martedì 11 giugno 2024

L'AMBIGUA SAGGEZZA DEI PROVERBI TRADIZIONALI

 

“Il Gattopardo/Sicilia”

Aprile 2024

I proverbi siciliani sono spesso decantati come distillati di saggezza. Ma è davvero così come piace ai nostalgici tradizionalisti? O sono impregnati di idee egocentriche, utilitaristiche e maschiliste?

Esaminiamo un tema a caso: il matrimonio. Le ragioni del cuore possono prevalere sui calcoli del portafoglio?  Parrebbe di no: Cu’ si marita e nun pigghia la dota,/ prova li fitti a la prima nuttata (“Chi si sposa senza dote, prova le fitte già alla prima notte”). Tuttavia la disponibilità economica della fidanzata non deve accecare sul suo aspetto fisico dal momento che Du’ cosi nun si ponnu suppurtari: / scarpi stritti e fimmini lari (“Due cose non si possono sopportare: scarpe strette e donne brutte). Purché non si esageri nelle pretese estetiche se è vero (ecco un altro triste stereotipo!) che Cu’ di bedda s’innamura,/ beddi corna s’assicura (“Chi s’innamora di una bella donna, si assicura belle corna”). Con l’aggravante che l’urtimu chi lu sapi è lu curnutu (“l’ultimo ad apprenderlo è proprio il cornuto”).      

Quale che ne sia la genesi, il matrimonio – fosse anche per amore – è destinato a durare a lungo? Come in tutte le tradizioni popolari, pure in Sicilia i proverbi affermano tutto e il contrario di tutto. Da una parte, infatti, Amuri, biddizza e furtuna    picca dura (“Amore, bellezza e fortuna durano poco”); ma, dall’altra, l’amuri veru un ‘nvecchia mai  (“l’amore vero non invecchia mai”) e, anche in assenza di un amore autentico, supplisce la consuetudine:  lu lettu fa l’affettu (“il letto alimenta l’affetto”). 

Poiché in ogni ipotesi il matrimonio comporta per il maschio fatica (se dura) e dolori (se fallisce), il consiglio migliore è radicale: Si vò campari cent’anni e cchiossai,/ sta ‘schettu e nun circàriti guai (“Se vuoi campare cent’anni e più, resta celibe e non cercarti guai”). Alla faccia della retorica sui sani principi morali che la tradizione avrebbe trasmesso per secoli da una generazione all’altra…                                                                                        

                                                             Augusto Cavadi

lunedì 3 giugno 2024

VIVERE DAVVERO, A TRECENTOSESSANTA GRADI


Che significa per un essere umano  “vivere”? Le risposte - ogni volta unica per ciascuno di noi - si lasciano distribuire su due versanti principali. Per alcuni, infatti, la vita è uno scherzo del Destino (o del Caso o di Dio) da accettare con paziente rassegnazione per ridurne al minimo gli inevitabili danni. Per altri, invece, di per sé la vita sarebbe un gioco da praticare con creatività: quasi una costruzione da mettere su, mattone dopo mattone.

Chi si riconosce in questo secondo scenario deve accertarsi che i mattoni necessari ci siano tutti: infatti si sostengono a vicenda e, se ne togliamo uno, l’intera costruzione crolla giù. Ma quali sono questi elementi indispensabili? Non è agevole identificarli esaurientemente. Un’elencazione, per quanto incompleta, non può non includere il desiderio di conoscere: che vita è la vita di chi non ha curiosità intellettuali, non ama ascoltare le storie raccontate dagli anziani del villaggio, non legge libri (se ne è in grado), non viaggia nello spazio e nel tempo? Altrettanto importante la cura della propria dimensione corporea : la sobrietà nell’uso dei cibi e delle bevande, la frequenza di spazi salubri, gli esami periodici preventivi. Quante vite sono sfigurate dal pregiudizio cataro, gnostico, che “abbiamo” un corpo, non che lo “siamo”? Ancora: è essenziale una serenità economica equidistante dalla miseria come dall’accumulo di ricchezza al di sopra delle necessità personali e della propria cerchia familiare. La povertà rende indegna la vita quanto la “maledetta fame dell’oro” (Virgilio). Normalmente questa serenità economica è frutto del lavoro quotidiano che, se corrispondente alle proprie attitudini e inclinazioni, è irrinunziabile modalità di auto-realizzazione: davvero privilegiato chi, secondo il motto di Merleau-Ponty, è riuscito a fare della propria passione il proprio lavoro!

Una vita riuscita, almeno nei suoi tratti costitutivi, è la somma di tendenze apparentemente contrastanti: a gustare, nel silenzio, le ore di solitudine e a relazionarsi per il resto, a cerchi centrifughi, con il contesto sociale (le persone di cui ci si innamora, le altre con cui ci si lega di amicizia fedele, le altre ancora con cui si stabiliscono patti sapendo di poter contare abitualmente sulla reciproca affidabilità). Solitudine e relazione (non artificiosa, convenzionale) sono come la sistole e la diastole del cuore di ogni vita: quanti invalidi, a causa del blocco di questo movimento su uno dei due poli,  si aggirano per le strade del nostro mondo!

Quando un soggetto ha costruito l’esistenza con le tessere di questo mosaico e, tuttavia, mastica un retrogusto di amarezza, di insoddisfazione generale, farebbe bene ad ampliare l’orizzonte alla ricerca di tasselli mancanti. Forse non ha mai sperimentato la gioia del dono gratuito, senza previsione di ricambio da parte del donatario; ancor meno la serietà del per/dono nei confronti di chi lo ha offeso o tradito (e se ne è reso, con rammarico, conto). Forse è insensibile alla bellezza che incontra (naturale e artistica) né prova compassione per l’enorme sofferenza dei senzienti (umani inclusi), mentre al contrario prende troppo sul serio se stesso e i propri guai rivelandosi incapace di senso dell’umorismo, di distacco ironico. Troppo spesso ci si ferma a metà costruzione illudendosi che i mattoni assembrati possano risultare sufficienti ed esonerarci dal completare l’opera.

Si può completare la lettura dell'articolo con un click:

https://www.zerozeronews.it/si-fa-preso-a-dire-vivere-senza-sopravvivere/

sabato 1 giugno 2024

MARTEDI' 4 GIUGNO 2024, ORE 19, SU YOUTUBE: CLAUDIA FANTI E AUGUSTO CAVADI PRESENTANO IL LIBRO DI BRUNO MORI

 🔴 Martedì 4 giugno ore 19 evento online You Tube https://youtube.com/live/XAGB9regJwA

👉🏼 CLAUDIA FANTI in dialogo con AUGUSTO CAVADI 

per la presentazione del libro di 

📌 BRUNO MORI,

 L'IMPLOSIONE DI UNA RELIGIONE.

 Verso la crisi dei dogmi, dei sacramenti e del sacerdozio nella Chiesa cattolica

(Gabrielli Editori, 2024).

Autore già per Gabrielli editori di "Per un cristianesimo senza religione", fondamentalmente in questa nuova opera Bruno Mori affronta il tema della crisi della Chiesa cattolica, che coinvolge la pertinenza e l’utilità dei suoi dogmi insieme alla distanza crescente rispetto alla sensibilità e alla cultura contemporanee.

lunedì 27 maggio 2024

GESU', IL FIGLIO DEL BOSS, NEL RACCONTO DI SALVO ALES


Yeshu’a è un nome aramaico (in latino Jesus) molto diffuso prima, durante e dopo la vita di Gesù il Nazareno (che, infatti, ebbe bisogno di ulteriori denominazioni per essere individuato fra molti omonimi: “figlio di Giuseppe”, “l’Unto (nel senso di  Inviato)”. Nulla di strano, dunque, che si incontrino, nella vita reale e nella letteratura, persone con questo nome i cui tratti caratteriali possono somigliare poco – talora per nulla – all’immagine che di Gesù ci hanno consegnato i vangeli (sia ‘canonici’ che ‘apocrifi’).

A noi italiani è difficile non pensare al “Gesù bambino” che “gioca a carte e beve vino” della toccante canzone 4 marzo 1943 di Lucio Dalla. Su questa lunghezza d’onda – affettuosamente demitizzante – troviamo il protagonista del romanzo di   Salvo Ales, Lo chiamavano Gesù (Gruppo Editoriale Bonanno, Acireale 2024).       

Non è un santo, almeno non secondo il prototipo dell’immaginario collettivo cattolico (se mai vicino al protagonista de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth). Addirittura è figlio di un boss mafioso e, per certi versi, ne condivide alcune caratteristiche. Ma, sostanzialmente, ne prende le distanze, un po’ come Peppino Impastato nei confronti del proprio padre e della famiglia d’appartenenza. Così la narrazione scorre su un registro ambivalente: a momenti sembra che questo Gesù ricalchi la mitezza, la pazienza, la dolcezza di quell’altro;  in altri momenti, invece, ne è come l’immagine capovolta, antipodica. Infatti di solito è incapace di rispondere alla violenza con la violenza, ma è anche “invidioso” del fratello biologico, al punto da arrivare a volersi “vendicare” di un suo ennesimo atto di spavalderia. Il risultato letterario è intrigante: un personaggio complesso, equidistante dalla enfatizzazione sdolcinata come dalla demonizzazione moralistica.

Qualcuno, spiazzato da tale complessità,  ha ritenuto blasfemo questo scritto, un po’ come vennero giudicate blasfeme le poesie-canzoni di Fabrizio De André raccolte nell’album La buona novella (non a caso qui citato in esergo). Se riteniamo che il Gesù della storia sia stato il Cristo Pantocratore dei catini absidali bizantini, allora questa rappresentazione letteraria è davvero blasfema, o almeno troppo riduttiva. Ma – non so quanto consapevolmente – Ales si sintonizza con le più recenti interpretazioni della figura di Gesù secondo cui egli è stato un essere umano come tuti gli altri e che solo gradualmente è diventato Dio nel culto delle prime comunità e nelle definizioni dogmatiche dei primi concili (a partire da Nicea nel 325). Se – come mi sono convinto dopo decenni di studio – questa cristologia dal “basso” è la più aderente alla verità storica, la lettura di Gesù che traspare nelle pagine di Ales non è solo consentita, ma  addirittura l’unica ortodossa. Ci restituisce, infatti, un Gesù vivo, vero, capace di sperimentare l’amore a trecentosessanta gradi: non solo dunque come agape e philia, ma anche come eros. Un Gesù imitabile perché imperfetto, in progress: come lo siamo gli uomini e le donne della storia effettiva, non delle idealizzazioni alienanti. 

PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/gesu-sulla-croce-di-cosa-nostra/

mercoledì 22 maggio 2024

DUE LEZIONI ATTUALI DEL MARTIRIO DI DON PINO PUGLISI

DUE LEZIONI ATTUALI DEL MARTIRIO DI DON PINO PUGLISI

La vicenda storica di don Pino Puglisi è stata raccontata ormai molte volte, anche al cinema (ovviamente con risultati non sempre ottimali: il pur bravo Luca Zingaretti, ad esempio, nel film Alla luce del sole di Roberto Faenza, ha una propensione al cipiglio che non ricordo di aver mai notato sul volto del parroco palermitano). 

Può riuscire interessante mettere a fuoco, invece, alcuni significati di questa vicenda.

Il primo, di carattere sociologico, presenta una portata generale: la co-responsabilità dei “buoni” nell’assassinio di una vittima. Se la stragrande maggioranza dei medici firma certificati falsi per scongiurare la detenzione di un boss, quando un medico si rifiuta va punito. Se la stragrande maggioranza degli imprenditori paga il pizzo, quando un imprenditore si rifiuta va punito. E così via per tante altre categorie professionali. Il clero cattolico non fa eccezione: se la stragrande maggioranza dei preti non trova nulla da obiettare al dominio territoriale dei mafiosi (e dei loro referenti politici), quando un prete rifiuta la collusione (o almeno il silenzio complice) va punito. Se non si riflette su queste dinamiche non si può capire davvero l’allarme di Martin Luther King sull’indifferenza degli indifferenti, a suo parere più pericolosa della violenza dei violenti. Né si può capire perché ogni retorica esaltatrice di un martirio (religioso o civile) è del tutto fuori luogo: le vicende di  Josef Mayr-Nusser  e di Franz Jägerstätter sono un eloquente atto di accusa verso i loro contemporanei  che accettarono supinamente l’arruolamento nell’esercito nazista. 

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