Il Chiosco dei Pensieri di Augusto -
Augusto Cavadi, il blog
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
mercoledì 1 luglio 2026
OGNI TANTO UN AMICO CI REGALA UN SORRISO SCHERZOSO. GRAZIE SALVO PORROVECCHIO!
lunedì 29 giugno 2026
LA TELA DI RAGNO CHE RENDE PALERMO UNA CITTA' INVIVIBILE
LA LINEA MOBILE DELL’ILLEGALITA’ SISTEMICA
Al
primo colpo di revolver che in una città italiana raggiunge alla testa una
passante ignara gli amministratori in carica hanno pronta la prima
dichiarazione: “Fatto gravissimo, ma non è solo la nostra città a questo
livello di degrado”.
Al
secondo colpo di revolver – che da Napoli in giù di solito è di kalashnikov – parte la dichiarazione di riserva: “Lo Stato
ci deve mandare rinforzi, da soli non possiamo farcela”.
Non
so altrove, ma nella mia Palermo questa ipocrisia istituzionale è stucchevole.
Assistiamo tutti, immobili, alla crescita della tela del ragno, ma se qualche
mosca vi resta vittima gridiamo allo scandalo.
Se
il sindaco Roberto Lagalla, stimato docente universitario di Medicina, avesse
dovuto insegnare anche solo per qualche giorno in una qualsiasi scuola media
(di primo o di secondo grado, anche in licei prestigiosi frequentati
dall’ottima borghesia) capirebbe al volo la metafora.
In
mezzo secolo di insegnamento ho sperimentato che se, mentre ti rivolgi alla
classe, due alunni si scambiano
sottovoce un commento o si raccontano la serata precedente hai due possibilità:
fermarti, guardarli direttamente negli occhi, dire gentilmente che non ti
sembra educato sovrapporti ai loro discorsi e che, in silenzio, ne stai attendendo con pazienza (insieme alla
classe incredula) la conclusione. Oppure fare finta di nulla e continuare
imperterrito la lezione, magari alzando un po’ il tono della voce; dopo due
minuti altri due alunni si sentiranno autorizzati a confabulare e in meno di un
quarto d’ora è tutta la classe che, a toni di voce ormai altissimi, si
scambiano informazioni e commenti, anche da un capo all’altro dell’aula.
Nel
primo caso c’è sempre qualcuno (alunno, collega, genitore, dirigente
scolastico) che troverà esagerato il tuo metodo e, se ne possiede minimamente gli strumenti culturali, la
butterà sul politichese: “Guarda, guarda, che doveva capitarci: pure il
professore fascista”. Ma altri, all’inizio pochi e alla fine del triennio quasi
tutti, ti diranno grazie per aver consentito a chi voleva dialogare con te e i
compagni di farlo, chiedendo ai disinteressati di distrarsi con i cruciverba o
i fumetti, ma in silenzio.
E
nel secondo caso? Nel secondo caso l’insegnante “tollerante”, “democratico”,
“filo-anarchico” si troverà a urlare per ore chiedendo attenzione o, per lo
meno, di tacere. Scoprirà che il mancato intervento garbato, ma fermo, dei
primi momenti ha aperto una diga e scatenato una fiumana di battibecchi e di
offese reciproche che neppure i più odiosi provvedimenti disciplinari – ormai
tardivi – riusciranno a bloccare. Sino a che punto? Potrei raccontare episodi
incredibili (dal collega costretto a essere sbeffeggiato con la confezione
vuota del panettone in testa al collega sfiorato da pallottole di gomma micidiali sparate da
pistole-giocattolo; dalla collega che rinunzia alle prove scritte di latino
perché minacciata di trovare i bulloni delle ruote dell’automobile allentate al
collega intorno alla cui cattedra, in cui è inchiodato dal disagio, un po’ di
alunni danzano in cerchio come indiani d’America mentre il fuoco divampa sotto
la sua sedia); potrei raccontarli (come ho fatto già in libri, saggi,
articoli), ma saprei di non essere creduto. Oggi “per fortuna” ci sono i
cellulari ed i social e le immagini del
professore aggredito con un coltello all’ingresso della scuola, o
minacciato con una pistola alla tempia se non cede il pacchetto di sigarette,
girano in rete, anche per moltiplicare pedagogicamente gli effetti imitativi.
Forse,
a questo punto, il sindaco ( o il prefetto o il questore: ogni tanto scrivo a
tutti e tre, con risultati facilmente immaginabili) potrebbe entrare nella comprensione
metafora: non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di
nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La
soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno. Se tu
posteggi in seconda fila perché io non dovrei posteggiare in curva? Se tu vendi
alcolici abusivamente a piazza Rivoluzione perché io non dovrei venderli ai
Quattro Canti? Se tu occupi con i tuoi vasi di fiori, per intero, i marciapiedi
intorno ai cimiteri costringendo la gente a fare lo slalom fra le auto in sosta
e in movimento, perché io non dovrei piazzare i tavolinetti della mia gelateria
proprio sotto il palo che minaccia rimozione forzata? E se nessuno controlla da
quanti decenni il mio vicino di casa (non) paga il passo carrabile davanti al
suo cancello perché dovrei togliere dalla mia auto il cartellino blu guadagnato
anni fa dal povero nonnino ormai serenamente trapassato a miglior vita? E se il camion della nettezza urbana, durante
gli spostamenti da un cassonetto all’altro, lascia cadere con nonchalance
rifiuti e percolati, perché dovrei preoccuparmi di trasportare il vecchio
divano sino all’isola ecologica?
La
lista sarebbe lunga forse infinita. Alcune immagini si sono incise come icone
geniali alla mia memoria: come il rivenditore ambulante che, stanco di
deambulare, fissa per mesi espositori e cassette all’angolo fra via dei
Cantieri Navali e una traversa, ostacolando la vista agli automobilisti che
escono dalla via laterale per immettersi nella principale. Ma è agosto, ha
diritto anche lui al riposo, no? E allora sopra gli scheletri metallici
campeggia un cartello ben leggibile: “Siamo chiusi per ferie” (che tra l’altro
significa: “Non facciamo che a qualcuno venga in mente di fregarci il posto!”).
In altre strade (non necessariamente periferiche, anzi tanto più se vicine al
centro come la via Archimede), in chi non ha un passo “carrabile” (in vigore o
scaduto che sia), si scatena la fantasia: il posteggio sotto casa lo riservo
con cassette di frutta vuote o con sedie scalcinate o con i motorini dei
ragazzi. E chi ha fegato, si permetta di avanzare obiezioni!
Naturalmente mi sto occupando di un segmento del fenomeno che presupporrebbe una diversa politica socio-educativa preventiva e una ben più incisiva politica repressivo-giudiziaria nei riguardi dei crimini sistemici dei colletti bianchi. Le poche persone che conoscono la mia storia ormai più che settantennale sanno da quanti anni spendo tempo ed energie a monte della illegalità spiccia quotidiana: ma perché nascondersi dietro l’alibi dell’aut-aut (o si interviene là o si interviene qua) e non abbracciare la strategia dell’et-et (mentre lavoriamo ai fondamenti non permettiamo che si abbattano le pareti)? L’accenno autobiografico non è narcisistico, ma tattico: vorrei evitare l’ennesimo ritornello della corresponsabilità civica della popolazione. Non siamo poche le persone che lo sappiamo e proviamo a fare la nostra parte, ma come non possiamo essere sostituite così non possiamo sostituire le istituzioni: e se ogni notte, quando chiami il 112 perché la musica del pub sotto casa è troppo alta, ti senti quasi deridere dalla voce femminile all’altro capo del telefono (“Con tanti problemi che abbiamo, vuole che mandi una gazzella della polizia per farla dormire?”), che ti resta da fare? Un’idea (atroce, vergognosa, ti passa per l’anticamera del cervello), in cronaca leggi pure che qualcuno l’ha messa in pratica, ma tu preferisci rinunziare al riposo sino alle 3 o 4 del mattino piuttosto che rivolgerti al mafioso un po’ più prepotente del boss che protegge i tuoi vicini rumorosi. Ne va della tua libertà futura oltre che della tua dignità attuale.
Augusto
Cavadi
17.6.2026
Qui il link all'edizione originaria:
giovedì 25 giugno 2026
LA NOTTE DI SAN GIOVANNI SECONDO MARIA SALMERI
Oggi ho ricevuto in dono da un'amica una pagina di suoi ricordi della notte di san Giovanni nel cuore delle Madonie dove è nata e vissuta da bambina. Mi è sembrata troppo bella per tenerla solo per me.
***
Ci sono notti che non finiscono all’alba.
La notte di San Giovanni era una di quelle.
Arrivava insieme ai giorni più lunghi dell’anno, quando il sole indugiava sulla terra e la sera faticava a scendere. L’aria aveva un odore caldo d’erba secca e d’estate, e la luce restava sospesa all’orizzonte come se non volesse spegnersi.
Noi bambini lo sentivamo.
Nessuno ci spiegava nulla, eppure sapevamo che quella non era una notte come le altre.
Per giorni cercavamo i fiori viola del carciofo. Camminavamo nei prati con gli occhi bassi, sfiorando le erbe alte, finché quel colore intenso appariva tra il verde e il giallo come un piccolo tesoro nascosto.
Al tramonto ci sedevamo in cerchio.
Ricordo le candele accese, le ombre che danzavano sui volti e quel silenzio insolito che scendeva tra noi. Persino i più vivaci abbassavano la voce. Era come se la notte stesse ascoltando.
Davanti a ciascuno c’erano i fiori raccolti durante il giorno.
I desideri erano già lì.
Li custodivamo nel cuore senza ancora trovare le parole per dirli.
Avvicinavamo il fiore alla fiamma. I petali viola si arricciavano sotto il calore, diventavano neri e fragili, mentre un filo di fumo saliva nell’aria. Lo seguivo con gli occhi finché spariva nel buio, certa che portasse con sé il mio desiderio.
A ogni fiore affidavamo un sogno.
Non c’erano limiti.
A quell’età nulla sembra impossibile.
Poi nascondevamo i fiori.
Ognuno sceglieva il proprio luogo segreto: una pietra, una fessura nel muro, un angolo del giardino. Qualche volta lasciavamo accanto un biglietto, come si lascia un messaggio a qualcuno che si spera possa leggerlo.
Da quel momento iniziava l’attesa.
La notte di San Giovanni non terminava quando le candele si spegnevano. Continuava dentro di noi.
La mattina seguente mi svegliavo presto. Uscivo quasi correndo e raggiungevo il mio nascondiglio.
Se il fiore era tornato viola, vivo, rifiorito dopo essere stato bruciato, il desiderio si sarebbe avverato.
Non avevo dubbi.
Credevo con tutta me stessa.
Quando accadeva, la gioia mi attraversava come una corrente luminosa.
Se invece il fiore restava nero e rinsecchito, provavo una delusione silenziosa, come se stessi imparando qualcosa che allora non sapevo ancora nominare.
Il rito dei fiori apparteneva alla mia infanzia.
Quello dello stagno, invece, lo conoscevo attraverso i racconti dei miei genitori.
Anche loro, da bambini, nella notte di San Giovanni si riunivano attorno a una candela. Posavano un pezzetto di stagno in un cucchiaio e aspettavano che il calore lo trasformasse in una piccola pozza d’argento liquido. Poi lo versavano nell’acqua.
Un attimo prima era fluido e luminoso.
Un attimo dopo era diventato forma.
Ogni volta diversa.
C’era chi vi riconosceva una casa, chi una nave, chi una montagna o un animale. Nessuno sapeva davvero cosa significassero quelle figure nate dal caso, eppure tutti cercavano una storia da raccontare.
Forse la magia non abitava nello stagno.
Forse abitava nello sguardo di chi lo osservava.
Molti anni dopo mi trovavo dall’altra parte del mondo, ai piedi di una montagna del Perù considerata sacra.
Migliaia di pellegrini salivano lungo il sentiero verso una grande statua della Madonna. Alcuni la chiamavano Madonna, altri la sentivano come la Pachamama, la Madre Terra.
Cambiava il nome.
Non cambiava il bisogno.
Mi fermai a guardarli.
Ai margini del cammino c’erano uomini che scioglievano lo stagno e ne interpretavano le forme.
Il metallo cadeva nell’acqua con un piccolo sfrigolio e subito diventava un disegno. Il raccontastorie lo prendeva tra le mani e iniziava a parlare.
Raccontava il futuro.
Le speranze.
Gli ostacoli.
Gli incontri.
Io non comprendevo una parola della sua lingua.
Eppure rimasi lì.
Guardavo i volti delle persone che lo ascoltavano.
Alcune sorridevano.
Altre si commuovevano.
Altre ancora annuivano in silenzio.
In quei volti riconoscevo qualcosa di familiare.
La stessa luce della notte di San Giovanni.
La stessa dei racconti dei miei genitori.
La stessa che nasce quando si cerca un segno.
Fu allora che lo sentii con chiarezza.
Cambiano lingue, paesaggi, dèi, nomi delle cose.
Ma resta intatto il bisogno di dare senso al mistero della vita.
Ricordo ancora quella salita.
La montagna era un fiume di persone.
Canti, preghiere, voci, famiglie in cammino, venditori lungo il sentiero.
A un certo punto anch’io stringevo tra le mani il mio piccolo oggetto di stagno, da offrire in cima come facevano tutti.
Quando finalmente raggiunsi la statua, la folla era così fitta da sembrare un unico corpo in movimento.
Fu allora che sentii qualcuno chiamarmi.
Mi voltai.
Un uomo mi stava porgendo qualcosa.
Era il mio passaporto.
Lo avevo perso senza accorgermene.
Per un istante sentii il vuoto sotto i piedi.
Poi arrivò il sollievo.
Ero salita fin lassù per cercare un segno.
Forse il segno era già arrivato.
Uno sconosciuto che mi restituiva ciò che avevo perduto.
A volte la vita è più semplice delle storie che costruiamo.
E più gentile.
Ripensandoci oggi, credo che la mia infanzia sia stata abitata da questi gesti.
Piccoli gesti che tenevano insieme la terra e il cielo, le persone e le stagioni, il visibile e l’invisibile.
Anche mia nonna viveva il solstizio come un tempo speciale.
Nei giorni che precedevano San Giovanni usciva all’alba con un cesto tra le mani.
La vedevo allontanarsi lungo i sentieri ancora umidi di rugiada e tornare qualche ora dopo con il profumo dei campi addosso.
Raccoglieva erbe.
Allora non mi chiedevo perché.
Mi sembrava naturale quanto il canto degli uccelli al mattino.
Solo più tardi compresi che in quei gesti viveva un sapere antico.
Mia nonna diceva che in quei giorni le piante erano colme di forza. Il sole, arrivato al culmine del suo viaggio nel cielo, lasciava sulla terra qualcosa di sé.
Così raccoglieva ruta, verbena, vischio, lavanda, timo, finocchio selvatico, piantaggine, artemisia e soprattutto iperico, l’erba di San Giovanni.
La osservavo mentre le disponeva con cura.
Ogni pianta aveva una storia.
Ogni pianta custodiva una memoria.
Non so quanto ci fosse di medicina e quanto di fiducia.
Forse, per lei, non esisteva alcuna differenza.
Ricordo però il senso di protezione che quei gesti lasciavano dietro di sé.
Un ramo d’iperico dietro una porta.
La lavanda tra la biancheria.
Un mazzetto di erbe conservato in un cassetto.
Era il suo modo di prendersi cura del mondo.
Il mio bisnonno Rosario, nato alla fine dell’Ottocento, lo sapeva bene.
Aveva imparato a leggere il cielo.
Conosceva il cammino del sole, il ritmo delle stagioni, il linguaggio della luce.
Quando costruì la sua casa seguì il percorso del sole.
Il sole attraversava le stanze dall’alba al tramonto.
Per lui il cielo non era uno sfondo.
Era presenza.
Ogni anno, quando arriva la notte di San Giovanni e la luce sembra trattenersi un poco più a lungo sulla terra, torno a quella bambina seduta in cerchio davanti a un fiore di carciofo.
Tra le mani stringe un desiderio.
Davanti a lei tremola una piccola fiamma.
E aspetta il mattino.
Maria Salmeri
martedì 23 giugno 2026
"RICORDATI DI RICORDARE" E "LIBERARSI DALLA MAFIA": I PRIMI 2 "PIZZINI DELLA NO-MAFIA" IN TUTTE LE LIBRERIE
Dal Salone del Libro di Torino del mese scorso la nuova Collana di volumetti agili e incisivi delle edizioni Di Girolamo ha iniziato il suo giro in Italia.
Purtroppo il sistema mafioso, evitando le stragi eclatanti e operando sotterraneamente nel quotidiano, sta attuando la strategia vincente: infiltrarsi nelle istituzioni, nella burocrazia, nel mondo economico senza suscitare allarmi nell'opinione pubblica (che, per altro, ha già abbastanza tragedie nazionali e internazionali che l'affiggono).
Ma non possiamo regalare ai mafiosi e ai loro complici l'oblio della memoria né l'omertà sui loro loschi affari attuali!
Qui la recensione di Maria D'Asaro ai primi due numeri della Collana:
https://www.ilpuntoquotidiano.it/ricordati-di-ricordare-i-pizzini-della-nomafia/
domenica 21 giugno 2026
ABOLIRE IL REATO DI FEMMINICIDIO? "GRUPPO NOI UOMINI A PALERMO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE" NON E' D'ACCORDO
Comunicato Stampa
Come
Associazione "NOI UOMINI A PALERMO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE ETS "
- realtà attiva nella nostra Regione da oltre 10 anni per sensibilizzare
l’universo maschile sulla violenza perpetrata nei confronti delle donne - sentiamo
l'urgenza di prendere una posizione netta a difesa dell'articolo 577-bis del
codice penale.
L'avere
inserito nel nostro ordinamento una norma specificamente dedicata al reato di
femminicidio è un risultato di portata storica, che non può essere sminuito o
derubricato a inutile doppione.
Molti
si chiedono se serva davvero una nuova fattispecie, visto che l'omicidio
volontario e le aggravanti legate ai rapporti familiari esistono già. La
risposta è sì: ostinarsi a non riconoscere la natura di questo crimine,
arrivando a negare di fatto l'esistenza stessa del femminicidio, equivale a
offendere e calpestare la memoria delle centinaia di donne che ogni anno
vengono brutalmente strappate alla vita.
Chi
critica questa prospettiva, sostenendo che le leggi in vigore siano
sufficienti, chiude gli occhi davanti all'evidenza che quasi mai ci si trova di
fronte ad un delitto d'impeto o a un raptus inspiegabile, quanto piuttosto alla
terribile conclusione di un percorso fatto di “prevaricazioni, di controllo o
possesso o dominio ed annientamento dell'identità dell'altra persona in
quanto donna”.
Sostenere
questa norma significa pretendere uno Stato capace di tutelare la società con
leggi adeguate, mettendo da parte un'impostazione meramente codicistica che
troppo spesso fatica a isolare la vera natura della violenza contro le donne,
per fornire finalmente alla giustizia uno strumento preciso e affilato.
Palermo,
18 giugno 2026
Per
chi volesse contattarci o avere maggiori informazioni sulle nostre iniziative:
Cell.
3471266493 , Francesco Seminara
Cell.
3299669508, Giuseppe Consoli .
