Appuntamenti fissi

(per i dettagli tecnici scrivetemi: acavadi@alice.it)

Molti di voi mi chiedono in quali occasioni possiamo incontrarci.
Sintetizzo qui di seguito gli appuntamenti ‘fissi’ per l’anno sociale 2010 - 2011
(nel blog vado segnando invece gli incontri ‘episodici’, che avvengono senza nessuna periodicità):

a) Due volte al mese (il primo e il terzo martedì di ogni mese) una ‘cenetta filosofica per…non filosofi’.
Ci si vede alle 20,30 nella sede prescelta e il padrone di casa prepara una sobria cenetta (contributo a persona non superiore ai 3 euro). Poi alle 21,00 (possono raggiungerci coloro che preferiscono saltare il momento conviviale) inizia la conversazione sul testo che il gruppo di ricerca si è assegnato la volta precedente. Alle 22,30 la sessione viene sciolta.
Si prega di partecipare solo se si ha intenzione di leggere, fra un incontro e il successivo, le pagine che saranno oggetto di chiarimenti, obiezioni, approfondimenti, ‘applicazioni’ a situazione personali o sociali…


b) Una volta al mese una ’sessione filosofica per…non filosofi’ in collaborazione con  il Cesmi (Centro studi di medicina integrale) presso la "Casa dell'equità e della bellezza" di via N. Garzilli 43/a.
Ci si vede alle 17,55 nella sede del Cesmi di Palermo (dalle 18,10 non si apre più la porta ai ritardatari), in assetto di “piccola comunità di ricerca”. Dopo una breve introduzione, in cui espongo l’interrogativo filosofico prescelto dal gruppo il mese precedente, i partecipanti possono contribuire con le proprie argomentazioni alla riflessione di ciascuno. Alle 19,30 la sessione viene sciolta: eccezionalmente può durare al massimo sino alle ore 20.
A differenza dalle “cenette filosofiche” (vedi sopra, punto a) non è richiesta alcuna lettura previa di testi: è però essenziale un atteggiamento di partecipazione responsabile, dunque attiva ma anche rispettosa della possibilità che intervengano tutti e non solo i più intraprendenti.

c) Una volta al mese seminario di ‘teologia critica per… non teologi’. L’appuntamento è a casa mia per le 20,50 in modo che dalle 21,00 alle 22,30 si lavori senza fastidiose interruzioni dei ritardatari. La metodologia prevede la lettura in comune di un testo di teologia ‘laica’, intervallata da commenti e riflessioni libere.
Poiché si tratta di incontri di ‘teologia critica’, possono partecipare persone di qualsiasi orientamento religioso (anche atei o agnostici): chi, invece, si riconosce in una determinata confessione religiosa è invitato ad intervenire senza dare per presupposto che il gruppo condivida necessariamente dogmi o norme etiche.


d) Una volta al mese (orientativamente la prima domenica di ogni mese) dalle ore 11 alle ore 15 incontri di ’spiritualità laica’ (denominati ‘La domenica di chi non ha chiesa’). Dalle 11,00 alle 11,30 ci si accoglie reciprocamente nella sede prestabilita. Dalle 11,30 alle 13,00 momento di meditazione in clima di raccoglimento, guidato da uno dei membri del gruppo che si sia proposto al termine dell’incontro del mese precedente. La meditazione può essere suggerita al gruppo con linguaggi diversi (una lettura, una canzone, una musica, un quadro etc.), ma in ogni caso l’input iniziale non deve andare oltre i 15 minuti. Così si dà la possibilità, a chi voglia socializzare a voce alta le proprie riflessioni e risonanze emotive, di breve contributi nel tempo restante.
Alle 13 circa si conclude il momento meditativo e si mettono in comune le vivande e le bevande che ciascuno ha preparato per gli altri. Verso le 15, al termine del momento conviviale, la seduta è sciolta.

SU QUESTE DOMENICA DI SPIRITUALITA’ LAICA E’ POSSIBILE LEGGERE IL TESTO CHE SEGUE:
“La domenica di chi non ha chiesa”
4 ottobre 2009
(Augusto)

Questo è il testo che ho letto ieri alle amiche e agli amici convenuti alla prima “domenica laica” dell’anno sociale 2009 - 2010. Come molti di voi sanno, l’appuntamento mensile è - tranne eccezioni - solitamente per la prima domenica di ogni mese.
Gli incontri sono aperti a tutti: chi è interessato, mi contatti per i dettagli metodologici e tecnici

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Oggi inizia, se non vado errato, il settimo anno consecutivo dei nostri appuntamenti mensili.
Per varie ragioni, mi piacerebbe che - ogni tanto - ognuno di noi dicesse o scrivesse che cosa gli hanno dato queste “domeniche laiche”, come le concepisce adesso, che cosa si aspetterebbe di meglio.
E’ in questa prospettiva che oggi, chiamato in extremis a sostituire Maria, ho deciso di stralciare alcune pagine di un libro in corso di pubblicazione nelle quali tento una mia personale interpretazione di questa esperienza comunitaria che sinora mi ha dato tanto.
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Come sapete ormai tutti, sono molto interessato ad un modo pratico di esercitare la filosofia, anche come servizio ai non-filosofi. In questi setti anni mi sono chiesto se i nostri appuntamenti mensili (che sono nati con intenti propri e con modalità proprie) non potessero essere ‘letti’ anche come una delle possibili pratiche filosofiche per non filosofi: e sono arrivato alla risposta affermativa.
Perché?
Comincio con il tentare di dire che cosa sono in sé stesse queste “domeniche di chi non ha chiesa”, indipendentemente dall’ottica della filosofia-in-pratica. Se non ricordo male, le abbiamo pensate come uno spazio ‘laico’ di ricerca e di sperimentazione di una inedita ’spiritualità‘ . Intendo una terra - di- nessuno in cui avviene già che credenti, atei, agnostici provano - in totale autonomia, con pari diritti e pari responsabilità, senza spinte competitive - a sondare se, al di là dei fenomeni empirici, non sia fruibile una dimensione ulteriore della realtà: quella dimensione più profonda che nella storia è stata variamente nominata come ’sacra’, ‘divina’, ‘assoluta’ … E’ quella “spiritualità non intesa in senso strettamente religioso” che Enzo Bianchi, il priore della Comunità monastica di Bose, ha schizzato “come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani”. Una spiritualità che “si nutre dell’esperienza dell’interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l’esperienza del limite; una spiritualità che conosce l’importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E’ una spiritualità che si alimenta dell’alterità: va incontro agli altri, all’altro e resta aperto all’Altro se mai si rivelasse” . I laboratori della spiritualità sono stati tradizionalmente appannaggio dei mistici. Oggi, per varie ragioni (non sempre deprecabili), i luoghi delle pratiche confessionali - quasi sempre rigidamente circoscritti da recinti istituzionali - sono in crisi. Non spetta ai filosofi occuparsi di questa desertificazione: ciò che è legittimo, ed auspicabile, è favorire la creazione di altri laboratori dove uomini e donne - inseriti nella vita sociale, economica e politica - possano incontrarsi con pensatori, artisti, poeti, scrittori, musicisti, psicologi, cultori delle pratiche meditative. E possano incontrarsi per così dire disarmati: senza altro intento che di contagiarsi la stessa nostalgia di silenzio, di contemplazione e di conciliazione col resto dell’universo. “Spiritualità più profonda e saggezza” sono state in tutte le epoche “patrimonio di pochi” . Tuttavia mentre in altre fasi della storia è “sempre esistita una dimensione di spiritualità e di saggezza, almeno come una possibilità, anche se in maggioranza le persone ne facevano scarso uso” - “c’è sempre stato uno spazio, nelle mappe concettuali esistenti, per l’edificazione e la ricchezza spirituale” - oggi, invece, “le dimensioni della saggezza, della profondità, della spiritualità sono state largamente dimenticate dalla maggior parte della civiltà occidentale, anche dai settori intellettuali della società, e in questo senso stanno evaporando dall’esistenza” .
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Se le cose stanno così, perché escludere che tra i compiti della “consulenza filosofica” rientri il “prendere parte all’impresa di rispondere a questa situazione umana” ? Là dove si può sperimentare questo clima di solidarietà nella ricerca, di libertà nella sperimentazione, di rispetto delle identità (senza tentazioni di fondamentalismo né di integralismo né di proselitismo), i punti d’incontro fra consulenza filosofica e ricerca spirituale sono tanto più significativi quanto meno programmati. A cominciare dalla condivisione della convinzione che, se “in un individuo ci sono problemi che devono essere risolti a livello psicologico e che possono richiedere, in certi casi, l’intervento del medico, non bisogna mai dimenticare che ce ne sono, invece, che nessuna terapia può risolvere, perché riguardano il senso della vita e l’atteggiamento intimo della persona nei confronti di quest’ ultima” .Può, inoltre, accadere che principi fondamentali della tradizione mistica (come la tesi di Meister Eckart secondo cui “un uomo che ha abbandonato se stesso, ha già trovato tutto”) vengano riproposti da angolazioni filosofiche contemporanee insospettabili: “Deleuze suggeriva la necessità sempre più cogente di rendersi impercettibili e inafferrabili dentro questo mondo in cui tutti si gloriano di affermare un’identità, ma la cui ambizione essenziale consiste nel divenire identici agli altri e nel rivendicare la propria differenza solo per recitare meglio la propria parte nel concerto dei desideri mimetici. Lacan mostrava come questo benessere possa essere raggiunto solo attraverso il deserto del desiderio, che non è il luogo della rinuncia e della umiliazione, ma, al contrario, il luogo di una gloria al di là di tutte le glorie” . Insomma, pur con tutte le debite distinzioni, non si vede perché la filosofia, che non è psicoterapia né direzione spirituale, non possa comunque considerarsi una modalità analogica della cura animarum: una filosofia che sia dunque “filologia della cultura”, “metodologia generale delle tecniche”, ma anche “stile di vita”. Più precisamente, “conversione che sconvolge la vita intera, cambiamento dell’essere di colui che la compie”, “trasformazione che libera ” - per riprendere l’Aristotele dell’ Etica Nicomachea (X, 1178 a) - “l’anima grande dell’individuo resa piccola nelle faccende inautentiche del vivere secolare che inducono desideri mimetici, timori esagerati, conflitti inconsapevoli” .
La convivenza fra dimensione filosofica e dimensione spirituale non sarebbe possibile senza notevoli modifiche nell’una come nell’altra angolazione. Infatti il filosofo-consulente la può gestire solo se si libera dal pudore razionalistico di nominare la dimensione spirituale dell’esperienza antropologica e se si concede il lusso di sondare “la possibilità intentata” di “un’altra esperienza del divino” . E, da parte sua, il mondo dei credenti dovrebbe aprirsi ad una idea di spiritualità simile a quella disegnata dal teologo critico Vito Mancuso, secondo la quale “molti esseri umani si trovano” ad un livello di vita razionale, “più su della vita vegetale e animale, ma senza essere giunti al superiore livello della vita spirituale. La loro ragione è al servizio delle passioni e degli istinti” . Non solo molti atei, ma anche molti credenti, si fermano a questo stadio evolutivo: “c’è anche una modalità di vivere la religione che si trova a questo livello, senza alcun contatto con la dimensione spirituale”. Così come molti atei e molti credenti riescono ad entrare in “un livello superiore, quello dello spirito, della libertà creativa. Si attinge questo livello entrando nella vita della cultura non più esteriormente, come avveniva al livello precedente, ma partecipandone interiormente. La cultura non è più erudizione o prestigio, funzionale al rapporto con gli altri cui va mostrata per innalzare se stessi. Non è più, neppure, estetismo, quando cioè viene tenuta a debita distanza dalla vita concreta pensando che tra essa e la morale non vi sia nulla a che fare. La cultura ora diviene bisogno intimo dell’anima, vive della solitudine, del colloquio personale coi grandi. Si diventa contemporanei degli scrittori, dei filosofi, dei pittori, dei musicisti, si incontrano ogni giorno le loro anime. Si vive con loro e di loro. I loro pensieri, ora sotto forma di musica, ora di colore, ora di scrittura, sono anche i nostri, diventano la luce della nostra energia vitale. Danno forma, ordine, armonia alla nostra vita di ogni giorno. Si entra nella comunione eterna degli spiriti. Quando l’anima giunge a questo livello, conosce la vita spirituale, diviene anima spirituale” .
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Da questi brevi cenni si ricava una conferma di come, anche in quanto filosofo pratico, sono interessato a contribuire ad incrementare, nel mondo globalizzato, la dimensione spirituale dell’esperienza antropologica (sia individuale che collettiva) quale precondizione ineludibile di un assetto planetario, politico ed economico, meno ingiusto. In termini equivalenti: incrementare la dimensione spirituale come fondamento di una prassi esistenzialmente e socialmente più significativa.Tutto ciò comporta la destrutturazione dell’equazione spirituale=religioso=confessionale: non solo vi è una religiosità che sta alla base di tutte le confessioni storicamente configuratesi, ma vi è anche una spiritualità ancor più basilare delle diverse attitudini religiose dell’umanità che può rendersi manifesta in personalità e in aggregazioni dichiaratamente atee. Oggi il mondo che si autodefinisce ‘laico’ ritiene sufficiente attaccare, più o meno polemicamente, le chiese di ogni tipo che pretenderebbero il monopolio della spiritualità e che rischiano di assumere atteggiamenti fondamentalistici. Sino a quando tale mondo non si deciderà ad offrire un’alternativa credibile e praticabile, la maggioranza della popolazione si accontenterà esclusivamente delle proposte di spiritualità connotate religiosamente e confessionalmente. Come darle, d’altra parte, torto? Sino a quando la scelta è fra una spiritualità (per quanto imperfetta, rischiosa e condizionata) e il deserto dell’irrisione aristocratica o dell’edonismo banalizzato, perché sarebbe più ragionevole accontentarsi del deserto?
Ecco perché, con Francesco e Daniela, Pietro ed Anna, Adriana ed io ci siamo impegnati tesa ad approntare operativamente degli spazi in cui sperimentare una spiritualità che si candidi a riempire i vuoti via via lasciati dal tramonto delle spiritualità teologico-confessionali tradizionali. A secoli di sacralizzazione del tempo e dello spazio (in regioni a maggioranza ebraica, cristiana o islamica) non può certo subentrare una secolarizzazione a-simbolica ed anaffetiva. La civiltà borghese capitalistica sarà forse il sistema meno barbaro possibile in questa fase della storia dell’umanità: ma non può sperare di strappare dall’immaginario collettivo la nostalgia per un sistema alternativo di relazioni umane in cui “non si viva di solo pane”, in cui ci si preoccupi non solo di evitare di far male anche di fare un po’ di bene. Cioè di promuovere le condizioni di vita minime perché possano fiorire, in salute e in serenità, tutti i figli e tutte le figlie dell’uomo. E’ in gioco insomma, al di là dell’apparente ossimoro, una spiritualità laica che provi ad intrecciare - senza schemi precostituiti - stupore di fronte all’esistere, ricerca del senso, custodia del silenzio, educazione all’ascolto, gusto della contemplazione estetica, apertura all’ ulteriorità misterica, intima partecipazione alle sofferenze di tutti i viventi, impegno incessante per una società più fraterna, tenerezza nelle relazioni con gli altri viventi…E, last but not least, un po’ di ’spiritosità‘, di distanza ironica dalle proprie stesse convinzioni.