mercoledì 21 agosto 2019

MIGRANTI: CRIMINI DA SCONGIURARE, SCELTE DA AFFRONTARE



19.8.2019

MIGRANTI: CRIMINI DA EVITARE, PROVVEDIMENTI DA ASSUMERE

Dagli scontri su stampa, televisioni e social media sembrerebbe che – sulla questione migranti- le posizioni possibili siano solo due: o A (salvataggio e accoglienza indiscriminata)  o D (rifiuto del salvataggio e dell’accoglienza indiscriminata). 
E’ davvero così? A me non pare.
Ritengo che ci siano almeno altre due posizioni possibili: B (salvataggio e accoglienza selezionata) e C (salvataggio e rifiuto dell’accoglienza sia indiscriminata che selezionata).
La posizione A (salvataggio e accoglienza indiscriminata) presuppone che la Terra sia di tutti gli esseri umani e che la libera circolazione delle merci debba implicare una altrettanto libera circolazione delle idee e delle persone.
La posizione B (salvataggio e accoglienza selezionata), pur condividendo in linea di principio la destinazione universale della Terra, ritiene che storicamente si siano costituite in ogni area del pianeta dei sotto-sistemi (culturali, sociali, etici, linguistici, politici…) che possono interagire con fattori esterni ed estranei, ma con filtri e cautele, regole e norme.
La posizione C (salvataggio e rifiuto dell’accoglienza sia indiscriminata che selezionata) non condivide la premessa, per così dire filosofica, che la Terra sia indivisamente di tutti gli esseri umani; ritiene che i confini storicamente configuratisi siano “sacri”; che qualsiasi elemento “straniero” costituisca una minaccia inaccettabile agli equilibri territoriali faticosamente raggiunti nei secoli. Quindi ritiene che profughi in pericolo di vita vadano salvati, ma – una volta sottratti al rischio di morire – restituiti agli Stati di provenienza.
La posizione D (rifiuto del salvataggio e dell’accoglienza indiscriminata) condivide tutti i passaggi della posizione C, tranne l’ultimo: i profughi non vanno salvati se in pericolo di morte perché ciò, lungi dallo scoraggiare altri tentativi di ingresso negli Stati ‘sovrani’, li incoraggerebbe. 
Personalmente capisco le ragioni delle posizioni A, B e C e – pur avendo le mie preferenze razionali e sentimentali – ritengo che tutte e tre rientrino nell’ambito dell’opinabile e dell’eticamente accettabile. La posizione D è l’unica, a mio sommesso ma convinto avviso, che non rientra nell’ambito dell’opinabile perché fondata su un’etica disumana. Chi la propone, o comunque vi aderisce per qualsiasi ragione tattica, compie un crimine contro l’umanità e ne dovrà rispondere, prima possibile, a un secondo processo di Norimberga. (Un discorso a parte, più articolato ancora, va fatto per i governi di Centro-sinistra, precedenti all’attuale Giallo-Verde, o meglio Verde-Giallo, che, per evitare il dilemma di salvare in mare dei migranti in pericolo di morte, con la complicità dei governi dell’Unione Europea, hanno finanziato dei carnefici come Libia e Turchia a guardia delle sponde africane e medio-orientali del Mediterraneo).

Augusto Cavadi

martedì 20 agosto 2019

LA CRISI POLITICA: UN ALLARME E UN APPELLO



LA CRISI POLITICA ATTUALE: UN DOCUMENTO-APPELLO
DELLA
SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA “G. FALCONE”
La Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” , costituitasi a Palermo nel settembre del 1992,  subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, è un’associazione di volontariato culturale che - in questi ventisette anni – ha realizzato centinaia di iniziative, in tutta Italia, spesso in sinergia con altre organizzazioni della società civile: non solo per conoscere e contrastare il sistema di dominio mafioso, ma anche per promuovere, a livello locale, “la collaborazione fra persone diverse per sesso, nazionalità, orientamento culturale o religioso, in modo da esaltare la pluralità e le differenze come risorsa, non come minaccia, in vista del bene comune” e, a livello mediterraneo, “lo sviluppo della solidarietà e della cooperazione internazionale”.
Tra noi cittadini e cittadine di varia estrazione sociale e di vario orientamento partitico: ci aggrega soltanto la fiducia nella Costituzione repubblicana e nella partecipazione democratica. Ed è in nome di questa fiducia che, fermamente, desideriamo lanciare un allarme per l’attuale contingenza politica in Italia. Di fronte ai nostri contemporanei e ai nostri figli non vogliamo passare per distratti o omertosi: a voce forte e chiara denunziamo il rischio che la maggioranza degli elettori consegni il Paese a personaggi e a schieramenti partitici che dimostrano ogni giorno un disprezzo preoccupante delle regole giuridiche ed etiche più elementari.
Ci impegniamo, dunque, a rinnovare lo sforzo di aiutarci fra noi soci – e di aiutare le persone e i gruppi che ce ne faranno richiesta – a rileggere i fondamenti della Costituzione, le teorie politico-economiche prevalenti, la storia recente e contemporanea dell’Italia e dell’Europa nel contesto della globalizzazione galoppante. Non possiamo restare indifferenti al tradimento dei principi repubblicani di giustizia, solidarietà, cooperazione.  Se il diritto al voto non viene supportato dal dovere morale di informarsi, confrontarsi dialetticamente, approfondire le questioni spinose all’ordine del giorno, tale diritto diventa un’arma pericolosa nelle mani di soggetti irresponsabili: lavoriamo dunque tutte e tutti un po’ di più affinché la “democrazia cognitiva” diventi presupposto e anima della democrazia formale.

Palermo 18.8.2019

Associazione di volontariato culturale
 “Scuola di formazione etico-politica G. Falcone”
presso “ Casa dell’equità e della bellezza”, v. N. Garzilli 43 /a

domenica 18 agosto 2019

UNA FASE POLITICA DELICATA: CHE FARE ?



18.8.2019

PREVEDERE IL FUTURO POLITICO ITALIANO? MEGLIO IMPEGNARSI A DETERMINARLO


Ci sono dei momenti storici in cui solo i cretini hanno le idee chiare. La fase politica che stiamo attraversando in Italia è una di queste. Solo degli stupidi fanatici – che rischiano di essere la maggioranza sul web e di diventarla alle urne elettorali – possono affermare, con toni netti e forti, di chi sia l’esclusiva responsabilità della situazione di questi giorni (Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini…) e come se ne possa uscire senza passare dalla padella alla brace.
Come cittadino che non ha mai venduto il cervello a nessuna sigla partitica (pur non avendo mai saltato un solo turno elettorale, preferendo il criterio del male minore al criterio del tanto peggio tanto meglio) e come filosofo (dunque erede del “so di non sapere” di Socrate) devo confessare di trovarmi nella condizione di uno che si informa, dialoga, riflette…ma si rallegra di non dover decidere in giornata stessa.
Mi limito a una sola questione che, però, è cifra e chiave interpretativa di molte altre: siamo davvero in un’emergenza democratica o l’assetto costituzionale repubblicano non corre nessun serio pericolo? 
Sappiamo, dai giornali e dai social, che si oppongono pareri – non di rado autorevoli – sia in un senso che in un altro. 
Come dare torto a chi sostiene che ci sono molte somiglianze fra la situazione socio-economica e culturale-politica dell’Italia contemporanea con l’Italietta del 1922 o con la Repubblica di Weimar del 1933? Come non preoccuparsi ascoltando il cervello della Lega, Giorgetti, dichiarare al meeting di “Comunione e Liberazione” (il movimento cattolico che, fedele al suo più prestigioso esponente, Formigoni – oggi in stato di detenzione – ha applaudito il peggio della politica italiana, da Andreotti a Berlusconi) che“la democrazia rappresentativa è ormai superata, il Parlamento non conta più nulla ed è inutile farne un feticcio: le persone lo vedono come un luogo di inconcludenza. Il populismo ha vinto, prima in America e ora un po’ ovunque, e consacra il rapporto diretto tra leader e popolo”. O come non allarmarsi davanti a un’ignoranza compatta, senza neppure una piccola crepa, dell’alfabeto costituzionale rivelata da dichiarazioni come questa di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: “Inaudita ed illegale decisione del #TardelLazio pro clandestini e pro #Ong : ci vorrebbe la galera per chi ha preso questa decisione. Siete d’accordo?”.
Dall’altra parte, però, non mi sembrano senza consistenza le obiezioni di quanti trovano eccessivamente allarmistiche queste preoccupazioni dal momento che la svolta dittatoriale dovrebbe avere come protagonista un ragazzotto da discoteca, incapace da sempre di ottenere un titolo di studio universitario o di svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa, addirittura meno credibile di Mussolini (maestro elementare) e di Hitler (soldato pluridecorato per azioni belliche). 
Personalmente incerto fra l’una e l’altra previsione, preferisco rinunziare a prevedere il futuro e impegnarmi nel presente. Se ognuno intensifica il proprio impegno civico nel contesto in cui opera; se rinunzia a perdere tempo con le chiacchiere da salotto o da comizio e lo impiega per uscire dall’analfabetismo in ambito giuridico, sociologico, storico, economico e politico; se, grazie a un minimo di strumenti cognitivi in più, dedica il tempo - sottratto alle polemiche sloganistiche da Facebook – a documentarsi sui dati oggettivi delle questioni in gioco, certamente non sbaglia. Il futuro non è scritto anticipatamente da nessuna parte. Lo scriveremo noi sessanta milioni di cittadini italiani, soprattutto se chi ha il privilegio immeritato di avere qualche marcia (intellettuale, morale e professionale in più) si deciderà ad interloquire – dunque ad ascoltare e a parlare – senza spocchia con le fasce meno abbienti della società. Una volta era questo il compito che i grandi partiti – infelicemente definiti di “massa” – e i grandi sindacati di ispirazione democratica affidavano alle scuole di formazione, alle sezioni territoriali, alle cellule nei luoghi di lavoro, ai centri sociali, ai circoli sindacali, alle case del popolo…Lo facevano in maniera quasi sempre dogmatica, unilaterale, faziosa (e, da questo punto di vista, è difficile rimpiangerne le iniziative); ma lo facevano. Si tratta adesso di riattivare quella rete capillare di pedagogia popolare per far passare contenuti più problematici, più poliedrici: e perciò, alla lunga distanza, più fruttuosi. Non so se i populismi deteriori di destra hanno già la maggioranza elettorale, ma ciò che mi preoccupa è se abbiamo già – direbbe Antonio Gramsci - l’egemonia culturale: detto altrimenti, se nei cittadini si è radicata la convinzione che l’individualismo (soggettivo) e il sovranismo (nazionale) siano davvero la strada migliore per migliorare la qualità della vita propria e dei propri figli. Sul piano elettorale, spetta ai partiti sinceramente democratici trovare dei punti di intesa al di là delle legittime divergenze su tematiche specifiche; ma sul piano dell’egemonia culturale la “riforma intellettuale e morale” spetta alle agenzie educative e alla paziente, quotidiana, fatica dei cittadini e delle cittadine.

Augusto Cavadi


mercoledì 14 agosto 2019

MATRIARCATO ALLA SICILIANA


“Il Gattopardo”
Luglio 2019 

IL POTERE DELLE DONNE

Le cronache di questi riportanoi dati rilevati da Unioncamere e Infocamere, secondo i quali è la Sicilia a conquistare il podio come regione in cui le donne avviano un’azienda o un’attività, seguita dal Lazio, dalla Campania e dalla Lombardia.
La notizia non va enfatizzata. Siamo infatti in una fase socio-economica in cui molte imprese (sia al maschile che al femminile) chiudono e in cui le imprese che vengono attivate sono – in termini assoluti, indipendentemente dalla percentuale di titolari donne – in calo. Inoltre va osservato che in alcune regioni come la nostra non poche donne prestano il proprio nome a mariti, padri e fratelli che, per varie disavventure giudiziarie, non possono risultare titolari di un’impresa.
Pur con queste cautele, comunque, la notizia dell’incremento percentuale di aziende intestate a donne (oggi intorno al 25% del totale) resta incoraggiante. Né particolarmente sorprendente.
Infatti, nonostante nell’immaginario collettivo internazionale (alimentato dalla letteratura, dal cinema  e dalla televisione) le donne siciliane vivrebbero all’ombra dei maschi, gli studi storici e socio-antropologici  ci restituiscono una rappresentazione abbastanza diversa. Detto in soldoni: a un patriarcato di facciata corrisponderebbe un matriarcato di sostanza. 
Spesso, infatti, l’uomo di famiglia è il grande (o forse il piccolo) assente. Quando non è in galera, esce presto la mattina per andare a lavorare o a cercare un lavoro giornaliero o a delinquere; torna tardi la sera o addirittura preferisce non tornare per mangiare e bere all’osteria del quartiere. Anche negli ambienti borghesi gli impegni di lavoro in ufficio o in trasferta (per non contare qualche fuga sentimentale più o meno occasionale) trattengono il marito fuori casa da mane a sera. Alla moglie-madre (soprattutto nei casi in cui non è impegnata anche lei per lavoro o in cui è impegnata solo in tempi ridotti) resta il peso  - ma anche il corrispettivo potere gestionale e pedagogico – della famiglia e della casa. Insomma, le donne siciliane hanno avuto per lunga tradizione la necessità di svolgere più mansioni effettive di quante non ne fossero attribuite loro ‘ufficialmente’. Anche quando, a una riunione di condominio o a un’assemblea di quartiere, partecipa l’uomo di casa, non è raro che vi sia stato spinto dalle insistenze della consorte (di cui è poco più che un portavoce). 
Una storiella divertente (ambientabile in molte zone del mondo, certamente anche in Sicilia) racconta che, in  una seduta collettiva di sostegno per mariti maltrattati, lo psicoterapeuta abbia chiesto di dividersi in due gruppi: da un lato chi doveva obbedire sempre alla moglie e dall’altro chi riteneva di essere autonomo. In questo secondo gruppo si colloca un uomo soltanto e lo psicoterapeuta gli chiede per quali motivi abbia deciso così. “Me l’ha ordinato mia moglie prima di uscire da casa” fu la risposta non proprio confortante.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 11 agosto 2019

MILLE ABUSI, MA NESSUNA AUTORITA' INTERVIENE

“Repubblica” (Palermo)
10.8.2019

I MILLE ABUSI QUOTIDIANI CUI NESSUNO PONE RIMEDIO

Ad agosto si vorrebbe godere di una tregua dalle amarezze. Ma – ci si dovrebbe precludere la vista di ciò che accade fuori dalle mura di casa e la lettura dei giornali. A Palermo come altrove. Perché se, invece, non ti bendi gli occhi, le notiziacce si inanellano una dopo l’altra in un dannato filo rosso.
La Finanza entra, a caso, in alcuni ristoranti e trova che la regola sono gli addetti pagati in nero: allora la memoria ti va a quelle decine di ragazzi che hai conosciuto negli ultimi anni, che non sono stati pagati per mesi di fatiche estive senza né orari né giorni di riposo settimanale, che hanno vinto la causa contro i datori di lavoro fedifraghi e che però non hanno ricevuto – e non riceveranno mai – quanto gli spetta (perché gli avvocati non trovano conveniente difendere questo genere di clienti sino all’ingiunzione di pagamento). Su Facebook qualcuno ha scritto: “Non sono i camerieri e i raccoglitori di frutta a scarseggiare, ma gli schiavi”.
Un autista dell’Amat, scelto a caso, racconta la protervia quotidiana di ragazzacci che assalgono i bus e i passeggeri nella totale impunità: allora la memoria ti va a quelle innumerevoli volte in cui hai assistito a scene simili e hai dovuto inventarti una decisione diversa per non peccare di omissione, ma neppure aggravare le situazioni.
Le telecamere della Forestale registrano, a caso, dei negozianti che scaraventano sul letto dell’Oreto materiali ingombranti: allora la memoria ti va alla piazzetta sotto casa tua dove tutti gettano di tutto, agli inviti che hai rivolto inutilmente ai concittadini di di concordarne il ritiro con la Rap e di sentirti rispondere – e sai che non è una falsità – che i camion della Rap, ogni volta che svuotano cassonetti, lasciano scolare il percolato puzzolente che in estate rende l’aria a due passi dalla spiaggetta di Vergine Maria irrespirabile. L’anno scorso ho chiesto a un caposquadra a chi spettasse la pulizia del terreno dopo il loro passaggio dal momento che il netturbino di quartiere era attrezzato solo di scopa: mi ha alzato le spalle un po’ stupito della domanda.
Già, la piazzetta: come quasi tutta la città in mano a posteggiatori abusivi di cui devi calcolare, a occhio, la potenziale pericolosità prima di decidere come rispondere di volta in volta. A chi appartiene davvero la città? A chi questi posteggiatori – sia indigeni sia immigrati – devono pagare la percentuale dei loro incassi e fornire le informazioni necessarie a traffici ben più remunerativi? Da più di dieci anni i ragazzi di “Addiopizzo” ci ripetono che un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità: verissimo. Ma per uno straccio di dignità mi hanno già bucato le ruote della moto e rigato il cofano dell’auto: c’è un limite oltre il quale si diventa autolesionisti?
Già la spiaggetta: sarebbe pubblica, ma giorno dopo giorno è privatizzata da campeggiatori dalle tende sempre più ampie, forniti di tutto – dal frigorifero alla cucina – tranne che di servizi igienici. Chiami la Capitaneria di porto, chiami i Carabinieri, chiami la Polizia: “Sì, grazie, provvederemo”. Ma novantanove volte su cento non succede nulla. E sai, per esperienza, che, in ogni ipotesi, chi sgombra la mattina ripianterà le tende la sera stessa. 
Ai Vigili urbani segnali che da anni l’unica stradina che congiunge Villa Igea con la piazza dell’Acquasanta è stabilmente occupata da macchine e moto in divieto di sosta (anzi, davanti al bar, addirittura in doppia fila !), che ciò impedisce la visuale delle auto che arrivano da via Ammiraglio Rizzo e strangola il traffico ogni volta che si incrociano due bus;  ma invano. Come invano segnali che, poco dopo, in piazza Giachery, davanti all’Ucciardone, all’uscita della zona dei rifornimenti di benzina, esiste uno stop che quasi nessuno rispetta: se presumi che ciò avvenga, come di solito in Italia da Roma in su, devi essere disposto a farti fracassare la fiancata sinistra dell’auto o a farti urtare e scavalcionare dalla moto.
La considerazione più triste, più deprimente? Che, per ciascuno di questi problemi, ho constatato di persona in alcuni casi – e mi è stato riferito in altri – che la soluzione è arrivata, ma non dalle istituzione dello  Stato. Ho visto con i miei occhi autisti di bus farsi coraggio e minacciare di botte le bande dei ragazzi più tracotanti; automobilisti minacciare di reazioni violente i posteggiatori se avessero trovato le auto danneggiate (“Non pago, ma se la macchina la trovo rotta, tu hai smesso di ‘lavorare’ qua”); giovani del quartiere intimare a campeggiatori abusivi di andarsene entro dodici ore (“Se non volete trovare le tende incendiate”). E un cameriere, a cui il datore di lavoro continua a negare da anni le paghe concordate nonostante una sentenza del tribunale favorevole, solo pochi mesi fa mi confidava quasi sul punto di lacrimare: “Gli unici che riescono a ottenere il rispetto dei propri diritti sono i colleghi che si rivolgono al capo mafia della zona. Ma non sanno che così si vendono per sempre la libertà ?”.
 Ogni tanto ritorna la querellese l’antimafia debba essere monopolio di alcuni schieramenti politici o patrimonio condiviso. Sommessamente direi che la questione si può risolvere solo con i dati di fatto. Un ministro degli interni di destra, un sindaco di sinistra, un prefetto che dovrebbe coordinare tutte le forze dell’ordine in difesa della legalità democratica a prescindere dai riferimenti ideologici e partitici: che aspettano per liberare il cittadino comune dall’infernale alternativa di subire l’impunità sistemica dei prepotenti oppure entrare in meccanismi perversi che hanno distrutto la convivenza civile?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com