E’ stato confortante partecipare, per l’ennesimo 23 maggio, al corteo verso l’Albero Falcone di via Notarbartolo a Palermo. Intanto perché la signora Maria Falcone ha deciso per la prima volta di non invitare sul palco la solita sfilza di autorità istituzionali fra le quali ogni anno è stato arduo distinguere fra onesti, disonesti e campioni di equilibrismo fra lealtà costituzionale e corruzione sistemica. “Giovanni Falcone è di tutti!” – ha ribadito, scandendo le parole, la sorella del magistrato assassinato. Forse sarebbe stato opportuno aggiungere: “Tranne di quanti se ne vogliono fare scudo per politiche giudiziarie esattamente opposte alle sue”.
Ma
ancora più confortante è stato vedere, come accade sempre più raramente negli
appuntamenti sul tema, alcune migliaia di giovani che trentaquattro anni fa o
non erano nati o erano lattanti. Con amara ironia hanno giocato con gli slogan
del caso: “Fuori la mafia dallo Stato!” o, anche, “Fuori lo Stato dalla
mafia!”. Tra loro militanti di centri sociali “antagonisti”, ma anche tesserati
di partiti presenti in Parlamento e aderenti ad associazioni di matrice
cattolica (come drappelli di scout in divisa): sino a quando il dolore e
l’indignazione passeranno da una generazione alla successiva ci sarà qualche
residua speranza per la tenuta democratica della nostra Repubblica. Eppure
queste considerazioni incoraggianti non mi hanno liberato la mente dalle nubi
di preoccupazioni che si addensano man mano che la generazione cui appartengo
va scomparendo: cosa ne è di questi ragazzi e di queste ragazze fra un
anniversario e l’altro? Perché si va rarefacendo la loro partecipazione a
momenti di informazione, di studio, di formazione etica e politica? Centri di documentazione
e di ricerca, organizzazioni di volontariato culturale, circoli territoriali di
sensibilizzazione e di aggiornamento sul fenomeno mafioso vedono sempre meno
giovani ai loro incontri: l’attivismo via internet sostituisce davvero
l’incontro in carne ed ossa? La mutazione antropologica in atto non va
demonizzata (anche perché inarrestabile); ma come non temere che la “memoria
sovversiva” (J.B. Metz) si fermi alla protesta, incapace di farsi proposta e progetto?
Già
in pochi decenni dalle stragi degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si
constata la tragedia di una classe dirigente giovane che occupa i vertici delle
istituzioni, dichiara (in alcuni casi perfino sinceramente) di essere stata
incoraggiata a far politica dall’esempio di tante vittime della criminalità
mafiosa, ma moltiplica provvedimenti
legislativi e amministrativi
oggettivamente favorevoli alla corruzione e all’impunità. Tra questi
esponenti politici ci saranno certamente farabutti in malafede che sanno per
chi lavorano; ma non escluderei che ce ne siano altri – transitati dai
videogame agli scranni ministeriali senza passare da una biblioteca – che non
sanno quello che fanno.
Augusto Cavadi
Link alla versione originale corredata da foto:
https://www.zerozeronews.it/i-giovani-dicono-no-alla-mafia-ma-poi/


