lunedì 21 agosto 2017

CI VEDIAMO A SEGESTA (TP) SABATO 2 SETTEMBRE 2017 ?

SABATO 2 SETTEMBRE 2017 ci vedremo presso LA FATTORIA SOCIALE "MARTINA E SARA" di Bruca (Trapani) a poche centinaia di metri dal magico tempio di Segesta.
Michele Costanzo terrà un incontro,  
dalle 10 alle 17, su 
"Dicibile e indicibile nella Fisica Moderna".
Durante l'intervallo per il pranzo si condividerà sulla stessa tavola ciò che ognuno vorrà generosamente apportarvi.
Al termine del seminario c'è la possibilità di una passeggiata meditativa nel bosco della Pispisa, guidata da Enrico Genovese.
E'INDISPENSABILE ACCERTARSI CHE CI SIA ANCORA POSTO PRENOTANDOSI CON UN SMS ALLA PADRONA DI CASA, GIOVANNA BONGIORNO (333. 4161666).
A presto comunque per varie altre iniziative in cantiere: chi voglia essere informato costantemente può inviare la sua email a a.cavadi@libero.it
Augusto Cavadi

sabato 12 agosto 2017

MAFIA E ANTIMAFIA SECONDO PIPPO FAVA


www.nientedipersonale.com
7.8.2017



    MAFIA E ANTIMAFIA SECONDO PIPPO FAVA

     L’ora di mafia e di antimafia a scuola: una novità da introdurre (per legge) o un pericolo da evitare a tutti i costi? Da una parte è vero che non si può uscire da un ciclo scolastico di 12 anni (dalla prima elementare all’esame di maturità) senza avere un’idea, almeno sommaria, di cosa sia la mafia e di come sia possibile contrastarla; ma, dall’altra, è altrettanto vero che il sistema scolastico  - come si è andato effettivamente strutturando dalla Repubblica a oggi – sembra un gigantesco Re Mida che rovina ciò che tocca, che banalizza e rende noiosa ogni tematica (soprattutto quando viene affrontata da docenti obbligati a ciò, ma privi di sincera passione).
   La vexata quaestio (alla quale non so dare, dopo molti anni, che la stessa risposta: di mafia e antimafia a scuola se ne parli, ma occasionalmente e solo quando si ha la disponibilità di esperti  - meglio se interni al mondo della scuola – preparati e soprattutto motivati) mi è tornata in mente studiando attentamente Cosa Vostra.  Mafia e istituzioni in Italia (Autodafé, Milano 2017, pp. 253, euro 12,00) dell’attivissimo professor Fabio Giallombardo. Un testo che gli eventuali esperti preparati e motivati potranno adottare come prezioso strumento didattico dal momento che si distingue,  in una lunga lista di titoli simili, per alcune caratteristiche che lo rendono singolarmente interessante: prima fra tutte, l’essere stato tessuto adottando come trama le opere di Pippo Fava, il giornalista catanese (d’adozione) assassinato nel 1984 proprio per stroncare la sua instancabile attività di indagine e di denunzia del fenomeno mafioso in Sicilia (e, come egli ben vedeva e urlava, nei gangli più rilevanti dell’intero ordinamento statuale).
    La scelta metodologica di seguire come traccia la prospettiva di Fava consente all’autore di imprimere alle sue pagine una seconda caratteristica positiva: senza concessioni all’immaginario simbolico e al folklore mafiologico, tiene ferma la sbarra sull’aspetto politico di Cosa nostra, sulla sua diabolica capacità di oltrepassare il livello della delinquenza localistica e della violenza ordinaria per farsi interlocutrice degli organi costituzionali e, dove possibile, per infiltrarvisi e strumentalizzarli. Insomma, si capisce molto bene perché la mafia, lungi dall’essere l’anti-Stato, sia, o miri a diventare, Stato. Particolarmente istruttive mi sono risultate le pagine dedicate ai rapporti fra la nascente mafia siciliana e la succursale statunitense che, nel periodo di repressione fascista in Sicilia, ha svolto il ruolo di rifugio dei boss esiliati e, per così dire, di palestra in attesa del ritorno in patria alla fine della Seconda guerra mondiale.
  Come spesso accade, i pregi di un’opera comportano  - a mo’ di risvolto – limiti correlativi. In questo caso la meritoria concentrazione sulla mafia come “soggetto politico” (Umberto Santino) ha comportato una certa sottovalutazione di altre sue dimensioni non meno rilevanti, quali le valenze etica e pedagogica (alle quali vengono dedicate delle osservazioni interessanti, ma en passant). Sottovalutazione che si coniuga, con coerenza logica, all’opinabilità di  alcune tesi di Fava: ad esempio che la mafia, a differenza della camorra napoletana, avrebbe poco bisogno del consenso convinto delle masse, bastandole l’omertà per terrore. Se, invece, come propendo a ritenere, la mafia cercasse costantemente un consenso fatto di seduzione e di minaccia, di carota e di bastone, analizzarne le strategie simbolico-culturali sarebbe altrettanto rilevante che individuarne le mosse tattico-politiche.
 Il lettore avvertito di queste possibili riserve saprà valorizzare questo testo per quello che è e vuole essere: un invitante aperitivo che introduca a una ricerca ancor più  impegnativa  su un fenomeno che proprio della complessità pluridimensionale ha fatto il segreto della sua micidiale persistenza nella storia dall’Unità d’Italia a oggi.
 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
  

giovedì 10 agosto 2017

QUALE SPIRITUALITA' PER I LAICI ?



“VIOTTOLI”

Semestrale di formazione comunitaria

Anno XX, n. 1/2017





SPIRITUALITA’   SI’.   MA QUALE ?



   Se si abbia bisogno o meno di religione, possiamo discuterne (e le opinioni in campo sono le più disparate). Non così se si abbia bisogno  di spiritualità. Qui la convergenza sulla risposta affermativa è molto più affollata (se si escludono alcuni interlocutori così condizionati, sia pur dialetticamente, dal clericalismo da respingere ogni ipotesi di spiritualità solo perché incapaci di supporne una non-confessionale). Ma se tutti (o, per lo meno, molti) siamo convinti della necessità e dell’urgenza di una spiritualità per il nostro tempo (post-moderno o, secondo altri, iper-moderno), è anche vero che ognuno di noi ha poi una sua particolarissima idea di spiritualità: analoga, nel migliore dei casi,  alle idee degli altri. E l’analogia, comunque, indica (nella sua accezione originaria, tecnica) una somiglianza parziale che non esclude una dissomiglianza ancora maggiore.

   Per dialogare sul tema, quindi, anche nei contesti meno polemici e più meditativi che si possano immaginare, è indispensabile un’ auto-riflessione su ciò che ognuno di noi intende per “spiritualità”, a partire dall’esame di come la vive effettivamente. Una sorta di autocoscienza che porti ciascuno a esplicitare una propria concezione di “spiritualità”.

 A tale scopo potrebbe riuscire istruttivo una sorta di check-up sulla base di alcuni parametri. Innanzitutto: per me spiritualità si oppone a corporeità? Ritengo che la mia vita sarà sempre più spirituale quanto minori saranno le concessioni alle esigenze fisiche, alle potenzialità atletiche, ai desideri sessuali, agli acciacchi dell’età?

  Un secondo parametro: per me spiritualità si oppone a socialità? Ritengo che la mia vita sarà sempre più spirituale quanto minori saranno le occasioni di relazioni umane (di coppia, di comunità, di gruppo, di movimenti, di partiti, di sindacati…)? Penso che l’interiorità sia non solo necessaria, ma anche sufficiente a coltivare in pienezza la personalità?

   Un terzo parametro: per me spiritualità si oppone a prassi? Ritengo che la mia vita sarà sempre più spirituale quanto minori gli impegni professionali, le iniziative pratiche, i progetti operativi? Penso che la contemplazione sia non solo necessaria, ma anche sufficiente a realizzare la mia umanità?

     A seconda delle risposte che diamo a ciascuna di queste domande, e di come tali risposte si incastrano in cento combinazioni possibili, avremo altrettante interpretazioni della vita spirituale. In altre epoche, e in altre culture, questa varietà di prospettive è stata considerata dispersiva e le grandi istituzioni (soprattutto religiose) hanno provato a sfoltirla per pervenire a poche tipologie codificate: il bramanesimo, l’eremitaggio, il monachesimo cenobitico , l’impegno nel mondo del lavoro e degli affari, la militanza armata (prima di condannare alcuni preti latino-americani coinvolti nella guerriglia, la Chiesa cattolica ha approvato per secoli gli Ordini cavallereschi)... Oggi, per fortuna, sarebbe impensabile ridurre a uno, o a pochi modelli, le vie e i metodi e gli stili della ricerca spirituale  in ciascuna area del pianeta. Il pluralismo s’impone sempre più nell’ambito della stessa confessione religiosa, della stessa regione geografica, persino della stessa famiglia. Forse, addirittura, ognuno di noi - secondo i periodi della sua evoluzione e le circostanze oggettive in cui viene  a trovarsi – avverte l’esigenza di sperimentare declinazioni diverse della propria dimensione spirituale.

   Dobbiamo dunque concludere che, nel campo della spiritualità, “va tutto bene”?

   Sulla base di quanto ho maturato in più di sessant’anni di tentativi, errori, riprese e rilanci, direi che  - pur con tutta la pluralità ammissibile, anzi auspicabile – una spiritualità matura e costruttiva dovrebbe fare tesoro delle lezioni delle grandi religioni millenarie, nel doppio senso di inverarne le risorse preziose e di evitarne le conseguenze dannose.

    Non c’è dubbio che le religioni offrano risorse preziose: una tradizione nel cui alveo inserirsi, una dimensione comunitaria nella quale riconoscersi, una scuola di preghiera consolidata nel tempo, la possibilità di essere spronati da confratelli ricchi di carismi, delle norme collaudate dall’esperienza …Ma la storia insegna che si tratta di lame a doppio taglio e su ogni risorsa incombe il rischio della degenerazione devastante: la tradizione tende a scadere in tradizionalismo, l’appartenenza comunitaria in conformismo, la docilità nei confronti dei maestri in dogmatismo, l’ammirazione per i carismi in culto della personalità, il rispetto delle regole in legalismo…

   Se questo è, sostanzialmente, vero, ogni esperienza spirituale è chiamata a sottoporsi a un test del genere: quanto somiglio alle espressioni ‘alte’ delle religioni (espressioni che attraggono la stima ammirata anche dei miliardi di esseri umani che non praticano quelle determinate religioni) e quanto sono distante dalle espressioni ‘basse’ delle medesime (espressioni tollerate con disagio anche dai fedeli che si riconoscono in quelle determinate religioni)? O, se si preferisce adottare la terminologia della pensatrice statunitense Martha Nussbaum, quanto una spiritualità mi fa “fiorire” come persona e quanto mi soffoca, mi  rattrappisce, mi isola?

   In altre fasi della vita sono stato molto più indulgente nell’accettare compromessi fra ciò che la coscienza mi dettava e le strutture ‘religiose’ in cui mi trovavo ad agire (anche perché la tattica del compromesso alleggeriva la mia responsabilità e mi evitava rogne di vario genere). Con il tempo divento meno remissivo. Non con le persone (a cominciare da me) di cui conosco troppo bene i limiti, le debolezze, verso cui anzi mi viene sempre più facile la comprensione solidale, ma con gli assetti istituzionali (chiese, comunità, associazioni, centri di spiritualità, scuole…). Non riconosco a nessuno il diritto di sfruttare la fame di spiritualità autentica che ci attanaglia, di barattare facili consolazioni e ricette miracolistiche in cambio di sudditanza e di oboli finanziari. In questo campo vige intatto il detto latino: corruptio optimi pessima . Già: più alti sono i valori in gioco, più grave ogni tentativo di strumentalizzarli a scopi beceri.



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

lunedì 7 agosto 2017

CI VEDIAMO AD ERICE (TRAPANI) DAL 18 AL 24 AGOSTO 2017 ?


“CENTONOVE”
Settimanale distribuito in tutte le edicole siciliane
3.8.2017


    E SE PER LE VACANZE CERCASSIMO UN PO’ DI PACE ?

Aspettiamo le ferie estive con comprensibile impazienza. Non sempre il bilancio consuntivo è adeguato, però, alle attese. Perché le vacanze, tanto agognate, possono deluderci? Forse perché le trascorriamo non come vorremmo veramente, ma come supponiamo che sia preferibile secondo i criteri dominanti nel nostro ambiente sociale. In effetti, per alcuni tipi antropologici, il quadrinomio sole-musica-alcool-risa funziona perfettamente (e su questi temi martellano gli esperti della pubblicità commerciale); ma ciò non significa che vadano bene per tutti né, ancor meno, che siano sufficienti per tutti. Può darsi che per qualcuno il sole sia gradito, ma ancor più gradito il fresco dei boschi; la musica sia apprezzabile, ma alternata a lunghe ore di silenzio; l’alcool non dispiaccia a fine giornata, ma non come strumento di socializzazione dalla mattina alla sera; le risa divertite siano preziose, ma come effetto di battute intelligenti e non come obbligo sociale per apparire in piena forma reprimendo sul nascere ogni sia pur minimo accenno di pensiero umanamente melanconico. Parafrasando un’espressione di Adriana Zarri (formulata in un contesto assai differente) direi che non ho nulla contro il sole, la musica, l’alcool e le risa: è il loro plesso, il loro intreccio, che mi preoccupa.
   Potremmo dunque, prima di decidere la méta e lo stile delle nostre vacanze (ammesso che apparteniamo a quella fascia sempre più ristretta di famiglie che possono permettersene una fuori le mura domestiche)  dedicare dieci minuti ad ascoltare il nostro animo più autentico per provare a rispondere alla domanda cruciale: che cosa desidero, davvero?
   Potremmo scoprire che ciò che davvero vorremmo sarebbe trascorrere alcuni in giorni in pace. In un contesto naturalistico e storico incantevole, come Erice; con persone affabili, ma capaci di rispettare anche i nostri momenti di solitudine; con degli spunti di riflessione sapienziale su un tema eternamente intrigante, come l’amore in tutte le sue molteplici versioni, ma anche con spazi di silenzio meditativo in cui le parole altrui tacciono per fare emergere le nostre idee e mettere un po’ d’ordine fra di esse. Per chi desiderasse  una vacanza del genere un’occasione last minute (dalla sera del 18 agosto al pranzo del 24 agosto 2017) è rintracciabile  sul sito www.vacanze.domandefilosofiche.it . E’ un’esperienza di “filosofia per non…filosofi” (di professione) inaugurata nell’estate del 1983 che, nonostante i decenni trascorsi, non sembra aver perduto il suo fascino: già una trentina di persone, da tutta Italia, hanno aderito alla proposta (ed è significativo che la maggior parte siano persone che ritornano dopo aver realizzato più volte l’esperienza in altre belle località italiane).
Augusto Cavadi

IN UN RIQUADRO DELLA STESSA PAGINA:


XX

SETTIMANA FILOSOFICA

PER… NON FILOSOFI


* Per chi:
Destinatari della proposta non sono professionisti della filosofia ma tutti coloro che desiderano coniugare i propri interessi intellettuali con una rilassante permanenza in uno dei luoghi tra i più gradevoli del Bel Paese, cogliendo l’occasione di riflettere criticamente su alcuni temi di grande rilevanza teorica ed esistenziale.

* Dove e quando:
Erice (Trapani) dalla cena del  18 al pranzo del 24 agosto 2017

* Su che tema:

L’amore: risorsa e trappola

***

Programma orientativo


Arrivo nel pomeriggio di venerdì 18 agosto e primo incontro alle ore 21.
Sono previsti due seminari giornalieri, dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 18.30 alle 20.00, sui seguenti temi:

* Eros, agape, caritas
* A-mor: dalla logica della separazione a una logica integrativa
* Eros, philia e agape: distinguere per unire
* Il tentativo di amare: un’analisi esistenziale
* Sesso solido e liquido amore: spunti di riflessione per misurarsi con la contemporaneità

I seminari saranno introdotti a turno da Augusto Cavadi (Palermo), Francesco Dipalo (Bracciano), Salvatore Fricano (Bagheria), Giorgio Gagliano (Palermo), Elio Rindone (Roma)


Costo


L'iscrizione al corso (comprensiva dei materiali didattici) è di euro 180 a persona.
Eccezionalmente si può partecipare a uno o più incontri, per es. nel week-end (euro 15 per ogni sessione).
Chi vuole, può usufruire di una speciale convenzione che il comitato organizzatore ha stipulato con Hotel Villa San Giovanni, Viale Nunzio Nasi 12- 91016 Erice, Tel. 0923 869171, Fax 0923 502077, villas.giovanni@libero.it: la pensione completa, comprensiva di bevande, costa in camera singola (con bagno) € 66 al giorno e in camera doppia (con bagno) € 60 al giorno.

sabato 5 agosto 2017

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (13)


“Il Gattopardo”
Bimestrale allegato alla “Gazzetta del Sud” e al “Giornale di Sicilia”
Luglio 2017

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI  (13)
     Ogni società ha una scala di valori condivisa, se non proprio da tutti, dalla maggioranza dei cittadini. Questi princìpi inspiratori, questi criteri in base ai quali realizziamo le scelte di vita quotidiane, per quanto giusti e preziosi, sono comunque esposti ad ambiguità e deformazioni.  Chi visita la Sicilia con occhi attenti può raccogliere numerosi esempi di questo rischio.
     Si va dai casi più innocui, quasi umoristici, alle situazioni più gravi. Consideriamo ciò che colpisce per primo il turista: il senso dell’ospitalità. Se egli incontra un siciliano che non conosce, e ancor più se si tratta di una vecchia conoscenza, troverà accoglienza calorosa: ma tanta cordialità non sempre è contenuta nei limiti della sobrietà, esercitata col rispetto per le preferenze e i gusti dell’ospite. Qualche volta potrà risultare invadente, ingombrante; perfino soffocante.
    Lo straniero vedrà quanto sia vivo il senso della famiglia: ma la sua ammirazione si trasformerà in delusione nei casi in cui  questo atteggiamento si abbia a manifestare come familismo (più o meno “amorale”).  Similmente apprezzerà l’atteggiamento del maschio  protettivo verso le donne e del padre verso i bambini, ma non quando la galanteria diventa maschilismo o il senso della paternità tracima in paternalismo patriarcale. Qualcosa del genere può capitare a proposito dell’amicizia: la fedeltà amicale, che è in sé un tesoro, si svilisce e si capovolge in disastro quando, in nome dell’amicizia, si è disposti a tradire la verità e a violare le  leggi. L’elenco sarebbe lungo. Come non apprezzare il gusto del Meridione per i giorni di festa, per i tempi rilassati, per la movida serale? Chi proviene da Paesi intensamente industrializzati, dove la produttività e il profitto rischiano di diventare degli scopi ossessivi, avverte  la sensazione gratificante di respirare un clima più umano e di vivere finalmente ritmi sostenibili. Ma anche questi pregi indubitabili possono capovolgersi in vizi: qualora la libertà dal mito dell’efficientismo a tutti i costi degeneri in pigrizia, in indolenza parassitaria.
  Insomma, in Sicilia come nel resto del mondo, vi sono usi e costumi tradizionali che hanno aspetti differenti, talora contrastanti: ogni siciliano, nella sua libertà, decide di viverli con saggezza costruttiva o stoltamente, a danno di sé oltre che degli altri.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
(Autore anche del volumetto I siciliani spiegati ai turisti, Di Girolamo, Trapani 2010, disponibile presso l'editore italiano anche in inglese e in cinese )

mercoledì 2 agosto 2017

PRIMI APPUNTI DI VIAGGIO IN CINA

In tanti mi chiedete come sia andato il viaggio di Adriana e mio in Cina. Nel complesso un'esperienza davvero interessante anche perché, grazie all'associazione interculturale "Casa officina" di Palermo, abbiamo potuto incontrare anche raltà sociale del tutto fuori dai circuiti turistici.
Qui di seguito alcune note che ho preso nel viaggio di ritorno.
Nella foto sono con la guida che ci ha accompagnato nella "Città proibita" di Pechino, visibilmente contento di ricevere una copia in cinese del mio libretto "I siciliani spiegati ai turisti".

      Può un viaggio incuriosirti, a tratti divertirti, ma lasciarti nell’animo soprattutto un senso di smarrimento, di scoraggiamento? E’ quanto mi è capitato dopo le due settimane in Cina. E se l’impressione è netta, non altrettanto nitide mi risultano le ragioni che hanno concorso a formarla.
  Il dato immediato, macroscopico, è che mi si è parato innanzi un mondo dove tutto è sproporzionato rispetto alle mie misure abituali o, per lo meno, oggettivamente colossale. Sbarchi a Pechino e il bus che ci preleva impiega ore per raggiungere l’albergo: già le distanze sono ciclopiche (la circonvallazione più esterna della città è di circa 900 kilometri), cui si aggiunge il caos del traffico automobilistico (gli abitanti ufficialmente registrati sono circa 20 milioni, senza considerare i secondi geniti che per decenni non potevano essere dichiarati all’anagrafe). Ma distanze e popolazione non colpiscono quanto il numero e la mole dei grattacieli: edifici di una bellezza spesso abbagliante, che si slanciano arditamente ad altezze vertiginose che non ho mai visto in presenza (forse perché non sono mai stato a New York).
  Una prima razionalizzazione del mio senso di disorientamento  potrei definirla di ordine ecologico. Per decenni avevo sentito affermare, e avevo qualche volta ripetuto, che i cinesi avessero il diritto di godere delle nostre comodità e dei nostri consumi di Occidentali, ma che – quando ciò si fosse avverato – il pianeta sarebbe entrato in una fase terminale. Ebbene, dopo poche ore hai la certezza che quel momento di occidentalizzazione dell’Oriente è già arrivato: che le automobili di lusso, le moto, i condizionatori d’aria, le luci notturne per ornamento o per pubblicità…sono già una diffusa, imperante, tracimante realtà. Te lo conferma il cielo di Pechino o, per essere più esatti, quella coltre di nuvole e di smog che si frappone senza fessure fra te e il cielo. Una sorta di illuminazione ti fa intuire perché molti, soprattutto fra i giovani, camminano con il viso bendato e gli occhialoni: un estremo, forse vano, tentativo di difendersi da un’atmosfera innaturale. E allora è come se vedessi, in anticipo rispetto al prossimo futuro, il panorama – surreale e inquietante – delle città che sei solito abitare.
 Quando il tuo sguardo si volge verso la quotidianità noti dappertutto i simboli della più sfacciata ricchezza capitalistica: ristoranti di lusso, banche di ogni genere, negozi del made in Italy, cellulari diffusi capillarmente. Non solo nei buffet degli alberghi la mattina, ma anche  in tutti i locali – di media categoria – in cui siamo andati a mangiare, vengono servite al centro della tavola portate gustosissime e abbondantissime: con stupore, prima, con amarezza dopo, constato che tutto il cibo che rimane viene raccolto indistintamente in sacchi di rifiuti. In alcuni ristoranti mi dicono che servono sino a seimila pasti a ogni pranzo: quanti chili di roba vengono gettati (spero, almeno, per nutrire animali)? Né la situazione è differente quando i turisti sono, o mi sembrano, indiani: il mio immaginario è fermo a quando in Italia raccoglievamo soldi per contrastare la carestia in quella zona meridionale dell’Asia, adesso vedo ospiti provenienti da quelle aree che, alla colazione mattutina negli alberghi,  riempiono i vassoi  del doppio o del triplo di quello che poi effettivamente consumano. Di contro a tanto spreco ti aspetteresti, almeno, che ciò accompagnasse la scomparsa dei casi eclatanti di miseria. Ma non è così. Né in città grandi (dove ho visto con i miei occhi rovistare tra i cestini della spazzatura per racimolare qualcosa da rosicchiare o da succhiare) né in zone naturalistiche montuose (dove per sentieri impervi ho visto salire e scendere uomini di varia età che trasportavano in spalla turisti e merce varia: in un caso un poveruomo – icona plastica del Nazareno sulla via del Calvario – portava sulla spalla delle travi di ferro incrociate). Un raro, rarissimo ritratto di Mao opera come un flash e intuisci che una seconda ragione di scoramento è di ordine, per così dire, politico. Nel tuo immaginario, implosa l’Unione Sovietica e  morto Fidel Castro, la Cina popolare era rimasta l’ultimo modello alternativo al capitalismo: un modello certo criticabile, imperfetto, per molti versi crudele, comunque alternativo alla dittatura del profitto ad ogni costo. Invece non c’è neppure uno Stato sociale efficiente: mi spiegano che denti e occhi vengono curati bene solo se si ha un’assicurazione sanitaria, quasi peggio che in Italia. Un ragazzo di Berna incontrato per caso in un bar con i suoi genitori, che studia musica in Cina, frequenta i coetanei e parla bene il cinese, lo conferma senza esitazioni: “Qui non c’è un mezzo capitalismo moderato da un mezzo socialismo, c’è il capitalismo puro. Di comunista c’è solo censura e repressione, ma i giovani le sopportano sempre peggio: la Cina è una pentola in ebollizione e, se il governo non darà maggiori concessioni anche sul versante delle libertà civili, si troverà a dover fronteggiare delle rivolte destabilizzanti”. Il padre, un docente di musica classica in quiescenza, aggiunge una nota interessante: “In Italia avete ancora memoria della solidarietà sociale: per questo vi fa ancora più impressione il divario fra ricchi sempre più ricchi e poveri che restano tali”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 16 luglio 2017

CI VEDIAMO A PECHINO (CINA) IL 19 LUGLIO 2017 ?





Mercoledì 19 luglio sarò a Pechino  presso
 北京行者居酒店
Běijīng xíngzhě jū jiǔdiàn .
Incontrare, su appuntamento, eventuali amici in zona mi farà molto piacere.

sabato 15 luglio 2017

LOTTIAMO IL NEO-SCHIAVISMO SENZA DIMENTICARE IL VECCHIO...


“Repubblica-Palermo”
14.7.2017

ALLE ORIGINI DEL NEO-SCHIAVISMO
       Si comincia a combattere il neo-schiavismo a danno degli immigrati: buona, anzi ottima notizia. C’è da sperare che – come urlavamo nel Sessantotto – sia solo un debut, un inizio. Perché leggendo di queste operazioni non posso fare a meno di ritornare col pensiero al vetero-schiavismo a danno dei nostri concittadini: agli schiavi “indigeni” che da sempre, anche nell’era della Costituzione repubblicana, abbiamo tra noi. A Salvuccio, per esempio, che ha lavorato un anno intero in un ristorante di Corso Vittorio Emanuele a Palermo e, al momento del licenziamento, si è visto negare la paga – già modesta – pattuita. Nonostante le tre figliolette da sfamare, non  ha reagito minacciando violenze né chiedendo la mediazione di un mafiosetto della zona: ha avanzato regolare denunzia e lo Stato gli ha procurato un “gratuito patrocinio” con un avvocato che (forse comprensibilmente, certo non giustamente) mantiene la pratica alla base della sua personale piramide cartacea. Ha provato a lavorare alle Eolie: questa volta la paga mensile l’ha ricevuta davvero ma, quando gli è stato consegnato dalle poste il modello per la dichiarazione dei redditi, ha letto una serie di emolumenti (ore straordinarie, ferie non godute, trattamento di fine rapporto…) di cui non ha mai avvertito neppure l’odore. Adesso lavora in provincia di Trapani: il contratto prevede otto ore al giorno e un giorno libero a settimana, ne svolge quattordici su ventiquattro e non avrà un giorno libero sino a settembre.  “Non posso lamentarmi: sia perché i 3 euro all’ora mi restano in tasca, dal momento che ricevo vitto e alloggio; sia perché l’alternativa sarebbe tornare disoccupato già prima dell’autunno”.
       Chi approfondisce la conoscenza di questo ambito lavorativo  sa che la situazione è complessa, non si presta a schematismi semplicistici. Quando ho chiesto chiarimenti sulla durata effettiva delle prestazioni giornaliere e sulla mancanza di pausa settimanale, mi sono sentito rispondere: “Perché, secondo te, noi datori di lavoro lavoriamo meno? Per giunta – nelle poche ore libere – abbiamo la mente oberata di preoccupazioni su come vanno gli affari”. Non sono un tecnico, dunque non ho ricette pronte, tanto meno basate su contrapposizioni ideologiche per cui gli imprenditori sarebbero, in quanto tali, sporchi e cattivi e i dipendenti salariati limpidi e buoni. So però che i soldi sono un mezzo (indispensabile) per vivere e nessuno, per procurarseli in misura sufficiente, dev’essere costretto – contro la legge e contro la morale – a compromettere la salute psicofisica, la serenità delle relazioni familiari e la propria stessa dignità umana: né come imprenditore né come manodopera.
    Le informazioni che ho raccolto tra i miei contatti amicali confermano che questo schiavismo strisciante (talora interiorizzato prima ancora che esercitato sulla pelle degli altri) non è un’esclusiva della nostra regione. Anzi, in certi casi, nel resto d’Italia tocca punta ancora più estreme. Ma, dalle nostre parti, fenomeni del genere comportano rischi supplementari. Se infatti è un’ingenuità ripetere che, se circolasse maggiore denaro, diminuirebbe la criminalità mafiosa (la storia dimostra che a società arretrate economicamente corrispondono cosche relativamente povere; quando arrivano flussi finanziari ingenti, le mafie ingrassano e diventano più agguerrite), è però vero che molti giovani non aspirerebbero a entrare in Cosa nostra se una società dalle forti sperequazioni socio-economiche non li mettesse davanti a un tragico bivio: essere sfruttati e condurre una vita di stenti o diventare sfruttatori parassiti e passare la vita nel lusso.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 14 luglio 2017

GIOVANNI FRANZONI E' SPIRATO A ROMA

Ai giovani il nome di Giovanni Franzoni non dice nulla, ma per la mia generazione è stato un faro nella tempesta (civile ed ecclesiale). In quanto abate dell'abbazia benedettina di S. Paolo fuori le mura di Roma ha partecipato - più giovane fra i vescovi - al Concilio ecumenico Vaticano II (1963-1965). Ma le sue posizioni pubbliche con la ricchezza straripante della Chiesa cattolica a Roma, nonostante la povertà e la mancanza di case di tanti cittadini, hanno disturbato i vertici gerarchici e, dopo vari ammonimenti, è stato degradato ed espulso dall'ordine benedettino. Ma ciò ha moltiplicato il suo impegno attraverso una delle "Comunità di base" (Cdb) più attive d'Italia: la comunità di San Paolo, appunto. Come Scuola di formazione etico-politica "G. Falcone" invitammo a Palermo dom (non è un errore: i benedettini si chiamano così e non "don" come i preti) Franzoni per aiutarci a capire il Giubileo dell'anno 2000. Egli accettò, venne e, in sostanza, ci disse: "Volete celebrarlo davvero? Non venite a fare turismo religioso a Roma, restate nella vostra terra e per un anno impegnatevi a renderla più giusta, più fraterna, più libera dalle mafie e dalla corruzione". Il giorno dopo il Rettore dell'Istituto gesuita "Gonzaga" che ci ospitava per le riunioni mi convocò e mi comunicò che la nostra iniziativa non era piaciuta in Curia arcivescovile e che, comunque, la sala che ci era stata concessa ogni giovedì dalle 18 alle 20 da quel momento sarebbe servita per altri incontri...
 Il mio caro amico Salvatore Menna, responsabile per la Sicilia del movimento riformatore internazionale  "Noi siamo Chiesa", mi prega di ospitare sul blog il comunicato del coordinatore nazionale sulla morte di Franzoni. Ottempero, prontamente anche se non senza tristezza, al suo desiderio.

     
      

Giovanni Franzoni è in Paradiso

Il nostro fratello e padre Giovanni Franzoni, a 88 anni,  è andato in Paradiso questa mattina dopo una vita densa di fede nell’Evangelo e di opere. Giovane abate dell’abbazia benedettina di  S.Paolo a Roma,  ha cercato di dare attuazione al nuovo corso della Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II , a cui aveva partecipato. Si scontrò però con la pesantezza del sistema ecclesiastico  che resisteva al cambiamento. Negli anni settanta la sua forzata separazione dalle strutture canoniche ha coinciso con un suo accresciuto impegno perché la comunità dei credenti fosse sempre più fondata sulla centralità della Parola di Dio, sul protagonismo dei suoi membri e su un rapporto laico con le istituzioni e con la società civile.

Franzoni ha così partecipato da protagonista ai vari percorsi che nella Chiesa si sono impegnati per il rinnovamento del modo di vivere l’Evangelo, dal movimento delle Comunità cristiane di base, ai Cristiani per il Socialismo fino alla Teologia della Liberazione. In particolare, è stato il fondatore e l’animatore fino ad oggi della Comunità di base di S.Paolo di Roma. La sua libertà ed indipendenza di giudizio si sono manifestate , in particolare, quando si è espresso, in modo molto argomentato, contro la canonizzazione di papa Wojtyla, facendosi portavoce di un’opinione diffusa ma senza risonanza mediatica.   .

I difficili rapporti tra Franzoni e la sua abbazia di un tempo si sono normalizzati quando il 10 ottobre dell’anno scorso  l’attuale abate di S.Paolo dom Roberto Dotta e il Card. James Michael Harvey , arciprete della basilica, hanno visitato la sede della Cdb di S.Paolo, ascoltando informazioni sulle opere sociali che vi sono svolte e leggendo insieme brani della  prima lettera ai Corinzi (12, 4-14, 26-27) dove si dice che “vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore”. Questo incontro non ha però significato una piena “riabilitazione” di Giovanni da parte delle massime autorità della Chiesa, come era stato ripetutamente richiesto.

Giovanni ha sopportato, con  cristiana pazienza e con l’aiuto dei membri della sua comunità, la perdita della vista negli ultimi anni, fatto che gli ha reso faticosa una maggiore partecipazione ai  fermenti che si muovono ora nella Chiesa con papa Francesco. Tutte e tutti di Noi Siamo Chiesa partecipiamo con grande emozione, amicizia e preghiera alla salita al padre di Giovanni.

Roma, 13 luglio 2017                         NOI SIAMO CHIESA
 
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martedì 11 luglio 2017

PALERMO: I DUE PROSSIMI INCONTRI ALLA "CASA DELL'EQUITA'"


Vi ricordiamo i prossimi due appuntamenti della CASA DELL’EQUITA’ E DELLA BELLEZZA  (VIA N. GARZILLI 43/A – 90141 PALERMO):
                      
Giovedì 13 luglio 2017, ORE 20,15: In che senso la Bibbia è un testo inspirato da Dio?
Conversazione con Augusto Cavadi a cura della Comunità di ricerca spirituale laica “Albert Schweitzer”.
Ingresso libero e gratuito. Al termine (ore 21,45 circa), per chi lo desidera,  pizza comunitaria.

Venerdì 14 luglio 2017, ORE  18: Michelangelo Buonarroti e i segreti della Cappella Sistina.
Conversazione con diapositive di Giorgio Lombardo a cura del Centro di ricerca esperienziale di teologia laica.
Ingresso euro 5,00. Gratis per soci sostenitori e persone in difficoltà economiche.