Il 21 settembre del 1990, a pochi giorni dal compimento dei 42 anni, Rosario Livatino è stato trucidato da killer mafiosi mentre si spostava da casa al Tribunale di Agrigento. Nel trentacinquesimo anniversario del suo assassinio è stato organizzato ad Agrigento un convegno di cui Angelo Chillura (presbitero da decenni impegnato a denunziare ogni contaminazione fra mondo ecclesiale e criminalità) ha curato gli Atti: Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026, pp. 76, euro 10,00.
Nel
primo contributo Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, spiega perché al
caso del giudice siciliano («un magistrato normalissimo che ha svolto
straordinariamente bene il suo lavoro») si possa applicare perfettamente la
tesi del cardinal José Tolentino Mendonça: «Il peccato è la banalità del male. La santità è la
normalità del bene» (p. 19).
Nel
secondo intervento Vincenzo Bertolone, già vescovo di Catanzaro-Squillace, si è
soffermato sulla metafora del “profumo” che, come la santità autentica, evoca
“sacrificio”, ma anche “amore” (Maria che unge i piedi di Gesù in Giovanni,
12). Agganciandosi a 2Corinti 2,14-16 l’autore spiega perché «per i
mafiosi, Livatino era “odore di morte”, ma per i giusti era “odore di vita”. La
sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si
può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”» (p. 27).
Nessuno
viene ucciso dalle mafie se, prima, i suoi colleghi di lavoro non lo isolano
additandolo come testardo, intransigente, presuntuoso. La regola – secondo
l’ampia e articolata testimonianza in prima persona del giudice Luigi D’Angelo,
autore della terza e ultima relazione del convegno – ha trovato ennesima
conferma nel caso di Livatino: alcuni «magistrati della Corte di Cassazione che
si accingeva a trattare il giudizio di legittimità» su un processo per reati
mafiosi istituito anche da Livatino, invitati a parlare ad Agrigento, non
esitarono, in due diverse occasioni pubbliche, «a criticare con acredine
l’attività di giovani colleghi», «a stigmatizzare l’operato di alcuni
magistrati» ed «al contempo ad esaltare la figura di altri» (p. 64).
Uno dei fili rossi che attraversano le tre relazioni è senz’altro, come scrive nella Introduzione don Angelo Chillura, «la dignità della coscienza» che inserisce Rosario Livatino in una lunga scia di personaggi (noti e meno noti) che «per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita»: Tommaso Becket, Tommaso Moro, J. Henry Newman, don Pino Puglisi (pp. 13 – 15). E mi è sembrato intelligente da parte dell’autore aggiungere, alla lista, il nome di un nostro contemporaneo, Nino Miceli, che, come gli illustri predecessori, ha voluto opporsi al male per fedeltà ai propri principi etici, denunziando gli estortori mafiosi, ma sopravvivendo vittorioso alla loro condanna giudiziaria (il racconto autobiografico di questa storia in E tu sai chi sono io?, Di Girolamo, Trapani 2025).
Augusto
Cavadi
“Adista/notizie”,
n. 23 del 20.6.2026
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