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lunedì 29 dicembre 2025

NON C’E’ CONSENSO AUTENTICO SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO

E’ raro che una persona non si trovi mai a dover governare qualcosa nella sua vita: una scuola o un’azienda, un piccolo comune di provincia o un’intera regione. O almeno, in coppia o da sola, la sua famiglia. Governare, dirigere, amministrare sono tutte azioni impossibili senza un discreto livello di cooperazione da parte dei governati. Anche nel caso che ci sia un plesso normativo organico e comprensibile (ad esempio una Costituzione o un regolamento di condominio), si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: nessuna legge basta da sola senza il convincimento interiore di chi la dovrebbe rispettare (fosse pure il convincimento minimo che obbedire sia più conveniente che disobbedire, esponendosi al rischio di sanzioni). Ciò spiega perché ogni politica – nel macro e nel micro – è arte di ottenere e mantenere il consenso.

Come insegna la storia ci sono molti metodi a tal fine. Nei regimi più o meno autocratici o totalitari ci si serve del terrore e del monopolio dell’informazione, nei regimi più o meno democratici  dell’abilità oratoria e  dell’esemplarità (almeno apparente) dei propri comportamenti pubblici. Se le differenze si limitassero a queste strategie sarebbe abbastanza facile distinguere il consenso puramente numerico  (di solito maggiore nei regimi autoritari) dal consenso eticamente qualificato (di solito migliore nei regimi non-autoritari). Ma nel concreto della storia i confini sono molto labili perché i regimi di ogni genere ricorrono, in maniera sfacciata o ipocrita, a metodi identici: la propaganda, l’indottrinamento, la corruzione, la demagogia, l’invenzione di un capro espiatorio interno o di un nemico esterno.

 

Il consenso drogato in ‘democratura’

Ma allora non tutto ciò che chiamiamo consenso lo è autenticamente. Mi pare di trovare una conferma di questa mia diagnosi un po’ naif in quanto scriveva dieci anni fa Roberta De Monticelli. A suo parere, “almeno idealmente”, “nelle società democratiche”

 

“la distribuzione del potere che dà efficacia alle istituzioni, in particolare a quelle politiche, si fonda sul consenso libero, personale ed esplicito degli individui. E tuttavia resta vero non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche, che la distribuzione del potere non si fonda veramente su un consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza”)[1].

 

Si potrebbe affermare che nella sfera politica si riproducono, ingigantiti, fenomeni di distorsione del consenso frequenti nei rapporti inter-individuali: un corpo elettorale sceglie una maggioranza di governo con la stessa libertà interiore con cui una ragazza drogata accetta di fare sesso con chi le ha offerto il “cocktail dello stupro” o con la stessa lucidità mentale con cui un paziente in gravi condizioni di sofferenza sottoscrive, sulla soglia della sala operatoria, una dichiarazione di “consenso informato” circa i possibili rischi di morte a cui sarà esposto.

Se questa rappresentazione è realistica c’è davvero da preoccuparsi, forse da disperarsi. Che ne è della dignità personale? E che speranze per un futuro meno orribile del presente che abitiamo impotenti? Come è stato abbondantemente denunziato negli ultimi anni, soprattutto mediante il web e, più specificatamente, i social media, anche le elezioni formalmente più libere in effetti lo sono assai poco. La dittatura resta  dittatura, ma la democrazia degrada inesorabilmente a ‘democratura’.

Cosa si intende con questo neologismo (attribuito da alcuni a Eduardo Galeano, da altri a Predrag Matvejević) che fonde, ossimoricamente, i termini ‘democrazia’ e ‘dittatura’?  L’edizione italiana di wikipedia risponde: “un regime politico sostanzialmente autoritario che però mantiene, anche se solo formalmente, le apparenze di una democrazia. Chi usa il termine vuole polemizzare contro la presunta mancanza di coscienza democratica in uno Stato in cui, pur in presenza di elementi teoricamente cardine della democrazia come libere elezioni e multipartitismo, sussistono aspetti concreti che lo rendono di fatto assimilabile a un regime autoritario” perché “tutti i partiti assumono più o meno le stesse posizioni” (come ad esempio negli USA il Partito democratico e il Partito repubblicano) e “il governo dipende completamente da un solo partito”, o da una ristretta coalizione di partiti omogenei,  che può quindi far valere unilateralmente tutto il proprio programma”, deridendo ogni critica e ogni proposta migliorativa che provenga dalla minoranza parlamentare. Con il risultato che “l'intero parlamento è passivamente allineato a un governo essenzialmente autoritario” o per sudditanza voluta o per impotenza subita.  

 

La fatica della cittadinanza maggiorenne

In questo scenario mondiale diventa davvero faticoso esercitare una cittadinanza maggiorenne. Innanzitutto c’è da conoscere le disposizioni – normative o esecutive – di chi ha titolo per emetterle, dalla Commissione europea al primario dell’ospedale. E già questo implica non solo procurarsi le informazioni necessarie e scartare le numerose superflue, ma decifrarle: per imperizia o per calcolo, infatti, esse vengono redatte in burocratese in modo che non tutti intendano subito e, quanti intendono, non siano certi d’interpretare secondo l’intenzione originaria dell’estensore.

Il secondo passo è valutare il contenuto decifrato: esercitare il giudizio, la critica, per separare le norme meritevoli di consenso (perché conformi ad esempio alla Costituzione repubblicana) dalle norme opinabili o addirittura eticamente inaccettabili.

L’assenso intellettuale a disposizioni ragionevoli comporta, di per sé, un terzo passaggio: l’obbedienza pratica ad esse. Il che non è sempre agevole, talora addirittura eroico: troppe consuetudini, troppi interessi privati, troppa vigliaccheria caratteriale o acquisita possono indurci al “video meliora  proboque, deteriora sequor” di ovidiana memoria. 

Non meno gravoso un quarto passaggio: il dissenso – teorico e pratico – rispetto a ordini ingiusti. Il grado di democrazia reale in uno Stato o in un’organizzazione di qualsiasi genere si misura dallo spazio di manovra di chi dissente argomentativamente dall’autorità legittima. Anche là dove la disobbedienza civile non viene stroncata violentemente, essa ha un costo in termini di disapprovazione sociale: è il prezzo che hanno pagato i protagonisti dell’evoluzione umana da Socrate a Ipazia, da Gesù a  Mansur al-Hallaj, da Giordano Bruno a Rosa Luxemburg, da Gandhi a Martin Luther King.

Il dissenso, per quanto ammirevole quando fondato su solide ragioni teoretiche e morali, non segna il culmine della cittadinanza adulta e pro-attiva.  Se accetto il carcere perché rifiuto la coscrizione al servizio militare, la mia obiezione di coscienza è degna di lode, ma acquisisce per intero senso se apre il dibattito pubblico sull’obbligatorietà della leva e sulla necessità che la legislazione si modifichi riconoscendo ai cittadini il diritto di servire la Patria anche in modalità nonviolente. Se, insomma, è un’azione politica. Il criminale di rango socio-economico e il pioniere delle “utopie concrete” sono accomunati dalla medesima prospettiva: dissentire dallo ius conditum e attivarsi affinché, modificata la legge secondo i propri intenti, mediante i meccanismi consentiti di volta in volta dai regimi in vigore, le si possa prestare il proprio consenso.

Insomma: non c’è legittimo dovere di consenso senza legittimo diritto al dissenso, ma, almeno in linea di principio, il diritto al dissenso mira al consenso verso una nuova legislazione (che rappresenti, hegelianamente, l’inveramento-superamento  della norma iniziale e della contestazione della stessa).

  La tematica del consenso – che implica dialetticamente il tema del dissenso – squaderna, dunque, prospettive entusiasmanti sull’agire politico: che, ridotto con rare eccezioni a ring fra modesti cialtroni, potrebbe diventare (come è stato nei momenti più alti della storia) l’impegno appassionato per una società in cui, consentendo a regole stabilite all’unanimità o almeno a maggioranza, in fondo in fondo ciascuno e ciascuna consente alla propria ragionevolezza. Dunque al bene comune. Dunque al proprio più vero e lungimirante interesse.

Augusto Cavadi

“Nuove frontiere della scuola”, luglio 2025, n. 68



[1] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.


1 commento:

  1. Con l’avanzare dell’età invece di peggiorare migliori anche nel modo in cui esponi le tue preziose analisi: non è normale e mi sembra anche poco rispettoso nei confronti di chi invece, per rispetto verso le Leggi di natura, invecchiando accetta di fare i conti con il proprio declino cognitivo

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