La
fedeltà – intesa come perseveranza nel tener fede agli impegni assunti – è
comunemente considerata un pregio, una qualità apprezzabile. E con molte
ragioni. Le amicizie giovanili come gli imperi mondiali stanno o cadono se
regge o meno la rara virtù di non infrangere i patti, di non rimangiarsi la
parola solidale liberamente offerta né abbandonare per strada il compagno di
viaggio con cui avevamo deciso di perseguire la stessa meta. Virtù tanto preziosa
quanto ardua: sempre, ma ancor più – obbligatoria la citazione da Zygmunt Bauman –nella “società liquida” di cui siamo ospiti
non innocenti.
Tuttavia
la vita, e di conseguenza il filosofare autentico, insegnano che non c’è
atteggiamento umano, per quanto luminoso, del tutto privo di ombre: la fedeltà
ha i suoi risvolti problematici e, se non se ne possiede consapevolezza, può
trasformarsi nella tragica caricatura di sé stessa. Da virtù commovente può
ribaltarsi in vizio patetico. Fedele: ma a cosa? Fedele: ma a chi? La fedeltà
di Adolf Eichmann agli ideali del Terzo Reich, e ad Hitler in particolare, è
meritoria esattamente come la fedeltà di Bāshā
Khān agli ideali della
Nonviolenza e a Gandhi in particolare?
Numerose
sono le versioni taroccate della fedeltà: occorre trovare un nome diverso per
ciascuna di esse.
La
perversione della fedeltà nel rapporto di coppia
Probabilmente
il caso più a portata di mano è il rapporto di coppia. Due persone (non importa
ovviamente il sesso) s’incontrano nell’euforia dei venti anni e decidono
convintamente (non importa ovviamente il come) di intrecciare le esistenze
“sino a che morte non li separi”. Poi, molto prima di quanto prevedessero, la
loro ebbrezza magica si scontra con la dura prosa della quotidianità: come
negare che resistere agli imprevisti, alle difficoltà economiche o di salute, persino
alla noiosa mancanza di imprevisti e di difficoltà economiche o di salute, sia
un esercizio virtuoso di fedeltà? Ma un rapporto di coppia è cementato, almeno
altrettanto che dalla relazione simpatetica, da una convergenza di sguardi sul
futuro: dalla condivisione di prospettive e, conseguentemente, di qualche
progetto operativo. Può capitare che uno dei due partner, crescendo “in età e
grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”, continui a vedere il mondo dalla
stessa angolazione e ad agire nelle medesime modalità; ma che l’altro,
altrettanto in evoluzione, scopra dimensioni nuove, si innamori di altri
valori, avverta passioni inedite. Che fare? Ovviamente da situazione in
situazione vanno soppesate decine di fattori, ma alla luce di un criterio di
fondo: che la fedeltà non si capovolga –
e si stravolga – in testardaggine.
Tale
inversione – o perversione – può assumere una postura passiva, rinunciataria,
servile. Accade a soggetti che confidano: “Ho cambiato visione-del-mondo,
gusti, persino carattere: ma rifiuto questo cambiamento perché, se ne prendessi
atto, potrei arrivare a separarmi da te! E non sono disposto/a a tradire né la
tua persona né il patto legale che ho sottoscritto”. Tale logica sacrificale –
comunque la si giudichi in base ai propri criteri etici – comporta
oggettivamente dei costi altissimi: chi di noi non conosce mariti e padri, più
spesso mogli e madri, che dopo quindici o venti anni di matrimonio muoiono, se non
fisicamente (come avveniva sino a un secolo fa per la durata media della vita
biologica), psicologicamente, moralmente e spiritualmente?
Non
meno dolorosa la testardaggine quando assume una postura attiva,
aggressiva, prepotente: “Io non sono più il lui/lei dei nostri primi passi e,
se davvero mi ami, devi cambiare anche tu con me, come me” oppure –
equivalentemente dal punto di vista della prevaricazione – “io sono il lui/lei
dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, non puoi cambiare ma devi restare
con me, come me”. Che simile
ineducazione alla gestione del divenire – proprio o altrui – possa portare a
gesti violenti, sino all’uxoricidio, mi sembra una possibilità facilmente
ammissibile.
In
tutti questi casi a rovinare la vita propria o/e altrui non è la fedeltà, ma la
sua tragica caricatura.
La
perversione della fedeltà rispetto ai propri ideali
Ci
sono persone che si gloriano di non aver cambiato idee, dalla culla sin quasi
alla tomba, sulle questioni cruciali della vita. In alcuni casi si tratta di soggetti
illuminati da invidiare, in altri di caparbi da compatire: dall’esterno di una
biografia nessuno può stabilire dove la fedeltà ai propri principi diventa ostinazione
orgogliosa per incapacità di autocritica. Come diceva una vecchia battuta: «Sii
te stesso. Ma se sei un fesso, non insistere». C’è chi nasce cattolico, vive da
cattolico e muore da cattolico con la stessa fedeltà a ciò che ritiene vero e
bene di altri che restano comunisti o fascisti dall’adolescenza all’anzianità
avanzata: autentica – tale fedeltà – se si è rimasti cattolici,
comunisti o fascisti senza smettere di cercare, di conoscere, di riflettere, di
confrontarsi; se non ci si è chiusi a riccio; se la persistenza nelle proprie convinzioni
non è stata frutto di dogmatismo bigotto. In quest’ultimo caso, infatti, la fedeltà– per dirla con don Milani e i suoi
ragazzi a proposito di certa obbedienza – non sarebbe più una “virtù”, ma una versione
fasulla e ingannevole dell’originale.
Sinora
ho avuto in mente soggetti che (con ragioni apprezzabili o per pessimi motivi)
sono rimasti lungo il corso dell’intera esistenza sulle proprie posizioni
teologiche o ideologiche in buona fede. Ma ci sono tante altre
tipologie: quanto a perversioni, noi mortali non difettiamo di fantasia!
Ad
esempio ci sono i fedeli per tornaconto. Non sono né così fortunati da
avere capito tutto sin da bambini né così stupidi da non accorgersi di essersi
schierati, sin da giovani, dalla parte sbagliata. Sono consapevoli che
dovrebbero rivedere, anche radicalmente, la propria filosofia: ma sanno pure
che, dal punto di vista dei vantaggi materiali, non gli conviene. Restano a
difendere e proclamare dottrine, a cui non credono più, in perfetta cattiva
fede. È
capitato a molti di noi di incontrare questi ipocriti – nell’accezione
etimologica di “attori” – abilissimi nel mimare la fedeltà. La storia della
letteratura, come le piccole storie quotidiane, conoscono preti che affidano a
diari segreti il rinnegamento di ciò che, pur di non perdere i privilegi del
ruolo, perseverano nel predicare dal pulpito. Kierkegaard racconta da qualche
parte del teologo che intima a Dio: “Ho scritto tre libri per dimostrare che
esisti e sei buono. Ed è stato un successo. Ma se neppure così, entro l’anno,
mi faranno vescovo, ne scriverò altri tre per dimostrare il contrario”. E io
stesso ho memoria di un alunno, leader di un movimento giovanile di estrema
Destra, “Fronte della Gioventù”, che ad una domanda – “Ma come fa una persona
intelligente come te ad essere fascista?” – mi rispose con spiazzante
sincerità: “Certo che non sono più fascista. Ma dovrei comunicarlo ai dirigenti
del Partito proprio ora che, alle soglie della maggiore età, posso iniziare la
carriera politica?”
La
fedeltà sostanziale dietro l’apparente infedeltà
Ho
tratteggiato qualche caso di infedeltà sostanziale dietro la maschera di una
fedeltà apparente. La variegata casistica di veri e falsi fedeli resterebbe
troppo incompleta se trascurassi una figura diversa dalle precedenti:
l’infedele (apparente) per fedeltà (sostanziale). Per chiarire questa tipologia
può riuscire istruttivo risalire alla radice etimologica della fidelitas:
la fides, la “fede” come apertura, convinzione, slancio, passione… in
tutti gli ambiti dell’esperienza umana, dalla politica alla religione,
dall’arte all’etica. (Qui non importa precisare che la fede può essere
“irrazionale” in quanto contraddice le esigenze elementari della ragione; ma
anche “arazionale”, nel senso che prescinde dal vaglio della “ragione”, o “ragionevole”
nel senso che si “crede a”, ci “si affida a”, si “scommette su” persone o
valori o idee che la ragione ritiene affidabili). Ebbene la fede così intesa non
può restare indeterminata: per esercitarsi esperienzialmente non può fare a
meno di contenuti, di “credenze”. Il
rischio è di identificare la prima (la fede come apertura, tensione soggettiva)
con le seconde (le credenze come dati oggettivi): sarebbe un errore. Infatti la
fides qua, ossia l’atteggiamento con cui credo, è la sorgente
viva e zampillante che merita d’essere preservata, alimentata, laddove la fides quae, ossia le cose
che credo necessitano di verifica incessante. Esse non sono la sorgente, ma le acque del
torrente: vanno lasciate scorrere liberamente. Se fissate, cristallizzate, bloccate,
imputridiscono. Ecco perché talora è proprio la fedeltà, come
perseveranza in una “fede”, a imporre l’infedeltà rispetto ad alcune
“credenze”. Anche di questo mi ha fatto dono la Vita: incontrare persone che da
giovani avevano abbracciato per “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello,
nella Giustizia, nella Libertà…) alcune
teorie, alcune organizzazioni, alcune istituzioni e, con l’età adulta, hanno
visto con chiarezza inequivoca, che - proprio se volevano persistere nella
“fede” giovanile – dovevano cambiare “credenze”. Ed effettivamente hanno
cambiato partito o chiesa o scuola filosofica…abbandonando (talora con
sofferenza interiore) dogmi, dottrine, stili di vita, assetti di gruppo,
simbologie, modalità di diffondere il proprio patrimonio ideale. Sono state
persone apparentemente “infedeli” perché, a un certo punto dell’evoluzione, non
si sono dette più cattoliche o comuniste o fasciste, ma si sono dette altro o
non si sono più autodefinite in alcun modo, perché, in coscienza, si sono
convinte che il fuoco originario della loro “fede” (nella Verità, nel Bene, nel
Bello, nella Giustizia, nella Libertà…) andava alimentato con altra legna, in
sintonia con altre compagnie, mediante altri metodi. Queste persone sono
disposte a pagare il prezzo di un duplice stigma: bollate come “traditrici”
della Causa a cui avevano giurato fedeltà dai vecchi sodali e guardate con
sospetto dai nuovi compagni di strada timorosi di poter essere, a loro volta,
abbandonati qualora si rivelassero più d’inciampo che di sostegno per la
“fede”. È un po’ la sorte di persone come Ignazio Silone: al
cospetto delle tragedie dello stalinismo sovietico, proprio per non tradire
l’afflato di giustizia sociale originario, ha abbandonato il Partito Comunista
Italiano di cui era diventato dirigente e, proprio per non tradire l’inspirazione
evangelica, non è ritornato nella Chiesa cattolica strutturata gerarchicamente.
Per rispetto della sua “fede” socialista e cristiana, ha preferito la
marginalità di “socialista senza partito e cristiano senza chiesa”.
Augusto
Cavadi
"Le nuove frontiere della scuola"
n. 71 / Giugno 2026