lunedì 17 aprile 2017

LA TENEREZZA SECONDO HANNA WOLFF

Fabio Bonafé
LA TENEREZZA DI GESU’ SECONDO HANNA WOLFF

Diciamo subito che il recentissimo Tenerezza. Hanna Wolff e la rivoluzione (incompresa) di Gesù (Diogene Multimedia, Bologna  2016), di Augusto Cavadi, è un libro molto bello e sicuramente molto utile. Con altri due vantaggi non secondari: snello (94 pagine) ed economico (5 euro).
La prima ragione per la quale è importante che molti leggano questo libro è che può stimolare a conoscere le opere di Hanna Wolff, teologa e psicoterapeuta tedesca, morta novantenne nel 2001. Una donna lucida e coraggiosa, oltre che scomoda, tanto da farla quasi ignorare. Si deve alla casa editrice Queriniana il merito di averla fatta conoscere in Italia già alla fine degli anni Settanta (ovviamente del secolo scorso). Pensandoci ora, un merito non da poco. Anche se ancora oggi ben pochi, e non solo in Italia, conoscono qualcosa della sua vita, che ha attraversato tempi e situazioni anche molto difficili (p.e. il nazismo), e delle sue opere principali. Tre sono i libri della Wolff da leggere: Gesù, la maschilità esemplare; Gesù psicoterapeuta; Vino nuovo – otri vecchi. Sono tutti e tre libri appassionati e profondi, criticamente fondati e coinvolgenti. Cavadi sviluppa con grande chiarezza una “introduzione alla lettura di ...”, che va subito al centro delle questioni sollevate dalla Wolff e dalle sue prese di posizione, riproponendone l'apertura mentale e la radicalità etica.
L'opera della Wolff, sulle solide basi delle sue conoscenze teologiche e competenze di psicoterapeuta, è una condanna delle religioni del “Dio patriarca” e di quel Dio “patogeno”, produttore di patologia, che hanno governato il mondo fino ad oggi, e che in modi diversi (intellettuali o violenti) ripropongono in molte società la propria forza soverchiatrice. Certo l’autrice si occupa del cristianesimo, nel quale lei e tanti suoi lettori sono cresciuti, ma tutta la sua analisi può essere trasferita ad altre storie e identità religiose, quando esse impongono alla coscienza la paura e la sottomissione, esaltano la logica del sacrificio, promuovono l'immagine tradizionale di un Dio giudice. Questa condanna muove dalla scoperta di un paradigma diverso, alternativo: quello presente nella storia e nella predicazione del “Gesù originario”, che rifiuta “l'onnipotente Dio-patriarca perché ha riconosciuto in lui la proiezione del patriarca terreno [... ]. I patriarchi producono proiettivamente un Dio-patriarca, per dedurre a loro volta da questo la loro autorità e onnipotenza, che costringe di continuo all'obbedienza servile e conduce alla religione delle opere”.
Su questa strada la Wolff si ritrova un bell'inciampo, quello cioè di una non-ricezione di Gesù, di questo nuovo Gesù, da parte della stessa comunità dei seguaci, che alla sua “rivoluzione della tenerezza” sovrapposero la propria tradizionale visione patriarcale di Dio: “i tratti fondamentali di questa immagine proiettiva del patriarca, respinta da Gesù, furono proiettati addirittura su Gesù stesso, e così incorporati e dati in eredità a tutta la successiva evoluzione cristiana”. Un problema non da poco che la Wolff individuò con qualche decina d'anni di anticipo rispetto ad altri autorevoli teologi contemporanei, per tutti Maurice Bellet, che si spinge a parlare di “perversione” già nel testo dei vangeli. Dal momento che l'immagine del Dio patriarcale più direttamente collegata al testo dei vangeli è quella che appartiene alla tradizione veterotestamentaria, è inevitabile bollare le tesi della Wolff come una riproposizione, sotto altre vesti, dell'eresia di Marcione, cioè non proprio una cosa recente e particolarmente nuova. Ma per capire cosa ci sia di vero e anche di nuovo nella “scoperta di Gesù” della Wolff bisognerà leggere i suoi libri, magari cominciando dal più recente Vino nuovo – otri vecchi, che ci dice qualcosa di urgente sull'identità del cristianesimo, alla luce dell'evoluzione della nostra coscienza, e non solo “alla luce della psicologia del profondo”.
Resta evidente che la pretesa della Wolff di mettere sotto accusa duemila anni di tradizioni cristiane non poteva suscitarle approvazione, né ancor meno popolarità, all'interno delle comunità ecclesiali. Se l'oscuramento della sua ricerca è avvenuto silenziosamente nelle comunità protestanti, molto ancorate all'etica dell'Antico Testamento e al valore unico e fondante della Sacra Scrittura in genere, ancora meno sorprendente è il tacito disinteresse da parte cattolica (con le sue eccezioni, a cominciare dall'editore bresciano!) così cementificata nel valore della Tradizione e del Magistero.
Eppure oggi, pur senza intervenire nel terreno minato della dottrina, le tesi di fondo della Wolff “sembrano” essere riproposte proprio dalla prassi e dallo stile “gesuano” di Papa Francesco I°, che sa bypassare l'ottusità antievangelica della morale non negoziabile (con gli altri!) e dell'insicurezza identitaria di certi cattolici integrali, orfani di un severo e confortante riferimento patriarcale.  

Fabio Bonafé
fabiobonafe@hotmail.com








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