domenica 17 novembre 2019

GIOVEDI' 21 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA

ANCHE A PALERMO SI CELEBRA 
                            LA GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA 

Come è noto ad alcuni di voi,  ogni anno il 21 novembre è la “Giornata Mondiale della Filosofia”. L’UNESCO ha istituito questo anniversario nel 2002 perché “la filosofia è una disciplina che incoraggia il pensiero critico e indipendente e in grado di favorire una migliore comprensione del mondo, promuovendo la pace e la tolleranza” e ha invitato i governi, le istituzioni che svolgono funzioni educative e le organizzazioni che operano sul territorio a realizzare iniziative che coinvolgano la popolazione in attività di carattere filosofico. 
    In questa occasione lo Studio di consulenza filosofica di Augusto Cavadi, ospitato nella “Casa dell’equità e della bellezza” di via N. Garzilli 43/a (Palermo),
invita amiche e amici della filosofia a un momento di riflessione e di festeggiamento.
    Lo Studio aprirà le porte alle ore 16,00 di giovedì 21 novembre 2019 e ci si scambierà quattro chiacchiere a vicenda.  
     Dalle ore 16,30 alle ore 17,30  Adriana Saieva terrà una sessione di “Filosofare con i bambini” (dai sette agli otto anni) : saranno ammessi i primi 10 iscritti a adriana.saieva@alice.it che riceveranno conferma mediante lo stesso mezzo. Durante il laboratorio Augusto Cavadi intratterrà i genitori, in un’altra stanza, illustrando gli scopi statutari della Casa ospitante. 
    Dalle 18,00 alle 19,00  Giorgio Gagliano terrà con i presenti una conversazione sul tema

                      “La filosofia nei Tarocchi”

 Dalle 19,30 alle 20,00 Augusto Cavadi proporrà una riflessione sul tema :

               “La filosofia a servizio dei cittadini 
                    nei tempi oscuri della politica: 
               né sdegnosamente estranea 
                       né ideologicamente asservita” 

Ovviamente alle brevi riflessioni di Augusto seguiranno gli interventi critici di quanti vorranno interloquire dialetticamente.

Alle 20,30 un sobrio brindisi alla salute della filosofia e, soprattutto, di questa stordita e disorientata umanità con cui ci è toccato in sorte di attraversare la breve avventura terrena.
    
La partecipazione è libera e gratuita.
(Per chi comunque volesse lasciare un piccolo contributo, per la gestione della Casa dell’equità e della bellezza, è disponibile una bottiglia di vetro all’ingresso).

venerdì 15 novembre 2019

FRANCESCO E' UN PAPA ERETICO O ORTODOSSO ?

“Poliedro”
Novembre 2019


QUALE SAREBBE LA VERA FEDE DA CUSTODIRE E PROMUOVERE?

Ho trovato molto interessante, nel numero di ottobre del Poliedro,  la replica di Salvatore Muscolino all’intervento precedente di don Francesco Conigliaro sui giudizi, contrastanti, che vengono espressi, già all’interno della stessa Chiesa cattolica, su papa Francesco. Il professore dell’Università di Palermo, evitando le secche della contrapposizione un po’ da stadio tra fan e avversari di Bergoglio, formula con lucidità il cuore della preoccupazione dei più onesti fra i molti critici dell’attuale papa: “Se la collegialità è senza dubbio un valore da coltivare altrettanto lo dovrebbero essere la chiarezza e l’assunzione di responsabilità da parte di chi è il custode del Depositum fidei. Penso che oggi ancor più di ieri, la chiarezza sia importante considerato il compito principale del successore di Pietro sia <<confermare nella fede>> il popolo cristiano” (p. 58). 
  Personalmente trovo ineccepibile questo principio: un papa è papa, prima di tutto ed essenzialmente, perché guida e incoraggia i fedeli a seguire la fede – la retta fede: ‘ortodossia’ – e non perché è un abile politico capace di far crollare imperi o un dotto teologo in grado di scrivere volumi ponderosi. La questione cruciale è questa: cosa intendere per fede, per retta fede (‘ortodossia’)?
 Qui inizia una biforcazione che segna, radicalmente, due diversi (e a mio avviso incompatibili) “paradigmi”.
  Se la fede è accettazione di una dottrina che rivela il Mistero divino e prescrive dettagliatamente le norme morali che ogni fedele deve seguire per unirsi a tale Mistero, allora custodire il Depositum fidei significa individuare le eresie, avallare alcune interpretazioni bibliche e condannarne altre, prescrivere ciò che è giusto e ciò che non è giusto dalla culla alla tomba (passando soprattutto per il letto). Se l’ortodossia è questa, papa Bergoglio non è un buon papa; se non cattivo, è almeno “ambiguo”.
  Ma questa concezione della fede non è l’unica possibile. Ci sono alcuni che la ritengono troppo moderna, troppo recente, poco tradizionale. Per costoro – sulla base della Scrittura, della storia dei primi Apologeti e dei Padri della Chiesa (dal I secolo sino al VI-VII) – la fede, secondo la mentalità ebraica ereditata e rilanciata da Gesù e dai suoi apostoli, non è accettazione di dottrine sovrannaturali ma accoglienza dell’Amore assoluto e traduzione in gesti, in opere, di tale Dono incondizionato. In questa ottica, l’ortodosso si riconosce non dalla correttezza formale delle sue tesi, ma dalla generosità oblativa delle sue azioni. Non si tratta di contrapporre all’ortodossia l’ortoprassi: si tratta di capire che, per il filone profetico ebraico-cristiano, di cui Gesù costituisce una tappa decisiva, non c’è altra ortodossia pensabile fuori dall’ortoprassi. “Non chi dice: Signore, Signore ! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7,21 in parallelo con Luca 6,46). E fare la volontà di Dio non significa “profetare” né “scacciare demoni” né “compiere molti prodigi”, (così Matteo nelle righe immediatamente successive), ma dare da mangiare agli affamati (di pane e di giustizia) e vestire gli ignudi (privi di abiti, di casa, di terra dove vivere in pace, di difese d’ogni genere).
   Non sono così pavido da nascondere la mia profonda, sofferta, appassionata adesione alla seconda delle due concezioni della “fede”, ma neppure così stupido da presumere di poter argomentare in poche pagine la mia preferenza. Mi limito a una constatazione che mi sembra inoppugnabile: se per caso avessero ragione non gli innovatori dal XVI secolo in poi (dal Concilio di Trento in poi), ma – come propendo a ritenere - i tradizionalisti radicali (dal I al VII secolo), allora papa Bergoglio non sarebbe un papa incerto e criticabile, ma uno dei pochissimi che in questi due millenni ha capito la sua missione. Immerso nel pluralismo dialettico delle chiese dei primi secoli, ne respira a pieni polmoni la libertà interpretativa e creativa. Non una libertà libertina né liberista, ma la libertà dei figli di Dio che riconoscono nella gioia di dare ciò che ricevono dalla Vita l’unico comandamento davvero “non negoziabile”. Dunque una libertà che fa paura perché è molto più comodo avere una famiglia da cui allontanarsi (trasgredendone le norme) e a cui far ritorno nei momenti forti (battesimi, matrimoni e funerali) che doversi assumere, giorno dopo giorno, l’onere di capire cosa sia bene e di operarlo davvero. Forse ha ragione l’attuale vescovo di Palermo quando scrive nella sua seconda Lettera ai giovani: “Papa Francesco sta donandoci la chiave per leggere il Vangelo al di là di ogni pregiudizio, di ogni chiusura. E per questo il suo magistero incontra resistenze così forti, perché le strutture che abbiamo creato tolgono al Vangelo la sua forza rivoluzionaria”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

   

lunedì 11 novembre 2019

I SICILIANI ALL'ESTERO FRA COMPLIMENTI E DERISIONI

“Il Gattopardo”
Ottobre 2019

ELIMINARE I COMMENTI SGRADEVOLI O LE RAGIONI CHE LI PROVOCANO?

Ai siciliani il compito di “spiegare” sé stessi tocca non solo in Sicilia, ma anche quando vanno in giro per il mondo. Infatti, quando gli si chiede da dove provengano, difficilmente lasciano senza commenti chi apprenda la regione italiana di residenza. E si tratta di commenti di segno opposto.
Da una parte, infatti, è facile sentire apprezzamenti sulla bellezza dell’isola: sole, mare, templi greci. E’ vero che Venezia, Firenze, Napoli sono più famose di Palermo o di Catania: ma in quanto città, non in quanto appartenenti a una certa regione. Invece la Sicilia, anche grazie alla configurazione geofisica,  ha una fisionomia propria: non è come dire Calabria, Umbria o Piemonte.
Dall’altra parte, però, è altrettanto frequente il riferimento – magari attenuato da un sorriso ironico – alla mafia: padrino, corleonesi, bombe. Che ciò avvenga a Berlino o a Mosca mi stupisce sino a un certo punto; un po’ più quando mi capita nella penisola dello Yucatan (come l’anno scorso) o nell’Uzbekistan (come quest’anno). In ogni caso è uno stupore ingiustificato: film e sceneggiati televisivi di successo vengono tradotti e trasmessi, ormai, a livello planetario.
Ogni volta questi commenti, non proprio lusinghieri, provocano - nelle piccole comitive di siciliani con cui preferisco viaggiare – reazioni variegate. Qualcuno (più spesso: qualcuna) risponde piccata: “Ma non vi siete stancati di questi vecchi stereotipi? Davvero pensate ancora che Sicilia sia sinonimo di mafia?”. Qualche altro si rammarica della situazione, ma riconosce ai siciliani stessi la responsabilità di non saper modificare – attraverso opportune campagne promozionali – i luoghi comuni persistenti nell’immaginario collettivo e si conforta all’idea che, in anni più recenti (e dunque con effetti ancora in corso), i romanzi di Andrea  Camilleri e le relative trasposizioni sceniche possano invertire la tendenza. 
Personalmente capisco l’indignazione, capisco la speranza di un’immagine diversa, ma resto convinto che si debba penetrare sino alla radice della questione: la persistenza del sistema di dominio mafioso in Sicilia. Un sistema – intreccio di corruzione, clientelismo, abuso di potere, utilizzazione privata dei beni pubblici, racket a danno degli imprenditori onesti e attivi – che è stato certamente intaccato e smussato, ma non ancora estirpato. Grandi, grandissimi siciliani hanno dato la vita per liberare l’isola e l’Italia dal cancro mafioso: ma nessun eroe potrà sostituire, in ultima analisi, la decisione di un intero popolo di non subire più né le minacce né soprattutto le lusinghe delle associazioni mafiose e para-mafiose. Solo allora letteratura, cinema, stampa potranno raccontare convincentemente un’altra Sicilia. Senza comunque illudersi : da che mondo è mondo, il male è sempre più affascinante del bene.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


sabato 9 novembre 2019

DIMINUIRE L'EMIGRAZIONE DEI LAUREATI? SEMPLICE: EMIGRINO PRIMA DELLA LAUREA


“Repubblica – Palermo”
8.11.2020

PER GI STUDENTI UNIVERSITARI  NEPPURE I POSTI-LETTO

Per molte circostanze l’esodo dei laureati – spesso proprio i più brillanti – dalla Sicilia verso altre regioni e altre nazioni è diventato un tema di attualità. La dizione prevalente (“fuga di cervelli”) non mi entusiasma per almeno due ragioni. La prima è che può insinuare il sospetto che a restare siano i soggetti meno brillanti, meno promettenti: e ciò farebbe torto a quei coraggiosi che restano non per pigrizia, ma perché nonostante tutto vogliono provare a cambiare le cose.  La seconda ragione di perplessità è che a fuggire non sono solo “cervelli”, ma persone in carne e ossa: volti concreti, unici, di figli, alunni, amici costretti a lacerare relazioni affettive, sociali, etiche, politiche… faticosamente costruite negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. 
 Comunque la si denomini, l’emigrazione intellettuale è un fatto statistico che da eccezionale si è ormai trasformato in ordinario. Mentre ne discutiamo, però, sta accadendo qualcosa di altrettanto grave: l’età della fuga si abbassa e a lasciare l’isola sono costretti ragazzi ancora impegnati nel corso di studi. 
Il fenomeno mi è stato evidenziato da un gruppetto di studenti dell’Università di Palermo che si sono costituiti in questi giorni in “Comitato Spontaneo di Mobilitazione Studentesca per il diritto allo studio”. Ognuno di loro ha motivi di disagio e di protesta differenti, ma il nucleo più consistente è costituito da giovani fuorisede che – pur versando in condizioni economiche precarie – non sono riusciti a ottenere il “posto letto” nei pensionati gestiti dell’Ersu (Ente regionale per il diritto allo studio universitario). 
Sulla carta, infatti, la legge prevede che si abbia diritto a richiedere l’ospitalità gratuita se la certificazione fiscale (ISEE) non attesta una cifra superiore ai 23.508.78 euro (per reddito familiare). Di contro, però, la generosità della previsione teorica viene smentita dalla prassi. Il 17 Ottobre scorso sono uscite le graduatorie: i richiedenti  ritenuti idonei sono stati 1343, mentre gli assegnatari effettivi solo 232:  il 17% del totale. Per misurare la gravità della situazione bisogna sapere che il primo idoneo non assegnatario ha presentato un ISEE non di 20.000 o di 10.000 euro, ma di 2.870,69 euro l’anno. Detto in soldoni: al figlio di una famiglia il cui reddito è di 250 euro al mese (!) , l’amministrazione risponde che non c’è posto per lui. E – si badi a questo particolare – tra gli studenti esclusi vi sono ragazzi che hanno ottenuto buoni risultati sia alla fine delle scuole medie superiori (se richiedono l’iscrizione al primo anno della Triennale) sia alla fine della Triennale (se richiedono l’iscrizione al primo anno della Specialistica).
Può darsi che in alcuni casi la dichiarazione dei redditi sia falsa: e sono casi in cui la nefandezza morale dovrebbe essere accompagnata da una severa condanna penale. Ma è logico supporre che la media statistica sia di certificazioni fraudolenti? Così non è di certo per alcuni casi di miei ex-alunni, orfani di padre, la cui madre disoccupata vive con la pensione di reversibilità del marito di 480 euro al mese.
Allo stato attuale, dunque, all’83% degli idonei di primo anno non verrà garantito un tetto sopra la testa nella città dove hanno deciso di studiare: solo una piccola percentuale – se avrà modo di resistere durante i  primi mesi di lezione in condizioni difficilissime, ottenendo qualche letto in abitazioni private pagate in nero  – potrà essere recuperata in proporzione alle rinunce degli attuali assegnatari. 
Questo scenario, già doloroso in sé, diventa ancora più rattristante se si considerano due dati. Innanzitutto che esiste un edificio, l’ex Hotel Patria, da alcuni anni pronto ad accogliere vari studenti: c’è del personale assegnato per la guardiania e per la pulizia, ma manca un collaudo per attivarlo (pare per un disaccordo fra Assessorato regionale e Università di Palermo, nonostante l’assessore attuale sia proprio un ex-rettore dell’Ateneo). Un secondo elemento di sconforto è costituito dal confronto con la situazione in altre città. Mentre da noi si arriva a fatica a soddisfare le richieste di circa il 20% degli aventi diritto, in Italia vi sono Atenei che riescono a raggiungere il 100%.  Al danno, insomma, si aggiunge la beffa della discriminazione territoriale. Che resta, allora, se non tentare di emigrare in Emilia Romagna o in Veneto ancor prima di ottenere la laurea? 
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com