giovedì 12 giugno 2025

BREVE (E ULTIMO) SFOGO DOPO I RISULTATI DEL REFERENDUM DELL'8 - 9 GIUGNO 2025

Poiché su Facebook le parole svaniscono ancor più velocemente che su un blog (ma cosa rimarrà tra qualche anno di noi attuali abitanti della Terra e, tra qualche milione di anni al massimo, della Terra stessa ?) riproduco qui un post pubblicato ieri sul mio profilo: "Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Negli ultimi due mesi ho incontrato centinaia di persone (per lo più 'mature) che come me - per privilegio immeritato - vivono pagate dallo Stato a tempo indeterminato, senza rischio di licenziamento, senza pericoli di incidenti sul lavoro: noi ci siamo battuti, e sbattuti, per raccogliere "sì" al referendum, mentre la stragrande maggioranza delle persone (per lo più giovani) assunte a tempo determinato senza valide ragioni, a rischio di licenziamento illegittimo senza prospettiva di essere riassunti, in costante pericolo di incidenti anche gravi sul lavoro, non hanno sollevato il fondoschiena da casa ( o dalla spiaggia) per andare a votare. Ci vuole molto senso di responsabilità, molto attaccamento ai principi della Rivoluzione francese, molto amore insomma, per non gettare la spugna e abbandonare ogni incosciente al suo destino".

www.augustocavadi.com


martedì 10 giugno 2025

QUANDO LA MAFIA ERA IN NUCE

 La trascuratezza della memoria comporta che ogni generazione – di studiosi, magistrati, poliziotti, giornalisti – che si occupa del fenomeno mafioso comincia ogni volta come se fosse la prima. Con spreco di energie rispetto a un metodo differente che consistesse nel riprendere il filo delle indagini da dove sono arrivati i predecessori. Ben vengano dunque i volumi, come questo poderoso di quasi cinquecento pagine a firma di Salvatore Mugno, Nascita della mafia. Storie di “uomini d’onore” istruite in Sicilia (1838 – 1846) da Pietro Calà Ulloa, il Procuratore generale del re che scoprì la piovra, Navarra Editore, Palermo 2025.

In effetti, nelle relazioni di questo giovane ma determinato funzionario inviato dal governo borbonico a Trapani per contrastare la criminalità dilagante, ci sono molti elementi per definire le cosche mafiose distinguendole dalle coeve espressioni di banditismo e di delinquenza comune: “fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di protegger un funzionario, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo (…). Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono dei mediatori ad offrire transazione per ricuperamento degli oggetti involati. (…) Molti alti funzionari (= magistrati) coprono queste fratellanze di un’egida impenetrabile. (…) Le casse sono talvolta comuni in più provincie ad oggetto di commetter furti e di commerciare di animali rubati da una provincia all’altra” (p. 31). Abbiamo infatti alcuni tasselli fondamentali di ciò che oggi possiamo chiamare mafia:

·      una galassia di associazioni stabili (“fratellanze”),

·      strutturate gerarchicamente (“dipendenza da un capo”),

·      in collegamento interprovinciale (“in più province”),

·      con lo scopo di controllare le istituzioni statali (“esonerare un funzionario” o “proteggerne” un altro) e

·       accumulare illecitamente riserve finanziarie (“una cassa comune” alimentata da intermediazioni fra rei e vittime come nel caso di “oggetti rubati”).

Tali cosche non si formerebbero e, comunque, non persevererebbero senza un collegamento con il più ampio contesto sociale:

·      la popolazione in generale (“il popolo è venuto in convenzione coi rei”),

·      il potere politico-giudiziario (“alti funzionari”),

·      economico (“un possidente”)  e

·      religioso (“un arciprete”).

Secondo altri documenti di Calà Ulloa, il consenso alle cosche mafiose non è da attribuire in maniera indifferenziata alla cittadinanza: egli distingue, con onestà intellettuale pari all’acutezza analitica, l’acquiescenza della povera gente (che accetta “i soprusi, le prepotenze, la licenza” dell’upper class isolana) dalla complicità dei ceti dominanti (“Signori” dell’aristocrazia, “possidenti”, “Giudici”) che vengono a patti con i mafiosi per paurosa viltà o più spesso per espliciti interessi (p. 15).

Notiamo, come fra parentesi, che a questo giovane Procuratore si può attribuire l’invenzione della mafia (denominazione che egli non usa) nell’accezione latina del termine, dunque come sinonimo di ‘scoperta’ più che di ‘creazione’.

Egli  (fedele alla corona borbonica sino alla fine, dopo lo scioglimento del Regno delle Due Sicilie e l’Unificazione italiana) guadagna molto presto la fiducia del re (Ferdinando II) e dei ministri, comportandosi quasi come “un ‘agente segreto’ di Sua Maestà” (p. 59), perché sa coniugare la diagnosi dei mali con la determinazione operativa nel combatterli.

La diagnosi è di una lucidità impressionante: l’Isola gli appare “abbandonata del tutto. Scarsa di popolazione, senza strade, senza commercio, senza industria, colle prepotenze del patriziato e le insolenze della plebe, la Sicilia resta tutt’ora come un anacronismo nella civiltà europea” (p. 67). Le autorità che dovrebbero porre un freno alle illegalità pervasive sono spesso le prime responsabili del degrado. Infatti non solo gli avvocati sono “avidi, ignoranti, baldanzosi, immoralissimi”, ma “la venalità e la sommessione ai potenti ha lordato le toghe di uomini posti nei più alti uffici della magistratura” (p. 68). “In questo quadro desolante” – nota Mugno in riferimento a vari casi riportati nei documenti inediti da lui compulsati – “un altro punctum dolens era costituito dalle compagnie d’armi”, eserciti privati che, protagonisti di “insopportabili abusi”, furono nel 1837 assorbiti nella Gendarmeria reale (p. 69). Infatti di norma chi subiva un furto (soprattutto bestiame) preferiva rivolgersi non alle autorità statali ma a “campieri” (o altre “ambigue figure”) che mediavano fra la vittima del furto e i ladri concordando una somma (detta anche componenda) per il riscatto della refurtiva (cfr. p. 102). 

Ma il Procuratore non si limita alle analisi, passa all’operatività. Davvero – come suggerito da Giovanna Fiume – Pietro Calà Ulloa può essere considerato uno dei primi “giudici d’assalto” per “il suo consapevole e pervicace contrasto alla nascente mafia ante litteram” (p. 54): “il primo, vero, consapevole, inflessibile pubblico ministero antimafia della nostra storia” (p. 59). E, proprio come accadrà puntualmente per altri magistrati successivi ‘troppo’ diligenti, “si trovò al centro di un turbillon di esposti e ricorsi, a causa della sua intransigenza morale e della sua correttezza professionale” (p. 141).

Correttamente Mugno riferisce anche l’opinione di quegli storici, come Salvatore Lupo, che forniscono della figura e dell’opera di Calà Ulloa un’interpretazione diversa e meno entusiastica (cfr. pp. 55 – 58).

In conclusione, la lettura di questo volume (più scorrevole nella prima parte, più impegnativa nella seconda in cui vengono riportati in forma di racconti molti episodi criminali ricostruiti sulla base di documenti archivistici) conferma la tesi che se cresce la conoscenza si accresce la sofferenza: è doloroso, infatti, constatare che rispetto a due secoli fa la società siciliana e lo Stato italiano hanno compiuto molti passi in avanti, ma molti ancora ne restano da compiere.

Augusto Cavadi

Per l'edizione originaria basta un click qui:

https://www.zerozeronews.it/la-storia-della-nascita-della-mafia-che-attende-ancora-la-certificazione-della-sua-morte/

venerdì 6 giugno 2025

DAL (FUTURO) DIARIO DI UN ASTENSIONISTA

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava i lavoratori dipendenti, 

ma io ero un lavoratore autonomo. Dunque non andai a votare.

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava i lavoratori incidentati nel lavoro,

ma io ero un lavoratore non a rischio di incidenti. Dunque non andai.

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava gli immigrati onesti e a posto con le tasse,

ma io non ero un immigrato. Dunque non andai.

Dopo alcuni anni, proposi di cancellare una legge che danneggiava alcuni  miei diritti 

di cittadino nativo italiano, ma scoprii che era stato abolita la possibilità del referendum popolare.

Un governo più saggio degli altri aveva deciso che, per mancanza di quorum ai referendum precedenti,

era più economico per le finanze dello Stato risparmiare i soldi destinati alla democrazia diretta.

Dunque non potei andare.

giovedì 5 giugno 2025

INTRECCIO DI IMPEGNO POLITICO E SENTIMENTO POETICO IN ANTONIO PIOLETTI

 L’immagine pubblica di Antonio Pioletti è connessa ad una consistente e apprezzata produzione scientifica da docente universitario (oggi emerito) di Filologia e Linguistica Romanza, presso l’Università di Catania. Una dimensione più intima egli l’ha affidata, nei decenni, a dei piccoli volumi di liriche che si sono inanellati dal 1993 con  Poesie dell’Ortigia (1977-1988) al 2024 con Poesie dalle nuvole (2015 – 2024) sino al recentissimo Poesie dai girasoli (2024) edito nel 2025 dall’editrice Pungitopo di Gioiosa Marea.

Assaporando con attenzione le brevi, ma intense, composizioni il lettore scioglie facilmente l’enigma del titolo: un girasole può creare poesie solo in quanto metafora vivente del poeta stesso. Solo in quanto l’autore si immedesima in esso e si rapporta dal suo punto di vista al mondo: alle tenebre del male che i mortali si infliggono a vicenda e alla flebile speranza che finalmente, da qualche parte, si profili all’orizzonte un sole verso cui orientare la corolla per riceverne conforto.

Chi conosce l’impegno instancabile di Pioletti perché l’attività intellettuale diventi lievito di liberazione civica e di crescita etica non si stupirà della prospettiva storico- sociale  di molti versi: “Non c’è il silenzio/ ma un gran frastuono./ Gemono madri e bambini/ a Gaza, a Kiev./Gemono animali in fuga/ e piante dolenti./ L’afa non copre/il dolore del mondo” (p. 20). Ma l’autore appartiene a quel novero di militanti che non dimenticano di essere, prima di tutto, degli esseri umani: che non vivono l’impegno politico come fuga dall’interiorità riflessiva, come alibi per (tentare di) rimuovere la sfera dei sentimenti, dei ricordi, dei desideri.

Per questo, vincendo ogni comprensibile pudore, Pioletti confessa la pungente – talora straziante – nostalgia per la Compagna scomparsa con cui ha condiviso tanti momenti pubblici (a fianco di compagni di lotta) e privati: “Mi hai lasciato/ la casa vuota,/ ma i ricordi/ danno vita/ e dolore,/ insieme./ E’ questo il nostro destino?” (p. 15).

Una cifra interpretativa di Poesie dai girasoli dal punto di vista della critica letteraria è offerta, con la maestria di una lettrice professionalmente competente, da Anita Fabiani a conclusione delle sue righe vergate a mo’ di prefazione: “in queste pagine va cercato (…), insieme alla memoria dolente del passato, alle preghiere di pace disattese dall’Angelus Novus, all’inesorabile rarefarsi delle nuvole rosse, alle trafitture di albe trascorse, al disincanto quale presagio del tempo futuro, quel limpido lirismo, privo di effettismi, struggimento sobrio e vibrante che innerva il lessico poetico piolettiano e ne costituisce il singolare pregio” (p. 7).

A me, lettore di altra formazione, resta da aggiungere solo che ho trovato anche in questo testo la conferma di un’ipotesi che mi intriga sempre più: si possono attuare le opzioni teologiche, filosofiche, morali, politiche più svariate, ma nessuna di esse risuona con il timbro dell’autenticità se non si radica in un terreno basico, elementare,  che ad alcuni piace chiamare “spiritualità laica”. E’ un terreno antropologico arato dalla sincerità, dalla correttezza, dalla trasparenza, dal rispetto per la sacralità di tutti i viventi in quanto tali. E’ davvero una base solida da cui possono poi, eventualmente, decollare i voli mistici più vertiginosi o i progetti ideologico-politici più arditi. Solo chi conosce e accetta e pratica la grammatica potenzialmente universale dei pochi, essenziali, principi etici proposti dalle varie tradizioni sapienziali dell’umanità (incentrati sulla solidarietà) può evitare di cedere alla disperazione o di evadere in sogni illusori:  “Mentre tutto sembra cedere/ resta ancora la speranza, / si accende all’improvviso,/ saetta nel cielo e nel bosco,/sorvola cementi e guerre,/ guarda i nostri cuori/ e dà luce./ Anche il girasole si rialza,/ una mano cerca le altre./ Resistenza” (p. 39).

Augusto Cavadi

Per l'edizione originaria (illustrata) cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/bagliori-ed-emozioni-della-poesia-di-antonio-pioletti/



martedì 3 giugno 2025

L’INSPIEGABILE EPIDEMIA DELLA VIOLENZA GRATUITA (SPECIE GIOVANILE)

 La violenza fisica – anche estrema quando omicida – esercitata sempre più spesso da soggetti sempre più giovani per motivi sempre più futili non può non interrogarci.

Dare spazio allo sgomento

Ma prima di esprimere, più o meno prontamente, dei pareri bisognerebbe concedere uno spazio di silenzio al nostro sgomento. Le notizie di efferatezze gratuite che riceviamo, con puntuale monotonia, dai mezzi di trasmissione di massa ci impregnano di tristezza. E non ci è di alcun aiuto anestetizzare il dolore provocato da ciò che sorprende e angoscia soffocandolo sotto una coltre di parole, di spiegazioni. Meglio accoglierlo, lasciarsene incidere l’animo in attesa di una lenta metabolizzazione.

Perché Tizio uccide Caio? E’ un gesto indecifrabile.

Su questo presupposto di “timore e tremore” possiamo tentare di individuare alcuni fattori che, pur senza spiegare l’inspiegabile, hanno reso possibile l’accadimento o addirittura l’hanno favorito.

Procederò per cerchi concentrici a partire dal più piccolo (il singolo autore di reato) e passerò, via via, a cerchi più ampi (la famiglia, il quartiere, la città, l’Occidente, la violenza inter-umana planetaria e la violenza antropocentrica ai danni del resto dei viventi).

Il profilo biografico psico-pedagogico

In qualche caso la violenza fisica viene adottata come linguaggio espressivo abituale perché, nella propria biografia, la si è subita sin dall’infanzia nell’ambiente familiare: la “pedagogia nera” (K. Rutschky, A. Miller, P. Perticari) è trasversale rispetto ai ceti sociali e innesca una “catena” interminabile che trasforma ogni vittima in carnefice di una vittima più debole, ogni “minore” in un “maggiore” rispetto a un nuovo possibile “minore” (P. Patfoort).

Il contesto locale: il quartiere

La storia psico-pedagogica individuale, per quanto rilevante, non va assolutizzata: essa  è inscritta in un contesto locale più ampio. Ad esempio, se mi è capitato di nascere in un quartiere ad alta percentuale di mafiosi, gli eventuali condizionamenti familiari sono per così dire confermati e ampliati da una quotidianità in cui gli inevitabili conflitti interpersonali sono gestiti esclusivamente con la logica prepotere/sottomissione.

Nella “visione-del-mondo” mafiosa la negoziazione, il compromesso, la mediazione sono preferibili all’esercizio della violenza fisica, ma non si hanno remore a ricorrervi tutte le volte che l’accordo  non si realizza.

L’illegalità sistemica urbana

Il caso di questo o quel quartiere infestato dalla mentalità mafiosa è solo un esempio. Infatti le statistiche documentano che la criminalità prospera anche in metropoli come Roma o Milano contrassegnate – non meno di Napoli o Palermo– da un clima di “a-legalità” (A. La Spina): da una trasgressione sistemica delle normative al punto da provocare l’assuefazione generalizzata.

In alcune regioni risulteranno ‘normali’ certe tipologie di illegalità (venditori ambulanti che occupano abusivamente marciapiedi e corsie stradali; automobili parcheggiate in seconda fila o che circolano con contrassegni per passeggeri invalidi ormai defunti;  passi carrabili ostruiti da automobili praticamente inamovibili; ragazzi che sfrecciano in zone chiuse al traffico con monopattini elettrici…); in altre regioni prevarranno altre infrazioni (furti in casa; spaccio di sostanze tossiche; sversamento di rifiuti industriali nei corsi d’acqua; evasione sistemica dei tributi; prestiti a tassi usurai…). Nel Centro-Nord come nel Sud e nelle Isole i cittadini sono quasi del tutto indifesi e si ritengono condannati o  a farsi giustizia da sé (se attrezzati fisicamente e avvezzi all’uso delle armi) o a subire passivamente ogni genere di sopruso.

La mentalità maschilista occidentale

Il sessismo maschilista ha nelle aree Nord-occidentali del pianeta una storia millenaria. Spesso gli autori di violenze fisiche sono maschi. Il nesso fra maschilità e violenza non è casuale (G. Burgio, C. Rinaldi). Una delle molte spiegazioni (che si integrano a vicenda senza escludersi) mette a fuoco l’incertezza dell’identità maschile: una femmina non deve dimostrare di esserlo perché è connotata da vari attributi fisiologici, laddove un maschio deve ricorrere maggiormente a segnali comportamentali e simbolici (ad esempio energia nel comandare, forza fisica nel difendere, intraprendenza economica etc.). Agire da bullo – accettando di entrare in una escalation di violenza – è anche un modo di proclamare pubblicamente di essere un ”vero” uomo.

La postura violenta planetaria

Il maschilismo è una dette tante modalità in cui si declina una postura comune a molte civiltà del pianeta, ben al di là dei confini del mondo Settentrionale-occidentale: la postura violenta. Essa si basa sul falso dilemma o la guerra o l’assenza di conflitti che il paradigma della nonviolenza tende a destrutturare inserendo alternative creative. Infatti il conflitto è strutturale nell’esperienza degli esseri umani (sia a livello inter-individuale che inter-sociale) ed è dunque irrealistico ipotizzare una storia senza conflitti; ma un conflitto non deve necessariamente configurarsi come violento, può essere gestito senza ricorso alle armi mediante metodi appropriati. Tra guerra e assenza di conflitti dunque tertium datur: riconoscere i conflitti, ma provare a gestirli  in maniera nonviolenta.

L’antropocentrismo predatorio

La violenza degli esseri umani fra di noi (soggetti individuali o collettivi) non esaurisce lo scenario globale dal momento che essa emerge all’interno di un orizzonte in cui esercitiamo violenza arbitraria sugli altri animali, sui vegetali, sull’ambiente naturale tutto. Tradizioni culturali molto diverse fra loro (dalla ebraico- cristiana all’islamica, dalla liberal-borghese alla social-comunista…) sono accumunate da un principio originario: l’essere umano è il padrone assoluto del pianeta. Egli può disporre a piacimento di tutti gli altri viventi (più o meno senzienti, dagli animali alle piante) e può usare (e abusare di) ogni risorsa utile: dall’aria all’acqua. L’antropocentrismo planetario è radicalmente predatorio in quanto  proprietario (anche nei regimi in cui la proprietà privata è sostituita dalla proprietà statale) e consumistico.

Noi mortali non ci interpretiamo come “pastori dell’Essere” (M. Heidegger) che devono ‘guardare’ il reale (nella duplice accezione di ‘contemplare’ e ‘custodire’), ma come i suoi signori. Neppure vediamo ciò che, in un determinato momento, non ci serve (T. Merton).

Quest’ottica antropocentrica ci arricchisce ed esalta (come sembrerebbe a prima vista) o piuttosto ci impoverisce? Forse è proprio l’infelicità causata dai fallimenti della nostra “volontà di potenza” che ci rende feroci: non è vero che siamo infelici perché agiamo malvagiamente, ma agiamo malvagiamente perché siamo infelici (S. Kierkegaard,  E. Drewermann). Solo l’esperienza della bellezza, della conoscenza, della solidarietà può sradicare la nostra inclinazione a seminare dolore intorno a noi.

Augusto Cavadi

(www.augustocavadi.com)

Per la versione originaria cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/come-arginare-lallarmante-moltiplicarsi-della-violenza-giovanile/