sabato 29 agosto 2026

DANTE ALIGHIERI: DALL'AMORE PASSIONALE ALL'AMORE MISTICO

 DANTE ANCORA MAESTRO DI COSE D’AMORE?

Se un autore è considerato “divulgatore” – cioè uno che vuole rendere accessibile al vulgus dei contenuti elaborati in sede tecnica, specialistica, professionale – lo si considera con un mix di apprezzamento, per le sue intenzioni democratiche, e di condiscendenza, per la sua modesta preparazione. Quando ciò avviene, si dimostra di ignorare che la divulgazione è un’arte e, come ogni altra arte, può essere esercitata a livelli mediocri, medi ed eccellenti. Ci sono divulgatori che, nel proprio campo e rispetto a ciò che si propongono, sono molto più geniali di colleghi dediti esclusivamente alla ricerca scientificamente elevata. Secondo Maurizio Muraglia, che nel suo recentissimo L’amore in Dante (Officina di studi medievali, Palermo 2025) riproduce le linee essenziali di alcuni seminari condotti fra il dicembre 2024 e il giugno 2025, «Dante è stato un divulgatore e credo gradisse di essere a sua volta divulgato» (p. 14). A patto, ovviamente, di non essere banalizzato, neppure con l’obiettivo – solo apparentemente lodevole - di attenuarne la «inattualità». Infatti i classici ci parlano ancora proprio perché hanno detto su temi perenni cose talmente profonde da risultare stranianti nel proprio tempo come in ogni altro.

Per misurare quanto l’Alighieri sia stato “dentro” e “oltre” il Medioevo, Muraglia tratteggia  (con l’aiuto di notissimi specialisti come Le Goff, Duby e altri) la concezione dell’amore passionale nonché la condizione della donna, a cavallo fra il Duecento e il Trecento: un’epoca in cui – riprendendo ed esasperando prospettive serpeggianti già nel mondo greco e romano – il cristianesimo vede «l’unione coniugale» «finalizzata esclusivamente alla procreazione», dunque strutturalmente estranea «alla pulsione erotica o al sentimento» (p. 27). Come ogni buon marito cattolico del suo tempo, Dante avrebbe dovuto sperimentare solo due varianti dell’amore: la dilectio (affetto) verso la moglie fedele e devota e la caritas (sollecitudine), in nome di Dio, verso poveri e malati. Si è davvero mantenuto dentro questi binari socio-culturalmente prefissati?

Muraglia dimostra la trasgressività del poeta seguendo il suo amore per le due donne decisive nel suo percorso esistenziale ed artistico: «la donna in carne ed ossa che egli ha vagheggiato per tutta la vita anche dopo la morte di lei, ovvero Beatrice» e «l’altra “donna”, la Filosofia, che ha forgiato l’intelligenza di Dante ponendola nelle condizioni di comprendere, affinare e sublimare il primo dei due amori, fino a farsene assorbire» (pp. 10 – 11). 

Se immaginiamo degli stadi – non rigidamente successivi, piuttosto «modalità mai definitive, o immuni da possibili “ritorni”» (p. 54) -  non si può non partire dalla «forma passionale dell’amore dantesco» che «non sarà mai abbandonata neppure tra i cieli del suo paradiso» (p. 56): è l’amore per Beatrice Cenci, moglie di Simone de’ Bardi, che ha fulminato il poeta a 9 e a 18 anni. Ma, con la donna ancora in vita, egli sperimenta, un «amore sublimato» (p. 85) che lo solleva «dalle pulsioni più istintuali verso una regione dell’Io spiritualmente più ricca» (ivi) o, equivalentemente, da «Eros a Caritas» (p. 88). Con la morte di Beatrice il poeta opera una seconda «forma di sublimazione» (p.97 ) e l’amore per una donna storica diventa «amore intellettuale» (p. 98) per la «filosofia» (p. 100). Il suo studio è un «atto d’amore» duplice perché «rivolto tanto all’oggetto quanto al destinatario del suo lavoro intellettuale» (p.101) ed ha come modelli due maestri: il latino Virgilio e il contemporaneo Brunetto Latini. Ed è proprio il fattore «amore» che preserva Dante «da derive narcisistiche» che potrebbero inquinare «il desiderio di eternità che pur lo abita» (p. 116).

In una scala ipotetica, l’amore apicale Muraglia lo qualifica come «agapico»: un amore di «ascendenza cristiana» che «prende forma poetica nella Commedia e segnatamente nel Paradiso , quando la filosofia cede il posto di nuovo a Beatrice quale figura di donna sapiente in cui filosofia e teologia colorano di sé i concetti riconducibili all’antica passione, quali bellezza, piacere, desiderio. Ma è anche vero che l’amore agapico si consegue non senza prezzo, non senza un percorso di dismissione delle scorie egoiche e passionali che abitano l’anima dantesca quando si accinge ad affrontare la scalata del monte purgatorio» (p. 123).

Tra molte altre sottolineature, l’autore del saggio nota che «Beatrice ha assunto i tratti di una donna che rispetto al Femminile medievale ha tutt’altre caratteristiche»: «parla, spiega, rimprovera, indirizza, discute di teologia e di politica, ciò che l’immaginario medievale intriso di patriarcato avrebbe ritenuto inimmaginabile» (pp. 183 – 184).

Un’altra osservazione che mi è risuonata particolarmente interessante riguarda la «dimensione sociopolitica» dell’amore agapico che è «alla base di quella società ideale che è il paradiso dantesco, ferma contestazione verso una società dilaniata da odi di parte, ambizioni, sopraffazioni» (p. 194).

Muraglia individua un «risvolto» dell’amore agapico nell’amore «mistico» nel quale ci si arrende alla Luce assoluta (p. 205) pur nella persistenza dell’individualità» (p.206): ma così si entra in un campo che trascende le umane possibilità di pensiero e di parola.

Come si può evincere da queste poche righe, il saggio di Muraglia è davvero intrigante e meriterà approfondimenti e discussioni, a partire dalla graduatoria stabilita da Dante stesso in cui agape occupa un posto superiore ad eros: una concezione che tanto ha danneggiato e danneggia la ricezione del messaggio cristiano e che, sulla scorta di Eros e agape di Anders Nygren, andrebbe sostituita con una visione paritetica delle due forme di amore, entrambe necessarie e benefiche. Proprio come l’acqua e il pane. Senza possibilità di stabilire priorità né di auspicare sublimazioni né trasfigurazioni dell’una nell’altro.

Augusto Cavadi

Qui il link alla versione originale illustrata:

https://www.zerozeronews.it/dante-alighieri-e-la-sublimazione-dellamore/

mercoledì 26 agosto 2026

SOLIDARIETA' A DON MASSIMO BIANCALANI, DEPOSTO DA PARROCO DI VICOFARO (PISTOIA)

 La “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, sede di una decina di associazioni impegnate nella ricerca di una spiritualità laica e nella pratica sociale, apprende con sincero dispiacere che la Curia vescovile di Pistoia ha revocato l’incarico di parroco di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini a don Massimo Biancalani. Dalle informazioni raccolte risulta che la decisione del vescovo sia stata motivata essenzialmente dal fatto che una durevole e ampia accoglienza di immigrati nella chiesa e nei locali parrocchiali abbia provocato grave negligenza nella cura pastorale «fino al totale annientamento della vita comunitaria»; abbia trasformato un luogo di culto in un luogo di pernottamento; abbia provocato le forti lamentele di numerosi parrocchiani.

In quanto osservatori ‘esterni’ all’ambito ecclesiale non ci sentiamo autorizzati ad entrare nel merito teologico-pastorale della questione. Come cittadini e cittadine della Repubblica ci teniamo ad auspicare una soluzione migliore dell’attuale: se un prete, in nome degli imperativi evangelici, spezza la routine ordinaria di liturgie, catechesi e devozioni per dare accoglienza a immigrati perseguitati, le gerarchie cattoliche dovrebbero, a nostro sommesso avviso, evitare il ricorso alle armi disciplinari e giuridiche; fare di questo conflitto l’occasione per rivedere il  cristianesimo imborghesito di gran parte dei fedeli; rimandare al mittente le espressioni di solidarietà e di esultanza da parte di esponenti politici che usano l’appartenenza cattolica come alibi della loro xenofobia.

I flussi migratori sono un fenomeno complesso che non è facile regolamentare: singole testimonianze di accoglienza non possono essere assunte a modelli generali, ma vanno valorizzate come spinte profetiche per trovare soluzioni politiche molto più umane delle attuali.

 

Augusto Cavadi – Adriana Saieva (condirettori della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo)

sabato 22 agosto 2026

IL DIFETTO ORIGINALE DEL NOSTRO CERVELLO SECONDO GIOVANNI GASTALDO

 Secondo Kant abbiamo il diritto, anzi il dovere, di lavorare per un’umanità capace di vivere in pace, nella libertà e nel progresso continuo delle conoscenze. Ma senza illusioni né faciloneria: siamo costitutivamente un «legno storto», segnati da un «male radicale», e il cammino è tutto in salita. Se qualcuno rifiutasse questa visione antropologica, cullandosi nell’idea che si tratta di ipotesi “filosofiche” dettate da pessimismo caratteriale, rimarrebbe molto deluso dal libro di Giovanni Gastaldo, Il Difetto originale del cervello. E povero anche Il sapiens, re del creato, Armando Editore, Roma 2023 perché la tesi kantiana (mai citata) viene per così dire tradotta in termini scientifico-sperimentali dall’autore che è neurologo, psichiatra e psicoterapeuta.

La domanda

La questione è delineata sin dalla Premessa iniziale: «L’uomo è veramente un re ricchissimo e potentissimo []. Per rendercene conto, possiamo pensare ai cento miliardi di neuroni che lo rendono capace di inventare cose sempre più strabilianti e creare meravigliose opere d’arte. Pensiamo anche al fatto che può vivere ben oltre i cent’anni, e pensiamo all’insuperabile reggia in cui abita, cioè al pianeta Terra, nel quale si è insediato come re. Il pianeta Terra è un concentrato di bellezze e ricchezze tali, da sbalordire ogni qual volta si posi lo sguardo in qualsiasi luogo; finora non ci è dato di conoscere un altro pianeta così bello. Anche gli oltre otto miliardi di uomini attuali potrebbero vivere tutti molto bene, su questa nostra bilia di terra cotta dal sole, con la superficie smaltata da oceani blu, verdi foreste e argentei poli. Cosa potrebbe sperare di più un essere vivente per godersi, almeno un poco, la vita? Eppure non è così. Cos’è allora che non va?» (pp. 12 – 13).

Nozioni indispensabili per capire la risposta

Per rispondere Gastaldo descrive il sistema nervoso dell’essere umano; le influenze che esso subisce dall’ambiente sin dai primi giorni di formazione nel grembo materno; la formazione di «circuiti neuronali determinati geneticamente e modificati da esperienze» (p. 75) quali paura, rabbia, tristezza, gioia; la relazione fra psiche individuale e contesto socio-culturale di appartenenza; la parabola evolutiva dell’australopiteco  che - passando ad habilis, erectus, neandertalensis, sapiens sapiens -  «invade tutto il globo e inventa l’agricoltura, addomesticando le piante, inventa la pastorizia, addomesticando gli animali, inventa le civiltà attuali, addomesticando gli uomini» (p. 99); la distinzione fra “cervello rettiliano” (il primo a formarsi nella nostra storia evolutiva), il “diencefalo” (in alcune terminologie “cervello limbico”) e infine la “corteccia prefrontale” (che «dovrebbe essere in grado di coordinare le emozioni e tutte le spinte provenienti anche dalle strutture più primitive e basilari, che si trovano nel cervello rettiliano», le strutture cioè che «presiedono alla sessualità arcaica, alla difesa, all’esplorazione, alla predazione, alla territorialità») (p. 179).

La risposta

Alla luce di queste premesse biologiche, antropologiche e storiche, l’autore può finalmente rispondere alla domanda iniziale: come mai non c’è comunicazione, armonia, connessione fra queste «strutture cerebrali» (p. 186)? La sua ipotesi è che «essendo avvenuta una evoluzione molto rapida del cervello, o non essendo questa ancora completa, la neocorteccia non è ancora pronta a integrare perfettamente tutto l’elaborato che fa il cervello più antico. Questo perché, seppure esista già tutto l’impianto per la relazione fra le strutture più antiche e strutture più recenti, tuttavia i collegamenti si trovano ad essere ancora imperfetti o incompleti, e in pericolo di essere mal maturati, essendo molto influenzabili dall’ambiente.  Così la razionalità, non integrandosi perfettamente con le basilari spinte alla vita del rettiliano e del limbico, non diventa quello strumento rivoluzionario, di evoluzione e rinnovamento, che potrebbe essere» (p. 191).

Osserviamo due aspetti particolari di questa condizione antropologica generale che Gastaldo denomina «difetto originale» (p. 182 e passim).

La «evoluzione troppo rapida» della zona neo-corticale del cervello comporta che il «cucciolo del sapiens» nasca “prematuro” (rispetto ad altri cuccioli di mammiferi), cioè che il suo cervello, «con i circuiti di base ancora non bene strutturati alla nascita», sia esposto «a esperienze condotte da adulti, a loro volta inesperti» (ivi) e dunque sia condizionato negativamente nella considerazione di sé e del rapporto con il mondo.

Un’altra considerazione riguarda la società contemporanea che, esaltando «il produrre» piuttosto che la «relazione», priva molto spesso il neonato delle presenze genitoriali, compromettendone «la maturazione emozionale in tutte le età, ma soprattutto nei primi anni di vita» (p. 192).

Mettendo in fila questi fenomeni possiamo sintetizzare la diagnosi: «l’enorme sviluppo del neocortex», realizzatosi senza un adeguato collegamento con le parti emotive (e inconsce) della nostra struttura cerebrale, ha invertito – e pervertito – i possibili vantaggi evolutivi sì che «adoperiamo la nostra intelligenza per renderci più infelici e distruttivi» (p. 191).

Prospettive operative  

C’è anche una prospettiva terapeutica?

L’autore non è un presuntuoso che promette ricette miracolose e, con ammirevole modestia, auspica che «miliardi di neuroni di milioni di cervelli diversi si mettano in rete, per trovare soluzioni un po’ illuminate»: per favorire «una maturità sufficientemente evoluta» per «allontanare per sempre le guerre, la fame nel mondo e lo spettro della distruzione dell’eco sistema del pianeta» (p. 192).

Ammette che sono necessari «rimedi» (ivi) a vari livelli: «iniziative di carattere sociale e politico» tese a «migliorare direttamente l’uomo» (p. 193) – come «il cristianesimo e il buddismo» (p. 194) – e «per migliorare le istituzioni e indirettamente l’uomo, tramite queste» (p. 193), ma, dati gli esiti deludenti sinora registrati con tali strategie,

gastaldo propone iniziative, locali e internazionali, per «migliorare il cervello dell’uomo: favorendo le interconnessioni fra neocortex e strutture sottocorticali, con adatte attività educative anche nella scuola [e] limitando l’ipertrofia dei circuiti neuronali che sottendono la paura, la rabbia e la aggressività distruttiva» (pp. 194 – 195).

Non è questa la sede per esaminare, in dettaglio, le indicazioni di tipo organizzativo e operativo suggerite con lo scopo di rendere la condizione umana sul pianeta meno infelice puntando sulla tesi, ormai acquisita dalla neurobiologia, che «il cervello umano è sempre plastico e quindi modificabile» (p. 199), soprattutto ma non esclusivamente nel primo anno di via extra-uterina. Il lettore curioso potrà facilmente procurarsi il volume in distribuzione e forse condividere le righe finali: «Non c’è nulla in noi che non sia in tutti gli altri uomini esistiti prima e che esisteranno nel futuro. È solo questione di come gestiamo ciò che c’è; e certamente possiamo arrivare a effettuare una gestione corretta. Se accettiamo il povero re per quello che è, se abbiamo capito che, un po’ più o un po’ meno, ognuno di noi è vittima di intrighi di dei – leggi, spinte incongrue, dinamiche insospettate – allora proseguiamo, a testa alta, il nostro viaggio. Se incorriamo in qualcosa che non ci piace (la nostra Ombra) vediamo di comprenderlo e integrarlo nella nostra parte di personalità bionomica, ovvero fatta secondo le leggi della vita. Consideriamo che qualsiasi nostro circuito neuronale è nato comunque per una ragione valida, anche se successivamente può diventare difficile da capire e gestire, e che contiene una forza che, se ben indirizzata, è sempre preziosa» (pp. 250 – 251).

Augusto Cavadi

link all'originale:

 https://www.zerozeronews.it/il-pensiero-o-la-fisicita-cosa-prevale-nelluomo/

 

 

 

lunedì 17 agosto 2026

UN BREVE SCAMBIO FRA FILOSOFI (M. FOUCAULT E JOHN SEARLE)

 "Michel Foucault, in vista a Berkeley, si sentì chiedere da John Searle come poteva pensare e argomentare con tanta chiarezza ma scrivere così male. Egli rispose, senza ironia, che altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio" (Robert C. Solomon, La gioia della filosofia. Giocare con le idee, Apogeo, Milano 2008, p. 321).

sabato 15 agosto 2026

PICCOLO APERITIVO DELLE VACANZE FILOSOFICHE A SESTOLA (18 - 24 AGOSTO 2026)

 Care e cari,

    una breve "anteprima" delle ormai imminenti VF.
 
 
Approfitto dell'occasione per suggerire di iscrivervi (ovviamente gratuitamente) agli aggiornamenti automatici dei post sul sito che è nato alcuni anni fa per gettare un ponte fra il mondo della filosofia-in-pratica e la società civile impegnata in altri ambiti.

Augusto