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Augusto Cavadi, il blog
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
sabato 1 agosto 2026
ENRICO PEYRETTI: PENSARE E VOLERE LA LIBERAZIONE DA OGNI GUERRA
giovedì 30 luglio 2026
LEGALIZZARE LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” ?
Legalizzare o no la GPA (acronimo di Gravidanza Per Altri)? La questione non è semplice. Infatti il diritto può regolare i comportamenti oggettivi (vietare di passare in auto col rosso o imporre la restituzione di un oggetto al legittimo proprietario), ma essi sono intrinsecamente polivalenti: infatti dipendono dal chi, dal come, dal quando, dal dove e soprattutto dal perché. Se sto accompagnando un bambino ferito gravemente al pronto soccorso alle due di notte e, a un incrocio, constato che non c’è nessuna auto all’orizzonte, posso essere sanzionato perché attraverso col rosso? Se un amico due anni fa mi ha prestato una pistola da tiro a segno e oggi me la richiede, se so che sta attraversando una grave crisi depressiva con tendenze suicidarie, posso essere trascinato in tribunale perché mi rifiuto di restituirgliela?
Non
è un caso che il terzo potere costituzionale si chiami propriamente
giurisdizionale, non giudiziario: il magistrato deve “dire” lo “ius”, cioè
interpretarlo, non limitarsi ad applicarlo meccanicamente.
A
sua volta il magistrato si basa sull’etica socialmente condivisa, sui criteri
di bene e di male di una società in una determinata fase storica: e,
francamente, è questa dimensione fondante, pre-legale, che a me interessa
maggiormente. Sappiamo infatti che, prima o poi, è l’etico (il costume, il
senso comune) a condizionare il giuridico (la normativa che prevede sanzioni).
Oggi
l’etica prevalente è caratterizzata da due principi che non mi convincono:
l’onnipotenza tecnologica (tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche
moralmente ammissibile) e l’imperialismo del desiderio (tutto ciò che appaga un
mio desiderio, a qualsiasi prezzo, è anche moralmente ammissibile).
E’
logico che chiunque condivida questi due princìpi ritenga lecita la GPA “senza
se e senza ma” (presumibilmente con la sola garanzia che la madre biologica non
sia fisicamente costretta alla gravidanza).
E
chi non li condivide, perché ritiene che la tecnica debba rispettare dei limiti
e che il desiderio soggettivo debba accettare il vaglio della razionalità, deve
dunque essere necessariamente contrario alla legalizzazione della GPA?
Personalmente
ritengo che una qualche forma di regolamentazione normativa sia preferibile al
Far West sommerso: penso a un plesso di norme che prevedano la liceità della
GPA, ma esclusivamente nei casi in cui
l’accordo fra genitore legale e madre naturale non abbia carattere commerciale (per esempio fra persone amiche o legate da
vincoli di parentela).
So
bene l’obiezione: fatta la legge, trovato l’inganno. Ma se c’è la legge, il
trasgressore può essere (per quanto improbabilmente) sanzionato (ad esempio con
una denunzia a posteriori da parte della madre biologica, come avviene
sia pur raramente da parte di lavoratori sfruttati da datori di lavoro). Se non
c’è nessuna legge, o se c’è solo una legge che proibisce indiscriminatamente,
si aprono scenari simili alla situazione degli aborti prima della 194/1978: ad
esempio il ricorso a “uteri in affitto” in altri Paesi dove tale pratica sia
prevista ufficialmente o tollerata di fatto. Ovviamente l’analogia fra i due
casi si fermerebbe qui: non vedo nessun motivo per prevedere che la GPA venga
non solo ammessa in casi di prestazioni gratuite, ma addirittura finanziata
dallo Stato, per quanto riguarda le operazioni chirurgiche necessarie
all’impianto dell’ovulo fecondato e al parto finale.
Comunque,
la radice della questione resta a mio avviso etica: è l’arroganza
antropocentrica dell’essere umano che va individuata, sottoposta a esame e,
gradualmente, destrutturata.
Augusto
Cavadi
Qui il link alle versione originaria:
https://www.zerozeronews.it/legalizzare-la-gravidanza-per-altri/
sabato 25 luglio 2026
O LA GUERRA O LA RESA? PERCHE' QUESTA VOLTA VITO MANCUSO NON MI HA CONVINTO
Chi di noi nutre grande stima per la preparazione intellettuale e soprattutto per il coraggio anticonformista di Vito Mancuso si aspetta da lui interventi di alto livello in ogni campo. Ma è un errore un po’ infantile. Ognuno ha le sue competenze, le sue intuizioni anticipatrici, ma anche i suoi limiti. Aristotele è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che non si fosse liberi o schiavi per natura. Kant è stato un genio, ma non è stato mai sfiorato dal sospetto che le donne non siano geneticamente inferiori ai maschi.
Anch’io, nonostante – anzi, proprio a
causa del – mio affetto personale nei confronti di Vito Mancuso, sono rimasto
dispiaciuto per l’ennesimo suo intervento sul tema della guerra (cf. Perché
serve anche la forza per salvare la pace, “La Stampa” del 22.7.2026): ma, a
ben riflettere, ci sarebbe stato da stupirsi se avesse scritto diversamente.
Infatti, se non mi è sfuggita qualche pagina dei suoi molti e apprezzabili
volumi, non ho mai trovato un riferimento puntuale, “scientifico”, alla Teoria della Nonviolenza. Dunque, anche in questa occasione, egli ha
dato voce, con la consueta lucidità espositiva, al senso comune dominante: se
si è dentro il paradigma culturale attuale non si può scrivere meglio.
Ciò che si può sperare è che persone acute
e oneste come Mancuso ammettano l’ipotesi che questo paradigma, oggi dominante,
non sia l’unico possibile e avvertano la curiosità di conoscere (di prima
mano!) alcuni almeno dei pensatori che, negli ultimi due secoli, hanno
immaginato creativamente dei paradigmi alternativi e anticipato
“profeticamente” degli stadi evolutivi dell’umanità, oggi derisi come «utopistico
idealismo». Mi riferisco ad autori che, nei miei primi cinquant’anni (oggi ho
superato i 75!) , avevo solo sentito nominare, ma che (come molte altre persone
che li citano per approvarli o per stigmatizzarli) non avevo mai studiato
attentamente: H. D. Thoreau, L. Tolstoj, M. K. Gandhi, Basha Khan, Vinoba
Bhave, A. Capitini, G. G. Lanza del Vasto, J. Goss, H. Goss-Mayr, N. Mandela,
E. Balducci, L. Milani, D. Dolci, G. Sharp, M. L. King, J. Galtung, A. L’Abate,
G. Pontara, T. Bello, A. Drago, G. Salio, A. Langer, P. Patfoort…
Da queste e fonti si ricavano gli elementi essenziali (sintetizzati in un agile volumetto da Andrea Cozzo nel suo La violenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo Editore) per dissentire da varie affermazioni di Vito Mancuso, o per le meno per relativizzarle. «La guerra è una condizione permanente dell’umanità»? Certo, sino ad ora lo è stata. Come l’alta mortalità infantile o le ricorrenti carestie. Significa che sarà per sempre e necessariamente così? «Il disarmo è difficilmente attuabile»? Certo che lo è. Ma è l’unica via ragionevole, realistica, pragmatica, per evitare il suicidio collettivo dell’umanità: soprattutto dal 1945 in poi, sappiamo che non ci sarà guerra senza bomba atomica, dopo la quale non ci saranno né vincitori né vinti. «Tra la difesa armata e la resa disarmata» è preferibile la difesa armata? Certo. «Niente è preferibile alla libertà». Ma c’è una terza via: la difesa popolare civile, non armata e nonviolenta (con le sue strategie, le sue tecniche, i suoi corpi di pace da preparare esattamente come si preparano gli eserciti armati) che è tanto distante dalla resa inerte quanto dalla reazione armata: e migliaia di cittadini e cittadine stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge tendente a istituzionalizzare questa forma di difesa per accompagnare un processo graduale (e bilaterale) di disarmo militare internazionale (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 ).
In una discussione più ampia e articolata ci sarebbero molti altri passaggi dell’editoriale di Mancuso meritevoli di approfondimento, ma vorrei limitarmi solo a un’informazione. Solitamente si ritiene che i conflitti nella storia siano stati risolti soprattutto con la violenza (anche perché i manuali parlano quasi esclusivamente di questi!), ma una studiosa degli Stati Uniti d’America, Erica Chenoweth, al termine di una ricerca intrapresa proprio per dimostrare questo prevalere delle ragioni delle armi sulle armi della ragione, nel suo Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Sonda), è arrivata con suo stupore alla conclusione opposta: che negli ultimi 120 anni i conflitti gestiti senza ricorso alla violenza hanno avuto un numero di esisti positivi molto maggiore dei conflitti armati.
Augusto Cavadi
Qui la versione originaria:https://www.adista.it/articolo/76122
venerdì 24 luglio 2026
QUI LA VIDEO-REGISTRAZIONE DELL'INCONTRO SULLA MASCHILITA' DI GESU' DI NAZARET
Nel post sul mio blog immediatamente precedente a questo (https://www.augustocavadi.com/2026/07/gesu-di-nazaret-un-maschio-non_0833364668.html ) ho pubblicato ieri gli appunti su cui mi sono basato per presentare in videoconferenza le linee essenziali del volume di Hanna Wolff, Gesù la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979.
Oggi sono in grado di rilanciare anche la videoregistrazione della conversazione grazie alla rivista "Mosaico di pace" che, con la partecipazione attiva di realtà associative come “Maschile Plurale”, e di persone di diversa provenienza culturale e religiosa, ha organizzato l'incontro di ieri:
giovedì 23 luglio 2026
GESU’ DI NAZARET: UN MASCHIO NON MASCHILISTA?
Lo squilibrio di opportunità, di spazi d’espressione e di azione, diciamo pure di potere, fra maschi e femmine - ancora non del tutto eliminato nella società – lo è ancor di meno nella Chiesa cattolica. Un processo di ripensamento della situazione attuale non può non partire dalle origini: che tipo di relazione con il femminile ha pensato ed effettivamente testimoniato Gesù di Nazaret?
Ormai
questa tematica è abbondantemente trattata nella letteratura teologica a firma femminile,
ma nel 1975 il volume di Hanna Wolff, Gesù, la maschilità esemplare. La
figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, Queriniana, Brescia 1979
apriva davvero prospettive inedite. A mezzo secolo esatto di distanza non
sarebbe inutile richiamare brevemente quel contributo che, per altro, non ha
avuto tutta l’accoglienza che, a mio sommesso avviso, avrebbe meritato: forse
perché (come ho ipotizzato nel mio volumetto Tenerezza. La rivoluzione
(incompiuta) di Gesù di Nazaret secondo Hanna Wolff, Diogene Multimedia,
Bologna 2018) i teologi hanno diffidato di una psicologa, gli psicologi di una
teologa, i teologi e gli psicologi maschi di una teologa e psicologa donna.
La
trattazione della Wolff presuppone alcune premesse.
a)
Il Gesù in esame
è il personaggio storico (per quel poco che possiamo saperne scavando dentro le
fonti neotestamentarie che storiche, nell’accezione moderna del termine, non
sono), non il «Cristo in quanto Figlio di Dio o chissà quale essere metafisico»
(p. 10);
b)
l’uomo Gesù può
essere accostato da varie angolazioni epistemiche: Wolff dichiara
programmaticamente di voler adottare l’attrezzatura della «psicologia del
profondo» (p. 22) o «analitica» di matrice
junghiana;
c)
il primo dato da
cui non può non partire una «inchiesta analitica» è che «questo uomo era un
maschio» (verità che la riflessione teologica tradizionale ha quasi del tutto
taciuto, come se si trattasse – qui viene citato A. Läpple - di «un essere asessuato»)l (p. 26).
Ciò chiarito in via
preliminare si può entrare nel merito e cioè, essenzialmente, rispondere alla
domanda: che tipo di maschio è stato Gesù?
a)
Egli è stato
(secondo la convergente intuizione di pensatori neo-induisti e occidentali) un
«maschio integrato» cioè, nel vocabolario junghiano, un uomo che, nella sua
psiche, ha consapevolmente accettato sia la sua dimensione maschile (animus)
che la sua dimensione femminile (anima) (p. 35);
b)
questa
integrazione ha segnato per Gesù il superamento dello «stato di patriarcato
della coscienza» (E. Neumann) (p. 43), nel quale «l’essere maschile» tende ad
affermare «se stesso “di fronte” al femminile», senza rendersi conto
che, «distanziandosi e isolandosi dal femminile, si distanzia e si isola dal
proprio inconscio» («dal momento che – come ha mostrato soprattutto C.G. Jung –
l’inconscio nel maschio porta in sé l’impronta del femminile») (p. 44);
c)
questa operazione
di riduzione al «triste ruolo del solo maschile» (ib.) non è solo
auto-lesionistica, ma potenzialmente pericolosa per le relazioni di genere: negando
il femminile intra-psichico si tende a contrastarlo fuori di sé. Non è un caso
che in molte società (le civiltà cristiane dai Padri della Ciesa a oggi non
escluse) vige una «triplice proscrizione del femminile» (p. 45): in «campo
religioso» (il serpente ha approcciato Eva perché sapeva che Adamo avrebbe
resistito alla tentazione) (ivi); in campo socio-culturale (basti richiamare alla memoria le tesi di soggetti,
per altro geniali in molti ambiti, come
Kant o Schopenhauer sulla inferiorità della donna); in campo sessuale (da
Agostino d’Ippona a Freud stesso la
donna è un maschio incompleto che può solo “invidiare” la completezza del
maschio);
d)
quali segni
abbiamo che Gesù si sia distanziato, in parole e in opere, da questo
infantilismo androcentrico rilevabile prima, durante e dopo la sua vita nel
mondo? E’ stato davvero altro che «il divino scapolo autosufficiente» (D. Lent)
della tradizione devozionale?
e)
Per rispondere
non possiamo esonerarci dal richiamare la condizione della donna al tempo di
Gesù: ritenuta sullo stesso piano di schiavi e bambini perché tutti e tre
«hanno questo in comune: hanno – si dice – un signore terreno, per il cui
servizio sono così pienamente occupate da non avere più altro tempo per il
signore celeste». Perciò le donne non hanno l’obbligo, anzi neppure il diritto, d’istruirsi religiosamente, al punto che un
detto rabbinico raccomanda: «Che le parole della Torà vengano bruciate,
piuttosto che siano consegnate alle donne» (p. 114)
f)
In questo
contesto androcentrico e misogino, Gesù è innanzitutto un «maschio non-animoso»
(p. 118): accoglie donne nel gruppo dei discepoli, parla in pubblico con la
samaritana, difende l’adultera colta in flagranza di reato e la donna che gli
massaggia i piedi con unguento prezioso, frequenta confidenzialmente la casa di
Marta e Maria;
g)
Inoltre egli è un
essere la cui «funzione fondamentale» è il «sentimento» (p. 149): «gli Evangeli
sono pieni di espressioni in cui si dice che egli “si struggeva”, aveva
“compassione”, che era “mosso a pietà”, o che turbato si “lamentò” di coloro
che non volevano né sentirlo né seguirlo, sì, che “pianse” su di loro» (p. 150)
(il che lo differenzia sia dalla frigidità razionalistica - tipica del modello
maschile, quando si castra la propria anima - che dal sentimentalismo deteriore – che viene
riscontrato nella psicologia femminile quando castra il proprio animus);
h)
In Gesù si
riscontrano, senza frizione, «il modo caratteristico di essere» maschile
(azione, decisione, risolutezza, responsabilità…sino alla durezza tranciante:
chi non è disposto a giocarsi tutto non è degno di lui) ed «il modo
caratteristico di essere» femminile (ricettività o accoglienza, disponibilità
ad essere agiti più che ad agire, protettività materna…).
i)
Una conferma
dell’integrità psichica di un soggetto la si può rintracciare nell’idea di uomo
e nell’idea di Dio che egli elabora e più o meno esplicitamente propone.
Nel caso di Gesù egli mostra di proiettare all’esterno
il suo modo di essere «un maschio
integrato e perciò integro» che invita ad essere come lui stesso «colui che non
si affanna, che non ha paura della vita, che è ricettivamente aperto, cioè
bussa» (p. 244).
j)
Similmente la sua teo-logia (= immagine del divino) è
innovativa perché non solo, come altri prima di lui e nel suo ambiente, predica un Dio che «è benigno e perdona i
peccati» (p. 177), ma «lascia trionfare nell’immagine di Dio i valori femminili
dell’essere» : come risulta da parabole emblematiche (figlio prodigo, dracma
perduta, pecorella smarrita), sono «ricettività», propensione a «salvare e
proteggere», «provvedere e curare», «aiutare e sanare» (p. 178).
k)
Se si ha il
coraggio di porre la domanda solitamente ritenuta blasfema («Esiste un’ombra
anche in Gesù? […] Esiste anche in Gesù qualcosa di imperfetto, di non
vissuto, di mal riuscito, di represso?») (p. 202), la risposta non può che
essere affermativa dal momento che «un uomo senza ombra non sarebbe un uomo»
(ib.) e Gesù sembra dichiararlo quando risponde al Tale che gli si inginocchia:
«Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno, Dio» (lc 18,19) (p. 204),
che si potrebbe tradurre anche in altro codice: «Io faccio parte dell’humanum,
di conseguenza non mi spetta affatto l’attributo dell’integrità totale» (p.
205).
L’ombra di Gesù è il risvolto della sua funzione
psichica prevalente che, come si è notato sopra, è il «sentimento»: «Dove i
poveri e i diseredati, o i gabellieri e i peccatori, o le donne e i bambini
vengono calpestati, là il suo sentimento dei valori, offeso, reagisce
spontaneamente e inconfondibilmente» (p. 210). Ma a questa accentuazione
corrisponde un deficit di attività razionale, di «pensiero» speculativo: «Gesù
non si presenta a noi come un “pensatore” che esponga, in modo articolato, il
suo punto di vista» (p. 207).
Un altro angolo ombroso riguarda «la funzione di coscienza» che «si
identifica in certo qual modo col “senso dei fatti”» (p. 213). Non che Gesù sia
stato «un uomo dall’interiorità stagnante» (p. 215), ma ci sono passi da cui si
inferisce in lui uno scarso realismo pragmatico, come quando raccomanda ai suoi
missionari: «Non portate borsa, né bisaccia né sandali» (Lc 10,4 s) (p.
216).
Una terza zona d’ombra è rilevabile ne suo rapporto con gli animali.
Nel suo «concetto di prossimo sono inclusi tutti i prossimi» (p. 222), ma non
anche – come ad esempio nel caso di Buddha - «tutti gli esseri che ci
circondano» (ivi): «che cosa non avrebbe potuto significare una parola di Gesù
intorno agli altri esseri, i nostri “fratelli muti”, soprattutto nel presente! […]
Almeno, non lascerebbe in pace le nostre coscienze, quando, per l’interesse e
la gretta avidità di guadagno, compiamo lo sterminio di intere specie» (p. 223).
· Un’osservazione complessiva: quando la Wolff, sulla
scia di Jung, distingue “animus” e “anima”, attribuendo al primo principio
psicologico caratteristiche “maschili” e al secondo principio psicologico
caratteristiche “femminili” non rivela una mentalità essenzialista che scambia
delle posture storicamente acquisite con dimensioni strutturali, costitutive,
naturali? Il problema c’è e va approfondito. Ma va anche segnalato che la Wolff
non ne è ignara. Quando autori come F.J.J. Buytendijk adoperano categorie come
«essere uomo nel modo maschile» ed «essere uomo nel modo femminile», Wolff
dichiara di preferire formulazioni più sfumate come «“modi di attuazione”
tipici dell’uomo o della donna (p. 170). Comunque la questione resta: è vero
che sia più maschile lo «stare al mondo con rendimento» (ib.) e più femminile
la postura della «ricettività» (un modo d’essere «tenero, arrotondato, fluente,
liquido, flessibile») (p. 174) ?
· Inoltre ci sono passaggi della Wolff che denunziano, probabilmente, una conoscenza imperfetta di altre tradizioni teologiche. Ad esempio quando si chiede retoricamente: «dove mai, nella storia delle religioni di tutti i tempi, anche solo si parla di tale unificazione degli opposti, specialmente dell’unificazione del maschile e del femminile?» (p. 180), non è difficile obiettare che cosa ne sia allora della complementarietà di Yin e Yang nel Tao (che può essere considerato anche la Totalità divina).
Augusto Cavadi
Questo il link alla versione originaria:
Adista News - Gesù di Nazaret: un maschio non maschilista?