giovedì 3 settembre 2026

LA “GRAVIDANZA PER ALTRI” TRA ETICA E DIRITTO

Trovo ottimi gli intenti perseguiti da Luana Zanella nel curare la raccolta di scritti La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme, Moretti & Vitale, Bergamo 2026: affrontare la scottante tematica della GPA (Gravidanza Per Altri) mediante un approccio di filosofia esperienziale alla duplice luce del femminismo e dell’ecologia. L’autrice del volume, negli scritti introduttivi, richiama pensatrici e pensatori che hanno giocato un ruolo pionieristico sia nell’ambito femminista (come Françoise d’Eaubonne, «cui dobbiamo la definizione stessa di ecofemminismo», p. 14) che nell’ambito ecologista (come Laura Conti). Inoltre, e soprattutto, fa il punto sull’ «incandescente dibattito mondiale intorno all’uso pubblico del corpo psicofisico delle donne» (p. 11), non nascondendo la sua posizione nettamente critica verso la GPA sia a titolo (almeno formalmente) gratuito sia a titolo (esplicitamente) commerciale. A suo avviso, infatti, questa pratica è una tappa di un processo di arretramento: «Il corpo femminile fecondo, sottratto al controllo patriarcale dalle lotte secolari delle donne, grazie alle loro conquiste di cui si è avvantaggiata l’umanità tutta, ritorna a essere uno strumento a disposizione del desiderio di maternità e paternità di altri» (p. 31).

Già nel primo dei testi antologizzati (Essere ed essere comprate. Prostituzione, maternità surrogata e identità divisa di Kajsa Ekis Ekman) si insiste su uno degli argomenti più ricorrenti: costringere la madre surrogata a una sorta di dolorosa schizofrenia. Infatti, ella, per contratto, «deve vivere per il bambino, pensare al bambino in ogni azione quotidiana e, allo stesso tempo, deve creare una distanza tra sé e il suo corpo, tra sé e il bambino che porta in grembo, perché deve sempre fare una distinzione tra ciò che è il suo essere e ciò che viene comprato. Deve avere a cuore il bambino ma non affezionarsi a lui, e questa è forse la parte più difficile: vendere sé stesse e allo stesso tempo essere gentili con sé stesse» (p. 76).

Nel secondo contributo raccolto, Maternità surrogata: un’altra clausola del contratto sessuale, di Carole Pateman, si sottolinea l’affinità culturale fra la legalizzazione di queste pratiche e la mentalità dell’individualismo «proprietario» e «patriarcale»: «la concezione della libertà come capacità di fare quello che si vuole di se stessi, significa cancellare ogni relazione intrinseca fra la donna proprietaria, il suo corpo e le sue capacità riproduttive. Costei ha con la sua proprietà la stessa relazione esterna che ha l’uomo proprietario rispetto alla sua forza lavoro o al suo sperma» (p. 84).

Del terzo testo riportato dalla Zanella, Il corpo assente di Cristina Faccinani, mi ha molto favorevolmente colpito la «intenzione di volerne pensare e di volerne parlare in un modo il più possibile esitante, incompleto, per interrogativi e per frammenti, per problemi e non per soluzioni, nel modo più lontano possibile da una posizione giudicante a priori» (p.87).

Dell’ampio contributo di Rosella Prezzo, Nascere nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ho trovato particolarmente interessante l’osservazione che «le idee di libertà e di autodeterminazione, se prese in maniera distorta nella loro assolutezza individualistica, portano anche a situazioni paradossali e incongrue, sfociando addirittura nel loro contrario, cioè in un asservimento» (p. 101): non so quanto congruamente, ma a me viene da pensare al diritto assoluto di disporre del proprio corpo (e del feto considerato come parte del corpo materno) quando si parla di aborto (non solo terapeutico ed eugenetico, ma anche selettivo rispetto al sesso del nascituro) che, in linea strettamente logica, non può non comportare il diritto di procreare e disporre del neonato (per amicizia o per denaro).

In Cosa viene prima. Scegliere dopo aver pensato, Annarosa Buttarelli svolge un discorso raffinato che non sono riuscito a seguire agevolmente, ma da cui si possono forse trarre due inviti. Il primo a invertire la situazione corrente che vede in atto «una diffusa svalutazione della riflessione ordinata, una riflessione che segua una logica radicalmente fondata, mentre ci si affida semplicemente a un racconto solamente emotivo, oppure a quelli che si ama chiamare “vissuti”, detti in pubblico senza una elaborazione» (p. 109); il secondo invito a trascendere la logica giuridico-contrattuale (seguendo la quale è difficile contestare la liceità della GPA) per attingere la logica dell’amore (nel senso in cui ne parla, fra altre, Simone Weil).

In un breve articolo ripreso dalla “Stampa” di Torino, La gestazione per altri e i diritti dimenticati, Gabriella Luccioli critica, in quanto «del tutto inutile» e elusiva della «fondamentale esigenza di apprestare un’effettiva e rapida tutela dei bambini incolpevoli comunque siano venuti al mondo» la legge approvata il 16 ottobre 2024 che configura come «reato universale» (p. 116) la GPA, perseguibile quindi anche se praticata all’estero, ad esempio in Stati come l’Ucraina dove – come riferisce nel suo intervento Caludia Bettiol - «la maternità suffragata è legale e commerciale» (p.119).

Che la problematica della GPA rientri in una rivoluzione bio-tecnologica colossale delle modalità naturali di trasmissione della vita (piante, animali e esseri umani) è ben illustrato da una lunga intervista, Brevetto universale, rilasciata nel 1994 da Alex Langer, nella quale il pensatore “verde” sottolinea come tale rivoluzione «ha conseguenze enormi e forse non ancora avvertite dalla gran parte della gente» (p. 135).

Da questi cenni telegrafici si evince la rilevanza di questo libro che però, a differenza di quanto sostiene in premessa la curatrice, non mi pare «possa essere utile per corsi di informazione e formazione, indipendenti da ogni schieramento preconcetto» (p. 11). Infatti i e i no non sono equamente rappresentati, anzi i non lo sono per nulla.

A me ha suggerito innanzitutto l’opportunità di non ridurre la varietà delle posizioni favorevoli alla GPA a una sola (ovviamente la peggiore della lista), appiattendo i vari sì (ad esempio di Niki Ventola o di tante femministe) alla «appropriazione da parte del capitalismo neoliberista» del «percorso delle maternità e della fecondità, sia fisica che mentale» (ivi) o inquadrandoli come espressione della «ondata violenta, misogina e autoritaria che sta travolgendo il mondo» (p. 13).

Inoltre mi ha suggerito  la necessità di distinguere due punti di vista che nei vari contributi mi sembrano intrecciarsi: la prospettiva etica della liceità e la prospettiva giuridica della legittimità. Tra i due piani di discorso vi sono certamente dei nessi, ma non è stato mai saggio sovrapporli. Ci sono pratiche che alcuni/e di noi riteniamo eticamente illecite (la prostituzione, l’aborto nei casi in cui non ci siano pericoli accertati per la vita della madre o malformazioni gravi del nascituro etc.) di cui auspichiamo, però, la regolamentazione giuridica come male minore (ad evitare, ad esempio, che alcune donne possano abortire in sicurezza e altre in condizioni disperate): che la GPA non rientri fra queste?

Augusto Cavadi

L'originale è qui: 

https://www.zerozeronews.it/la-gravidanza-per-altri-fra-etica-e-diritto/

mercoledì 2 settembre 2026

VINICIO MORGONI SU DIFESA POPOLARE NON ARMATA E OBIEZIONE PREVENTIVA AL SERVIZIO MILITARE

Tra i nuovi partecipanti alle "Vacanze di filosofia per non filosofi" a Sestola (Modena), dal 18 al 24 agosto 2026, il marchigiano Vinicio Morgoni che è stato particolarmente interessato ad uno dei tanti incontri spontanei "a margine" del programma ufficiale dei seminari in plenaria.

Qui di seguito due articoli in cui Morgoni ha voluto comunicare alcune sue riflessioni in proposito.

Il primo, ospitato su www.pressenza.com/it del 29.8.2026, è intitolato Diplomazia, non armi:

Prima delle ferie ho partecipato a Roma ad un incontro organizzato da un gruppo di impegno sociale di orientamento cattolico su temi sociologici e antropologici attualmente presenti e importanti nella società. Nella discussione ci si è frequentemente fermati sull’argomento della guerra, sull’uso della forza come strumento di composizione di conflitti e sulla mistificazione della realtà come strumento di consolidamento del consenso diffondendo opinioni false.

Pochi giorni fa sono tornato da Sestola, un Comune nell’appennino modenese, dove ho partecipato ad una settimana di incontri filosofici e antropologici - organizzato da un gruppetto di filosofi-in-pratica (cfr. www.vacanzefilosofiche.it) - con la presenza di donne e uomini di vario orientamento ideologico, religioso ed etico.

In entrambi i gruppi si è fatto frequentemente riferimento alle parole di Papa Leone che pone nella pace e solo nella pace la possibilità di uno sviluppo ordinato e felice. Una pace che si raggiunge e si mantiene nel rispetto delle altrui ragioni e nell’uso della diplomazia, evitando – per riprendere una vivace espressione di papa Francesco – di “abbaiare alle porte di Mosca”.

E in Italia?

Se, secondo l’articolo 11 della Costituzione repubblicana, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere i conflitti con gli altri Stati, appare ovvia la necessita di privilegiare il confronto dialettico e non la sfida armata. Quindi non è di poco conto che l’Italia abbia sospeso la leva obbligatoria con legge 226/04 e con Dlgs 662/010, pur se – come ho appreso a Sestola - i Comuni sono obbligati ad inviare al Ministero, a inizio di ogni anno, i nominativi dei giovani che sono in procinto di compiere i 18 anni. Tali nominativi confluiscono in elenchi contenenti tutti i cittadini maschi dai 18 ai 45 anni.

Ho appreso con approvazione, allora, che alcuni movimenti nonviolenti hanno iniziato una campagna nazionale per indurre i Sindaci ad avvisare i giovani che i loro nominativi stanno per essere inviati al Ministero; che, se lo desiderano, possono sin d’ora esprimere simbolicamente l’intenzione di non accettare la leva militare; e che, qualora la sospensione della leva obbligatoria dovesse cessare, avrebbero 15 giorni di tempo dalla ricezione della cartolina con l’avviso di coscrizione, di avvalersi della legge 230/1998 che ha introdotto l’obiezione di coscienza.

In conclusione, nei due incontri a cui ho partecipato, è emersa l’opinione concorde con Papa Leone che solo la pace può consentire di vivere serenamente; solo la diplomazia e il dialogo possono appianare le divergenze; che la legittima difesa non può  giustificare una continuo aumento delle spese per l’armamento come sta avvenendo soprattutto negli  Stati inseriti nell’alleanza Nato.

 ***

Il secondo articolo, ospitato su www.girodivite.it del 2.9.2026, si intitola La leva militare obbligatoria? Sospesa, non abolita:

La leva è sospesa, ma le liste esistono ancora: i nostri giovani lo sanno? Ogni anno i Comuni continuano a formare le liste di leva dei giovani di sesso maschile che compiono diciassette anni. Una procedura prevista dalla legge che apre una domanda: quanto sono informati ragazzi e famiglie?

Durante gli incontri di filosofia e politica sociale, ai quali ho partecipato recentemente a Sestola (cfr. www.vacanzefilosofiche.it), è emerso un argomento che mi ha particolarmente colpito. Nella percezione comune si è convinti che la leva obbligatoria in Italia sia stata abolita. Non è esattamente così.

Le chiamate per lo svolgimento del servizio di leva sono sospese dal 1° gennaio 2005, ma l'ordinamento conserva le disposizioni necessarie per un suo eventuale ripristino nei casi previsti dalla legge. Fin qui, probabilmente, nulla che possa sorprendere particolarmente. C'è però un altro aspetto molto meno conosciuto.

Il Codice dell'ordinamento militare stabilisce che i Comuni continuino a formare e aggiornare le liste di leva e che, all'inizio di ogni anno, venga resa nota ai giovani di sesso maschile che compiono diciassette anni l'iscrizione nella relativa lista ATTRAVERSO LA PUBBLICAZIONE DELLE LISTE NELL’ALBO PRETORIO DEL COMUNE. MA QUANTI LO SANNO ?

Si tratta di un normale adempimento amministrativo previsto dalla normativa vigente. Ma proprio per questo credo sia legittimo porre una domanda molto semplice: quanti dei nostri ragazzi lo sanno? E quanti genitori conoscono realmente il significato di questa procedura? Non pongo la questione per creare allarmismo. Al contrario.

Credo che quando si parla di giovani, di diritti, di doveri e perfino della possibilità — oggi soltanto eventuale — di essere chiamati un giorno a prestare un servizio obbligatorio, la migliore risposta possibile sia una sola: informazione. Informare non significa schierarsi a favore o contro le Forze Armate. Non significa essere favorevoli o contrari alla leva. Significa mettere un cittadino nelle condizioni di conoscere ciò che lo riguarda.

Esiste inoltre nel nostro ordinamento una tradizione giuridica importante relativa all'obiezione di coscienza al servizio militare, riconosciuta come diritto soggettivo del cittadino e oggi ricompresa nella disciplina del Codice dell'ordinamento militare. È un tema che, in una società democratica, merita di essere conosciuto prima ancora di dover essere eventualmente esercitato.

Per questo credo che i Comuni potrebbero svolgere un ruolo prezioso: non limitarsi agli adempimenti previsti dalla legge, LIMITANDOSI A INFORMARE I GIOVANI ATTRAVERSO LA PUBBLICAZIONE DEI LORO NOMI NELL’ALBO PRETORIO, ma utilizzare i propri strumenti di comunicazione — siti istituzionali, servizi anagrafici, canali informativi diretti — per spiegare DIRETTAMENTE ai ragazzi (MASCHI) e alle famiglie che cosa sia una lista di leva, perché continui ad esistere nonostante la sospensione del servizio obbligatorio e quali siano i diritti e i doveri previsti dall'ordinamento in caso di effettiva chiamata alle armi 8ENTRO 15 GIORNI DALLA RICEZIONE DELLA CARTOLINA-PRECETTO). .

Sarebbe un piccolo gesto di trasparenza. Ma sarebbe anche una forma di educazione civica. Perché possiamo avere opinioni molto diverse sulla difesa, sulla leva, sulle guerre che stanno sconvolgendo il mondo e sulle politiche internazionali. Su una cosa, però, dovremmo riuscire ad essere tutti d'accordo: un giovane chiamato domani a compiere una scelta importante deve poter conoscere oggi i propri diritti. Ed è proprio dai nostri territori che questa consapevolezza può cominciare. Mi piacerebbe sapere quanti giovani e quante famiglie conoscevano già questa realtà. E soprattutto mi piacerebbe che su un tema così delicato si aprisse un confronto pubblico, senza slogan e senza contrapposizioni preconcette.

Perché informare un cittadino non significa orientare la sua scelta: significa renderlo libero di compierla.

Vinicio Morgoni

Coordinatore Regionale Marche

ASSOCIAZIONE NAZIONALE LAVORATORI ANZIANI



* Qui i link ai 2 articoli:

https://www.pressenza.com/it/2026/08/diplomazia-non-armi/

https://www.girodivite.it/La-leva-militare-obbligatoria.html

lunedì 31 agosto 2026

COME SONO ANDATE LE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026) ?

SESTOLA (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità?

Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore?

Il programma della rassegna

Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria…

C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici?

Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche?

Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’?

Il Lago della Ninfa

E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana?

Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?

A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata – una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche…

Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale… Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori.

Il Castello di Sestola

Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna, soggiornante nella stessa struttura alberghiera, a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione.

Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025), le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista.

A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Pianola a cilindro al Museo degli oggetti musicali

Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino a monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del comune di Fanano.

Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa, a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola, presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell’Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).

Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, con la magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio.

Proposito, per nostra fortuna, accantonato: Beethoven ha continuato a vivere e a comporre e ci ha donato il capolavoro assoluto della Nona Sinfonia con il suo Inno alla gioia, eseguito per la prima volta a Vienna il 7 maggio 1824: prima sinfonia con la presenza della voce umana e del coro, che rappresenta l’intera umanità. Il testo, composto da Friedrich Schiller, esorta “Abbracciatevi, moltitudini”.

Si tramanda che, sebbene completamente sordo, Ludwig van Beethoven fosse presente sul palco; alla fine dell’esecuzione, non sentendo gli applausi, il maestro fu fatto girare dal contralto Caroline Unger perché vedesse il pubblico festante che sventolava i fazzoletti.

Lago della Ninfa

Nell’agorà finale, si è sottolineato che avere cura di sé e degli altri sono due modalità complementari che stimolano l’ossitocina, mediatore chimico della gioia sociale… Sono state infine ricordate le parole dello starec Zosima ne I Fratelli Karamazov, personaggio che Dostoevskij considerava portatore della sua visione: “Bisogna amare ogni creatura e tutto l’universo. Ogni granello di sabbia, ogni fogliolina, ogni raggio di sole. Forse amando veramente ogni cosa si può capire il mistero della vita”.

La sinergia tra gioia personale e gioia sociale è forse il segreto della gioia: nessuno basta a sé stesso, nessuno può gioire davvero da solo…

Maria D’Asaro

 Qui il link all'originale:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/nella-gioiosa-sestola-le-vacanze-filosofiche/

rilanciato anche da qui:

https://www.filosofiaperlavita.it/2026/08/le-vacanze-filosofiche-nella-gioiosa.html

domenica 30 agosto 2026

ANCORA SU VICOFARO: VESCOVO DI PISTOIA E VATICANO NON SONO MOSTRI SENZA CUORE

 

IL VESCOVO DI PISTOIA E IL DICASTERO VATICANO PER IL CLERO NON SONO MOSTRI SENZA CUORE

 

Come è noto solo in alcuni ambienti, e per canali poco frequentati, la Curia vescovile di Pistoia ha revocato a don Massimo Biancalani  l’incarico di parroco di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini, degradandolo a cappellano della prima delle due. Il provvedimento non è legato a un procedimento penale relativo a truffa e falso, riguardante contratti di lavoro di alcuni migranti, in quanto il Tribunale statale ha decretato nel 2025 il proscioglimento dell’imputato perché il fatto non sussiste. La questione è dunque tutta di carattere teologico-pastorale. Dalle informazioni, raccolte anche di prima mano, risulta che la decisione del vescovo sia stata motivata essenzialmente dal fatto che una durevole e ampia accoglienza di immigrati nella chiesa e nei locali parrocchiali abbia provocato grave negligenza nella cura pastorale 

«fino al totale annientamento della vita comunitaria»; abbia trasformato un luogo di culto in un luogo di pernottamento; abbia provocato le forti lamentele di numerosi parrocchiani.

Le contro-deduzioni dell’interessato sono state riprese e rilanciate in alcuni documenti di solidarietà provenienti dal cristianesimo di base. Il 21 agosto è stata pubblicata una lettera di solidarietà proveniente dalla Comunità dell’Isolotto di Firenze in cui si legge, tra l’altro, che «a Vicofaro e a Ramini ogni persona aveva un nome, una storia, una lingua, un cibo preferito, un percorso, delle ferite e delle risorse.  Crediamo che i giovani migranti accolti tutto questo lo abbiano visto, sentito e capito.  Questa è un’esperienza che ha fatto crescere tutti nella mente e nel cuore, tutti quelli che l’hanno avvicinata con cuore sincero e mente aperta. E ve ne siamo grati.  Sappiamo che voi, don Massimo, volontari e volontarie, in questa esperienza siete stati padri e madri, fratelli e sorelle di un’umanità partita dall’Africa e dal mondo, spesso giovanissima e mai davvero accolta dalla nostra Europa, tutta intenta a difendersi e ad armarsi contro i poveri.  Sappiamo che facendovi davvero prossimi a queste persone nella cui umanità avete visto il volto di Gesù di Nazareth davate anche corpo, anima, senso e futuro al cristianesimo e alla Chiesa.  Quello che avete fatto, e in cui ci riconosciamo, è un immenso dono alla Vita che non andrà perduto, e la Vita ve ne renderà merito. E se ora questa Vita viene mortificata, sappiamo che la Vita risorge.  E a chi ha osteggiato, strumentalizzato e deriso i vostri sforzi e l’esperienza decennale di accoglienza, a chi preferisce le pratiche religiose tradizionali, rassicuranti e innocue, non possiamo che ricordare le parole del Vangelo di Matteo: “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”».

Il 22 agosto un’altra lettera di solidarietà è partita a firma delle Comunità cristiane di base per mettere in evidenza un punto centrale del dibattito: « Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da reprimere. L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare” esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica, ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo».

Se non si vuole banalizzare questa vicenda, va vista come cartina di tornasole di una discriminante ormai ineludibile: una cosa è dirsi cristiani e un’altra dirsi cattolici. Certo il cattolicesimo è una delle possibili espressioni/manifestazioni storiche del movimento gesuano – e ciò spiega i numerosi punti in comune fra il ramo e il tronco originario -; ma, quando i nodi vengono al pettine, emergono le differenze sostanziali. La storia di Gesù è stata una storia di rivolta, di insubordinazione, di disobbedienza, di creatività spiazzante; la storia della Chiesa cattolica istituzionale è stata una storia di normalizzazione, di alleanza con i poteri politici, di pedagogia dell’accettazione e della pazienza. Migliaia di eretici e di eretiche stanno a dimostrare, sino a don Milani e Hans Küng, quali paletti del conservatorismo tradizionalista, non possono essere trasgrediti impunemente. Perciò i due ultimi vescovi di Pistoia e la Curia romana (cui si è rivolto invano don Massimo) non sono dei mostri senza cuore, ma dei funzionari ligi al ruolo che occupano: dirigenti per i quali gli uomini e le donne sono fatti per il Sabato, per la Legge, per l’Ordine sociale. Se non fosse questo il DNA cattolico, dall’imperatore Teodosio I a Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci sarebbe stata la corsa a dirsi cattolici ?

Augusto Cavadi

“Adista/Segni Nuovi”, 5.9.2026

sabato 29 agosto 2026

DANTE ALIGHIERI: DALL'AMORE PASSIONALE ALL'AMORE MISTICO

 DANTE ANCORA MAESTRO DI COSE D’AMORE?

Se un autore è considerato “divulgatore” – cioè uno che vuole rendere accessibile al vulgus dei contenuti elaborati in sede tecnica, specialistica, professionale – lo si considera con un mix di apprezzamento, per le sue intenzioni democratiche, e di condiscendenza, per la sua modesta preparazione. Quando ciò avviene, si dimostra di ignorare che la divulgazione è un’arte e, come ogni altra arte, può essere esercitata a livelli mediocri, medi ed eccellenti. Ci sono divulgatori che, nel proprio campo e rispetto a ciò che si propongono, sono molto più geniali di colleghi dediti esclusivamente alla ricerca scientificamente elevata. Secondo Maurizio Muraglia, che nel suo recentissimo L’amore in Dante (Officina di studi medievali, Palermo 2025) riproduce le linee essenziali di alcuni seminari condotti fra il dicembre 2024 e il giugno 2025, «Dante è stato un divulgatore e credo gradisse di essere a sua volta divulgato» (p. 14). A patto, ovviamente, di non essere banalizzato, neppure con l’obiettivo – solo apparentemente lodevole - di attenuarne la «inattualità». Infatti i classici ci parlano ancora proprio perché hanno detto su temi perenni cose talmente profonde da risultare stranianti nel proprio tempo come in ogni altro.

Per misurare quanto l’Alighieri sia stato “dentro” e “oltre” il Medioevo, Muraglia tratteggia  (con l’aiuto di notissimi specialisti come Le Goff, Duby e altri) la concezione dell’amore passionale nonché la condizione della donna, a cavallo fra il Duecento e il Trecento: un’epoca in cui – riprendendo ed esasperando prospettive serpeggianti già nel mondo greco e romano – il cristianesimo vede «l’unione coniugale» «finalizzata esclusivamente alla procreazione», dunque strutturalmente estranea «alla pulsione erotica o al sentimento» (p. 27). Come ogni buon marito cattolico del suo tempo, Dante avrebbe dovuto sperimentare solo due varianti dell’amore: la dilectio (affetto) verso la moglie fedele e devota e la caritas (sollecitudine), in nome di Dio, verso poveri e malati. Si è davvero mantenuto dentro questi binari socio-culturalmente prefissati?

Muraglia dimostra la trasgressività del poeta seguendo il suo amore per le due donne decisive nel suo percorso esistenziale ed artistico: «la donna in carne ed ossa che egli ha vagheggiato per tutta la vita anche dopo la morte di lei, ovvero Beatrice» e «l’altra “donna”, la Filosofia, che ha forgiato l’intelligenza di Dante ponendola nelle condizioni di comprendere, affinare e sublimare il primo dei due amori, fino a farsene assorbire» (pp. 10 – 11). 

Se immaginiamo degli stadi – non rigidamente successivi, piuttosto «modalità mai definitive, o immuni da possibili “ritorni”» (p. 54) -  non si può non partire dalla «forma passionale dell’amore dantesco» che «non sarà mai abbandonata neppure tra i cieli del suo paradiso» (p. 56): è l’amore per Beatrice Cenci, moglie di Simone de’ Bardi, che ha fulminato il poeta a 9 e a 18 anni. Ma, con la donna ancora in vita, egli sperimenta, un «amore sublimato» (p. 85) che lo solleva «dalle pulsioni più istintuali verso una regione dell’Io spiritualmente più ricca» (ivi) o, equivalentemente, da «Eros a Caritas» (p. 88). Con la morte di Beatrice il poeta opera una seconda «forma di sublimazione» (p.97 ) e l’amore per una donna storica diventa «amore intellettuale» (p. 98) per la «filosofia» (p. 100). Il suo studio è un «atto d’amore» duplice perché «rivolto tanto all’oggetto quanto al destinatario del suo lavoro intellettuale» (p.101) ed ha come modelli due maestri: il latino Virgilio e il contemporaneo Brunetto Latini. Ed è proprio il fattore «amore» che preserva Dante «da derive narcisistiche» che potrebbero inquinare «il desiderio di eternità che pur lo abita» (p. 116).

In una scala ipotetica, l’amore apicale Muraglia lo qualifica come «agapico»: un amore di «ascendenza cristiana» che «prende forma poetica nella Commedia e segnatamente nel Paradiso , quando la filosofia cede il posto di nuovo a Beatrice quale figura di donna sapiente in cui filosofia e teologia colorano di sé i concetti riconducibili all’antica passione, quali bellezza, piacere, desiderio. Ma è anche vero che l’amore agapico si consegue non senza prezzo, non senza un percorso di dismissione delle scorie egoiche e passionali che abitano l’anima dantesca quando si accinge ad affrontare la scalata del monte purgatorio» (p. 123).

Tra molte altre sottolineature, l’autore del saggio nota che «Beatrice ha assunto i tratti di una donna che rispetto al Femminile medievale ha tutt’altre caratteristiche»: «parla, spiega, rimprovera, indirizza, discute di teologia e di politica, ciò che l’immaginario medievale intriso di patriarcato avrebbe ritenuto inimmaginabile» (pp. 183 – 184).

Un’altra osservazione che mi è risuonata particolarmente interessante riguarda la «dimensione sociopolitica» dell’amore agapico che è «alla base di quella società ideale che è il paradiso dantesco, ferma contestazione verso una società dilaniata da odi di parte, ambizioni, sopraffazioni» (p. 194).

Muraglia individua un «risvolto» dell’amore agapico nell’amore «mistico» nel quale ci si arrende alla Luce assoluta (p. 205) pur nella persistenza dell’individualità» (p.206): ma così si entra in un campo che trascende le umane possibilità di pensiero e di parola.

Come si può evincere da queste poche righe, il saggio di Muraglia è davvero intrigante e meriterà approfondimenti e discussioni, a partire dalla graduatoria stabilita da Dante stesso in cui agape occupa un posto superiore ad eros: una concezione che tanto ha danneggiato e danneggia la ricezione del messaggio cristiano e che, sulla scorta di Eros e agape di Anders Nygren, andrebbe sostituita con una visione paritetica delle due forme di amore, entrambe necessarie e benefiche. Proprio come l’acqua e il pane. Senza possibilità di stabilire priorità né di auspicare sublimazioni né trasfigurazioni dell’una nell’altro.

Augusto Cavadi

Qui il link alla versione originale illustrata:

https://www.zerozeronews.it/dante-alighieri-e-la-sublimazione-dellamore/