domenica 5 aprile 2015

NELLA CHIESA L'ANTIMAFIA HA PRECEDUTO DI MOLTI ANNI PAPI E MARTIRI


“Repubblica – Palermo”
3.4.2015

QUEI PIONIERI DIMENTICATI DELLA CHIESA ANTIMAFIA


La lettura integrale della Relazione annuale che Procuratore e Direzionale nazionale antimafia hanno presentato recentemente al Parlamento regala molte, e molto istruttive, indicazioni sulle criminalità organizzate del Meridione italiano. La prima delle quali, in ordine di esposizione, è la Ndrangheta di cui si ribadisce la preminenza sulle altre, Cosa nostra compresa. Proprio questa sezione della Relazione si chiude con un riferimento che ha sorpreso non pochi osservatori, aprendo un dibattito dai toni talora un po’ troppo accesi. Dopo aver accennato ai noti condizionamenti mafiosi registrati anche in occasione di processioni religiose, il testo rileva: “Non sfugge il messaggio subliminale sotteso a queste espressioni e a queste manifestazioni, dove il mafioso si rappresenta agli occhi del suo popolo come  nutrito della sua stessa cultura e delle stesse tradizioni, quasi significando che  tutte queste bene convivono con le azioni e i metodi da lui applicati”.
Sin qui tutti d’accordo. Le righe ritenute più provocatorie sono le successive: “A fronte di tanti segni di falsa religiosità, chi doveva coglierli e contrastarli davanti allo stesso popolo non lo ha fatto; preti e Vescovi in Calabria, Sicilia e Campania sono stati, salvo rare e nobilissime eccezioni, silenti e hanno perfino ignorato messaggi forti che pur provenivano dall’alto: basti pensare a quelli di Giovanni Paolo II ad Agrigento e di Benedetto XVI a Palermo”.
Si tratta di una diagnosi ingiusta? Tutto sta nel peso che si dà all’inciso “salvo rare e nobilissime eccezioni”. Che la stragrande maggioranza del clero – e più in generale del mondo cattolico – non si sia mobilitato per prendere le distanze dalle cosche mafiose è un dato oggettivo (che può essere solo integrato dall’osservazione che, in questa distrazione, i cattolici non sono stati né peggiori né migliori della media dei concittadini).  Da determinare è, invece, la consistenza – numerica e qualitativa – di quei preti e di quei vescovi (ai quali andrebbero aggiunti frati, suore e   ‘semplici’  battezzati) che non hanno “ignorato” gli appelli di Giovanni Paolo II e di Bendetto XVI.
Dal prosieguo del testo, infatti, risultano due aspetti in qualche misura contrastanti: si tengono debitamente presenti delle “nobilissime eccezioni”, ma solo sulla base della loro rilevanza mediatica, trascurando quanti sono impegnati nel territorio, quotidianamente, lontano dai riflettori. Leggiamo infatti: “ Tra i segni concreti di cambiamento, va ricordato il Decreto del Vescovo di Acireale del 20 giugno 2013, che ha vietato nella sua Diocesi il funerale in chiesa al mafioso condannato che non abbia manifestato, nel foro esterno, alcun segno di ravvedimento; provvedimento questo certamente innovativo e che quasi anticipa il senso religioso della scomunica lanciata ai mafiosi da Papa Francesco in Calabria. In questa occasione il Papa ha pronunciato parole di grande impegno, quasi un programma antimafia e dopo quella visita l’atteggiamento della chiesa locale è cambiato: sono così finalmente risuonate esplicite parole di condanna contro quella blasfema manifestazione di finta religiosità avvenuta a Oppido Mamertino e sono stati maggiormente sostenuti giovani preti che operano sull’esempio di due eroi dell’antimafia che sono don Peppino Diana e don Pino Puglisi, uccisi a causa dei valori che divulgavano”. Che un nostro conterraneo, monsignor Raspanti, da alcuni anni vescovo di Acireale, venga citato come modello non può che far piacere; lascia perplessi, però, il silenzio su quegli altri vescovi e preti che, con decenni di anticipo sui martiri e sugli stessi papi, in Sicilia (ma non solo), hanno assunto posizioni di esplicito, coraggioso e rischioso contrasto alle infiltrazioni mafiose nel mondo ecclesiale.
Al di là delle polemiche contingenti, comunque, più della cronaca trascorsa merita concentrazione e impegno la strada, non certo agevole,  che sta davanti. La Relazione della Dia la indica a chiare, condivisibili, lettere: “La mafia, nei suoi vari atteggiamenti, si può sconfiggere realmente solo con la cultura e con la divulgazione di valori etici e civili, pertanto il mutato  atteggiamento della gerarchia ecclesiastica non può sfuggire: esso può essere determinante per una crescita di cultura e legalità fra quelle popolazioni”.
Aggiungerei solo due  precisazioni. La prima: il pluralismo religioso, per fortuna sempre più variegato nel Meridione italiano, comporta la corresponsabilità pedagogica non solo della chiesa cattolica, ma delle altre chiese cristiane e delle comunità di altre religioni. La seconda: la secolarizzazione galoppante riduce, di anno in anno, l’influenza educativa delle chiese. In proporzione, dunque, altre agenzie educative (la scuola innanzitutto) devono incrementare le strategie pedagogiche in proposito, anche per  evitare che in una futura Relazione si legga – non senza fondamento - che, “tranne nobilissime eccezioni”, esse sono state sonnacchiose.

Augusto Cavadi
* Nell'articolo ho evitato di fare nomi perché la lista, per quanto lunga, avrebbe trascurato sicuramente molti. Qui, sul blog, posso permettermi qualche evocazione puramente orientativa: tra i vescovi don Riboldi, padre Nogaro, mons. Bregantini, monsignor Naro; fra i preti don Francesco Michele Stabile, don Cosimo Scordato, don Salvatore Resca, don Antonio Garau.


venerdì 3 aprile 2015

I GRECI ANTICHI E GLI STRANIERI SECONDO ANDREA COZZO


“CENTONOVE”
2 APRILE 2015

STRANIERI NELLA STORIA

“A cosa può servire nel mondo attuale un’indagine sul problema dello straniero nella Grecia antica?” Non c’è il rischio di “fare storia fine a se stessa o informazione erudita, evasione?” Nell’introduzione a Stranieri, Figure dell’Altro nella Grecia antica (Di Girolamo editore, Trapani, 2014, € 12), è l’autore stesso, Andrea Cozzo, a interrogarsi sui possibili rischi che una ricerca specialistica su tali argomenti può comportare. Cozzo supera brillantemente la prova e ci offre un saggio serio e rigoroso, sostanziato da una straordinaria ricchezza quanti-qualitativa di fonti storiche; saggio che ci permette di comprendere come i problemi che agitano oggi la contemporaneità – l’immigrazione crescente, l’atteggiamento verso gli stranieri, le cause che ‘producono’ profughi, il rapporto tra cittadinanza e jus sanguinis - siano stati vissuti e ‘agiti’ con altrettanto pathos e con la stessa intensità nel mondo greco antico. Tale retrospettiva storica ci consente uno sguardo più lucido e acuto verso gli stranieri di oggi e ci suggerisce un approccio razionale ai problemi, invitandoci a superare pulsioni emotive ed errori grossolani, come quelli di credere che il problema dell’immigrazione si possa risolvere erigendo fragili e inutili barriere.
Leggendo il saggio, che si gusta volentieri anche grazie anche a uno stile espressivo chiaro e scorrevole,  scopriamo intanto che nel mondo omerico gli stranieri erano ospitati e accolti perché vi era la consapevolezza che si poteva essere Altri, stranieri, in alcuni momenti dell’esistenza; scopriamo poi che il razzismo antico non aveva mai a che fare col colore della pelle e che il pre-giudizio verso gli stranieri era connesso a precise condizioni storiche: infatti “il giudizio negativo verso coloro che parlano una lingua diversa da quella greca … si sviluppa dalle guerre persiane in poi, cioè da quando i Greci inventano (…) la loro autocoscienza”.  Prendiamo atto poi di un errore di prospettiva comune tra noi e gli Ateniesi, presso i quali “l’accoglienza dello straniero convive con la rivendicazione di non essere mai stati, loro, stranieri da nessuna parte” per cui  “l’autoctonia e/o l’antichità sono garanti della ‘stessità’ nel tempo e nello spazio e, con essa, dello jus sanguinis”. Leggiamo più avanti però che “Atene rinunciava al mito dell’autoctonia ogni volta che la concessione della cittadinanza le faceva comodo: (…) per rimediare alla penuria di uomini dopo una guerra … per far fronte a un nemico esterno o per rilanciare l’economia della città”. Niente di nuovo sotto il sole, quindi: l’ideologia della purezza autoctona, allora come ora, era solo la sovrastruttura di un bisogno sociale: “Il rifiuto della cittadinanza agli stranieri non dipendeva dalle intrinseche differenze naturali attribuite loro: (…) il rifiuto aveva a che fare con la scelta di una difesa dei privilegi dei cittadini e la concessione con il tornaconto”.
Che all’origine della cittadinanza non ci fosse una condizione naturale, ma una scelta, lo avevano chiaro nel passato personalità del calibro di Luciano e Aristotele: quest’ultimo “mostra l’insensatezza di una giustificazione del diritto di cittadinanza attraverso il passato, e colloca la pretesa dello jus sanguinis sul piano … della decisione politica”. Scopriamo infatti che ad Atene, tra il V e il II secolo, la concessione della cittadinanza a stranieri veniva concessa come ricompensa per benefici ricevuti dalla città.  Pericle stesso, che in origine aveva ristretto il diritto di cittadinanza solo a coloro che avevano entrambi i genitori cittadini, chiese poi che la legge fosse abrogata per far registrare come cittadino ateniese un suo figlio illegittimo e consentì che, a seguito dell’elevato numero di morti per la peste, la legge venisse sospesa o almeno applicata in modo meno rigoroso. A questo proposito, Andrea Cozzo ribadisce che gli imbrogli per la cittadinanza erano ad Atene un fenomeno diffuso: nel 445 a.C, in occasione di una distribuzione gratuita di grano, quasi cinquemila individui si erano spacciati per cittadini ateniesi!
Nell’ultimo capitolo, Gli altri e Noi, l’autore ci ricorda una verità semplice, ma a volte dimenticata: “Gli Altri hanno un loro vissuto emotivo che Noi possiamo conoscere meglio quando … diventiamo Altri a nostra volta”; e ci offre infine una retrospettiva pregna di squarci di speranza: cita Isocrate e Demostene che, nel IV secolo a.C., avevano già chiaro il nesso tra povertà, guerre e profughi; e documenta come, nel IV secolo d.C., molti cristiani - Gregorio di Nissa, Basilio di Cesarea (che creò un vero e proprio centro di accoglienza) Gregorio di Nazianzio -  si prodigassero ormai in modo convinto e ‘strutturale’ a favore di stranieri e bisognosi.

Maria D’Asaro

giovedì 2 aprile 2015

I PASTORI HANNO A CHE FARE CON PECORE ?

“Adista – Notizie”


4 aprile 2014

 

Come sanno i lettori di questo blog, "Adista" è un'agenzia di stampa di Roma che ospita su ogni numero un commento a un vangelo domenicale redatto da qualcuno che sia "Fuori tempio". Questa volta mi è stata chiesta una riflessione su una pagina del vangelo secondo Giovanni.



PASTORE, MA NON DI PECORE


Commento a Giovanni 10, 11-18




   Per quanto di raffinata istruzione, il redattore del quarto vangelo canonico  - un teologo esperto di Scrittura quanto di filosofia greca e tradizioni sapienziali gnostiche – sapeva di rivolgersi ad una società in cui il 90 % delle persone erano impegnate in attività agricole e pastorizie. Egli può dunque presupporre nei lettori  - o, per meglio dire, ascoltatori – una serie di esperienze e nozioni che mancano totalmente a noi abitanti delle metropoli del XXI secolo. E questa lacuna la paghiamo cara in termini di equivoci e di banalizzazioni.

     Il fraintendimento cruciale può riguardare la figura del pastore e il suo rapporto con il gregge. Nell’ottica comune l’allevamento è  funzionale allo sfruttamento e alla macellazione dell’animale. Ciò è verissimo, ma non è tutta la verità. Infatti, nel vissuto di un pastore (che non sia diventato l’imprenditore odierno di immensi lager anonimi) la logica dello sfruttamento convive, sin quasi a confondersi, con un atteggiamento di familiarità, di affezione, quasi di confidenza con ciascuna delle sue pecore. Come si possa macellare una mucca o un agnellino, dopo averne avuto cura per mesi o per anni sino a chiamarli per nome, resta enigmatico e di ardua spiegazione (specie se non si tengono in debito conto inveterati pregiudizi antropocentrici): ma resta il fatto che per il pastore-proprietario il gregge è un’estensione del nuceo familiare. Ed è su questo versante, su questa valenza, che gioca la metafora evangelica.

       Può un pastore riconoscere ed essere riconosciuto da una sua pecora?  Può essere disposto a rischiare la propria incolumità per difenderla da aggressioni estranee? Chi di noi ha condiviso anni di intimità con un cane, un gatto o un cavallo può intuire le ragioni di una risposta affermativa. Chi non ha fatto mai simili esperienze affettive può essere agevolato nella comprensione dal confronto fra il pastore-proprietario e il pastore-mercenario. Quest’ultimo, infatti, è presumibilmente un salariato occasionale: in quanto tale, non ha avuto il tempo di maturare un rapporto di reciproca complicità psicologica con ciascun membro del gregge; qualora, poi, dovesse sostenere un attacco di lupi, la prospettiva di perdere uno o due animali non sarebbe per lui tanto disastrosa da giustificare reazioni eroiche di difesa.

         Gesù viene qui comparato, dunque, a un pastore-proprietario esclusivamente da alcune angolazioni, non da tutte: l’analogia, come sempre, coglie delle somiglianze senza escludere delle dissomiglianze ancora maggiori. Egli infatti non può disporre della vita e della morte dei discepoli, ma della propria: a differenza dei pastori in senso letterale, raggiunge il compimento della propria missione quando sacrifica non la vita altrui per la propria sopravvivenza, bensì la sua vita per la sopravvivenza e il benessere degli altri.

         Se questi aspetti della metafora fossero stati ben presenti alla mente delle guide delle comunità cristiane, nessuno avrebbe osato attribuirsi  - del tutto abusivamente, per altro, rispetto al testo evangelico che parla esclusivamente di Gesù – il titolo di “pastore”.  Tale si è infatti solo quando, e nella misura in cui, si dona la vita per i fratelli più deboli. Ogni altra attribuzione suona forzata, se non addirittura falsa.

    Questa pagina biblica vuole evidenziare la dignità irriducibile e originale di ciascun discepolo, non certo confinarlo in una condizione di inferiorità mentale né di subordinazione gregaria. Nessuno deve obbedire a nessuno come una pecora al proprio padrone; nessuno può mungere né tosare nessuno per accumulare latte o lana per sé. E la stessa iscrizione che campeggia nella basilica di San Pietro – “Ut unum sint” – suonerebbe blasfema se si riferisse al progetto di ricondurre i credenti del pianeta sotto la giurisdizione papale: si riferisce, infatti, al desiderio di Gesù di essere riconosciuto come la porta del Regno di Dio a cui sono chiamati uomini e donne di ogni angolo della terra.



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.it

lunedì 30 marzo 2015

LE CHIESE MERIDIONALI E LE CRIMINALITA' MAFIOSE: A CHE PUNTO SIAMO ?

Il prestigioso mensile interculturale "Confronti" ha inserito, nel numero di aprile, un dossier sulle varie sfaccettature del fenomeno mafioso oggi. Sono stato lieto di contribuire, su richiesta della Direzione, con alcune pagine su chiese e mafie che riproduco qui di seguito.

“Confronti”
Aprile 2015


LA STRATEGIA DEL BASTONE E DELLA CAROTA


Sul rapporto fra le chiese meridionali (cattolica, soprattutto ma non esclusivamente) e le associazioni di stampo mafioso è facile opporre apologia a demagogia. A chi sostiene  - soprattutto in ambienti di “sinistra” – che clericali e mafiosi vanno a braccetto si obietta – soprattutto in ambienti “moderati” – che non è vero; che anzi i cristiani di varie confessioni si sono sempre opposti con fermezza alla violenza criminale e che in alcuni casi (Piersanti Mattarella, Paolo Borsellino, Rosario Livatino… ) hanno pagato con la vita la loro opposizione.        Chi ha ragione? Per rispondere con un minimo di oggettività storica bisogna premettere che i cristiani del Meridione italiano si atteggiano nei confronti della mafia esattamente come la media dei loro concittadini. Una piccola parte ne è complice più o meno intimamente; un’altra parte, altrettanto piccola, si impegna seriamente nel contrastarla. E la maggioranza ? La maggioranza, per riprendere un’amara metafora di Giovanni Falcone, sta a guardare dagli spalti dell’arena come si svolge la corrida, alternando il tifo per il torero (le istituzioni statali sane) al tifo per il toro (le criminalità organizzate).
C’è una logica nell’alternarsi di rifiuto della mafia e di consenso sociale ad essa? Approssimativamente, sì. Ci sono momenti in cui le associazioni mafiose mostrano il loro volto armato, violento, talora terroristico: i cadaveri insanguinati per le vie di Catania e di Napoli, di Bari o di Palermo suscitano il ribrezzo e le maggioranze “silenziose” scendono in piazza, affollano le cattedrali in lutto, stendono lenzuoli bianchi dai balconi. Ma la mafia spara quando è in difficoltà. Ordinariamente le basta l’intimidazione. Anzi, spesso, non solo non deve esercitare violenza, ma neppure minacciarla: le basta comprare la libertà delle persone di cui vuole servirsi, corromperne le coscienze. Quando prevale questo volto apparentemente mite, o addirittura benevolo, la mafia ritrova il consenso sociale della maggioranza dei cittadini. E dei credenti. Insomma – per essere sintetici ma spero chiari – la strategia mafiosa alterna la carota della seduzione corruttiva con il bastone della punizione violenta ai disobbedienti: e sperimenta che con la carota guadagna più adepti di quanto ne ottenga con il bastone. L’era dello stragismo imposto dal boss  Totò Riina è durata circa dieci anni (e ha portato alla repressione giudiziaria e al conseguente  scardinamento della struttura militare di Cosa nostra); l’era del clientelismo corruttivo del politico  Totò Cuffaro è durata il doppio (e, per molti versi, sopravvive alla condanna giudiziaria del suo Demiurgo pacione per favoreggiamento mafioso).
Per capire un po’ più a fondo questo affresco storico-sociologico bisognerebbe accordarsi su una interpretazione della mafia come fenomeno complesso quale emerge, ad esempio, dagli studi di Umberto Santino e, più in generale, del Centro di studi siciliano “Giuseppe Impastato”: un’associazione di cosche criminali che hanno come obiettivo l’accumulazione del denaro e l’esercizio del potere mediante un vasto consenso sociale ottenuto mediante la condivisione di un codice culturale e la minaccia della violenza. Il punto nevralgico per intendere le relazioni fra mafie e chiese mi pare proprio il tassello del “codice culturale”. I mafiosi vogliono il controllo del territorio e sanno che, tradizionalmente, esso è in mano alle organizzazioni religiose (in primis le parrocchie cattoliche). Come fare per scalzare in un quartiere la presenza e l’influenza ecclesiale (che accompagna gli abitanti dalla culla alla tomba, passando per le tappe più significative dell’esistenza)?
In astratto essi avrebbero due vie: la contrapposizione frontale e l’infiltrazione mimetica. Nei rari casi in cui hanno adottato la prima strada (assassinando don Pino Puglisi, don Peppino Diana…) hanno sperimentato una sorta di effetto – boomerang : hanno scosso l’indifferenza dei fedeli, provocato sconcerto e sollecitato l’intervento più incisivo delle autorità giudiziarie. Più spesso i mafiosi hanno preferito, alla contrapposizione frontale, l’affiancamento complice. O in forma diretta (per esempio finanziando costruzione di chiese, erezione di oratori, festeggiamenti in onore di santi…) o, più spesso, in forma mediata: attraverso “amici” in comune che occupano ruoli istituzionali. I politici, collusi e compiacenti,  costituiscono il ponte dorato che lega abitualmente mafiosi e cristiani.
Due osservazioni su questa triangolazione mafia-politica-chiese.
La prima: non sono sempre e soltanto i soldi che passano dai forzieri mafiosi, macchiati di sangue innocente, alle casse parrocchiali, grazie alla mediazione dei politici (nazionali e soprattutto locali). I mafiosi sono sempre disposti a offrire agli ambienti cristiani (soprattutto cattolici) il supporto contro i “nemici” del momento: tipico (come ha documentato molto accuratamente lo storico della chiesa cattolica don Francesco Michele Stabile) il caso dei movimenti  di lotta contro i latifondi patronali ed ecclesiastici, i sindacati socialisti, il partito comunista. Schierandosi contro la “sinistra”, i mafiosi hanno lanciato un patto alla Democrazia cristiana e alle gerarchie cattoliche: un’alleanza (o per lo meno una convivenza non belligerante) in nome del principio per cui i nemici dei miei nemici sono miei amici.
La seconda osservazione: nessuna alleanza politica regge nel lungo periodo senza una consonanza ideale (o, per lo meno, ideologica). Più o meno sinceramente, i mafiosi vogliono adottare il punto di vista cristiano sul mondo, sulla storia, sulla vita. Un’impresa impossibile, a prima vista: come conciliare il vangelo della fraternità, della pace, della tenerezza con una mentalità ossessionata dall’accumulo del denaro, dal dominio sugli inermi, dalla minaccia della violenza? Tra annunzio cristiano e filosofia mafiosa l’incompatibilità è netta, insuperabile. Ma nei venti secoli del cristianesimo quel messaggio originario non è rimasto inalterato nella sua forza innovatrice, rivoluzionaria. E’ stato addomesticato, normalizzato, imborghesito. E’ diventato sempre più una dottrina dogmatica da accettare ciecamente e una ritualità formale da praticare. In particolare (come ho cercato di dimostrare ne Il Dio dei mafiosi), i membri delle cosche e i loro sodali hanno potuto adottare molti princìpi qualificanti del cattolicesimo mediterraneo: l’enfatizzazione della tradizione, l’assolutizzazione dell’obbedienza, il familismo esasperato, il maschilismo anaffettivo, la concezione riduttiva della donna…Il risultato di questi processi è un groviglio di simboli religiosi, interessi borghesi e atteggiamenti mafiosi che non sarà facile sciogliere. Soprattutto sino a quando ci rifiuteremo di vederlo senza schermi protettivi.


Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com



domenica 29 marzo 2015

MOVIMENTO 5 STELLE : LA PAROLA ALLA DIFESA

Ancora una volta sono lieto di ospitare nel mio blog, su richiesta dell'autore, un 'post' di Elio Rindone.

E se non fosse vero?

L’accusa più frequentemente rivolta ai parlamentari del movimento 5 stelle è quella di essere ‘inutili’, perché rifiutano ogni intesa con altri partiti e congelano così i milioni di voti ricevuti. Che sia questa l’immagine veicolata dalla stragrande maggioranza di televisioni e giornali è fuori di dubbio, ma ci si può fidare di mezzi d’informazione in buona parte controllati da chi è al potere? Chi fosse interessato ad ascoltare l’altra campana, potrebbe dare un’occhiata al video raggiungibile al link seguente e forse scoprirebbe che non è affatto vero che i pentastellati sono stati per due anni con le mani in mano. Hanno fatto numerose proposte: poche accolte, molte respinte da una casta che difende un sistema profondamente marcio, come rivelano gli scandali che scoppiano con una frequenza impressionate. Ma cos’altro si può chiedere a chi è in minoranza se non contrastare le riforme disastrose (senato, italicum, sbloccaitalia, riforma del lavoro e della scuola) approvate o progettate da una maggioranza parlamentare eletta con una legge dichiarata incostituzionale?

I 5stelle in parlamento

Elio Rindone

29/3/15