lunedì 9 ottobre 2017

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (14)


“Gattopardo”
Settembre 2017, n. 18

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (puntata n. 14)

    Tra i deterrenti che scoraggiano il turismo in Sicilia va annoverata, certamente, la paura verso la violenza mafiosa. Diciamolo subito a scanso di equivoci: è una violenza odiosa e vergognosa che non è stata ancora estirpata, ma solo fortemente limitata, dall’azione meritoria delle Autorità giudiziarie e delle Forze di polizia. Ciò premesso e chiarito, però, il viaggiatore - incerto se visitare o meno la Sicilia - dev’essere consapevole di non correre nessun pericolo personale.  Deve avere ben chiara in mente la differenza fra la delinquenza, il terrorismo e la mafia.
   La delinquenza, più o meno presente sull’intera faccia del pianeta, colpisce indiscriminatamente chiunque si trovi a tiro: scippa la borsa di una passante a caso (come mia moglie qualche mese fa a Montpellier) o deruba il primo appartamento vuoto che gli capita di individuare (come la casa di una signora nei giorni in cui eravamo suoi ospiti, alcuni anni fa,  a Salvador de Bahia). La violenza terroristica è già più oculata: non spara sul mucchio, ma su una determinata categoria sociale. Fa esplodere una moschea perché islamica o una chiesa perché cattolica; uccide un giudice perché fa parte della magistratura o un banchiere perché fa parte di un ceto finanziariamente dominante. Può anche avere di mira dei turisti in un albergo o in museo: ma proprio in quanto turisti, nel caso si voglia danneggiare l’immagine di un Paese.
      Niente di simile è mai accaduto, o potrà accadere, per la mafia. Essa non uccide né alla cieca (come i delinquenti) né per colpire una determinata categoria sociale (come i terroristi) : non il giudice in quanto giudice, o il banchiere in quanto banchiere, ma “quel” giudice o “quel” banchiere perché – a torto o a ragione, quasi sempre a torto – si ritiene che abbia compiuto uno “sgarbo”.
   Lo notava già nell’anno 1900 uno dei più grandi sociologi italiani, Gaetano Mosca: “Reati che altrove non avrebbero alcun movente personale, che sono ordinariamente perpetrati da rei professionali che scelgono indifferentemente per vittime tutti gli individui che si trovano alla loro portata, in Sicilia assumono la parvenza di una vendetta per un torto vero o supposto che il reo, o qualche suo parente od amico, avrebbe subìto da parte della vittima; ben inteso che spesso il torto accennato non è la vera causa ma piuttosto il pretesto del fatto delittuoso”. Lo stesso sociologo traeva una conclusione che, dopo più di cent’anni, conserva intatta la sua attualità: “E’ per questa ragione che gli Italiani del continente ed in generale tutti i forestieri che viaggiano od anche abitano in Sicilia sono quasi sempre rispettati dai malfattori, perché, non avendo il forestiero in generale rapporti con la classe delinquente, è difficile che contro di lui possa addursi il pretesto di una vendetta personale”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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