martedì 21 novembre 2017

UN ROMANZO DI FANTA-STORIA DI SALVATORE PARLAGRECO


21.11.2017

LA SICILIA CHE CI SAREBBE STATA SE FOSSE DIVENTATA AMERICANA

Ricordate il meccanismo – rappresentato in due diversi film – delle porte girevoli (sliding doors) ? Una donna ha davanti due strade: la sua vita avrà un corso se ne percorrerà una, un corso completamente differente se ne percorrerà un’altra.  Ciò vale per gli individui, ma anche per i popoli. Al termine della Seconda guerra mondiale la Sicilia aveva due strade: diventare il quarantanovesimo  stato degli Stati Uniti d’America o, più realisticamente, restare una regione italiana (sia pur dotata di uno Statuto speciale). Sappiamo com’è andata. Il romanzo di fanta-storia Operazione Lure. Come la Sicilia divenne la 49sima stella USA, di Salvatore Parlagreco (Navarra, Palermo 2017, pp. 368 ) prova a raccontare come avrebbero potuto svolgersi le cose. Lo fa con uno stile letterariamente intrigante, a tratti avvincente, come si addice ai migliori triller polizieschi.
  Il personaggio chiave è un giornalista che scende da Roma a Palermo per ritrovare un collega della stessa redazione che, in missione in Sicilia, ha fatto improvvisamente perdere le proprie tracce. La vicenda è, ovviamente, solo un pretesto per raccontare un contesto: la situazione culturale, sociale, politica ed economica di questa ipotetica Sicilia americana nel 2019. Sorpresa: è esattamente la situazione culturale, sociale, politica ed economica dell’effettiva Sicilia italiana nel 2017 ! Parlagreco lo fa dire a un personaggio della sua fiction: “la Sicilia italiana uguale in tutto e per tutto alla Sicilia americana. Una trovata ingegnosa, non c’è che dire” (p. 131).
   In particolare è la situazione di un’area del globo dove regnano ancora ambiguità, doppi giochi, complicità: e la mafia. Una “mafia senza mafiosi”, forse: una “Cosa nostra” che è diventata una “Cosa nuova”. Insomma, una mafia che spara sempre meno non perché in difficoltà, bensì perché è diventata il nodo di una rete corrotta e corruttrice molto più ampia, più soffocante, più efficiente. Su questa analisi gli scienziati sociali si stanno confrontando: ma chi scrive romanzi non ha l’obbligo di argomentare le proprie intuizioni e può rischiare di colpire il bersaglio anche se approssimativamente, non proprio al centro. Dal punto di vista della risonanza etica nel lettore non cambia – non dovrebbe cambiare – molto: prevalentemente violento o prevalentemente corrompente, il sistema di dominio mafioso è comunque la palla al piede dell’isola mediterranea. Che i cinque anni della nuova legislatura regionale  possano servire a scardinare tale sistema è una speranza del tutto legittima; forse, purtroppo, non altrettanto fondata.

Augusto Cavadi

www.nientedipersonale.com/2017/11/20/libro-la-sicilia-ci-stata-fosse-diventata-americana

domenica 19 novembre 2017

QUALCHE IDEA CHIARA SULLA "TEORIA DEL GENDER"

Dalla pagina FB del mio amico Luciano Sesta alcune idee sulla così detta "teoria del gender" che condivido e spero possano aiutare a riflettere chi è davvero senza paraocchi pregiudiziali:

1) Dietro la teoria del gender non ci sono soltanto perversione e stravaganza, ma anche problemi reali, che chiedono di essere affrontati con rispetto, innanzitutto, per le persone coinvolte;
2) Storicamente, la distinzione fra “sesso biologico” (maschio e femmina) e “identità di genere” (uomo e donna), nasce in riferimento a una condizione subìta, non scelta, come dimostrano la sindrome di Morris e i casi di ermafroditismo e ambiguità genitale alla nascita;
3) Anche se talvolta in modo maldestro, la teoria del gender, in fondo, vuole dirci che siamo tutti persone, al di là del nostro orientamento sessuale e della nostra identità di genere.
4) Se accolta come valorizzazione della nostra umanità condivisa, la teoria gender non ci dice qualcosa di diverso da Galati 3, 28: “non c’è più uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo Gesù”. Non dovremmo mai dimenticare, infatti, che c’è in tutti noi qualcosa rispetto a cui la differenza sessuale è indifferente: l’essere persone e figli di Dio.
5) Non è vero che la differenza sessuale fra uomo e donna è prima di tutto biologica, perché richiede un processo di maturazione in cui sono decisive tanto la natura quanto la cultura: se è vero che maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa, in un gioco di relazioni difficili e dagli esiti non scontati;
6) Le teorie gender si inseriscono in questo spazio di libertà che la natura, anche biologica, concede a ogni essere umano, e finiscono così per esprimere, spesso involontariamente, la spiritualità della persona, che non si riduce mai alle funzioni biologiche del proprio corpo.
Le reazioni polemiche, oltre che a un fraintendimento di queste mie affermazioni, sono derivate dalla provocatoria associazione di san Paolo alle teorie Gender. Certo, se "gender" = "demonio", allora associarlo a san Paolo è un'eresia. Ma se "gender" è una risposta talora equivoca a un'esigenza giusta, allora l'analogia non fa altro che aiutarci a capire che le cose sono più complesse, e che la verità non sta sempre dalla nostra parte, ma può anche trovarsi dall'altra. Il che non significa che noi allora abbiamo torto, ma che, sull'essenziale, potremmo anche entrambi avere ragione.

giovedì 16 novembre 2017

"CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA": (ALCUNI) PROSSIMI APPUNTAMENTI


Care e cari,

   le associazioni che promuovono incontri ed eventi a Palermo, presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di via Nicolò Garzilli 43/a, si preoccupano di avvertire direttamente i loro contatti.
  Ci sono alcuni amici, però, che desiderano – almeno ogni tanto – essere aggiornati sul quadro complessivo delle iniziative per decidere se, e quando, prendere parte all’una o all’altra.
  Da qui i fogli di aggiornamento generale, come questo che state leggendo: nella speranza che – come ha confidato qualcuno – non vi lasciate annebbiare la mente dall’eccesso di offerte, ma vi vogliate segnare in tempo nella vostra agenda gli impegni che più vi incuriosiscano.

                                                                                           Con simpatia,
                                                                                          Augusto Cavadi
                                         Direttore scientifico della “Casa dell’equità e della bellezza”

NOVEMBRE 2017

Venerdì 17 novembre ore 17,15: Seminario a porte aperte su “Monoteismi nel Mediterraneo” (vedi qua sotto riquadro 1)

Sabato 2 dicembre dalle 9,30 alle ore 19 (con pausa pranzo): Laboratorio di “Teatro degli Oppressi” , organizzato per conto della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”, aperto anche a chi non segue il corso settimanale in atto (vedi qua sotto riquadro 2)

Domenica 3 dicembre dalle ore 11 alle ore 13 : Giornata di spiritualità laica (con possibilità di prolungare con pranzo condiviso)

Martedì 5 dicembre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 : Laboratorio a porte aperte a partire dal libretto di Augusto Cavadi, La mafia desnuda. L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Di Girolamo, Trapani 2017, pp. 111, euro 9,90 (con possibilità di prolungare con cena condivisa)


                                                                  *********          

RIQUADRO N° 1
Il Mediterraneo è luogo di incontro e di scontro fra civiltà
differenti: che le principali siano di ispirazione monoteistica
(ebraismo, cristianesimo, islamismo) costituisce un elemento su cui
puntare per la cooperazione o, al contrario, una difficoltà in più?

Venerdì 17 novembre se ne discuterà dalle ore 17, 15 alle ore 19,30
presso la Casa dell’equità e della bellezza di via Nicolò
Garzilli 43 [2]/a (Palermo) in occasione della pubblicazione del
volume a più voci


                    
DIALOGHI MEDITERRANEI
                         MONOTEISMI E DIALOGO

Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, Mazara del Vallo (TP) 2017

All’incontro, introdotto e moderato da Antonino Cusumano (curatore del
volume), parteciperanno alcuni co-autori dello stesso:

Rosolino Buccheri, Augusto Cavadi,  Cinzia Costa, Piero Di Giorgi,
 Stefano Montes, Antonino Pellitteri, Flavia Schiavo



Ingresso libero e gratuito (con possibilità di lasciare all’ingresso
un’offerta per la gestione della Casa).

Chi desiderasse copia cartacea del volume è invitato a corrispondere
un contributo per l’Istituto Euro-arabo che lo ha edito.


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RIQUADRO N° 2

Nell’ambito delle attività della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Sergio Di Vita conduce da più di un mese  un Laboratorio settimanale (che durerà, presumibilmente, sino a maggio 2018) di avviamento al Teatro degli Oppressi (ideato da Augusto Boal).
Anche se non è più possibile inserirsi nel gruppo di chi si incontra settimanalmente, per tre o quattro volte Sergio offrirà a tutti – dunque anche a chi non è iscritto al Laboratorio  - la possibilità di Seminari di una giornata intera.
Chi vuole avere notizie sul Laboratorio in generale e PRENOTARSI PER IL SEMINARIO DI SABATO 2 DICEMBRE 2017, deve accedere alla piattaforma:

                            padlet.com/vitadisergio/ter_coragem_de_ser_feliz


martedì 14 novembre 2017

ELEZIONI SICILIANE: UN (PRIMO) BILANCIO AMARO



Su richiesta dell'Agenzia di stampa romana "Adista" ho inviato alcune note sulle recenti elezioni regionali in Sicilia.

“ADISTA”
10.11.2017

UN BILANCIO AMARO

  Se uno non soffre di dislessia, o forse di discalculìa, da rifiuto pregiudiziale della verità non può che vedere nei risultati del voto siciliano un bilancio amaro: 36/70 seggi al Centro-destra (guidato da un esponente di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale e comprensivo di quattro Leghisti del Nord); 20 seggi al Movimento 5 Stelle (che, in quanto partito, è risultato il più votato);  13 seggi al PD & soci; 1 seggio alla lista a sinistra del PD (riservato allo stesso Claudio Fava, candidato presidente).
Davide Faraone, proconsole renziano in Sicilia della prima ora, sui canali telematici prova a smussare la batosta facendo confronti a fisarmonica con risultati elettorali precedenti e chiamando in correità personaggi come Piero Grasso, colpevole di non aver accettato il ruolo di kamikaze in una campagna elettorale schizofrenica (a dispetto del principio di non-contraddizione aristotelico, il fantasma di Crocetta veniva invocato come esempio di amministratore esemplare e, a un tempo, disastroso).
  Vogliamo vedere con un po’ di attenzione il bollettino di questa Caporetto? Primo punto: ha vinto Nello Musumeci, personalmente integerrimo, ma ha portato con sé a Palazzo dei Normanni personaggi che in una democrazia matura non si sarebbero azzardati neppure a presentarsi (penso a Luigi Genovese il cui padre, sommerso da guai giudiziari sino al collo, ha traslocato dal PD a Forza Italia l’ingente patrimonio di voti facendone dono al figlio ventunenne non ancora laureato; o a Cateno De Luca, esponente dell’UDC, che essendo stato arrestato a poche ore dalle elezioni con l’accusa di “pervicacia criminale e spregiudicatezza” ha segnato un record nazionale difficilmente superabile). E sia chiaro: l’amarezza per il fatto che questi soggetti si propongano, come candidati, e siano accettati dai partiti, non è nulla in confronto all’amarezza di constatare che centinaia di migliaia di elettori – per ragioni clientelari – li votino. Magari fossero costretti dalla lupara alla nuca! Il condizionamento mafioso delle elezioni c’è, ma molto differente dalle modalità violente: il sistema di potere non ha bisogno di minacciare chi si mette in vendita a poco prezzo. Cuffaro è, almeno ufficialmente, fuori dai giochi: ma il cuffarismo, come metodo di raccolta del consenso, vige sovrano.
  Secondo punto: il Centro-destra ha vinto perché ha trovato modo di coalizzarsi. Ma pochi aggiungono che si è trattato di un capolavoro di cinismo tattico: Berlusconi, Salvini e Meloni hanno rinnegato  le proprie convinzioni e le stesse aspre critiche reciproche. Se il “patto dell’arancina” sarà riprodotto a livello nazionale, e imitato dallo schieramento avversario, la coerenza politica farà un altro passo indietro: con quali conseguenze sulla credibilità della “casta” da parte dei cittadini (onesti)?
  Terzo punto: i suffragi della Sinistra sono stati così risicati (ha superato per un soffio la soglia minima del 5%) da rischiare di gettare nello sconforto quanti si erano spesi nella speranza di risultati migliori. Molto dipenderà dalle scelte di Claudio Fava: si eclisserà come da tradizione (Leoluca Orlando e Anna Finocchiaro, sconfitti rispettivamente da Cuffaro e da Lombardo, lasciarono le truppe in consiglio regionale senza guida) o ricomincerà, pazientemente, da uno? L’arte dell’opposizione, severa ma costruttiva, è più difficile della stessa arte di governo: ma non meno nobile e necessaria.
   Quarto punto (ultimo solo per ragioni di spazio): nonostante i Grillini abbiano raccolto e canalizzato parte della protesta popolare contro la classe politica siciliana, l’astensionismo si è attestato sul 53% . Capisco che nell’euforia della vittoria e nello scoramento della sconfitta nessuno ha voglia di preoccuparsi dell’astensionismo in crescita. Ma, a luci della festa (e del funerale) spente, la nuova maggioranza e la nuova opposizione faranno bene a guardare un po’ più lontano del proprio naso: altri cinque anni di chiacchiere inconcludenti come gli ultimi potrebbero accompagnare la democrazia in Sicilia verso una fine lenta, ma inesorabile.  E allora si capirebbe che l’anti-politica non sono i ragazzi di Grillo che trovano il coraggio di candidarsi anche senza la pazienza di studiare la storia e il presente dell’Isola (magari per dichiarare che un tempo la mafia era buona e poi, purtroppo, è stata guastata dalla droga e dalla finanza illegale…), ma sono i due milioni e mezzo di cittadini che, se non sono sollecitati né da grandi ideali né da piccoli interessi privati, preferiscono marinare le urne per godersi un sole beffardamente splendente su una Sicilia che minaccia di essere, ancora una vota, ologramma del Paese.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
 

 PS: E che c'entra il Laocoonte di Michelangelo come illustrazione ? Non ho trovato immagine più calzante dell'elettore siciliano onesto che vorrebbe cambiare, almeno un po' e almeno gradualmente, le cose.

domenica 12 novembre 2017

CI VEDIAMO A CATANIA, MARTEDI' 14 NOVEMBRE 2017 ?


GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA 2017 CATANIA, Martedì 14 Novembre 2017
Presso l’Università di Catania
 Monastero dei Benedettini - Coro di Notte
                            “IO E LA FILOSOFIA”
Ore 17:30 Percorso filosofico: “Il Filo di Sofia tra Oriente e Occidente”, lungo il corridoio dell’Orologio e il corridoio del Coro di Notte
Ore 18:00 Convegno:”Io e la Filosofia”
Interventi:

“La Filosofia come Liberazione”- Prof. Augusto Cavadi, Filosofo consulente riconosciuto dall'associazione nazionale <<Phronesis>>

“Filosofia è Libertà” - Prof. Alberto Giovanni Biuso
“La battaglia interiore” - Dott.ssa Manuela Di Paola, Presidente di Nuova Acropoli Catania
A seguire Musica colta dal vivo a cura del Coro “Imago Vocis” diretta dal maestro Salvatore Resca.

www.nuovacropoli.it
 

sabato 11 novembre 2017

GAETANO CELAURO LEGGE "LA MAFIA SPIEGATA AI TURISTI"


www. sololibri.net
31.10.2017
Gaetano Celauro recensisce:
Augusto Cavadi, I siciliani spiegati ai turisti, Di Girolamo, Trapani 2014
Attraverso le risposte a tre semplici domande, Augusto Cavadi, riesce efficacemente a fornire precise coordinate per la conoscenza del fenomeno mafioso:
«La mafia: di che si tratta?»; «La mafia: c’è sempre stata?»; «La mafia: ci sarà per sempre?».
La mafia spiegata ai turisti è un piccolo libro che offre un contributo notevole: fornisce delle risposte essenziali ed è corredato da un’esaustiva bibliografia sulla mafia diretta a chi volesse approfondirne la natura e l’estensione.
Luoghi comuni e pregiudizi sono ampiamente diffusi, anche negli stessi siciliani, tali da non consentire sovente un’analisi obiettiva.
L’autore analizza le similitudini - non poche - con le varie associazioni criminali organizzate operanti nelle altre regioni. La formazione dello Stato unitario nel 1861 segna l’inizio della mafia nella sua attuale configurazione, che prende a prestito riti e simboli delle società segrete preesistenti. La mafia siciliana, però, ha alcune specificità: mira al maggiore consenso possibile e, per conquistarlo un po’ in tutti i ceti, ricorre a una sorta di pedagogia sociale, cercando di trasmettere un codice culturale. Il mafioso vuole essere temuto ma, più ancora, vuole essere riconosciuto e rispettato.
Prima del 1861 le fonti storiche registrano fenomeni che si possono definire, secondo studiosi specialisti del settore, come “premafiosi”. Si può addivenire convenzionalmente ad una periodizzazione nello sviluppo del fenomeno mafioso: dalla fase agraria si passa alla fase urbano-imprenditoriale per concludere con quella finanziaria (dagli anni Settanta ad oggi), dove operano tecnici esperti nei meccanismi finanziari internazionali.

La violenza è il mezzo principale per perseguire i propri fini ma viene adoperata in maniera “programmata”, attraverso passaggi progressivi che vanno dalle intimidazioni ai danneggiamenti. L’omicidio costituisce l’extrema ratio: in tal modo, infatti, si manifesta quasi la propria debolezza e si dimostra, con questi mezzi estremi, di non avere più il controllo del territorio.
Se la violenza è quindi un mezzo, le finalità principali, comuni alle associazioni mafiose, sono l’esercizio del potere e l’arricchimento. Per il raggiungimento del primo obiettivo i mafiosi non si pongono come delinquenti comuni ma si prefiggono il preciso intento di infiltrarsi nello Stato. È quindi errata e fuorviante la definizione di mafia quale anti-Stato. Di contro questa organizzazione mira a ricoprire posti chiave nella pubblica amministrazione; le cosche mirano in sostanza all’esercizio di una “signoria” politica all’interno della comunità.
Occorre abbandonare il falso stereotipo e l’erronea convinzione, fortemente radicata nella popolazione, di una mafia buona, rispettosa di valori primo dei quali l’onore, che opera accanto ad una mafia spregiudicata, cruenta e feroce. È un assioma indiscutibile che non vi sia mai stata una mafia nobile, cavalleresca, leale al proprio interno e, soprattutto, protettrice dei deboli. L’unica mafia di cui si ha notizia è esclusivamente quella parassitaria che ha taglieggiato coloro che, con il sudore della fronte e l’inventiva della mente, hanno provato a dar vita a circuiti ed imprese positive per sé e per gli altri.

Gaetano Celauro

mercoledì 8 novembre 2017

SERGE LATOUCHE LEGGE JEAN BAUDRILLARD




 5.11.2017

S. Latouche, Baudrillard o la sovversione mediante l’ironia, Jaca Book, Milano 2016, pp. 78, euro 9,00.


            Con questo agile volumetto Serge Latouche aggiunge un anello alla preziosa collana, da lui stesso diretta, “I precursori della decrescita”. Come avverte l’autore sin dalle prime righe, “può sembrare incongruo presentare Jean Baudrillard come un precursore della decrescita”. Egli è infatti, sì, “un critico insuperabile della società dei consumi”, ma – se si passa dalla diagnosi alla terapia – non lo si trova con chiarezza a fianco nella battaglia per “una società conviviale di abbondanza frugale”. E ciò per almeno tre ragioni: “Anzitutto perché la dimensione ecologista è quasi del tutto assente  dalla sua riflessione”; “in secondo luogo, perché, patafisico ironico e provocatore distaccato, sfiora, nonostante i suoi dinieghi, una forma di nichilismo”; infine perché “la sua pungente ironia lo avvicina a un atteggiamento ‘radical-chic’ di cui si compiacciono i bobos”, vale a dire i bohémien borghesi (bourgeois bohémien).
   Nonostante queste solide ragioni in contrario, Latouche inserisce Baudrillard nell’elenco dei “precursori della decrescita” perché,pur essendo “un autore inclassificabile”, dissemina le sue opere d’intuizioni che possono essere raccolte e rielaborate in un quadro propositivo più organico. Tra questi apporti: la critica dell’economia (come scienza che si pretende esatta e come ‘cosa’ che si pretende assoluta), la messa in guardia dai pericoli della tecnica, la segnalazione dei limiti del sistema rappresentativo e – soprattutto – il rifiuto dell’ideologia del progresso.
   Quest’ultimo aspetto si articola su “due elementi forti e imprescindibili: in primo luogo, l’analisi della festa consumistica della società di crescita e, in secondo luogo, la critica della globalizzazione e della società dello spettacolo, due facce della stessa medaglia”. Sul primo punto: la crescita “produce contemporaneamente beni e bisogni, ma non li produce con lo stesso ritmo”, sì da causare “una pauperizzazione psicologica” (un perenne senso di insoddisfazione) che capovolge la “società della crescita” nell’ esatto “opposto” di una “società dell’abbondanza”. Questo perenne senso di povertà – passiamo così al secondo punto - è compensato (illusoriamente), e alimentato (realmente), dall’esibizione spettacolare del lusso, del surplus, del “troppo”: super e iper  mercati, comprando e rivendendo merci da tutto il pianeta (con etichette rigorosamente in un’unica lingua dominante), le espongono in modo da diventare “il paesaggio primario e il luogo geometrico dell’abbondanza”.
   Che si può fare per invertire la rotta? La risposta di Baudrillard è più o meno: nulla. Alle proposte preferisce la derisione: “sostituire finalmente l’eterna teoria critica con una teoria ironica”. Per questo Latouche ritiene che il suo maestro vada considerato “non avversario, ma (ironicamente) estraneo alla serena utopia dell’abbondanza frugale”. Eppure, forse, la speranza si annida nel fondo oscuro del bicchiere: se ci sono osservatori acuti come Baudrillard, e discepoli come Latouche che ne rielaborano e diffondono il pensiero, e recensori che recensiscono Baudrillard e Latouche, e lettori che leggono Baudrillard, Latouche e i loro recensori…si può essere sicuri che non ci sia nessuna possibilità di mutare il corso della storia?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 5 novembre 2017

BEPPE PAVAN (PINEROLO) RACCONTA IL VIAGGIO A PALERMO

Nel riportare questo breve resoconto colgo l'occasione per invitare gli uomini palermitani sensibili a ripensare il proprio atteggiamento verso il femminile a contattare il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne" (che si riunisce solo 2 volte al mese) per verificare la possibilità di partecipare sia ai momenti di autocoscienza maschile sia alle iniziative di formazione ad extra.
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“Uomini in cammino”

2017, 3

Foglio del Gruppo Uomini di Pinerolo 


E NOI SIAMO ANDATI A PALERMO...

... dal 14 al 18 settembre, per incontrare il neonato gruppo uomini di quella città. Cinque uomini in cammino da Pinerolo, siamo stati accolti da loro con grande affetto e voglia di confronto. Gli stessi argomenti, che ci hanno fatto fare notte la prima sera, sono poi stati al centro anche dell’incontro “triangolare” tra i due gruppi uomini e alcune donne, rappresentanti di associazioni femministe di Palermo, nel grazioso cortile-giardino della nuova sede dell’UDI. E’ stato, questo, uno scambio più delicato, che in alcuni momenti ha rischiato di scivolare nella polemica. Ma siamo riusciti/e, tutti e tutte insieme, a mantenerlo sul piano dello scambio di esperienze e di riflessioni condivise sulla cultura patriarcale (Michele), che è strutturale in noi e da cui dobbiamo liberarci “per il bene della nostra maschilità” (Augusto).

Francesco Seminara ha illustrato i due filoni principali del loro lavoro di gruppo: interventi nelle scuole e, da cir- ca 7 mesi, autocoscienza di gruppo, pur con molte remore. Ho apprezzato molto l’intervento di Stella, che ha soste- nuto, al di là di limiti e difficoltà, la grande importanza simbolica dell’esistenza di un gruppo uomini anche a Paler- mo: “Abbiamo bisogno del cambiamento maschile, e adesso c’è un gruppo di uomini che cammina su questa strada. Per i miei alunni è importantissimo!”.

Ho rivissuto, durante quell’incontro, situazioni di tensione e conflitto in cui mi sono trovato coinvolto, mio mal- grado, nei primi tempi del nostro gruppo: tra il bisogno prioritario e fondamentale di dedicarmi al mio cambiamento, grazie anche all’autocoscienza di gruppo, e il desiderio forte di prendere anche la parola pubblicamente, per parlare ad altri uomini e raccontare il bello che quel cambiamento stava donando alla mia vita.

Ma, mentre tra gli uomini in cammino ero io solo a sentire questo forte desiderio di parola pubblica, a Palermo è tutto il gruppo che vi si dedica: dibattiti, manifestazioni, interventi nelle scuole e dovunque vengano invitati... E le donne li rimproverano di essersi esposti “troppo presto” sulla scena pubblica: avrebbero dovuto fare un cammino più lungo di autoformazione personale attraverso la pratica dell’autocoscienza di gruppo... Gli uomini si giustificano e il confronto, in certi momenti, sale di tono.

L’intervento di Stella mi è parso saggio e illuminante: il riconoscimento dell’importanza di un gruppo uomini in città è il legame ideale, a mio parere, tra l’indispensabile percorso di cambiamento individuale nel gruppo e le sue ricadute positive nella comunità. io credo – e l’esperienza di chi cammina su questa strada lo conferma – che quando un uomo sceglie consapevolmente di cambiare, quando “apre quella porta”, poi non torna indietro: il cambiamento è avviato. Ci vorrà del tempo, per chi più per chi meno, per approfondire le riflessioni e trovare il linguaggio adeguato per metterle in parola, ma si può da subito, quando se ne sente il desiderio, raccontare quello che sta avvenendo nella propria vita, e provare a seminare lo stesso desiderio in altri.

Il Gruppo Uomini di Palermo questo sta facendo, a mio avviso. Certo, fare autocoscienza in gruppo non è una pratica spontanea, tantomeno per noi uomini, ma la resistenza nel tempo sarà premiata. Parlare di sé, condividere

 

pensieri e, soprattutto, il racconto di esperienze e abitudini intime, comprese quelle che non abbiamo mai raccontato neanche all’amico del cuore, perché ce ne vergogniamo e perché nessuno ci ha insegnato a esternare sentimenti, emozioni, sofferenze, paure... e ascoltare i racconti degli altri, senza mai giudicare e garantendo l’assoluto riserbo, all’esterno del gruppo, sulle cose ascoltate... Tutto questo, a poco a poco, genera un clima di fiducia e di affetto reci- proco tali che i racconti si faranno via via più spontanei e ci ritroveremo liberati da pesi accumulatisi nel tempo, e più sereni e aperti nelle relazioni quotidiane.

Tutto questo, infine, entrerà nel bagaglio personale e nelle parole con cui continueremo a raccontarci nelle scuole, sulle piazze, nelle chiacchierate con gli amici... E con le donne, che ci apprezzeranno sempre di più, perché staranno sempre meglio con noi. Ecco perché quell’incontro, per me, è stato il cuore del nostro soggiorno a Palermo.

Poi... eravamo quasi tutti anche appartenenti alla comunità di base “Viottoli” di Pinerolo e, in questa veste, ab- biamo incontrato una comunità di uomini e donne che negli ultimi 20-30 anni hanno frequentato diverse chiese prote- stanti, liberandosi a poco a poco da ogni condizionamento istituzionale e gerarchico, e che da 3 anni hanno deciso di troncare ogni rapporto con le chiese: grande sintonia di pensieri e di pratiche, e desiderio di restare in contatto.

Emozionante è stato conoscere un “testimone di giustizia”: un imprenditore di Gela che vent’anni fa nel giro di 24 ore ha dovuto abbandonare la città e trasferirsi in una località segreta con tutta la famiglia, per sottrarsi alle minacce di morte ricevute dalla mafia. Ci ha anche donato una copia del libro in cui narra la sua storia...

L’ultima sera, infine, abbiamo preso un gelato in compagnia di due uomini e due donne del gruppo lgbt Alidaquila, che ci hanno raccontato la loro esperienza e descritto una Palermo sostanzialmente non omofoba. Noi abbiamo anche potuto osservare una notevole integrazione tra le diverse etnie che la abitano, alcune da moltissimo tempo: la Sicilia è davvero il più vicino tratto di “sponda nord” del Mediterraneo...

Una nuotata nel delizioso mare di Mondello e una visita guidata – da Sergio e Pippo – alla cattedrale di Monreale hanno completato alla grande il poco tempo che abbiamo potuto dedicare al turismo, in una città dal centro storico incantevole e notevolmente recuperato, negli ultimi anni, dal degrado.

Beppe – e Gigi Luciano Angelo Ugo e Maria

venerdì 3 novembre 2017

LA RIVOLUZIONE TEOLOGICA DEL VESCOVO JOHN S. SPONG

"Dialoghi mediterranei" è una ricca rivista di ricerca culturale che può essere scaricata gratuitamente dal sito www.istitutoeroarabo.it
Nell'ultimo numero (ottobre 2017) ha ospitato, fra altri contributi, questa mia presentazione di un recente volume del vescovo episcopaliano John S, Spong. Il titolo redazionale è Aporie della dottrina e verità del cristianesimo.

        Nel numero Monoteismi e dialogo di “Dialoghi Mediterranei” (disponibile anche in cartaceo presso l’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, Mazara del Vallo 2017, pp. 219) alcuni di noi abbiamo sottolineato la necessità imprescindibile di un’autocritica (teologica e non solo storico-pratica) da parte delle grandi tradizioni monoteistiche ai fini di un possibile dialogo costruttivo.
       Mi pare importante aggiungere che quest’opera di revisione, anche radicale, delle traduzioni dottrinarie della fede in un Dio unico è anche ai nostri giorni in corso: anzi, ai nostri giorni in una misura del tutto inedita rispetto ai secoli precedenti (dove pure i grandi pensatori hanno sempre cercato di rendere comprensibile ai propri contemporanei il nocciolo del messaggio religioso tramandato). Tale impresa, coraggiosa perché rischiosa, viene portata avanti da ebrei e cristiani più che in ambito islamico. E qui vorrei segnalare un episodio attuale e istruttivo che riguarda la tradizione cristiana cui, se non altro anagraficamente, appartengo.
      Quando lessi i primi libri di teologia, nella seconda metà del secolo scorso, li trovai estremamente noiosi. Si partiva da tesi dogmatiche (formulate come indiscutibilmente certe dal magistero cattolico) e se ne ricercava, più o meno forzatamente, la legittimazione sia nella Scrittura che nella Tradizione ecclesiale. Più animate le pagine dei teologi protestanti che preferivano, soprattutto da Barth in poi, partire dalle inquietudini esistenziali diffuse per arrivare alle risposte bibliche: comunque, in genere, anche queste narrazioni avevano l’happy end assicurato. La situazione è mutata considerevolmente negli ultimi decenni. Sono sempre più frequenti i teologi che navigano a vista, senza sapere in partenza dove è previsto – anzi obbligatorio – approdare. Certo, in questi casi, le chiese stentano a riconoscerli come teologi: se così vogliamo continuare a chiamarli, dobbiamo pensare alla teologia di Aristotele o di Plotino, di Cartesio o di Schelling, più che alla teologia di Tommaso d’Aquino o di Hans Urs von Balthasar. Sono infatti pensatori senza vincoli prestabiliti e senza reti protettive, più simili a filosofi che ad avvocati delle ortodossie.
          Tra questi nuovi teologi-filosofi va annoverato senz’altro il vescovo episcopaliano John S. Spong, autore di Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovo. Perché muore la fede tradizionale e come ne nasce una nuova, a cura di don Ferdinando Sudati, Massari, Bolsena (VT) 2010, pp. 367, euro 15,00. Sulla scia di Dietrich Bonhoeffer e soprattutto di John Arthur Thomas Robinson (autore di Honest to God del 1963, tradotto due anni dopo in italiano col titolo Dio non è così dalla Vallecchi di Firenze) egli parte da una confessione personale che è anche l’enunciazione a voce alta di ciò che milioni di cristiani pensano e non hanno il coraggio – o semplicemente la voglia – di ammettere (neppure davanti a sé stessi): che la dottrina cristiana, così come si è andata configurando dai testi neo-testamentari a oggi, non regge al confronto con tutto ciò che le scienze naturali e umane sanno sul mondo e sulla struttura antropologica.
           I punti che Spong ritiene inaccettabili (e, di fatto, sociologicamente inaccettati) sono molteplici: “una divinità che può aiutare una nazione a vincere una guerra, intervenire a curare una persona amata” (p. 33); “Gesù come l’incarnazione terrena di questa divinità soprannaturale” e, in quanto tale, possessore di “tanto potere divino da fare cose miracolose come placare la tempesta, scacciare i demoni, camminare sull’acqua o moltiplicare cinque pani” (p. 34); la Pasqua come “resurrezione fisica del corpo di Gesù morto da tre giorni” (p. 35); la fondazione, da parte di Gesù, di “una gerarchia ecclesiastica iniziata con i dodici apostoli” e perdurante “fino ai nostri giorni”; la nascita degli esseri umani “nel peccato” sì che, “a meno di essere battezzati o in qualche modo salvati, verranno banditi per sempre dalla presenza di Dio” (p. 36);”la tradizionale esclusione ecclesiastica delle donne dalle posizioni di comando” che costituisce “non una tradizione sacra, ma una manifestazione del peccato di patriarcato”; la convinzione che “le persone omosessuali siano anormali, malate mentali o moralmente depravate” (p. 37); la tesi che “tutta l’etica cristiana sia stata scolpita su tavole di pietra o nelle pagine delle Scritture cristiane e quindi definita una volta per sempre” (p. 38) ; la ricezione della Bibbia come “parola di Dio” in senso letterale o, comunque, “la sorgente primaria della rivelazione divina” (p. 39).
    Mostrare in che modo  il rifiuto intellettuale di tutti questi punti della dottrina cristiana possa essere compatibile con l’autocoscienza dell’autore - che si qualifica “prima di tutto e principalmente come un credente cristiano”, la cui “vita personale” ha “ricevuto un’impronta intensa e decisiva non solo dalla vita di Gesù, ma anche dalla sua morte e certamente dall’esperienza pasquale che i cristiani conoscono come risurrezione” (p. 33)  - costituirebbe un compito eccessivo nei limiti di una semplice recensione. E, per giunta, un compito più teologico che filosofico.
   Di rilevanza teoretica mi pare, piuttosto, il primo di questo elenco di punti che, anche nella prospettiva di Spong, ne costituisce il fondamento e la chiave interpretativa: il rifiuto del teismo, ossia di Dio inteso come “un essere con potere soprannaturale, che dimora al di fuori di questo mondo e che invade il mondo periodicamente per realizzare la sua divina volontà” (p. 58). Egli contesta l’antropomorfizzazione del divino, concepito come un Ente supremo che domina da sovrano gli enti inferiori; e lamenta il fatto che, almeno in Occidente, l’identificazione di questo Dio antropomorfo  (teistico) con l’unico vero Dio fa sì che “una posizione non teista è ampiamente considerata, almeno negli ambienti religiosi, come una posizione atea” (p. 62). Appellandosi a Nietzsche, e soprattutto ai “teologi della morte di Dio” degli anni Sessanta del XX secolo (Thomas J. J. Altizer, Wiliam Hamilton, Paul Van Buren), Spong ritiene che la fine del teismo costituisca non tanto la morte di Dio, quanto la morte di una certa “definizione umana” di Dio (p. 89) concepito come “un potente alleato divino nella ricerca della sopravvivenza e nel processo sia di dare uno scopo all’esistenza sia di trovare un significato alla vita umana” (p. 95).
  Quando passa dalla pars destruens alla pars costruens , a mio avviso, l’autore oscilla equivocamente su due posizioni. In certi passaggi sembrerebbe che egli sposi una visione panteistica in cui Dio – o meglio la divinità – non sia nient’altro che la natura, la forza evolutiva dell’universo, rivelantesi esclusivamente “nell’io che sta emergendo come coscienza in espansione” (p. 101). In altri passaggi questo immanentismo, sottilmente antropocentrico (e in quanto tale - almeno ai miei occhi - poco convincente), sembra spezzarsi per aprirsi alla possibilità che Dio, o il divino, sia anche immanente ma non solo tale: “non potrebbe la nostra sempre maggiore autocoscienza permetterci di entrare in rapporto con ciò su cui il nostro essere è fondato, che è più di ciò che siamo, ma anche parte di ciò che siamo? Non potremmo cominciare a intravedere una trascendenza che entra nella nostra vita, ma che ci chiama anche oltre i limiti della nostra umanità, non verso un essere esterno ma verso il Fondamento di tutto l’essere, compreso il nostro, una trascendenza che ci chiama verso una nuova umanità?” (ivi).
La domanda sulla possibile trascendenza divina è legata a doppio filo alla domanda sulla sua personalità. Se è vera la prospettiva immanentistico-panteistica, allora va eliminata senza rimpianti “la ricerca di un essere soprannaturale che ci faccia da genitore, che si prenda cura di noi, vigili su di noi e ci protegga” (ivi). Ma se Dio, pur essendo intimo a ogni atomo, fosse un Logos che raccoglie i frammenti e li convoglia secondo un progetto irriducibile alla loro somma matematica, perché escludere che possa relazionarsi in qualche modo con ciascun frammento? Indubbiamente non si può pensare Dio come una persona umana e neppure come un Super-uomo; indubbiamente si devono abbandonare “quei modelli servili del nostro passato con i quali abbiamo cercato di piacere alla divinità teistica nei primi anni della storia evolutiva” (ivi). Ma ciò implica l’impossibilità di ammettere che, in modalità assolutamente inconcepibili per la mente umana, in un Dio “sorgente della vita”, “sorgente dell’amore” e “Fondamento dell’essere” (p. 125) , ci sia qualcosa che assomigli a una Soggettività, a una Consapevolezza, a una Responsabilità? Perché, invece di negare alla Fonte ciò che troviamo nei miliardi di rivoli autocoscienti, non ipotizzare che in essa la Coscienza si sperimenti a un grado sommo e dunque ineffabile? Se la dimensione personale è solo un’illusione (come sostengono i buddhismi), è logico supporre che l’Assoluto ne sia privo; ma se fosse una ricchezza, un privilegio sia pur oneroso, perché negare al Tutto ciò che constatiamo in alcune parti? Perché l’infinitamente piccolo potrebbe pensare - e cercare il rapporto con – l’infinitamente grande, ma non anche l’inverso? Insomma: la critica all’antropomorfismo non ha come esiti esclusivi l’ateismo e il panteismo. C’è anche un apofatismo talmente rigoroso da non escludere neppure una qualche trascendenza del Fondamento rispetto al fondato. A patto, però, che questa trascendenza non la si immagini spazialmente come ‘sopra’ e ‘lontana’, ma – al di là di ogni immagine - ontologicamente come ‘altra’. Dio è l’Al di là di tutto, d’accordo, come “la sorgente e il fondamento di tutto. Ma  è precisamente perciò che vi è al fondo di ogni essere in quanto essere, e più in particolare di ogni spirito in quanto spirito, un’intima affinità con Lui – non rappresentabile, non esprimibile in concetti proporzionati – che assicura alle nostre affermazioni su Dio il sovrappiù di significato necessario alla loro verità” (J. de Finance, Au-delà de tout. Per un Dio senza antropomorfismi, a cura di A. Cavadi, Ila Palma, Palermo 1984, pp. 51 – 52). In una simile prospettiva saremmo certamente oltre un dualismo ingenuo che contrappone l’Essere e gli enti come se fossero complanari; saremmo oltre “una divinità teistica esterna” raffigurata come un “divino babbo Natale” o  un “celestiale Signor Aggiustatutto” (p. 126); ma non saremmo al di là della possibilità di rivolgerci a un Tu pur sapendo che fruisce di uno statuto ontologico irriducibile a ogni ipotetico “io” umano.
   Se si supera il teismo in questa direzione apofatica – e non di un anonimo panteismo immanentistico – resta la questione del male, delle sofferenze inutili, del dolore innocente: perché un Dio-Soggetto permette l’oceano sconfinato di tragedie di cui è costellata l’evoluzione universale? E’ questa, a mio parere, la radice esistenziale dei dubbi teoretici sulla configurazione, sia pur analogamente, personale dell’Assoluto. Forse è preferibile tenere aperta questa domanda angosciante anziché affrettarsi a dichiararla inconsistente in un orizzonte di stampo spinoziano in cui propriamente sparisce ogni differenza fra bene e male.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com