sabato 22 agosto 2026

IL DIFETTO ORIGINALE DEL NOSTRO CERVELLO SECONDO GIOVANNI GASTALDO

 Secondo Kant abbiamo il diritto, anzi il dovere, di lavorare per un’umanità capace di vivere in pace, nella libertà e nel progresso continuo delle conoscenze. Ma senza illusioni né faciloneria: siamo costitutivamente un «legno storto», segnati da un «male radicale», e il cammino è tutto in salita. Se qualcuno rifiutasse questa visione antropologica, cullandosi nell’idea che si tratta di ipotesi “filosofiche” dettate da pessimismo caratteriale, rimarrebbe molto deluso dal libro di Giovanni Gastaldo, Il Difetto originale del cervello. E povero anche Il sapiens, re del creato, Armando Editore, Roma 2023 perché la tesi kantiana (mai citata) viene per così dire tradotta in termini scientifico-sperimentali dall’autore che è neurologo, psichiatra e psicoterapeuta.

La domanda

La questione è delineata sin dalla Premessa iniziale: «L’uomo è veramente un re ricchissimo e potentissimo []. Per rendercene conto, possiamo pensare ai cento miliardi di neuroni che lo rendono capace di inventare cose sempre più strabilianti e creare meravigliose opere d’arte. Pensiamo anche al fatto che può vivere ben oltre i cent’anni, e pensiamo all’insuperabile reggia in cui abita, cioè al pianeta Terra, nel quale si è insediato come re. Il pianeta Terra è un concentrato di bellezze e ricchezze tali, da sbalordire ogni qual volta si posi lo sguardo in qualsiasi luogo; finora non ci è dato di conoscere un altro pianeta così bello. Anche gli oltre otto miliardi di uomini attuali potrebbero vivere tutti molto bene, su questa nostra bilia di terra cotta dal sole, con la superficie smaltata da oceani blu, verdi foreste e argentei poli. Cosa potrebbe sperare di più un essere vivente per godersi, almeno un poco, la vita? Eppure non è così. Cos’è allora che non va?» (pp. 12 – 13).

Nozioni indispensabili per capire la risposta

Per rispondere Gastaldo descrive il sistema nervoso dell’essere umano; le influenze che esso subisce dall’ambiente sin dai primi giorni di formazione nel grembo materno; la formazione di «circuiti neuronali determinati geneticamente e modificati da esperienze» (p. 75) quali paura, rabbia, tristezza, gioia; la relazione fra psiche individuale e contesto socio-culturale di appartenenza; la parabola evolutiva dell’australopiteco  che - passando ad habilis, erectus, neandertalensis, sapiens sapiens -  «invade tutto il globo e inventa l’agricoltura, addomesticando le piante, inventa la pastorizia, addomesticando gli animali, inventa le civiltà attuali, addomesticando gli uomini» (p. 99); la distinzione fra “cervello rettiliano” (il primo a formarsi nella nostra storia evolutiva), il “diencefalo” (in alcune terminologie “cervello limbico”) e infine la “corteccia prefrontale” (che «dovrebbe essere in grado di coordinare le emozioni e tutte le spinte provenienti anche dalle strutture più primitive e basilari, che si trovano nel cervello rettiliano», le strutture cioè che «presiedono alla sessualità arcaica, alla difesa, all’esplorazione, alla predazione, alla territorialità») (p. 179).

La risposta

Alla luce di queste premesse biologiche, antropologiche e storiche, l’autore può finalmente rispondere alla domanda iniziale: come mai non c’è comunicazione, armonia, connessione fra queste «strutture cerebrali» (p. 186)? La sua ipotesi è che «essendo avvenuta una evoluzione molto rapida del cervello, o non essendo questa ancora completa, la neocorteccia non è ancora pronta a integrare perfettamente tutto l’elaborato che fa il cervello più antico. Questo perché, seppure esista già tutto l’impianto per la relazione fra le strutture più antiche e strutture più recenti, tuttavia i collegamenti si trovano ad essere ancora imperfetti o incompleti, e in pericolo di essere mal maturati, essendo molto influenzabili dall’ambiente.  Così la razionalità, non integrandosi perfettamente con le basilari spinte alla vita del rettiliano e del limbico, non diventa quello strumento rivoluzionario, di evoluzione e rinnovamento, che potrebbe essere» (p. 191).

Osserviamo due aspetti particolari di questa condizione antropologica generale che Gastaldo denomina «difetto originale» (p. 182 e passim).

La «evoluzione troppo rapida» della zona neo-corticale del cervello comporta che il «cucciolo del sapiens» nasca “prematuro” (rispetto ad altri cuccioli di mammiferi), cioè che il suo cervello, «con i circuiti di base ancora non bene strutturati alla nascita», sia esposto «a esperienze condotte da adulti, a loro volta inesperti» (ivi) e dunque sia condizionato negativamente nella considerazione di sé e del rapporto con il mondo.

Un’altra considerazione riguarda la società contemporanea che, esaltando «il produrre» piuttosto che la «relazione», priva molto spesso il neonato delle presenze genitoriali, compromettendone «la maturazione emozionale in tutte le età, ma soprattutto nei primi anni di vita» (p. 192).

Mettendo in fila questi fenomeni possiamo sintetizzare la diagnosi: «l’enorme sviluppo del neocortex», realizzatosi senza un adeguato collegamento con le parti emotive (e inconsce) della nostra struttura cerebrale, ha invertito – e pervertito – i possibili vantaggi evolutivi sì che «adoperiamo la nostra intelligenza per renderci più infelici e distruttivi» (p. 191).

Prospettive operative  

C’è anche una prospettiva terapeutica?

L’autore non è un presuntuoso che promette ricette miracolose e, con ammirevole modestia, auspica che «miliardi di neuroni di milioni di cervelli diversi si mettano in rete, per trovare soluzioni un po’ illuminate»: per favorire «una maturità sufficientemente evoluta» per «allontanare per sempre le guerre, la fame nel mondo e lo spettro della distruzione dell’eco sistema del pianeta» (p. 192).

Ammette che sono necessari «rimedi» (ivi) a vari livelli: «iniziative di carattere sociale e politico» tese a «migliorare direttamente l’uomo» (p. 193) – come «il cristianesimo e il buddismo» (p. 194) – e «per migliorare le istituzioni e indirettamente l’uomo, tramite queste» (p. 193), ma, dati gli esiti deludenti sinora registrati con tali strategie,

gastaldo propone iniziative, locali e internazionali, per «migliorare il cervello dell’uomo: favorendo le interconnessioni fra neocortex e strutture sottocorticali, con adatte attività educative anche nella scuola [e] limitando l’ipertrofia dei circuiti neuronali che sottendono la paura, la rabbia e la aggressività distruttiva» (pp. 194 – 195).

Non è questa la sede per esaminare, in dettaglio, le indicazioni di tipo organizzativo e operativo suggerite con lo scopo di rendere la condizione umana sul pianeta meno infelice puntando sulla tesi, ormai acquisita dalla neurobiologia, che «il cervello umano è sempre plastico e quindi modificabile» (p. 199), soprattutto ma non esclusivamente nel primo anno di via extra-uterina. Il lettore curioso potrà facilmente procurarsi il volume in distribuzione e forse condividere le righe finali: «Non c’è nulla in noi che non sia in tutti gli altri uomini esistiti prima e che esisteranno nel futuro. È solo questione di come gestiamo ciò che c’è; e certamente possiamo arrivare a effettuare una gestione corretta. Se accettiamo il povero re per quello che è, se abbiamo capito che, un po’ più o un po’ meno, ognuno di noi è vittima di intrighi di dei – leggi, spinte incongrue, dinamiche insospettate – allora proseguiamo, a testa alta, il nostro viaggio. Se incorriamo in qualcosa che non ci piace (la nostra Ombra) vediamo di comprenderlo e integrarlo nella nostra parte di personalità bionomica, ovvero fatta secondo le leggi della vita. Consideriamo che qualsiasi nostro circuito neuronale è nato comunque per una ragione valida, anche se successivamente può diventare difficile da capire e gestire, e che contiene una forza che, se ben indirizzata, è sempre preziosa» (pp. 250 – 251).

Augusto Cavadi

link all'originale:

 https://www.zerozeronews.it/il-pensiero-o-la-fisicita-cosa-prevale-nelluomo/

 

 

 

lunedì 17 agosto 2026

UN BREVE SCAMBIO FRA FILOSOFI (M. FOUCAULT E JOHN SEARLE)

 "Michel Foucault, in vista a Berkeley, si sentì chiedere da John Searle come poteva pensare e argomentare con tanta chiarezza ma scrivere così male. Egli rispose, senza ironia, che altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio" (Robert C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 321).

sabato 15 agosto 2026

PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)

 Care e cari,

    una breve "anteprima" delle ormai imminenti VF.
 
 
Approfitto dell'occasione per suggerire di iscrivervi (ovviamente gratuitamente) agli aggiornamenti automatici dei post sul sito che è nato alcuni anni fa per gettare un ponte fra il mondo della filosofia-in-pratica e la società civile impegnata in altri ambiti.

Augusto
 

MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO

In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.

Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili)  L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile". 

Se nel 2003 Marco Revelli riprendeva e rilanciava i due editoriali dei colleghi era per suffragare la sua tesi: la crisi ("forse terminale") della politica è manifestata dalla tendenza di quest'ultima "a evocare sempre più ossessivamente la presenza del male - l'Evil ormai immancabile nei discorsi bellicosi pronunciati sulla cuspide del mondo - per giustificare una pratica del potere che di quello stesso male assume forma e sostanza. E condannata ad ampliare su scala sempre più allargata quello stesso disordine per la cui riduzione e controllo era invece nata" (p. 9).

23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).

Tra le prime pagine e le ultime, conclusive, si snodano tematiche intriganti che meriterebbero d'essere riprese e analizzate una per una: soprattutto da chiunque, in qualsiasi area 'partitica', sia davvero preoccupato dell'abisso sul cui orlo camminiamo e intuisca che non c'è più molto tempo per non precipitarvi. 

giovedì 13 agosto 2026

OLTRE LA MEDIAZIONE ARMATA DELL'ONU: UNA PROPOSTA DI LEGGE DA SOTTOSCRIVERE URGENTEMENTE

Don Cosimo Scordato e don Franco Romano auspicano (nell'articolo qui sotto riprodotto), tra altre strategie di pacificazione internazionale, una rifondazione dell'ONU in senso più partecipativo che preveda anche il rafforzamento degli attuali Caschi Blu in modo che un unico esercito sovra-nazionale sia autorizzato a intervenire in caso di aggressione armata di uno Stato ai danni di un altro. E' una proposta non priva di pregi, ma neanche di inconvenienti: a parte gli abusi contro le popolazioni civili perpetrati in varie occasioni dai Caschi Blu, anche nelle situazioni 'normali' la presenza di armi nelle mani dei mediatori ha spesso aizzato, più che dissuaso, i contendenti. Forse, comunque, un esercito dell'ONU efficiente sarebbe meglio della giungla mafiomorfica attuale. 

Intanto, però, vorrei ricordare che entro il 16 settembre 2026 si può votare sul sito governativo  una proposta di legge per l'istituzione di Corpi civili di pace per una difesa non-armata e non-violenta: il disarmo multilaterale è la méta finale, ma lontana; intanto, qui ed ora, perché non affiancare gli eserciti con organismi attrezzati professionalmente alla mediazione disarmata? Ecco il link, basta una carta d'identità elettronica o uno spid e, in pochi minuti, si fa un gesto concreto verso l'uscita dall'incubo in cui siamo precipitati: 

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008