lunedì 1 giugno 2026

ADDIO A EDGAR MORIN, PENSATORE MEDITERRANEO

 Venerdì 29 maggio ci ha lasciato Edgar Morin, uno degli umani più saggi della nostra epoca. Uso l’aggettivo “saggio” perché è stato un grande scienziato (competente in una miriade di settori del sapere, dalla logica alla biologia, dall’astronomia all’etica e così via), ma anche una mente caratterizzata da due ingredienti costitutivi della saggezza: continua ricerca di una visione globale, panoramica, sintetica e continua attenzione ai risvolti pratici, etici, operativi di tale visione.

Chi non abbia letto nel corso della vita neppure uno dei tanti volumi – grandi e piccoli – firmati da Morin si è privato di un arricchimento prezioso per orientarsi nell’epoca sconcertante che ci è toccato di attraversare. Quale consigliare per rimediare, sia pure in extremis?

L’elenco sarebbe lunghissimo per cui mi limiterei a ricordare uno dei suoi testi di cui ho curato alcuni anni fa la versione italiana: Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze (post-fazione di Alberto Cacopardo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019).

In questo volumetto, di poche pagine ma di notevole densità, Morin sottolineava “la necessità di <<lavorare a pensare bene>>, secondo l’espressione di Pascal, cioè di pensare in modo complesso. Abbiamo bisogno di una conoscenza capace di concepire le condizioni dell’azione e l’azione stessa, di contestualizzare prima e durante l’azione. Non c’è niente di meglio della buona volontà. Ma essa non è sufficiente e rischia di ingannarsi, Un pensiero scorretto, un pensiero mutilato, anche con le migliori intenzioni, può condurre a conseguenze disastrose”.

La questione del Mediterraneo è una drammatica esemplificazione di questa convinzione. A suo avviso il Mediterraneo era  “troppo stretto per separare, troppo largo per confondere”. A tutt’ oggi, possiamo commentare, la situazione non è migliorata: l’Unione europea sembra delegare agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo (Grecia, Italia e Spagna soprattutto) la gestione delle migrazioni massicce dall’Africa e dall’Asia Minore, limitandosi a finanziare la Turchia perché faccia il lavoro sporco di sentinella ai confini. Il fatto che i governi italiani di ogni colore negli ultimi decenni adottino provvedimenti sostanzialmente anti-costituzionali, e più ampiamente anti-umanitari, aggrava l’ignavia dell’Europa continentale. In queste condizioni la sinergia fra Paesi europei e non-europei, accomunati dall’affacciarsi sullo stesso mare, diventa sempre più necessaria e sempre meno probabile.

In questo saggio egli, pur di formazione (non del tutto rinnegata) marxista, rimanda continuamente alle radici intellettuali, simboliche, culturali delle difficoltà a fare del Mediterraneo un modello prototipico e pionieristico di ciò che potrebbe/dovrebbe diventare, socialmente e politicamente, il globo terracqueo. In effetti non ci potrà essere cooperazione fra gli Stati del Mediterraneo tra loro, e fra tutti essi e il mondo euro-americano, se non si abbattono alcuni pregiudizi ideologici inveterati, “che si tratti della riconversione di un certo Occidente alla demonizzazione di un nemico, identificato con il terrorismo e, per trasposizione impropria, con l’Islam tramite islamisti radicali seguaci del terrorismo, o della presentazione della modernità occidentale alla stregua di un satanismo da combattere, quale viene proposta da alcuni religiosi ai propri fedeli. Le derive sempre più frequenti, capaci di sfociare in ideologie più classiche ma non per questo meno deleterie, consistono in un nazionalismo identitario di esclusione e in ciò che sembrerebbe il suo contrario ma ne è così spesso il corollario, il funzionamento apolide delle reti del crimine organizzato. Non si può infine ignorare l’affermarsi di un irenismo di comodo del Nord, insensibile alle sofferenze esterne dalle quali esso peraltro si protegge, e parallelamente di un islamismo di disperazione al Sud, sintomi di malessere più che risposte possibili”.

Augusto Cavadi

Qui la versione originaria illustrata:

https://www.zerozeronews.it/il-mediterraneo-di-edgar-morin-lultimo-erede-dellilluminismo/



martedì 26 maggio 2026

I GIOVANI DICONO NO ALLA MAFIA: MA POI?

E’ stato confortante partecipare, per l’ennesimo 23 maggio, al corteo verso l’Albero Falcone di via Notarbartolo a Palermo. Intanto perché la signora Maria Falcone ha deciso per la prima volta di non invitare sul palco la solita sfilza di autorità istituzionali fra le quali ogni anno è stato arduo distinguere fra onesti, disonesti e campioni di equilibrismo fra lealtà costituzionale e corruzione sistemica. “Giovanni Falcone è di tutti!” – ha ribadito, scandendo le parole, la sorella del magistrato assassinato. Forse sarebbe stato opportuno aggiungere: “Tranne di quanti se ne vogliono fare scudo per politiche giudiziarie esattamente opposte alle sue”.

Ma ancora più confortante è stato vedere, come accade sempre più raramente negli appuntamenti sul tema, alcune migliaia di giovani che trentaquattro anni fa o non erano nati o erano lattanti. Con amara ironia hanno giocato con gli slogan del caso: “Fuori la mafia dallo Stato!” o, anche, “Fuori lo Stato dalla mafia!”. Tra loro militanti di centri sociali “antagonisti”, ma anche tesserati di partiti presenti in Parlamento e aderenti ad associazioni di matrice cattolica (come drappelli di scout in divisa): sino a quando il dolore e l’indignazione passeranno da una generazione alla successiva ci sarà qualche residua speranza per la tenuta democratica della nostra Repubblica. Eppure queste considerazioni incoraggianti non mi hanno liberato la mente dalle nubi di preoccupazioni che si addensano man mano che la generazione cui appartengo va scomparendo: cosa ne è di questi ragazzi e di queste ragazze fra un anniversario e l’altro? Perché si va rarefacendo la loro partecipazione a momenti di informazione, di studio, di formazione etica e politica? Centri di documentazione e di ricerca, organizzazioni di volontariato culturale, circoli territoriali di sensibilizzazione e di aggiornamento sul fenomeno mafioso vedono sempre meno giovani ai loro incontri: l’attivismo via internet sostituisce davvero l’incontro in carne ed ossa? La mutazione antropologica in atto non va demonizzata (anche perché inarrestabile); ma come non temere che la “memoria sovversiva” (J.B. Metz) si fermi alla protesta, incapace di farsi proposta e progetto?

Già in pochi decenni dalle stragi degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si constata la tragedia di una classe dirigente giovane che occupa i vertici delle istituzioni, dichiara (in alcuni casi perfino sinceramente) di essere stata incoraggiata a far politica dall’esempio di tante vittime della criminalità mafiosa, ma moltiplica  provvedimenti legislativi e amministrativi  oggettivamente favorevoli alla corruzione e all’impunità. Tra questi esponenti politici ci saranno certamente farabutti in malafede che sanno per chi lavorano; ma non escluderei che ce ne siano altri – transitati dai videogame agli scranni ministeriali senza passare da una biblioteca – che non sanno quello che fanno.

Augusto Cavadi

Link alla versione originale corredata da foto:

https://www.zerozeronews.it/i-giovani-dicono-no-alla-mafia-ma-poi/


domenica 24 maggio 2026

LA SICILIA E LA CULTURA DELLA MEDIAZIONE INTERNAZIONALE


Se non è già in corso, “a pezzi” (papa Francesco), una Terza guerra mondiale è comunque all’orizzonte. Nessuna iniziativa (governativo-diplomatica o sociale di base) è superflua per tentare di stralciare questa terribile ipotesi dallo spettro delle possibilità. In questa prospettiva si è svolta giovedì 22 maggio 2026, presso l’Università di Palermo, un convegno nazionale di presentazione della RIMI (Rete Italiana per la Mediazione Internazionale) co- organizzato da AP (Agency for Peacebuilding), 3IM (Iniziativa Italiana per la Mediazione Internazionale), WIIS Italy (Women in International Security Italy) e MAECI (Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale).

Una delle peculiarità del Convegno è stato l’intreccio fra contributi accademici e testimonianze di buone pratiche nel territorio, tra le quali l’esperienza ormai triennale dell’ “Officina siciliana per la nonviolenza”. Officina perché basata sulla convinzione che la nonviolenza sia, inscindibilmente, teoria e prassi: i suoi laboratori sono concepiti programmaticamente come momenti di conoscenza, ma anche di sperimentazione. Siciliana perché radicata nell’isola al centro del Mediterraneo, ma senza provincialismi autoreferenziali: i formatori sono non solo siciliani, ma ospiti invitati da tutto il Paese. Per la nonviolenza: che è una scienza e un’arte, memoria di una tradizione secolare e inventività creativa davanti a conflitti inediti.

Cosa può apportare di specifico al tema della “mediazione” un’Officina siciliana per la nonviolenza così strutturata?

Intanto la lezione di un grande esponente della nonviolenza, il siciliano di adozione Danilo Dolci, che – fra molto altro – ha sottolineato un tassello centrale: la distinzione fra la condanna inappellabile di un sistema criminale e il rispetto, la fiducia, in un certo senso perfino l’amore per le persone inserite in quel sistema perverso. Nel contesto meridionale Dolci sintetizzava questo principio come odio per la mafia, ma non per i mafiosi. Livatino, Falcone, Borsellino e tanti altri magistrati non avrebbero raggiunto i risultati che hanno ottenuto se – secondo la testimonianza di tanti inquisiti – non avessero conciliato la severa fermezza del contrasto giudiziario con l’umanità del loro modo di rapportarsi agli indagati. (Questa distinzione, che nel linguaggio teologico tradizionale sarebbe fra “peccato” e “peccatore”, può convincere o meno; ma nessuno può spacciarsi per “nonviolento” nel senso di Gandhi o di Martin Luther King se la respinge come insostenibile).

Altrettanto sinteticamente si potrebbe indicare un secondo apporto che la cultura siciliana può offrire alla ricerca sperimentale di “mediazione”: la necessità e l’insufficienza della legalità nei rapporti interpersonali e internazionali. La legalità nasce come strategia di prevenzione della violenza nella gestione dei conflitti nonché tentativo di rimedio nei casi in cui tale prevenzione fallisce. Il timore della sanzione alcune volte funziona, ma proprio i numerosi fallimenti del diritto e dell’apparato giurisdizionale attestano l’insufficienza della legalità formale, che stabilisce regole e divieti in generale, e la necessità che essa ceda il passo – tutte le volte che le parti in conflitto lo richiedano o lo consentano – all’equità sostanziale, traguardo ideale di ogni “mediazione”. Un traguardo irraggiungibile senza la reciproca disponibilità, paziente, all’ascolto e al confronto fra le soggettività in campo. Questa postura, che privilegia la relazione rispetto alla norma, non è priva di rischi: se, infatti, non è attraversamento e superamento della legislazione ma negazione (illegalità) o evitamento (alegalità) della stessa, apre porte e portoni alla mentalità mafiosa sia all’interno di uno Stato che nelle relazioni fra gli Stati. Ma è un rischio che merita di essere affrontato se non ci si accontenta di stoppare – quando è possibile - gli scontri violenti e si vuole arrivare alle radici dei contrasti per sradicarle, evitando che presto o tardi da esse promanino nuovi e più gravi scontri.

Augusto Cavadi

Questo il link per leggere la versione originale con le foto:

https://www.zerozeronews.it/litalia-fucina-di-mediazione-internazionale/



venerdì 22 maggio 2026

IL BULLO ADULTO E IL BAMBINO VIOLENTO

Un bullo muscoloso di un metro e ottanta entra nel giardino di una casa e strappa la merendina dalle mani di un bambino gracile che la sta assaporando tranquillo su una panchina del parco. Nessuno ha insegnato al bambino come reagire – fermamente, ma senza violenza – ai soprusi: così egli afferra la prima pietra che trova a portata di mano, la scaglia verso il bullo di novanta chili e lo ferisce ad un occhio. L’energumeno allora inizia a picchiare selvaggiamente il bambino, lo vede sanguinare anche: ma non si ferma. Lo vuole morto. Anzi, vuole uccidere anche il padre, la madre, i fratelli del bambino. E’ davvero accecato dall’ira, molto più che dalla pietra.

Se passo in quel momento urlo al bestione di fermarsi, ma non mi ascolta; chiedo disperatamente ai vigili urbani poco distanti d’intervenire, ma (paura? Interessi economici? altro?) non muovono un dito.

Che faccio?

Se ho una pistola, sparo all’energumeno (se sono davvero un discepolo della nonviolenza cercherò di sparargli come fosse mio fratello impazzito, dunque mirando alle braccia o alle gambe, non direttamente al cuore con odio).

Ma se sono senza pistola, se è lui armato sino ai denti, se anzi già circondato da altri criminali della sua banda, che faccio?

Continuo a urlare di fermarsi aggiungendo parolacce, offese, minacce (inutili) e ricordandogli che è stato lui a cominciare strappando la merenda al bambino?

Oppure (dal momento che a me serve prima di tutto bloccarlo, impedirgli di uccidere il bambino) provo a intervenire come parte terza? Nel mio cuore so che c’è una sproporzione fra una ferita all’occhio e un assassinio, ma se voglio avere una minima possibilità di successo non ha senso esordire con un “Ehi, energumeno criminale! La vuoi smettere di picchiare a morte un bambino solo perché ha reagito con violenza a un tuo iniziale atto di prepotenza?”.

Piuttosto gli dirò: “Capisco che avere un occhio sanguinante è doloroso. Forse al tuo posto perderei anch’io la ragione, l’equilibrio, il senso delle proporzioni. Ma ti invito a riflettere se così reagendo non stai adottando la logica violenta a cui supponi di opporti. A riflettere che stai mortificando la tua umanità: che agli occhi del mondo stai infliggendo a te e alla tua banda di complici uno stigma che nessun oblio storico cancellerà. Che i compagnetti del bambino, e i loro familiari, cresceranno nell’odio verso di te e verso i tuoi, cercando ogni occasione di vendetta. Fermati. Rompi questo circolo diabolico. Fa’ che possiamo accompagnare te e il bambino in ospedale, curare le vostre ferite fisiche e lenire la rabbia psichica. Come ha scritto una grande donna, «tra uccidere ed essere uccisi c’è sempre una terza via: vivere» (Virginia Woolf)”.

Sarò convincente? Forse no, ma forse sì. O almeno potrò essere convincente con i membri della banda criminale che spalleggia la vendetta dell’energumeno.

(Se volete, rileggete la favoletta sostituendo a “bullo muscoloso” il governo israeliano e quella parte di popolo che lo supporta; a “bambino gracile” Hamas e quella parte di popolo palestinese che lo supporta; a “criminali complici del bullo” gli Stati Uniti d’America e tutti gli Stati del mondo che continuano a finanziare in vari modi Israele)

Augusto Cavadi 


Qui la versione originaria illustrata:

https://www.zerozeronews.it/davide-e-golia-dalla-bibbia-alla-tragedia-di-gaza-ma-a-parti-inverse/

lunedì 18 maggio 2026

IL SALONE DEL LIBRO DI TORINO: UN BREVE BILANCIO

A Salone internazionale del libro concluso, confermo, alle amiche e agli amici con cui ci siamo brevemente contattati in questi giorni, che per me è stata anche questa volta un'esperienza positiva.

Sarebbe troppo lunga la lista di persone che ho conosciuto, ascoltato, apprezzato: ad esempio il cardinale Jean-Paul Vesco (arcivescovo di Algeri) e il cardinale José Tolentino de Mendonça (prefetto del Dicastero per la cultura e l'educazione) che mi hanno colpito per la postura estremamente dimessa che ho avvertito come sinceramente "umile".

 (Qui il cardinale Vesco per una foto-ricordo che gli ho scattato accanto all'editore Crispino Di Girolamo)


Del terzo cardinale, Matteo Zuppi (presidente della Conferenza episcopale italiana), passato dallo stand della UELCI, conoscevo già da tempo, in altre occasioni, il tratto spontaneamente cordiale. E mi ha fatto piacere che il TG 2 lo abbia colto mentre sfogliava proprio quel Francesco d'Assisi. L'utopia che si fa storia di Ortensio da Spinetoli da me curato per Il Pozzo di Giacobbe (che ho avuto il piacere di presentare a Torino, con due esperti quali Sergio Tanzarella e Pietro Maranesi, con la sapiente regia di Eugenio Giannetta di "Avvenire"):

Non credo che questi cambiamenti di stile di alcuni prelati cattolici, per quanto notevoli rispetto ad altri monsignorini e monsignoroni di ieri e di oggi, salveranno la Chiesa dal declino inevitabile (almeno sino a quando non si deciderà di ammettere l'insostenibilità della sua dogmatica tradizionale); ma, almeno, renderanno tale declino meno grottesco.
A Torino ero andato anche per presentare la nuova Collana "I pizzini della nomafia" (editi anche questi da Crispino Di Girolamo proprio con una delle sue quattro sigle: "Di Girolamo Editore"). E sono davvero grato a Elena Ciccarello, direttrice del bimestrale "La via libera", per l'efficace intervento in dialogo con me. Il caro Davide Fadda, presente in Fiera in veste di blogger, ha avuto la bontà di farmi entrare nel giro (per me impenetrabile) di vari social frequentati da giovani e da giovanissimi/e:
(il link dovrebbe essere accessibile anche a lettori NON iscritti a FB).
Nelle stesse ore Maria D'Asaro ha illustrato i primi due titoli della Collana in un suo articolo, lucido e delicato come sempre: