giovedì 13 aprile 2017

ALESSANDRO VANOLI ALLA SCOPERTA DELL'IGNOTO


        “Centonove”
6.4.2017

VANOLI ALLO SCOPERTO DELL’IGNOTO

       Non vorrei essere al posto dei librai: non saprei in quale scaffale collocare quest’ultimo  libro di Alessandro Vanoli (L’ignoto davanti a noi. Sognare terre lontane, Il Mulino, Bologna 2017).  Storia, geografia, antropologia, letteratura ? Una tale incertezza di catalogazione depone molto male  - se ben ricordo i canoni accademici – per la carriera universitaria di un autore; ma lo rende particolarmente appetibile per i dilettanti come me che si sono prefissi di diventare specialisti del generico (un po’ come i medici di famiglia di una volta). Infatti è un libro scritto con divertimento e, a sua volta, capace di divertire il lettore.
                  Di che parla ? Della scoperta dell’ignoto. Anzi, delle scoperte dell’ignoto: perché l’ignoto è stato scoperto da soggetti differenti in epoche differenti. Anzi, delle scoperte degli ignoti: perché, se si abbandona l’eurocentrismo, gli ignoti sono tanti e noi stessi siamo l’ignoto per altri.
                   Parla dunque dell’ignoto oltre le colonne d’Ercole, dove si andava in cerca di Atlantide e ci si dovette accontentare in un primo tempo delle Canarie; dell’ignoto oltre la Cina che, per un cinese, era l’India e – sullo sfondo – un piccolo impero provinciale come l’impero di Roma, che non ha “molto di buono da offrire  e nessuna ricchezza da conquistare”; dell’ignoto che, per i viaggiatori arabi, era la periferia del mondo islamico (verso l’India, verso la Cina, in una direzione nella quale si incontrano le isole Maldive, “gioielli” le cui “acque brillavano come smeraldi e acquemarine”); dell’ignoto che per Marco Polo, come per il padre e lo zio, era l’immenso continente fra Venezia e il Catai; dell’ignoto che per i colonizzatori europei era il passaggio a nord-ovest dall’Atlantico al Pacifico; dell’ignoto – sinonimo di libertà – in cerca del quale salpavano i pirati del XVII secolo; dell’ignoto che erano le isole dove approdavano naufraghi famosi, reali o immaginari che fossero; dell’ignoto che era il Polo Sud per il capitano James Cook…ma soprattutto dell’ignoto che per Cristoforo Colombo era il continente che non seppe mai di aver scoperto.
                Ognuno di noi troverà in questo libro il messaggio che lo interpellerà più personalmente se è vero, come scrive Vanoli, che “in fondo coi libri è così: se ti capitano tra le mani al momento giusto finiscono sempre col dirti qualcosa”. A me questa vicenda degli europei cattolici che vanno a “scoprire l’America” mi ha fatto sempre impressione, mi pare che resti nei secoli come una sorta di monito inascoltato. C’è un poemetto di Cesare Pascarella (La scoperta dell’America) che in mezza strofetta dice l’essenziale con verve tutta romanesca: “Veddero un fregno buffo, co' la testa/ Dipinta come fosse un giocarello,/Vestito mezzo ignudo, co' 'na cresta/Tutta formata de penne d'ucello./Se fermorno. Se fecero coraggio../- A quell'omo! je fecero, chi séte? - E, fece, chi ho da esse?/ Sò un servvaggio”. Davvero, come mi pare abbia scritto Todorov, gli europei scoprirono l’America, ma non riuscirono a scoprire gli Americani. Nel 1992 l’Occidente ha festeggiato i 500 anni della scoperta dell’America, ma alcuni di noi non abbiamo festeggiato. In solidarietà con i nostri fratelli del Centro e del Sud America abbiamo riflettuto piuttosto sulla “conquista” dell’America, commemorando stragi ed etnocidi di cui non abbiamo ancora chiesto perdono. A Giovanni Paolo II pare sia scappata una lacrimuccia quando un Indio, in un breve scambio pubblico, disse con amarezza: “Quando siete arrivati cinque secoli fa, noi avevamo la terra e voi la Bibbia: oggi voi avete la terra, noi abbiamo solo la Bibbia”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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