Il 2 febbraio 1956, il sociologo guidò 200 operai in lotta per ricostruire un tratturo abbandonato di Partinico. Voleva affermare il tema
"lavoro per il bene comune". Per il filosofo Augusto Cavadi: «La
scuola di Dolci segue la scia della nonviolenza di Gandhi, secondo il quale si
entra nel conflitto portando un contributo attivo, creativo, non rinunciatario»
di Gilda
Sciortino
Era il 2 febbraio del 1956 quando circa duecento
lavoratori rivendicarono il loro diritto al lavoro riattivando una
trazzera abbandonata di Partinico, ossia un tratturo, in provincia di Palermo.
Una forma di protesta non violenta, guidata dal sociologo Danilo Dolci,
padre del metodo maieutico, che passerà alla storia con il nome di “sciopero alla rovescia”.
Settant’anni dopo ci chiediamo quanto sia rimasto di
quell’azione. Lo facciamo con Augusto Cavadi, filosofo palermitano,
che negli anni ha approfondito la figura di Dolci celebrandone l’eredità
nonviolenta e l’impegno sociale in Sicilia.
In quale contesto si deve inserire lo sciopero alla rovescia
promosso da Dolci?
Va sicuramente inserito in un contesto molto più ampio,
anche storicamente, quello dell’alternativa all’azione rivoluzionaria
armata, che è un po’ il paradigma che normalmente viene dato per scontato: la
rivoluzione, o è armata o non è. Questo per via anche della Rivoluzione
francese, della Rivoluzione d’ottobre, della Cina, di Cuba; nell’immaginario
collettivo, nella cultura collettiva, o ammazzi o sei ammazzato.
Una logica che abbiamo anche visto dominare i mass media, per esempio in
occasione della guerra russa-ucraina: l’ Ucraina o si difende con le armi o si
deve arrendere? Danilo Dolci si inserisce, invece, in un pensiero terzo: né
uccidere, né farsi uccidere, né reagire violentemente, però neanche subire
passivamente.
C’è, dunque, una terza strada…
Quella di una lotta che si prefigga degli scopi costruttivi,
razionali, degli obiettivi concreti, ma che avvenga in maniera tale da
conquistare la mente dell’avversario, la sua coscienza. Questo direttamente o,
come nel caso di Danilo Dolci, conquistando la coscienza della opinione
pubblica dai cui voti poi dipendeva il consenso democristiano. La scia in cui,
quindi, secondo me, va collocato lo “sciopero alla rovescia” è appunto la scia
della lotta nonviolenta, che
deve essere lotta, deve avere anche dei risultati pratici, ma di tipo più
creativo, più inventivo, di tipo più costruttivo.
Sciopero al quale si uniscono anche tutte le altre forme di
protesta, come per esempio i digiuni, che Danilo Dolci mise in atto
Danilo Dolci ne ha sperimentato diversi di questi metodi,
che poi magari sono stati un po’ banalizzati quando, per esempio quelli
con Marco Pannella, non sempre risultavano significativi e
eloquenti, perché prevaleva l’aspetto mediatico. Eppure, quando lui li
sperimentò per la prima volta, erano dei metodi originali, inediti. Questo lui
lo ha praticato sia nei confronti dei governi, e sappiamo tutti i problemi che
ha avuto anche di tipo giudiziario, per esempio la condanna nel processo per
diffamazione intentatogli dal padre di Sergio Mattarella, sia nei
confronti del versante mafioso. Ricordo un convegno nazionale organizzato 25
anni fa a Baida, in provincia di Palermo, su “mafia e nonviolenza, del quale abbiamo pubblicato gli atti con
in copertina la foto di Danilo Dolci durante una manifestazione insieme a Peppino
Impastato. In quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare di mediazione
non violenta, di alternative alle pene carcerarie, di tutto il mondo che gira
intorno a queste problematiche. Ma, per essere sintetici e andare al cuore
della questione, uno dei punti fondamentali della strategia antimafiosa di
Dolci è stato quello di riprendere la distinzione, che nella cultura nonviolenta è fondamentale, tra l’errore
e l’errante.
Odio la mafia e non i mafiosi
Ho più volte riportato la frase che lui pronunciò, Odio
la mafia e non i mafiosi, sottolineando la sua importanza in quanto, sul
piano psicologico, è chiaro che a cominciare da me, ma non credo di essere
solo, non è per nulla facile distinguere in Totò Riina la persona dal sistema
di cui è espressione. L’idea di principio è che io, nella cultura nonviolenta, non ho nessun diritto
morale di pesare la responsabilità etica del delinquente, del criminale, quindi
anche del mafioso. Per capirci, che ne posso sapere io del perché Totò
Riina è diventato Totò Riina? È chiaro che, poiché non lo so, non lo
posso lasciare libero di fare quello che vuole: lo devo bloccare, gli devo
impedire di fare del male. Tutto questo deve necessariamente essere
accompagnato da sentimenti di odio nei confronti della sua persona? Cosa che
tra l’altro poi mi impedisce di capire la figlia, che dice che il padre è stato
sempre una persona tenera, affettuosa, comprensiva. Ma non è l’unica figlia di
mafiosi che racconta queste cose. A me il figlio di un capo mafia, mi diceva: “Io ho
stentato, quando l’hanno imprigionato, ad accettare che fosse un mafioso perché
a casa era il padre che tutti avremmo voluto, rispettoso, affettuoso con mia
madre, con tutti noi". Questo per dire che in alcuni
casi e per alcune persone è particolarmente difficile distinguere il peccato
dal peccatore ("noi" tendiamo a identificarli), ma così ci precludiamo di capire come mai a congiunti e amici dei mafiosi venga spontaneo, e con sincerità, operare questa distinzione.
Una distinzione fondamentale da fare
A partire da Gandhi, Martin Luther King fino
a Danilo Dolci e Aldo Capitini, è fondamentale distinguere perché,
se io devo combattere, la vera vittoria è convincere l’altro che sta
sbagliando. La vera vittoria, però, non è immobilizzarlo, neutralizzarlo, ma
conquistarne il punto di vista, fargli cambiare la visione del mondo. Ovviamente,
questo come meta utopica, non è detto che si ci riesce 100 volte, 90 volte, 50
volte su 100. Ogni caso è diverso. Sicuramente, Danilo Dolci si muoveva in
questa prospettiva. Mi è, poi, capitato di rilanciare alcuni racconti, per
esempio di Rita Borsellino quando andava a trovare dei
mafiosi a Regina Coeli che le dicevano: “Io ho avuto sempre rispetto di suo
fratello perché si vedeva che non ce l’aveva con me, che era dispiaciuto perché
ero quello che ero”. Lo stesso, lo ricorderemo, Tommaso Buscetta a Giovanni
Falcone: “Io, dottore, con lei ci parlo perché non mi umilia, perché lei
rispetta la mia dignità umana”. Ora, questo è un criterio difficilissimo da
attuare. Io ho difficoltà ad attuarlo con il vicino di casa, si pensi in
contesti di un certo genere. In quanto amico o cultore della nonviolenza, devo
dire che il criterio è quello e Danilo Dolci l’ha applicato nei confronti sia dei politici sia dei mafiosi.
Tornando allo sciopero alla rovescia, si può definire
un atto di cittadinanza attiva ?
Direi piuttosto di lotta attiva perché la nonviolenza ritiene che bisogna inventare dei
metodi di lotta. Mi riferisco alla nonviolenza, scritta così, tutta unita, come diceva Aldo
Capitini, iniziatore tra le altre cose della marcia Perugia-Assisi, di cui
Dolci era amico. Secondo lui il nonviolento non è qualcuno che
non fa, ma è uno che fa attivamente qualcosa, che deve naturalmente rompere gli
equilibri, disturbare, "provocare" nel senso più bello della parola. Non si
tratta di subire in prima persona né di assistere impunemente alle
ingiustizie che subiscono gli altri. Deve essere una rivoluzione pacifica, ma una rivoluzione.
Ma oggi lo “sciopero alla rovescia ” di Danilo Dolci avrebbe
senso? Potrebbe esistere?
Secondo me sì, ma andrebbe adattato ai tempi. Allora gli operai costruirono
una trazzera, non so quanto oggi ne parlerebbero i giornali. Bisognerebbe fare
delle cose che la legge prescrive, ma che poi nessuno attua perché era un po’
questo il senso che animava la protesta: “Se voi non ci date da lavorare, noi
lavoriamo comunque gratis”. Se poi dobbiamo capire come coinvolgere i lavoratori,
questo dipende dal deficit di cultura nonviolenta che registriamo. Lo vedo parlando con le persone che frequentano
il centro del “Movimento Nonviolento" che abbiamo aperto a Palermo, ma anche quando andiamo nelle
scuole o in qualunque altro luogo della città: non c’è un rifiuto, ma tanta
ignoranza. La gente pensa che nonviolenza significa accettazione passiva della prepotenza degli altri: “Tu sei non
violento se ti fai prendere a botte o non reagisci alle provocazioni”, che è
esattamente il contrario di quello che hanno sempre detto i pionieri della nonviolenza.
I conflitti ci sono e non bisogna nasconderli; anzi, se sono nascosti, bisogna
farli emergere e, una volta alla luce del sole, devi scegliere se
risolverli con la violenza o con altre armi che non siano la violenza fisica. Che
poi era la scelta che ha fatto la Costituzione italiana quando parla di
espellere la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, ammettendo che i
conflitti ci sono e che sono inevitabili nei rapporti interpersonali come in
quelli sociali, nei rapporti nazionali e internazionali. Conflitti di classe,
ma anche di interessi di vario genere.
Quindi, quale strada intraprendere nel concreto?
L‘alternativa non è reagire violentemente o non
reagire, c’è la terza possibilità che è reagire con forza, infatti la via che
usava Gandhi era la "forza della verità". Per
lui la vera nonviolenza è
forza nel senso che si entra nel conflitto portando un contributo attivo, costruttivo, creativo, non rinunciatario.
Chiaramente, per fare questo, ogni epoca, anzi ogni condizione, anche locale,
ogni contesto specifico dovrebbe avere il suo modo di inventarsi i mezzi nonviolenti..
Dobbiamo ispirarci allo spirito proprio della nonviolenza che è quello di mirare alla conversione della
coscienza del nemico: “Non mi interessa tanto abbatterlo quanto convincerlo che
sta sbagliando e che, uscendo da quella condizione, non ci guadagno solo io ma
anche lui”.
Quali sono oggi i nostri nemici?
Sicuramente Trump, Netanyahu,
secondo me anche Putin, ma il punto è che oggi devi convincere gli
elettori perché ci saranno stati sicuramente tanti imbrogli, ma chi vive negli
Stati Uniti mi dice che, ogni due persone con cui parla, ce n’è almeno una che
è d’accordo con chi è oggi al potere. Attenzione, però, non è che l’America di
60 anni fa, quella di Martin Luther King, fosse più pacifica. Non dimentichiamo
che c’era il Ku Klux Klan, eppure sono state fatte tantissime battaglie di
libertà e democrazia che sono costate lacrime e sangue. Purtroppo, di queste
cose, non se ne parla nei libri di storia, a mala pena troviamo un paio di
righe su Gandhi e una riga e mezza
su Martin Luther King. Non dobbiamo assumere una posizione di
contrapposizione frontale, rimanendo nel paradigma della lotta violenta.
Diversamente, se accetteremo certe logiche, non ci potremo lamentare se ne usciamo sconfitti.
Cosa rimane di Danilo Dolci?
Secondo me di Dolci rimane tutta una scuola che segue la
scia della nonviolenza che è cominciata
prima di lui con quelle figure
di riferimento di cui
parlavo prima, Gandhi e Martin Luther King, e che continua con contemporanei
come un altro grande pioniere della ricerca sulla pace quale Johan Galtung: persone che non solo insegnano ma praticano anche la mediazione nei conflitti,
come accaduto in Jugoslavia quando si è provato a mediare fra gli eserciti in
guerra.
Importante inserire Danilo Dolci in questa corrente, ma
senza farne un santino
Assolutamente, questa è la prima cosa da scongiurare. In secondo luogo ci spetta cercare di attuare le sue battaglie che oggi, secondo me,
andrebbero fatte su due versanti.
Innanzitutto quello della mafia, lavorando per esempio con
tutte quelle forme di giustizia riparativa che consistono nel creare occasione
di dialogo con la vittima e il colpevole, come anche con le famiglie dei
mafiosi, per evitare che vivano come un’ingiustizia quello che è successo al
padre incarcerato. Questo in nome di quel principio in base al quale Danilo
diceva appunto: “Odio la mafia, non i mafiosi”.
C’è poi il piano della politica
internazionale che ci chiede un’attenzione alta. Lavoro che portiamo avanti da
tre anni con la campagna per l'obiezione di coscienza al servizio militare, che vuole scongiurare
pericoli che richiamano scenari di guerra oscuri. Danilo Dolci ci ha insegnato
a riflettere prima di agire, ma di agire sempre pensando chi abbiamo davanti.
Questo è il link alla versione originaria (dove purtroppo ci sono alcuni errori ortografici e tipografici):
Sullo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci