domenica 24 dicembre 2017

IL VOLTO POETICO DEL NATALE, LA SUA SOSTANZA ETICA




VIVERE IL NATALE NELL’EPOCA POST-SACRALE

 Puntuale, come il Natale, arriva – nei salotti e sui media – la polemica contro il consumismo  e, più in generale, la banalizzazione della ricorrenza religiosa a mera occasione di svago mondano (o, nei casi migliori, di ricongiungimento familiare). Ma questa polemica presuppone la convinzione che, dopo duemila anni di cristianesimo, si possa avvertire il  Natale come nel V, nel X nel XV secolo. Una convinzione illusoria per un’infinità di ragioni.
   La prima, di carattere più generale, è che dalla fine dell’Ottocento a oggi la società si è “secolarizzata” e l’insieme delle credenze, dei miti, dei simboli che costituisce patrimonio di ogni religione è stato sottoposto al vaglio della ragione adulta. Anche se non mancano segnali di “de-secolarizzazione”, solo “una minorità da imputare a se stessi” – per scomodare Kant – potrebbe farci vivere la dimensione religiosa come nelle culture medievali. Da questo dato di fatto derivano due conclusioni principali: o l’abbandono definitivo di ogni sistema teologico (la strada dell’ateismo o, per lo meno, dell’indifferentismo agnostico) o la re-interpretazione radicale del linguaggio religioso tradizionale (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza della popolazione mediamente istruita).
   La prima via la conosciamo abbastanza perché è imboccata da persone sempre più numerose, specialmente giovani: ci si getta alle spalle Gesù come Babbo Natale, la Madonna come la Befana, i Vangeli come le favole dei Fratelli Grimm. Molto meno esplorata la strada alternativa (che i migliori teologi sondano da decenni, scoraggiati da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, ma non da Francesco che – conoscendo “l’odore del gregge” – la pratica egli stesso scandalizzando i guardiani dell’ortodossia sclerotizzata): la strada della demitizzazione e della ri-traduzione del messaggio originario. In parole semplici e limitandoci al tema del Natale: i vangeli dell’infanzia non sono stati pensati e scritti come cronache storiche, ma come pie leggende (in termini tecnici: midrash aggadici). Essi partono da dati storici ormai assodati: che un predicatore errante di Galilea ha annunziato, in parole e in opere, una rivoluzione della fede ebraica in nome di una solidarietà universale, al di là di ogni genere di barriere etniche e sessuali. Circa cinquant’anni dopo, ricorrendo alla simbologia dell’Antico Testamento, Matteo e Luca costruiscono dei racconti che, per loro e per i contemporanei,  avevano esclusivamente lo scopo di esprimere l’ammirazione e la devozione per il Maestro. “E’ un peccato” – scrive il vescovo episcopaliano John S. Spong in un prezioso volumetto tradotto in questi giorni in italiano, “La nascita di Gesù tra miti e ipotesi” – “che i greci, e in genere i non-ebrei di cultura ellenistica e latina, che divennero la maggioranza della Chiesa cristiana, non conoscessero le Scritture ebraiche abbastanza bene da capire ciò che volevano dire le storie originali. Il letteralismo non è solo un’espressione d’ignoranza biblica, ma è una distorsione del vangelo talmente pericolosa da diventare distruttiva per il cristianesimo stesso” .
  Rivalutare il Natale significa dunque capire che i racconti tradizionali, quadri e presepi inclusi, appartengono alla sfera dell’immaginazione poetica e che come tali vanno vissuti: ma che il suo significato più profondo è provare, per un giorno e per l’intero anno, a tradurre in scelte personali e politiche il messaggio originario di Gesù, attento alla dignità di tutti ma particolarmente sensibile alla sofferenza degli oppressi della Terra.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


http://www.nientedipersonale.com/2017/12/24/vivere-natale-nellepoca-post-sacrale/

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