sabato 14 ottobre 2017

INCONTRO A PALERMO CON ALCUNI CANDIDATI ALLE REGIONALI

L’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” di Palermo propone, in collaborazione con l'ANDE  (Associazione Nazionale Donne Elettrici), per mercoledì 18 ottobre  alle ore 17,30 un incontro di riflessione in vista delle prossime elezioni regionali, presso la Chiesa "San Giovanni decollato", adiacente piazza Bonanno, accanto alla Squadra Mobile (zona Cattedrale).

Dopo un breve saluto introduttivo di Rosalba Leone (presidente della Scuola), e di Paola Catania (presidente dell'Ande Palermo), Desiree Renna (consigliera della scuola Falcone) darà dei ragguagli tecnici sulle modalità di voto e condurrà il dibattito ponendo quattro domande ai candidati su Lavoro, Infrastrutture, Turismo e Sanità. 

Saranno presenti: 

Gaetano Armao - Designato Vicepresidente Regione  (Musumeci Presidente)

Salvatore Lentini - Forza Italia (Musumeci Presidente)
Fabrizio   Ferrara -  PD  (Micari Presidente)
Attilio Licciardi - PD (Micari Presidente)
Ottavio Navarra - Cento Passi per la Sicilia  (Fava Presidente) Designato Vicepresidente Regione 
Mariella Maggio - Cento passi per la Sicilia (Fava Presidente)
Lydia  Schembri - Movimento 5 stelle (Cancelleri Presidente)
Roberta Schillaci - Movimento 5 stelle (Cancelleri Presidente)

Nei limiti di tempo (l’incontro si chiuderà puntualmente alle 20,00) potranno intervenire con brevi considerazioni i cittadini presenti.


mercoledì 11 ottobre 2017

CI VEDIAMO A MASSA LUBRENSE VENERDI' 13 OTTOBRE 2017?

Nell'ambito del Festival Booksophia a Massa Lubrense, presso Sorrento, venerdì 13 alle ore 12,00 terrò una conversazione pubblica su: 
"La filosofia: solo teoria? Alcune esperienze di filosofia-in-pratica".
E' possibile visionare il programma completo cliccando su:




lunedì 9 ottobre 2017

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (14)


“Gattopardo”
Settembre 2017, n. 18

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (puntata n. 14)

    Tra i deterrenti che scoraggiano il turismo in Sicilia va annoverata, certamente, la paura verso la violenza mafiosa. Diciamolo subito a scanso di equivoci: è una violenza odiosa e vergognosa che non è stata ancora estirpata, ma solo fortemente limitata, dall’azione meritoria delle Autorità giudiziarie e delle Forze di polizia. Ciò premesso e chiarito, però, il viaggiatore - incerto se visitare o meno la Sicilia - dev’essere consapevole di non correre nessun pericolo personale.  Deve avere ben chiara in mente la differenza fra la delinquenza, il terrorismo e la mafia.
   La delinquenza, più o meno presente sull’intera faccia del pianeta, colpisce indiscriminatamente chiunque si trovi a tiro: scippa la borsa di una passante a caso (come mia moglie qualche mese fa a Montpellier) o deruba il primo appartamento vuoto che gli capita di individuare (come la casa di una signora nei giorni in cui eravamo suoi ospiti, alcuni anni fa,  a Salvador de Bahia). La violenza terroristica è già più oculata: non spara sul mucchio, ma su una determinata categoria sociale. Fa esplodere una moschea perché islamica o una chiesa perché cattolica; uccide un giudice perché fa parte della magistratura o un banchiere perché fa parte di un ceto finanziariamente dominante. Può anche avere di mira dei turisti in un albergo o in museo: ma proprio in quanto turisti, nel caso si voglia danneggiare l’immagine di un Paese.
      Niente di simile è mai accaduto, o potrà accadere, per la mafia. Essa non uccide né alla cieca (come i delinquenti) né per colpire una determinata categoria sociale (come i terroristi) : non il giudice in quanto giudice, o il banchiere in quanto banchiere, ma “quel” giudice o “quel” banchiere perché – a torto o a ragione, quasi sempre a torto – si ritiene che abbia compiuto uno “sgarbo”.
   Lo notava già nell’anno 1900 uno dei più grandi sociologi italiani, Gaetano Mosca: “Reati che altrove non avrebbero alcun movente personale, che sono ordinariamente perpetrati da rei professionali che scelgono indifferentemente per vittime tutti gli individui che si trovano alla loro portata, in Sicilia assumono la parvenza di una vendetta per un torto vero o supposto che il reo, o qualche suo parente od amico, avrebbe subìto da parte della vittima; ben inteso che spesso il torto accennato non è la vera causa ma piuttosto il pretesto del fatto delittuoso”. Lo stesso sociologo traeva una conclusione che, dopo più di cent’anni, conserva intatta la sua attualità: “E’ per questa ragione che gli Italiani del continente ed in generale tutti i forestieri che viaggiano od anche abitano in Sicilia sono quasi sempre rispettati dai malfattori, perché, non avendo il forestiero in generale rapporti con la classe delinquente, è difficile che contro di lui possa addursi il pretesto di una vendetta personale”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 8 ottobre 2017

MARIA D'ASARO SULLA SCUOLA DI FORMAZIONE "G. FALCONE"


 Sono molto grato a Maria D'Asaro per avere dedicato una puntata della sua rubrica sul settimanale cartaceo (e, in differita, online) "Centonove"alla Scuola di formazione etico-politica"G. Falcone" di Palermo. Colgo l'occasione per invitare quanti pensano di poter dare una mano (non solo per la ricerca intellettuale e l'aggiornamento culturale, ma anche per la gestione di iniziative didattiche nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie che ne facciano richiesta: c'è bisogno di ogni genere di competenze, anche organizzative e tecniche, a cominciare dagli strumenti di comunicazione telematica!) di farsi avanti e chiedere di diventare soci (la quota, da cui sono esonerabili quanti avessero difficoltà finanziarie, è di euro 15,00 l'anno).

“100NOVE”
5.10.2017 
Dopo la strage di Capaci, il nome di Falcone è stato a volte sfruttato: ad esempio, da chi ha scritto libelli poco significativi o da millantatori di azioni antimafia poco genuine. Tra chi ha utilizzato con onestà il nome del giudice, c’è la "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone", fondata a Palermo già nel 1992 da Augusto Cavadi, dal compianto Nino Alongi e da cittadini/volontari che, da allora, offrono occasioni di studio e confronto critico su mafia e antimafia, sulla storia del Meridione e su altri temi cruciali. Nella consapevolezza che: “Non basta ‘andare dove ci porta il cuore’: bisogna usare la testa”, come scrive Cavadi. Che ci ricorda anche l’obiettivo prioritario dell’associazione: “Alfabetizzare i cittadini che intendono resistere alla barbarie e capovolgere i rapporti di potere fra corrotti e onesti. Infatti se la legalità democratica non si organizza e non si dà una strategia, resterà inevitabilmente soccombente e delusa.

                                                                              Maria D’Asaro



http://maridasolcare.blogspot.it/2017/10/in-nome-del-giudice-falcone.html

LA CINA (NON) E' VICINA. SECONDO REPORT (PIU' AMPIO)

In molti, graziosamente, mi avete chiesto delle notizie sulla Cina più dettagliate rispetto al report di due mesi fa. Sono lieto di accontentarvi riportando un pezzo chiestomi dalla rivista

“Le Siciliane”
Settembre- ottobre 2017

     SOTTO IL CIELO DI PECHINO


      Grazie all’associazione interculturale di Palermo  “Casa Officina” ho potuto realizzare – in compagnia di Adriana- un viaggio in Cina abbastanza diverso dalle mere visite turistiche. Abbiamo infatti toccato non solo le mete celebri, per così dire obbligatorie (dalla Città proibita a piazza Tian’ anmen, dalla Grande Muraglia all’esercito dei guerrieri in terracotta di XI’an), ma anche zone del Paese che vedevano per la prima volta degli Occidentali – infatti venivamo fotografati molto più di quanto non fotografassimo ! – e anche piccole esperienze comunitarie sia di carattere pedagogico-didattico sia di carattere socio-economico.
      Se dovessi riassumere in una parola l’impressione globale – pur non avendo modo di giustificarla esaurientemente – ricorrerei a: “smarrimento”. Come mai?
        Il dato immediato, macroscopico, è che mi si è parato innanzi un mondo dove tutto è sproporzionato rispetto alle mie misure abituali o, per lo meno, oggettivamente colossale. Sbarchiamo a Pechino e il bus che ci preleva impiega ore per raggiungere l’albergo: già le distanze sono ciclopiche (la circonvallazione più esterna della città è di circa 900 kilometri !), cui si aggiunge il caos del traffico automobilistico (gli abitanti ufficialmente registrati sono circa 20 milioni, senza considerare i secondi geniti che per decenni non potevano essere dichiarati all’anagrafe). Ma distanze e popolazione non colpiscono quanto il numero e la mole dei grattacieli: edifici di una bellezza spesso abbagliante, che si slanciano arditamente ad altezze vertiginose che non ho mai visto in presenza (forse perché non sono mai stato a New York). Comunque popolazione e architetture di Pechino sono solo un antipasto rispetto ai 30 milioni di cittadini di Shangai e ai suoi mirabolanti edifici, tra i più alti ed eleganti del mondo.
  Una prima razionalizzazione del mio senso di disorientamento  potrei definirla di ordine ecologico. Per decenni avevo sentito affermare, e avevo qualche volta ripetuto, che i cinesi avessero il diritto di godere delle nostre comodità e dei nostri consumi di Occidentali, ma che – quando ciò si fosse avverato – il pianeta sarebbe entrato in una fase terminale. Ebbene, dopo poche ore hai la certezza che quel momento di occidentalizzazione dell’Oriente è già arrivato: che le automobili di lusso, le moto, i condizionatori d’aria, le luci notturne per ornamento o per pubblicità…sono già una diffusa, imperante, tracimante realtà. Te lo conferma il cielo di Pechino o, per essere più esatti, quella coltre di nuvole e di smog che si frappone senza fessure fra te e il cielo. Una sorta di illuminazione ti fa intuire perché molti, soprattutto fra i giovani, camminano con il viso bendato e gli occhialoni: un estremo, forse vano, tentativo di difendersi da un’atmosfera innaturale. E allora è come se vedessi, in anticipo rispetto al prossimo futuro, il panorama – surreale e inquietante – delle città che sei solito abitare.
 Quando il tuo sguardo si volge verso la quotidianità noti dappertutto i simboli della più sfacciata ricchezza capitalistica: ristoranti di lusso, banche di ogni genere, negozi del made in Italy, cellulari diffusi capillarmente. Non solo nei buffet degli alberghi la mattina, ma anche  in tutti i locali – di media categoria – in cui siamo andati a mangiare, vengono servite al centro della tavola portate gustosissime e abbondantissime: con stupore, prima, con amarezza dopo, constato che tutto il cibo che rimane viene raccolto indistintamente in sacchi di rifiuti. In alcuni ristoranti mi dicono che servono sino a seimila pasti a ogni pranzo: quanti chili di roba vengono gettati (spero, almeno, per nutrire animali)? Né la situazione è differente quando i turisti sono, o mi sembrano, indiani: il mio immaginario è fermo a quando in Italia raccoglievamo soldi per contrastare la carestia in quella zona meridionale dell’Asia, adesso vedo ospiti provenienti da quelle aree che, alla colazione mattutina negli alberghi,  riempiono i vassoi  del doppio o del triplo di quello che poi effettivamente consumano. Di contro a tanto spreco ti aspetteresti, almeno, che ciò accompagnasse la scomparsa dei casi eclatanti di miseria. Ma non è così. Né in città grandi (dove ho visto con i miei occhi rovistare tra i cestini della spazzatura per racimolare qualcosa da rosicchiare o da succhiare) né in zone naturalistiche montuose ( per i sentieri impervi della Montagna Gialla, presso Huangshan, ho visto salire e scendere uomini di varia età che trasportavano in spalla turisti e merce varia: in un caso un poveruomo – icona plastica del Nazareno sulla via del Calvario – portava sulla spalla delle travi di ferro incrociate).
Un raro, rarissimo ritratto di Mao opera come un flash e intuisci che una seconda ragione di scoramento è di ordine, per così dire, politico. Nel tuo immaginario, implosa l’Unione Sovietica e  morto Fidel Castro, la Cina popolare era rimasta l’ultimo modello alternativo al capitalismo: un modello certo criticabile, imperfetto, per molti versi crudele, comunque alternativo alla dittatura del profitto ad ogni costo. Invece non c’è neppure uno Stato sociale efficiente: mi spiegano che denti e occhi vengono curati bene solo se si ha un’assicurazione sanitaria, quasi peggio che in Italia. Un ragazzo di Berna incontrato per caso in un bar con i suoi genitori, che studia musica in Cina, frequenta i coetanei e parla bene il cinese, lo conferma senza esitazioni: “Qui non c’è un mezzo capitalismo moderato da un mezzo socialismo, c’è il capitalismo puro. Di comunista c’è solo censura e repressione, ma i giovani le sopportano sempre peggio: la Cina è una pentola in ebollizione e, se il governo non darà maggiori concessioni anche sul versante delle libertà civili, si troverà a dover fronteggiare delle rivolte destabilizzanti”. Il padre, un docente di musica classica in quiescenza, aggiunge una nota interessante: “In Italia avete ancora memoria della solidarietà sociale: per questo vi fa ancora più impressione il divario fra ricchi sempre più ricchi e poveri che restano tali”. Che la tanto sputtanata socialdemocrazia europea non sia riuscita a raggiungere risultati più modesti, ma effettivi e duraturi, rispetto ai progetti radicalmente rivoluzionari di Lenin prima, di Mao dopo?
  Sul clima di censura trovo conferma in una corrispondenza (sul mensile “Una città”, luglio-agosto 2017, p. 41) di Ilaria Maria Sala da Hangzhou, una delle città visitate anche da noi: “Ho impiegato tanto tempo a capire che questi scambi privi di qualsiasi interesse, se non quello di confermare di sapere tutti le stesse cose (<<Hangzhou è la patria del tè longjin! E’ uno dei migliori tè cinesi! Del resto, noi cinesi beviamo molto tè>>) sono anche del tutto sicuri. Non si corre alcun rischio a snocciolarsi addosso le specialità culinarie di ogni città, o nel raccontarsi fieri che le ragazze di Hangzhou e Suzhou sarebbero le più belle della Cina (che sia una frase piuttosto irritante ancora non è entrato a far parte della percezione comune). Ci si parla senza dire nulla, senza scoprirsi, senza esporsi, e senza doversi pentire dopo. Si resta all’interno di parametri di gentilezza e affabilità da tutti raccomandabili. E’ l’equivalente del parlare del tempo incontrando qualcuno in autobus o in ascensore. Ma a pensarci bene qui è un’altra cosa. A cosa servirebbe scivolare in discussioni sull’attualità, o rischiare di accennare al fatto che anche qui, nella comoda e soddisfatta Hangzhou, vengono arrestati gli avvocati che difendono i diritti civili e quelli religiosi, con uno sconosciuto? Perché mai criticare apertamente l’amministrazione locale dicendo che sì, gli slogan per la strada dicono che Hangzhou è una città verde, ma l’inquinamento è tale che non si vede il cielo, e basta un’app del cellulare a confermarlo?”. Anch’io avevo colto, qua e là, tra le pieghe di un tessuto sociale apparentemente gratificato, dei dettagli eloquenti: per esempio, sul punto di fare  dono a una guida della traduzione in cinese di un mio libretto sui siciliani, un mio amico cinese ha ritenuto opportuno pre-avvertirlo per tranquillizzarlo: “Puoi accettare, non c’è nulla contro il Partito né contro il Governo”.
   Insomma, se il progetto di Marx era attraversare il capitalismo maturo per arrivare al socialismo (nell’accezione di dittatura statalista del Partito) prima, e al comunismo (inteso come abolizione dello Stato e piena autodeterminazione popolare) dopo, tutto si sta svolgendo come se la Cina stesse attraversando il socialismo per arrivare al capitalismo maturo. Con buona pace, definitiva, della meta finale comunista.
    Ovviamente in quindici giorni, per quanto intensi,  ci si può fare un’immagine monca se non addirittura errata. Dei segnali in controtendenza ci sono: per esempio a Shangqiu abbiamo potuto incontrare i promotori di un villaggio autogestito che, con l’incoraggiamento anche finanziario del Governo, stanno provando a costruire uno spazio di condivisione produttiva, di uguaglianza remunerativa, di pulizia ecologica e di recupero dell’antica cultura cinese. Ci è stato presentato, tra gli altri, un giovane laureato che aveva preferito vivere questa scommessa civica con 10 euro al giorno piuttosto che restare immerso nello smog e nella frenesia della città a 40 euro.
   Non so se si deve a questo strano mix di socialismo reale (in cui lo Stato ti assicura un lavoro, ma pretende che lo svolga con diligenza) e di capitalismo galoppante (cui conviene che tutti i cittadini abbiano un reddito mensile che gli consenta di trasformarsi da parassiti disoccupati in clienti-consumatori delle immense quantità di merci prodotte), ma un dato è evidente: gli spazi pubblici  - dagli angoli delle strade ai gabinetti, dai musei ai parchi - sono gestiti a meraviglia. Ogni centimetro è affidato a un soggetto che lo deve mantenere costantemente pulito ed efficiente: per chi vive in una Sicilia dove tutto è sporcato, inquinato, incendiato, ma nessuno responsabile, davvero un altro mondo! Ma forse non è il caso di scomodare le ideologie moderne: prima che comunisti o capitalisti, qui si è confuciani e si sa che il senso della vita individuale è adempiere con precisione i propri doveri e dedicarsi all’armonia del Tutto.


Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 7 ottobre 2017

CI VEDIAMO A CALTANISSETTA SABATO 7 OTTOBRE 2017 ?

NELL'AMBITO DEL FESTIVAL   "SICILIA, DUNQUE PENSO", alle ore 19,00 di sabato 7 ottobre 2017,  terrò una conversazione su "I SICILIANI SPIEGATI A UN MARZIANO".
L'incontro è previsto in Corso Umberto, nella location dove si svolgeranno le varie manifestazioni, all'aperto o al chiuso a seconda delle condizioni atmosferiche.

giovedì 5 ottobre 2017

IL TESTAMENTO SCOMODO DI ORTENSIO DA SPINETOLI


“www.nientedipersonale.com”

4.10.2017



IL TESTAMENTO POSTUMO DI UN CAPPUCCINO SCOMODO



A cosa rimanda il titolo di questo libro postumo del biblista cappuccino Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello (Chiarelettere, Milano 2017, pp. 88, euro 10,00) ? A tutto ciò che le chiese cristiane hanno aggiunto, per superfetazione e per sovrapposizione, al messaggio originario di Gesù. Da duemila anni cattolici, ortodossi, anglicani o protestanti di matrice luterana hanno posto – sia pur in misura differente - ogni generazione davanti a un bivio: o accetti tutto il pacchetto (vangelo + dogmi + riti + norme morali) o lo rifiuti in blocco.

Davanti a questo ricatto morale delle chiese – già nel 1994 Ortensio se ne occupava in un libro dal titolo eloquente: La prepotenza delle religioni – sempre più spesso, soprattutto nel nostro secolo, la gente si mostra decisa: tenetevi tutto il pacchetto e noi ci inventiamo una nostra vita.

Che questa impostazione assolutistica porti le chiese al suicidio sociologico può dispiacere solo alcuni; più preoccupante che induca l’umanità a rifiutare – prima ancora di esaminarli – i semi del vangelo del Nazareno. Perciò si va facendo sempre meno esigua quella squadra di studiosi (di cui il biblista marchigiano è stato pioniere) che tenta di destrutturare il ricatto: si può essere cristiani senza accettare supinamente la dogmatica e la morale elaborate da san Paolo ai nostri giorni.

Il libro riproduce una lettera a un giovane confratello nella quale  l’autore si sofferma in particolare su tre fardelli (o su tre mattoni del fardello). Innanzitutto una concezione magica della “rivelazione” come “Parola di Dio” in senso letterale, non metaforico: “Se è vero che <<tutta la Bibbia è ispirata>> (2 Tm 3,16; 2 Pt 1,21) non per questo è tutta <<parola di Dio>>, poiché rimane sempre da chiarire ciò che appartiene a uno strato e ciò che appartiene all’altro, ciò che funge da supporto e ciò che è il messaggio, la vera proposta divina. E questa è sempre minima, il più delle volte nulla, nel caso sempre ardua da determinare. [] Leggere e interpretare la Bibbia, pertanto, non è questione di autorità ma di competenza, cioè di conoscenza del mondo, delle lingue e del linguaggio biblico, se se non la si possiede non la si può sostituire con nessun altro titolo []. Non è facile togliere di mezzo i vescovi e gli esponenti dei dicasteri romani, ma se questi potessero provare a tacere, se non altro per il troppo parlare che hanno fatto fino adesso, ne avrebbe senz’altro un gran beneficio tutta la comunità credente ” (pp. 8 - 9).

Un secondo tema su cui si sono affastellati pesi superflui è costituito dalla personalità di Gesù: “Certo , si può continuare a ripetere che è <<figlio di Dio>> ma non ci si dovrebbe anche chiedere  che cosa potesse intendere un ebreo con tale attribuzione? Essa compare anche nel linguaggio di altri popoli, e vale semplicemente per persone insigni (i faraoni) e uomini carismatici, i taumaturghi, i sapienti (Platone) “ (p. 14). Egli è dunque un profeta che parla di Dio per “correggerne l’immagine corrente”, sostituisce quella del “Signore Onnipotente” con quella del “padre senza uguali, oltremodo benevolo con tutti i suoi figli, anche se scapestrati (Lc 15, 11 – 24)”: un padre  che “sembra essere preoccupato, più o prima che del suo onore, del bene e della felicità delle sue creature, soprattutto delle più deboli e quindi delle più bisognose. Lo ha fatto intendere inequivocabilmente fin dai suoi primi annunzi ufficiali, incentrati non tanto sugli obblighi sacri o sulla gloria dell’Altissimo, ma sulle necessità dei poveri, dei prigionieri, degli oppressi  (Lv 4, 18), degli affamati, degli ignudi, dei senzatetto, dei forestieri (Mt 25, 35 – 36)” (p. 16).

Un terzo tema sul quale si è registrato un appesantimento inutile, anzi dannoso, del messaggio originario è senz’altro l’eucarestia. Essa  va considerata “ il centro , il cuore della chiesa e della vita comunitaria”, ma a patto di non perdere “il suo primo, vero significato originario” che, secondo Gesù, “non si realizza nel mettere in scena quel complesso di riti, suoni e canti che riempiono le liturgie festive o feriali, bensì nel tentativo di verificare fino a che punto si è in grado di mettere in gioco la propria vita per il bene materiale e spirituale dei propri simili” (p. 38). Nell’eucarestia, insomma, si condensa e si esprime “un programma che caratterizza la vocazione cristiana poiché costituisce il proprio, lo specifico, della medesima, ma che rischia di vanificarsi quando l’eucarestia diventa una celebrazione per onorare Dio, il quale non ha bisogno e  non ha chiesto nulla per la sua gloria ma aspetta solo, quasi con ansia, che si aiutino le sue piccole e povere creature a crescere, a essere felici e in pace. Il cristianesimo è unico proprio per queste sue dimensioni non religiose ma umanitarie”  (p. 40). Essere cristiani significherebbe  accogliere il contributo che Gesù ha dato all’immensa, faticosa, universale, “laica” ricerca dell’umano nella sua pienezza.

In conclusione: la storia del cristianesimo è una storia di eresie, ma l’ortodossia cristiana è la prima, radicale, grande eresia rispetto al vangelo: Essa, infatti, davanti alla “vera rivelazione o rivoluzione messianica”  - il maestro pellegrino “non aveva preannunciato un nuovo culto, né stabilito un diverso giorno per onorare il Signore, ma al contrario si era grandemente, per non dire principalmente, preoccupato del rinnovamento dei rapporti interumani” – ha  “riportato la proposta originaria di Gesù negli schemi comuni di tutte le religioni, in pratica di quella del vecchio Israele” (pp. 60 – 61). Un po’ come aveva sentenziato fulmineamente Nietzsche: “C’è stato un solo cristiano ed è morto sulla croce”.

   Nelle Appendici  troviamo il testo integrale di una Lettera a papa Francesco del 20 settembre 2013, a meno di due anni dall’improvvisa scomparsa dell’anziano frate. In essa si propone al vescovo di Roma di convocare “un raduno dei <dispersi d’Israele>, cioè di quanti nella chiesa hanno subìto incomprensioni, preclusioni, esclusioni, condanne, a motivo non di reati ma delle loro legittime convinzioni teologiche, bibliche o etiche []. Quante Lampeduse, non diciamo Gulag,  si possono riscontrare nella storia della chiesa! Papa Benedetto, poco dopo la sua elezione, ha invitato nella sua villa estiva Hans Küng, ma quanti altri che pur ne avrebbero avuto diritto ha lasciato fuori? Non per un’assoluzione o promozione, ma per quel tanto di dignità e di rispetto loro dovuto e sempre negato” (p. 70).



AUGUSTO CAVADI




* Il libro sarà presentato e discusso alle 20,15 di giovedì 5 ottobre 2017 presso la “Casa dell’equità e della bellezza” (v. N. Garzilli 43/a, Palermo)


mercoledì 4 ottobre 2017

PERDETEVI PURE LA PRESENTAZIONE DI GIOVEDI' 5 OTTOBRE...

...PRESSO LA "CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA" DI PALERMO (v. N. Garzilli 43/a), alle ore 20.15, ma non perdetevi il piacere di leggere


lunedì 2 ottobre 2017

GRACIAS A LA VIDA QUE ME HA DADO TANTO...

...Me ha dado la risa y me ha dado el llanto (Violeta Parra).
Se non si è del tutto insensibili, la marea di dolore che sommerge ogni momento uomini e altri animali non ci permette di godere in pieno neppure un momento di felicità.
Ma quando la si avverte, la si sperimenta, sia pur ferita, questa felicità va accettata e riconosciuta.
Sabato e domenica, in dialogo con decine di persone - amiche e sconosciute - sul senso della vita, sul ruolo del dono nelle relazioni sociali, sulla ricerca della bellezza in tutte le sue forme; in esplorazione di luoghi sconosciuti intrisi di tragica storia popolare; in condivisione di cibi preparati con cura e forse persino con amore; in ammirazione verso chi raccontava il significato della taranta, o la suonava, o la ballava, o la cantava, al ritmo di un tamburello martellante...Vedere e ascoltare tanta gente che è sinceramente grata per così poco - perché qualcuno l'ha aiutata a rompere l'ovvietà dei ritmi quotidiani e le ha suggerito di interrogarsi sul fondamento e sullo scopo dell'esistenza. E quando sembra che tutto sia finito, a sera, spunta una torta di Claudia e il violino di Giorgio e i trilli di Maria - sempre sotto il vigile sorriso di una donna che ti ama, senza porre condizioni né ricatti, solo perché sei tu e sei così...e da lì in poi una valanga di auguri di compleanno per telefono, per cellulare, per email, per facebook (gesti d'affetto che valgono oro dal momento che tu non sei stato mai - e adesso lo saresti ancor meno - un uomo di potere o di denaro)...
Sabato e domenica dicevo - e oggi - mi sembra che la Vita mi ha davvero dato tanto. Attraverso uomini e donne di ogni età, condizione sociale, convinzioni ideali, la Vita mi ha dato immensamente più di quanto abbia potuto restituire. E se non lo testimoniassi sarei un povero ingrato.
PS: Sto cercando di ringraziare uno per uno, e una per una, ciascuno/a di voi (anche solo con una emotion scherzosa). Intanto vi abbraccio fraternamente e vi dono il link alla canzone che ho scelto come colonna sonora di queste ore:
https://www.youtube.com/watch?v=UW3IgDs-NnA