Invitato dal gruppo Erice studi storici dell'associazione "Moica - donne attive in famiglia e società" e dal gruppo amicale "Spes ultima dea", nell'ambito di un evento dedicato al tema dell'energia, ho condotto una passeggiata filosofica nello spazio accogliente del Giardino Falcone Borsellino gestito dal Clomy Club.
Qui di seguito l'input iniziale che ho proposto alla meditazione peripatetica della ventina di partecipanti:
PIU’ LENTAMENTE, PIU’ PROFONDAMENTE, PIU’ SOAVEMENTE
Di
“energia” si può parlare in senso generale, e necessariamente generico, e in
molti sensi particolari, specifici (ad esempio dal punto di vista dell’energia elettromagnetica,
elettrica, nucleare, solare, psicologica e così via).
Sant’Agostino
diceva del “tempo”: se nessuno mi chiede cosa sia, lo so; ma, se qualcuno me lo
chiede, non lo so più. Qualcosa di
simile potremmo ripetere per l’“energia”, in qualsiasi accezione la si intenda:
infatti anche un bambino ritiene di sapere cosa sia, ma grandi scienziati
ammettono – con il premio Nobel per la fisica del 1965 Richard Feyman – che, ««nella fisica odierna, non abbiamo
alcuna conoscenza di cosa sia l'energia».
Se
proviamo ad accostarci al tema in maniera non tecnica (né filosofica né
scientifica), ma esistenziale, è facile accordarsi su un’idea di “energia” antica
(risale ad Aristotele) e ancor oggi la più diffusa nel linguaggio quotidiano: una
forza che alimenta e sostiene ogni genere di attività, un principio
che dà luce e calore.
Così
intesa, l’energia è quanto di più intimo ci abita: più energia uguale più vitalità,
meno energia uguale meno vitalità sino all’inerzia totale che è la morte. E’ un
elemento così essenziale che ce ne accorgiamo solo quando ci difetta e ne
avvertiamo l’insufficienza.
La
Grecia antica ci ha regalato una rappresentazione plastica superba
dell’energia: i due Bronzi di Riace. Sono alti, sono forti. Forse con il
pensiero a rappresentazioni simili di atleti (non proprio ai due Bronzi che non
erano stati ancora rinvenuti) il fondatore delle Olimpiadi moderne, il barone
Pierre de Coubertin, ha formulato efficacemente il motto dell’energia per noi
Occidentali: «Citius, altius, fortius» (più velocemente, più in alto,
più forte).
Alex
Langer, uno dei primi e più acuti ecologisti italiani ed europei, era molto
preoccupato della società inspirata a questi tre avverbi (intesi per altro in
un’accezione riduttiva rispetto a ciò che intendeva l’ideatore originario): una
società che corre sempre più velocemente; che mira sempre più in alto;
che accresce la sua potenza fisica. Ne era tanto preoccupato che, in
nome della saggezza, proponeva di sostituire quel trinomio nel suo inverso: «lentius,
profundius, suavius» (più lentamente, più profondamente, più soavemente).
Forse
sostituire le tre parole di de Coubertin con le tre parole di Langer
sarebbe eccessivo, ma contemperare le prime accostandole alle seconde
sarebbe necessario.
Ci
vuole energia per correre velocemente (ed è una qualità positiva
preziosa), ma se questa corsa non deve risultare folle, dispersiva, vana ci
vuole altrettanta energia per rallentare la corsa, andare contro
corrente, imparare i ritmi più naturali e più meditativi. Due esploratori
europei raccontano che, mentre scalavano l’Everest, a un certo punto le guide
locali si sono fermate. Alla richiesta di spiegazioni, avrebbero risposto:
“Corriamo troppo. Vogliamo dare alle nostre anime il tempo di raggiungerci”.
Ci
vuole energia per mirare sempre più in alto, in competizione con sé stessi e
con gli altri (e questa emulazione, sia pur rischiosa se non alternata alla
cooperazione, può avere effetti positivi per la società), ma ce ne vuole altrettanta,
o di più, per scavare dentro di sé, per accettare le pulsioni positive e
negative, per radicare nell’interiorità consapevole il nostro agire. Malraux,
quando i primi astronauti sbarcarono sulla Luna, non si trattenne dal
chiedersi: «Siamo la prima generazione della storia che non sa che cosa ci stia
a fare sulla Terra. Perché andare sin lassù, sulla Luna, se è per suicidarsi?».
Ci
vuole energia per crescere nella forza fisica e per moltiplicarla con tecnologie
di ogni genere (e questo potenziamento delle nostre capacità presenta aspetti
apprezzabili, almeno sino a quando non si realizza con strumenti bellici). Ma
ce ne vuole altrettanta, o di più, per saper gestire la propria forza, evitare che degeneri in violenza, orientarla
con tenerezza per prendersi cura degli altri viventi.
Augusto Cavadi
Qui la versione originale:
