martedì 2 giugno 2020

E CON DANTE SIAMO ARRIVATI ALL'ULTIMO CANTO: XXXIII DEL PARADISO !

Con la ‘puntata’ di giugno 2020 Maurizio Muraglia (accompagnato dagli intermezzi musicali di Laura Mollica) chiude per quest’anno sociale il ciclo di meditazioni di spiritualità laica sulla Divina Commedia di Dante Alighieri. 

Il tema sarà tratto dal XXXIII (e conclusivo !) canto del Paradiso

Per una volta ancora – speriamo proprio l’ultima non in presenza ! – Adriana Saieva registrerà l’evento e lo metterà a disposizione dalle ore 18 di mercoledì 3 giugno sul sito della “Casa dell’equità e della bellezza”
(www.casadellaequitaebellezza.blogspot.com): ovviamente, come tutte le videoregistrazioni precedenti, anche questa resterà permanentemente nel sito e, dunque, potrà essere consultata nei giorni e negli orari che ciascuno riterrà più comodi per sé

domenica 31 maggio 2020

PEPPINO IMPASTATO E I SUOI COMPAGNI

PEPPINO IMPASTATO E I SUOI COMPAGNI

Su Peppino Impastato si è scritto molto e si sono prodotti anche dei buoni film per il cinema e la televisione. A 42 dal suo assassinio per mano mafiosa era difficile aggiungere qualcosa di interessante: Salvo Vitale, suo compagno di militanza, c’è riuscito chiedendo un contributo di memoria ad altri protagonisti di quegli anni appassionanti e dolorosi. Infatti ha edito in queste settimane Intorno a Peppino. Tempo, idee, testimonianze su Peppino Impastato (Di Girolamo, Trapani 2020, pp. 203, euro 18,00) raccogliendo contributi (inediti o difficilmente reperibili) di persone che hanno lavorato fianco a fianco con Impastato e che, più o meno vicini a sua madre e a suo fratello, si sono impegnate – con Umberto Santino e Anna Puglisi – nella lunga marcia per ottenere verità e giustizia.
 A firma di Vitale stesso è il saggio biografico introduttivo che ripercorre le tappe principali dell’esistenza poliedrica del protagonista destrutturandone l’immagine di eroe solitario. Infatti si evidenzia che egli non si considerò e non fu considerato in vita un eroe se “gli eroi, per definizione, sono individui non comuni, dotati di particolari capacità”, “inarrivabili, inimitabili”, da imbalsamare “nel loro ruolo mitico”; e, proprio perché fu un uomo “come tanti del suo tempo, che ha fatto le sue scelte tra quelle del suo tempo, che non si è fermato a guardare e ad aspettare che passasse il treno”, non ha vissuto neppure da solitario: “non sarebbe esistito senza i suoi compagni, che è riuscito a coagulare, grazie alla sua grande capacità di fare aggregazione, di comunicare idee ed entusiasmi e di andare oltre la banalità”.
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mercoledì 27 maggio 2020

AD ANDREA CAMILLERI E' SCOPPIATA UNA 'BOLLA' ?

26.5.3020

QUANDO ANDREA CAMILLERI SI E’ PERDUTO IN UNA ‘BOLLA’

Nel 1993 fui invitato a Porto Empedocle per intervenire alla presentazione di un volume maneggevole, edito da Sellerio, dal titolo enigmatico La bolla di componenda. Fu l’occasione per conoscere l’autore di cui non avevo mai sentito parlare: un certo Andrea Camilleri che, secondo le informazioni trasmessemi, era molto attivo come sceneggiatore e regista presso la Rai. Di che si trattava?
Per orientarsi, bisogna premettere che, secondo la teologia cattolica, il penitente che confessa a un sacerdote i propri peccati può ricevere l’assoluzione delle colpe, ma agli occhi di Dio egli resta debitore di pene proporzionali alle colpe commesse. La teoria del purgatorio, elaborata nel Medioevo, nacque proprio per rispondere alla domanda: che ne è di tutti i peccatori assolti dal sacramento della ‘confessione’? All’inferno non sarebbe giusto precipitare; ma – se non si è avuto il tempo e il modo di compensare i mali arrecati – neppure il paradiso, sic et simpliciter, sarebbe una méta appropriata. Da qui la tesi di una fase intermedia di ‘purificazione’ tra la morte e l’ammissione nella pace eterna. 
Ci sarebbe però una possibilità: rimediare già in vita, con opportune ‘penitenze’, ai danni provocati con i propri peccati. Per esempio, restituire la refurtiva a un proprietario o risarcire un soggetto ferito in un attentato. Ma nel caso che il proprietario non fosse più rintracciabile o il ferito non fosse più in vita ? Il testo di Camilleri mi rese edotto di un’istituzione che sconoscevo totalmente:  in Sicilia, per alcuni secoli e fino al 1915, veniva emanata una “bolla” nella quale si elencavano i reati più diffusi e, per ognuno di essi, la tariffa che il peccatore poteva versare a risarcimento dei danni provocati (dunque per evitare del tutto, o ridurre di molto, la relativa pena in purgatorio).
 Lo scrittore siciliano, ormai prossimo a spiccare il volo della fama nazionale, aggiungeva a queste informazioni due ordini di considerazioni. La prima, e più importante, era che la ‘bolla’ fosse una delle cause della corruzione diffusa in Sicilia dal momento che, al di là delle intenzioni della chiesa cattolica,  costituiva un forte incentivo a delinquere: tanto, in un modo o nell’altro, c’era sempre modo di rimediare a suon di quattrini! La seconda considerazione gli era stata suggerita da Leonardo Sciascia: nessuno aveva mai visto con i propri occhi una ‘bolla di componenda’ in formato cartaceo e sarebbe stato difficilissimo, per non dire impossibile, che l’omertà ecclesiastica ne facesse rinvenire copia in qualche archivio parrocchiale.
Per anni le mie conoscenze, e le mie occasionali riflessioni sulla ‘bolla’, sono state ferme al saggio di Camilleri. Ma in questi mesi un mio caro amico, don Francesco Michele Stabile, ha finalmente pubblicato un saggio, di cui mi parlava da anni, intitolato Chiesa madre, ma cattiva maestra? Sulla ‘bolla’ di Andrea Camilleri (Di Girolamo, Trapani 2020, pp. 232, euro 15,00) nel quale, con tutto il rispetto verso il celebre autore siciliano, vengono decostruite – e in un certo senso ribaltate – le tesi di quest’ultimo. 
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lunedì 25 maggio 2020

PERCHE' E COME LA CONSULENZA FILOSOFICA SECONDO NERI POLLASTRI


“Comunicazione filosofica”
Maggio 2020

Neri Pollastri , Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche,  Algra,  Viagrande 2020, pp. 264

Se qualcuno, incuriosito da pezzi giornalistici o da personaggi letterari (come uno dei protagonisti del romanzo La cura Schopenhauer di Irvin D. Yalom), volesse saperne di più sulla consulenza filosofica, ha la possibilità di informarsi attingendo direttamente a una delle fonti più autorevoli. Infatti, dopo sedici anni dalla prima edizione (con Apogeo), è stato adesso riedito, con alcune significative integrazioni, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche (Algra, Viagrande 2020) di Neri Pollastri: uno dei primissimi volumi organici sull’argomento,  a firma del pioniere della “filosofia «in pratica»” in Italia.
Nel primo capitolo si espone una panoramica delle principali “pratiche filosofiche” (dalla Philosophy for children ai Café Philo, dai seminari di gruppo alle vacanze e ai viaggi filosofici, sino alle iniziative nel mondo del lavoro) per contestualizzare la “pratica” che l’autore ritiene più rivoluzionaria: la “consulenza filosofica” così come è stata inventata nel 1981 in Germania da  Gerd Achenbach (che, giocando su una certa ambivalenza semantica, l’aveva battezzata Philosophische Praxis ). Ciò che, secondo l’autore, è più difficile da far comprendere è che essa non è una “nuova professione di cura” (p. 45), ma “autentica e pura filosofia” che “non deve ibridarsi con altre forme d’agire e perciò non deve trasformarsi in «filosofia applicata» - cioè messa in opera di una filosofia determinata, sistematicamente teorizzata e fondata – ma che piuttosto deve «pensare i problemi concreti in modo produttivo», senza esser mai intenzionalmente rivolta a ottenere «risultati» o perseguire «obiettivi». Neppure quello della felicità, del benessere o dell’armonia dell’individuo con il mondo, poiché, paradossalmente, pur costituendo un aiuto, la filosofia non sa cosa questo sia, dato che «solo una coscienza ottusa sa cos’è l’aiuto, solo la stupidità militante sa quando l’uomo è aiutato»” (p. 46). Così intesa, la Philosophische Praxis  (tradotta in italiano, non molto fortunatamente, con “consulenza filOsoofica”, prima che la marea di counseling e di counselling invadesse  il…mercato) è stata importata nel nostro Paese nel 1999, anche grazie alla fondazione dell’AICF (Associazione italiana di Counseling Filosofico) che, dopo un breve cammino unitario, si scinderà in SiCoF – Società Italiana di Counseling Filosofico (guidata da psicologi e da filosofi orientati alla utilizzazione della filosofia a scopi terapeutici) e in  Phronesis – Associazione italiana per la Consulenza Filosofica (tuttora l’associazione nazionale più consistente), decisa a salvaguardare la specificità originale dell’approccio filosofico e la sua irriducibilità a strumento per qualcos’altro (pp. 84 – 86). 
 Proprio a un serrato confronto tra filosofia (e dunque, in particolare, consulenza filosofica) e psicologia (e dunque, in particolare, approcci psicoterapeutici) è dedicato il secondo capitolo. Ovviamente il confronto avviene nella consapevolezza che il mondo “phi” e il mondo “psi” sono, al proprio interno, estremamente variegati e che, perciò, è facile scivolare in generalizzazioni affrettate: da qui l’attenzione specifica su correnti, come la logoterapia di Victor Frankl (pp. 110 – 115) o il counseling psicologico di Carl Rogers (pp. 118  - 124),  che più somigliano alla consulenza filosofica. Neri Pollastri insiste, proprio a causa dei punti di contatto, sulle differenze epistemologiche: laddove uno psicoterapeuta ha maturato “una qualche concezione «scientifica» della struttura psichica dell’uomo sufficientemente univoca e sostanzialmente stabile”, che può utilizzare per “leggere e interpretare le persone” che gli stanno davanti (“pazienti”) e le loro problematiche, allo scopo di “ricondurre tali problematiche entro la cornice «normale» che si ritiene debba caratterizzare le persone «sane», al contrario il filosofo in colloquio con il consultante (“ospite”)  “tende a mettere in discussione gran parte delle conoscenze consolidate, non agisce finalisticamente e non mira a «risolvere» i problemi, bensì ad allargarne a dismisura il numero ” (p. 124).
   Questo atteggiamento di consapevolezza della propria ignoranza, che “fonda la ricerca inesausta del sapere e conduce alla saggezza” (p. 128), il filosofo-in-pratica non lo inventa di certo: lo eredita da tutta la tradizione del pensiero occidentale (per non allargare lo sguardo alle tradizioni orientali, cui pure l’autore dedica le pp. 188 – 194)), da Socrate ai nostri giorni. Ma, ancora una volta, bisogna guardarsi dall’omologazione schematica: dentro la storia della filosofia ci sono accentuazioni differenti. Pollastri, nel terzo capitolo,   si sofferma criticamente su alcune esemplificazioni che, nella narrazione dominante, vengono raccontate in maniera spesso enfatica ed a-problematica, talora caricaturale: Socrate (pp. 151 – 168), Aristotele e le scuole ellenistiche rivisitate da Foucault, Hadot e Nussbaum (pp. 168 – 181), Hegel (pp. 182 – 188). 
  Solo al termine di questa paziente esplorazione, nel tempo e nello spazio, l’autore si consente – ed è il quarto capitolo -  l’esposizione della propria “concezione della consulenza filosofica”: una conversazione in cui il consultante espone una sua problematica specifica (che lo ha spinto a cercare un interlocutore professionalmente qualificato) ed il consulente, riflettendo sulla visione del mondo dell’ospite che s’intravede fra le righe della narrazione, ne sollecita “una sua ri-comprensione, ri-elaborazione, ri-costruzione” (p. 209).  L’obiettivo tendenziale del dialogo sarebbe, dunque, di trasformare progressivamente la concezione del mondo, della vita, della storia… del consultante da “sapere immediato e ingenuo” in una «filosofia» “esplicita e consapevole” (p. 209).
  Pollastri sa bene che quanti si accostano per la prima volta alla conoscenza di questa nuova professione non si accontentano di linee generali, sono curiosi di sapere in concreto come si opera. Nel quinto capitolo – La pratica in pratica – egli recepisce questa curiosità, ma sostanzialmente per deluderla:  come ogni evento filosofico, anche i colloqui in consulenza sono ogni volta inediti, ogni volta unici. Chi vuole intraprendere questa professione, o chi ne vuole fruire come consultante-ospite, non può che sperimentarla e, man mano che la vive, rifletterci retrospettivamente per valutarne dinamiche ed esiti. Troppo semplice e, dunque, troppo difficile: per le stesse ragioni per cui improvvisare con uno strumento musicale è quanto di più facile possa riuscire a un musicista, se però è molto preparato. Come recita il brevissimo capitolo sei, Ogni conclusione è sempre un novo inizio: la consulenza perfetta non esiste, esiste la buona consulenza e la si riconosce dal fatto che si presta come trampolino per lanciarsi con più fiducia verso la successiva. 
   Anche da questi brevi cenni si evince che la professione del consulente filosofico incarna la paradossalità e l’inattualità della filosofia tout court. Non possono dunque stupire le pagine della Postfazione che l’autore aggiunge a questa seconda edizione per fare il punto sulle tante difficoltà sinora incontrate dalla consulenza filosofica  - non solo in Italia – per affermarsi come professione riconosciuta non solo legalmente, ma soprattutto culturalmente e socialmente. Nell’epoca del pensiero strategico, del paradigma dell’efficienza produttiva, dell’enfatizzazione dell’io sarebbe davvero strano se fosse accolta trionfalmente una proposta che, come primo gesto, mette in discussione proprio quel tipo di pensiero strumentale, di paradigma pragmatistico, di concentrazione sul proprio ombelico. La scommessa è tutta in corso: riuscirà la consulenza filosofica – senza camuffarsi di altro (psicoterapia, addestramento formativo, counseling, guida religiosa, coaching, indottrinamento ideologico, magistero carismatico da caposcuola filosofico…) - a farsi riconoscere pubblicamente da una società che ne ha un bisogno reale inversamente proporzionale al bisogno percepito?  O forse non è un caso che i filosofi, solitamente, sono stati perseguitati se in anticipo ed esaltati se in perfetta sincronia con lo spirito del tempo? 

Augusto Cavadi

sabato 23 maggio 2020

GIOVANNI FALCONE: UNA TESTIMONIANZA PERSONALE DI GIANFRANCO D'ANNA

Per alcuni italiani oggi è giornata di intima tristezza: la strage del 23 maggio 1992 a Capaci ci ha segnato nell'anima. Altri italiani - altri siciliani - in questi stessi giorni si fanno cogliere con le mani nel sacco dei soldi pubblici: farabutti che passano velocemente da uno schieramento partitico all'altro, pur di poter rosicchiare qualcosa del bene collettivo. Soggetti indegni di cui, se non avessimo memoria corta, dovremmo tenerci lontano con disprezzo sino alla fine della loro o della nostra vita: fossero pure amici di famiglia, vicini di casa, colleghi di ufficio o parenti. 
Intanto, chi ci crede davvero, devo perseverare nel fare sempre meglio il proprio mestiere seguendo la professionalità e l'etica civile di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro (né i primi né gli ultimi di una troppo lunga lista di martiri della giustizia).
 Con Adriana abbiamo esposto oggi il lenzuolo bianco al balcone e, con gradevole sorpresa, abbiamo visto di non essere i soli della nostra borgata palermitana: un segnale piccolo, ma significativo, di sensibilità e di desiderio di partecipazione.
 Ospito pure con piacere un bel ricordo autobiografico di Gianfranco D'Anna, l'amico che gestisce il sito www.zerozeronews.it , con la videoregistrazione di una sua intervista a Falcone per conto della RAI . Basta cliccare qui: