venerdì 10 luglio 2026

Dal benessere al ben-essere

I siciliani, non meno dei visitatori che in questi anni si moltiplicano, vanno riscoprendo il valore del benessere. L’occasione, in sé preziosa, va però preservata dalla banalizzazione consumistica. Il benessere autentico non si acquista, ma lo si conquista quando si fa prevalere la ricerca del “ben-essere” sul “ben-avere”.  Il che significa molte cose, ma innanzitutto che l’otium (la quiete meditativa, la contemplazione del bello, il sereno conversare amicale) non è, secondo lo stigma dell’etica capitalistica, il “padre dei vizi”, bensì ciò che dà senso alla vita. La sua negazione, il neg-otium (la produzione, il commercio, l’affare) è attività necessaria: ma solo come mezzo per raggiungere il fine.

 Augusto Cavadi

“Il Gattopardo/Sicilia”

Aprile 2026

mercoledì 8 luglio 2026

FEDELI PER INFEDELTA’, INFEDELI PER FEDELTA’

 La fedeltà – intesa come perseveranza nel tener fede agli impegni assunti – è comunemente considerata un pregio, una qualità apprezzabile. E con molte ragioni. Le amicizie giovanili come gli imperi mondiali stanno o cadono se regge o meno la rara virtù di non infrangere i patti, di non rimangiarsi la parola solidale liberamente offerta né abbandonare per strada il compagno di viaggio con cui avevamo deciso di perseguire la stessa meta. Virtù tanto preziosa quanto ardua: sempre, ma ancor più     obbligatoria la citazione da Zygmunt Bauman  –nella “società liquida” di cui siamo ospiti non innocenti.

Tuttavia la vita, e di conseguenza il filosofare autentico, insegnano che non c’è atteggiamento umano, per quanto luminoso, del tutto privo di ombre: la fedeltà ha i suoi risvolti problematici e, se non se ne possiede consapevolezza, può trasformarsi nella tragica caricatura di sé stessa. Da virtù commovente può ribaltarsi in vizio patetico. Fedele: ma a cosa? Fedele: ma a chi? La fedeltà di Adolf Eichmann agli ideali del Terzo Reich, e ad Hitler in particolare, è meritoria esattamente come la fedeltà di Bāshā Khān agli ideali della Nonviolenza e a Gandhi in particolare?

Numerose sono le versioni taroccate della fedeltà: occorre trovare un nome diverso per ciascuna di esse.

La perversione della fedeltà nel rapporto di coppia

Probabilmente il caso più a portata di mano è il rapporto di coppia. Due persone (non importa ovviamente il sesso) s’incontrano nell’euforia dei venti anni e decidono convintamente (non importa ovviamente il come) di intrecciare le esistenze “sino a che morte non li separi”. Poi, molto prima di quanto prevedessero, la loro ebbrezza magica si scontra con la dura prosa della quotidianità: come negare che resistere agli imprevisti, alle difficoltà economiche o di salute, persino alla noiosa mancanza di imprevisti e di difficoltà economiche o di salute, sia un esercizio virtuoso di fedeltà? Ma un rapporto di coppia è cementato, almeno altrettanto che dalla relazione simpatetica, da una convergenza di sguardi sul futuro: dalla condivisione di prospettive e, conseguentemente, di qualche progetto operativo. Può capitare che uno dei due partner, crescendo “in età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”, continui a vedere il mondo dalla stessa angolazione e ad agire nelle medesime modalità; ma che l’altro, altrettanto in evoluzione, scopra dimensioni nuove, si innamori di altri valori, avverta passioni inedite. Che fare? Ovviamente da situazione in situazione vanno soppesate decine di fattori, ma alla luce di un criterio di fondo:  che la fedeltà non si capovolga – e si stravolga – in testardaggine.

Tale inversione – o perversione – può assumere una postura passiva, rinunciataria, servile. Accade a soggetti che confidano: “Ho cambiato visione-del-mondo, gusti, persino carattere: ma rifiuto questo cambiamento perché, se ne prendessi atto, potrei arrivare a separarmi da te! E non sono disposto/a a tradire né la tua persona né il patto legale che ho sottoscritto”. Tale logica sacrificale – comunque la si giudichi in base ai propri criteri etici – comporta oggettivamente dei costi altissimi: chi di noi non conosce mariti e padri, più spesso mogli e madri, che dopo quindici o venti anni di matrimonio muoiono, se non fisicamente (come avveniva sino a un secolo fa per la durata media della vita biologica), psicologicamente, moralmente e spiritualmente?

Non meno dolorosa la testardaggine quando assume una postura attiva, aggressiva, prepotente: “Io non sono più il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, devi cambiare anche tu con me, come me” oppure – equivalentemente dal punto di vista della prevaricazione – “io sono il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, non puoi cambiare ma devi restare con me, come me”.  Che simile ineducazione alla gestione del divenire – proprio o altrui – possa portare a gesti violenti, sino all’uxoricidio, mi sembra una possibilità facilmente ammissibile.

In tutti questi casi a rovinare la vita propria o/e altrui non è la fedeltà, ma la sua tragica caricatura.

La perversione della fedeltà rispetto ai propri ideali

Ci sono persone che si gloriano di non aver cambiato idee, dalla culla sin quasi alla tomba, sulle questioni cruciali della vita. In alcuni casi si tratta di soggetti illuminati da invidiare, in altri di caparbi da compatire: dall’esterno di una biografia nessuno può stabilire dove la fedeltà ai propri principi diventa ostinazione orgogliosa per incapacità di autocritica. Come diceva una vecchia battuta: «Sii te stesso. Ma se sei un fesso, non insistere». C’è chi nasce cattolico, vive da cattolico e muore da cattolico con la stessa fedeltà a ciò che ritiene vero e bene di altri che restano comunisti o fascisti dall’adolescenza all’anzianità avanzata: autentica – tale fedeltà – se si è rimasti cattolici, comunisti o fascisti senza smettere di cercare, di conoscere, di riflettere, di confrontarsi; se non ci si è chiusi a riccio; se la persistenza nelle proprie convinzioni non è stata frutto di dogmatismo bigotto. In quest’ultimo caso, infatti,  la fedeltà– per dirla con don Milani e i suoi ragazzi a proposito di certa obbedienza – non sarebbe più una “virtù”, ma una versione fasulla e ingannevole dell’originale.

Sinora ho avuto in mente soggetti che (con ragioni apprezzabili o per pessimi motivi) sono rimasti lungo il corso dell’intera esistenza sulle proprie posizioni teologiche o ideologiche in buona fede. Ma ci sono tante altre tipologie: quanto a perversioni, noi mortali non difettiamo di fantasia! 

Ad esempio ci sono i fedeli per tornaconto. Non sono né così fortunati da avere capito tutto sin da bambini né così stupidi da non accorgersi di essersi schierati, sin da giovani, dalla parte sbagliata. Sono consapevoli che dovrebbero rivedere, anche radicalmente, la propria filosofia: ma sanno pure che, dal punto di vista dei vantaggi materiali, non gli conviene. Restano a difendere e proclamare dottrine, a cui non credono più, in perfetta cattiva fede. È capitato a molti di noi di incontrare questi ipocriti – nell’accezione etimologica di “attori” – abilissimi nel mimare la fedeltà. La storia della letteratura, come le piccole storie quotidiane, conoscono preti che affidano a diari segreti il rinnegamento di ciò che, pur di non perdere i privilegi del ruolo, perseverano nel predicare dal pulpito. Kierkegaard racconta da qualche parte del teologo che intima a Dio: “Ho scritto tre libri per dimostrare che esisti e sei buono. Ed è stato un successo. Ma se neppure così, entro l’anno, mi faranno vescovo, ne scriverò altri tre per dimostrare il contrario”. E io stesso ho memoria di un alunno, leader di un movimento giovanile di estrema Destra, “Fronte della Gioventù”, che ad una domanda – “Ma come fa una persona intelligente come te ad essere fascista?” – mi rispose con spiazzante sincerità: “Certo che non sono più fascista. Ma dovrei comunicarlo ai dirigenti del Partito proprio ora che, alle soglie della maggiore età, posso iniziare la carriera politica?”

La fedeltà sostanziale dietro l’apparente infedeltà

Ho tratteggiato qualche caso di infedeltà sostanziale dietro la maschera di una fedeltà apparente. La variegata casistica di veri e falsi fedeli resterebbe troppo incompleta se trascurassi una figura diversa dalle precedenti: l’infedele (apparente) per fedeltà (sostanziale). Per chiarire questa tipologia può riuscire istruttivo risalire alla radice etimologica della fidelitas: la fides, la “fede” come apertura, convinzione, slancio, passione… in tutti gli ambiti dell’esperienza umana, dalla politica alla religione, dall’arte all’etica. (Qui non importa precisare che la fede può essere “irrazionale” in quanto contraddice le esigenze elementari della ragione; ma anche “arazionale”, nel senso che prescinde dal vaglio della “ragione”, o “ragionevole” nel senso che si “crede a”, ci “si affida a”, si “scommette su” persone o valori o idee che la ragione ritiene affidabili). Ebbene la fede così intesa non può restare indeterminata: per esercitarsi esperienzialmente non può fare a meno di contenuti, di “credenze”.  Il rischio è di identificare la prima (la fede come apertura, tensione soggettiva) con le seconde (le credenze come dati oggettivi): sarebbe un errore. Infatti la fides qua, ossia l’atteggiamento con cui credo, è la sorgente viva e zampillante che merita d’essere  preservata, alimentata,  laddove la fides quae, ossia le cose che credo necessitano di verifica incessante.  Esse non sono la sorgente, ma le acque del torrente: vanno lasciate scorrere liberamente. Se fissate, cristallizzate, bloccate, imputridiscono. Ecco perché talora è proprio la fedeltà, come perseveranza in una “fede”, a imporre l’infedeltà rispetto ad alcune “credenze”. Anche di questo mi ha fatto dono la Vita: incontrare persone che da giovani avevano abbracciato per “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…)  alcune teorie, alcune organizzazioni, alcune istituzioni e, con l’età adulta, hanno visto con chiarezza inequivoca, che - proprio se volevano persistere nella “fede” giovanile – dovevano cambiare “credenze”. Ed effettivamente hanno cambiato partito o chiesa o scuola filosofica…abbandonando (talora con sofferenza interiore) dogmi, dottrine, stili di vita, assetti di gruppo, simbologie, modalità di diffondere il proprio patrimonio ideale. Sono state persone apparentemente “infedeli” perché, a un certo punto dell’evoluzione, non si sono dette più cattoliche o comuniste o fasciste, ma si sono dette altro o non si sono più autodefinite in alcun modo, perché, in coscienza, si sono convinte che il fuoco originario della loro “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…) andava alimentato con altra legna, in sintonia con altre compagnie, mediante altri metodi. Queste persone sono disposte a pagare il prezzo di un duplice stigma: bollate come “traditrici” della Causa a cui avevano giurato fedeltà dai vecchi sodali e guardate con sospetto dai nuovi compagni di strada timorosi di poter essere, a loro volta, abbandonati qualora si rivelassero più d’inciampo che di sostegno per la “fede”.  È un po’ la sorte di persone come Ignazio Silone: al cospetto delle tragedie dello stalinismo sovietico, proprio per non tradire l’afflato di giustizia sociale originario, ha abbandonato il Partito Comunista Italiano di cui era diventato dirigente e, proprio per non tradire l’inspirazione evangelica, non è ritornato nella Chiesa cattolica strutturata gerarchicamente. Per rispetto della sua “fede” socialista e cristiana, ha preferito la marginalità di “socialista senza partito e cristiano senza chiesa”.

Augusto Cavadi

"Le nuove frontiere della scuola"

n. 71 / Giugno 2026

domenica 5 luglio 2026

BREVE DIALOGO FRA EINSTEIN E DIO (DA UNA COMPOSIZIONE POETICA DI PIERLUIGI MOROSINI)

In un'antologia ritrovata per caso fra le mie carte (Nuovi salmi, a cura di G. Ribaudo e G. Dino, I quaderni del CNTN, Palermo 2012) leggo una composizione di Pierluigi Morosini (1941 - 2008) che non vorrei perdere di vista. Su un registro comunicativo discorsivo, quasi ingenuo, mi pare rilucano sprazzi di verità (che molti illustri teologi di corte, come per altro battaglieri filosofi atei, ignorano) . Archivio dunque nel mio blog queste righe, forse anche a beneficio di qualche lettore/lettrice.

EINSTEIN

Le sere d'estate Einstein e l'Essere Divino
avevano preso l'abitudine di sedersi
in due vecchie sedie a sdraio
sotto il portico della casa di Princeton
guardando i colori e la serena malinconia del tramonto
ascoltando un po' della forte forte leggerezza di Mozart
e scambiando di tanto in tanto qualche parola.

L'Essere Divino un giorno si lamentò
di essere troppo spesso invocato e supplicato per fare miracoli.
"Io non gioco a dadi, - disse -
non voglio interferire con le leggi che ho dato al mondo
e non mi sembra giusto creare confusioni e privilegi.
(...)

Einstein allora gli disse:
"Ti capisco. Anch'io farei lo stesso.
Ma vorrei farti almeno una domanda:
Sai che mai cercherei di sapere da Te
qualcosa sulle leggi del mondo naturale,
neppure su quel maledetto gatto di Schroedinger,
perché è mio dovere e mio orgoglio cercare di chiarirle
senza aiuti di favore.
Ma dimmi qualcosa sulla moralità".

"Qui mi cogli un po' impreparato -
disse allora l'Essere Divino -
dando una spinta più forte alla sedia a sdraio.
In verità questo ti posso dire:
che ho voluto per un divino paradosso
che l'uomo si potesse comportare
come se fosse libero di scegliere
e che preferisco coloro che non obbediscono
alle leggi emanate dalle mie varie manifestazioni,
ma solo al comune imperativo di seminare pace,
aiuto reciproco e buona volontà".

Einstein respirò un bagliore rosse arancione del tramonto,
sorrise e alzò il volume
della musica di Mozart.

                         Pierluigi Morosini

venerdì 3 luglio 2026

GLI SCISMATICI LEFEBVRIANI HANNO TUTTI I TORTI? I PARADOSSI DI UN EVENTO GROTTESCO

La notizia di uno scisma da destra (i “lefebvriani”) nella Chiesa cattolica è talmente anacronistica da attirare la curiosità anche della stampa “laica”. Le domande, più o meno ironiche, si moltiplicano: davvero questi vescovi, questi preti, questi seminaristi pensano che per la società occidentale, le cui chiese sono sempre più vuote, sia rilevante sapere se la messa va celebrata in latino o in lingua nazionale? E, se sono convinti che la Chiesa perde ogni anno milioni di “fedeli” perché si apre troppo alle istanze culturali, etiche e sociali dell’umanità in evoluzione, perché non decidono di restarvi, abbarbicati alla Tradizione, nell’attesa di restare presto i soli padroni di casa?

La vicenda, in sé grottesca, presenta non pochi paradossi.

Il primo è che, sulla base della storia della Chiesa cattolica e della teologia,  questa minoranza eretico-scismatica ha ragione rispetto alle innovazioni riformiste accettate, più o meno entusiasticamente, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) da tutti i papi (da Paolo VI a Giovanni Paolo I, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, da Francesco a Leone XIV). Gli ultrasettantenni come me hanno fatto in tempo a prepararsi alla Prima comunione seguendo il Catechismo di Pio X  che veniva impartito come sintesi autorevole (anzi infallibile) di duemila anni di Magistero ecclesiastico. Oggi è inutilizzabile in comunità cattoliche sufficientemente dotate di istruzione e di buon senso (davvero il Dio della misericordia ha preparato un «inferno» eterno, completo di «fuoco, con ogni altro male, senza alcun bene», per «i cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale»? Davvero sappiamo non solo che Dio esiste, ma anche che esiste «in tre persone, uguali e distinte che sono la santissima Trinità»? E da dove lo sappiamo se neppure Gesù Cristo lo ha mai affermato? E davvero questa «Chiesa fu fondata da Gesù Cristo» anche se non risulta dai vangeli che avesse mai ventilato un simile progetto ai discepoli? E sa Essa, con precisione millimetrica - dal momento che «lo Spirito di verità l’assiste continuamente» -, quali siano «le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali»? E davvero nasciamo con il marchio di un «peccato originale» consumato da una giovane coppia preistorica, Adamo ed Eva, che certamente non è mai esistita?).

Negli ultimi 50 o 60 anni la Chiesa cattolica ha ritenuto necessario rileggere questa antica catechesi in chiave figurata, metaforica, simbolica, poetica per non andare contro tutto ciò che le scienze contemporanee hanno accertato oltre ogni ragionevole dubbio. E ha fatto bene. Ma ha ammesso il cambiamento radicale di registro, il capovolgimento del messaggio, o ha continuato a fare finta di niente come se fosse in atto un modesto maquillage consistente in meri ritocchi terminologici? Monsignor Lefebvre e discepoli non vogliono bersela come innocuo bicchiere d’acqua: state destrutturando l’apparato dogmatico che avevamo accettato come divino e non dovremmo aprire bocca? O ammettete che siamo al Cristianesimo 2.0 (e allora  perché credere che i papi di oggi siano “infallibili” se non lo sono stati i papi del Cristianesimo 1.0 ?) o rinunziate a tutte queste recenti modifiche sostanziali e abbiate il coraggio di continuare a insegnare quelle “verità” per cui molti di noi hanno accettato di morire e ancor più di far morire i dissidenti.

Almeno un secondo paradosso va evidenziato in questa vicenda da “guerra di religione” che ci fa ripiombare indietro di almeno cinque secoli. I lefebvriani, che contestano i papi perché - immersi nella storia mutevole  – dimenticherebbero di giudicarla dal punto di vista immutabile dell’eternità, sono, più o meno consapevolmente, in linea con l’attualità contemporanea. Essi infatti riproducono nel corpo ecclesiale proprio la tendenza attuale del corpo sociale alla reazione, alla marcia indietro, alla restaurazione. Non è un caso che le Destre politiche europee e statunitensi non nascondano solidarietà e simpatia per la Destra teologico-istituzionale che in questi giorni sta ufficializzando la secessione da una Chiesa cattolica (guidata ieri da Francesco, oggi da Leone) che, pur tra ritardi e timidezze, sta provando a liberarsi dai bagagli più ingombranti di un passato che non vuole passare.

 

Augusto Cavadi



https://www.adista.it/articolo/76015

mercoledì 1 luglio 2026

OGNI TANTO UN AMICO CI REGALA UN SORRISO SCHERZOSO. GRAZIE SALVO PORROVECCHIO!

  Il Chiosco dei Pensieri di Augusto -

Caro Augusto, dovresti aprire un “Chiosco dei Pensieri Filosofici” proprio lì, in via Maqueda all’incrocio con via Cavour — quel crocevia metafisico tra la cicoria fritta e l’eterno ritorno.
Immagino i clienti della Feltrinelli che, uscendo con il loro Houellebecq sottobraccio, vengono improvvisamente intercettati da un’urgenza interiore ben più profonda di qualsiasi romanzo francese. Non si fermerebbero per una granita al limone, no — si siederebbero sul tuo sgabello filosofico con il peso specifico di chi porta addosso un dubbio cosmico.
“Buongiorno.”
“Buongiorno a lei — si accomodi pure, l’universo può aspettare.”
“Stavo passando di qui per comprare un libro quando sono stato aggredito da un’angosciante perplessità.”
“Non si faccia del male, signore. Siamo qui apposta.”
“Dunque: qual è il principio di tutte le cose?”
“Si rilassi, caro amico. Il principio di ogni cosa reale è l’acqua. Lo asseriva Talete, e noi confermiamo con dovizia di prove.”
“E allora il Paradiso terrestre? Adamo? Eva?”
“La prego, non insista — sono cinque euro. Grazie, buona giornata.”
Poi ci sarebbero i melanconici stagionali — quella categoria di anime sensibili che, raggiunta una certa età, si trovano a fare i conti con la caducità della vita come si fa con la dichiarazione dei redditi: inevitabile, ingrata, e sempre al momento sbagliato. Anche costoro troverebbero rifugio al tuo chioschetto, accolti da un buffetto paterno, una parola buona, la carezza di chi sa che l’abisso esiste ma non è il caso di fissarlo mentre si fa la spesa.
“Buongiorno, faccia presto che ho fretta.”
“Malissimo, signore. La fretta è il modo più elegante di non vivere.”
“Capisco, ma veda — avevo appena comprato un maglione invernale quando mi ha colpito l’inutilità del gesto: la vita è brevissima, l’inverno comincia tra tre mesi e io potrei spirare da un momento all’altro. Che me ne faccio del maglione?”
“Caro amico, il suo compito è vivere come se fosse immortale, assaporando ogni istante. Quando siamo morti, semplicemente non esistiamo. Ergo: finché ci siamo noi, la morte non c’è — e quando arriva lei, noi non ci siamo più. Non si incontreranno mai. Inutile invitarla a cena.”
“Non immagina la leggerezza che sento! Corro subito a prendere anche una camicia da cerimonia e un paio di scarpe di vernice!”
“Un attimo, un attimo — la filosofia è sette euro. Ecco lo scontrino. Conservi la ricevuta, è detraibile dall’ansia.”
In un’epoca così frenetica e smarrita, il bisogno di pensieri ristoratori è diventato urgente quanto un antidolorifico. Mi stupisce anzi che Galimberti non ci abbia pensato prima — lui che continua imperterrito a gironzolare tra simposi e conferenze a un’età in cui la vescica prostatica impone ritmi più… contemplativi. Evidentemente preferisce il palcoscenico al bancone. Peccato.
Ancora più inadatto, per il ruolo, sarebbe stato Cacciari. Un chiosco gestito da lui chiuderebbe in tre settimane per manifesta incompatibilità col genere umano. Torvo, bilioso, con quello sguardo da chi ha appena letto Heidegger in originale e non gli è piaciuto — imbarazzerebbe la clientela già alla prima ordinazione. A Palermo, in via Maqueda, i venditori ambulanti lo inseguirebbero a male parole, e forse non avrebbero tutti i torti.
Tu invece, caro Augusto, hai le stigmate del buon filosofo da strada: quella rara capacità di rendere l’abisso frequentabile, di offrire conforto senza cattedra, di fare della saggezza una conversazione e non una conferenza.
Ti senti — e non a torto — l’erede naturale di Socrate. Con una differenza sostanziale: a differenza del maestro ateniese, tu non sei inadatto alla vita domestica. Anzi, partecipi volentieri alle faccende di casa, il che ti rende filosoficamente più equilibrato e umanamente molto più sopportabile.
E se un giorno la tua Santippe dovesse stufarsi e lasciarti — ipotesi remota ma filosoficamente contemplabile — sono certo che non finiresti a contenderti le briciole con i piccioni di piazza Pretoria.
Probabilmente apriresti il chiosco.
Salvo Porrovecchio via FB.
***

Mi sono limitato a rispondere, divertito, a questo caro amico birbone:

Ma sei sicuro che mi sento "l'erede naturale di Socrate"? Al massimo, direi un suo ammiratore e lontanissimo discepolo...