mercoledì 22 maggio 2019

LE "LEZIONI PRIVATE" DI DAVIDE MICCIONE SU COSA SIA LA CONSULENZA FILOSOFICA




Sull'ultimo numero della rivista telematica (scaricabile GRATUITAMENTE) "Comunicazione filosofica" è ospitata una mia recensione di uno degli ultimi testi di Davide Miccione:
“Comunicazione filosofica”  
Maggio 2019

LE LEZIONI PRIVATE DI CONSULENZA FILOSOFICA DI DAVIDE MICCIONE

  A trent’anni dall’avvìo in Germania (ad opera di Gerd Achenbach) e a vent’anni dall’importazione in Italia (ad opera, soprattutto, di Neri Pollastri), la philosophische praxis – da noi tradotta, non proprio felicemente, con “consulenza filosofica” – resta un’attività professionale semisconosciuta. Anzi, per l’esattezza: misconosciuta. Infatti non è che la si conosca poco, o in pochi; la si conosce male nel senso che quasi sempre si suppone di conoscerla e, dunque,  non ci si preoccupa di informarsi nel merito. 
     Qualcuno la scambia per una forma di counseling, di assistenza psicologica mediante strumenti tratti dalla storia della filosofia;  qualche altro per una versione laicizzata del prete cattolico o del guru induista, dai quali ci si aspetta una parola illuminante in un momento di difficoltà esistenziale; qualche altro ancora – ma si tratta di casi più rari – suppone che si tratti di una consulenza didattica rivolta a chi, leggendo libri di filosofia, trovi difficoltà di decifrazione dei testi. 
      Nella concreta esperienza quotidiana può capitare di tutto e un “consulente filosofico” non è un robot programmato per svolgere una sola funzione: è prima di tutto un soggetto umano a cui può succedere, accidentalmente,  di dare – se richiesto - un consiglio, un incoraggiamento o un chiarimento tecnico su un classico del pensiero filosofico. Ma, in quanto consulente filosofico, egli è abilitato e dedicato ad altro: a che, esattamente?
       Uno dei più stimati consulenti filosofici italiani, alla cui professionalità deve moltissimo l’associazione nazionale “Phronesis” (www.phronesis-cf.com), Davide Miccione, lo spiega in un aureo libretto di poco più di cento pagine: Lezioni private di consulenza filosofica (Diogene Multimedia, Bologna 2018, pp. 106, euro 9,80). E lo fa proprio con andamento filosofico (almeno secondo una certa accezione, poco accademica, di filosofia): cioè problematico, autobiografico, dialogico, ironico e autoironico…
       Proviamo a restituire il filo rosso del suo discorso.
       Nella prima lezione (lezione?  “L’ultima cosa che dovrebbe fare un consulente quando fa consulenza, ma forse la prima, in questo momento, da fare se si parla di consulenza”) l’autore parte dalla constatazione che, dopo tanti anni, i filosofi consulenti siano pochi e, tra questi pochi, pochissimi riescono a vivere solamente di questa professione. Mentre, però, in altri questa constatazione sa di amara delusione, Miccione avverte sentimenti – e soprattutto esprime giudizi – di segno opposto: in una fase storica di “pensiero unico, forse neanche quello”, è davvero sorprendente che ci sia ancora un’associazione su scala nazionale che organizzi “congressi tra professionisti (per quanto poveri) che leggono classici, meditano sui problemi dell’esistenza e partecipano a complessi seminari invece che, più consuetamente, utilizzare anglobecerismi, parlare in pubblico  leggendo slide, e sostenere che il problema sia la brand reputation”. Insomma: stupefacente è il fatto che ci siano ancora laureati in filosofia che intendono questa disciplina come “costruzione di un habitus in cui si ascolta anche ciò che ci fa male, si riesaminano le proprie posizioni, si chiede a se stessi lentezza e non velocità, fedeltà e non disattenzione, una disciplina che non offre soluzioni e ricette, ma ci rende più acuti e capaci di fare domande.”
        Nella seconda lezione ci si interroga sullo “spazio” della consulenza filosofica. Il consultante – il cittadino ‘comune’, solitamente digiuno di storia della filosofia – che bussa allo studio di un filosofo consulente che cosa cerca (o dovrebbe cercare se fosse almeno in grado di percepire il suo bisogno, se non fosse così povero – come direbbe Heidegger – da non percepire come mancanza la propria povertà) ? Di essere aiutato a esplorare il “non-pensato” che ognuno di noi veicola senza saperlo; a “restituire al pensiero” quelle sfere vitali che viviamo meccanicamente (“il lavoro, il sesso, l’amore, l’uso della tecnologia, il corpo, il denaro, l’appartenenza a una comunità eccetera”). Insomma: nella relazione di consulenza filosofica si fa né più né meno di quanto hanno fatto, da Socrate in poi, i filosofi autentici. Essa è un “dialogo filosofico ad personam”: un dialogo effettivo, fra due persone in carne e ossa, non un dialogo costruito a tavolino da un genio speculativo come Platone o come Leopardi.
         La terza “lezione” mette a fuoco la necessità, per il consultante e più ancora per il consulente, di essere disposti allo spiazzamento rispetto a ciò che tutti pensano e/ a ciò che tutti hanno sempre pensato. E perfino ad accettare le conseguenze sociologiche della dislocazione nella terra di mezzo fra gli “integrati” (che non hanno nulla da obiettare al modus vivendi dominante) e gli “apocalittici” (che rifiutano in toto l’assetto sociale attuale): “il filosofo è costretto (indotto, tentato) a restare in una posizione laterale periferica marginale, fuori dal gorgo dell’esistenza sociale dei suoi tempi. Discosto ma non separato, vicino ma non dentro”. Egli è alla faticosa ricerca di “una posizione adatta allo sguardo, alla riflessione e alla contemplazione. Dove gli eventi siano a vista ma ci interpellino con moderazione, ci lascino lo spazio e il tempo per pensare”.
          A questo punto si potrebbe rispondere, come fa Miccione nella settima e ultima lezione, alla esigenza (essa stessa, però, passibile di problematizzazione) di una definizione della consulenza filosofica. Consapevole dell’arbitrarietà di ogni definizione, in quando comoda ma parziale, egli ne propone, “con levitas”, una: “un dialogo filosofico (o più compiutamente una serie di dialoghi filosofici) tra due individui avente come oggetto la vita di uno dei due o questioni ad essa riconducibili. Colui che pone liberamente come occasione di pensiero la propria vita si chiama consultante. L’altro, se è in grado di lavorarvi filosoficamente, consulente”. Dire che si tratti di “dialogo” esclude forme di comunicazione solo apparentemente simili: “non dibattito, non conversazione, non negoziazione. Dunque [non è scontro tra verità previamente contrapposte, non è parlare per provare piacere o distrarsi, non è cercare un compromesso/risultato. E’ appunto un dialogo: vi è una dimensione di ricerca della verità possibile, un confronto e un incontro, una serietà che riguarda il senso della cosa.”
            Perché l’autore si sbilancia solo nel capitolo conclusivo in un’ipotesi definitoria? Perché prima ha bisogno di chiarire la temperie culturale al di fuori della quale la consulenza filosofica sarebbe impensabile e della quale il movimento della philosophische praxis è, sia pur in minima parte, concausa. Riprende dunque, “in compresse”, i punti essenziali di un suo saggio, Ascetica da tavolo, “troppo zeppo di stimoli e forse un po’ troppo denso”:

               1: “La filosofia ha <<subìto>> una svolta pratica”;
             2:  tale “svolta” impone un “ripensare in profondità il ruolo della filosofia e del filosofo”;
              3: essa è “sintomo di un mutamento più generale”;
             4: consiste nel “passaggio dalla filosofia come oggetto alla filosofia come pratica o, se si vuole, dalla filosofia al filosofare”;
         5: consiste non nell’elaborare un’ennesima filosofia della pratica, ma nel far diventare la filosofia una pratica; non nel teorizzare la processualità, ma nel viversi come processo; 
         6: “l’atto originario della filosofia diventa così non la domanda sul mondo né la risposta, ma il colloquio filosofico entro cui due uomini vengono irretiti”;
                7:  “se il baricentro si sposta dagli oggetti filosofici prodotti (teorie, sistemi, libri) all’atto di produrli”, il consulente e il consultante esercitano entrambi il filosofare (anche se, di solito, il consulente filosofa a un più alto grado di “complessità, intensità, bellezza, completezza, tenuta” rispetto al consultante);
                 8: “il filosofo in consulenza si mette in gioco sempre daccapo, non si limita a elargire i doni già confezionati delle sue antiche meditazioni”;
                 9: la filosofia pre-pratica è l’insieme della produzione di testi filosofici che “si scrivono, si pubblicano, si recensiscono, si citano”, ma – così concepita – è diventata un “organismo in perenne espansione” ormai collassato (o in via di collasso) “a causa della sua stessa mole”;
       10: se il filosofo non può illudersi di concepirsi come il lettore dei testi filosofici (di ieri e soprattutto sfornati giornalmente), non può neanche concepirsi come il produttore di nuovi testi che si illuda di trovare abbastanza lettori. Egli deve piuttosto, alla Socrate,  tornare a vedere come un’occasione fortunata la possibilità di parlare con un interlocutore desideroso di filosofare; 
        11: la filosofia in quanto attività riconosce, come “gesto essenziale”, non l’ “insegnare” bensì il “dialogare”; il suo ambiente prediletto non più il recinto protetto delle aule e delle biblioteche, ma il mondo della vita come si svolge per le strade e per le piazze (“tracce di questa claustrofobia teoretica [si trovano facilmente in Kierkegaard, Montaigne, Adorno, Nietzsche, Zambrano, Arendt, Anders ecc.”);
         12: ritornare al gesto socratico di esporsi all’imprevedibilità degli stimoli esterni, pubblici, implica la riapertura di una “platea” di interlocutori potenzialmente infinita: dunque il passaggio dalla filosofia come patrimonio di pochi privilegiati (da trasmettere a eredi accuratamente selezionati) al filosofare  come “bene comune” per chiunque ne voglia fruire.[1]

E’ solo all’interno di questo orizzonte storico-culturale che si possono comprendere, infine, i capitoli quarto e quinto dedicati, in maniera specifica, a chi aspirasse a diventare un filosofo-consulente. 
   Nel quarto si risponde alla domanda, frequente da parte dei candidati a questo tipo di professione, su cosa bisognerebbe leggere. Comprensibilmente, l’autore si rifiuta di stilare un elenco necessariamente arbitrario e incompleto di titoli. Preferisce, dopo una premessa generale (“Non ci sono filosofi la cui conoscenza sia condizione necessaria o sufficiente per l’esercizio della disciplina”), suggerire “tre categorie” di “testi consigliabili”: una prima, “testi esplicitamente dedicati alla consulenza filosofica”; una seconda, “testi di critici della cultura e dello stile di vita occidentale”, dal momento che “senza il giro mentale a cui Polany, Illich, Pasolini, Foucault, Latouche, Adorno eccetera ci obbligano, difficilmente ci si troverà ad allargare il nostro sguardo sull’oggi a qualcosa in più rispetto a un impianto categoriale comune e asfittico”; una terza categoria, infine, è costituita da autori, come Anders, capaci di “analizzare la forma filosofica del mondo a partire da eventi comuni o da tendenze della società di massa” (nel caso di Anders “un incontro con una pattuglia di poliziotti, una visita in ospedale a un amico, un blackout, la lettura di un fumetto di Superman eccetera”). 
    Nel quinto capitolo, infine, Miccione affronta la questione della formazione di un consulente filosofico, impresa a suo avviso con “ben poche possibilità di avere successo”. Se infatti il consulente filosofico è prima di tutto ed essenzialmente un filosofo, tale o si è (per fortuna o per disgrazia) oppure è impossibile che qualcuno ci “formi” a diventarlo. “Individui che siano filosofi, non che facciano i filosofi”: come riconoscerli? Perché hanno sviluppato “un habitus mentale, una tendenza a problematizzare, una <<capacità di vedere con tanta forza il più piccolo e inessenziale fenomeno della vita quotidiana sub specie philosophiae>> come scriveva ammirato di Georg Simmel un giovane Lukács”.  Dovrebbe essere evidente che “la perplessa riflessione di fronte alla quotidianità non può essere chiamata in azione a nostro piacimento ma fa capo con la nostra, potremmo dire, complessione spirituale”. “Vi è una formazione per fare questo? Certamente, ma essa fa corpo con la vita. La capacità di pensare e guardare filosoficamente si sviluppa leggendo, pensando, parlando, ascoltando, meditando, vivendo. Andando in crisi teorica e uscendone, facendosi domande e non trovando risposte, costruendo un filo filosofico che si affianca e si interseca con la propria vita e con le altre che osserviamo, provando a capire ritornando a distanza di anni su cose che la prima volta si erano celate alla nostra comprensione”.  Se tutto ciò è impossibile da costruire in aule, corsi, laboratori, lezioni, seminari, conferenze, giochi di ruolo…” la formazione alla consulenza inizia riconoscendo i consulenti più che formandoli. E’ necessario riconoscere la curiosità per il pensiero, la concettualizzazione, i problemi universali, le categorie e dall’altra parte per gli individui, le loro storie, i mutamenti, le anse e le rapide delle biografie e della storia. Riconoscere la disponibilità a sbagliarsi, a modificare le proprie teorie, a trovare nel mondo un interessante repertorio di occasioni di pensiero, a non aver bisogno di dogmi per sorreggersi nonché a non fare dell’assenza di dogmi un dogma”.
   “Ma se il consulente può solo essere riconosciuto e non formato, a che serve la formazione? Direi essenzialmente a tre cose.  Tutte e tre poco sintoniche con la finzione dei concetti attuali della formazione”: “la prima è l’occasione di poterlo selezionare il consulente”, di riconoscere il candidato inadatto cercando di tenerlo fuori, per quanto si può, “tanto dalla formazione quanto dalla professione”; la seconda cosa  è “creare una pausa di tempo sufficiente” (almeno tre anni) “in cui l’attitudine al pensiero dell’aspirante consulente possa occuparsi del tema del peso e del posto del dialogo filosofico nella vita degli uomini e del suo rapporto con la professione”; la terza cosa è sperimentare, in contatto con consulenti filosofici più anziani, “un luogo (lo spazio della consulenza) dove l’elemento filosofico può esprimersi in piena legittimità”, al riparo dalle “istanze che ci pressano: pragmatiche, operative, economiche, educative, strategiche, ecc.”.
     Da queste, sia pur rapide, note si evince come la consulenza filosofica – liberata dalle sue caricature e dai suoi travestimenti – sia una professione tanto necessaria quanto improbabile da praticare. Infatti è proprio nei periodi storici in cui, per una serie di condizionamenti anche esterni si tende a pensare poco, che ci sarebbe maggior bisogno di pensiero; ma, appunto, anche minor consapevolezza di questo bisogno. Chi dovesse intraprendere tale professione per desiderio di arricchimento e/o di affermazione sociale mostrerebbe, già dai primi passi, la sua insipienza. Più saggio (ma di una saggezza differente dal “buon senso” dominante) è intraprenderla sapendo di candidarsi a far parte di una millenaria genia di individui che “viene bruciata, ostracizzata, irrisa, inglobata, temuta, annacquata, depauperata”. Anche se non (ancora ?) sradicata. 
             
                            Augusto Cavadi
                    www.augustocavadi.com  
        

[1]Ho sintetizzato, maldestramente, in 12 punti i 34 del testo – articolato e raffinato - di Miccione.




lunedì 20 maggio 2019

ANCHE QUELLO DI SALVINI E' CRISTIANESIMO. TUTTO STA A CAPIRE QUALE...

                                         19.5.2019

DUE MODI OPPOSTI DI INTERPRETARE IL CRISTIANESIMO

In Occidente il mondo cristiano, sino a pochi decenni fa, era diviso fra molte chiese: la cattolica, le  ortodosse, l’anglicana, le evangeliche…Queste differenze ‘verticali’, pur permanendo, vanno scolorendo rispetto a una differenza che – per così dire – le attraversa trasversalmente in rapporto all’atteggiamento dei fedeli rispetto ad alcune grandi questioni socio-politiche (l’ambiente, le povertà strutturali, le migrazioni di massa…). Abbiamo così, secondo la rappresentazione mediatica dominante, da una parte cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici chiusi nei propri recinti identitari, gelosi delle loro tradizioni, indifferenti verso gli allarmi climatici e diffidenti verso chiunque bussi alle loro porte proveniente da altre culture; e, dall’altra parte, cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici più disponibili alla solidarietà internazionale, alla difesa dell’equilibrio ecologico, all’accoglienza dei diversi.
  Che cosa segna lo spartiacque fra questi due schieramenti che convivono talora pacificamente all’interno della stessa chiesa e talaltra in maniera violentemente aggressiva (per restare a casa nostra basti pensare alla spaccatura nel mondo cattolico italiano fra difensori della linea papale di Francesco e avversari acerrimi che ne chiedono addirittura le dimissioni)?
   Indubbiamente giocano fattori caratteriali e morali: c’è chi, per indole e per educazione, è portato a farsi carico delle sofferenze dell’umanità e chi, per indole e per educazione, è portato a concentrarsi sul proprio benessere individuale (al massimo, familiare). Ma questi fattori soggettivi non sono, a mio avviso, gli unici né i più decisivi. Se osserviamo con onestà, ci accorgiamo che non tutti i cristiani (definiti polemicamente) “buonisti” sono eticamente migliori di tutti i cristiani (che potremmo definire polemicamente) “cattivisti”. Sino a quando il dibattito resta su questo piano, non si arriverà alle radici.
    La questione è molto più profonda. Detta molto in breve, la differenza è di concezione teologica. So che può sembrare molto strano che il modo d’interpretare la fede cristiana possa avere conseguenze così pratiche, ma non è poi raro che le idee (astratte) abbiano effetti sui nostri comportamenti (concreti). 
    Da una parte, infatti, c’è la concezione medievale e moderna del cristianesimo come religione soprannaturale, limitata alla sfera del sacro, valida eternamente al di sopra del tempo e dello spazio; dall’altra, poi, la concezione originaria (ripresa da alcune correnti contemporanee come la Teologia della Liberazione sudamericana) secondo cui il vangelo di Gesù riguarda il qua e l’ora, la storia, la dimensione profana della vita. Nella prima prospettiva, l’essenziale è frequentare le chiese, organizzare processioni, recitare rosari; nella seconda prospettiva, l’essenziale è sfamare gli affamati, liberare gli oppressi, ridare dignità agli impoveriti. Nella prima ottica, il “regno di Dio” si diffonderà incrementando l’amministrazione dei sacramenti, i pellegrinaggi in Terra Santa,  le “Radio Maria”; nella seconda ottica, il “regno di Dio” si diffonderà se, oltre a combattere i propri “peccati” individuali, i cristiani si impegneranno a scardinare le “strutture di peccato” (quei sistemi istituzionali, sociali e economici che producono schiavitù e sofferenze indipendentemente dalla buona volontà soggettiva dei singoli attori).
    Se le cose stanno così, la diatriba fra credenti del privilegio (“Prima gli italiani”) e credenti della condivisione (“Prima i più sofferenti, italiani o stranieri”) non si risolverà né con le esortazioni morali né tanto meno con le polemiche sui social: sarà, piuttosto, necessario un graduale, ma incessante, lavoro di rielaborazione dei teologi a partire da una lettura ‘scientifica’ (esegeticamente corretta)  della Bibbia. E un conseguente aggiornamento della pastorale da parte dei parroci, delle suore, dei catechisti, degli educatori impegnati in organizzazioni gravitanti intorno alle chiese delle varie confessioni cristiane.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 19 maggio 2019

SULLA PROFESSORESSA CENSURATA, SALVINI RIPARI I DANNI O STIA ZITTO !

19.5.2019

SALVINI NON FACCIA IL FURBO PURE SULLA PELLE DEGLI INSEGNANTI

Facciamo (provvisoriamente) il punto sulla vicenda dell’insegnante sospesa per non aver censurato un video e una doppia foto che collegavano le leggi razziali con l’attuale politica del governo italiano.
a)   Vanno ben distinte due questioni. La prima, di merito,è se le politiche attuali di questo governo siano razziste o meno. (A mio avviso, per esempio, non lo sono: convinto che le “razze” non esistano, penso che vietare il soccorso in mare di naufraghi non sia un crimine contro una determinata etnia, bensì contro l’umanità). Ma, proprio perché se ne potrebbe discutere a lungo, significa che l’opinione affermativa non è manifestamente infondata. Dunque un burocrate non è qualificato, in quanto tale, a dirimere la questione.
b)  Ammesso che la tesi dei ragazzi fosse manifestamente infondata, si aprirebbe una questione formale di metodo: a scuola le opinioni vanno censurate in nome dell’autorità o discusse (ed eventualmente confutate) in nome della cultura? La logica del provvedimento disciplinare è obiettivamente (spero non anche nella consapevole intenzione del dottor Marco Anello) spaventosa: le idee di un alunno possono essere censurate dal docente, quelle del docente dal dirigente scolastico e così via, risalendo la scala gerarchica, dal dirigente scolastico al dirigente regionale, dal dirigente regionale al ministro dell’Istruzione, dal ministro dell’Istruzione al presidente del consiglio dei ministri…
Il ministro Salvini si è dichiarato pronto a incontrare la docente punita, ma senza accennare all’unico gesto a questo punto significativo: revocare il provvedimento nei suoi confronti e aprire un’indagine sul dottor Anello (forse più utile in altri rami dell’amministrazione pubblica, lontano dalle problematiche etiche e pedagogiche). Senza questo gesto, come sostiene in un post di FB il mio caro amico Valerio Droga, la mossa del ministro degli Interni risulta “geniale, perché non ha criticato la sospensione della professoressa ma solo detto che gli dispiace e che verrà a spiegare le sue ragioni, cioè a fare campagna elettorale nelle scuole. È un gesto simile alla pietas degli imperatori romani, con cui risparmiavano la vita al nemico sconfitto, pur lasciandolo ovviamente sconfitto e festeggiando la vittoria. Oppure dei papi o degli inquisitori che elargivano con generosità il proprio perdono al condannato commutando il rogo o la decapitazione con il carcere a vita. Insomma, un gesto di potere, tutt'altro che fraterno. Non ha criticato la sospensione ma si è solo detto dispiaciuto, come a dire provvedimento doloroso ma giusto, che istituzionalizza ulteriormente la censura preventiva perché 'Salvini è buono e merita rispetto e solidarietà' e, al tempo stesso, gli dà un giorno in più di presenza sulle prime pagine dei giornali”.
c)   Qualcuno sostiene che la mobilitazione attuale non ci sarebbe stata verso un governo di sinistra. Attenzione: se si lasciano passare certi precedenti, si legittimano anche eventuali governi futuri di segno opposto a usare gli stessi metodi. E’ nota l’amara considerazione di un pastore protestante tedesco (rilanciata da diversi autori): “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”.


Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 18 maggio 2019

DAL BALCONE DI CASA NOSTRA UN APPELLO PER LA LIBERTA'

Questa mattina Adriana, dopo aver ideato e dipinto lo slogan, ha appeso un lenzuolo al nostro balcone. Lo abbiamo fatto contro la mafia, poi contro la guerra: in un momento in cui si tolgono i lenzuoli di protesta, anche i più innocui ("Restiamo umani" su piazza Duomo a Milano), non ce la sentivamo di stare zitti e inerti. 
In facebook ho pubblicato la foto che vedete con una dicitura esplicativa: 
"Cara Digos di Palermo, questa è la foto del mio balcone (via Bordonaro 20, 90142 Palermo, scala A, piano settimo). Se vieni a farmi visita, puoi fare "un viaggio e due servizi": sono infatti anti-salviniano (primo reato grave, a quanto pare) e, per giunta, insegno da 46 anni a studenti liceali e universitari che si possono usare metodi fascisti anche senza essere ideologicamente fascisti (secondo reato, ancor più grave, a quanto pare). Firmato: Augusto Cavadi.
Piccola aggravante: è perfettamente d'accordo con me mia moglie, Adriana Saieva, che è ideologicamente anarchica e insegna, in una scuola elementare, educazione alla cittadinanza attiva col metodo della Philosophy with children (senza che nessun genitore, di nessun orientamento politico, abbia mai criticato una virgola della sua azione pedagogica)".
Tra lei e me, abbiamo  ricevuto più di duemila reazioni, quasi tutte di sostegno e di condivisione (in qualche caso sono rimasto commosso per le espressioni dedicateci). Solo pochi ingiuriano, ma poiché non vanno oltre le parolacce non so neppure che cosa abbiano capito. E' vero, come scrive una signora, che con tanta gentaglia che gira può essere pericoloso farsi individuare, ma pensiamo che - se si vuole agire a zero gradi di sicurezza - è necessario non fare nulla.  Ciò che mi rattrista di più sono le osservazioni, talora solo orali, di qualche collega che ci raccomanda di "non esporvi con l'aria che tira": e non si riferisce a facinorosi più o meno ignoranti, ma alle istituzioni dello Stato democratico ! Forse la tattica di "colpirne uno per educarne cento" sta cominciando a funzionare? 
Ma Salvatore Porrovecchio, professionista stimato e generoso, ci ha regalato le parole decisive per non indietreggiare: "Sono con voi cari Augusto e Adriana. Con il primo anello e' già formata la catena. Il primo discorso censurato, il primo pensiero proibito,la prima libertà negata, ci incatena tutti irrevocabilmente. La prima volta che la liberta' di un qualsiasi uomo viene calpestata ne subiamo tutti il danno . Un abbraccio." 
Ringraziamo Salvo e, con lui, le migliaia di persone che ci sostengono e che, spero, vorranno mandare un segnale di allerta e di vero amor patrio almeno per l'imminente 23 maggio: che, per quanto sta in noi,  i nostri martiri contro ogni forma di dittatura non siano morti invano.