mercoledì 6 dicembre 2017

HOW CAN WE CALL THE ART OF EX-SISTENCE ?


HOW  CAN WE CALL ART OF EX-SISTERE?
·     We use “to be” without thinking enough 
·     We "are" all  (“being” ), but some “stay”, others “ex-sist”
·     To be born as “ex-sisting” is a privilege, but also a conviction: a privilege because without self-trascendence is impossible to make cultural anthropology; a conviction because is possible to live as natural beings only after a cultural choice
·     To ex-sist is a goal: how can we call the art of ex-sisting ?
·     I propose: “spirituality”. But I don’t mean by spirituality  faith or something without body or solipsism  or living  without action in history. Spirituality is “ a flowering of    person“ (Martha Nussbaum) in an atmosphere of laic way of thinking and polyphonic view.

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   In che modo è possibile distinguere, se è possibile farlo,  un’esistenza da una vita biologicamente integra?  A questa prima domanda si tenta di rispondere appellandosi, soprattutto, alla filosofia moderna (Kierkegaard) e contemporanea (Heidegger, Sartre) e ad alcuni esponenti della psicanalisi post-freudiana (come la “logoterapia” di Victor Frankl).
    Posto che sia possibile determinare una differenza ontologica fra “esistere” e “vivere”, tale differenza – oltre a  rendere problematico ogni proposito di “ritorno alla natura”  - in ogni ipotesi suscita la domanda: come nominare l’arte di coltivare l’esistenza?
 La proposta, trasversale a molti punti di vista disciplinari, è di chiamare questa cura per la “fioritura della persona umana” (Martha Nussbaum) spiritualità: una spiritualità che, pur senza polemica con le forme religiose confessionali, custodisca gelosamente alcune valenze (laicità, polifonicità, politicità e così via).  In questo intervento ci si propone di chiarire molti possibili equivoci suggeriti dal semantema “spiritualità”, pur senza escludere l’invito a proporre qualche altro termine meno equivoco ma altrettanto significativo e comprensivo.

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