lunedì 18 giugno 2018

VACANZE FILOSOFICHE SUL LAGO D'ISEO: 30 GIUGNO SCADE LO SCONTO!

Come comunicato a suo tempo, lo sconto sulla quota di partecipazione ai seminari di filosofia per non...filosofi (in programmazione a LOVERE, sul Lago d'Iseo, dalla sera del 21 agosto al pranzo del 27 agosto 2018) scadrà il 30 giugno c.m.
Per comodità di tutti ripubblico il programma-invito delle prossime Vacanze filosofiche:


INVITO
 
Il gruppo editoriale “Il pozzo di Giacobbe”-“Di Girolamo” di Trapani
e la fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani)

organizzano la

XXI

SETTIMANA FILOSOFICA

PER… NON FILOSOFI



Per chi:

Destinatari della proposta non sono professionisti della filosofia ma tutti coloro che desiderano coniugare i propri interessi intellettuali con una rilassante permanenza in uno dei luoghi tra i più gradevoli del Bel Paese, cogliendo l’occasione di riflettere criticamente su alcuni temi di grande rilevanza teorica ed esistenziale.

Dove e quando:

Lovere (Bergamo)a 200 metri, dal 21 al 27 agosto 2018

Su che tema:


LO SPAZIO DELLA SPERANZA NELL’EPOCA DELLA DISPERAZIONE


Le "vacanze filosofiche per...non filosofi", avviate sperimentalmente sin dal 1983, si sono svolte regolarmente dal 1998. Per saperne di più si possono leggere: Autori vari, Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni(Di Girolamo, Trapani 2008) oppure, A. Cavadi, Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche(Di Girolamo, Trapani 2010) oppure A. Cavadi, Mosaici di saggezze(Diogene Multimedia, Bologna 2015).
È attivo anche il sito http://vacanze.domandefilosofiche.itcurato da Salvatore Fricano (Bagheria).


Programma orientativo


Arrivo nel pomeriggio (possibilmente entro le 19) di martedì 21 agosto e primo incontro alle ore 21. La partecipazione alle riunioni è ovviamente libera, ma le stesse non subiranno spostamenti per far posto a iniziative private.

Sono previsti due seminari giornalieri, dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 18.15 alle 19.45, sui seguenti temi:


* Ragionevolezza o illusorietà della speranza? La lezione degli antichi
* In cosa possiamo, ragionevolmente, sperare?
* Si può sperare in Nulla?
* La nuova speranza di Nietzsche: l’avvento del superuomo
* Esercizi di speranza


I seminari saranno introdotti a turno da Augusto Cavadi (Palermo), Francesco Dipalo (Bracciano), Orlando Franceschelli (Roma), Salvatore Fricano (Bagheria), Elio Rindone (Roma)


È possibile chiedere di anticipare e/o posticipare di qualche giorno il soggiorno in albergo.

Partenza dopo il pranzo di lunedì 27 agosto.
  

Costo


L'iscrizione al corso (comprensiva dei materiali didattici) è di euro 180 a persona. Chi si iscrive entro il 30 giugno ha diritto a uno sconto di 30 euro. Le coppie che si iscrivono entro tale data avranno un ulteriore sconto di 15 euro a persona.

Eccezionalmente si può partecipare a uno dei 12 incontri (euro 15).

Ognuno è libero di trovare il genere di sistemazione (albergo, camping o altro) che preferisce.

Chi vuole, può usufruire di una speciale convenzione che il comitato organizzatore (che come sempre non può escludere eventuali sorprese positive o negative) ha stipulato con:

Hotel Continental, Viale Dante 3 - 25065 Lovere, Tel. 035 983585, Mail: prenotazioni@continentallovere.it- (cui cisi può rivolgere per la prenotazione delle camere e il versamento del relativo acconto).

Si consiglia di chiedere l’iscrizione per tempo, poiché il numero delle camere è limitato, facendo riferimento alla convenzione particolare col gruppo di filosofia.

La pensione completa, comprensiva di bevande, costa:

* in camera singola (con bagno) € 75 al giorno.
* in camera doppia (con bagno) € 65 al giorno.
* in camera doppia (con bagno) uso singola euro 95 al giorno.


Avvertenze tecniche


·     Per l'iscrizione ai seminari, dopo aver risolto la questione logistica, inviare l’acclusa scheda d’iscrizione e la copia (anche mediantescanner) del versamento di € 50,00 a persona, a titolo di anticipo sulla quota complessiva, a: prof. Elio Rindone (tel 0699928326 - fax 0623313760 - email: eliorindone@tiscali.itoppure a.cavadi@libero.it). In caso di mancata partecipazione alla vacanza-studio, detta somma non verrà restituita. La prenotazione al seminario non è valida finché non è stato effettuato il versamento e la data del bonifico fa fede per lo sconto!

·     Il saldo della quota di partecipazione sarà versato all'arrivo in albergo.



Scheda di iscrizione

Nome_______________________

Cognome____________________

Via o piazza_________________

N. civico____________________

c.a.p. e Città_________________

Prov._______________________

tf.__________________________

e-mail______________________

fax_________________________

Ho spedito € 50 a persona
mediante bonifico bancario*
intestato a:
Elio Rindone
conto cor. n° 1071306
presso Monte dei Paschi,
agenzia 96, Roma

Codice IBAN del conto corrente:

IT43L0103003278000001071306

Anticipo per Lovere


Firma______________________

* I versamenti possono essere
unificati per due o più iscrizioni

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mediante bonifico bancario*
intestato a:
Elio Rindone
conto cor. n° 1071306
presso Monte dei Paschi,
agenzia 96, Roma

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Anticipo per Lovere


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* I versamenti possono essere
unificati per due o più iscrizioni

domenica 17 giugno 2018

E' POSSIBILE UN VERO DIALOGO TRA I MONOTEISMI DEL MEDITERRANEO ?

In rete, nello spazio www.sfi.it, potete scaricare gratuitamente una rivista di didattica della filosofia dal titolo “Comunicazione filosofica”. Nel numero 39 (novembre 2017) è ospitata anche una mia RECENSIONE a:

L’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (Trapani) pubblica in rete un periodico (scaricabile gratuitamente da www.istitutoeuroarabo.it/DM) dal titolo eloquente: “Dialoghi Mediterranei”. Poiché i numeri 22 (novembre 2016) e 23 (gennaio 2017) hanno riscosso un particolare interesse, l’Istituto ha ritenuto opportuno editare anche in forma cartacea (grazie al finanziamento della azienda Chiraema) i contributi apparsi telematicamente in questi due numeri.  Il volume che ne è risultato (Dialoghi Mediterranei. Monoteismi e dialogo, a cura di Antonino Cusumano, Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, Mazara del Vallo 2017, pp. 219), può essere richiesto direttamente tramite e-mail: info@istitutoeuroarabo.it.
   Come indica già il sottotitolo del volume, i 18 contributi (preceduti da una Nota introduttivadel curatore) tematizzano la questione – ormai da tempo dibattuta – della possibilità che i tre grandi monoteismi del Mediterraneo (ebraismo, cristianesimo e islamismo) possano convivere o addirittura interloquire pacificamente e costruttivamente fra di essi.
  In un primo gruppo di contributi potremmo includere i testi che si occupano, prevalentemente,  di fotografare lo stato attuale da un punto di vista storico-antropologico : da Crociate di oggi, radicalismi di ieri. Il mito di Lepanto(pp. 77 – 86) di Cinzia Costa a Le religioni monoteiste nel rito funebre di Valeria Solesin [una ragazza veneziana uccisa nel corso dell’attenta terroristico al Bataclan di Parigi il 13 novembre 2015]:dimostrazione di un trascendimento  (pp. 27 – 36) di Linda Armano; da Un Comitato per la Stanza del Silenzio o dei Culti: prime risposte per spazi multifede(pp. 153 – 159) di Sara Raimondi a Chiese, moschee e sinagoghe: la luce di Dio scrive la città(pp. 177 – 210) di Flavia Schiavo. Anche Rosolino Buccheri, nel suo Retoriche, ambiguità, potenzialità e utopie nel dialogo fra fedi religiose (pp. 41 – 54), offre un quadro variegato e problematico dell’attuale status quaestionisutilizzando le interessanti categorie epistemologiche di MMR (Mental Model of Reality) e SMR (Social Model of Reality). 
  Una seconda serie di contributi è più orientata alle prospettive future: è possibile un dialogo fra i tre monoteismi? Nessuno degli interventi ritiene scontata la risposta affermativa. Né Piero Di Giorgi, a giudizio del quale “la violenza è connaturata al monoteismo ed è resa possibile anche dalle ambiguità presenti nei testi sacri delle tre religioni, soggetti, spesso, , a interpretazioni forzate e a strumentalizzazioni politiche” (Per  una sfida cosmopolita dal basso, p. 17) né Leo Di Simone, secondo cui “le tre fedi in questione non sono facilmente omologabili, né compatibili”:  “soltanto restando nell’alveo di una generica, ottimistica, allegra e speranzosa genericità si può affermare a cuore leggero che Cristianesimo, Ebraismo e Islamismo credono nello stesso Dio” (La confusione dei monoteismi in Europa, pp. 90-91). Pietro Clemente registra addirittura un deludente arretramento del clima internazionale da alcuni decenni a oggi: “Per molti anni esperienze di multiculturalismo hanno avuto vita difficile ma positiva, aprendo a immagini del mondo globale come polifonia delle diversità. Oggi queste immagini sbiadiscono velocemente” (Religioni, culture, guerre: un mondo di contraddizioni, p. 75).
  Molto saggiamente, a mio modesto parere, Adelkarim Hannachi mette in guardia dall’errore nell’individuare il livello del dialogo: se esso continua, soprattutto, fra dotti, “sembra un rimedio inventato allora per curare le persone sane”. Bisogna avere l’acutezza di sguardo e il coraggio di vedere che “i conflitti che hanno prodotto l’estremismo religioso sono di natura economica, politica e strategica. La strumentalizzazione dell’Islam subentra successivamente e si alimenta dell’arretratezza della mentalità, del tribalismo, del comunitarismo e delle forme di religiosità conservatrice, retrograda e fondamentalista” (L’Occidente e l’Islam: interrogativi sul dialogo interreligioso, pp. 106 – 107). Come afferma un sociologo francese, stiamo assistendo – più che alla radicalizzazione dell’islamismo – all’islamizzazione del radicalismo.
 Quali che siano le probabilità di un tri-alogo fra i monoteismi mediterranei, certamente questo ha necessità di una preliminare rilettura critica dei fondamenti di ciascuna delle tre tradizioni. Solo “liberata dalla nozione mitologica di rivelazione divina, la Bibbia, come qualunque altro grande testo religioso, può allora offrire a chi è alla ricerca di senso spunti di grande ricchezza spirituale” (Elio Rindone, Che significa “rivelazione”?, p. 165); poiché ogni approccio al Mistero è parziale, limitato, “di questi limiti ogni religione dovrebbe rendere consapevoli i propri fedeli,mutando radicalmente al proprio interno insegnamenti e predicazione, fondandoli sulla premessa che ogni immagine di Dio è solo la proiezione di un ‘sé’ collettivo particolare, costruita e tramandata nel tempo” (Marcello Vigli, Religioni sì, no, come, p. 213); insomma, come recita il titolo del contributo di Augusto Cavadi, Solo l’autocritica può consentire il dialogo(p. 55). Infatti, se si vogliono evitare “astratte e inutili fughe in avanti, che possono compiacere solo pochi”, bisogna piuttosto puntare a che “ognuno stia al suo posto e faccia la sua parte, con la sua storia e nella storia dell’umanità, che è storia di aree comunicanti” (Antonino Pellitteri, “Non disputate con la gente del Libro altro che nel migliore dei modi”,p. 152).
   In questa ottica autocritica rientra la fine distinzione proposta da Paolo Branca fra il livello teologico-dottrinario e il livello storico-antropologico: spesso, infatti, l’inconciliabilità non è tanto fra dogmi, quanto fra consuetudini sociali e condizionamenti culturali che, per ignoranza, si ritengono  intoccabili (mentre sono essi stessi frutto di intrecci storici e meticciati inter-etnici) (cfr. Forme della religiosità e dinamiche identitarie nell’era della globalizzazione, pp. 37 – 39). L’attenzione al piano della quotidianità sociale – ma questa volta per evidenziarne le potenzialità positive, costruttive - è testimoniata anche dagli episodi autobiografici raccontati da Stefano Montes (nel suo Percorsi esistenziali del dialogo interreligioso. Scene vissute fuori campo, pp. 115 – 136) nonché dal primo dei “comandamenti” suggeriti da Brunetto Salvarani nel suo Per un decalogo del dialogo: “Il dialogo si fa tra persone. Non sono i massimi sistemi, le filosofie, le metafisiche, le religioni, che entrano in dialogo, ma le persone, quando queste sono messe in situazione  di poter dialogare” (p. 172).
  Sul piano operativo, Luca Parisoli critica duramente il progetto di costruire a Berlino un tempio interreligioso, definendolo addirittura “funesto”: “da un lato, se le confessioni religiose sono moribonde, ossia non trovano più esseri umani disposti a riconoscersi nella loro identità normativa, allora è inutile agevolarne il decesso; dall’altro, se almeno una di queste tre confessioni religiose è vitale, allora significa cercare di ferirla a morte, seppure con il sorriso della tolleranza. E un animale ferito a morte è disposto a tutto pur di continuare a vivere” (L’identità normativa delle religioni tradizionali, p. 143). Meno drasticamente, Vincenzo Meale (in Nel destino di Gerusalemme il dialogo possibile tra le religioni, pp. 109 - 113) propone, in alternativa al (o, per lo meno, con priorità rispetto al) progetto architettonico in Berlino, ogni concentrazione di energie nel restituire a Gerusalemme le condizioni minime di vivibilità fra i fedeli dei tre monoteismi.
  Come si può intuire da queste note, poco più che telegrafiche, si tratta di un volume polifonico in cui ogni autore ha sintetizzato anni di ricerca e di riflessione. Di un volume, poi, che incarna ciò che dovrebbe essere sempre più la vocazione dell’Italia e, in particolare, del Meridione: un crocevia che elabora, con faticosa serietà, alcune delle tensioni più drammatiche della globalizzazione galoppante.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 16 giugno 2018

LA MEMORIA CORTA RENDE L'ANTIMAFIA DEBOLE


     16.6.2018

LA DEBOLEZZA DI UN’ANTIMAFIA DALLA MEMORIA CORTA

Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, un giovane uomo si presentò spontaneamente alla magistratura palermitana (nessuno lo aveva inquisito né accusato) per raccontare di essere membro di una cosca mafiosa, di aver compiuto vari delitti e di come i mafiosi fossero in stretti rapporti di complicità con politici, burocrati, professionisti…le sue rivelazioni sembrarono così inverosimili da non essere recepite come veridiche. Il pentito – uno dei pochi collaboratori di giustizia davvero “pentiti” nella storia della mafia – fu condannato per i reati di cui si accusava, ma inviato a scontare la pena al manicomio criminale di Pozzo di Gotto (in provincia di Messina). Una volta ritornato a casa la mafia, Leonardo Vitale fu  assassinato dalla mafia che, in tal modo, confermava la fondatezza della sua testimonianza. Così si dovettero aspettare ancora alcuni anni prima che Tommaso Buscetta raccontasse a Giovanni Falcone la struttura organizzativa e il modus operandi di Cosa nostra. Ma le notizie di Buscetta sono state davvero così inedite come si disse e si ripete da decenni? O l’azione giudiziaria sarebbe stata meno incerta, e più efficace, se la collettività non accusasse un preoccupante deficit di memoria storica anche in questo ambito di vicende?
   Infatti già nell’ultimo scorcio dell’Ottocento una serie di studiosi e di operatori giudiziari  – sui quali spicca per ricchezza di dati, acutezza di analisi, costanza di impegno il questore Ermanno Sangiorgi – avevano offerto un quadro complessivamente articolato e convincente della “criminosa associazione”: ma questa elaborazione si è dispersa nell’oblio e – tranne rare eccezioni - le generazioni successive di osservatori della mafia e di protagonisti dell’antimafia non ne hanno fruito. Perché ciò non accada anche nel presente e nel futuro, Umberto Santino – affiancandosi ad attenti esponenti della ricerca storiografica contemporanea, come Francesco Renda e Salvatore Lupo – ha sintetizzato in un poderoso volume  (La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo, Milano 2017, pp. 643, euro 20,00) tutto l’essenziale che bisogna sapere, e custodire in memoria, sulle origini del fenomeno mafioso siciliano dal 1861 ai processi del 1903-4 intentati nella (vana) ricerca di mandanti e esecutori del delitto Notarbartolo.
    In quel periodo storico prendono forma sia le descrizioni scientifiche della mafia (una “compagine di malviventi” – secondo le parole incisive del questore Sangiorgi –“organizzati in sezioni, divisi in gruppi”, capeggiati ciascuno da un “capo-rione”, coordinati da “un capo supremo”: malviventi che “stanno sotto la salvaguardia di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono, per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi”) sia le letture più o meno intenzionalmente mistificanti e depistanti alla Giuseppe Pitré, secondo cui  “la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino [ma]semplicemente un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso; nel qual senso l’esser mafioso è necessario, anzi indispensabile”.
   Le notizie, le opinioni, le controversie riprese nell’istruttivo volume di Santino costituiscono una miniera di spunti per quanti volessero approfondire tematiche specifiche e personaggi poco noti: per limitarmi a un esempio che mi ha colpito particolarmente, la bettoliera di via Sampolo Giuseppa Di Sano cui i mafiosi uccidono nel 1897 la giovane figlia Emanuela. La signora, per altro “seriamente ferita” ella stessa, invece di chiudersi in un atterrito silenzio, “collabora attivamente con la giustizia. Il suo negozio è disertato dagli avventori, ma lei non si arrende”. Confortata dai pochi clienti che “non sentono l’influenza della mafia”, depone al processo e ottiene la condanna a 30 anni di uno degli assassini della figlia. Né la fermano ulteriori minacce di morte da parte dei complici del condannato. Il suo esempio non rimane isolato: le due casalinghe Agata Mazzola e Margherita Lo Verde, rimaste entrambe vedove per ritorsioni interne alla cosca mafiosa cui appartenevano i rispettivi mariti, non esitano a presentarsi in questura e a fare i nomi dei probabili assassini. 
   Con la storia della mafia, insomma, comincia la storia dell’antimafia: e Santino riporta con abbondanti citazioni le ricette via via elaborate e divulgate dagli esperti, purtroppo rimaste quasi sempre inapplicate. Molte di esse conservano intatta la loro attualità e, collegate reciprocamente, restituiscono i tratti essenziali di una strategia complessa come complesso è il fenomeno che si intende contrastare: una strategia che sia legislativa e giudiziaria, ma anche culturale e pedagogica, capace di incidere nella trasformazione delle istituzioni politico-amministrative come delle pratiche sociali ed economiche quotidiane. Per dirla con Napoleone Colajanni (1896), “il regno della Mafiain Sicilia non cesserà se non il giorno in cui con una vera instauratio ab imisi siciliani acquisteranno la libertà vera, il diritto e i mezzi per punire i prepotenti, di mettere alla gogna i ladri ed assicurare a tutti la giustizia giusta”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
   

http://www.nientedipersonale.com/2018/06/16/la-debolezza-di-unantimafia-dalla-memoria-corta/

venerdì 15 giugno 2018

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (PUNTATA n. 19)


“IL GATTOPARDO” /Edizione Sicilia
Mensile
Giugno 2018 

I siciliani (ri)spiegati ai turisti: puntata n. ° 19

LA LINEA DELLA PALMA

   Il turista che sbarca  per la prima volta in Sicilia, pronto a scoprire paesaggi inediti, può rimanere sorpreso da una constatazione: l’isola, dal punto di vista naturalistico, è davvero diversa dal resto del mondo per colori, temperatura, panorami; ma i siciliani non sono, antropologicamente, altrettanto diversi dal resto dell’umanità. Le ragioni per cui gli abitanti del pianeta si omologano negli usi e nei costumi, nei desideri e nei consumi, sono varie: e non sempre gradevoli né in se stesse né nelle conseguenze. Ma, quali che siano le cause, gli effetti sono davanti ai nostri occhi: per virtù e per vizi, i compatrioti che il visitatore ha lasciato a Montpellier o a Salisburgo non sono di una pasta radicalmente differente rispetto agli abitanti di Trapani o di Siracusa. 
    In un libro di alcuni anni fa, L’Italia a pezzi, Antonio Roccuzzo si chiedeva nel sottotitolo: Cosa unisce Catania e Reggio Emilia?La risposta, o meglio le risposte, erano articolate e, per quanto ho capito viaggiando un po’ per l’Europa, potrebbero valere per molte altre città del Nord e del Sud. 
   Innanzitutto, purtroppo, le città italiane e europee sono accomunate da ombre: “la linea della palma” (di cui parlava anni fa Leonardo Sciascia per indicare il confine tra cultura mafiosa presente nel Meridione italiano e il resto del Paese) si è spostata sempre più verso il Nord. Gli intrecci fra gli imprenditori del Settentrione e la criminalità organizzata del Sud si sono fatti sempre più stretti: i primi hanno investito nelle regioni meridionali capitali vieppiù consistenti in affari legali e illegali e, viceversa,  le famiglie mafiose si sono trasferite nelle regioni settentrionali per infiltrarsi nelle amministrazioni pubbliche, nelle banche, nei traffici illeciti. I rifiuti tossici di molte aree industriali del Nord vengono seppelliti nel Meridione; la droga importata nel Meridione viene spacciata fra i giovani di Milano o di Berlino.
   Notare l’omologazione in chiave esclusivamente negativa sarebbe, però, riduttivo; anzi ingiusto. Infatti i vari “pezzi” dell’Italia, e dell’Europa, si vanno ricomponendo anche in senso positivo. I cittadini migliori, anche grazie agli strumenti telematici, si vanno riconoscendo e collegando, indipendentemente dalla collocazione geografica: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono onorati al Nord non meno che al Sud; le cooperative emiliane sono attivissime nel rivendere pasta, vino e olio prodotti dalle cooperative siciliane; gli angoli del Meridione resi celebri dalla letteratura e dalla cinematografia costituiscono mèta privilegiata di visitatori affascinati che arrivano da  ogni regione del paese. 
   Ecco perché, col passare degli anni,  i turisti in Sicilia trovano, nel paesaggio umano,  sempre meno folclore: ritrovano un’atmosfera familiare, poco esotica. Respirano l’aria dell’Occidente: con i suoi miasmi, ma anche i suoi profumi.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
  

giovedì 14 giugno 2018

VESCOVI E MAFIA: QUALCHE CONSIDERAZIONE CRITICA

25.5.2018


RUBRICA  "Uomini e dei", numero  9.

VESCOVI E MAFIA: QUALCHE CONSIDERAZIONE CRITICA

   La Lettera dei vescovi di Sicilia a venticinque anni dall’appello di Giovanni Paolo II  alla conversione dei  mafiosi, nella Valle dei Templi di Agrigento (9 maggio 1993), di cui la nostra testata ha dato una sintesi tempestivamente, merita qualche considerazioni più ponderata.  
   La prima riguarda la qualità, decisamente migliorata, della preparazione culturale e della sensibilità sociale degli attuali presuli rispetto ai predecessori di quaranta o cinquanta anni fa. Nel loro messaggio si riconosce l'impronta di un episcopato relativamente giovane che ha avuto modo di analizzare, negli anni della formazione al ministero, il fenomeno mafioso anche con la guida  di docenti come don Francesco Michele Stabile, don Pino Ruggeri  e monsignor Cataldo Naro: per intenderci un episcopato rappresentato da presuli come l’attuale arcivescovo di Palermo don Corrado Lorefice che, nel discorso di insediamento a piazza Pretoria, citò Peppino Impastato accanto a don Pino Puglisi, la Costituzione italiana accanto ai Vangeli.
   Una seconda considerazione: nel messaggio di questi giorni i vescovi cercano di rimediare a un grosso limite della lettura della mafia da parte di Giovanni Paolo II che vi vedeva esclusivamente l'aspetto criminoso-militare e non anche la valenza corruttivo-politica. Per il papa di allora (come, per la verità, per molti politici e osservatori) la mafia c’è quando spara e uccide – d’estate, d’inverno e nelle mezze stagioni -, ma non c’è , o per lo meno non suscita allarmi e indignazione, quando trucca appalti, corrompe funzionari statali, compra voti, costringe i giovani a emigrare in Paesi dove i concorsi pubblici (anche all’università !) sono davvero concorsi e davvero pubblici. I vescovi siciliani, invece, si mostrano attenti anche a questa dimensione quotidiana, sotterranea, della mentalità mafiosa: una dimensione che coinvolge, ben al di fuori della cerchia dei cinquemila “uomini d’onore” in servizio permanente ed effettivo in Cosa nostra, centinaia di migliaia – diciamo pure alcuni milioni – di cittadini e cittadine ormai persino incapaci di scandalizzarsi delle pratiche clientelari e delle raccomandazioni in ogni angolo della vita sociale.
 Ciò che né papa allora né vescovi oggi, però, sembrano percepire – e siamo a una terza, ultima, considerazione – è la portata "mafiogena" della dottrina teologica cattolica.  La questione è delicata e non per nulla ho dovuto dedicarle, riprendendo alcuni intuizioni di don Cosimo Scordato, un intero volume  (Il Dio dei mafiosi) già alcuni anni fa. Provo a sintetizzare brutalmente. Nella Lettera, come in altre occasioni, i vescovi invocano un recupero della religiosità come antidoto alla mafia senza sospettare che il cattolicesimo meridionale, per certi versi antidoto alla mentalità mafiosa, per altri versi ne è una riserva di idee, pregiudizi, simboli...Basti pensare soltanto alla concezione di un Padre-padrino che si placa solo al cospetto del sangue del Figlio o alla convinzione che Egli conceda grazia e favori terreni solo per la raccomandazione di mediatori celesti come la Madonna e i Santi del calendario. Dunque: che le chiese facciano autocritica per i difetti pratici del passato e del presente è un bene, ma non basta. Sarebbe necessario anche una revisione teologica di tanti dogmi e di tante dottrine che non sono in linea con l’annunzio originario di Gesù di Nazareth e che, invece, si prestano troppo agevolmente a essere adottati come patrimonio ideologico delle associazioni mafiose. Non è impresa da poco, ma – anche grazie a un nuovo clima consentito da papa Francesco – la revisione della teologia cattolica è in pieno processo: studiosi e pensatori come Carlo Molari, Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi, Vito Mancuso, Ferdinando Sudati, Sergio Tanzarella, Franco Barbero (per limitarmi a qualche nome italiano fra tanti attivi nel mondo) sono impegnati in prima linea. Qualche volta pagano con provvedimenti disciplinari ecclesiastici l’autenticità nella ricerca e la franchezza nell’esprimersi (che rende i loro scritti accessibili anche a un pubblico di non-specialisti), ma intanto aprono strade che portano verso un futuro migliore.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com