giovedì 5 ottobre 2017

IL TESTAMENTO SCOMODO DI ORTENSIO DA SPINETOLI


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4.10.2017



IL TESTAMENTO POSTUMO DI UN CAPPUCCINO SCOMODO



A cosa rimanda il titolo di questo libro postumo del biblista cappuccino Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello (Chiarelettere, Milano 2017, pp. 88, euro 10,00) ? A tutto ciò che le chiese cristiane hanno aggiunto, per superfetazione e per sovrapposizione, al messaggio originario di Gesù. Da duemila anni cattolici, ortodossi, anglicani o protestanti di matrice luterana hanno posto – sia pur in misura differente - ogni generazione davanti a un bivio: o accetti tutto il pacchetto (vangelo + dogmi + riti + norme morali) o lo rifiuti in blocco.

Davanti a questo ricatto morale delle chiese – già nel 1994 Ortensio se ne occupava in un libro dal titolo eloquente: La prepotenza delle religioni – sempre più spesso, soprattutto nel nostro secolo, la gente si mostra decisa: tenetevi tutto il pacchetto e noi ci inventiamo una nostra vita.

Che questa impostazione assolutistica porti le chiese al suicidio sociologico può dispiacere solo alcuni; più preoccupante che induca l’umanità a rifiutare – prima ancora di esaminarli – i semi del vangelo del Nazareno. Perciò si va facendo sempre meno esigua quella squadra di studiosi (di cui il biblista marchigiano è stato pioniere) che tenta di destrutturare il ricatto: si può essere cristiani senza accettare supinamente la dogmatica e la morale elaborate da san Paolo ai nostri giorni.

Il libro riproduce una lettera a un giovane confratello nella quale  l’autore si sofferma in particolare su tre fardelli (o su tre mattoni del fardello). Innanzitutto una concezione magica della “rivelazione” come “Parola di Dio” in senso letterale, non metaforico: “Se è vero che <<tutta la Bibbia è ispirata>> (2 Tm 3,16; 2 Pt 1,21) non per questo è tutta <<parola di Dio>>, poiché rimane sempre da chiarire ciò che appartiene a uno strato e ciò che appartiene all’altro, ciò che funge da supporto e ciò che è il messaggio, la vera proposta divina. E questa è sempre minima, il più delle volte nulla, nel caso sempre ardua da determinare. [] Leggere e interpretare la Bibbia, pertanto, non è questione di autorità ma di competenza, cioè di conoscenza del mondo, delle lingue e del linguaggio biblico, se se non la si possiede non la si può sostituire con nessun altro titolo []. Non è facile togliere di mezzo i vescovi e gli esponenti dei dicasteri romani, ma se questi potessero provare a tacere, se non altro per il troppo parlare che hanno fatto fino adesso, ne avrebbe senz’altro un gran beneficio tutta la comunità credente ” (pp. 8 - 9).

Un secondo tema su cui si sono affastellati pesi superflui è costituito dalla personalità di Gesù: “Certo , si può continuare a ripetere che è <<figlio di Dio>> ma non ci si dovrebbe anche chiedere  che cosa potesse intendere un ebreo con tale attribuzione? Essa compare anche nel linguaggio di altri popoli, e vale semplicemente per persone insigni (i faraoni) e uomini carismatici, i taumaturghi, i sapienti (Platone) “ (p. 14). Egli è dunque un profeta che parla di Dio per “correggerne l’immagine corrente”, sostituisce quella del “Signore Onnipotente” con quella del “padre senza uguali, oltremodo benevolo con tutti i suoi figli, anche se scapestrati (Lc 15, 11 – 24)”: un padre  che “sembra essere preoccupato, più o prima che del suo onore, del bene e della felicità delle sue creature, soprattutto delle più deboli e quindi delle più bisognose. Lo ha fatto intendere inequivocabilmente fin dai suoi primi annunzi ufficiali, incentrati non tanto sugli obblighi sacri o sulla gloria dell’Altissimo, ma sulle necessità dei poveri, dei prigionieri, degli oppressi  (Lv 4, 18), degli affamati, degli ignudi, dei senzatetto, dei forestieri (Mt 25, 35 – 36)” (p. 16).

Un terzo tema sul quale si è registrato un appesantimento inutile, anzi dannoso, del messaggio originario è senz’altro l’eucarestia. Essa  va considerata “ il centro , il cuore della chiesa e della vita comunitaria”, ma a patto di non perdere “il suo primo, vero significato originario” che, secondo Gesù, “non si realizza nel mettere in scena quel complesso di riti, suoni e canti che riempiono le liturgie festive o feriali, bensì nel tentativo di verificare fino a che punto si è in grado di mettere in gioco la propria vita per il bene materiale e spirituale dei propri simili” (p. 38). Nell’eucarestia, insomma, si condensa e si esprime “un programma che caratterizza la vocazione cristiana poiché costituisce il proprio, lo specifico, della medesima, ma che rischia di vanificarsi quando l’eucarestia diventa una celebrazione per onorare Dio, il quale non ha bisogno e  non ha chiesto nulla per la sua gloria ma aspetta solo, quasi con ansia, che si aiutino le sue piccole e povere creature a crescere, a essere felici e in pace. Il cristianesimo è unico proprio per queste sue dimensioni non religiose ma umanitarie”  (p. 40). Essere cristiani significherebbe  accogliere il contributo che Gesù ha dato all’immensa, faticosa, universale, “laica” ricerca dell’umano nella sua pienezza.

In conclusione: la storia del cristianesimo è una storia di eresie, ma l’ortodossia cristiana è la prima, radicale, grande eresia rispetto al vangelo: Essa, infatti, davanti alla “vera rivelazione o rivoluzione messianica”  - il maestro pellegrino “non aveva preannunciato un nuovo culto, né stabilito un diverso giorno per onorare il Signore, ma al contrario si era grandemente, per non dire principalmente, preoccupato del rinnovamento dei rapporti interumani” – ha  “riportato la proposta originaria di Gesù negli schemi comuni di tutte le religioni, in pratica di quella del vecchio Israele” (pp. 60 – 61). Un po’ come aveva sentenziato fulmineamente Nietzsche: “C’è stato un solo cristiano ed è morto sulla croce”.

   Nelle Appendici  troviamo il testo integrale di una Lettera a papa Francesco del 20 settembre 2013, a meno di due anni dall’improvvisa scomparsa dell’anziano frate. In essa si propone al vescovo di Roma di convocare “un raduno dei <dispersi d’Israele>, cioè di quanti nella chiesa hanno subìto incomprensioni, preclusioni, esclusioni, condanne, a motivo non di reati ma delle loro legittime convinzioni teologiche, bibliche o etiche []. Quante Lampeduse, non diciamo Gulag,  si possono riscontrare nella storia della chiesa! Papa Benedetto, poco dopo la sua elezione, ha invitato nella sua villa estiva Hans Küng, ma quanti altri che pur ne avrebbero avuto diritto ha lasciato fuori? Non per un’assoluzione o promozione, ma per quel tanto di dignità e di rispetto loro dovuto e sempre negato” (p. 70).



AUGUSTO CAVADI




* Il libro sarà presentato e discusso alle 20,15 di giovedì 5 ottobre 2017 presso la “Casa dell’equità e della bellezza” (v. N. Garzilli 43/a, Palermo)


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