domenica 19 luglio 2026

LE CENTO FACCE DEL POLIEDRO NONVIOLENZA

 Ciò che è noto rimane sconosciuto, pensava il vecchio Hegel. La “nonviolenza” ne è una lampante conferma: nel 99% dei casi chi ne parla (per esaltarla o per deriderla) non ha mai letto una riga di suoi esponenti storici perché è convinto, in buona fede, che non ci si nulla da sapere oltre ciò che si ripete dovunque e per lo più. A costoro, che presumono senza neppure sospettare di pre-assumere, possono riuscire istruttivi testi agili, ma rigorosi, come il volume a più voci, Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza (Nerbini, Firenze 2026, pp. 144, euro 14,00).

La chiave di lettura dei vari contributi è offerta in Prefazione da Massimo Ferré e Franco Dinelli. Essi intendono rispondere a due domande principali: «come si caratterizza oggi il potere» e «quale risposta nonviolenta può esercitare ogni persona» (p. 5).

In ambito politico, osserva Ferré, si registra una «crisi della democrazia» sintetizzabile nel dato, reso manifesto da Trump, che «la politica ha smesso di credere nel valore contingente della democrazia (…) per usarla a favore di una ristretta cerchia di oligarchi globali» (pp. 11 – 12). Ciò è potuto verificarsi perché, dopo la Seconda guerra mondiale, «ci si è illusi che il regime democratico della coesistenza dei molti diversi tra di loro fosse diventato anch’esso, come il mercato, una sorta di stato naturale dell’umano – con la conseguenza di pensare che bastasse replicarne le procedure per custodirlo nel suo nocciolo duro» (p. 11). La nonviolenza non solo si propone di curare questa patologia della democrazia, ma può vantare negli ultimi decenni dei risultati oggettivi che Laila Simonelli richiama rapidamente nel suo contributo su La nonviolenza motore di partecipazione democratica: da pratiche partecipative nella gestione di enti locali (pp. 18 – 19) a leggi varate dal Parlamento nazionale (pp. 15 – 18) sino a risultati planetari ottenuti, «pur con tutti i limiti e le crisi profonde», da varie «istituzioni internazionali» (p. 21).

Che cosa abbia fatto, stia facendo e possa fare in futuro la nonviolenza in ambito economico è ricordato, in pagine che meriterebbero adeguato ampliamento, da Giuliana Martirani - che disegna un percorso «dalla razionalità alla ragionevolezza per arrivare ai Beni Comuni» (p. 26) – e da Matteo Prodi che, anche sulla base di esperienze personali, evidenzia come «le cooperative sociali di comunità» possa rivelarsi «una buona pratica da considerare per costruire percorsi nonviolenti» (p. 31).

Del ruolo della nonviolenza in ambito tecnico si occupano Sergio Bellucci e massimo Serio. Il primo invita a soppesare in tutta la sua gravità la trasformazione epocale in atto: nel «Digitalismo, la formazione socioeconomica che sta soppiantando quella capitalistico/industriale», il potere «non si esercita più solo attraverso il controllo dei mezzi di produzione», ma anche e soprattutto «attraverso il dominio dell’informazione, dei dati, di un accumulo conoscitivo dei data center, dei microprocessori neuromorfici e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale» (p. 33). A questa nuova forma di oppressione la nonviolenza può rispondere attivando almeno tre percorsi: «educazione alla sovranità digitale», «design etico e tecnologie conviviali» e «governance partecipativa del capitale conoscitivo» (pp. 35 – 36). In sostanziale sintonia con Bellucci, Seri individua nella «eticità (finalizzazione di bene)» e nella «universalità dei risultati» i «due capisaldi necessari» per «arginare il rischio che la tecnica diventi strumento di “violenza”, intesa come offesa in generale della dignità delle persone» (p. 39).

L’ambito militare, proprio perché sembrerebbe lo spazio privilegiato per la nonviolenza, è anche il più fitto di insidie. Infatti molti si accontentano di ideali “pacifisti” – s’intende di perseguire stadi di assenza di guerre – mentre, come ricorda nel suo contributo Pasquale Pugliese, la “violenza della guerra” presuppone una “economia di guerra” (“progressivo aumento delle spese militari” e “riconversione al contrario dell’industria”) ed entrambe presuppongono una radice ancora più nascosta: il potere «culturale, che si manifesta nei dispositivi formativi e informativi che hanno lo scopo di legittimare e giustificare tutta la filiera della guerra» (pp. 42 – 43). Tali dispositivi ideologici ruotano intorno a due «cardini»: «il primo è l’irrazionale e obsoleto mantra secondo il quale per avere la pace bisogna preparare la guerra»; «il secondo è il doppio standard etico, secondo il quale un omicidio è un omicidio, ma moltiplicato per migliaia o milioni di omicidi si chiama vittoria o, addirittura, pace» (p. 44). Cosa fa in concreto chi pratica la nonviolenza per sostituire la lotta armata contro gli aggressori? Sia pur a rapide pennellate risponde alla domanda Valentina Bartolucci rievocando casi di “resistenza civile” (sia come “non-condizionamento” sia come “lotta organizzata” sia come “resistenza morale”) (pp. 49 – 51) e casi storici in cui la nonviolenza è stata non soltanto resistenza, ma anche «costruzione, paziente e quotidiana, di percorsi di pace» (pp. 51- 53). Affinché le esperienze pregresse addestrino alla gestione dei conflitti attuali e futuri, la nonviolenza deve diventare «competenza educativa» convinta e capillare attraverso l’educazione delle «nuove generazioni a leggere i conflitti come opportunità di trasformazione e a diventare cittadini capaci di scegliere, ogni volta, la via più difficile ma più feconda, quella della pace» (pp. 53- 55).

Se la violenza esercitata dagli esseri umani riguarda anche il mondo animale e vegetale, la nonviolenza non può non attrezzarsi anche nell’ambito ecologico. Questo versante è lumeggiato sia da Chiara Tintori che da Roberto Maier. La prima si concentra su «tre coppie di polarità»: il «consenso» sulla oggettività della crisi ambientale ostacolato dal «dissenso» costituito dal «negazionismo» (p. 58); la «transizione» (dall’ «utilizzo di fonti fossili» verso «fonti di energia rinnovabili») che non «potrà essere duratura senza una conversione ecologica, cioè senza riscoprire i fondamenti etici delle nostre scelte» (p. 59); la «ecologia integrale» contrastata dall’avanzata su tutto il pianeta del «nazionalismo» (una sorta di «individualismo di massa») (pp. 59 – 60). Il secondo autore si sofferma in particolare sulla differenza nell’approccio all’ecologia da parte di papa Benedetto XVI (che «faceva derivare la cura per la natura dalla creaturalità») e di papa Francesco (che, operando «una sorta di sospensione della cosmologia cristiana», preferisce insistere sulla «generatività del dialogo e la sete di giustizia» (pp. 62 – 63).

Prima, durante e dopo che nei campi di battaglia, le guerre si combattono nella sfera dei mezzi di informazione. Come ricorda Lucia Capuzzi, la narrazione dominante si basa sul dogma della inevitabilità della guerra, al quale si oppone infantilmente «una contro-propaganda basata su slogan, luoghi comuni, buone intenzioni e ottimismo ingenuo», laddove il vero antidoto sarebbe smascherare la guerra e mostrarla per ciò che è: «una decisione deliberata, frutto di una serie di cause e portatrice di conseguenze» (pp. 68 – 69). Anche in questo ambito l’educazione è irrinunciabile. E Marco Pietro Giovannoni evoca, rapidamente, alcuni modelli pedagogici mediante i quali «le persone possano riconoscere e trasformare rapporti di potere, linguaggi, strutture e abitudini che ostacolano la libertà di giudizio» (p. 70): la «conoscenza come emancipazione» («la lezione di Barbiana»); «la creatività come pratica democratica» («la lezione di Mario Lodi»); «il metodo maieutico reciproco» («la lezione di Danilo Dolci») (pp. 71 – 72).

Una sezione del volume è dedicata all’ «ambito cultura e memoria». Sergio Tanzarella mostra, con varie esemplificazioni (a partire dalla Prima guerra mondiale), come la storiografia dominante sia intessuta di menzogne che solo uno studio serio può smontare, invitando il lettore a schierarsi dalla parte delle vittime. Ciò spiega perché «non solo i regimi totalitari del XX secolo, ma anche tutti i poteri che comprendono se stessi come dominio, anche se mascherati da democrazie (…) sanno bene quanto la storia sia innocua e come sia necessario occhiutamente controllarla per prevenire  ogni istanza di autonomia critica del pensiero, che è premessa necessaria della libertà» (p. 83). Gli studi storici occupano uno dei tanti campi in cui si può esercitare – come sostiene Pietro Domenico Giovannoni – l’azione liberatrice della nonviolenza in ambito culturale: attivandosi affinché «la cultura» (che, se ridotta a sistema chiuso e autoritario, può diventare uno strumento di riproduzione della violenza») possa, invece, diventare («quando viene vissuta non come trasmissione dogmatica, ma come occasione di apertura e confronto»)  «lo strumento più efficace per disinnescare alla radice i meccanismi della violenza, visibili e invisibili, espliciti o sistemici, individuali o collettivi» (pp. 84 - 85). Nessuna disciplina è inadatta a questo ministero di emancipazione: «attraverso la letteratura, la filosofia, l’arte, le scienze sociali e naturali, possiamo imparare a “guardare con occhi diversi”, a decostruire ciò che ci è stato insegnato come ovvio, a distinguere tra ciò che siamo e ciò che ci è stato detto di essere» (p. 85).

La nonviolenza non può ignorare neppure il vasto e contraddittorio ambito della religione. Se, come sostiene nelle sue pagine Francesca Forte, «la giustificazione della guerra non è affatto un fenomeno marginale nella storia delle religioni, in particolare nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’islam» (p. 89), oggi questa «dialettica violenza/religione» acquista una fisionomia specifica: «non solo per i fondamentalisti islamici ma anche per quelli cristiani negli Stati Uniti, che fanno riferimento al mondo “neo-con”, un’identità religiosa e culturale forte, con alla base una concezione antropologica precisa e definita che non lascia spazio alle insidiose ambiguità (di genere, di razza, di classe) post-moderne, rappresenta un elemento fondamentale su cui costruire un progetto politico» (p. 91). Una via d’uscita, secondo l’autrice, potrebbe trovarsi nelle parole di Paul Ricoeur: «Se le religioni vogliono sopravvivere dovranno saper rinunciare in primo luogo a ogni specie di potere che non sia la parola disarmata; dovranno far prevalere la compassione sull’aridità dottrinale; dovranno soprattutto – ed è la cosa più difficile – cercare nel fondo stesso dei loro insegnamenti quel surplus non detto grazie al quale ciascuno può sperare di raggiungere gli altri» (p. 92).

In un secondo contributo di questa sezione teologica Alessandro Cortesi entra un po’ più nel dettaglio delle indicazioni operative: «educare ad un pensiero ospitale» (accostando le Scritture con strumenti critici che ne evidenzino «il nucleo di appello ad un Oltre, ad una presenza divina che rende miti e in ascolto») (p. 96); «educare a relazioni dialogiche» (con l’altro riconosciuto «come uguale e diverso» per sventare «tutte le forme di de-umanizzazione che sono premessa alle violenze più efferate») (pp. 96 – 97); «educare ad un agire di cura» (in opposizione agli attuali «modelli economici che generano diseguaglianza e che uccidono») (p. 98).

Un’ultima sezione del poliedrico volume è dedicato all’ambito scuola. Antonio Mazzeo, storico esperto di queste tematiche e instancabile attivista, si occupa di lanciare l’allarme su vari indizi di «militarizzazione del sistema scolastico» (p. 99),  anche con esemplificazioni che non mi sono risultate convincenti  (ad esempio l’uso del registro elettronico, il voto in condotta o il divieto dei cellulari); Paolo Ragusa si concentra invece sulla pars construens, in particolare sulle indicazioni per declinare  «un’autentica esperienza di nonviolenza» in «competenza conflittuale» (p. 105).

Organizzare la speranza, a firma di Massimo Ferré, è il titolo della postfazione a questa interessante raccolta. Sulla base della constatazione che i movimenti nonviolenti, o più genericamente pacifisti, soffrono di varie «fragilità» («esistenziale», «organizzativa» e metodologica) (pp. 111- 113), l’autore riprende e rilancia le indicazioni operative di don Tonino Bello: «denuncia, annuncio, rinuncia» (p. 113).

Il volume, sino a questa post-fazione, si è srotolato su un registro “laico” (nell’accezione più bella di una qualità universale, pre-confessionale e pre-ideologica). Ma ai lettori più o meno interessati alla prospettiva evangelica viene offerto un «saggio finale» di Fabrizio Mandreoli: Logiche della pace, della guerra e del potere: appunti per una rilettura dei vangeli (p. 117). Sulla scia di Ivan Illich, l’autore esamina i processi convergenti che hanno snaturato la portata originariamente rivoluzionaria dell’ «amore» incarnato da Gesù di Nazareth, consentendo alle Chiese (la cattolica in primis) di agire comportamenti contraddittori rispetto alla postura del primo Modello. La conclusione, più o meno esplicita, la sintetizzerei così: la via del vangelo, come più in generale la nonviolenza di cui è una declinazione possibile, ha qualcosa di «folle» che provoca «turbamento» e «timore». Onestà vuole che la si respinga o che comunque la si dichiari inassimilabile al proprio modo di vedere e di vivere, non che si dichiari a parole di condividerla mentre, in realtà, la si modifica sostanzialmente sino a trasformarla nella parodia di sé stessa.

Augusto Cavadi

“Adista/ Segni Nuovi”

4.7.2026

 

 

giovedì 16 luglio 2026

La normalità del bene contro la banalità del male: il magistrato Rosario Livatino

 Il 21 settembre del 1990, a pochi giorni dal compimento dei 42 anni, Rosario Livatino è stato trucidato da killer mafiosi mentre si spostava da casa al Tribunale di Agrigento. Nel trentacinquesimo anniversario del suo assassinio è stato organizzato ad  Agrigento un convegno di cui Angelo Chillura (presbitero da decenni impegnato a denunziare ogni contaminazione fra mondo ecclesiale e criminalità) ha curato gli Atti: Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026, pp. 76, euro 10,00.

Nel primo contributo Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, spiega perché al caso del giudice siciliano («un magistrato normalissimo che ha svolto straordinariamente bene il suo lavoro») si possa applicare perfettamente la tesi del cardinal José Tolentino Mendonça: «Il peccato è la banalità del male. La santità è la normalità del bene» (p. 19).

Nel secondo intervento Vincenzo Bertolone, già vescovo di Catanzaro-Squillace, si è soffermato sulla metafora del “profumo” che, come la santità autentica, evoca “sacrificio”, ma anche “amore” (Maria che unge i piedi di Gesù in Giovanni, 12). Agganciandosi a 2Corinti 2,14-16 l’autore spiega perché «per i mafiosi, Livatino era “odore di morte”, ma per i giusti era “odore di vita”. La sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”» (p. 27).

Nessuno viene ucciso dalle mafie se, prima, i suoi colleghi di lavoro non lo isolano additandolo come testardo, intransigente, presuntuoso. La regola – secondo l’ampia e articolata testimonianza in prima persona del giudice Luigi D’Angelo, autore della terza e ultima relazione del convegno – ha trovato ennesima conferma nel caso di Livatino: alcuni «magistrati della Corte di Cassazione che si accingeva a trattare il giudizio di legittimità» su un processo per reati mafiosi istituito anche da Livatino, invitati a parlare ad Agrigento, non esitarono, in due diverse occasioni pubbliche, «a criticare con acredine l’attività di giovani colleghi», «a stigmatizzare l’operato di alcuni magistrati» ed «al contempo ad esaltare la figura di altri» (p. 64).

Uno dei fili rossi che attraversano le tre relazioni è senz’altro, come scrive nella Introduzione don Angelo Chillura, «la dignità della coscienza» che inserisce Rosario Livatino in una lunga scia di personaggi (noti e meno noti) che «per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita»: Tommaso Becket, Tommaso Moro, J. Henry Newman, don Pino Puglisi (pp. 13 – 15). E mi è sembrato intelligente da parte dell’autore aggiungere, alla lista, il nome di un nostro contemporaneo, Nino Miceli, che, come gli illustri predecessori, ha voluto opporsi al male per fedeltà ai propri principi etici, denunziando gli estortori mafiosi, ma sopravvivendo vittorioso alla loro condanna giudiziaria (il racconto autobiografico di questa storia in E tu sai chi sono io?, Di Girolamo, Trapani 2025).

Augusto Cavadi

“Adista/notizie”, n. 23 del 20.6.2026

lunedì 13 luglio 2026

"SACRO MODERNO" DEL REGISTA LORENZO PALLOTTA: UN FILM NON BANALE

DOVE PULSA LA SPIRITUALITA’ AUTENTICA ?

Quando si gira un film, come quando si scrive un libro, ci si può proporre di confezionare un prodotto “perfetto” e  di trasmettere allo spettatore, o al lettore, un messaggio che ci sta a cuore. In sé, i due obiettivi non sono certo incompatibili e i classici sono forse identificabili così: propongono, in forma vicino alla perfezione, un messaggio potenzialmente universale. In concreto, però, almeno nell’intenzione dell’autore, si mira principalmente o al valore intrinseco dell’opera o (altrettanto legittimamente) al significato che s’intende veicolare e diffondere. Un film come Sacro moderno (2021), di Lorenzo Pallotta (attualmente visionabile anche su www.raiplay.it ), girato con una cifra stilistica che mi ha ricordato Tarkovskij, Olmi e certo Pasolini, mi pare riveli la predilezione del regista per la ricerca della bellezza artistica rispetto alla sua fruibilità da parte del pubblico: con il risultato – se vedo bene – di indurre troppi spettatori ad autoescludersi dopo i primi dieci o quindici minuti dalla visione di una pellicola davvero originale e intrigante (tanto per la forma quanto per il contenuto).

La trama, talmente essenziale da apparire povera, è facilmente riassumibile: in un paesino abruzzese in via di spopolamento resistono antiche tradizioni religiose (processioni, feste, banchetti pasquali) di cui i pochi protagonisti lamentano la lenta, ma inesorabile, estinzione. La retorica dei “tempi che furono”, non priva di riferimenti teologici oggi insopportabili (un coro iniziale di povera gente, sobria e mite, si confessa come responsabile dei peggiori peccati dell’umanità), indurrebbe a dolersi per il tramonto di quell’orizzonte devozionale: ma fu vera gloria?

La risposta è in un gesto apparentemente banale, di routine, che nel contesto appare lancinante: proprio in omaggio a quella religiosità tradizionale si ruba a un pastore-eremita la pecorella da lui allevata come una bambina e la si fa arrostire per rispettare le consuetudini alimentari della pasqua. La domanda che emerge silenziosamente imperiosa è ovvia: è più “sacra” una civiltà nella quale  si sacrificano a un Dio implacabile la propria voglia di riscatto, di affrontare l’ignoto, di provare a gioire e (antropocentricamente) le vite di tanti innocenti animali oppure una civiltà, come si va prefigurando in alcune pieghe della società attuale, in cui si abbandonano miti e riti antichi ma si scopre la connessione con la natura nel suo complesso e la fraternità ontologica con tutti gli altri esseri senzienti? C’è più spiritualità nell’insensibilità con cui si uccidono e consumano gli animali indifesi o nella capacità di relazionarsi affettivamente ad essi e nel conseguente desiderio di prendersene cura, rivedendo criticamente usi e costumi ritenuti immutabili solo perché secolari?

Augusto Cavadi

(www.augustocavadi.com)

Qui di seguito il link alla versione originale:

https://www.zerozeronews.it/dove-pulsa-lautentica-spiritualita/


venerdì 10 luglio 2026

Dal benessere al ben-essere

I siciliani, non meno dei visitatori che in questi anni si moltiplicano, vanno riscoprendo il valore del benessere. L’occasione, in sé preziosa, va però preservata dalla banalizzazione consumistica. Il benessere autentico non si acquista, ma lo si conquista quando si fa prevalere la ricerca del “ben-essere” sul “ben-avere”.  Il che significa molte cose, ma innanzitutto che l’otium (la quiete meditativa, la contemplazione del bello, il sereno conversare amicale) non è, secondo lo stigma dell’etica capitalistica, il “padre dei vizi”, bensì ciò che dà senso alla vita. La sua negazione, il neg-otium (la produzione, il commercio, l’affare) è attività necessaria: ma solo come mezzo per raggiungere il fine.

 Augusto Cavadi

“Il Gattopardo/Sicilia”

Aprile 2026

mercoledì 8 luglio 2026

FEDELI PER INFEDELTA’, INFEDELI PER FEDELTA’

 La fedeltà – intesa come perseveranza nel tener fede agli impegni assunti – è comunemente considerata un pregio, una qualità apprezzabile. E con molte ragioni. Le amicizie giovanili come gli imperi mondiali stanno o cadono se regge o meno la rara virtù di non infrangere i patti, di non rimangiarsi la parola solidale liberamente offerta né abbandonare per strada il compagno di viaggio con cui avevamo deciso di perseguire la stessa meta. Virtù tanto preziosa quanto ardua: sempre, ma ancor più     obbligatoria la citazione da Zygmunt Bauman  –nella “società liquida” di cui siamo ospiti non innocenti.

Tuttavia la vita, e di conseguenza il filosofare autentico, insegnano che non c’è atteggiamento umano, per quanto luminoso, del tutto privo di ombre: la fedeltà ha i suoi risvolti problematici e, se non se ne possiede consapevolezza, può trasformarsi nella tragica caricatura di sé stessa. Da virtù commovente può ribaltarsi in vizio patetico. Fedele: ma a cosa? Fedele: ma a chi? La fedeltà di Adolf Eichmann agli ideali del Terzo Reich, e ad Hitler in particolare, è meritoria esattamente come la fedeltà di Bāshā Khān agli ideali della Nonviolenza e a Gandhi in particolare?

Numerose sono le versioni taroccate della fedeltà: occorre trovare un nome diverso per ciascuna di esse.

La perversione della fedeltà nel rapporto di coppia

Probabilmente il caso più a portata di mano è il rapporto di coppia. Due persone (non importa ovviamente il sesso) s’incontrano nell’euforia dei venti anni e decidono convintamente (non importa ovviamente il come) di intrecciare le esistenze “sino a che morte non li separi”. Poi, molto prima di quanto prevedessero, la loro ebbrezza magica si scontra con la dura prosa della quotidianità: come negare che resistere agli imprevisti, alle difficoltà economiche o di salute, persino alla noiosa mancanza di imprevisti e di difficoltà economiche o di salute, sia un esercizio virtuoso di fedeltà? Ma un rapporto di coppia è cementato, almeno altrettanto che dalla relazione simpatetica, da una convergenza di sguardi sul futuro: dalla condivisione di prospettive e, conseguentemente, di qualche progetto operativo. Può capitare che uno dei due partner, crescendo “in età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”, continui a vedere il mondo dalla stessa angolazione e ad agire nelle medesime modalità; ma che l’altro, altrettanto in evoluzione, scopra dimensioni nuove, si innamori di altri valori, avverta passioni inedite. Che fare? Ovviamente da situazione in situazione vanno soppesate decine di fattori, ma alla luce di un criterio di fondo:  che la fedeltà non si capovolga – e si stravolga – in testardaggine.

Tale inversione – o perversione – può assumere una postura passiva, rinunciataria, servile. Accade a soggetti che confidano: “Ho cambiato visione-del-mondo, gusti, persino carattere: ma rifiuto questo cambiamento perché, se ne prendessi atto, potrei arrivare a separarmi da te! E non sono disposto/a a tradire né la tua persona né il patto legale che ho sottoscritto”. Tale logica sacrificale – comunque la si giudichi in base ai propri criteri etici – comporta oggettivamente dei costi altissimi: chi di noi non conosce mariti e padri, più spesso mogli e madri, che dopo quindici o venti anni di matrimonio muoiono, se non fisicamente (come avveniva sino a un secolo fa per la durata media della vita biologica), psicologicamente, moralmente e spiritualmente?

Non meno dolorosa la testardaggine quando assume una postura attiva, aggressiva, prepotente: “Io non sono più il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, devi cambiare anche tu con me, come me” oppure – equivalentemente dal punto di vista della prevaricazione – “io sono il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, non puoi cambiare ma devi restare con me, come me”.  Che simile ineducazione alla gestione del divenire – proprio o altrui – possa portare a gesti violenti, sino all’uxoricidio, mi sembra una possibilità facilmente ammissibile.

In tutti questi casi a rovinare la vita propria o/e altrui non è la fedeltà, ma la sua tragica caricatura.

La perversione della fedeltà rispetto ai propri ideali

Ci sono persone che si gloriano di non aver cambiato idee, dalla culla sin quasi alla tomba, sulle questioni cruciali della vita. In alcuni casi si tratta di soggetti illuminati da invidiare, in altri di caparbi da compatire: dall’esterno di una biografia nessuno può stabilire dove la fedeltà ai propri principi diventa ostinazione orgogliosa per incapacità di autocritica. Come diceva una vecchia battuta: «Sii te stesso. Ma se sei un fesso, non insistere». C’è chi nasce cattolico, vive da cattolico e muore da cattolico con la stessa fedeltà a ciò che ritiene vero e bene di altri che restano comunisti o fascisti dall’adolescenza all’anzianità avanzata: autentica – tale fedeltà – se si è rimasti cattolici, comunisti o fascisti senza smettere di cercare, di conoscere, di riflettere, di confrontarsi; se non ci si è chiusi a riccio; se la persistenza nelle proprie convinzioni non è stata frutto di dogmatismo bigotto. In quest’ultimo caso, infatti,  la fedeltà– per dirla con don Milani e i suoi ragazzi a proposito di certa obbedienza – non sarebbe più una “virtù”, ma una versione fasulla e ingannevole dell’originale.

Sinora ho avuto in mente soggetti che (con ragioni apprezzabili o per pessimi motivi) sono rimasti lungo il corso dell’intera esistenza sulle proprie posizioni teologiche o ideologiche in buona fede. Ma ci sono tante altre tipologie: quanto a perversioni, noi mortali non difettiamo di fantasia! 

Ad esempio ci sono i fedeli per tornaconto. Non sono né così fortunati da avere capito tutto sin da bambini né così stupidi da non accorgersi di essersi schierati, sin da giovani, dalla parte sbagliata. Sono consapevoli che dovrebbero rivedere, anche radicalmente, la propria filosofia: ma sanno pure che, dal punto di vista dei vantaggi materiali, non gli conviene. Restano a difendere e proclamare dottrine, a cui non credono più, in perfetta cattiva fede. È capitato a molti di noi di incontrare questi ipocriti – nell’accezione etimologica di “attori” – abilissimi nel mimare la fedeltà. La storia della letteratura, come le piccole storie quotidiane, conoscono preti che affidano a diari segreti il rinnegamento di ciò che, pur di non perdere i privilegi del ruolo, perseverano nel predicare dal pulpito. Kierkegaard racconta da qualche parte del teologo che intima a Dio: “Ho scritto tre libri per dimostrare che esisti e sei buono. Ed è stato un successo. Ma se neppure così, entro l’anno, mi faranno vescovo, ne scriverò altri tre per dimostrare il contrario”. E io stesso ho memoria di un alunno, leader di un movimento giovanile di estrema Destra, “Fronte della Gioventù”, che ad una domanda – “Ma come fa una persona intelligente come te ad essere fascista?” – mi rispose con spiazzante sincerità: “Certo che non sono più fascista. Ma dovrei comunicarlo ai dirigenti del Partito proprio ora che, alle soglie della maggiore età, posso iniziare la carriera politica?”

La fedeltà sostanziale dietro l’apparente infedeltà

Ho tratteggiato qualche caso di infedeltà sostanziale dietro la maschera di una fedeltà apparente. La variegata casistica di veri e falsi fedeli resterebbe troppo incompleta se trascurassi una figura diversa dalle precedenti: l’infedele (apparente) per fedeltà (sostanziale). Per chiarire questa tipologia può riuscire istruttivo risalire alla radice etimologica della fidelitas: la fides, la “fede” come apertura, convinzione, slancio, passione… in tutti gli ambiti dell’esperienza umana, dalla politica alla religione, dall’arte all’etica. (Qui non importa precisare che la fede può essere “irrazionale” in quanto contraddice le esigenze elementari della ragione; ma anche “arazionale”, nel senso che prescinde dal vaglio della “ragione”, o “ragionevole” nel senso che si “crede a”, ci “si affida a”, si “scommette su” persone o valori o idee che la ragione ritiene affidabili). Ebbene la fede così intesa non può restare indeterminata: per esercitarsi esperienzialmente non può fare a meno di contenuti, di “credenze”.  Il rischio è di identificare la prima (la fede come apertura, tensione soggettiva) con le seconde (le credenze come dati oggettivi): sarebbe un errore. Infatti la fides qua, ossia l’atteggiamento con cui credo, è la sorgente viva e zampillante che merita d’essere  preservata, alimentata,  laddove la fides quae, ossia le cose che credo necessitano di verifica incessante.  Esse non sono la sorgente, ma le acque del torrente: vanno lasciate scorrere liberamente. Se fissate, cristallizzate, bloccate, imputridiscono. Ecco perché talora è proprio la fedeltà, come perseveranza in una “fede”, a imporre l’infedeltà rispetto ad alcune “credenze”. Anche di questo mi ha fatto dono la Vita: incontrare persone che da giovani avevano abbracciato per “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…)  alcune teorie, alcune organizzazioni, alcune istituzioni e, con l’età adulta, hanno visto con chiarezza inequivoca, che - proprio se volevano persistere nella “fede” giovanile – dovevano cambiare “credenze”. Ed effettivamente hanno cambiato partito o chiesa o scuola filosofica…abbandonando (talora con sofferenza interiore) dogmi, dottrine, stili di vita, assetti di gruppo, simbologie, modalità di diffondere il proprio patrimonio ideale. Sono state persone apparentemente “infedeli” perché, a un certo punto dell’evoluzione, non si sono dette più cattoliche o comuniste o fasciste, ma si sono dette altro o non si sono più autodefinite in alcun modo, perché, in coscienza, si sono convinte che il fuoco originario della loro “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…) andava alimentato con altra legna, in sintonia con altre compagnie, mediante altri metodi. Queste persone sono disposte a pagare il prezzo di un duplice stigma: bollate come “traditrici” della Causa a cui avevano giurato fedeltà dai vecchi sodali e guardate con sospetto dai nuovi compagni di strada timorosi di poter essere, a loro volta, abbandonati qualora si rivelassero più d’inciampo che di sostegno per la “fede”.  È un po’ la sorte di persone come Ignazio Silone: al cospetto delle tragedie dello stalinismo sovietico, proprio per non tradire l’afflato di giustizia sociale originario, ha abbandonato il Partito Comunista Italiano di cui era diventato dirigente e, proprio per non tradire l’inspirazione evangelica, non è ritornato nella Chiesa cattolica strutturata gerarchicamente. Per rispetto della sua “fede” socialista e cristiana, ha preferito la marginalità di “socialista senza partito e cristiano senza chiesa”.

Augusto Cavadi

"Le nuove frontiere della scuola"

n. 71 / Giugno 2026