martedì 17 luglio 2018

GIACOMO DI GIROLAMO SUL "PEPPINO IMPASTATO" DI AUGUSTO CAVADI


Tp24.it (28/06/2018) 

Claudio Fava è lo sceneggiatore del film "I Cento passi", quello che ha reso popolare la figura del giornalista e intellettuale Peppino Impastato, ucciso a Cinisi dalla mafia nel 1978. Impastato è oggi una delle figure più "abusate", nel santurario dell'antimafia. L'ultimo libro pubblicato su di lui è di Augusto Cavadi. Si chiama "Peppino Impastato, martire civile", ed è un libretto prezioso, come tutti le pubblicazioni di Cavadi, devo dire, perchè parlano di cose difficili come la mafia con parole chiare, argomentazioni solide, ottima scrittura, pazienza. E insomma, questo libro comincia con questa frase: "Anche se quasi coetanei, e iscritti alla stessa facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo, non ho mai conosciuto Peppino Impastato". In tempi in cui tutti si vantano di essere stati allievi di Borsellino, amici di Impastato, depositari dei segreti di Rostagno, la semplicità di Cavadi (prima del 1985, aggiunge, non sentirà parlare di lui...) è disarmante. E insomma, nel libro, ad un certo punto si cita un articolo di Ambrogio Cartosio del 2005, apparso sulla rivista Limes. Cartosio è stato anche sostituto procuratore a Trapani. E in questo testo dice delle cose importanti, attuali, che è giusto inserire qui, alla fine di questo lungo doppio articolo, se non vogliamo continuare a fare l'antimafia vendendo "pignate". Sono frasi che dovrebbero essere mandate giù a memoria, soprattutto oggi, soprattutto a Trapani:
"Si deve evitare di mitizzare troppo la mafia, di considerarla potente o invincibile. E' irritante, per chi ha speso anni della propria vita per contrastarla, sacrificando anche la propria libertà, sentir dire che nulla è stato fatto, o che nessun risultato è stato ottenuto, o che la mafia è più forte di prima. Non è vero. Da vent'anni a questa parte, centinaia di mafiosi vengono processati e condannati, molti scontano l'ergastolo (....). Inoltre, fino a non più di una dozzina di anni fa nelle forze dell'ordine e nella magistratura erano in pochi a combattere la mafia; oggi le persone impegnate su questo fronte sono un esercito. Non è nemmeno serio esagere le proporzioni delle associazioni mafiose, presentandole come autentiche dominatrici del mondo, o enunciare dati spropositati sui loro fatturati, parlando (non si sa bene sulla base di quali dati, di quali registri, bilanci o scritture contabili) di incassi di migliaia di miliardi, in una gara a chi stupisce di più sparando le cifre più alte. E' un atteggiamento superficiale e deleterio. Si pensi l'effetto che può avere l'enunciazione di questi dati su un ragazzo di Siculiana, cui si presentino le seguenti, reali prospettive: emigrare, rimanere, conducendo una vita di disoccupazione e di stenti; affiliarsi alla grande holding internazionale dal fatturato iperbolico". 

Giacomo Di Girolamo

domenica 15 luglio 2018

DALLA MEMORIA POETANTE QUALCHE SPERANZA NEL TEMPO DELLA DESTRA IN ASCESA

www.nientedipersonale.com
15.7.2018

SOLO DALLA MEMORIA LE RAGIONI DI SPERARE 
                                     PER IL PROSSIMO FUTURO


In Italia (come per altro in Europa, anzi nel mondo)  non si respira aria buona. C’è puzza di Destra o comunque si voglia chiamare la chiusura nazionalistica, la semplificazione razzista, la contrapposizione ideologica, l’insensibilità verso la sofferenza delle fasce sociali più deboli, l’enfasi sulle ragioni della forza e la derisione della forza della ragione. C’è abbastanza per preoccuparsi? Direi di sì. E mi auguro che non si si sia in molti a cadere nella vecchia logica del “Fino-a-quando-non-tocca-a-me-pazienza”; vecchia, ma falsificata, dall’esperienza di chi, quando è toccato a lui, non ha trovato intorno più nessuno cui chiedere solidarietà e soccorso. Oltre che preoccuparsi, c’è anche da disperarsi? Direi di no.
   Innanzitutto, perché, in generale, chi si preoccupa non può fare spazio alla disperazione perché sarebbe in contraddizione con se stesso. La preoccupazione è un pre-occuparsi, un occuparsi-prima, un occuparsi pre-veggente: un agire in anticipo. La disperazione, al contrario, blocca, immobilizza: non spera nulla, non aspetta nulla, non pre-para (pre-dispone, pre-apparecchia) nulla. 
   Ma – potrebbe obiettare qualcuno – non ci sono forse delle situazioni oggettivamente tragiche che davvero sradicano ogni possibilità di pre-occuparsi, che non consentono nessuna speranza, nessuna attesa? Indubbiamente. La storia, però, può aiutarci a riconoscerle. E, a mio sommesso parere, la situazione socio-politica italiana attuale non è tra queste.
  Lo ribadisco a scanso di equivoci: i motivi per preoccuparsi seriamente ci sono, ma non sono tali da condannarci all’inattività rinunciataria. Matteo Salvini vuole censire gli zingari (in quanto etnicamente tali, non sulla base di reati commessi o di altre eventuali responsabilità individuali) ed è grave: ma Hitler li mandava direttamente ai forni crematori. La sottosegretaria al Ministero dei Beni culturali, della Lega, Lucia Borgonzoni non si vergogna di non aver letto neppure un libro negli ultimi tre anni se non costretta da motivi di lavoro ed è grave: ma Goebbels dichiarava che la mano gli correva alla pistola appena sentiva la parola “cultura”. Milioni di elettori hanno votato Movimento Cinque Stelle perché ritenevano che potessero contrastare la Destra con più numeri e con più credibilità del Partito Democratico in mano all’autistico Renzi: ma non pare, al momento, che esso sappia, o voglia, svolgere questa difesa della trincea costituzionale (al di là della benemerita emarginazione di Berlusconi dalla scena politica). Eppure, tra i parlamentari pentastellati ci sono molte donne e molti uomini che nutriranno dei dubbi sulla differenza fra Destra e Sinistra, non però tra Umanità e Disumanità.  
  Albrecht Haushofer, assassinato dalle SS, ha lasciato scritto:"Ci son tempi che è la pazzia a guidare. /Allora i migliori vengono impiccati”. Aggiungerei sottovoce: “e, prima di essere impiccati, si danno da fare”. Ognuno secondo le sue possibilità effettive. Tra queste modalità di reazione rientra la ferma, chiara, rievocazione di chi – sacrificando la propria vita – ci ha segnato un sentiero per le fasi storiche in cui è la pazzia, o quel suo surrogato che è l’egoismo miope, a guidare.
   Non è certo un caso che ho trovato il verso di Haushofer come esergo di una raccolta di poesie di Luciano Cecchinel, Perché ancora, con note di Claude Mouchard e Martin Rueff, edito nel 2005 a Vittorio Veneto a cura dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea del Vittoriese. L’autore, infatti, nato nel 1948, ha dedicato le sue composizioni a vittime più o meno note della barbarie nazi-fascista di cui ha avuto notizie dirette dai racconti dei genitori e degli amici più anziani di lui: ha voluto, insomma, offrire un “compianto/per nomi e lamenti/ a confondere/ smemorati e mentitori”.
 Tra le vittime più celebri il contadino austriaco Franz Jaegerstaetter (che la Chiesa cattolica ha proclamato “beato”) che, nonostante i suggerimenti di familiari affezionati e amici preti, rifiutò di indossare la divisa militare nazista per evitare di combattere una guerra evidentemente ingiusta: “come una sorgente/ da una parete di ghiaccio” la sua “innocenza ancor sfolgora/fragorosa oltre tutti i silenzi,/entro ogni ombra e paura”. Altri caduti sono anonimi, o quasi. Partigiani per nulla propensi a combattere, ma che pure seppero adeguarsi alla necessità storica. Di loro il poeta immagina gli occhi: “occhi – si direbbe - / da non dover morire/in questo modo./ Guardando al di là di ogni destino/ come fiere oltre la gabbia,/la testa alta come un pugno”. E persino chi, come Antonio Adami, detto Toni, “fu pacifista impegnato entro la guerra in una difficile opera di moderazione e di mediazione”, cadde sotto il fuoco dei tedeschi (alcuni dei quali, “venuti a sapere chi era, si recarono sulla sua tomba a deporre dei fiori”): “tra la tasca del Capitale/e quella del Vangelo/ non scattò per lui/ estremo il sillogismo/ ma radente l’illazione del piombo”. 
  Illustri o sconosciute, è a queste persone che l’autore  dedica la sua memoria poetante: a “coloro che videro/ il male così nero/ che sentirono il bisogno/ di essere migliori”. E non è senza significato che, a un certo punto, prende in prestito – come dedica di una sua composizione – i versi di Gianni D’Elia incisi sul monumento ai caduti in piazza Falcone e Borsellino a Pesaro: “Andatelo a dire/ ai caduti di ieri/ che il loro morire/fu come le nevi”. 
  Come tutte le parole di moda, “populismo” viene adoperato a proposito e a sproposito, per offendere o per esaltare. Certamente, al di là delle dispute semantiche, c’è un nodo concettuale da considerare: il popolo dovrebbe essere, se non il protagonista, almeno il beneficiario di ogni trasformazione storica. Ma questo non significa che esso sappia sempre, e subito, cosa è meglio per lui. Si può ignorare questa verità elementare: e ciò è demagogia. Si può utilizzare strumentalmente questa verità elementare: e ciò è dittatura. Si può prendere sul serio questa verità elementare e impegnarsi di conseguenza: e ciò è democrazia. Anche Cecchinel ne è amaramente consapevole e lo scrive con efficacia pari alla schiettezza: “Ah, lo santificano poeti e populisti/ ma il popolo non è santo / o lo è nel peso dei macigni/ o nella livida ustione delle folgori. / Nel buon tempo dà il potere ai mercanti di carne,/ riverisce la ricchezza agli impostori./ Così i suoi figli migliori se ne vanno/ nelle barricate e dentro le boscaglie/ a dare il sangue per le sue colpe,/ per la sua coscienza nelle cerimonie.” Ci sono tra noi “figli migliori” di altri? Non ci sono giurie abilitate a stabilirlo. Solo le barricate, metaforiche e/o fisiche, faranno la differenza.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 13 luglio 2018

ANCORA PER QUANTO LASCIARE IMPUNITI I PALERMITANI PIU' INCIVILI ?

 “Repubblica”
Edizione di Palermo
13.7.2018

IMMONDIZIA E IMPUNITA’: ADESSO BASTA

    Anche su Repubblicasi sono moltiplicati appelli e suggerimenti per il nuovo presidente della Rap, una delle aziende municipali che più immediatamente incidono – nel bene e nel male – sulla vivibilità effettiva e sull’immagine turistica della città. L’elenco delle raccomandazioni è già troppo fitto perché si abbia la sfrontatezza di aggiungerne altre su aspetti che – rispetto alle voragini del servizio attuale – potrebbero suonare come sfumature puntigliose (anche se, per chi ne fa esperienza quotidiana, riescono davvero pesanti): penso, per fermarmi a un solo esempio, alle modalità con cui i camion svuotano i cassonetti dell’immondizia indifferenziata nei tanti quartieri in cui non esiste l’asporto porta a porta. Infatti, inevitabilmente, da ogni cassonetto (e nella postazione sotto casa mia ce ne sono quattro o cinque) cadono  - nell’atto di essere prelevati e capovolti - residui di spazzatura che nessuno raccoglie: una sorta di res nulliusche occupa la no man’s land  tra gli addetti al trasporto e gli spazzini locali. Ma questo inconveniente sarebbe trascurabile se, insieme ad alcuni rifiuti solidi, non cascassero dai cassonetti anche liquami puzzolenti che – soprattutto in estate – stagnando al sole emanano per tutta la piazza un odore insopportabile. Il paradosso è totale se si considera che il camion dei rifiuti non solo non ha nessuno strumento per evitare l’inconveniente, ma esso stesso rilascia a sua volta altri liquami puzzolenti: al punto che gli abitanti della zona non sanno, ogni mattina, se attendere con speranza o con timore l’arrivo della…nettezza urbana. 
  Ma – come accennavo sopra – non ha molto senso appesantire il groppone del nuovo responsabile della raccolta dei rifiuti a Palermo. Bisognerebbe, piuttosto, che il sindaco e gli assessori di competenza si decidessero a considerare la situazione come una vera e propria emergenza sociale che va affrontata in un’ottica complessiva. Dunque – d’intesa col prefetto - con interventi coordinati e sinergici fra la Rap, i vigili urbani, la polizia, i carabinieri e i finanzieri. Abbiamo appreso che dei vigili urbani girano in borghese per sorprendere guidatori indisciplinati con il cellulare in mano e che con questo semplice espediente hanno emanato centinaia di multe. Bene. Ma non sarebbe almeno altrettanto urgente che – in divisa o in borghese – gli uomini e le donne delle Forze dell’ordine si attivassero per multare quanti gettano sacchi di immondizia, e spesso anche rifiuti ingombranti, negli angoli di strada eletti a discariche pubbliche ? Mi capita di osservare, al contrario, che se dai finestrini di un’auto in coda per il traffico vengono gettate fuori cartacce sporche, eventuali vigili urbani o carabinieri nell’auto successiva non alzano neppure un sopracciglio: sono tutti e sempre impegnati in operazioni delicatissime che non consentono di occuparsi della maleducazione spicciola quotidiana? L’impunità, anche in questo ambito, a Palermo è totale e induce a comportamenti privi di pudore che solo in poche altre città del Meridione italiano hanno il corrispettivo: penso al cumulo perenne di immondizia quasi di fronte all’ingresso di uno degli alberghi-simbolo come Villa Igea o a ciò che gli ambulanti (più o meno legalizzati) lasciano alla fine dei mercati rionali non soltanto all’Albergheria o allo Zen, ma persino a piazza Unità d’Italia. 
   So bene che la soluzione dei problemi siciliani non si può risolvere solo con la repressione e che occorre informazione e formazione civica: ma l’una non esclude l’altra e l’esperienza dei Paesi europei, che tanto ammiriamo da questo punto di vista, conferma, all’evidenza, che è proprio dalla simultaneità dell’educazione e della sanzione che si ottengono i risultati migliori. 

Augusto Cavadi
 www.augustocavadi.com

giovedì 12 luglio 2018

SERGIO VELLUTO E IL SUO "DELITTO A OSTRICONI"






www.siciliainformazioni.com
12.5.2018

     Dopo Il pretesto (2011) e Vecchi omicidi (2013) , Sergio Velluto continua a divertirsi, e a divertire, raccontando storie di per sé non proprio divertenti: storie di ancestrali rancori, trame di spionaggio, delitti efferati consumati con fredda determinazione  (senza neppure l’attenuante del raptus passionale o dell’alterazione momentanea della coscienza). Lo fa con il gradevolissimo Delitto a Ostriconi (Web & Com, Torino 2015, pp. 213, euro 12,00: per acquisti www.delittoaostriconi.it/privacy.php) ambientato in un’isola del Mediterraneo meno gettonata dai turisti, ma non meno attraente dal punto di vista naturalistico, di Sicilia e Sardegna: la Corsica. Un’isola storicamente segnata dall’insofferenza verso dominatori di ogni bandiera ma, come spesso accade nelle isole, tendente a nascondere – dietro lo scudo dell’autodifesa nazionalistica – perenni tensioni interne fra partito e partito, famiglia e famiglia, individuo e individuo della medesima famiglia. In questo racconto il groviglio dei sentimenti è complicato dal groviglio oggettivo delle situazioni determinatesi storicamente: Marianna, infatti, è stata accolta e allevata come una figlia da Fiorenzo e Pauline, pur essendo anagraficamente figlia di Michel e Maria. Maria è anche la madre biologica, ma l’ha concepita in una notte di passione con Renato, provocando l’ira omicida di Michel, il marito tradito. Da lì tutta una catena di vendette che si conclude solo quarant’anni dopo in maniera inaspettata (e dunque irriferibile in una recensione che non voglia rovinare il gusto della suspense  all’eventuale lettore). Possiamo solo rivelare che l’esistenza di Marianna si intreccia con le vicende di Eva, una sorellastra (nata dallo stesso padre, Renato, all’interno di un matrimonio canonico con Sara) che abbiamo conosciuto in un romanzo precedente: donna dalla vita avventurosa e dalle molteplici relazioni sentimental-sessuali, trasferitasi da parenti in Israele dopo la morte prematura della madre e arruolatasi, da adulta, nel Mossad.
    Velluto, come è logico per uno scrittore di letteratura, non ha di mira altro obiettivo che il piacere di raccontare le vicende dei personaggi, senza scopi etici o pedagogici. Ciò non impedisce, tuttavia, di notare che nel turbinio delle azioni e delle reazioni ci sono alcuni che nutrono con cura i propri desideri di vendetta e altri che ricorrono a “una rosa” per spegnere il risentimento altrui nei propri confronti: ed è a questi ultimi, meno cerebrali e più spontaneamente passionali, che alla fine la vita riserva una sorte meno dolorosa. Aspettando sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico si pregusta il sapore della rivincita, ma non ci si accorge di invecchiare e di incattivirsi: dunque non si avverte la punizione che, intanto, si sta comminando a sé stessi. Molto più spesso di quanto non si supponga, perdonare conviene.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


http://siciliainformazioni.com/augusto-cavadi/817512/spionaggio-omicidi-e-storie-di-rancori-in-delitto-a-ostriconi

domenica 8 luglio 2018

SACRIFICIO: AMBIGUITA' DI UNA CATEGORIA ANTROPOLOGICA FONDAMENTALE


“DIALOGHI MEDITERRANEI”
1.7.2018


                     LE DISAVVENTURE DEL “SACRIFICIO”  [1]

  
Una parabola ascendente e discendente
      A una sommaria, e perfettibile, ricognizione storico-culturale sembrerebbe che la categoria del “sacrificio”  abbia disegnato in Occidente, nel corso dei secoli, una sorta di curva di Gauss: accettata e praticata nel mondo antico, ha registrato una sorta di impennata di consensi nell’era cristiana per poi conoscere, negli ultimi secoli, una delegittimazione galoppante. Sino ai nostri giorni in cui la parola stessa “sacrificio” sembra intrinsecamente insensata e dunque inaccettabile. Quali le ragioni di questa sorta di parabola ascendente e discendente? E come possiamo valutare la situazione contemporanea?

I sacrifici nel mondo antico 
     Forse in tutte le culture antiche si praticavano sacrifici in onore degli dei: frutti e fiori, ma anche animali non-umani e perfino umani. Alcuni casi sono diventati esemplari, proverbiali: Agamennone che sacrifica agli dei la figlia Ifigenia (per ottemperare alla promessa formulata per ottenere la grazia di venti favorevoli al ritorno in patria delle sue navi) o Abramo che arriva a un pelo dal sacrificare il figlio unigenito Isacco (per obbedire a un comando di Jahvè). 
     Non mancano, ovviamente, neppure nelle culture arcaiche le perplessità e le riserve critiche. Secondo qualche esegeta, ad esempio, la stessa narrazione del sacrificio di Isacco – che Dio blocca in extremischiedendo di sostituire il ragazzo con un montone – rifletterebbe una sorta di ripensamento della prassi tradizionale dei sacrifici umani: ma non sapremo mai – anche se possiamo facilmente immaginarlo – il parere dei montoni su questo mutamento della platea di potenziali vittime.

Il destino paradossale del sacrificio nel cristianesimo
    Con il cristianesimo il tema del sacrificio subisce un passaggio paradossale: per un verso viene messo in discussione radicale, per un altro  esaltato in misura  insuperabile. Vediamo la cosiddetta[2]Lettera agli Ebrei: ogni “facitore di ponti”  (pontefice) tra Dio e l’umanità, essendo “avvolto di debolezza”, “a motivo di questa deve offrire sacrifici per i peccati, come per il popolo, così anche per se stesso” (5, 2 – 3). Anche Gesù è un “pontefice”, un “sacerdote”, ma di conio nuovo, anzi inedito: “non ha bisogno, tutti i giorni, di offrire vittime prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo, come i sommi sacerdoti, perché questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso” (7,27). Dunque gli “ordinamenti cultuali” (9, 1) precedenti sono da considerare una cosa “resa antiquata e che invecchia”, “vicina a scomparire” (8, 13). Ma l’idea di “sacrificio”, lungi dall’essere cancellata, in realtà viene riaffermata e sublimata nell’unico sacrificio di Gesù: Cristo, infatti, “non mediante sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue è entrato nel santuario una volta per tutte, perché ha trovato un riscatto eterno. Infatti se il sangue dei capri e dei tori e la cenere della vacca aspersa sui contaminati santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale mediante uno spirito eterno ha offerto se stesso senza macchia a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire al Dio vivo!” (9, 11 – 14). 
     In questo trattato teologico inserito nel Secondo Testamento Gesù è ancora distinto chiaramente da Dio: man mano che la chiesa lo riterrà sempre più “sostanzialmente” divino  - insomma: Dio da Dio, divino come Dio Padre – il seme della theologia crucisqui  piantato diventerà un albero grandioso (e, a parere di molti, ingombrante). Infatti, secondo la Lettera agli Ebrei,  Cristo è entrato non “in un santuario fatto da mano d’uomo”, ma “nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora davanti alla faccia di Dio per noi, non per offrire se stesso parecchie volte, come il sommo sacerdote entra nel santuario ogni anno col sangue di un altro, altrimenti egli avrebbe dovuto patire parecchie volte sin dalla fondazione del mondo”, bensì “una volta sola, nella consumazione dei secoli, si è manifestato col sacrificio di se stesso per l’annullamento del peccato” (9, 24 – 26). Ora, se questo “sommo sacerdote” non è solo un mediatore, ma “della stessa sostanza del Padre”, perché Dio avrebbe sacrificato se stesso o – per così dire – un Altro se stesso? 
    Dall’inizio del secondo millennio in poi si diffonde come ortodossa una bizzarra tesi di sant’Anselmo d’Aosta: la morte di Gesù è un  sacrificio voluto dal Padre per riparare il danno infinito del “peccato originale” mediante la sostituzione del proprio Figlio al posto dei veri colpevoli, gli esseri umani. D’altronde, essendo la gravità di un’offesa misurabile sulla base non della consistenza ontologica dell’offensore, quanto della dignità dell’Offeso, chi altri se non un Dio avrebbe potuto rimediare all’offesa infinita nei confronti di Dio?

Il tema del sacrificio nei due millenni cristiani
   Sarebbe troppo lungo soffermarsi sulle conseguenze di questa lettura della croce nella mentalità e nella psicologia – conscia e inconscia – di intere generazioni cristiane (cattoliche, ortodosse, anglicane, protestanti): sensi di colpa; accettazione masochistica del dolore nella propria esistenza (implicante, per esempio, diffidenza nei confronti delle cure palliative e, a maggior ragione, del suicidio assistito); pulsioni sadiche camuffate da amore del prossimo  (“Bruciamo sul rogo il tuo corpo vivo per purificare la tua anima”)…
   Vorrei solo evidenziare come questa idolatria del sacrificio si è estesa ben al di là dei confini ecclesiali ed è stata, per così dire, secolarizzata da ideologie molto lontane dal cristianesimo. Mio padre, ad esempio,  non è mai stato un credente praticante. Eppure, nelle sue lettere ai genitori, durante il servizio militare al tempo del Fascismo, tornano spesso espressioni come questa: “ la solita vita che impone dei sacrifici e delle rinunzie – e attraverso di essi corrobora il carattere e completa la personalità: vita che va accettata con spirito di disciplina e con ferma, cosciente volontà” . Negli stessi anni diventava giustamente celebre, su un fronte culturalmente opposto,  il discorso di Winston Churchill alla Camera dei Comuni il 13 maggio 1940 in cui chiedeva ai cittadini della Gran Bretagna “sangue, fatica, lacrime e sudore” per neutralizzare la terribile minaccia del nazismo tedesco. Ma neanche l’attualità è avara di esempi: vivere di “sacrifici”, o per lo meno affrontare periodi di “sacrifici”, è considerato un vanto nei necrologi di padri e madri esemplari la cui vita è stata – almeno nella sintesi idealizzante dei congiunti - “interamente dedicata alla famiglia e al lavoro”.


    Lo sguardo critico odierno
   Eppure, se non vedo male, nell’orizzonte socio-culturale contemporaneo la parola “sacrificio”, e quel che più conta il concetto evocato dalla parola, non gode di buona salute. Anzi, lo si nomina essenzialmente per affermare che è da stolti (o da fanatici fondamentalisti) ricercarlo e, se proprio ci sbattiamo il muso contro, è da saggi attraversarlo velocemente per lasciarselo quanto prima possibile alle spalle.
   Come mai questa parabola, ascendente e discendente, dell’idea di “sacrificio”? Oggi le quotazioni di quest’ultimo sono basse perché siamo diventati tutti meno coraggiosi e più egoisti? O non ci sono state delle acquisizioni antropologico-filosofiche e teologiche che ci hanno resi più avvertiti, più criticamente vigili, nei riguardi di questa categoria e delle sue implicazioni psico-sociologiche? 
   Allo stadio attuale delle mie riflessioni propenderei per questa seconda ipotesi. 
   Infatti. Da una parte, la stessa etimologia del vocabolo – sacrum facere, rendere sacro ciò che di per sé non lo sarebbe - evoca un processo affascinante: nel panificio si fabbrica pane, nel pastificio si fabbrica pasta; il sacrificio è il “luogo” in cui si fabbrica il sacro. Dall’altra parte, però, il sacrificio - la produzione del sacro – è intriso di violenza: non è un caso che in latino sacrumsignifichi “sacro” (come opposto a profano) ma anche “esecrando” (nel senso di odioso, di riprovevole: “auri sacra fames” in Orazio è la “maledetta fame di oro”). L’antropologo René Girard ha meditato a lungo su questa natura violenta del sacro: non per caso un suo saggio fondamentale si intitola La violenza e il sacro. Qui leggiamo, ad esempio, che “la violenza e il sacro sono inseparabili. L’utilizzazione ‘astuta’ di alcune proprietà della violenza, specie della sua tendenza a spostarsi da oggetto a oggetto, si dissimula dietro il rigido apparato del sacrificio rituale” [3]. E ancora: “Il sacro sono le tempeste, gli incendi e le foreste, le epidemie che decimano una popolazione. Ma è anche e soprattutto, pur se in maniera velata, la violenza degli uomini stessi , la violenza posta come esterna all’uomo e confusa ormai con tutte le altre forze che gravano sull’uomo dal di fuori. E’ la violenza che costituisce il vero cuore e l’anima segreta del sacro”[4].
   Anche la teologia è diventata sempre più lucida nel denunziare la teologia della riparazione per sostituzione alla sant’Anselmo d’Aosta. Scrive, ad esempio, nel suo testamento teologico, a proposito della “mistica del patire”,  uno dei biblisti italiani più apprezzati dalla comunità scientifica (e, dunque, più  perseguitato dalle gerarchie vaticane) : “La reinterpretazione in senso sacrificale della morte di Gesù in croce ha introdotto nella mentalità popolare e ufficiale una elevazione, quasi una sacralizzazione, della sofferenza, vista più come un bene, un favore, una grazia, che una carenza, un male; ma Gesù non sembra dello stesso avviso. Egli si affretta a dare la risposta più ovvia ma che non sempre i suoi vicini e lontani discepoli sembrano essere riusciti a capire o ad accettare. Essi infatti si sono lasciati prendere più dalla mistica o dal mito del sacrificio, dell’oblazione all’Altissimo, del valore espiatorio della sofferenza, perciò di ogni dolore, più che dalla testimonianza perentoria, inequivocabile del loro maestro. Gesù non ha mai esortato nessun malato che si è rivolto a lui a rassegnarsi alla sua situazione di disagio, di condanna, ma l’ha aiutato a venirne fuori, a liberarsene. Non ha pensato a ‘santificare’ il dolore […]. Al contrario Gesù ha introdotto nella storia della spiritualità la norma, che ognuno dovrebbe fare propria, che il dolore non è un bene. Non piace a chi ne è colpito ma neanche a Dio né al suo Cristo. Una lezione più che evidente ma che la comunità dei suoi seguaci, l’ufficialità credente, ha stentato a capire e sembra ancora non voler comprendere perché continua a ripete slogan per lo meno blasfemi (‘il Signore fa soffrire quelli che ama’) e davanti alle ‘disgrazie’ più laceranti o assurde invita chi ne è colpito a rassegnarsi alla volontà divina. […]] Il dolore di Gesù, la sua passione e morte, non sono la sofferenza di chi si immola alla divinità, ma di chi si sacrifica per il bene, la felicità dei propri simili. Egli ha messo in palio la propria esistenza non perché Dio sia ripagato delle offese ricevute, ma perché i propri eguali, i fratelli imparino a vivere in tranquillità, giustizia e pace, fra di loro, liberi dalla povertà, dal limite del male così come dalle angherie dei perturbatori dell’ordine pubblico” [5].

  Un giudizio teorico-pratico affidato alla responsabilità personale
  Nell’attuale contesto di delegittimazione del sacrificio come tassello di vita esemplare ognuno di noi è chiamato a prendere posizione. 
    Un primo orientamento  è di reagire alla inaccettabile enfatizzazione della dimensione sacrificale dell’esistenza propendendo per la mera cancellazione di questa categoria antropologica.  E’ opportuna la transizione da un regime di imperialismo del sacro a un regime di secolarizzazione totale in cui non ci sia più nulla di sacrum facere, di rendere sacro (o di riconoscere come tale)? 
     Personalmente propendo per ritenere che una società in grado di cancellare ogni traccia di “sacrificio” non sia possibile. Se non capisco male il testo, troppo raffinato per le mie attuali capacità di lettura, di Peter Sloterdijk sulla “antropotecnica”, è quanto sostiene egli stesso in Devi cambiare la tua vita:  per esempio là dove avverte che “in qualunque luogo si incontrino membri del genere umano, essi rivelano ovunque i tratti di un essere condannato a compiere una fatica surreale. Chi cerca esseri umani troverà acrobati”[6]. Ma ne sanno già abbastanza i miei con-umani che trascorrono notti all’addiaccio per poter acquistare all’alba l’ultima versione dell’i-phone; fanno ressa davanti ai grandi magazzini nei giorni di supersconti; percorrono in una giornata centinaia di chilometri all’andata e altrettanti al ritorno per assistere a una partita di calcio o a un concerto rock; si sottopongono a liposuzioni che sottraggono o a chirurgie estetiche che addizionano là dove le rotondità non appaiono abbastanza nella media…
  Ma, ammesso e non concesso, che una società senza sacrifici sia possibile, è anche auspicabile? Probabilmente chi cancellasse ogni traccia di sacrificio si consegnerebbe a una sorta di nichilismo edonistico autolesionistico. Infatti: non rinunziare a qualcosa nell’immediato significa preparare, alla distanza, danni a se stesso e agli altri.  A se stesso: chi di noi non ha mai sperimentato il vantaggio individuale di “sacrificare” alcuni beni di lusso per acquistare una casa, alcuni cibi ingrassanti per acquistare un benessere fisico, alcune pigrizie motorie per vincere una gara sportiva…? Agli altri: come può reggersi una convivenza civile in cui ai diritti di ciascuno (in primis, il diritto al piacere) non corrisponda il dovere di nessuno? E’ quanto hanno intuito – più o meno esplicitamente – personaggi come Peppino Impastato, Falcone, Borsellino, don Pino Puglisi. Si noti, tra parentesi, che  non c’è naufragio sociale, collettivo, che non si riverberi negativamente sulla qualità della vita dei singoli individui ipoteticamente egoisti. Insomma, direi che l’etica del sacrificio chiede di essere rivista razionalmente più che espunta radicalmente. Rinunzia, astinenza, sofferenza non hanno valore in sé ma ne acquistano per riverbero dei “valori” in vista dei quali vengono accettate.
    Il “sacrificio” può dunque mantenere, a certe precise condizioni, una legittimità filosofica e morale.  Ma direi anche, e più profondamente, che ne va riletto il senso e rilegittimata, di conseguenza, l’arte di praticarlo. Tradizionalmente, infatti, sacrificare qualcosa significa distruggerla, annientarla, bruciarla: sì, bruciarla, dal momento che l’elemento purificatore viene considerato il fuoco. Tutto ciò sottolinea l’elemento redentivo del sacrificio che presuppone, logicamente, qualcosa di negativo da cui redimersi. Lo scenario atavico e archetipico sinora vigente è dominato da un “male radicale”. Ma se invece di presupporre una maledizione originaria, un “peccato originale”, con Matthew Fox presupponessimo una benedizione originaria[7], il sacrificio potrebbe assumere una valenza prevalentemente positiva: “rendere sacro” qualcosa o qualcuno potrebbe significare riconoscerne la preziosità intrinseca e promuoverla, coltivarla, farla fiorire. Accarezzarla con tenerezza. Al posto del fuoco, ricorrere all’acqua che rinfresca e ravviva.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com





[1]Il testo è stato pubblicato sul numero di luglio 2018 della rivista on line “Dialoghi Mediterranei” a cura dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (Trapani),     
[2]Infatti Giuseppe Barbaglio ci spiegava, ai corsi di teologia per laici organizzati in collaborazione con l’Università del Laterano, che la Lettera di Paolo agli Ebrei non è una lettera (ma un trattato di teologia), non è di Paolo (ma di un teologo anonimo) e non è agli Ebrei(ma a cristiani convertitisi dall’ebraismo). 
[3]R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1986 (ed. or. 1972), p. 35.
[4]Ivi, p. 50.
[5]O. Da Spinetoli, L’inutile fardello, Chiarelettere, Milano 2018 (ed. or. 2017), pp. 41- 43.
[6]P. Sloteridijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, Cortina, Milano 2010 (ed. or. 2009), p. 19.
[7]Cfr. M. Fox, In principio era la gioia. Original blessing, Fazi, Roma 2011 (ed. or. 1983).

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http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/le-disavventure-del-sacrificio/