lunedì 7 settembre 2026

LA MAFIA PUNGE ANCORA. INTERVISTA DI FABIO DI CHIO AD AUGUSTO CAVADI

Per chi non avesse di meglio, segnalo questo link  per leggere o ascoltare (4 minuti e 20 sec.) una breve conversazione fra Fabio Di Chio (AGI: Agenzia Giornalistica Italia) e me:

https://www.agi.it/cultura/news/2026-09-07/cosa-nostra-mafia-riti-38909454/


(Come avviene di solito le frasi attribuitemi non sono riportate letteralmente, ma grosso modo sintetizzano i ragionamenti più articolati effettivamente svoltisi nel corso del colloquio. Non manca qualche informazione imprecisa, ad esempio il mio libro citato si intitola Il Dio dei mafiosi e non è certo l'ultimo in ordine di tempo sul tema dal momento che ne ho pubblicati altri, a cominciare da Il vangelo e la lupara: ma anche questo fa parte del gioco). 


sabato 5 settembre 2026

Gravidanza per altri e paradigma culturale post-modermo.

L'altro ieri ho pubblicato (anche su questo blog) una recensione al volume di Luana Zanella (La scomparsa della madre) presentato all'Istituto Gramsci di Palermo. 

A beneficio di chi non c'era, pubblico oggi la sintesi del mio intervento a braccio alla presentazione del libro:

https://www.filosofiaperlavita.it/2026/09/gravidanza-per-altri-e-paradigma.html

PS: Approfitto dell'occasione per ricordarvi che potete abbonarvi GRATUITAMENTE agli aggiornamenti automatici di questo sito, progettato come ponte fra alcuni consulenti filosofici italiani e il pubblico interessato alla filosofia-in-pratica e alle pratiche filosofiche in generale.

giovedì 3 settembre 2026

LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” TRA ETICA E DIRITTO

Trovo ottimi gli intenti perseguiti da Luana Zanella nel curare la raccolta di scritti La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme, Moretti & Vitale, Bergamo 2026: affrontare la scottante tematica della GPA (Gravidanza Per Altri) mediante un approccio di filosofia esperienziale alla duplice luce del femminismo e dell’ecologia. L’autrice del volume, negli scritti introduttivi, richiama pensatrici e pensatori che hanno giocato un ruolo pionieristico sia nell’ambito femminista (come Françoise d’Eaubonne, «cui dobbiamo la definizione stessa di ecofemminismo», p. 14) che nell’ambito ecologista (come Laura Conti). Inoltre, e soprattutto, fa il punto sull’ «incandescente dibattito mondiale intorno all’uso pubblico del corpo psicofisico delle donne» (p. 11), non nascondendo la sua posizione nettamente critica verso la GPA sia a titolo (almeno formalmente) gratuito sia a titolo (esplicitamente) commerciale. A suo avviso, infatti, questa pratica è una tappa di un processo di arretramento: «Il corpo femminile fecondo, sottratto al controllo patriarcale dalle lotte secolari delle donne, grazie alle loro conquiste di cui si è avvantaggiata l’umanità tutta, ritorna a essere uno strumento a disposizione del desiderio di maternità e paternità di altri» (p. 31).

Già nel primo dei testi antologizzati (Essere ed essere comprate. Prostituzione, maternità surrogata e identità divisa di Kajsa Ekis Ekman) si insiste su uno degli argomenti più ricorrenti: costringere la madre surrogata a una sorta di dolorosa schizofrenia. Infatti, ella, per contratto, «deve vivere per il bambino, pensare al bambino in ogni azione quotidiana e, allo stesso tempo, deve creare una distanza tra sé e il suo corpo, tra sé e il bambino che porta in grembo, perché deve sempre fare una distinzione tra ciò che è il suo essere e ciò che viene comprato. Deve avere a cuore il bambino ma non affezionarsi a lui, e questa è forse la parte più difficile: vendere sé stesse e allo stesso tempo essere gentili con sé stesse» (p. 76).

Nel secondo contributo raccolto, Maternità surrogata: un’altra clausola del contratto sessuale, di Carole Pateman, si sottolinea l’affinità culturale fra la legalizzazione di queste pratiche e la mentalità dell’individualismo «proprietario» e «patriarcale»: «la concezione della libertà come capacità di fare quello che si vuole di se stessi, significa cancellare ogni relazione intrinseca fra la donna proprietaria, il suo corpo e le sue capacità riproduttive. Costei ha con la sua proprietà la stessa relazione esterna che ha l’uomo proprietario rispetto alla sua forza lavoro o al suo sperma» (p. 84).

Del terzo testo riportato dalla Zanella, Il corpo assente di Cristina Faccinani, mi ha molto favorevolmente colpito la «intenzione di volerne pensare e di volerne parlare in un modo il più possibile esitante, incompleto, per interrogativi e per frammenti, per problemi e non per soluzioni, nel modo più lontano possibile da una posizione giudicante a priori» (p.87).

Dell’ampio contributo di Rosella Prezzo, Nascere nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ho trovato particolarmente interessante l’osservazione che «le idee di libertà e di autodeterminazione, se prese in maniera distorta nella loro assolutezza individualistica, portano anche a situazioni paradossali e incongrue, sfociando addirittura nel loro contrario, cioè in un asservimento» (p. 101): non so quanto congruamente, ma a me viene da pensare al diritto assoluto di disporre del proprio corpo (e del feto considerato come parte del corpo materno) quando si parla di aborto (non solo terapeutico ed eugenetico, ma anche selettivo rispetto al sesso del nascituro) che, in linea strettamente logica, non può non comportare il diritto di procreare e disporre del neonato (per amicizia o per denaro).

In Cosa viene prima. Scegliere dopo aver pensato, Annarosa Buttarelli svolge un discorso raffinato che non sono riuscito a seguire agevolmente, ma da cui si possono forse trarre due inviti. Il primo a invertire la situazione corrente che vede in atto «una diffusa svalutazione della riflessione ordinata, una riflessione che segua una logica radicalmente fondata, mentre ci si affida semplicemente a un racconto solamente emotivo, oppure a quelli che si ama chiamare “vissuti”, detti in pubblico senza una elaborazione» (p. 109); il secondo invito a trascendere la logica giuridico-contrattuale (seguendo la quale è difficile contestare la liceità della GPA) per attingere la logica dell’amore (nel senso in cui ne parla, fra altre, Simone Weil).

In un breve articolo ripreso dalla “Stampa” di Torino, La gestazione per altri e i diritti dimenticati, Gabriella Luccioli critica, in quanto «del tutto inutile» e elusiva della «fondamentale esigenza di apprestare un’effettiva e rapida tutela dei bambini incolpevoli comunque siano venuti al mondo» la legge approvata il 16 ottobre 2024 che configura come «reato universale» (p. 116) la GPA, perseguibile quindi anche se praticata all’estero, ad esempio in Stati come l’Ucraina dove – come riferisce nel suo intervento Caludia Bettiol - «la maternità suffragata è legale e commerciale» (p.119).

Che la problematica della GPA rientri in una rivoluzione bio-tecnologica colossale delle modalità naturali di trasmissione della vita (piante, animali e esseri umani) è ben illustrato da una lunga intervista, Brevetto universale, rilasciata nel 1994 da Alex Langer, nella quale il pensatore “verde” sottolinea come tale rivoluzione «ha conseguenze enormi e forse non ancora avvertite dalla gran parte della gente» (p. 135).

Da questi cenni telegrafici si evince la rilevanza di questo libro che però, a differenza di quanto sostiene in premessa la curatrice, non mi pare «possa essere utile per corsi di informazione e formazione, indipendenti da ogni schieramento preconcetto» (p. 11). Infatti i e i no non sono equamente rappresentati, anzi i non lo sono per nulla.

A me ha suggerito innanzitutto l’opportunità di non ridurre la varietà delle posizioni favorevoli alla GPA a una sola (ovviamente la peggiore della lista), appiattendo i vari sì (ad esempio di Niki Ventola o di tante femministe) alla «appropriazione da parte del capitalismo neoliberista» del «percorso delle maternità e della fecondità, sia fisica che mentale» (ivi) o inquadrandoli come espressione della «ondata violenta, misogina e autoritaria che sta travolgendo il mondo» (p. 13).

Inoltre mi ha suggerito  la necessità di distinguere due punti di vista che nei vari contributi mi sembrano intrecciarsi: la prospettiva etica della liceità e la prospettiva giuridica della legittimità. Tra i due piani di discorso vi sono certamente dei nessi, ma non è stato mai saggio sovrapporli. Ci sono pratiche che alcuni/e di noi riteniamo eticamente illecite (la prostituzione, l’aborto nei casi in cui non ci siano pericoli accertati per la vita della madre o malformazioni gravi del nascituro etc.) di cui auspichiamo, però, la regolamentazione giuridica come male minore (ad evitare, ad esempio, che alcune donne possano abortire in sicurezza e altre in condizioni disperate): che la GPA non rientri fra queste?

Augusto Cavadi

L'originale è qui: 

https://www.zerozeronews.it/la-gravidanza-per-altri-fra-etica-e-diritto/

mercoledì 2 settembre 2026

VINICIO MORGONI SU DIFESA POPOLARE NON ARMATA E OBIEZIONE PREVENTIVA AL SERVIZIO MILITARE

Tra i nuovi partecipanti alle "Vacanze di filosofia per non filosofi" a Sestola (Modena), dal 18 al 24 agosto 2026, il marchigiano Vinicio Morgoni che è stato particolarmente interessato ad uno dei tanti incontri spontanei "a margine" del programma ufficiale dei seminari in plenaria.

Qui di seguito due articoli in cui Morgoni ha voluto comunicare alcune sue riflessioni in proposito.

Il primo, ospitato su www.pressenza.com/it del 29.8.2026, è intitolato Diplomazia, non armi:

Prima delle ferie ho partecipato a Roma ad un incontro organizzato da un gruppo di impegno sociale di orientamento cattolico su temi sociologici e antropologici attualmente presenti e importanti nella società. Nella discussione ci si è frequentemente fermati sull’argomento della guerra, sull’uso della forza come strumento di composizione di conflitti e sulla mistificazione della realtà come strumento di consolidamento del consenso diffondendo opinioni false.

Pochi giorni fa sono tornato da Sestola, un Comune nell’appennino modenese, dove ho partecipato ad una settimana di incontri filosofici e antropologici - organizzato da un gruppetto di filosofi-in-pratica (cfr. www.vacanzefilosofiche.it) - con la presenza di donne e uomini di vario orientamento ideologico, religioso ed etico.

In entrambi i gruppi si è fatto frequentemente riferimento alle parole di Papa Leone che pone nella pace e solo nella pace la possibilità di uno sviluppo ordinato e felice. Una pace che si raggiunge e si mantiene nel rispetto delle altrui ragioni e nell’uso della diplomazia, evitando – per riprendere una vivace espressione di papa Francesco – di “abbaiare alle porte di Mosca”.

E in Italia?

Se, secondo l’articolo 11 della Costituzione repubblicana, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere i conflitti con gli altri Stati, appare ovvia la necessita di privilegiare il confronto dialettico e non la sfida armata. Quindi non è di poco conto che l’Italia abbia sospeso la leva obbligatoria con legge 226/04 e con Dlgs 662/010, pur se – come ho appreso a Sestola - i Comuni sono obbligati ad inviare al Ministero, a inizio di ogni anno, i nominativi dei giovani che sono in procinto di compiere i 18 anni. Tali nominativi confluiscono in elenchi contenenti tutti i cittadini maschi dai 18 ai 45 anni.

Ho appreso con approvazione, allora, che alcuni movimenti nonviolenti hanno iniziato una campagna nazionale per indurre i Sindaci ad avvisare i giovani che i loro nominativi stanno per essere inviati al Ministero; che, se lo desiderano, possono sin d’ora esprimere simbolicamente l’intenzione di non accettare la leva militare; e che, qualora la sospensione della leva obbligatoria dovesse cessare, avrebbero 15 giorni di tempo dalla ricezione della cartolina con l’avviso di coscrizione, di avvalersi della legge 230/1998 che ha introdotto l’obiezione di coscienza.

In conclusione, nei due incontri a cui ho partecipato, è emersa l’opinione concorde con Papa Leone che solo la pace può consentire di vivere serenamente; solo la diplomazia e il dialogo possono appianare le divergenze; che la legittima difesa non può  giustificare una continuo aumento delle spese per l’armamento come sta avvenendo soprattutto negli  Stati inseriti nell’alleanza Nato.

 ***

Il secondo articolo, ospitato su www.girodivite.it del 2.9.2026, si intitola La leva militare obbligatoria? Sospesa, non abolita:

La leva è sospesa, ma le liste esistono ancora: i nostri giovani lo sanno? Ogni anno i Comuni continuano a formare le liste di leva dei giovani di sesso maschile che compiono diciassette anni. Una procedura prevista dalla legge che apre una domanda: quanto sono informati ragazzi e famiglie?

Durante gli incontri di filosofia e politica sociale, ai quali ho partecipato recentemente a Sestola (cfr. www.vacanzefilosofiche.it), è emerso un argomento che mi ha particolarmente colpito. Nella percezione comune si è convinti che la leva obbligatoria in Italia sia stata abolita. Non è esattamente così.

Le chiamate per lo svolgimento del servizio di leva sono sospese dal 1° gennaio 2005, ma l'ordinamento conserva le disposizioni necessarie per un suo eventuale ripristino nei casi previsti dalla legge. Fin qui, probabilmente, nulla che possa sorprendere particolarmente. C'è però un altro aspetto molto meno conosciuto.

Il Codice dell'ordinamento militare stabilisce che i Comuni continuino a formare e aggiornare le liste di leva e che, all'inizio di ogni anno, venga resa nota ai giovani di sesso maschile che compiono diciassette anni l'iscrizione nella relativa lista ATTRAVERSO LA PUBBLICAZIONE DELLE LISTE NELL’ALBO PRETORIO DEL COMUNE. MA QUANTI LO SANNO ?

Si tratta di un normale adempimento amministrativo previsto dalla normativa vigente. Ma proprio per questo credo sia legittimo porre una domanda molto semplice: quanti dei nostri ragazzi lo sanno? E quanti genitori conoscono realmente il significato di questa procedura? Non pongo la questione per creare allarmismo. Al contrario.

Credo che quando si parla di giovani, di diritti, di doveri e perfino della possibilità — oggi soltanto eventuale — di essere chiamati un giorno a prestare un servizio obbligatorio, la migliore risposta possibile sia una sola: informazione. Informare non significa schierarsi a favore o contro le Forze Armate. Non significa essere favorevoli o contrari alla leva. Significa mettere un cittadino nelle condizioni di conoscere ciò che lo riguarda.

Esiste inoltre nel nostro ordinamento una tradizione giuridica importante relativa all'obiezione di coscienza al servizio militare, riconosciuta come diritto soggettivo del cittadino e oggi ricompresa nella disciplina del Codice dell'ordinamento militare. È un tema che, in una società democratica, merita di essere conosciuto prima ancora di dover essere eventualmente esercitato.

Per questo credo che i Comuni potrebbero svolgere un ruolo prezioso: non limitarsi agli adempimenti previsti dalla legge, LIMITANDOSI A INFORMARE I GIOVANI ATTRAVERSO LA PUBBLICAZIONE DEI LORO NOMI NELL’ALBO PRETORIO, ma utilizzare i propri strumenti di comunicazione — siti istituzionali, servizi anagrafici, canali informativi diretti — per spiegare DIRETTAMENTE ai ragazzi (MASCHI) e alle famiglie che cosa sia una lista di leva, perché continui ad esistere nonostante la sospensione del servizio obbligatorio e quali siano i diritti e i doveri previsti dall'ordinamento in caso di effettiva chiamata alle armi 8ENTRO 15 GIORNI DALLA RICEZIONE DELLA CARTOLINA-PRECETTO). .

Sarebbe un piccolo gesto di trasparenza. Ma sarebbe anche una forma di educazione civica. Perché possiamo avere opinioni molto diverse sulla difesa, sulla leva, sulle guerre che stanno sconvolgendo il mondo e sulle politiche internazionali. Su una cosa, però, dovremmo riuscire ad essere tutti d'accordo: un giovane chiamato domani a compiere una scelta importante deve poter conoscere oggi i propri diritti. Ed è proprio dai nostri territori che questa consapevolezza può cominciare. Mi piacerebbe sapere quanti giovani e quante famiglie conoscevano già questa realtà. E soprattutto mi piacerebbe che su un tema così delicato si aprisse un confronto pubblico, senza slogan e senza contrapposizioni preconcette.

Perché informare un cittadino non significa orientare la sua scelta: significa renderlo libero di compierla.

Vinicio Morgoni

Coordinatore Regionale Marche

ASSOCIAZIONE NAZIONALE LAVORATORI ANZIANI



* Qui i link ai 2 articoli:

https://www.pressenza.com/it/2026/08/diplomazia-non-armi/

https://www.girodivite.it/La-leva-militare-obbligatoria.html

lunedì 31 agosto 2026

COME SONO ANDATE LE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026) ?

SESTOLA (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità?

Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore?

Il programma della rassegna

Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria…

C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici?

Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche?

Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’?

Il Lago della Ninfa

E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana?

Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?

A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata – una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche…

Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale… Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori.

Il Castello di Sestola

Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna, soggiornante nella stessa struttura alberghiera, a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione.

Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025), le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista.

A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Pianola a cilindro al Museo degli oggetti musicali

Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino a monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del comune di Fanano.

Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa, a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola, presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell’Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).

Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, con la magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio.

Proposito, per nostra fortuna, accantonato: Beethoven ha continuato a vivere e a comporre e ci ha donato il capolavoro assoluto della Nona Sinfonia con il suo Inno alla gioia, eseguito per la prima volta a Vienna il 7 maggio 1824: prima sinfonia con la presenza della voce umana e del coro, che rappresenta l’intera umanità. Il testo, composto da Friedrich Schiller, esorta “Abbracciatevi, moltitudini”.

Si tramanda che, sebbene completamente sordo, Ludwig van Beethoven fosse presente sul palco; alla fine dell’esecuzione, non sentendo gli applausi, il maestro fu fatto girare dal contralto Caroline Unger perché vedesse il pubblico festante che sventolava i fazzoletti.

Lago della Ninfa

Nell’agorà finale, si è sottolineato che avere cura di sé e degli altri sono due modalità complementari che stimolano l’ossitocina, mediatore chimico della gioia sociale… Sono state infine ricordate le parole dello starec Zosima ne I Fratelli Karamazov, personaggio che Dostoevskij considerava portatore della sua visione: “Bisogna amare ogni creatura e tutto l’universo. Ogni granello di sabbia, ogni fogliolina, ogni raggio di sole. Forse amando veramente ogni cosa si può capire il mistero della vita”.

La sinergia tra gioia personale e gioia sociale è forse il segreto della gioia: nessuno basta a sé stesso, nessuno può gioire davvero da solo…

Maria D’Asaro

 Qui il link all'originale:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/nella-gioiosa-sestola-le-vacanze-filosofiche/

rilanciato anche da qui:

https://www.filosofiaperlavita.it/2026/08/le-vacanze-filosofiche-nella-gioiosa.html

domenica 30 agosto 2026

ANCORA SU VICOFARO: VESCOVO DI PISTOIA E VATICANO NON SONO MOSTRI SENZA CUORE

 

IL VESCOVO DI PISTOIA E IL DICASTERO VATICANO PER IL CLERO NON SONO MOSTRI SENZA CUORE

 

Come è noto solo in alcuni ambienti, e per canali poco frequentati, la Curia vescovile di Pistoia ha revocato a don Massimo Biancalani  l’incarico di parroco di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini, degradandolo a cappellano della prima delle due. Il provvedimento non è legato a un procedimento penale relativo a truffa e falso, riguardante contratti di lavoro di alcuni migranti, in quanto il Tribunale statale ha decretato nel 2025 il proscioglimento dell’imputato perché il fatto non sussiste. La questione è dunque tutta di carattere teologico-pastorale. Dalle informazioni, raccolte anche di prima mano, risulta che la decisione del vescovo sia stata motivata essenzialmente dal fatto che una durevole e ampia accoglienza di immigrati nella chiesa e nei locali parrocchiali abbia provocato grave negligenza nella cura pastorale 

«fino al totale annientamento della vita comunitaria»; abbia trasformato un luogo di culto in un luogo di pernottamento; abbia provocato le forti lamentele di numerosi parrocchiani.

Le contro-deduzioni dell’interessato sono state riprese e rilanciate in alcuni documenti di solidarietà provenienti dal cristianesimo di base. Il 21 agosto è stata pubblicata una lettera di solidarietà proveniente dalla Comunità dell’Isolotto di Firenze in cui si legge, tra l’altro, che «a Vicofaro e a Ramini ogni persona aveva un nome, una storia, una lingua, un cibo preferito, un percorso, delle ferite e delle risorse.  Crediamo che i giovani migranti accolti tutto questo lo abbiano visto, sentito e capito.  Questa è un’esperienza che ha fatto crescere tutti nella mente e nel cuore, tutti quelli che l’hanno avvicinata con cuore sincero e mente aperta. E ve ne siamo grati.  Sappiamo che voi, don Massimo, volontari e volontarie, in questa esperienza siete stati padri e madri, fratelli e sorelle di un’umanità partita dall’Africa e dal mondo, spesso giovanissima e mai davvero accolta dalla nostra Europa, tutta intenta a difendersi e ad armarsi contro i poveri.  Sappiamo che facendovi davvero prossimi a queste persone nella cui umanità avete visto il volto di Gesù di Nazareth davate anche corpo, anima, senso e futuro al cristianesimo e alla Chiesa.  Quello che avete fatto, e in cui ci riconosciamo, è un immenso dono alla Vita che non andrà perduto, e la Vita ve ne renderà merito. E se ora questa Vita viene mortificata, sappiamo che la Vita risorge.  E a chi ha osteggiato, strumentalizzato e deriso i vostri sforzi e l’esperienza decennale di accoglienza, a chi preferisce le pratiche religiose tradizionali, rassicuranti e innocue, non possiamo che ricordare le parole del Vangelo di Matteo: “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”».

Il 22 agosto un’altra lettera di solidarietà è partita a firma delle Comunità cristiane di base per mettere in evidenza un punto centrale del dibattito: « Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da reprimere. L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare” esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica, ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo».

Se non si vuole banalizzare questa vicenda, va vista come cartina di tornasole di una discriminante ormai ineludibile: una cosa è dirsi cristiani e un’altra dirsi cattolici. Certo il cattolicesimo è una delle possibili espressioni/manifestazioni storiche del movimento gesuano – e ciò spiega i numerosi punti in comune fra il ramo e il tronco originario -; ma, quando i nodi vengono al pettine, emergono le differenze sostanziali. La storia di Gesù è stata una storia di rivolta, di insubordinazione, di disobbedienza, di creatività spiazzante; la storia della Chiesa cattolica istituzionale è stata una storia di normalizzazione, di alleanza con i poteri politici, di pedagogia dell’accettazione e della pazienza. Migliaia di eretici e di eretiche stanno a dimostrare, sino a don Milani e Hans Küng, quali paletti del conservatorismo tradizionalista, non possono essere trasgrediti impunemente. Perciò i due ultimi vescovi di Pistoia e la Curia romana (cui si è rivolto invano don Massimo) non sono dei mostri senza cuore, ma dei funzionari ligi al ruolo che occupano: dirigenti per i quali gli uomini e le donne sono fatti per il Sabato, per la Legge, per l’Ordine sociale. Se non fosse questo il DNA cattolico, dall’imperatore Teodosio I a Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci sarebbe stata la corsa a dirsi cattolici ?

Augusto Cavadi

“Adista/Segni Nuovi”, 5.9.2026

sabato 29 agosto 2026

DANTE ALIGHIERI: DALL'AMORE PASSIONALE ALL'AMORE MISTICO

 DANTE ANCORA MAESTRO DI COSE D’AMORE?

Se un autore è considerato “divulgatore” – cioè uno che vuole rendere accessibile al vulgus dei contenuti elaborati in sede tecnica, specialistica, professionale – lo si considera con un mix di apprezzamento, per le sue intenzioni democratiche, e di condiscendenza, per la sua modesta preparazione. Quando ciò avviene, si dimostra di ignorare che la divulgazione è un’arte e, come ogni altra arte, può essere esercitata a livelli mediocri, medi ed eccellenti. Ci sono divulgatori che, nel proprio campo e rispetto a ciò che si propongono, sono molto più geniali di colleghi dediti esclusivamente alla ricerca scientificamente elevata. Secondo Maurizio Muraglia, che nel suo recentissimo L’amore in Dante (Officina di studi medievali, Palermo 2025) riproduce le linee essenziali di alcuni seminari condotti fra il dicembre 2024 e il giugno 2025, «Dante è stato un divulgatore e credo gradisse di essere a sua volta divulgato» (p. 14). A patto, ovviamente, di non essere banalizzato, neppure con l’obiettivo – solo apparentemente lodevole - di attenuarne la «inattualità». Infatti i classici ci parlano ancora proprio perché hanno detto su temi perenni cose talmente profonde da risultare stranianti nel proprio tempo come in ogni altro.

Per misurare quanto l’Alighieri sia stato “dentro” e “oltre” il Medioevo, Muraglia tratteggia  (con l’aiuto di notissimi specialisti come Le Goff, Duby e altri) la concezione dell’amore passionale nonché la condizione della donna, a cavallo fra il Duecento e il Trecento: un’epoca in cui – riprendendo ed esasperando prospettive serpeggianti già nel mondo greco e romano – il cristianesimo vede «l’unione coniugale» «finalizzata esclusivamente alla procreazione», dunque strutturalmente estranea «alla pulsione erotica o al sentimento» (p. 27). Come ogni buon marito cattolico del suo tempo, Dante avrebbe dovuto sperimentare solo due varianti dell’amore: la dilectio (affetto) verso la moglie fedele e devota e la caritas (sollecitudine), in nome di Dio, verso poveri e malati. Si è davvero mantenuto dentro questi binari socio-culturalmente prefissati?

Muraglia dimostra la trasgressività del poeta seguendo il suo amore per le due donne decisive nel suo percorso esistenziale ed artistico: «la donna in carne ed ossa che egli ha vagheggiato per tutta la vita anche dopo la morte di lei, ovvero Beatrice» e «l’altra “donna”, la Filosofia, che ha forgiato l’intelligenza di Dante ponendola nelle condizioni di comprendere, affinare e sublimare il primo dei due amori, fino a farsene assorbire» (pp. 10 – 11). 

Se immaginiamo degli stadi – non rigidamente successivi, piuttosto «modalità mai definitive, o immuni da possibili “ritorni”» (p. 54) -  non si può non partire dalla «forma passionale dell’amore dantesco» che «non sarà mai abbandonata neppure tra i cieli del suo paradiso» (p. 56): è l’amore per Beatrice Cenci, moglie di Simone de’ Bardi, che ha fulminato il poeta a 9 e a 18 anni. Ma, con la donna ancora in vita, egli sperimenta, un «amore sublimato» (p. 85) che lo solleva «dalle pulsioni più istintuali verso una regione dell’Io spiritualmente più ricca» (ivi) o, equivalentemente, da «Eros a Caritas» (p. 88). Con la morte di Beatrice il poeta opera una seconda «forma di sublimazione» (p.97 ) e l’amore per una donna storica diventa «amore intellettuale» (p. 98) per la «filosofia» (p. 100). Il suo studio è un «atto d’amore» duplice perché «rivolto tanto all’oggetto quanto al destinatario del suo lavoro intellettuale» (p.101) ed ha come modelli due maestri: il latino Virgilio e il contemporaneo Brunetto Latini. Ed è proprio il fattore «amore» che preserva Dante «da derive narcisistiche» che potrebbero inquinare «il desiderio di eternità che pur lo abita» (p. 116).

In una scala ipotetica, l’amore apicale Muraglia lo qualifica come «agapico»: un amore di «ascendenza cristiana» che «prende forma poetica nella Commedia e segnatamente nel Paradiso , quando la filosofia cede il posto di nuovo a Beatrice quale figura di donna sapiente in cui filosofia e teologia colorano di sé i concetti riconducibili all’antica passione, quali bellezza, piacere, desiderio. Ma è anche vero che l’amore agapico si consegue non senza prezzo, non senza un percorso di dismissione delle scorie egoiche e passionali che abitano l’anima dantesca quando si accinge ad affrontare la scalata del monte purgatorio» (p. 123).

Tra molte altre sottolineature, l’autore del saggio nota che «Beatrice ha assunto i tratti di una donna che rispetto al Femminile medievale ha tutt’altre caratteristiche»: «parla, spiega, rimprovera, indirizza, discute di teologia e di politica, ciò che l’immaginario medievale intriso di patriarcato avrebbe ritenuto inimmaginabile» (pp. 183 – 184).

Un’altra osservazione che mi è risuonata particolarmente interessante riguarda la «dimensione sociopolitica» dell’amore agapico che è «alla base di quella società ideale che è il paradiso dantesco, ferma contestazione verso una società dilaniata da odi di parte, ambizioni, sopraffazioni» (p. 194).

Muraglia individua un «risvolto» dell’amore agapico nell’amore «mistico» nel quale ci si arrende alla Luce assoluta (p. 205) pur nella persistenza dell’individualità» (p.206): ma così si entra in un campo che trascende le umane possibilità di pensiero e di parola.

Come si può evincere da queste poche righe, il saggio di Muraglia è davvero intrigante e meriterà approfondimenti e discussioni, a partire dalla graduatoria stabilita da Dante stesso in cui agape occupa un posto superiore ad eros: una concezione che tanto ha danneggiato e danneggia la ricezione del messaggio cristiano e che, sulla scorta di Eros e agape di Anders Nygren, andrebbe sostituita con una visione paritetica delle due forme di amore, entrambe necessarie e benefiche. Proprio come l’acqua e il pane. Senza possibilità di stabilire priorità né di auspicare sublimazioni né trasfigurazioni dell’una nell’altro.

Augusto Cavadi

Qui il link alla versione originale illustrata:

https://www.zerozeronews.it/dante-alighieri-e-la-sublimazione-dellamore/

mercoledì 26 agosto 2026

SOLIDARIETA' A DON MASSIMO BIANCALANI, DEPOSTO DA PARROCO DI VICOFARO (PISTOIA)

 La “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, sede di una decina di associazioni impegnate nella ricerca di una spiritualità laica e nella pratica sociale, apprende con sincero dispiacere che la Curia vescovile di Pistoia ha revocato l’incarico di parroco di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini a don Massimo Biancalani. Dalle informazioni raccolte risulta che la decisione del vescovo sia stata motivata essenzialmente dal fatto che una durevole e ampia accoglienza di immigrati nella chiesa e nei locali parrocchiali abbia provocato grave negligenza nella cura pastorale «fino al totale annientamento della vita comunitaria»; abbia trasformato un luogo di culto in un luogo di pernottamento; abbia provocato le forti lamentele di numerosi parrocchiani.

In quanto osservatori ‘esterni’ all’ambito ecclesiale non ci sentiamo autorizzati ad entrare nel merito teologico-pastorale della questione. Come cittadini e cittadine della Repubblica ci teniamo ad auspicare una soluzione migliore dell’attuale: se un prete, in nome degli imperativi evangelici, spezza la routine ordinaria di liturgie, catechesi e devozioni per dare accoglienza a immigrati perseguitati, le gerarchie cattoliche dovrebbero, a nostro sommesso avviso, evitare il ricorso alle armi disciplinari e giuridiche; fare di questo conflitto l’occasione per rivedere il  cristianesimo imborghesito di gran parte dei fedeli; rimandare al mittente le espressioni di solidarietà e di esultanza da parte di esponenti politici che usano l’appartenenza cattolica come alibi della loro xenofobia.

I flussi migratori sono un fenomeno complesso che non è facile regolamentare: singole testimonianze di accoglienza non possono essere assunte a modelli generali, ma vanno valorizzate come spinte profetiche per trovare soluzioni politiche molto più umane delle attuali.

 

Augusto Cavadi – Adriana Saieva (condirettori della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo)

sabato 22 agosto 2026

IL DIFETTO ORIGINALE DEL NOSTRO CERVELLO SECONDO GIOVANNI GASTALDO

 Secondo Kant abbiamo il diritto, anzi il dovere, di lavorare per un’umanità capace di vivere in pace, nella libertà e nel progresso continuo delle conoscenze. Ma senza illusioni né faciloneria: siamo costitutivamente un «legno storto», segnati da un «male radicale», e il cammino è tutto in salita. Se qualcuno rifiutasse questa visione antropologica, cullandosi nell’idea che si tratta di ipotesi “filosofiche” dettate da pessimismo caratteriale, rimarrebbe molto deluso dal libro di Giovanni Gastaldo, Il Difetto originale del cervello. E povero anche Il sapiens, re del creato, Armando Editore, Roma 2023 perché la tesi kantiana (mai citata) viene per così dire tradotta in termini scientifico-sperimentali dall’autore che è neurologo, psichiatra e psicoterapeuta.

La domanda

La questione è delineata sin dalla Premessa iniziale: «L’uomo è veramente un re ricchissimo e potentissimo []. Per rendercene conto, possiamo pensare ai cento miliardi di neuroni che lo rendono capace di inventare cose sempre più strabilianti e creare meravigliose opere d’arte. Pensiamo anche al fatto che può vivere ben oltre i cent’anni, e pensiamo all’insuperabile reggia in cui abita, cioè al pianeta Terra, nel quale si è insediato come re. Il pianeta Terra è un concentrato di bellezze e ricchezze tali, da sbalordire ogni qual volta si posi lo sguardo in qualsiasi luogo; finora non ci è dato di conoscere un altro pianeta così bello. Anche gli oltre otto miliardi di uomini attuali potrebbero vivere tutti molto bene, su questa nostra bilia di terra cotta dal sole, con la superficie smaltata da oceani blu, verdi foreste e argentei poli. Cosa potrebbe sperare di più un essere vivente per godersi, almeno un poco, la vita? Eppure non è così. Cos’è allora che non va?» (pp. 12 – 13).

Nozioni indispensabili per capire la risposta

Per rispondere Gastaldo descrive il sistema nervoso dell’essere umano; le influenze che esso subisce dall’ambiente sin dai primi giorni di formazione nel grembo materno; la formazione di «circuiti neuronali determinati geneticamente e modificati da esperienze» (p. 75) quali paura, rabbia, tristezza, gioia; la relazione fra psiche individuale e contesto socio-culturale di appartenenza; la parabola evolutiva dell’australopiteco  che - passando ad habilis, erectus, neandertalensis, sapiens sapiens -  «invade tutto il globo e inventa l’agricoltura, addomesticando le piante, inventa la pastorizia, addomesticando gli animali, inventa le civiltà attuali, addomesticando gli uomini» (p. 99); la distinzione fra “cervello rettiliano” (il primo a formarsi nella nostra storia evolutiva), il “diencefalo” (in alcune terminologie “cervello limbico”) e infine la “corteccia prefrontale” (che «dovrebbe essere in grado di coordinare le emozioni e tutte le spinte provenienti anche dalle strutture più primitive e basilari, che si trovano nel cervello rettiliano», le strutture cioè che «presiedono alla sessualità arcaica, alla difesa, all’esplorazione, alla predazione, alla territorialità») (p. 179).

La risposta

Alla luce di queste premesse biologiche, antropologiche e storiche, l’autore può finalmente rispondere alla domanda iniziale: come mai non c’è comunicazione, armonia, connessione fra queste «strutture cerebrali» (p. 186)? La sua ipotesi è che «essendo avvenuta una evoluzione molto rapida del cervello, o non essendo questa ancora completa, la neocorteccia non è ancora pronta a integrare perfettamente tutto l’elaborato che fa il cervello più antico. Questo perché, seppure esista già tutto l’impianto per la relazione fra le strutture più antiche e strutture più recenti, tuttavia i collegamenti si trovano ad essere ancora imperfetti o incompleti, e in pericolo di essere mal maturati, essendo molto influenzabili dall’ambiente.  Così la razionalità, non integrandosi perfettamente con le basilari spinte alla vita del rettiliano e del limbico, non diventa quello strumento rivoluzionario, di evoluzione e rinnovamento, che potrebbe essere» (p. 191).

Osserviamo due aspetti particolari di questa condizione antropologica generale che Gastaldo denomina «difetto originale» (p. 182 e passim).

La «evoluzione troppo rapida» della zona neo-corticale del cervello comporta che il «cucciolo del sapiens» nasca “prematuro” (rispetto ad altri cuccioli di mammiferi), cioè che il suo cervello, «con i circuiti di base ancora non bene strutturati alla nascita», sia esposto «a esperienze condotte da adulti, a loro volta inesperti» (ivi) e dunque sia condizionato negativamente nella considerazione di sé e del rapporto con il mondo.

Un’altra considerazione riguarda la società contemporanea che, esaltando «il produrre» piuttosto che la «relazione», priva molto spesso il neonato delle presenze genitoriali, compromettendone «la maturazione emozionale in tutte le età, ma soprattutto nei primi anni di vita» (p. 192).

Mettendo in fila questi fenomeni possiamo sintetizzare la diagnosi: «l’enorme sviluppo del neocortex», realizzatosi senza un adeguato collegamento con le parti emotive (e inconsce) della nostra struttura cerebrale, ha invertito – e pervertito – i possibili vantaggi evolutivi sì che «adoperiamo la nostra intelligenza per renderci più infelici e distruttivi» (p. 191).

Prospettive operative  

C’è anche una prospettiva terapeutica?

L’autore non è un presuntuoso che promette ricette miracolose e, con ammirevole modestia, auspica che «miliardi di neuroni di milioni di cervelli diversi si mettano in rete, per trovare soluzioni un po’ illuminate»: per favorire «una maturità sufficientemente evoluta» per «allontanare per sempre le guerre, la fame nel mondo e lo spettro della distruzione dell’eco sistema del pianeta» (p. 192).

Ammette che sono necessari «rimedi» (ivi) a vari livelli: «iniziative di carattere sociale e politico» tese a «migliorare direttamente l’uomo» (p. 193) – come «il cristianesimo e il buddismo» (p. 194) – e «per migliorare le istituzioni e indirettamente l’uomo, tramite queste» (p. 193), ma, dati gli esiti deludenti sinora registrati con tali strategie,

gastaldo propone iniziative, locali e internazionali, per «migliorare il cervello dell’uomo: favorendo le interconnessioni fra neocortex e strutture sottocorticali, con adatte attività educative anche nella scuola [e] limitando l’ipertrofia dei circuiti neuronali che sottendono la paura, la rabbia e la aggressività distruttiva» (pp. 194 – 195).

Non è questa la sede per esaminare, in dettaglio, le indicazioni di tipo organizzativo e operativo suggerite con lo scopo di rendere la condizione umana sul pianeta meno infelice puntando sulla tesi, ormai acquisita dalla neurobiologia, che «il cervello umano è sempre plastico e quindi modificabile» (p. 199), soprattutto ma non esclusivamente nel primo anno di via extra-uterina. Il lettore curioso potrà facilmente procurarsi il volume in distribuzione e forse condividere le righe finali: «Non c’è nulla in noi che non sia in tutti gli altri uomini esistiti prima e che esisteranno nel futuro. È solo questione di come gestiamo ciò che c’è; e certamente possiamo arrivare a effettuare una gestione corretta. Se accettiamo il povero re per quello che è, se abbiamo capito che, un po’ più o un po’ meno, ognuno di noi è vittima di intrighi di dei – leggi, spinte incongrue, dinamiche insospettate – allora proseguiamo, a testa alta, il nostro viaggio. Se incorriamo in qualcosa che non ci piace (la nostra Ombra) vediamo di comprenderlo e integrarlo nella nostra parte di personalità bionomica, ovvero fatta secondo le leggi della vita. Consideriamo che qualsiasi nostro circuito neuronale è nato comunque per una ragione valida, anche se successivamente può diventare difficile da capire e gestire, e che contiene una forza che, se ben indirizzata, è sempre preziosa» (pp. 250 – 251).

Augusto Cavadi

link all'originale:

 https://www.zerozeronews.it/il-pensiero-o-la-fisicita-cosa-prevale-nelluomo/

 

 

 

lunedì 17 agosto 2026

UN BREVE SCAMBIO FRA FILOSOFI (M. FOUCAULT E JOHN SEARLE)

 "Michel Foucault, in vista a Berkeley, si sentì chiedere da John Searle come poteva pensare e argomentare con tanta chiarezza ma scrivere così male. Egli rispose, senza ironia, che altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio" (Robert C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 321).

sabato 15 agosto 2026

PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)

 Care e cari,

    una breve "anteprima" delle ormai imminenti VF.
 
 
Approfitto dell'occasione per suggerire di iscrivervi (ovviamente gratuitamente) agli aggiornamenti automatici dei post sul sito che è nato alcuni anni fa per gettare un ponte fra il mondo della filosofia-in-pratica e la società civile impegnata in altri ambiti.

Augusto
 

MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO

In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.

Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili)  L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile". 

Se nel 2003 Marco Revelli riprendeva e rilanciava i due editoriali dei colleghi era per suffragare la sua tesi: la crisi ("forse terminale") della politica è manifestata dalla tendenza di quest'ultima "a evocare sempre più ossessivamente la presenza del male - l'Evil ormai immancabile nei discorsi bellicosi pronunciati sulla cuspide del mondo - per giustificare una pratica del potere che di quello stesso male assume forma e sostanza. E condannata ad ampliare su scala sempre più allargata quello stesso disordine per la cui riduzione e controllo era invece nata" (p. 9).

23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).

Tra le prime pagine e le ultime, conclusive, si snodano tematiche intriganti che meriterebbero d'essere riprese e analizzate una per una: soprattutto da chiunque, in qualsiasi area 'partitica', sia davvero preoccupato dell'abisso sul cui orlo camminiamo e intuisca che non c'è più molto tempo per non precipitarvi. 

giovedì 13 agosto 2026

OLTRE LA MEDIAZIONE ARMATA DELL'ONU: UNA PROPOSTA DI LEGGE DA SOTTOSCRIVERE URGENTEMENTE

Don Cosimo Scordato e don Franco Romano auspicano (nell'articolo qui sotto riprodotto), tra altre strategie di pacificazione internazionale, una rifondazione dell'ONU in senso più partecipativo che preveda anche il rafforzamento degli attuali Caschi Blu in modo che un unico esercito sovra-nazionale sia autorizzato a intervenire in caso di aggressione armata di uno Stato ai danni di un altro. E' una proposta non priva di pregi, ma neanche di inconvenienti: a parte gli abusi contro le popolazioni civili perpetrati in varie occasioni dai Caschi Blu, anche nelle situazioni 'normali' la presenza di armi nelle mani dei mediatori ha spesso aizzato, più che dissuaso, i contendenti. Forse, comunque, un esercito dell'ONU efficiente sarebbe meglio della giungla mafiomorfica attuale. 

Intanto, però, vorrei ricordare che entro il 16 settembre 2026 si può votare sul sito governativo  una proposta di legge per l'istituzione di Corpi civili di pace per una difesa non-armata e non-violenta: il disarmo multilaterale è la méta finale, ma lontana; intanto, qui ed ora, perché non affiancare gli eserciti con organismi attrezzati professionalmente alla mediazione disarmata? Ecco il link, basta una carta d'identità elettronica o uno spid e, in pochi minuti, si fa un gesto concreto verso l'uscita dall'incubo in cui siamo precipitati: 

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008   




mercoledì 12 agosto 2026

"LETTERE A UN BAMBINO POI NATO": ADRIANA SAIEVA SULL'ULTIMO LIBRO DI MARIA D'ASARO

 Lettere a un bambino poi nato

In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…

Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettere a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.

Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.

Secondo la mia esperienza personale, questI due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  

Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… E’ vero: è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono molti altri mondi.

Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le ombre del cuore.  E’ questa la magia della maternità universale: se questi  “poteri” dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.

Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della maternità. In molte culture di quel continente  è madre chiunque si prenda cura di un bimbo:  il villaggio intero è madre. Da alcuni anni con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.

L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare. Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di questo le sono  grata.

 

Adriana Saieva

 

“Viottoli”, Giugno 2026

lunedì 10 agosto 2026

J. BENTHAM: " LA DOMANDA NON E' SE UN ANIMALE PUO' PENSARE, MA..."

La giustificazione per il maltrattamento e l'eccidio degli animali è stata per molto tempo la loro mancanza di razionalità. Argomentazioni del genere, naturalmente, sono state addotte a sostegno del razzismo, dello sfruttamento e persino della schiavitù fin ai tempi di Aristotele. Jeremy Bentham rispose più di due secoli fa a queste pretese egoiste: ''La domanda non è se un animale può pensare, ma se può soffrire" (R. C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 293).

venerdì 7 agosto 2026

"LA VITA": POCHE,INCISIVE, RIGHE DI PEPPE SINI

NONVIOLENZA O BARBARIE

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Numero 113 del 7 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

1. EDITORIALE. LA VITA

La vita, che e' cosi' breve.
La vita, che e' cosi' bella.
Tu non sprecare la tua.
Tu non toglierla agli altri.
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Nonviolenza o barbarie.

                   (Peppe Sini)

* Si può chiedere l'invio gratuito (quasi giornaliero) di "Nonviolenza o barbarie" con una email:

mercoledì 5 agosto 2026

AMBROGIO BONGIOVANNI E SERGIO TANZARELLA: OBIEZIONI A VITO MANCUSO

È labile il confine tra il cosiddetto realismo e la rassegnazione. Vito Mancuso nel suo articolo dal titolo Perché serve la forza per salvare la pace (La Stampa, 22 luglio 2026, pagine 1-2) mostra di averlo oltrepassato con noncuranza.

Nel leggerlo appare evidente che la “forza” a cui si riferisce non è altro che la guerra. Così egli prende atto dello stato di guerra permanente e immagina che papa Leone gli contrapponga una vana e innocua utopia, una pace genericamente invocata ma concretamente impossibile.

Dunque, si fa un implicito invito alla rassegnazione in nome di un realismo che si limita a prendere atto della immodificabilità della realtà. Una proposta tranquillizzante e suadente tanto più apparentemente credibile perché accompagnata da una professione personale di rifiuto delle armi.

Immaginiamo che i benpensanti ne vengano fuori ristorati: “anche un teologo pubblico ci conferma ciò che credevamo: la guerra è brutta ma dobbiamo prepararci ad essa per difenderci”.

A noi appare, invece, una riproposizione ben mascherata dell’antico adagio “se vuoi la pace prepara la guerra”. E il papa? Vi è molta accondiscendenza per lui, parli pure di pace perché sappiamo che è il suo mestiere, ma alla fine sembra che le sue parole non abbiano alcuna attinenza con la realtà, perché si fondano su un concetto non sostenibile e veicolano una tesi poco convincente.

***

A noi sembra che tale giudizio meriti una risposta poiché la storia non è immodificabile e che il compito della Chiesa, del papa e dei cristiani – come sosteneva il cardinale Lercaro – è la profezia, non la rassegnazione, o il chinare la testa dinnanzi a ogni potere come dominio assoluto della violenza.

Così il realismo della forza si presta facilmente a riproporre una sacralizzazione della guerra di cui alcuni hanno nostalgia. Fermandoci soltanto agli ultimi due pontefici una certa pretesa di ritorno al passato è stata da loro smentita con una quantità di scritti e azioni che non lasciano dubbi.

Il magistero pontificio è oggi avanti secoli rispetto al comune sentire di alcuni gruppi cattolici, e al pensiero di alcuni teologi fermi ancora alla teoria della guerra giusta elaborata quando ancora non vi era nemmeno la polvere da sparo – figurarsi la guerra nucleare, chimica e batteriologica!

Ma, apparentemente tramontata, la teoria della guerra giusta si camuffa con nuovi aggettivi e, dopo essere passata a guerra chirurgica, umanitaria e poi preventiva, adesso si qualifica come difensiva. È il nuovo mantra per giustificare la guerra.

Ridurre la pace disarmata e disarmante a uno slogan mostra di non voler comprendere come in quelle parole papa Leone qualifichi la pace per quello che deve essere, senza l’equivoco di chi resta erroneamente convinto della illusione che con la guerra si possa ottenere la pace. Alla forza della violenza della guerra papa Leone contrappone la forza evangelica della nonviolenza, è una forza concreta che, nella storia, ha dato già prova di efficacia e di ispirazione abbattendo ogni uso strumentale delle religioni per giustificare le guerre.

Il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, scritto congiuntamente da papa Francesco e Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib nel febbraio del 2019, rappresenta il superamento di una logica aberrante che ha preteso di giustificare e benedire le guerre in nome di Dio. Quel documento segna un punto di non ritorno e per questo è stato volutamente ignorato e presto dimenticato.

Si farebbe un buon servizio di informazione se si riproponessero alcune parole di quel documento:

«Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici ed economici mondani e miopi.

Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

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A seguire, nel 2020, nella lettera enciclica Fratelli Tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, il papa ribadiva che «la guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante […] la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Ma il passaggio sicuramente più significativo è nel paragrafo n. 258 dell’enciclica in cui, riprendendo il Catechismo della Chiesa Cattolica, si abbandona definitivamente la teoria della guerra giusta, proprio a causa della sua ambiguità di fondo:

«Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».

Non si può ignorare l’impegno attivo di istituzioni accademiche, movimenti, organizzazioni nazionali e internazionali, di prospettive interreligiose sull’approccio non-violento, che elaborano e prospettano soluzioni diverse ai conflitti e che puntano a smascherare come essi siano alimentati dagli interessi e dagli egoismi di pochi.

Così, nel momento in cui Dio non è più arruolabile alla causa della guerra, liberata da tutti gli aggettivi volutamente ingannevoli, allora è realistico giudicare la guerra per quello che è: distruzione, omicidio, mutilazioni, odio e ipoteca per il futuro.

Di fronte a ciò la rassegnazione non è più concepibile. Luigi Sturzo, quasi un secolo fa, nel suo La comunità internazionale e il diritto di guerra lo aveva affermato con lungimirante chiarezza. Nel passato certi istituti giuridici apparivano immodificabili: la tortura, la pena di morte, la schiavitù e sono poi miseramente crollati e nessuno oggi li riproporrebbe (anche se non mancano deplorevoli sopravvivenze). Così sarà anche per la guerra, essa potrà scomparire perché la realtà può essere trasformata. Ed aggiungeva:

«Per arrivare alla completa eliminazione della guerra occorrerebbe un altro passo audace: che un gruppo di stati, i più coraggiosi e i più civili, fossero disposti a rinunziare a tutte le guerre, a qualunque guerra, senza eccezioni o riserve e, contemporaneamente, dichiarassero di volere essere riconosciuti come stati disarmati e neutralizzati, quali ne fossero gli eventi internazionali».

Sono parole scritte da un perseguitato e da un esule in ore buie tra le due guerre mondiali, tanto più esse infondono in noi, in un tempo non meno buio, speranza e non rassegnazione.

Qui il link all'articolo originario:

https://www.settimananews.it/chiesa/la-forza-e-la-guerra-contro-mancuso/

* Per favore, un gesto concreto e potenzialmente efficace: leggete e firmate la proposta di legge per una Difesa civile disarmata e nonviolenta al link governativo:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008