sabato 15 luglio 2017

LOTTIAMO IL NEO-SCHIAVISMO SENZA DIMENTICARE IL VECCHIO...


“Repubblica-Palermo”
14.7.2017

ALLE ORIGINI DEL NEO-SCHIAVISMO
       Si comincia a combattere il neo-schiavismo a danno degli immigrati: buona, anzi ottima notizia. C’è da sperare che – come urlavamo nel Sessantotto – sia solo un debut, un inizio. Perché leggendo di queste operazioni non posso fare a meno di ritornare col pensiero al vetero-schiavismo a danno dei nostri concittadini: agli schiavi “indigeni” che da sempre, anche nell’era della Costituzione repubblicana, abbiamo tra noi. A Salvuccio, per esempio, che ha lavorato un anno intero in un ristorante di Corso Vittorio Emanuele a Palermo e, al momento del licenziamento, si è visto negare la paga – già modesta – pattuita. Nonostante le tre figliolette da sfamare, non  ha reagito minacciando violenze né chiedendo la mediazione di un mafiosetto della zona: ha avanzato regolare denunzia e lo Stato gli ha procurato un “gratuito patrocinio” con un avvocato che (forse comprensibilmente, certo non giustamente) mantiene la pratica alla base della sua personale piramide cartacea. Ha provato a lavorare alle Eolie: questa volta la paga mensile l’ha ricevuta davvero ma, quando gli è stato consegnato dalle poste il modello per la dichiarazione dei redditi, ha letto una serie di emolumenti (ore straordinarie, ferie non godute, trattamento di fine rapporto…) di cui non ha mai avvertito neppure l’odore. Adesso lavora in provincia di Trapani: il contratto prevede otto ore al giorno e un giorno libero a settimana, ne svolge quattordici su ventiquattro e non avrà un giorno libero sino a settembre.  “Non posso lamentarmi: sia perché i 3 euro all’ora mi restano in tasca, dal momento che ricevo vitto e alloggio; sia perché l’alternativa sarebbe tornare disoccupato già prima dell’autunno”.
       Chi approfondisce la conoscenza di questo ambito lavorativo  sa che la situazione è complessa, non si presta a schematismi semplicistici. Quando ho chiesto chiarimenti sulla durata effettiva delle prestazioni giornaliere e sulla mancanza di pausa settimanale, mi sono sentito rispondere: “Perché, secondo te, noi datori di lavoro lavoriamo meno? Per giunta – nelle poche ore libere – abbiamo la mente oberata di preoccupazioni su come vanno gli affari”. Non sono un tecnico, dunque non ho ricette pronte, tanto meno basate su contrapposizioni ideologiche per cui gli imprenditori sarebbero, in quanto tali, sporchi e cattivi e i dipendenti salariati limpidi e buoni. So però che i soldi sono un mezzo (indispensabile) per vivere e nessuno, per procurarseli in misura sufficiente, dev’essere costretto – contro la legge e contro la morale – a compromettere la salute psicofisica, la serenità delle relazioni familiari e la propria stessa dignità umana: né come imprenditore né come manodopera.
    Le informazioni che ho raccolto tra i miei contatti amicali confermano che questo schiavismo strisciante (talora interiorizzato prima ancora che esercitato sulla pelle degli altri) non è un’esclusiva della nostra regione. Anzi, in certi casi, nel resto d’Italia tocca punta ancora più estreme. Ma, dalle nostre parti, fenomeni del genere comportano rischi supplementari. Se infatti è un’ingenuità ripetere che, se circolasse maggiore denaro, diminuirebbe la criminalità mafiosa (la storia dimostra che a società arretrate economicamente corrispondono cosche relativamente povere; quando arrivano flussi finanziari ingenti, le mafie ingrassano e diventano più agguerrite), è però vero che molti giovani non aspirerebbero a entrare in Cosa nostra se una società dalle forti sperequazioni socio-economiche non li mettesse davanti a un tragico bivio: essere sfruttati e condurre una vita di stenti o diventare sfruttatori parassiti e passare la vita nel lusso.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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