloso per l’uomo comune almeno quanto l’uomo comune lo è per il filosofo; dedito a un sapere che  - del tutto controcorrente – è “luogo delle certezze e non dei dubbi, della chiusura nel sistema come forma ideale, del rifiuto di una storia della filosofia, del rifiuto dell’ermeneutica, insomma del rifiuto di tutte quelle dimensioni che possono permetterci di articolare la convivenza tra filosofie diverse senza postulare che ve ne possa essere solo una” (p. 36). Il filosofo è “chierico” (p. 38), “teologo” (p. 40) sia pure di una religione empia, “conoscitore”  e “avventuriero” (p. 44), “scrittore di filosofia”  o, per essere più precisi, dell’   opera filosofica” (p. 48).
        Ma quali sono i contenuti precipui di quest’opera filosofica sgalambriana ? Nel suo saggio Manlio Sgalambro: pessimismo e misoteismo Salvatore Ivan D’Agostino individua due principali linee teoretiche: “il pessimismo di derivazione schopenhaueriana” (p. 51) e l’  “odio per Dio” (p. 61) che è spesso “una reazione emozionale alla sindrome di Stoccolma religiosa secondo la quale siamo costretti più o meno consapevolmente ad amare l’essere (supposto) che ci tiene in miseria, ci fa soffrire ed alla fine immancabilmente ci uccide” (p. 76). Da queste due matrici si generano diversi frutti, più o meno avvelenati, tra cui l’ “antinatalismo” (per usare l’etichetta di David Benatar) o, più semplicemente, la tesi che non nascere è da ogni punto di vista preferibile a nascere.
      Sgalambro ha affidato la sua filosofia anche alle composizioni in versi: di queste si occupa, con fine erudizione,  Giovanni Miraglia nel suo Caravanserraglio d’argomenti. Manlio Sgalambro o della impoesia. Al suo sguardo il pensatore di Lentini appare come un antico greco per il quale “non v’erano precisi confini tra pensiero astratto, scienza, musica e letteratura” (p. 85). Ma se allora la poesia poteva aspirare a una funzione religiosa o civica, Sgalambro si dedica invece a sopprimere ogni “funzione salvifica” , “in primis per mezzo dell’ironia” (p. 91). Un’ironia che giunge dalle “lande teutoniche, forgiata nella fucina romantica e idealistica” e avente “il suo perno nel comico come frutto della contraddizione” o, per dirla con Kant, “il dissolversi nel nulla di un’attesa vivissima” (p. 94). Miraglia ripercorre con dovizia di collegamenti le “quattro stazioni” in cui è “scandito il cammino impoetico di Manlio Sgalambro” (p.83): ma , in questa sede, non possiamo che rimandare alle sue pagine così dotte.
  Il quarto e ultimo saggio del volume (Un cavaliere dell’intelletto: Manlio Sgalambro), di Cosimo Cucinotta, esamina il testo del libretto di un’opera lirica – Il cavaliere dell’intelletto, appunto -  dedicata a Federico II, nell’ottavo centenario della nascita, che il filosofo siciliano scrisse per Franco Battiato. La figura del sovrano svevo-normanno che emerge è complessa almeno come pare sia stata storicamente: “si dichiara consapevole della natura della Verità, una natura effimera e leggera come quella di una cortigiana, che i ragionamenti del filosofo possono solo corteggiare, laddove l’autorità imperiale la possiede totalmente, poiché essa è cosa da re non da filosofo” (pp. 109 – 110). Sul finire dell’opera, Federico II proclama il “suo messaggio estremo: tra il nascere e il morire – i soli momenti reali – si svolge un sogno ininterrotto da qualche brivido di veglia. Ogni sua azione non è stata altro che un gesto vuoto e senza significato, un guscio arido. L’eroe che ha sempre creduto di agire comprende, rimasto solo sulla scena, che anche l’azione evapora nel nulla e che non gli è stato dato altro destino che non fosse la consapevolezza estrema di essersi vanamente agitato. Il suo impero è stato anch’esso un sogno, destinato a cadere in rovina, un progetto nel cui divenire si occultava la morte e di  cui sopravvivono solo le parole friabili di cui era fatto: solo le parole restano” (pp. 123 – 124).

         Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com