IL
VESCOVO DI PISTOIA E IL DICASTERO VATICANO PER IL CLERO NON SONO MOSTRI SENZA
CUORE
Come
è noto solo in alcuni ambienti, e per canali poco frequentati, la Curia
vescovile di Pistoia ha revocato a don Massimo Biancalani l’incarico di parroco di Santa Maria Maggiore
a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini, degradandolo a cappellano della prima
delle due. Il provvedimento non è legato a un procedimento penale relativo a
truffa e falso, riguardante contratti di lavoro di alcuni migranti, in quanto
il Tribunale statale ha decretato nel 2025 il proscioglimento dell’imputato perché
il fatto non sussiste. La questione è dunque tutta di carattere
teologico-pastorale. Dalle informazioni, raccolte anche di prima mano, risulta
che la decisione del vescovo sia stata motivata essenzialmente dal fatto che
una durevole e ampia accoglienza di immigrati nella chiesa e nei locali
parrocchiali abbia provocato grave negligenza nella cura pastorale
«fino
al totale annientamento della vita comunitaria»; abbia trasformato un luogo di
culto in un luogo di pernottamento; abbia provocato le forti lamentele di
numerosi parrocchiani.
Le
contro-deduzioni dell’interessato sono state riprese e rilanciate in alcuni
documenti di solidarietà provenienti dal cristianesimo di base. Il 21 agosto è
stata pubblicata una lettera di solidarietà proveniente dalla Comunità
dell’Isolotto di Firenze in cui si legge, tra l’altro, che «a Vicofaro e a
Ramini ogni persona aveva un nome, una storia, una lingua, un cibo preferito,
un percorso, delle ferite e delle risorse.
Crediamo che i giovani migranti accolti tutto questo lo abbiano visto,
sentito e capito. Questa è un’esperienza
che ha fatto crescere tutti nella mente e nel cuore, tutti quelli che l’hanno
avvicinata con cuore sincero e mente aperta. E ve ne siamo grati. Sappiamo che voi, don Massimo, volontari e
volontarie, in questa esperienza siete stati padri e madri, fratelli e sorelle
di un’umanità partita dall’Africa e dal mondo, spesso giovanissima e mai
davvero accolta dalla nostra Europa, tutta intenta a difendersi e ad armarsi
contro i poveri. Sappiamo che facendovi
davvero prossimi a queste persone nella cui umanità avete visto il volto di
Gesù di Nazareth davate anche corpo, anima, senso e futuro al cristianesimo e
alla Chiesa. Quello che avete fatto, e
in cui ci riconosciamo, è un immenso dono alla Vita che non andrà perduto, e la
Vita ve ne renderà merito. E se ora questa Vita viene mortificata, sappiamo che
la Vita risorge. E a chi ha osteggiato,
strumentalizzato e deriso i vostri sforzi e l’esperienza decennale di
accoglienza, a chi preferisce le pratiche religiose tradizionali, rassicuranti
e innocue, non possiamo che ricordare le parole del Vangelo di Matteo: “Poi
dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco
eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e
non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero
forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in
carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore,
quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o
in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico:
ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più
piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno,
e i giusti alla vita eterna”».
Il
22 agosto un’altra lettera di solidarietà è partita a firma delle Comunità
cristiane di base per mettere in evidenza un punto centrale del dibattito: « Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo
sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e
del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad
obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle
ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da
reprimere. L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito
stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha
scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al
servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare”
esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico
compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi
disumane e xenofobe, don Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica,
ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il
Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo».
Se non si vuole banalizzare questa vicenda, va vista come cartina di tornasole di una discriminante ormai ineludibile: una cosa è dirsi cristiani e un’altra dirsi cattolici. Certo il cattolicesimo è una delle possibili espressioni/manifestazioni storiche del movimento gesuano – e ciò spiega i numerosi punti in comune fra il ramo e il tronco originario -; ma, quando i nodi vengono al pettine, emergono le differenze sostanziali. La storia di Gesù è stata una storia di rivolta, di insubordinazione, di disobbedienza, di creatività spiazzante; la storia della Chiesa cattolica istituzionale è stata una storia di normalizzazione, di alleanza con i poteri politici, di pedagogia dell’accettazione e della pazienza. Migliaia di eretici e di eretiche stanno a dimostrare, sino a don Milani e Hans Küng, quali paletti del conservatorismo tradizionalista, non possono essere trasgrediti impunemente. Perciò i due ultimi vescovi di Pistoia e la Curia romana (cui si è rivolto invano don Massimo) non sono dei mostri senza cuore, ma dei funzionari ligi al ruolo che occupano: dirigenti per i quali gli uomini e le donne sono fatti per il Sabato, per la Legge, per l’Ordine sociale. Se non fosse questo il DNA cattolico, dall’imperatore Teodosio I a Giorgia Meloni e Matteo Salvini ci sarebbe stata la corsa a dirsi cattolici ?
Augusto Cavadi
“Adista/Segni Nuovi”,
5.9.2026