giovedì 6 luglio 2006

DISCUTENDO CON FIANDACA


REPUBBLICA - PALERMO
6.7.06

Gli elettori siciliani e il Partito Democratico

Intervenendo sull’edizione di sabato, Giovanni Fiandaca ha avuto la cortesia di avanzarmi delle considerazioni critiche molto precise e molto acute.
La prima: sostenere che i siciliani siano politicamente più ignoranti della media degli italiani, anzi dei cittadini occidentali, è falso. Su questo concordo al cento per cento. Lo spaventoso analfabetismo in campo giuridico-economico-politico che registro girando per le scuole e i centri di aggregazione sociale nella nostra regione non è dissimile da quanto ho rilevato a Padova, a Firenze e a Parigi (almeno nell’ambito della comunità italiana in cui ho avuto un’esperienza di lavoro). Ma il dibattito sulle pagine palermitane di “Repubblica”, in cui ho provato ad inserirmi, concerneva il futuro del “Partito democratico” in Sicilia, non nel resto del pianeta.

La seconda obiezione: non è fondato sostenere che gli elettori di Cuffaro siano manipolati (a meno che non si voglia arrivare a duplicare la stessa accusa nei confronti degli elettori di sinistra siciliani). Su questo punto ritenevo di essere stato abbastanza sconfortante ribadendo, in più di un passaggio, che superficialità di giudizio e leggerezza nelle opzioni politiche sono fenomeni bipartisan. Se, per ragioni di spazio, due frasi consecutive non fossero rimaste sul computer della redazione, la mia opinione sarebbe risultata più intelligibile: “D’accordissimo: gli elettori di centro-destra non vanno demonizzati ed, anzi, vanno moltiplicate le occasioni per ascoltarne le ragioni. Evidente che non si tratti di una massa famelica abilmente pilotata da astuti mafiosi (anche se, come e forse un po’ più che nel centro-sinistra, non mancano i famelici né i mafiosi)”. Dunque: a mio parere la manipolazione non investe l’intero corpo elettorale siciliano; investe elettori presenti in tutti gli schieramenti partitici; investe elettori di orientamento conservatore in misura più massiccia rispetto ad elettori progressisti.
Terza obiezione: quale che possa essere (in Sicilia come in tutto l’Occidente) il deficit di preparazione e di onestà degli abitanti, dobbiamo partire dalla “presunzione generale che ogni cittadino adulto sia capace di autodeterminazione responsabile”. Su questo punto il mio disaccordo con Fiandaca è netto. Come giurista, egli deve presupporre in astratto un cittadino ‘ideale’: come cittadino preoccupato della polis, devo guardare negli occhi i miei concittadini reali. E, guardandoli, arrivo alla convinzione non di una (qualunquistica) “presunzione generale di incapacità”, ma che la figura di un elettore-tipo che voti consapevolmente e onestamente è, purtroppo, una (inevitabile) fictio giuridica. Quando Berlusconi afferma che “l’elettore medio va considerato un dodicenne e neppure molto intelligente” fa un’affermazione tipicamente di destra. Ma (spesso, non sempre) ha ragione. Essere democratico non significa negare il dato sociologico evidente: significa impegnarsi a modificarlo. Il conservatore tratta l’elettore da eterno minorenne e fa’ di tutto perché tale resti; il progressista ne constata a malincuore l’immaturità civica approntando gli strumenti necessari ed utili affinché cresca e diventi adulto non solo sulle carte costituzionali (ed è già tanto!) ma anche nella realtà effettiva. La grande missione dell’Illuminismo, da Kant in poi, è stata e rimane di aiutare ogni soggetto ad emanciparsi da una minorità non anagrafica o di natura, ma dovuta a pigrizia e paura. Mi pare sia stato Wiesengrund Adorno (rielaborando a modo suo sant’Agostino) a formularlo nel Sessantotto: chi ama l’uomo com’è, odia l’uomo come dovrebbe essere.
Ma con questo siamo arrivati alla quarta, e ultima, obiezione di Fiandaca: “le democrazie concrete così come funzionano di fatto” (ben distinte dal modello ideale che avremmo in testa gli intellettuali utopisti) non hanno alternative e sarebbe assurdo affidare ad una commissione di saggi il diritto di distribuire, ai capaci e meritevoli, la patente per votare. Qui il mio accordo con il cortese interlocutore ritorna ad essere completo: tanto da stupirmi che, sia pure implicitamente o ipoteticamente, abbia potuto attribuirmi una simile terapia. La cura che proponevo e che propongo è un’altra ed è così poco originale da essere stata praticata dai partiti politici di ogni schieramento prima dell’implosione - morale, quando non anche organizzativa - degli ultimi venti anni: istruirsi ed istruire. Non si tratta di rinunziare alla democrazia solo perché è un metodo imperfetto, ma - dal momento che ancora non si è inventato nulla di meglio - di restituirle un po’ di ossigeno. Per dirla con Edgar Morin, la democrazia delle istituzioni non può sopravvivere senza una “democratizzazione della conoscenza”. E’ sensata (e può continuare nel futuro, senza capovolgersi in qualche forma di dittatura, magari mediaticamente camuffata di populismo) una situazione come l’attuale in cui risulta determinante il voto di una maggioranza di cittadini (privi della quinta elementare, ma anche con due lauree e quattro masters) che abitualmente non leggono il quotidiano, non sfogliano nessun settimanale, non acquistano neppure un libro di saggistica l’anno e, se – per caso – intercettano un dibattito televisivo semiserio su questioni politiche , si spostano velocemente su altro canale? La mia risposta - sofferta, ma meditata e pacata – è: no. Questo non significa che si debba togliere il diritto di voto agli irresponsabili: sarebbe la (troppo comoda) scorciatoia dei totalitarismi di ogni colore. Significa che chi ritiene (più o meno presuntuosamente) di essere un cittadino responsabile debba viversi questa convinzione non come privilegio ma come dovere civico: e non darsi tregua finché non abbia fatto il possibile per responsabilizzare i concittadini più distratti. Se i soggetti interessati alla formazione di un “Partito democratico” non assumeranno, anche collettivamente e programmaticamente, tali ampiezza e serietà di prospettive, non accadrà nulla di veramente nuovo. Le ingegnerie giuridiche potranno produrre utilissime macchine organizzative: ma senza una cultura politica diffusa dove si troveranno i piloti atti a guidarle e, soprattutto, il carburante che alimenti il viaggio nella quotidianità?
Potrei aggiungere - se ciò non ci portasse lontano – che insieme alla conoscenza va contagiata una sorta di affezione alla cosa pubblica. In queste settimane sarà capitato a molti di confrontarsi con amici e conoscenti che, incapaci di scandalizzarsi per le annose magagne di deputati nazionali e regionali, si dichiarano invece sconcertati dalle notizie che provengono dal mondo del calcio. Uno di loro, interpellato, ha dato una risposta illuminante quanto sincera: “Ma alla squadra del cuore ognuno di noi ci è davvero affezionato. Come si fa a restare indifferenti?”. Ecco i termini della tragedia etico-politica: l’elettore ‘medio’ ha a cuore le sorti del proprio club calcistico più che della propria città. E’ coinvolto emotivamente, sentimentalmente, dal campionato di foot-ball più che da qualsiasi battaglia per la democrazia. Chi ha adottato come nome del proprio partito-azienda uno slogan sportivo e ha rubato i colori alla nazionale di calcio lo sapeva bene: vince chi trasforma la realtà in spettacolo e il gioco in questione seria. Ma qualcuno lo deve pur dire: il giorno in cui nessuno più tiferà per la trasparenza delle istituzioni, il miglioramento dei servizi sociali e sanitari, la difesa dell’istruzione pubblica… la partita decisiva sarà definitivamente perduta.

IL FESTINO SECONDO UMBERTO SANTINO


REPUBBLICA
6.7.06

ROSALIA: LA SANTA SENZA STORIA

Fervono i preparativi per il festino. Quest’anno si spenderà meno, ma si cercherà di non abbassare i toni. Ogni città non si costruisce intorno ad un mito fondatore - o rifondatore – la cui graduale estinzione costituirebbe una seria minaccia all’identità collettiva? C’è però un problema: il mito va accettato, coltivato e perpetuato come mito. Se si spaccia come fatto storico, si espone a tutte le curiosità scientifiche e le analisi critiche del caso: e allora s’incrina, scricchiola e – prima o poi- si accascia. Nonostante la buona volontà e i molti soldi pubblici.

Il fatto che Rosalia sia venerata dalla Chiesa cattolica rende maledettamente complicate le cose. Se non lo fosse, la sua figura (come Ettore per i Greci o Enea per i Romani) varrebbe come icona senza tempo e senza luogo; ma, dal momento che è considerata una santa, c’è la tendenza a difenderne – come presupposto di ogni possibile devozione – la effettiva esistenza storica.
Allora le questioni inaggirabili sono almeno due: possiamo dare per scontato che sia vissuta una ragazza palermitana dalle vicende biografiche attribuite alla santa canonizzata? E - esistita o meno come personaggio storico – la sua figura simbolica è così eloquente da poter parlare al cuore dei nostri contemporanei?
A queste, e a simili, domande ha provato a rispondere Umberto Santino in un saggio del 1999 che, orami esaurito, viene adesso ripubblicato (in versione aggiornata e ampliata) col medesimo titolo (I giorni della peste. Il festino di santa Rosalia tra mito e spettacolo) e con un nuovo editore (Di Girolamo, Trapani 2006). E le risposte – sia pur modulate su un registro linguistico discorsivo, sottilmente ironico, gradevolmente erudito – sono entrambe negative.
Da fonti scritte sappiamo infatti che nel Medioevo era davvero venerata una santa dal nome Rosalia ma “non sappiamo, da questi documenti, niente di più su chi era, cos’ha fatto, perché è stata fatta santa. Così pure la documentazione iconografica, che comincia con una tavoletta del XIII secolo (…), non ci dice niente di preciso su questa Santa Rosalia. Anzi ci dice più cose, e tutte molto imprecise, vestendola una volta da monaca basiliana, un’altra da benedettina, un’altra ancora da francescana, e poi da laica e poi in cento altre fogge, a seconda delle mode del tempo e del perenne mutare del modello devozionale o femminino”. Non è un caso che monsignor Paolo Collura, dopo aver studiato con strumenti appropriati la questione, ha definito “fantasioso” l’albero genealogico che – sino al 1974, sulla facciata del santuario di Monte Pellegrino - la voleva discendente di Carlo Magno. Né maggior conforto viene allo storico dal culto delle reliquie iniziato nel XVII secolo: nella montagna che sovrasta la città si era per secoli praticata la religione della fecondità, con al centro la dea punica Tanit, “una dea-madre sanguinaria, che chiedeva sacrifici ai bambini”. Nessuna meraviglia, dunque, “se scavando siano affiorate delle ossa”; ma nessuna certezza che siano della santa che sarebbe vissuta quattro-cinque secoli prima.
In epoca di secolarizzazione galoppante, si potrebbe rinunziare a fondare storicamente la devozione alla Santuzza e fruirne solo come modello atemporale di vita umanamente e cristianamente significativa. Ma, almeno secondo Santino (che osserva per così dire dall’esterno le problematiche teologico-religiose), neppure da questa angolazione simbolica, allegorica, si è colto nel segno. Rosalia, la Rosalia della leggenda, ha dalla sua non poche ragioni di successo: “incarna due mondi: nobiltà e povertà (la ricca patrizia che sceglie la grotta e una vita di stenti) e due modelli di santità : l’orientale e l’occidentale (l’eremita antiistituzionale e il santo-nobile)”. Senza contare che può inserirsi felicemente in un’area geografica in cui era diffusissimo il culto della dea Madre e, poi, della Madonna, figure di un sacro più ‘fascinoso’ che ‘tremendo’. Tuttavia l’immagine di donna che veicola non può costituire un modello valido anche per oggi: una che si ritira dall’impegno sociale e persino dal contesto civile; rinunzia ad una relazione affettiva per mortificare la propria sessualità, non – se mai - per sublimarla nella prospettiva di un’esistenza dedicata alla cura dei fratelli più sfortunati. Insomma, si direbbe un tipo di donna ‘datata’, lontana dalla creatività delle esperienze femminili sia nelle prime comunità cristiane (pullulanti di profetesse e diaconesse) sia in alcune organizzazioni delle chiese cristiane contemporanee (dove, pur fra resistenze d’ogni genere, si va riconoscendo l’insostituibilità dell’altra metà del cielo quando si tratta di insegnare teologia o di attuare strategie di promozione umana).
L’opinione di Vincenzo Consolo (che riconosce nella vittoria di questa patrona rispetto ad un concorrente, san Benedetto il Moro, una radice culturale della “mostruosa e infestante pianta che si chiama mafia”) appare, francamente, un po’ eccessiva. Più calzante mi è sembrata, anni fa, l’osservazione di Amelia Crisantino nel corso di una conversazione pubblica sull’argomento: “La peste inizia a Palermo perchè un mercante tunisino compra con doni il permesso del viceré spagnolo e, secondo la convinzione popolare, smette solo quando si aggancia l’ intercessione della santa più adatta. Insomma: per una raccomandazione entra e per un’altra ne esce. Una cifra della storia della città?”.

martedì 27 giugno 2006

LA MAFIA PIU’ PERICOLOSA? QUELLA CHE NON SI VEDE


Repubblica – Palermo 27.6.06

AA.VV.
Mafia e potere
EGA
Pagine 223
Euro 14

La cattura di Provenzano ha, per qualche giorno, svegliato l’opinione pubblica dal sonno dogmatico. Poi - spentisi i riflettori sul casolare corleonese – ci si è riaddormentati, la testa declinata sulla comoda illusione che la mafia ormai sia defunta. Tanto che quasi metà dei siciliani ha deciso di astenersi dalla competizione elettorale fra un simbolo vivente dell’antimafia ed un imputato di concorso in associazione mafiosa. E una netta maggioranza di quanti non sono rimasti a casa, si è scomodata proprio per consentire la rielezione del secondo. Ma davvero la mafia sommersa, che al tritolo in autostrada preferisce i patti sottobanco, è così insidiosa?

Chi cerca una risposta onesta, documentata, argomentata ha adesso a disposizione una breve ma efficace summa curata da Livio Pepino e Marco Nebiolo per i tipi di quella stessa casa editrice che, mensilmente, pubblica dal 1993, la rivista “Narcomafie” . Il volume è stato preparato ed edito a Torino, ma – quasi inevitabilmente – la stragrande maggioranza dei contributi è firmata da studiosi e magistrati siciliani. Salvatore Lupo, infatti, delinea (dall’angolazione dello storico) l’evoluzione - o l’involuzione – del rapporto fra Stato e sistema mafioso, pervenendo alla sottolineatura del “problema della cattiva politica, da cui la mafia militante trae oggi ossigeno per sopravvivere e domani potrebbe trarre occasione di clamorose rivincite”. Umberto Santino applica (dall’angolazione del sociologo) alla situazione contemporanea la categoria “borghesia mafiosa” da lui elaborata – tra notevoli resistenze culturali - a partire dalle preziose indicazioni di Franchetti nel XIX secolo e di Mineo nel XX. Per concludere con l’auspicare “politiche integrate che incoraggino la fuoriuscita dall’illegalità sistemica degli strati tanto popolari quanto borghesi”. Ancora sociologico l’approccio di Rocco Sciarrone (che analizza “nodi, intrecci, connessioni” delle “reti mafiose”) e di Alessandra Dino (che focalizza il ruolo, non a caso assai poco studiato, che “un sapere, anche accademico, che si accredita come neutrale osservatore della realtà”, può svolgere a sostegno della criminalità).
Negli interventi del deputato Francesco Forgione e del magistrato Roberto Scarpinato le analisi scientifiche si intrecciano con le esperienze autobiografiche di chi incontra, e contrasta, la fenomenologia mafiosa nell’ambito della politica e dell’attività giudiziaria. Anzi i curatori hanno
deciso di dedicare a quest’ultima area tutta la seconda parte del volume. Oltre che Giovanni Fiandaca, nella sua veste di docente universitario di diritto penale, vi apportano il contributo professionale vari magistrati impegnati in prima persona in processi - direttamente o indirettamente – attinenti ai meccanismi di potere mafiosi: Antonio Ingroia, Gioacchino Natoli, Piergiorgio Morosini. Non poteva mancare -a conclusione – la testimonianza di Gian Carlo Caselli che, per la sua storia, costituisce una sorta di ponte fra Palermo e Torino. Con toni comprensibilmente sofferti, non può esimersi dal ribadire il suo allarme di questi ultimi anni: “la posta in gioco non riguarda ‘soltanto’ le inchieste di mafia, ma la concezione stessa della democrazia che si appanna tutte le volte in cui si concretizzi una forte e sistematica insofferenza verso l’indipendente esercizio della giurisdizione”.

Il volume prende lo spunto dal convegno Mafia e potere organizzato a Palermo nel 2005 da Magistratura democratica, Libera, CGIL e Giuristi democratici. La maggior parte dei contributi costituiscono le rielaborazioni di interventi svolti in tale occasione. Comune l’intento, come si legge nell’Introduzione, di evidenziare “la necessità di una ripresa culturale forte dell’impegno antimafia, di un’accresciuta attenzione critica a quanto sta avvenendo nella politica e nell’assetto legislativo, della esclusione di ogni delega (neppure al giudiziario: ché, tra l’altro, anche a Palermo e a Roma non tutto è oro…”).

sabato 24 giugno 2006

CINQUE RAGIONI PER OCCUPARSI DI FILOSOFIA


“La Sicilia - Trapani”
24.6.2006

CINQUE RAGIONI PER OCCUPARSI DI FILOSOFIA

Molti sarebbero portati a ritenere di non aver nulla a che spartire col filosofare, ma un recente saggio divulgativo di Augusto Cavadi (E, per passione, la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze, Trapani, DG Editore, 2006) potrebbe farli ricredere.
Cavadi – esperto in scienze storico-morali e sociali, docente di filosofia nei licei, giornalista e saggista infaticabile – con questo suo agile e divertente “pamphlet” ci accompagna lungo le vie di una disciplina che, al di là delle mode (si pensi, ad esempio, alla figura del “consulente filosofico”) e della consapevolezza che se ne ha, finisce col permeare le nostre esistenze.
Il suo accattivante volume (indirizzato proprio a coloro che sono privi di «solide basi filosofiche») ci illustra, per cominciare, la «dimensione gratuita, disinteressata dell’attività filosofica» (Aristotele, nella “Metafisica” le attribuiva il «puro scopo di sapere»).
«Agli esordi – spiega Cavadi – (la filosofia) viene presentata come un lusso, come uno spreco: come la trasgressione della ferrea legge dell’utile». Ma, paradossalmente, non occorre essere degli scialacquatori per frequentarla e apprezzarla.
Il nostro saggista propone almeno «cinque ragioni per occuparsi di filosofia (pur senza farne un mestiere)»: per passione intellettuale (il gusto per la verità), per consapevolezza professionale (ogni disciplina ha un proprio “statuto epistemologico”), per orientamento esistenziale (decifrare il senso della propria cruda sopravvivenza quotidiana), per discernimento religioso (neppure i grandi mistici e religiosi possono «farsi beffe» della filosofia, Blaise Pascal docet), per responsabilità politica (nella scelta di modelli di civiltà).
Se, poi, la passione per la filosofia ci prendesse la mano, Cavadi avverte che «chi non si occupa di qualcosa in particolare» finirà con l’interessarsi alla verità, alla felicità, alla morte, a Dio…
Ma il nostro scrittore – che correda il suo volume di una ampia rassegna critica e bibliografica – sa bene, come insegna Agostino, che vi sono ambiti in cui il ragionamento deve arrendersi alla parola che allude, che evoca, alla poesia o al silenzio mistico, ma anche alla pratica amorosa…
Cavadi, insomma, quanto meno ci aiuta a capire che risma di filosofi siamo!

Salvatore Mugno

venerdì 16 giugno 2006

NON SONO I PENTITI


“Repubblica – Palermo” 16.6.06

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. I diritti dimenticati.

Non è scritto da nessuna parte che di mafia si debba parlare solo in Sicilia. Inevitabile, però, che – dovunque se ne parli - si parli anche della Sicilia e dei siciliani. Così è avvenuto nei giorni scorsi anche alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, dove si è svolto il “Forum nazionale contro la mafia” organizzato dall’associazione degli studenti di sinistra. Impossibile rendere conto degli innumerevoli e prestigiosi interventi (Vigna, Caselli, Ingroia, Tescaroli,Veltri, Santino, Sanfilippo, Cozzo, Piscitello, Licata, Borsellino, Arnone…) ascoltati in assemblea e nei seminari. Né, forse, necessario: la stampa, anche nazionale, ha dato spesso voce a questi protagonisti di rilievo sì che difficilmente accade che offrano elementi inediti. Tra questi, almeno uno avrebbe meritato maggior risalto. Stimolati anche da una relazione precedente di Marco Travaglio, alcuni ragazzi hanno chiesto al giudice Grasso come mai sia stato permesso a Vespa e a La Rosa di entrare, con la troupe televisiva, nel covo di Provenzano col duplice danno di inquinare le impronte dei visitatori clandestini e di distrarre, con particolari folcloristici e culinari, l’attenzione del pubblico dai nodi problematici seri di quella cattura e, soprattutto, di quella latitanza. La risposta del procuratore nazionale antimafia è stata sornionamente disarmante: nessuno ha mai dato l’autorizzazione, lui stesso si è rifiutato di prendere parte alla trasmissione, le riprese sono state operate in un locale attiguo dove Provenzano non ha mai messo piede. Insomma: i due tanto celebrati volti televisivi – dunque, a monte, la Rai - hanno raggirato la buona fede di milioni di spettatori.

Almeno un cenno, poi, merita a mio avviso un’esperienza massmediaticamente poco nota - ma non certo poco significativa - raccontata da un avvocato e da un prete di una città dell’Italia settentrionale. Entrambi hanno fondato, in stretta cooperazione col vescovo della loro diocesi, un’associazione per tentare di dare una risposta – assistenziale nell’immediato, politica in prospettiva - ad una richiesta precisa: una mano per sopravvivere. Da parte di chi? Di cittadini che vivono, o che hanno vissuto, sotto un programma statale di protezione. All’interno di questa categoria (centinaia di soggetti) sono compresi - e confusi nell’immaginario collettivo, anche del pubblico istruito – sia i “collaboratori di giustizia” (impropriamente detti ‘pentiti’) sia i “testimoni di giustizia” (cioè le persone che, avendo assistito a delitti di mafia, si sono spontaneamente offerte di andare in tribunale a deporre contro i colpevoli). Agli uni e agli altri lo Stato promette legislativamente protezione in cambio di cooperazione. Ma, in effetti, questa protezione arriva tardi, funziona parzialmente, si esaurisce troppo presto. Per questo quasi sempre finiscono sul lastrico e bussano alla porta di centri sociali o parrocchie per avere quel sostegno che la norma garantisce e la burocrazia nega. Da qui l’idea di fondare un’associazione che accompagni collaboratori e testimoni (molti dei quali siciliani) a reinserirsi nel contesto sociale da cui si sono - più o meno volontariamente - staccati e, ancor più, a lottare per migliorare a loro vantaggio radicalmente le leggi e soprattutto le pratiche. A parere dei responsabili dell’organizzazione di volontariato “Ezechiele 37”, i ritardi nel settore sono gravi. Poiché le conseguenze appaiono preoccupanti (già, dal 2000 ad oggi, si sono registrate in Italia circa 1200 vittime di omicidi mafiosi), essi guardano con apprensione alle iniziative ormai indilazionabili che la nuova maggioranza parlamentare dovrebbe assumere. E, per preparare il terreno, hanno inviato ai sindaci della Toscana una lettera per suggerire che, alle soglie dei diciotto anni, tutti i giovani ricevano solennemente – dopo un breve corso di formazione - una copia della Costituzione italiana come “viatico laico”. La proposta non sarebbe inopportuna neppure dalle nostre parti: analfabetismo politico e qualunquismo elettorale, per quanto non necessariamente, di fatto si accompagnano spesso. Se avevamo bisogno di un’ulteriore conferma, ce l’ha data quel 40% ed oltre di elettori siciliani che - dopo cinque anni di lamentazioni – lo scorso 28 maggio sono rimasti a casa. E che, probabilmente, il prossimo 25 giugno se ne andranno a mare.