martedì 20 novembre 2018

CI VEDIAMO AL CENTRO "ARRUPE" DI PALERMO PER RIFLETTERE SULLA RECIPROCITA'. ?


        
 


Il Paradigma della reciprocità per una società equa e solidale
Mercoledì 21 NOVEMBRE ore 17.00
Centro Padre Pedro Arrupe
Via Lehar 6 - Palermo 


Ore 17.00 Registrazione Partecipanti

Ore 17.15 Apertura dei lavori 
Salvatore La Rosa
Comitato scientifico delle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno 

Ore 17.15 Saluti 
Nicoletta Purpura
Direttrice Istituto Padre Pedro Arrupe


Ore 17.45 Tavola Rotonda

Coordina
Salvatore La Rosa
Università degli studi di Palermo

Interventi
Augusto Cavadi
Consulente Filosofico

Fabio Lo Verde
Università degli studi di Palermo

Massimo Naro
Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni Apostolo

Giusto Picone
Università degli studi di Palermo

Antonio Purpura
Università degli studi di Palermo

Ore 18.45 Intervento Programmato

Massimo Maniscalco
Vice presidente nazionale UCID

domenica 18 novembre 2018

UN DIO SIMPATICO (E SIM-PATETICO) IN TERRA DI MAFIA




17.11.2018

UN DIO SIMPATICO ANNUNZIATO IN TERRA DI MAFIA

    Nell’immaginario comune, l’unico campo di studio più bizzarro e sterile della filosofia sarebbe la teologia. Né c’è dubbio che molto spesso l’una e l’altra disciplina vengono coltivate in serre di vetro, come se la vita personale e collettiva degli uomini e delle donne in carne e ossa non le riguardasse. Ma è sempre così ?
    Ogni tanto, come meteore, passano figure di pensatori che assumono con serietà le angosce e le speranze dell’umanità; che le elaborano con sobrietà e rigore; che restituiscono alla gente ipotesi di ricerca e orientamenti etici da verificare sperimentalmente. Come sanno ormai migliaia di siciliani, in questi anni l’area metropolitana di Palermo ha avuto in sorte – o in dono – una di queste esistenze teologiche: don Cosimo Scordato, rettore della Chiesa di san Francesco Saverio all’Albergheria (nei pressi del mercato di Ballarò), che nel settembre di quest’anno ha compiuto settant’anni.
     Per l’occasione alcuni amici gli hanno preparato una raccolta di sue pagine – pubblicate nell’arco degli ultimi quattro decenni – che possa suggerire, sia pure sommariamente, un filo rosso delle sue riflessioni e delle sue iniziative pragmatiche: Un Dio simpatico. Sguardo teologico sul contemporaneo(Di Girolamo, Trapani 2018, pp. 134, euro 15,00). Non una summacompleta, dunque,  ma più modestamente un aperitivo che possa suscitare il desiderio di ulteriori letture e approfondimenti. 
    Le tappe principali del libro (che verrà presentato e discusso alla Feltrinelli di Palermo alle ore 18 di martedì 20 novembre)  sono Dio, l’uomo, Cristo, l’esperienza ecclesiale (il canto, la prossimità ai malati, la celebrazione del matrimonio, il ministero presbiteriale) e l’esperienza sociale (con particolare riferimento al Centro sociale autofinanziato, autogestito, aconfessionale e apartitico operante dal 1985) in terra di mafia. 
     Non è certo possibile sintetizzare, neppure per accenni, i contenuti – spesso originali, talora sorprendenti - di questo “indice” tematico. Mi limito dunque a sottolineare che queste pagine sotto caratterizzate, trasversalmente, dall’abbattimento – per così dire leggero, quasi spontaneo – di paratie cui siamo atavicamente assuefatti. La prima parete a scomparire è tra mentalità clericale e approccio laico: l’autore, infatti, pur essendo istituzionalmente inserito nel cuore della Facoltà teologica di Sicilia, parla il linguaggio del laos, del “popolo”, delle persone concrete che vivono problematicamente le domande sul senso della vita e della storia, senza paletti dogmatici né esiti scontati. Un secondo muro abbattuto è tra riflessione teorica e azione: abituati a incontrare o intellettuali autoreferenziali o militanti generosi ma attrezzati di scarsa progettualità, restiamo favorevolmente impressionati dalla scoperta di un uomo che pensa la sua esperienza e sperimenta il suo pensiero. Una terza frattura che questi scritti mostrano di aver sanato, e superato , mi sembra sia la schizofrenia fra cervello e sentimento: in essi infatti troviamo la lucidità dell’intelligenza e il calore dell’unica passione per Dio e per l’uomo. Si potrebbe dire, insomma, che queste pagine rivelano di scaturire – per rubare un’espressione a Hegel (filosofo per altro decisivo nella formazione di don Scordato) -    da “un cuore pensante”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


https://livesicilia.it/2018/11/17/un-dio-simpatico-in-terra-di-mafia_1012884/

sabato 17 novembre 2018

COSA C'E' IN PROGRAMMA ALLA "CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA" ?

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo

Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,

   Vi segnalo alcuni appuntamenti già organizzati. 
   Sarete avvertiti man mano che altre iniziative si verranno configurando più in concreto.
   Come potete notare gli appuntamenti in Casa sono meno numerosi del solito perché le persone che la frequentiamo avremo 2 eventi impegnativi in trasferta:

* martedì 20 novembre alle ore 18,00 presentazione alla Feltrinelli di Palermo del libro, di don Cosimo Scordato, “Un Dio simpatico. Uno sguardo teologico sul contemporaneo”

 e 

* sabato 1 dicembre, dalle 10,00 alle 18,00, presso la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani), seminario con Bruno Vergani sulle proprietà terapeutiche delle erbe siciliane.

     Intanto, chi è veramente interessato a un evento, ha la possibilità di segnarlo in anticipo nella propria agenda:

·      Lunedì 19 novembre dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso” che si svolgerà nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone), con cadenza settimanale. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com. 

Mercoledì 28 novembre dalle 18:00 alle 21:00 : Laboratorio Autostima, Comunicazione e Cura di sé, condotto da Ana Afonso. Un laboratorio rivolto in particolare alle donne, con la finalità di identificare le dinamiche comunicative che sminuiscono e svalutano, imparando a rispondere in maniera appropriata e a proteggersi, sviluppando l'autostima e la fiducia in sé. Imparerai dunque strumenti di COMUNICAZIONE e di GESTIONE DELLE EMOZIONI, e tecniche per la CURA DI SE' e del proprio mondo interiore. Il laboratorio comprende una parte teorica e una parte pratica, intercalate in modo dinamico. Quota di partecipazione: 20€. 
Più informazioni su FB: https://www.facebook.com/events/206198100171217/ (evento pubblico sulla pagina personale della conduttrice) 

·      Domenica 2 dicembre dalle 11,00 alle 13,00:Incontro di spiritualità laica (“La domenica di chi non ha chiesa”). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa (introduce Bruno Vergani). Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato – se può – a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa. 

                                                     Intanto un affettuoso arrivederci,
                                                             Augusto Cavadi
                                                         a.cavadi@libero.it


venerdì 16 novembre 2018

DA PARMENIDE ALLA MAFIA SICILIANA (E RITORNO ?)

1 novembre 2018

           DA PARMENIDE ALLA MAFIA SICILIANA (E RITORNO ?)  

    Sarà capitato anche a voi, nel corso di un viaggio all’estero,  di entrare in un ristorante e di chiedere un piatto che vi era parso particolarmente invitante; di assaggiarlo e restarne delusi senza capire bene il perché. Preferireste scambiarlo con qualcosa di meno invitante, ma congeniale ai vostri gusti abituali. Una sensazione simile ho avvertito accostandomi al poderoso volume di Ines Testoni, La frattura originaria. La psicologia della mafia tra nichilismo e omnicrazia, Liguori, Napoli 2008.

a)   Fascino e riserve
  Le ragioni del fascino: finalmente un libro che prova a leggere un dato storico-sociale (il sistema mafioso) alla luce di una visione-del-mondo complessiva e comprensiva (l’ontologia di Emanuele Severino). La letteratura sulla mafia è ormai sterminata e contiene, tra tanti titoli pleonastici, dei testi davvero irrinunciabili dal punto di vista della storia, della sociologia, della psicologia, dell’economia, della politologia, della pedagogia e persino della teologia. La prospettiva decisamente meno frequentata resta proprio la filosofica. E’ comprensibile, dunque, che - avendo io stesso tentato in altri tempi qualche rapida sortita in questo territorio desertico - mi sia fiondato sulle pagine della Testoni con notevoli aspettative.
   Che cosa, dunque, ha attenuato  il mio entusiasmo iniziale?  Innanzitutto il registro linguistico. Mi riferisco alla struttura sintattica del periodare, ma anche alle scelte semantiche per esprimere i concetti elementari: termini quali ‘escludere’, ‘rimuovere’, ‘cancellare’ … sono considerati, evidentemente, inadeguati dall’autrice dal momento che li ha sostituiti (in più passaggi) con il neologismo lacaniano ‘forcludere’. Stessa sorte a  “indecifrabile” (o “non indicabile”) che è diventato l’esotico “indessicabile”. E la corsa della tecnica per la costruzione del mondo è stata qualificata con un prezioso “tachistoscopica”, quasi non fossero sufficienti “velocissima” o “travolgente”…
   Tra l’altro questa barriera comunicativa mi rende difficile confrontarmi con l’autentico pensiero dell’autrice, mettendomi in una condizione due volte sgradevole: di non saper valutare le sue pagine con la lucidità e la correttezza di cui il lettore è debitore verso ogni autore e, conseguentemente, di non saper raccogliere i contributi positivi e istruttivi da lei certamente offerti.
    Con tutte le riserve e le cautele del caso, provo dunque a ridire che cosa ho colto su filosofia e mafia dalle pagine della Testori (indubbiamente favorito dall’aver letto, in varie circostanze della mia esistenza, qualche libro di Emanuele Severino).

b)   Il plesso Errore ontologico -maschilismo patriarcale – vizio originale della democrazia
    Secondo il pensatore italiano la filosofia occidentale è nata “grande”: con Parmenide, infatti, ha intuito la Verità originaria e incontrovertibile secondo cui l’Essere è (e non può non essere) e il Non-essere non è (e non può essere). Questa Verità basilare ci è consegnata dalla ragione, ma viene  smentita momento per momento dai sensi. Osservando noi stessi e il mondo in cui siamo immersi, infatti, non abbiamo la percezione di far parte di una “ben rotonda sfera”, compatta, immobile: al contrario ci percepiamo affetti dall’alterità (“io non sono tu”, “noi non siamo gli stranieri”…) e, soprattutto, dal divenire (“io non sono più un bambino, ma non sono neppure ancora un vecchio”; “i nemici non sono più alle porte della città perché non sono più vivi”…). Di fronte al bivio, l’Occidente ha scelto: ha rinunziato alla Verità (l’ente non viene dal nulla né va verso il nulla) e ha abbracciato l’Errore (gli enti sono molti e, soprattutto, in continuo radicale mutamento: pro-vengono dal nulla e vanno verso il nulla).
  Nell’orizzonte dell’Errore, quasi come in una concatenazione maledettamente logica, tutto è possibile: la guerra, l’odio, la violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento capitalistico, l’enfatizzazione della tecnica…la mafia. Già: la mafia. Che non va considerata dunque come un fenomeno residuale del passato, bensì come la punta avanzata della corsa suicida, perché illusoria, dell’Occidente.
  Se il discorso della Testoni si fosse limitato a questo nesso, fra metafisica dell’opinione (fallace) e organizzazione criminale mafiosa, sarebbe stato già molto impegnativo da esaminare. Esso si fonda, infatti, su una concezione generale dell’Essere molto antica, molto suggestiva  e molto diffusa sul pianeta, secondo la quale ciò-che-veramente-è non coincide con ciò-che-appare-fenomenicamente: l’Essere è ben più ampio del Mondo visibile, come l’Oceano è ben più ampio delle onde registrabile in superficie.  In questa prospettiva, si potrebbe ripetere con Spinoza, non ha senso né ridere né piangere: né rallegrarsi alla nascita di qualcuno né piangere la morte di qualche altro dal momento che in realtà, in re, nessuno nasce veramente e nessuno muore veramente. La Sostanza è una, ingenerata, incorruttibile: ciò che chiamiamo enti, eventi, persone, animali, piante, minerali, istituzioni sono leggere increspature della superficie marina che né accrescono né diminuiscono l’Oceano. Il mafioso che intimidisce, corrompe, minaccia, uccide è tutto dentro la Grande “fede” (nichilistica) nella molteplicità e nel mutamento.
   Ma, come se la questione non fosse da sola abbastanza pesante, l’autrice del libro la intreccia con altre questioni, provando – sempre alla luce della weltanschauung severiniana che, a suo avviso, fonderebbe in maniera rigorosa la teoria della nonviolenza– a dipanare almeno altre due problematiche: la condizione della donna e i limiti strutturali della democrazia. Il gioco si fa allora davvero complesso perché già il nesso principio di (non)contraddizione e condizione femminile, da una parte, e il nesso principio di (non)contraddizione e democrazia, dall’altra, meriterebbero ciascuno una trattazione a parte. 
  A tutto ciò si aggiunga una caratteristica della trattazione che, in generale, apprezzo moltissimo ma che, nel caso concreto, mi pare aggrovigli una matassa sin troppo aggrovigliata di suo: la trans-disciplinarità. Testoni, infatti, non si chiude in un’angolazione accademicamente specialistica ma ha l’ampiezza di sguardo, supportata da letture adeguate, necessaria a esaminare le sue tre questioni (mafia, donna, democrazia) facendo tesoro di ricerche realizzate nei campi più svariati: dalla filosofia alle scienze sociali, dalla letteratura alla psicologia, dalla storia al diritto. A mio sommesso avviso, però, è come se avesse voluto travasare in un solo volume l’insieme delle sue conoscenze, senza tenere abbastanza in conto le esigenze del lettore ‘medio’ (come me) che rischia di rimanere sommerso da eccesso di informazioni e riferimenti. Ogni insegnante – più in generale ogni comunicatore – sa, invece, che l’incisività della sua esposizione dipende da ciò che sa omettere piuttosto che da ciò che sa esporre.
   Provo comunque a ipotizzare un filo rosso del volume che Severino, nella Prefazione,definisce “vertiginoso e poderoso”.
  Abbiamo già osservato una prima frattura originaria: l’essere umano si concepisce (erroneamente) come un ente – un essente – separato dall’Essere, dalla Totalità: anzi, addirittura, come proveniente dal nulla e destinato a ritornarvi. Questa consapevolezza (falsa) gli provoca un’angoscia indomabile che egli tenta invano di sopire accumulando altri enti (cose) e uccidendo (animali e altri esseri umani). Ma, per così dire, all’interno di questa frattura, se ne verifica un’altra (che è poi la “frattura originaria”) che dà il titolo al libro: fra il maschio e la femmina. E’ il prototipo di ogni rapporto di dominio e sudditanza: l’uomo si autointerpreta come il principio lungimirante, che guida, che dà la vita e la donna accetta di essere il principio miope, che va guidato e che offre il grembo alla fertilizzazione maschile. 
    In questa condizione strutturale, sistemica, patriarcale  (di cui le donne non sono meno responsabili dei maschi: basti pensare alla cattiva  educazione che molti uomini ricevono in proposito proprio dalle madri), la democrazia nasce monca: è lo spazio del confronto dialettico e delle votazioni di maschi, adulti, liberi, possidenti, autoctoni fuori dal quale restano confinate le donne, i minori, gli schiavi, gli indigenti, gli stranieri. La violenza nichilistica, il maschilismo patriarcale, la riduzione della democrazia a farsa costituiscono – tutti e tre – i segmenti concatenati di quella sequenza che sfocia nella cultura (ma Testoni preferisce “anti-cultura”) mafiosa siciliana: che, dunque, sarebbe come una sorta di anticipazione profetica del suicidio dell’Occidente. 
 L’unica alternativa possibile sarebbe risalire il fiume millenario, ricominciare dall’inizio, smascherando la falsità della frattura ontologica (l’Essere è uno e indivisibile), l’infondatezza razionale di ogni violenza storica (se nessuno proviene dal nulla, nessuno può esservi ricacciato da alcuno), l’illegittimità della “frattura originaria” fra maschile e femminile, l’inganno della democrazia elitaria. In positivo questo iter significherebbe riscoprire il monismo parmenideo-severiano; dunque una fondazione ontologica della nonviolenza (inclusiva della critica radicale alla violenza sottile ma pervasiva costituita dal primato della tecnica sulla politica e sulla filosofia); conseguentemente un femminismo adeguatamente attrezzato anche dal punto di vista intellettuale; infine una “omnicrazia” quale l’ha prefigurata – senza saperla fondare filosoficamente – Aldo Capitini. 
 Ammettendo che questa mia ricostruzione del pensiero della Testoni sia sostanzialmente corretta, provo a  discutere i singoli passaggi.

c)    Interrogativi sul monismo ontologico 
  Il primo gradino, su cui si regge l’intero edificio, è ovviamente il monismo ontologico parmenideo. Severino, come è noto, vi è giunto con un coraggioso abbandono dell’orizzonte cattolico (in particolare tomistico) che, per altro, comportava una confortevole sistemazione accademica all’Università del Sacro Cuore di Milano. Perché? Perché, a suo parere, il creazionismo (di un Tommaso d’Aquino) e il nichilismo (di un Jean-Paul Sartre o di un Edgar Morin) si equivalgono. Ma è così? A me non pare. Quando Tommaso sostiene che le cose sono state create dal nulla afferma che sono state create da Dio e da null’altro; che esistono in quanto Dio ‘presta’ una qualche ‘porzione’ del proprio essere;che nell’atto creativo Dio attinge alla propria fonte e a nessun’altra. Laddove Sartre, o Morin, intendono affermare proprio ciò che Tommaso ritiene inconcepibile: quella “madre di tutte le follie” che consiste nell’ammettere la “forma radicale del diventar altro che è il diventare essere, uscendo dal nulla, e il diventar nulla, uscendo dall’essere”.
   Secondo step: è vero che il monismo ontologico può fondare un’etica della nonviolenza? Sì. E’ vero che solo il monismo ontologico può fondare un’etica della nonviolenza ? No. Anche su una qualsiasi prospettiva teoretica (teologica o filosofica) che assuma seriamente l’alterità dell’altro può fondarsi il rispetto ‘sacro’ per uomini e altri animali, per alberi e fiori, per sorella Luna e per fratello Fuoco.
     Terzo passo: è vero che il monismo ontologico, dal momento che nega in radice ogni “frattura” fra ente e ente (essendo essi “modi” dell’unico Essere), può sradicare la “frattura originaria” fra maschio e femmina (anche laddove, in coppie omosessuali, si configuri come preponderanza di uno dei due principi sull’altro)? Sì. E’ vero che solo il monismo ontologico può sradicare la “frattura originaria” fra maschio e femmina? No. La differenza ontologica (con annessi e connessi sul piano mentale, psicologico, relazionale…) è stata giocata storicamente, de facto, come predominanza unilaterale (delle donne in regime di matriarcato e, molto più spesso, dai maschi in regime di patriarcato), ma de iure(e anche in numerosi casi della grande storia e delle piccole storie familiari) può essere giocata come complementarietà sinergica. Mi pare esagerato, anzi ingiusto, affermare che il movimento femminista non ha una fondazione filosofica adeguata solo perché non ha una fondazione filosofica severiniana. 
    Quarto (e ultimo) scalino: è vero che la democrazia occidentale nasce zoppa se non addirittura monca di una gamba? Sì. L’esclusione delle donne è per così dire l’esclusione paradigmatica di chi non esercita il potere in tutte le sue forme (a cominciare dalla forza muscolare e dalla proprietà economica). Anche qui, però, ribadirei che il monismo ontologico potrebbe (probabilmente) giustificare teoreticamente una “omnicrazia”, ma non ritengo che sia l’unica prospettiva teoretica in grado di farlo: anzi, confesso che un pluralismo ontologico - che prenda sul serio l’irriducibile molteplicità degli enti (e dunque anche delle soggettività umane)  - mi sembra più compatibile con l’accettazione della dialettica fra opposti (o, per citare don Tonino Bello, con la “convivialità delle differenze”) che della democrazia è il cuore pulsante. 

d)  La mafia come compimento del capitalismo ?
   Come ho ricordato sopra, nella trattazione della Testori il fenomeno mafioso gioca il ruolo di suggello conclusivo della bimillenaria follia dell’Occidente. Da una parte direi che questa tesi aiuta a non supporre che la Sicilia, in quanto ancora infestata da organizzazioni criminali, sia una giungla selvaggia con una popolazione bloccata – mentalmente e nei costumi – a qualche secolo fa. La perversa genialità dei mafiosi si rivela appunto nel saper intrecciare la fedeltà alla tradizione con l’adattamento alle novità. Tecnica e capitalismo non solo non hanno sradicato la mafia, ma l’hanno resa più forte e più insidiosa. 
   D’altra parte, però, confesso di avvertire delle resistenze ad accettare un’interpretazione della mafia che le conferisce un rilievo eccessivo: una rilevanza che essa non merita. Una cosa, infatti, è sostenere che mafia e capitalismo mirano agli stessi traguardi (il profitto e il potere) e un’altra cosa è sostenere che la mafia sia la quintessenza del capitalismo, la sua forma adulta e per così dire ‘perfetta’. Che cosa li differenzia, nonostante le somiglianze? I mezzi. La mafia mira al denaro e al dominio ricorrendo alla violenza fisica come metodo, come strumento privilegiato (anche se non unico: cerca il consenso con la corruzione e altre forme di seduzione); un metodo, uno strumento, che al capitalismo viene precluso dalle normative statali. Certo la violenza non è solo lupara e bombe, ma mentre un capitalismo “dal volto umano”,  “ben temperato” da un potere politico democratico e da una maturazione etica generale, è – almeno in linea teorica – ipotizzabile, la mafia  è costitutivamente inemendabile.  Questa considerazione sulla impossibilità di vedere nella mafia la forma compiuta (e in un certo senso insuperabile) del capitalismo non vuole negare che, in altri sistemi socio-economici, la mafia sarebbe più facilmente estirpabile che nel contesto capitalistico: ma identificare tout courtlotta alla mafia e contestazione del capitalismo è un errore teorico che, per giunta, servirebbe solo a scoraggiare chi combatte la mafia nell’attuale sistema socio-economico.

      Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


martedì 13 novembre 2018

SOLO LO STUPORE CI SALVERA'

“IL GATTOPARDO”

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI
Ottobre 2018

SOLO LO STUPORE CI SALVERA’

Un siciliano tutto sommato affezionato alla sua terra può cercare di spiegare ai turisti che incontra certi fenomeni, certi eventi, certi personaggi. Ma sino a un certo punto. Ci sono casi in cui egli stesso non capisce più nulla e la lingua gli si incolla al palato. Solo tre esempi di questa estate.
  Il codice stradale vieterebbe la sosta, anche provvisoria, di un’automobile all’incrocio fra due strade: infatti ciò toglierebbe alle altre auto la visuale necessaria per svoltare. Ma, in via dei Cantieri navali,  l’angolo di ogni incrocio è occupato o da auto parcheggiate stabilmente o da furgoni circondati da bancarelle per la vendita di frutta : furgoni che vi stazionano dalla mattina alla sera e, per non perdere le posizioni acquisite, anche dalla sera alla mattina. Supponevo che questi rivenditori abusivi lasciassero libera la visuale almeno nei pochi giorni di pausa estiva. Ma mi sbagliavo. I furgoni, disabitati, sono rimasti al loro posto e su uno ha campeggiato un cartello vergato con mano incerta: “Chiuso per ferie dal 10 al 20 agosto”. Un capolavoro di rompicapo giuridico: si può monopolizzare, per il presente e per il futuro, un beneficio acquisito mediante reato continuativo?
   A due passi da casa mia, a Vergine Maria, c’è una deliziosa spiaggetta pubblica che si affaccia su piccolo golfo. Nonostante una serie di divieti, intorno a Ferragosto viene invasa da tende da campeggio i cui proprietari non possono fruire di nessun servizio igienico elementare. Come spiegare, a qualche occasionale ospite che esprime il desiderio di fare un tuffo in mare, con quale legittimazione giuridica questi campeggiatori abusivi delimitino con sassi, o con cannucciato, il proprio spazio tribale? 
    Infine. Giornali e televisioni hanno dato comprensibile risalto alla scoperta di un giro di criminali che spezzavano le ossa di persone di varia età per lucrare dalle compagnie assicurative i risarcimenti previsti in caso di incidenti stradali. Il dettaglio strabiliante è che le vittime fossero consenzienti e per cifre irrisorie sia in senso assoluto (poche centinaia di euro) sia rispetto all’ammontare di ogni risarcimento (decine di migliaia di euro). Quanta miseria materiale e morale ci dev’essere alla radice della disponibilità di farsi massacrare pur di guadagnare qualche banconota che permetta di sopravvivere alcune settimane?
    A fronte di notizie come queste il siciliano può interloquire con il visitatore solo confessando – nel caso che non precipiti in una vera e propria afasia - il proprio stupefatto sgomento. E’ forse l’unico modo per tentare di convincere che quest’isola non è interamente preda dell’illegalità e del degrado, che ci sono cittadini per i quali niente di tutto ciò è “normale”. Nel loro amaro stupore il seme di un futuro diverso.

                                                                      Augusto Cavadi
                                                             www.augustcavadi.com