mercoledì 16 gennaio 2019

FEDELTA' AL PARTITO PER CUI SI E' VOTATO: SINO A QUANDO?


5.1.2019

SE VOTO PER UN PARTITO, SINO A QUANDO NE DEVO SOSTENERE
LE  DECISIONI?

Ad alcune decisioni del governo Lega-Cinque Stelle bisogna riconoscere il merito di sollevare delle questioni di principio, di ordine filosofico, che si erano eclissate dal dibattito politico quotidiano.
Sulla prima di tali questioni si stanno confrontando esperti di livello notevole e su di essa mi sentirei di sottolineare solo un aspetto: che si tratta di una problematica tragica, impossibile da ridurre alla banale contrapposizione fra uno schieramento e l’opposto. Mi riferisco alla dialettica fra legalità (formale, giuridica) e giustizia (reale, etica). E’ la tensione - antica come la sofferenza della giovane Antigone combattuta fra il divieto di Creonte di seppellire il cadavere del fratello e il sentimento che le impone di dargli sepoltura -  fra l’obbedienza alle leggi dello Stato e l’obbedienza alla legge morale inscritta nella natura umana. Qualsiasi scelta, in un senso o nell’altro, è drammatica, rischiosa, lacerante: come facciano tanti miei concittadini a sposarne una delle due con convinzione quasi fanatica, questo mi sfugge.  Risolvere il dilemma facendo il tifo per Salvini che fa approvare il decreto “Sicurezza” o per i sindaci che dichiarano di sospenderne l’applicazione nel proprio comune, significa davvero tradurre una tragedia in farsa. (Personalmente sono per i sindaci, ma non penso che quanti siano di opposto parere per motivi di metodo, e non di merito, dimostrino per ciò stesso disumanità). 
Una seconda questione, molto meno dibattuta in queste ore, riguarda il senso del voto per un partito. Per alcuni la questione non si pone neppure: si vota una sigla, ci si vota a una causa e a un leader che riesce a incarnarla…e si parte dritti come una locomotiva. Più sei fedele alla tua bandiera, più sei considerato coerente. 
Per altri – per fortuna sempre più numerosi – la preferenza nell’urna elettorale è frutto di una riflessione travagliata e arriva come una sorta di compromesso fra l’ideale e il fattuale. Nell’era del grigio, si sceglie un simbolo più per esclusione del peggio che per entusiasmo rispetto al meglio. E’ come una scommessa: auspichi che quel partito realizzi, almeno in parte, il suo programma e mantenga, almeno in parte, le sue promesse. E ne segui con attenzione le mosse, sempre pronto a far sentire la tua voce. Se è una voce  di consenso incoraggiante, amici e avversari ti approvano: hai dato prova di coerenza. Se è una voce di dissenso, anche  vigoroso, difficilmente ti sarà perdonato. Vieni bollato di scarsa preveggenza intellettuale, di instabilità emotiva, di incoerenza. Devi o tacere (come se avessi delegato in maniera totale e irreversibile ai parlamentari del tuo partito il diritto di decidere) o rinnegare il voto espresso a suo tempo, chiedere perdono su tutti i social media, meglio se riconoscendo allo schieramento avversario tutti i meriti che ha (e soprattutto quelli che non ha, ma pretende di avere).  Anzi, devi perfino chiedere perdono per lo sfascio che, dopo la sconfitta elettorale, stanno subendo i partiti per cui non hai votato, dimostrando così che – dopo essere stati deludenti al governo – sono incapaci di un’opposizione organizzata, efficace, dignitosa. L’ignoranza della storia, la cecità del gregarismo, la comodità del fanatismo ti vietano ogni atteggiamento adulto, da cittadino che presta alla propria ‘parte’ una fiducia condizionata, sempre pronto a revocarla – e a restituirla – secondo le opzioni strategiche operate dal proprio partito di riferimento. Certo, il meccanismo della democrazia rappresentativa, indiretta, non prevede un cambio di appartenenza ogni settimana: i rappresentanti non sono dei semplici delegati, come nella logica della democrazia assembleare, diretta. C’è una disciplina di partito da rispettare sia da chi siede sui banchi del Parlamento sia da chi milita nella società civile. Ma là dove sono in gioco scelte di fondo e opzioni di principio, la coscienza di ognuno – se ben coltivata con lo studio, la riflessione, il dialogo costruttivo – deve essere obbedita senza “se” e senza “ma”.  

 Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

lunedì 14 gennaio 2019

AMARE, O A...MARE, IL PROSSIMO?

11.1.2019

A…mare   il prossimo tuo (dove non vorresti te stesso)

   Recenti provvedimenti del governo verde-giallo nazionale, soprattutto in tema di gestione dei flussi migratori,  hanno riaperto la questione del rapporto fra fede cristiana e scelte politiche. La sovrabbondanza di mezzi espressivi, soprattutto via internet, ha favorito la proliferazione di risposte secche, sloganistiche: come è noto, le peggiori a domande complesse. 
   Può un politico – col consenso di parte consistente del proprio elettorato – dirsi credente nel vangelo e decidere che “a casa propria” non entri più nessuno, neppure se assillato davvero dalla guerra, dalla fame o ‘soltanto’ dal desiderio (comune a moltissimi ragazzi italiani all’estero) di avere un lavoro dignitoso a condizioni economiche eque?
   Quanti rispondono affermativamente si inseriscono, con maggiore o minore consapevolezza storica, in una tradizione antica almeno quanto gli imperatori Costantino (IV secolo) e Carlo Magno (IX secolo) e protrattasi sino ai nostri giorni con la Democrazia cristiana e Berlusconi: la tradizione di chi abbraccia, anzi imbraccia, i simboli cattolici come bandiere identitarie da sventolare in faccia a chi è “straniero”, “pagano”, “diverso”… A protestare per prima, contro questa strumentalizzazione della croce,  dovrebbe essere la Chiesa cattolica: in nome della propria dignità e, soprattutto, di quel Gesù che, secondo san Paolo, avrebbe abbattuto le barriere sociali, etniche, sessuali a favore di una fraternità e di una sororità che fa avvertire la sofferenza dell’altro come la propria. Qualche vescovo lo fa, qualche prete pure; ma altri vescovi, altri preti e soprattutto altri fedeli preferiscono – contro la testimonianza dello stesso papa Francesco – cavalcare le mode razziste e xenofobe.
     Allora, l’unico atteggiamento valido sarebbe – all’opposto – contestare le leggi dello Stato in nome della propria opzione di fede evangelica?  Correre il rischio dell’integralismo pur di evitare la schizofrenia fra ciò che si proclama a messa la domenica e ciò che si vive nei sei giorni restanti della settimana? Personalmente ritengo che ci si debba muovere con ponderazione, con cautela. Se un provvedimento legislativo o amministrativo fosse contro un insegnamento valido esclusivamente per fede, nessun cittadino avrebbe il diritto di contestarlo con la disubbidienza civile. Diverso il caso in cui si tratti di leggi che colpiscono l’etica cristiana non in quanto cristiana ma in quanto etica umana. Certo, non è facile stabilirlo: ma quando, con ragionevole probabilità di interpretare correttamente, si arriva alla conclusione che un atto di governo mortifica la “regola aurea” del “non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” – regola che è anche biblica, ma non solo tale: la si ritrova in tutte le sapienze e le culture della Terra – allora il cristiano ha il diritto, e il dovere, di ribellarsi non in nome dell’etica cristiana ma in nome dell’etica universale. 
       Il “Decreto Sicurezza” approvato a maggioranza dal Parlamento e entrato in vigore in questi giorni, a cavallo fra il 2018 e il 2019, rientra fra le violazioni dei diritti civili stabiliti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dalla Costituzione italiana? Questo è il punto. Se sì, ogni resistenza è d’obbligo per il credente. Se no, per il credente sarà altrettanto legittimo approvarlo o dissentirne democraticamente. 
      La questione allora si sposta dal piano teologico al piano delle analisi filosofiche, delle opzioni etiche, delle considerazioni politiche, delle argomentazioni giuridiche. Non si può rispondere affrettatamente, lanciando  urla in un senso o in un altro, senza basarsi né su dati oggettivi né su riflessioni razionali. Personalmente sono convinto che nella politica della Lega in tema di gestione dell’immigrazione – politica assecondata, da alcuni parlamentari pentastellati, per obbligo di “contratto” e, da altri, per convinta adesione – si rifletta una visione dell’uomo, della società, della storia davvero miope.  Sono convinto che gli errori sulla stessa questione compiuti dai governi precedenti di centro-sinistra, e perpetrati tuttora da un’Europa senz’anima,  siano molti e gravi (soprattutto quando si è delegato alla Libia e alla Turchia il ruolo di vigilantes del Mediterraneo e a una pletora di affaristi il compito di accogliere e gestire chi arrivava a toccare le nostre sponde), ma che non giustifichino i più gravi ancora realizzati da questo governo. Statisti che fossero più che politicanti in perenne questua di consensi non giocherebbero sulle dimensioni “percepite” del fenomeno immigratorio, trascurando o celando le molto più modeste dimensioni “effettive”. Non direbbero “Aiutiamoli a casa loro” senza nel contempo rafforzare le forme di cooperazione internazionale con le popolazioni degli Stati africani, asiatici e sudamericani. E, nell’attesa che migliorino le condizioni in Paesi davvero devastati, adotterebbero e incrementerebbero quei “corridoi umanitari” che, grazie all’iniziativa di alcune chiese e di alcune organizzazioni di volontariato, stanno permettendo a centinaia di persone di raggiungere l’Europa in forme legali e sicure. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 11 gennaio 2019

ODISSEE SUI BUS SICILIANI (FORSE NON SOLO)

“Repubblica-Palermo”
9.1.2019

ODISSEA SUI BUS PUBBLICI

   Che  il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto di Palermo, Antonella De Mirio, abbia suggerito una serie di accorgimenti per difendere l’incolumità degli autisti Amat (tra cui la collocazioni di vetri anti-sfondamento) è una buona notizia. Anzi, ottima. Una delle più grandi città italiane, dunque di uno dei Paesi più ricchi al mondo, non può permettere che dei lavoratori pubblici siano costantemente in  balìa di chiunque sia aduso alle minacce e alla violenza fisica. E’ lecito sperare, però, che gli strumenti in dotazione degli autisti (soprattutto per collegarsi immediatamente con le Forze dell’ordine) vengano predisposti ed effettivamente utilizzati anche per difendere i passeggeri.
   So che sarebbe abbastanza demagogico (dal momento che non viviamo in Danimarca né in Svezia) aspettarsi che, almeno qualche volta, prefetti e sindaci, assessori e amministratori di aziende municipalizzate, viaggiassero, ovviamente in anonimato, su mezzi pubblici. Ma, almeno, sarebbe augurabile che si informassero – da chi questi mezzi li usa ogni giorno o per necessità o per virtù ecologica – sul livello inimmaginabile di degrado raggiunto.
   Il primo segnale sgradevole, che dà come la tonalità di base, è il numero impressionante di passeggeri che non timbra alcun biglietto, sicuri che i controllori non passeranno o, se passeranno, si limiteranno a far scendere chi non ne è munito (quando, come avviene sulla linea 731, non si tratta di alcune gentili signore delle borgate marinare che puntualmente si rifiutano di esibire biglietti, di pagare multe e di scendere dal bus: “Scriva, scriva. Da qui non ci alziamo. Tanto non abbiamo nulla da perdere!”). Qualche settimana fa, non appena timbrato i due biglietti per me e mia moglie, l’autista mi ha simpaticamente abbordato: “Sa che mi sta facendo sentire un ticchettio a cui mi ero del tutto disabituato? Mi scusi se glielo chiedo: ma siete professori?” (ovviamente procurandomi un sentimento di orgoglio professionale a cui, a mia volta, ero altrettanto disabituato).
   E’ notizia di questi giorni che l’Amat reintrodurrà, almeno su alcune linee, i vigilantes. Speriamo che sia per tutte le linee e a tutte le ore. Infatti che l’Azienda decida, autolesionisticamente, di rassegnarsi all’elusione tariffaria, è un suo problema (almeno nell’immediato: è ovvio che le conseguenze negative, anche in termini di taglio delle linee, si facciano registrare di anno in anno). Un problema immediatamente nostro, invece, nasce dalla presenza frequente – se non perenne – di soggetti estranei a ogni logica di legalità e, ancor meno, di civile convivenza. Ormai è raro conoscere qualche palermitano uso a viaggiare in autobus che non sia stato, almeno una volta,  vittima di borseggiatori. Quanto alle comitive di ragazzini – talora ragazzoni sui vent’anni – che si scambiano parolacce tra loro, cantano a squarciagola, ascoltano musica a tutto volume… tutto ciò è diventato tragica normalità. Qualche volta un adulto un po’ più coraggioso osa chiedere di abbassare i toni: il risultato migliore che ottiene è un aumento del tono di voce o del volume della radio. 
    Anche in presenza di turisti sbalorditi, l’autista fa finta di non accorgersi di nulla: le cronache, anche recenti, spiegano le ragioni del silenzio e in buona misura lo giustificano. Se gli basterà pressare un bottone per consentire a una centrale di polizia di ascoltare, e meglio ancora di vedere, ciò che accade impunemente in un luogo pubblico per eccellenza, forse Palermo – e le altre città siciliane in cui la situazione non è significativamente diversa – potranno fare un concreto passo avanti verso la civilizzazione. A un miglioramento della qualità del viaggio nei mezzi pubblici potrebbe far seguito un incremento di passeggeri (sperabilmente indotti a pagare da un sistema di controlli meno impalpabile dell’attuale) e a un incremento di passeggeri potrebbe, a sua volta, far seguito una diminuzione delle auto private in circolazione con i vantaggi facilmente intuibili per la salute dei cittadini e per la viabilità delle auto usate davvero per necessità. Ma forse è chiedere troppo alla Befana appena trasvolata su altri lidi. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
    

mercoledì 9 gennaio 2019

INSEGNARE RELIGIONI A SCUOLA: PERCHE' E COME

“Repubblica-Palermo”
4.1.2019

COME INSEGNARE LE RELIGIONI A SCUOLA

I dati sulla percentuale crescente di studenti che decidono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (IRC), passati in Sicilia dal 3 al 9 %, sembrerebbero riguardare – a prima vista – il mondo cattolico. Ma non è così. Essi segnalano una questione che interroga anche i “laici” in quanto molto più ampia, e più profonda, riguardante il futuro sociale e politico dell’umanità.
  Chiariamo preliminarmente due equivoci (per altro interdipendenti) legati allo statuto giuridico attuale dell’IRC. Primo: è l’unica disciplina scolastica facoltativa. Se altre discipline lo fossero, nessuna si salverebbe dalle richieste di esonero: non dico il greco o la matematica, ma neppure l’educazione fisica sarebbe più forte della tentazione di accorciare un monte ore davvero eccessivo di lezioni settimanali. E perché è facoltativa? Qui si affaccia il secondo equivoco: perché, anche se di fatto è tutto e nulla, di diritto sarebbe un corso di religione “cattolica”, dunque con programmi e docenti decisi non dallo Stato ma da una Chiesa confessionale.
   Se vogliamo evitare che le percentuali siciliane si adeguino ai livelli nazionali (20% di astensioni), e che i livelli nazionali crescano ulteriormente di molto, non c’è che una strada: trasformare l’insegnamento della religione cattolica in insegnamento di storia comparata delle religioni e, una volta realizzata questa trasformazione, rendere tale insegnamento obbligatorio esattamente allo stesso titolo delle altre discipline scolastiche. 
    Questa proposta non è avanzata (esclusivamente) da associazioni e movimenti polemici nei confronti dei privilegi concordatari della Chiesa cattolica in Italia, ma da molti docenti i IRC e da un Gruppo di saggi di varie nazionalità – per l’Italia Umberto Eco e Tullia Zevi - convocati già quindici anni fa dal presidente della Commissione europea dell’epoca, Romano Prodi. Nel loro Rapporto, intitolato Il dialogo tra i popoli e le culture nello spazio mediterraneo (reperibile anche in internet: http://europa.ei.int) si legge fra tanto altro: “Cosa deve insegnare la religione? Chi può porre a confronto in modo proficuo i diversi contenuti dottrinali delle religioni? E’ opportuno evitare confusioni e fare i dovuti distinguo tra insegnamento religioso, come viene inteso dai fedeli di una religione, consistente nel trasmettere i valori, i dogmi e la liturgia in vista dell’apprendimento della pratica del culto (quali il catechismo cattolico), e l’insegnamento comparativo delle religioni mirante alla conoscenza del fatto religioso e della sua storia. E’ unicamente quest’ultimo che costituisce una delle basi dell’apprendimento del dialogo tra le culture attraverso l’insegnamento. Il primo, sebbene degno di grande rispetto,, esula dall’obiettivo. Di conseguenza, è opportuno affidare l’insegnamento delle religioni a professionisti dell’insegnamento in grado, al di là delle proprie scelte di coscienza, di operare un’analisi comparata delle religioni con l’obiettività dello specialista e non con la passione dell’adepto. Si tratta di una scelta indispensabile dalla quale dipende il successo del dialogo attraverso l’insegnamento” (pp. 39 – 40 della versione in italiano).
     Queste, come tante altre preziose indicazioni di questo Rapporto, continuano a essere disattese. Perché meravigliarsi, dunque, che con l’ignoranza reciproca crescano le diffidenze, le incomprensioni, i conflitti identitari fra cittadini europei e immigrati di tradizione ebraica, islamica, induista o sikh ? La conoscenza delle visioni-del-mondo altrui (oltre che della propria, celata sotto il velo della presunzione) poteva ancora considerarsi opzionale trenta o quaranta anni fa. Non adesso. La globalizzazione del denaro e delle merci, se si incrementa in un contesto di isolazionismi tribali, non può che produrre e riprodurre barbarie. 

Augusto Cavadi

sabato 5 gennaio 2019

I VANGELI DELL'INFANZIA TRA STORIA E LEGGENDA

La poesia del natale affascina, sentimentalmente, cristiani e non cristiani. Ma, chi studia scientificamente i vangeli, scopre che di storico c’è poco o niente. Che fare dunque? La maggior parte della gente se ne frega del dilemma. Se qualcuno ci vuole meditare, e discutere serenamente, può partecipare all’incontro che terrò, per conto del “Centro di ricerca esperienziale di teologia laica”, presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo (via N. Garzilli 43/a) martedì 8 gennaio 2019 alle ore 18,30 (ingresso gratuito, gradite piccole  offerte libere per la gestione della Casa).Mi baserò principalmente sul volume – recentissimamente ristampato - di p. Ortensio da Spinetoli, Introduzione ai vangeli dell’infanzia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2018, pp. 149, euro 15,00 (di cui riporto, qui di seguito, la mia prefazione): 

QUESTO LIBRO: COME E’ NATO E PERCHE’ E’ RINATO
     La mia generazione è stata sottoposta, negli anni della formazione, a una sorta di ricatto morale da parte di preti e catechisti: “Volete essere cristiani? Allora dovete credere che tutto ciò che è scritto nella Bibbia, specialmente nei quattro Vangeli, è storicamente vero parola per parola; se avete dubbi su questo o quell’altro passaggio, non potete considerarvi credenti”. Così venivano prospettate le cose per chi si preparava alla Prima comunione o alla Cresima su per giù al tempo del Concilio Vaticano II (1963 – 1965). 
    Da allora molte parrocchie, organizzazioni cattoliche e movimenti religiosi hanno fatto importanti passi in avanti: spesso (non sempre!) si insegna ai giovani che seguono le lezioni di catechismo che nei Vangeli, come in generale nella Bibbia, ci sono testi che appartengono ai generi letterari più diversi (il racconto storico, la predicazione omiletica, la preghiera liturgica, l’esortazione morale…) e che  ciascuno di essi contiene qualcosa di essenziale (il messaggio teologico) e qualcosa di accidentale (la “forma” in cui viene presentato). Credente è chi accoglie il messaggio teologico e soprattutto s’impegna a viverlo concretamente nel quotidiano, non chi accetta letteralmente ogni possibile veicolo su cui tale messaggio viene trasportato.
    Per far comprendere la necessità di distinguere i contenuti (validi, preziosi) dai contenitori (secondari, contingenti) molti studiosi hanno lavorato molto  e persino sofferto molto: specie la Chiesa cattolica ha contrastato duramente, sin dal primo apparire, molte novità nei metodi d’interpretazione e ha condannato chi le ipotizzava all’emarginazione dalle cattedre universitarie e talora dall’esercizio del ministero presbiteriale. Ma la verità – in qualsiasi ambito e a qualsiasi livello si profili – finisce, prima o poi, col prevalere. Anche nel campo delle scienze (in questo caso delle scienze bibliche) si hanno continue trasformazioni: ma se non si può accettare come definitivamente vera una teoria (dopo un anno o un decennio qualche nuovo studioso può metterla seriamente in discussione), si possono cassare come definitivamente false altre teorie (che nessuno potrà mai seriamente riesumare). Dopo Tolomeo c’è Copernico, dopo Copernico Newton e Galilei, dopo Newton e Galilei c’è Einstein e così via senza un punto di arrivo definitivo: ma è ipotizzabile che qualcuno, tra un secolo o tra mille anni, possa scoprire che la Terra è il centro dell’universo, che è immobile e che sia il sole a girare intorno ad essa ?
    Tra gli studiosi che hanno dedicato la vita alla esegesi (o spiegazione) delle Scritture c’è stato Ortensio da Spinetoli (1925-2015) al quale, per le sue tesi innovative, è stato tolto ogni incarico di insegnamento e persino vietato di vivere nei conventi dell’ordine dei Frati Cappuccini cui apparteneva. Quanti abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo andavamo a trovarlo nella modestissima casetta del guardiano del cimitero di Recanati, la cui famiglia l’aveva generosamente accolto al momento dell’esilio e accudito sino alla fine. 
    Se si esclude un recente libro postumo di Ortensio[1], alcuni testi sono in via di esaurimento presso le varie case editrici e altri ormai del tutto  introvabili (sia nelle librerie che in molte biblioteche). Tra questi un piccolo gioiello intitolato Introduzione ai vangeli dell’infanzia che è stato edito una prima volta dalla Queriniana di Brescia nel 1967 e, in versione “rivista e ampliata”, una seconda volta dalla Cittadella di Assisi nel 1976. Dalla seconda edizione sono trascorsi quarant’anni e più, ma – come accade ai libri scritti con convinzione e competenza – non sembrerebbe che la mole di studi pubblicati successivamente lo abbiano reso uno strumento superfluo. Lo specialista di scienze bibliche, ma soprattutto l’uomo di media istruzione che voglia capire (indipendentemente dalla sua personale posizione di fede religiosa) con quali accorgimenti scientifici accostarsi alle prime pagine di Matteo (1-2) e di Luca (1-2), troveranno delle indicazioni orientative semplici ma basilari: già illuminanti in se stesse, possono inoltre preparare a leggere ricerche più recenti e più approfondite sulla medesima tematica.
   Tre notazioni ancora,  prima di lasciare la parola a Ortensio da Spinetoli.
   La prima di carattere tecnico: l’edizione del 1976 (che ripubblichiamo per gentile concessione di Cittadella Editrice) conteneva una bibliografia sterminata. Riprodurla oggi per intero sarebbe stato un “inutile fardello”: troppo pesante per chi si accosti ai testi evangelici da lettore curioso, ma digiuno di studi nel settore; troppo datata per chi, ben introdotto nelle discipline bibliche, lamenterebbe giustamente la mancanza di quella messe di titoli, altrettanto sterminata, che è fiorita negli ultimi quattro decenni. Ci siamo rassegnati, dunque, a operare dei tagli (si spera non troppo arbitrari).
   La seconda notazione riguarda l’accettabilità delle tesi di Ortensio in base ai criteri dell’ortodossia ecclesiale. Questo libro del 1976 si chiude con un capitolo di “precisazione metodologica” in cui l’autore invitava l’esegeta, il teologo sistematico (o, come si diceva allora, “dogmatico”) e il membro della gerarchia ecclesiastica (papa o vescovo) ad accostarsi alla Bibbia con lucido senso dei limiti delle proprie competenze, non rispettando i quali  “si cade nel razionalismo (a cui arriva l’esegeta che non si attiene alle segnalazioni dei teologi o ai richiami precisi dei maestri autorizzati), nell’arbitrarietà (quando il teologo interpreta qualsiasi libro biblico con il metodo e i mezzi suggeriti unicamente dalla sua disciplina), nell’abuso di potere (se da un’indiscussa competenza giurisdizionale si deducesse un’identica autorità in campo storico-filologico)”. Parole sante, si direbbe, che non hanno perduto certo di attualità. E che dovrebbero meditare soprattutto gli odierni paladini della restaurazione ecclesiale in scomposta agitazione contro quanti, come papa Francesco, praticano il rispetto delle competenze e dei carismi. 
Nel 2014, un anno prima di spirare, il mite e coraggioso Ortensio scriveva: “Le mie indicazioni possono apparire troppo innovative, ma rispetto al progresso che ha fatto, sta facendo in questi ultimi anni e farà presto la scienza biblico-teologica, i competenti e gli informati non possono che definirle <<conservatrici>>”[2]. La sua considerazione è perfettamente  valida anche per questo saggio sui vangeli dell’infanzia: un saggio che poteva apparire scandaloso negli anni Settanta del secolo scorso, ma che oggi risuona sin troppo timido se raffrontato a studi successivi come La nascita di Gesù tra miti e ipotesi del vescovo episcopaliano Spong [3].
  La terza - e ultima -  notazione è di carattere, per così dire, epistemologico. Pur sfrondato da molti riferimenti bibliografici, questo volume di Ortensio resta uno strumento “scientifico”. L’aggettivo suscita spesso diffidenza, se non ostilità: la Bibbia non va letta col “cuore” più che col cervello, con l’intuizione più che con la ragione analitica? Vero. Anzi, verissimo. Le scienze bibliche hanno, fra i tanti meriti, anche questo: ci dimostrano, in maniera difficilmente contestabile, in che senso il nostro accostamento alle Scritture debba essere caratterizzato da “ingenuità”. Non l’ingenuità dell’ignorante che confonde i “generi letterari”, che non distingue una fiaba da una testimonianza giudiziaria, che neppure sospetta la differenza culturale fra la sua epoca e i millenni lontani in cui sono state redatte le pagine che ha davanti in traduzione nella propria lingua. No: si tratta piuttosto della “ingenuità” laboriosamente conquistata da chi ha imparato a mettersi davanti a una pagina di poesia, ricca di simboli e di metafore, con atteggiamento ben diverso da quando esamina un documento storico o un trattato di filosofia teoretica. Ortensio da Spinetoli è tra quegli autori meritevoli che ci restituiscono la possibilità di respirare il fascino dei racconti sull’infanzia e l’adolescenza di Gesù di Nazareth, di lasciarci cullare dalla loro antica nenia popolare, senza per questo bloccarci a livelli di comprensione magica o miracolistica. Potremo serenamente raccoglierci in commossa meditazione davanti ai presepi natalizi pur sapendo di non essere davanti alla ricostruzione plastica di eventi accaduti esattamente come sono stati narrati dalle fonti canoniche ed extra-canoniche dell’ampia, variegata, tradizione cristiana.  La poesia autentica è una verità più profonda, non un suo surrogato. In un certo senso, dopo aver letto questo libretto, potremo far nostra una considerazione di Pablo Picasso: ho dovuto lavorare sodo e impegnarmi a lungo per riuscire a dipingere come un bambino.
                                     Augusto Cavadi
                                                                                                           www.augustocavadi.com
    



[1]L’inutile fardello, Chiarelettere, Milano 2017.
[2]Ivi, p. 65.
[3]J. S. Spong, La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, Introduzione e cura di don Ferdinando Sudati, Massari, Bolsena (Vt) 2017.

PS: Mi hanno informato che p. Ortensio non è stato mai espulso formalmente dall'Ordine dei Cappuccini, ma messo di fatto nelle condizioni di dover chiedere ospitalità fuori dai conventi del suo Ordine.