venerdì 12 aprile 2024

COME CAMBIARE IL MONDO DOPO IL TRAMONTO DELLA POLITICA

 Chi sin dagli anni Sessanta del secolo scorso ha investito il meglio di se stesso per curare la polis, trovandosi ai nostri giorni nel mezzo di una Terza guerra mondiale “a  pezzi” (papa Francesco) e nella previsione scientifica di un disastro ambientale planetario irreversibile,  è tentato o di ripiegarsi nella disperazione o di concentrarsi nell’accaparramento di tutto l’utile egocentrico ancora disponibile. Qualcuno, testardamente, cerca strade nuove per perseguire ideali antichi. E’ il caso di Annibale C. Raineri che in Ancora. Cambiare il mondo nel tramonto della politica (Navarra, Palermo 2022) racconta, in una sorta di zibaldone in cui intreccia vari generi letterari, la sua storia e soprattutto la sua ricerca attuale.

Non so che effetto possa avere in un giovane, ma per coetanei dell’autore – come me – si tratta di una lettura davvero interessante, a tratti avvincente. La nostra generazione di ultrasettantenni è orfana di qualcuna delle “grandi narrazioni” tramontate (nel caso di Raineri del marxismo-leninismo) ed è segno di maturità riconoscere il valore di ciò che si è perduto senza nasconderne i limiti oggettivi. Poiché non ci si impegnava solo intellettualmente, si è rimasti orfani anche di organizzazioni collettive alle quali si affidava la propria intera esistenza nella certezza che esse, in cambio, avrebbero realizzato i mutamenti colossali impossibili agli individui isolati (nel caso di Raineri la CGIL prima, Rifondazione Comunista dopo) (pp. 120 – 135). E adesso – nel tempo in cui, secondo la fulminante battuta di Altan, l’utopia non è al governo ma neppure all’opposizione – che resta?

Nel diluvio generale, non resta che costruirsi un’arca che, nel caso dell’autore, è l’ Arca di Lanza del Vasto, un movimento d’ispirazione gandhiana fondato in Francia nel 1948 e presente in vari continenti. Raineri, scoperta questa proposta di paradigma interpretativo e operativo, vi ha aderito con la moglie Cecilia sino a diventare responsabile della comunità siciliana delle “Tre finestre” a Belpasso, nelle pendici dell’Etna: si è trattato – come spiega egli stesso - di intraprendere una via di “rivolgimento” del “lungo processo di occidentalizzazione/modernizzazione del mondo” che può apparire “propriamente reazionaria (anzi cattolico-reazionaria, cosa che ad una persona come me , che si professa atea e con una lunga militanza non rinnegata nella estrema sinistra, ha creato non poche difficoltà di approccio). Ma rivoluzionare ha un vincolo essenziale con ‘rivoltare’, ed io credo che oggi, se accettiamo il rischio di porci all’altezza del tempo che viviamo, siamo obbligati dalla cosa stessa a tentare un pensiero rivoluzionario nel senso del rivoltamento ” (p. 176).

La trama di questo progetto di “sottrarsi alla logica che produce il diluvio, sottrazione come atto positivo di assunzione di un altro punto di vista e di un altro modo-d’essere” (p. 204) rispetto alla triade guerra/capitale/patriarcato, viene esposta in dialogo con giganti del passato (da Sofocle a Marx e Weber) ed anche con Simone Weil, Christa Wolf, Hannah Arendt, Walter Benjamin e molte altre figure dell’ultimo secolo e mezzo: una trama impossibile da riprendere, almeno in questa sede, senza banalizzarla eccessivamente. 

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martedì 9 aprile 2024

sabato 6 aprile 2024

LA MESSA E’ FINITA?

“ADISTA /Segni nuovi”

12.4.2024


Nel suo recentissimo La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (Rubbettino Editore, Soveria Mannella 2024) il sociologo Luca Diotallevi rappresenta in numeri ciò che, a naso, tutti abbiamo constatato in questi anni: una decrescita quantitativa dei frequentatori abituali di celebrazioni liturgiche in generale e delle messe domenicali in particolare (passati dal 37,3% del 1993 al 23,7% del 2019). Se si considera che il trend negativo non è stato certo frenato nei tre anni di covid e che, comunque, gli anziani che non rinunziano alla funzione festiva sono più dei giovani, tutto fa supporre che le chiese si svuoteranno quasi completamente nel prossimo decennio (attestandosi a una media europea di fedeli  del 10% circa della popolazione complessiva).

Le (poche) reazioni a questi dati statistici sono ovviamente differenziate.

La più miope è probabilmente da parte delle aree tradizionaliste e conservatrici che, non senza fallacia logica, attribuiscono questi effetti negativi a eventi solo cronologicamente antecedenti (ad esempio il passaggio dalla lingua latina alle lingue nazionali o dal piglio autoritario di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI allo stile comunicativo più mite e dialogico di un papa Francesco).

Solo apparentemente opposta la reazione da parte delle aree progressiste del mondo cattolico che lamentano un’eccessiva cautela nel rinnovamento liturgico e ipotizzano curve statistiche più incoraggianti nel caso che si fosse stati più audaci nelle sperimentazioni (ad esempio innovando i generi musicali o introducendo forme di danza): infatti anche questi settori riformisti sembrano non cogliere il nocciolo della questione. Che, ad avviso mio ma non soltanto mio, è individuabile solo se si prende sul serio il nesso (più volte evidenziato nella storia bimillenaria del cristianesimo) fra lex orandi e lex credendi : se è possibile risalire dalle  modalità della preghiera liturgica alle convinzioni di fede, perché non sarebbe altrettanto logico e legittimo risalire dalle difficoltà delle celebrazioni al traballare delle credenze? Il cuore della crisi è dottrinario, teologico: le parole, i gesti, i simboli delle liturgie veicolano dogmi, annunzi, professioni ricevibili a-problematicamente solo da persone che non capiscono  che cosa ascoltano e che cosa ripetono pappagallescamente. Sin dal segno della croce iniziale affermiamo di sapere non solo che Dio è, ma anche chi è: una comunità trinitaria. Poi, via via, che il Secondo dei Tre ha assunto nel tempo la natura umana (così che Gesù va adorato non come una persona umana colmata dalla grazia divina, ma come una Persona divina che senza cessare di essere tale ha fatto proprie alcune caratteristiche antropologiche); che questa “incarnazione” è stata funzionale alla morte redentiva dell’Agnello senza la quale l’umanità sarebbe rimasta per sempre ciò che l’avrebbe resa un’improbabile coppia di progenitori: una “massa dannata”. E così via fantasticando, sino ai dogmi mariani, all’angelologia e alla demonologia. Senza questi presupposti ritenuti indiscutibili perché inspiegabili, che senso hanno – nella formulazione attuale – i sacramenti e, in particolare, l’eucarestia? Ma se le scienze bibliche ci mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che l’intera catechesi cattolica non poggia sui Sacri Testi e che, anche se qua e là così fosse, tali Testi non sono più “sacri” della grande letteratura religiosa di tutte le epoche e di tutte le aree del pianeta, con che leggerezza di cuore si possono celebrare le liturgie sacramentali ? Solo quattro leghisti di provincia e quattro fascistelli di periferia urbana possono trovare senso nelle cerimonie tradizionali (che per altro difendono più di quanto effettivamente le frequentino) nel tentativo di aggrapparsi a radici identitarie per rinfocolare l’odio (anti-evangelico) contro gli stranieri.

Se la Chiesa cattolica rinunziasse alla sessuofobia genetica consentendo ai preti di vivere non più clandestinamente la propria vita sessuale (etero ed omo-affettiva); se abolisse le relazioni di potere fra clero e fedeli che stanno alla radice di tanti abusi psicologici e fisici; se riconoscesse anche istituzionalmente la pari dignità di maschi e femmine; se avesse meno miliardi nelle banche, meno cardinali corrotti, meno esenzioni fiscali…tutto questo sposterebbe di molte unità le statistiche dei fedeli praticanti? Sono certo di no. Non è vero che le masse disertano le messe perché scandalizzate dal comportamento dei sedicenti credenti e, di conseguenza, smettono di “credere”; piuttosto smettono di “credere” quando sia pur minimamente leggono, riflettono, si confrontano fra loro e con gli studiosi competenti e, di conseguenza, non vanno più a messa. Non è l’eclissi della preghiera comunitaria a provocare l’abbandono delle professioni di fede, ma l’abbandono delle professioni di fede a provocare l’eclissi della preghiera comunitaria.

La Chiesa cattolica dal Concilio di Trento al Modernismo della prima metà del XX secolo ha consumato un divorzio dalla filosofia, dalle scienze umane e naturali, dai grandi movimenti di liberazione sociale e politica riducendosi alla caricatura di ciò che era in origine: una comunità soft, organizzata in maniera ‘leggera’, di quanti – innamorati della proposta evangelica di rendere l’inferno della storia un paradiso divino innaffiato di giustizia, solidarietà, libertà, nonviolenza, speranza, coltivazione della Terra e condivisione gioiosa dei suoi frutti – si volevano sostenere a vicenda nel perseguimento di questo ideale e nella testimonianza corale della sua validità al cospetto del “mondo”. Invece si è chiusa a riccio nella sua arrogante presunzione di aver capito tutto, di non aver nulla da imparare da nessuno, di aver tutto da insegnare a tutti. Se per ‘fede’ intendiamo un’apertura incondizionata all’essere, al vero, al bene, al bello, al santo… la comunità dei cristiani ha soffocato la sua “fede” imprigionandola progressivamente in una matassa ingarbugliata di speculazioni teologiche e di divieti morali.  Ne ha sterilizzato la tensione rivoluzionaria originaria e l’ha imbalsamata nel format tipico della “religione” burocratizzata.

E’ ancora in tempo per rifondarsi, per confessare la fragilità dei propri fondamenti dottrinari e per affrontare una stagione radicalmente nuova di domande, di dubbi, di ipotesi…abbarbicandosi all’unica certezza della regola aurea (“fare agli altri ciò che si volesse che gli altri facessero a noi”), proposta prima e dopo di Cristo da altri profeti e sapienti, ma dal Maestro palestinese riproposta con particolare intensità di accenti ed eloquenza d’esemplarità? Francamente ritengo che sia troppo tardi. Vediamo che neppure i più timidi tentativi di un papa  - pur preceduto nel passato e sostenuto nel presente da tanti bravi credenti – riescono ad arrivare a realizzarsi per l’opposizione, esplicita o sorda, degli “ortodossi” (tanto più pericolosi quanto più sinceramente convinti di stare difendendo la “rivelazione” di un Dio infallibile).

Se le mie previsioni si rivelassero veritiere, non per questo l’umanità dovrebbe sprofondare nella disperazione. La storia umana è un terreno zeppo di semi preziosi da Socrate a Budda, da Confucio a Gesù, da Francesco d’Assisi a Teresa d’Avila, da Shakespeare a Leopardi, da Gandhi a Che Guevara, da Martin Luther King a Nelson Mandela, da Albert Schweitzer a Thich Nhat Hanh, da Rita Levi Montalcini a Liliana Segre: si tratta di rintracciarli devotamente, di provare a trapiantarli nelle nostre vite, di lasciare che crescano ed esplodano in forme inedite. Questa è la Tradizione nel senso più autentico, ricco, promettente: esattamente all’opposto del tradizionalismo necrofilo, che preserva mummie, porta in grembo l’unico futuro possibile in alternativa al suicidio collettivo.

                                                       Augusto Cavadi 

martedì 2 aprile 2024

C’E’ AUDACIA E AUDACIA: IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA RASSEGNAZIONE E FANATISMO


“Frontiere della scuola”

2024 /1

In molte imprese ci vuole coraggio: forza interiore nel vincere la paura – specie quando è giustificata oggettivamente – e nell’attuare sino in fondo i propri propositi. Quando il coraggio si esercita non più nell’ambito del noto, dello sperimentato, ma dell’ignoto, dell’inedito, si colora di venature particolari: diventa audacia. Si tratta di una qualità positiva, di una virtù? Di per sé è preferibile alla vigliaccheria, all’accontentarsi timoroso di chi rimane rintanato nella propria cuccia e si abbarbica alla banalità del conformismo e del tradizionalismo. Ma, come ogni virtù, l’audacia non è un valore assoluto. Dipende infatti dal lasciapassare della prudenza, della saggezza, del saper vivere.

Audacie sconsigliabili

Senza, o contro, l’approvazione del buon senso (che non coincide con il senso comune!), l’audacia rischia di degenerare in temerarietà, in velleitarismo. Lo sprezzo del pericolo diventa sprezzo del ridicolo: l’ammirazione lascia il posto alla commiserazione. Se uno perde la libertà o la salute o la vita stessa in tentativi puramente esibizionistici, o comunque non funzionali al miglioramento della vita propria e/o comune, non merita alcuna gratitudine. Al massimo, un accenno di compatimento. I meriti dell’audace sono una variabile dipendente dalla consistenza etica e dalla condivisibilità sociale dei fini in vista dei quali egli agisce. La storia di ieri e la cronaca dei nostri stessi giorni pullula di audaci di cui avremmo fatto volentieri a meno: specie quando mettono a repentaglio la propria vita nel tentativo, cieco e spietato, di eliminare la vita altrui.

L’elenco delle audacie fuori luogo, controproducenti, sconsigliabili sarebbe interminabile. Quanti miliardi di persone hanno sacrificato benessere e affetti, persino la sopravvivenza biologica, per obbedire a capi politici ambiziosi? Per ottemperare agli ordini insani di strateghi militari? Per diffondere ideologie sono molto parzialmente lucide? Per verificare prematuramente, in concorrenza con la comunità scientifica, ipotesi teoriche e apparecchiature tecnologiche? Per raggiungere nell’aldilà paradisi improbabili promessi da sedicenti profeti dissennati? I cimiteri sono zeppi di audaci tra i quali non è facile distinguere i benefattori dell’umanità dagli assassini presuntuosi, spesso prime vittime della loro insipienza. Infatti i più pericolosi fra gli spericolati sono i soggetti, i gruppi, le associazioni in buona fede: a differenza dei delinquenti che sanno di delinquere, solo in casi rarissimi i fanatici sono in grado di ricredersi. Il monito di Gaetano Salvemini non ha perduto d’attualità: “Chi è convinto di possedere il segreto infallibile per rendere felici gli uomini, è sempre pronto ad ammazzarli” (ho contestualizzato questa frase nel mio La bellezza della politica. Attraverso e oltre le ideologie del Novecento, Di Girolamo, Trapani 2011, p. 31).

Audacie auspicabili

Ci è toccato di vivere un’epoca di amare delusioni collettive. Ci sentiamo traditi da troppe strategie imperialistiche, da troppe offerte di felici immortalità biologiche, da troppe chiese infallibili solo nel pronunziare dogmi e precetti che, puntualmente, si rivelano insostenibili. Abbiamo verificato la tragica verità dell’espressione di Paul Claudel: “Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno”. Il variegato mondo dell’informazione ci squaderna sotto gli occhi una quantità di dolori, di ingiustizie e di sofferenze, sproporzionatamente al di sopra della nostra capacità di sopportazione emotiva. Il cuore non regge e sprofondiamo nel sentimento paralizzante dell’impotenza. Ogni abbozzo di coraggio, di ribellione, di progettazione alternativa viene soffocato sul nascere. L’audacia non ha il tempo di essere soppesata dalla prudenza: muore già in culla.

In gioventù la mia generazione ha conosciuto la speranza (in parte illusoria, in parte fondata) che dove non arrivava l’individuo potesse arrivare il collettivo: il sindacato o il partito politico e – attraverso questi organismi – il governo nazionale e le organizzazioni internazionali. Ma, dagli anni Ottanta del XX secolo, la fiducia in questi canali di partecipazione è crollata: la politica, liberatasi allegramente dalle remore dell’etica, si è trovata indifesa davanti ai tentacoli dell’economia (liberistica). Ci si guarda intorno smarriti né la voce isolata di un papa (in alcuni casi persino ‘audace’) può costituire più di un faro nella notte: anche se l’ecologia valesse bene una messa, neppure un cattolico può far finta di poter contare sull’accordo unanime dei suoi confratelli né escludere che con il decesso di questo pontefice la sua Chiesa ritorni al moderatismo equilibrista precedente.

In queste contingenze storiche non resta – secondo il detto orientale – che accendere una candela piuttosto che maledire l’oscurità. Come i giovani tedeschi della “Rosa Bianca” per i quali fare politica sotto la dittatura nazista era ancora più necessario proprio perché ogni speranza ragionevole era stata brutalmente cancellata dall’orizzonte.

Ma si tratta di fare appello soltanto, o principalmente, allo sdegno emotivo? Alla protesta viscerale? All’insopportabilità dell’assurdo?  Per alcuni sarà sufficiente (anche a costo di saltare dalla passività rinunciataria al fanatismo iperattivo).  Altri, invece, abbiamo bisogno di ragioni convincenti. Come le considerazioni del poeta Edgar Lee Masters che fa confessare a George Gray, un protagonista della sua Spoon River Anthology, le conseguenze amare della propria viltà. George, in vita, ha preferito l’inazione al rischio di fallire: ma adesso, da morto, capisce che proprio la tiepidezza inerte è il più sicuro e disastroso dei fallimenti. Infatti: “l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;/ il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;/l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti./ Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita./ E adesso so che bisogna alzare le vele/ e prendere i venti del destino,/dovunque spingano la barca./ Dare un senso alla vita può condurre a follia/ ma una vita senza senso è la tortura/dell’inquietudine e del vano desiderio -/ è una barca che anela al mare eppure lo teme” (la traduzione einaudiana è di Fernanda Pivano).

In questo scenario, l’audacia auspicabile acquista il volto della resilienza. Più che gesti clamorosi di leader carismatici – ben vengano nuovi santi, nuovi eroi ad accendere l’immaginario collettivo in letargo, purché senza pose da prime donne ! – servono piccole comunità che preservino alcuni tesori dalla vandalizzazione dilagante. Servono team affiatati che, senza invidie né gelosie, osino scommettere su una società ragionevole pur nell’epoca dell’irragionevolezza: osino sapendo che l’improbabile, qualche volta, accade. Maurizio Pallante ed altri in Italia lavorano da tempo per costruire “monasteri laici” dove sperimentare forme di spiritualità post-religionaria (cfr. Monasteri del terzo millennio, Lindau, Torino 2015) . Annibale Raineri, con altri discepoli di Lanza del Vasto, è impegnato nella costruzione di “arche” – modeste barchette – per ospitare chi desideri salvarsi dal diluvio e trasmettere alle generazioni future la memoria di un’umanità sobria, solidale, pacifica, equa, rispettosa dei viventi e dell’intero cosmo (cfr. Ancora. Cambiare il mondo nel tramonto della politica, Navarra, Palermo 2022). Servono – se non si tratta di ossimori irrealizzabili – il coraggio della pazienza e l’audacia della lungimiranza.

Magari tra pochi secoli risulterà l’inutilità di tutto questo perché l’umanità, dopo aver compromesso irreversibilmente l’equilibrio dell’ecosistema, si suiciderà sotto una pioggia di bombe atomiche. E’ un’ipotesi che solo gli osservatori superficiali possono escludere. Se, malauguratamente si dovesse realizzare, avremmo la prova che – a causa di maggioranze idiote - non è sempre vero che la fortuna soccorra gli audaci.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

venerdì 29 marzo 2024

Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza alla guerra nazi-fascista

 

E. Putz, Franz Jägerstätter. Un fulgido esempio in tempi bui, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 209, euro 16,90

 

In tutti i periodi bellici – e purtroppo a ottant’anni dalla fine della II Guerra mondiale sul pianeta non ci sono stati ancora periodi non bellici – la maggioranza della popolazione ritiene ovvio (non solo più comodo, ma perfino più giusto moralmente) adeguarsi alle decisioni dei rispettivi governi in carica e imbracciare le armi. Solo sparute minoranze, prima di obbedire agli ordini, ritengono lecito – anzi, doveroso – pensare. E giudicare se la guerra a cui dovrebbero partecipare sia una guerra di difesa da invasori ingiusti (e, in questa ipotesi, se la difesa armata sia la più efficace)  oppure una guerra aggressiva, scatenata per motivi imperialistici.

Anche durante il nazifascismo tedesco (1933 – 1945) la maggioranza della popolazione accettò come sacrosanta la politica di Hitler e dei suoi sadici collaboratori e solo una piccola, ma significativa, minoranza espresse un rifiuto netto e argomentato. Fra questi obiettori di coscienza rientra il contadino austriaco Franz Jägerstätter (1907 – 1943) che, benché marito innamorato e padre affettuosissimo di tre bambine, a soli 36 anni accettò la ghigliottina pur di non tradire la sua coscienza civile (di austriaco) e religiosa (di cattolico). Lo scrivono gli stessi giudici della sentenza di condanna a morte: “Era giunto alla convinzione che, come cattolico credente, non potesse prestare servizio militare: non poteva essere contemporaneamente nazionalsocialista e cattolico: ciò era impossibile” (p. 177).

Questa motivazione teologica, che alle orecchie di molti di noi contemporanei potrebbe suonare laudativa, nell’intenzione dei magistrati meritava di essere sottolineata in quanto aggravante che legittimava l’indifferibilità della pena capitale: infatti, dal momento che la maggioranza degli austriaci si dichiarava cattolica, la decisione di Jägerstätter si sarebbe potuta rivelare pericolosamente contagiosa. Il renitente alla leva  (per quanto disposto a prestare servizio nei settori sanitari), già isolato dalla maggioranza dell’episcopato, del clero e dei correligionari della sua nazione, andava stroncato al più presto. La strategia sembrò ottenere risultati talmente efficaci che, ancora per decenni dopo la fine del conflitto mondiale, la Chiesa cattolica (austriaca, ma non solo) si adopererò per evitare che la vicenda del suo eroico figliolo venisse conosciuta. Prevalse il timore (fondato!) che “i reduci di guerra avrebbero domandato perché mai la Chiesa non avesse detto loro in tempo che i veri eroi sono coloro che non combattono” (p. 167). Si sarebbe dovuto fare apertamente autocritica, chiedere perdono per un atteggiamento talmente cauto da rivelarsi pavido; ma, “chiaramente, non si voleva perdere la faccia in questo modo” (ivi). Fu necessario, dopo un travagliato iter, attendere la messa per il 40° anniversario dell’assassinio di Jägerstätter (1983) perché il nuovo vescovo della sua diocesi di appartenenza (Linz) lo presentasse  come “un autentico esempio di vita cristiana e questa volta senza più tentennamenti né riserve” (p. 171). Solo nel 2007 la Congregazione vaticana delle cause dei santi riconoscerà il martirio di Franz, “aprendo così la strada alla beatificazione” (p. 172), celebrata nello stesso anno. La sua testimonianza, nella misura in cui non viene relegata a vicenda eccezionale di un credente illuminato da ammirare più che da imitare (come sostenne il vescovo Fließer, p. 162), “ pone in crisi” – come scrive, nella sua incisiva Postfazione,  Sergio Tanzarella – “qualsiasi giustificazione dell’area grigia della società che, allora come ora, non partecipa al male ma lo permette restando semplicemente anonima spettatrice” (p. 193).

Tra le numerose sollecitazioni che questa storia affascinante suscita in noi credenti del XXI secolo vorrei sottolinearne una. Franz Jägerstätter è stato sostenuto da una fede forte, essenziale, ma tutta interna a un orizzonte cattolico tradizionale (oggi diremmo ‘religionale’ e ‘teistico’): nei momenti di sconforto, egli si aggrappa alla certezza di un giudizio immediato di Dio subito dopo la morte; all’idea di incontrare Gesù risuscitato e la sua Madre; alla interpretazione letterale dei moniti evangelici di preferire la volontà di Dio ai legami familiari più cari in questo mondo…Che faremmo oggi, al suo posto, noi credenti che, per amore della verità (per quanto sinora accessibile), abbiamo dovuto rinunziare al conforto di una “religione” che prescrive, sin nei minimi dettagli, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in questa vita e che anticipa, “infallibilmente”, cosa ci attende dopo il nostro decesso biologico? Troveremo, anche in uno scenario ‘de-mitizzato’, le ragioni e la forza esistenziale per opporci all’Ingiustizia? Sarà una sfida impegnativa. Potremo rimpiangere le fasi della nostra vita in cui – come per il contadino austriaco – nessuna sofferenza veniva considerata vana dal momento che Dio stesso la conservava nella sua infinita memoria a nostro credito; ma ci potrà consolare della perdita dell’antropomorfizzazione del Divino l’idea che, forse, proprio questa perdita ci avvicina al Gesù della storia: lo stesso che ha sudato sangue nell’orto e ha urlato sulla croce l’angoscia dell’abbandono. Il rinnovato senso del Mistero ci priva di preziosi supporti psicologici e di ambigue illusioni trionfalistiche, costringendoci a seguire i dettami della coscienza ‘laicamente’, senza né promesse di paradisi né minacce di inferni. Una coerenza di questo genere sarà meno protetta dalle garanzie della “religione”, ma animata da una “fede” più autentica perché più ardua.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

“Viottoli”, 2023 /2