lunedì 22 luglio 2019

NINO CANGEMI SU FILOSOFIA E MEDITERRANEO



20.7.2019

Il Mediterraneo è culla di civiltà e di pensiero. Da questo assunto, corroborato da diverse argomentazioni, traggono alimento le riflessioni di “Pensare sul mare tra – le – terre”, sottotitolo “Filosofia e Mediterraneo”, l’ultimo libro di Augusto Cavadi edito da Il pozzo di Giacobbe nella collana “Sponde” della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sezione san Luigi.
La filosofia– osserva Cavadi – è nata sulle sponde del Mediterraneo “in una zona delimitata (Grecia, Asia minore e Italia Meridionale) e in un segmento storico definito (VI secolo prima di Cristo)” e si è sviluppata, nel corso dei secoli, soprattutto attorno a esso.
Vero è che negli ultimi cinque secoli il pensiero filosofico ha avuto altri epicentri, ma il Mediterraneo – dimostra Cavadi – ha continuato a essere centro di elaborazione filosofica non privo di rilievo. Al riguardo Cavadi richiama tanti filosofi “mediterranei” di acclarato spessore che nel dibattito filosofico hanno assunto posizioni non marginali, ma anche letterati (come Leopardi e Pirandello) che, secondo una concezione restrittiva della “scienza delle scienze”, non rientrerebbero nel novero dei filosofi e che invece, a detta dell’autore, ben si inseriscono tra i maestri del pensiero occidentale.
Quel che a Cavadi importa mettere in risalto in questo piccolo volume (69 pagine, 10 euro) non è tanto il primato della civiltà mediterranea su altre, ma come il pensare – libero e alieno da ogni fondamentalismo – sia in qualche modo legato al mare.
Il mare è profondità, mistero, senso dell’infinito, ma anche punto di incontro, di scambio, di interlocuzione tra civiltà diverse, e in quanto tale stimola la speculazione filosofica: non quella fine a se stessa, fatta di dogmi e di astrazioni, ma quella che si fonda sul dialogo. Da qui le stimolanti riflessioni sul ruolo della filosofia.
Cavadi, da anni consulente filosofico ed esponente della “Filosofia in Pratica”, nel contrastare ogni manifestazione astratta e autoreferenziale dei filosofi di professione, professa una forma di sapienza del pensiero che esce dai recinti tradizionali.
La filosofia non ha il fine di costruire una realtà teorica priva di agganci con la realtà, né è una disciplina riservata solo ai filosofi. Al contrario, la filosofia deve confrontarsi e misurarsi con i problemi della quotidianità, cercare e promuovere il confronto con tutti, anche con la gente comune (non stupisca perciò come le attività di consulenza filosofica si svolgano persino nei luoghi di reclusione).
La nuova frontiera della filosofia, quella della “Filosofia in Pratica” – che peraltro ha radici lontane, si pensi soprattutto a Socrate –, pone di nuovo in primo piano il Mediterraneo. Gran parte dei filosofi in pratica provengono da aree geografiche vicine al Mediterraneo.
Qual è l’impegno che la “Filosofia in Pratica” assume oggi, primo tra tutti? Far tornare il Mediterraneo, oggi centro di conflitti epocali e di spargimenti di sangue, luogo di mediazione tra culture differenti, campo base, alla stregua del passato, di civiltà fecondatrici del pensiero libero.
Sì, perché, come scrive Franco Cassano (e la frase è riportata nella quarta di copertina), “Il Mediterraneo sottolinea il valore della pluralità: nessuna forma di vita è più vicina delle altre alla perfezione. Nessuna tradizione può imporsi alle altre. Il primo comandamento mediterraneo è: tradurre le tradizioni, far sì che gli uomini diventino amici nonostante le differenze, ma anche grazie ad esse”.




domenica 21 luglio 2019

AGNES HELLER. IN MEMORIA DI UNA DONNA FORTE



Come molti della mia generazione, ho letto alcuni testi della Heller e li ho più volte richiamati nei miei scritti. Spero che se ne sia andata serenamente e, soprattutto, che il suo insegnamento non venga dimenticato almeno sino a quando risulterà necessario.

Da una e-mail del mio amico Germano Federici:
"Leggo sul sito di la Repubblica che è morta Agnes Heller.
Io non l'ho mai studiata in modo approfondito, ma ho avuto modo di incrociare una piccola parte del suo pensiero quarant'anni fa, quando con amici atei e un solo prete affrontammo il tema delle disuguaglianze nella società contemporanea.
Ricordo che l'analisi della Heller concludeva per una distinzione tra bisogni radicali, assolutamente da soddisfare se non si voleva la morte di un uomo (ho bisogno di pane per non morire di fame) e quelli secondari (voglio un'auto, anzi, un SUV, anzi, una Ferrari, anzi....), che la filosofa qualificava come quantitativi (per distinguerli dai primi), impossibili da soddisfare in linea di principio, perché senza limiti. Ricordo che allora noi, credenti e atei, concordammo che i bisogni primari erano quelli ben indicati in Mt 25, 31-46 e sul fatto che uno stato moderno avrebbe dovuto anteporre la difesa dei bisogni primari a quella di qualsiasi altro. Sostenevamo, ad esempio, che sarebbe stato lecito consentire a chiunque di avere una seconda casa, solo quando tutti, ma proprio tutti, a livello globale, avessero avuto la prima. Quando se ne parlava con esterni al gruppo, anche di sinistra, ci guardavano con lo stupore in viso di chi osserva un imbecille. Morirò tale, pur nelle contraddizioni personali".

***

Da un'intervista a Andrea Tarquini su "Repubblica":
Sopravvissuta ad Auschwitz, perseguitata sotto il comunismo, poi estromessa dall'università e diffamata dal regime sovranista di Viktor Orbán, Agnes Heller è stata per generazioni, nel secolo scorso e in questo secolo, la massima grande damee il cervello di punta del pensiero critico e della sfida lucida e senza paura a ogni totalitarismo e ad ogni autocrate. Da poco aveva compiuto 90 anni, era sana e lucida, vivacissima e pronta a nuovi eventi pubblici, anche in Italia. È andata a fare una nuotata nel lago Balaton ma non è tornata, gli amici l'hanno attesa invano a riva poi la polizia ha trovato il suo corpo. Forse arresto cardiaco, l'annegamento è probabile.
          
"Io ormai non ho piú paura per me, se non sono riusciti a eliminarmi nella fabbrica della morte nazista né a farmi tacere sotto l'impero sovietico, non ci riusciranno neanche i sovranisti. Ma ho paura per il mondo, per adulti e giovani di oggi e di domani", mi disse nel nostro ultimo colloquio nella sua semplice abitazione in riva al Danubio, chiaccherando vivacissima e offrendomi gentile un whisky. "Ho paura per le nuove generazioni, perché i sovranisti, come Orbán da noi, Kaczynski in Polonia, o i loro alleati in Italia e Francia, sono adesso alleati insieme per conquistare l'Europa ed estirparne i valori democratici e l'abitudine a decenni di pace. Ma il loro successo si basa su nazionalismi feroci e aggressivi, che domani potrebbero facilmente divenire contrapposti. E allora un rischio di guerre in Europa, per la prima volta dalla fine delle guerre balcaniche iniziate da Milosevic, potrebbe divenire concreto, reale, minaccioso".


Dal blog www.augustocavadi.com

sabato 20 luglio 2019

L. GALLINO SUL TRAMONTO DELLE SINISTRE IN OCCIDENTE

Per gli italiani (di destra, di centro e di sinistra) che amano le urla in piazza e gli insulti sul web, questo post è superfluo. Chi invece intende informarsi, riflettere e capire può elevare la prospettiva sino a un'altezza da cui Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini appaiono nelle loro effettive dimensioni microscopiche. Devo la segnalazione di questo articolo di quattro anni fa all'instancabile mio amico Elio Rindone.
La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo
 di
Luciano Gallino, da "Repubblica", 27 luglio 2015

Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”. 

Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa. 

Radicato per lo più nell’accademia, questo intellettuale collettivo non redasse ambiziosi manifesti programmatici (gli “intenti” formulati nel ’47 al momento della fondazione sono una paginetta piuttosto banale, che si può leggere anche oggi identica sul sito della Mps), o grandi progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri, non pochi di notevole livello, che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della Mps erano e sono l’essenza del neoliberalismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell’uno e dell’altro.

Grazie a questo immenso e capillare lavoro, verso il 1980 le dottrine economiche e politiche neoliberali avevano occupato tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi. Non è stata ovviamente soltanto la Mps a spendersi a tal fine, ma il suo ruolo è stato soverchiante. Non esagerava uno storico del pensiero neo-liberale (Dieter Plehwe) quando definì la Mps, anni fa, «uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca».

Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan (1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.


Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.

Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico- politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero — specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky. Sopravvivono qui e là in qualche dipartimento universitario, ma nella politica economica della UE contano zero. A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps, il sistema finanziario domina la politica non meno dell’economia — come ha dimostrato per l’ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l’università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l’Italia, in modo da funzionare come aziende. Wilhelm von Humboldt si starà rivoltando nella tomba.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.

Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE. 

Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.

(27 luglio 2015)

Luciano Gallino
Ripubblicato su www.augustocavadi.com

venerdì 19 luglio 2019

SUL VOLONTARIATO OGGI: REPORT DI UN WEEK-END

Che senso ha il volontariato oggi? Quali requisiti sarebbero opportuni in un operatore volontario per evitare che la sua azione faccia più male che bene? Su queste tematiche la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani), in collaborazione con le associazioni palermitane “Il parco del sole” e “Scuola di formazione etico-politica <<G. Falcone>>, ha organizzato un WEEK-END FORMATIVO TEORICO E PRATICO nei giorni del 13-14 luglio 2019.
Come accade per le nostre esperienze più intense, vorremmo tenerle per noi – “custodirle nel cuore” – nella certezza che nessuna narrazione può restituire l’atmosfera, il clima psicologico e affettivo, che si sono quasi magicamente creati. Ma Massimo Messina mi chiede di lasciare una traccia scritta dell’evento e ai presidenti non si può dire di no senza gravi motivazioni oggettive (specie nel giorno del loro compleanno !) . Dunque, provo a delineare qualche pennellata.
Mario Mulé  e Giovanna Bongiorno, nell’accogliere gli ospiti, hanno ricordato di aver costruito questa Fattoria sociale (che mettono gratuitamente a disposizione delle persone interessate) per promuovere tre “beni comuni” che lo spirito del capitalismo più bieco minaccia di rovinare irreversibilmente: la terra, la vita in tutte le sue manifestazioni, l’umanità nella sua uguaglianza di base e nelle sue differenze storiche.  Il primo incontro l’ho introdotto io stesso evidenziando le tre dimensioni del volontario: motivazioni etiche, preparazione professionale, consapevolezza politica. A proposito della dimensione etica (o motivazionale) si è sottolineata la differenza fra  “fare” volontariato (per qualche ora la settimana in un tratto circoscritto dell’esistenza) “essere” volontari ( assumendo un atteggiamento responsabile e solidale nei confronti della società che ci contraddistingua permanentemente). A proposito della dimensione culturale (o della professionalità) si è evidenziata la necessità di acquisire un alfabeto minimo trasversale (almeno in psicologia, pedagogia e sociologia) che consenta agli operatori di capirsi reciprocamente. A proposito, infine, della dimensione politica (o della progettualità a lungo termine) si è sottolineatala necessità di chiedersi per quale tipo di “polis” (= città) si stia lavorando e come si possa interloquire criticamente con le istituzioni. 
        Dopo una breve pausa per il caffè è stata la volta del duo (affiatatissimo) Lilla Graci e Adriana Saieva che, alternando giochi e testimonianze, hanno suggerito di curare il “linguaggio-io” quando ci si rapporta a ragazzini difficili (ad esempio: evitando di dire “tu sei un monello che deve smettere di fare lo sgambetto ai compagni quando ti passano vicino” e, invece, dicendo: “quando tu fai lo sgambetto a un compagno, lui rischia di farsi male ed io sono molto preoccupata che ciò accada”). Lilla ci ha fatto giocare in vari modi per insegnarci come poter intrattenere i ragazzini nei momenti in cui non sono impegnati nello studio pomeridiano.
La cena condivisa (con ciò che ognuno ha voluto mettere sulla tavola a disposizione di tutti) è stata gradevolissima e si è conclusa con un passeggiata e un gelato nella bella e animata (anche di notte) Castellammare del Golfo. 
Dopo la colazione del mattino (offerta dalla Fattoria sociale, come d’altronde il pranzo successivo) ci siamo regalati mezz’ora di silenzio per una meditazione comunitaria sul tema Cosa posso fare io, qui e ora ? , completata dalle considerazioni che ognuno ha voluto offrire come risonanza personale al gruppo. Massimo Messina ha infine coordinato (prima del pranzo finaleuno scambio di idee su cosa proporre ai pre-adolescenti che frequentano il S. Giovanni Decollato nel prossimo anno sociale. E’ opinione condivisa, infatti, che il doposcuola non possa esaurire la strategia educativa di cui hanno immenso bisogno dei ragazzini che vanno sensibilizzati anche a quei valori estetici, etici, sociali, culturali che  l’ambiente in cui vivono (scuola compresa)  non riesce a coltivare in misura adeguata.
Prima di lasciare la Fattoria sociale i partecipanti sono stati invitati, come di solito, a versare anonimamente in una scatola un piccolo contributo (anche solo simbolico di 1 euro) per finanziare qualche attività sociale: in questo caso la somma raccolta  (142,00 euro) era destinata all’associazione “Il parco del sole” che si occupa dei minori a Ballarò. Per riprendere e approfondire alcune tematiche toccate sono stati consigliati due testi: C. SCORDATO, Uscire dal fatalismo. Un’esperienza di pastorale del “risanamento”, Paoline, Milano 1991  e A. CAVADI, Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003.
Come suggerito da qualche volontaria presente, si tratta adesso di non scoraggiarsi nel constatare la distanza fra questo modello di volontariato e ciò che accade nella quotidianità delle nostre associazioni; bensì di impegnarsi, pazientemente e gradualmente, affinché la distanza fra il modello ideale (utopico) e la pratica effettiva si accorci sempre più. Infatti, continuare a lavorare con generosità ma senza criteri meditati e condivisi non avrebbe senso: significherebbe sprecare tempo e energie preziose, riducendo al minimo i vantaggi dei ragazzini e talvolta addirittura danneggiandoli.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 17 luglio 2019

A PALERMO RIPARTONO GLI ITINERARI DELLA LEGALITA'

Il 10 Luglio 2019, presso il palazzo Comitini di Palermo, è stata presentata la Quarta edizione degli “Itinerari di legalità. Percorsi di riflessione e consapevolezza sulle condotte antisociali”,  organizzata dall’ Ufficio Interdistrettuale  di Esecuzione Penale Esterna in collaborazione con l’ Associazione “Idea e Azione”. La Dirigente dell’Ufficio, Marina Altavilla, ha chiesto di ospitare il suo intervento su questo blog per far conoscere l’iniziativa a un pubblico un po’ più ampio. Acconsento volentieri ringraziandola anche della citazione (inaspettata). 
***
“In questi tre anni evidenzio la positività dell’esperienza che ha reso possibile all’ Ufficio di esecuzione penale esterna del Ministero della Giustizia di sperimentare una nuova modalità di interazione con i soggetti in carico, sottoposti a provvedimento dell’ Autorità Giudiziaria,  sviluppando azioni che costruiscono percorsi di riflessione comune dove lo scambio e il confronto diventano strumenti di cambiamento e di crescita. 
Quest’anno l’azione progettata è finalizzata ad accentuare gli aspetti positivi delle pregresse esperienze aggiungendo ulteriori elementi di novità quali piéce teatrali,riflessioni guidatevisite guidate,laboratoricortometraggi. E’ intento dell’ Ufficio evitare  di realizzare soltanto momenti poco sentiti, retorici,   come ha ben evidenziato il noto filosofo palermitano Augusto Cavadi, a proposito delle continue proposte di educazione alla legalità rivolte ad allievi delle scuole elementari e medie o superiori, rilevando l’insofferenza degli alunni a ogni proposta del genere. Come egli sostiene, “i princìpi valoriali e comportamentali in una comunità devono essere ‘scoperti’ (o ‘concordati’ ) in un assetto di riconoscimento reciproco della dignità di esseri umani pensanti”. E quindi la metodologia da realizzare  è quella della  “reciprocità comunicativa”. Oggi il percorso progettuale si apre su un tema - “la Pace” - che  a livello generale può sembrare un molto ampio, difficile da affrontare. La  scelta odierna  è di usare poco le parole e di fare parlare le immagini:  in questo senso ci aiuterà la visione della mostra di Charley Fazio “La bellezza ritrovata” presso il palazzo Sant’Elia, proprio  qui di fronte. 
    Chiuderei come spunto di riflessione una frase del monaco zen vietnamita Tich nath Hann, che ha vissuto la guerra nel Vietnam, dal libro intitolato La Pace è ogni passo. In esso egli chiarisce che la pace non è qualcosa di esterno che bisogna inseguire o conquistare: vivere in consapevolezza, rallentare i ritmi, godere di ogni attimo e di ogni respiro è sufficiente. Essere consapevoli dei rapporti con gli altri e della realtà del mondo intorno a noi con la sua bellezza, il suo inquinamento e le sue ingiustizie.
 La pace è già presente in ogni passo e, “se camminiamo con questo spirito, ad ogni passo ci spunterà un fiore sotto i piedi e i fiori ci sorrideranno davvero augurandoci buon viaggio”. 
Faccio mio quindi l’augurio di buon viaggio a tutti voi.
                                                          Marina Altavilla