mercoledì 14 agosto 2019

MATRIARCATO ALLA SICILIANA


“Il Gattopardo”
Luglio 2019 

IL POTERE DELLE DONNE

Le cronache di questi riportanoi dati rilevati da Unioncamere e Infocamere, secondo i quali è la Sicilia a conquistare il podio come regione in cui le donne avviano un’azienda o un’attività, seguita dal Lazio, dalla Campania e dalla Lombardia.
La notizia non va enfatizzata. Siamo infatti in una fase socio-economica in cui molte imprese (sia al maschile che al femminile) chiudono e in cui le imprese che vengono attivate sono – in termini assoluti, indipendentemente dalla percentuale di titolari donne – in calo. Inoltre va osservato che in alcune regioni come la nostra non poche donne prestano il proprio nome a mariti, padri e fratelli che, per varie disavventure giudiziarie, non possono risultare titolari di un’impresa.
Pur con queste cautele, comunque, la notizia dell’incremento percentuale di aziende intestate a donne (oggi intorno al 25% del totale) resta incoraggiante. Né particolarmente sorprendente.
Infatti, nonostante nell’immaginario collettivo internazionale (alimentato dalla letteratura, dal cinema  e dalla televisione) le donne siciliane vivrebbero all’ombra dei maschi, gli studi storici e socio-antropologici  ci restituiscono una rappresentazione abbastanza diversa. Detto in soldoni: a un patriarcato di facciata corrisponderebbe un matriarcato di sostanza. 
Spesso, infatti, l’uomo di famiglia è il grande (o forse il piccolo) assente. Quando non è in galera, esce presto la mattina per andare a lavorare o a cercare un lavoro giornaliero o a delinquere; torna tardi la sera o addirittura preferisce non tornare per mangiare e bere all’osteria del quartiere. Anche negli ambienti borghesi gli impegni di lavoro in ufficio o in trasferta (per non contare qualche fuga sentimentale più o meno occasionale) trattengono il marito fuori casa da mane a sera. Alla moglie-madre (soprattutto nei casi in cui non è impegnata anche lei per lavoro o in cui è impegnata solo in tempi ridotti) resta il peso  - ma anche il corrispettivo potere gestionale e pedagogico – della famiglia e della casa. Insomma, le donne siciliane hanno avuto per lunga tradizione la necessità di svolgere più mansioni effettive di quante non ne fossero attribuite loro ‘ufficialmente’. Anche quando, a una riunione di condominio o a un’assemblea di quartiere, partecipa l’uomo di casa, non è raro che vi sia stato spinto dalle insistenze della consorte (di cui è poco più che un portavoce). 
Una storiella divertente (ambientabile in molte zone del mondo, certamente anche in Sicilia) racconta che, in  una seduta collettiva di sostegno per mariti maltrattati, lo psicoterapeuta abbia chiesto di dividersi in due gruppi: da un lato chi doveva obbedire sempre alla moglie e dall’altro chi riteneva di essere autonomo. In questo secondo gruppo si colloca un uomo soltanto e lo psicoterapeuta gli chiede per quali motivi abbia deciso così. “Me l’ha ordinato mia moglie prima di uscire da casa” fu la risposta non proprio confortante.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 11 agosto 2019

MILLE ABUSI, MA NESSUNA AUTORITA' INTERVIENE

“Repubblica” (Palermo)
10.8.2019

I MILLE ABUSI QUOTIDIANI CUI NESSUNO PONE RIMEDIO

Ad agosto si vorrebbe godere di una tregua dalle amarezze. Ma – ci si dovrebbe precludere la vista di ciò che accade fuori dalle mura di casa e la lettura dei giornali. A Palermo come altrove. Perché se, invece, non ti bendi gli occhi, le notiziacce si inanellano una dopo l’altra in un dannato filo rosso.
La Finanza entra, a caso, in alcuni ristoranti e trova che la regola sono gli addetti pagati in nero: allora la memoria ti va a quelle decine di ragazzi che hai conosciuto negli ultimi anni, che non sono stati pagati per mesi di fatiche estive senza né orari né giorni di riposo settimanale, che hanno vinto la causa contro i datori di lavoro fedifraghi e che però non hanno ricevuto – e non riceveranno mai – quanto gli spetta (perché gli avvocati non trovano conveniente difendere questo genere di clienti sino all’ingiunzione di pagamento). Su Facebook qualcuno ha scritto: “Non sono i camerieri e i raccoglitori di frutta a scarseggiare, ma gli schiavi”.
Un autista dell’Amat, scelto a caso, racconta la protervia quotidiana di ragazzacci che assalgono i bus e i passeggeri nella totale impunità: allora la memoria ti va a quelle innumerevoli volte in cui hai assistito a scene simili e hai dovuto inventarti una decisione diversa per non peccare di omissione, ma neppure aggravare le situazioni.
Le telecamere della Forestale registrano, a caso, dei negozianti che scaraventano sul letto dell’Oreto materiali ingombranti: allora la memoria ti va alla piazzetta sotto casa tua dove tutti gettano di tutto, agli inviti che hai rivolto inutilmente ai concittadini di di concordarne il ritiro con la Rap e di sentirti rispondere – e sai che non è una falsità – che i camion della Rap, ogni volta che svuotano cassonetti, lasciano scolare il percolato puzzolente che in estate rende l’aria a due passi dalla spiaggetta di Vergine Maria irrespirabile. L’anno scorso ho chiesto a un caposquadra a chi spettasse la pulizia del terreno dopo il loro passaggio dal momento che il netturbino di quartiere era attrezzato solo di scopa: mi ha alzato le spalle un po’ stupito della domanda.
Già, la piazzetta: come quasi tutta la città in mano a posteggiatori abusivi di cui devi calcolare, a occhio, la potenziale pericolosità prima di decidere come rispondere di volta in volta. A chi appartiene davvero la città? A chi questi posteggiatori – sia indigeni sia immigrati – devono pagare la percentuale dei loro incassi e fornire le informazioni necessarie a traffici ben più remunerativi? Da più di dieci anni i ragazzi di “Addiopizzo” ci ripetono che un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità: verissimo. Ma per uno straccio di dignità mi hanno già bucato le ruote della moto e rigato il cofano dell’auto: c’è un limite oltre il quale si diventa autolesionisti?
Già la spiaggetta: sarebbe pubblica, ma giorno dopo giorno è privatizzata da campeggiatori dalle tende sempre più ampie, forniti di tutto – dal frigorifero alla cucina – tranne che di servizi igienici. Chiami la Capitaneria di porto, chiami i Carabinieri, chiami la Polizia: “Sì, grazie, provvederemo”. Ma novantanove volte su cento non succede nulla. E sai, pe esperienza, che, in ogni ipotesi, chi sgombra la mattina ripianterà le tende la sera stessa. 
Ai Vigili urbani segnali che da anni l’unica stradina che congiunge Villa Igea con la piazza dell’Acquasanta è stabilmente occupata da macchine e moto in divieto di sosta (anzi, davanti al bar, addirittura in doppia fila !), che ciò impedisce la visuale delle auto che arrivano da via Ammiraglio Rizzo e strangola il traffico ogni volta che si incrociano due bus;  ma invano. Come invano segnali che, poco dopo, in piazza Giachery, davanti all’Ucciardone, all’uscita della zona dei rifornimenti di benzina, esiste uno stop che quasi nessuno rispetta: se presumi che ciò avvenga, come di solito in Italia da Roma in su, devi essere disposto a farti fracassare la fiancata sinistra dell’auto o a farti urtare e scavalcionare dalla moto.
La considerazione più triste, più deprimente? Che, per ciascuno di questi problemi, ho constatato di persona in alcuni casi – e mi è stato riferito in altri – che la soluzione è arrivata, ma non dalle istituzione dello  Stato. Ho visto con i miei occhi autisti di bus farsi coraggio e minacciare di botte le bande dei ragazzi più tracotanti; automobilisti minacciare di reazioni violente i posteggiatori se avessero trovato le auto danneggiate (“Non pago, ma se la macchina la trovo rotta, tu hai smesso di ‘lavorare’ qua”); giovani del quartiere intimare a campeggiatori abusivi di andarsene entro dodici ore (“Se non volete trovare le tende incendiate”). E un cameriere, a cui il datore di lavoro continua a negare da anni le paghe concordate nonostante una sentenza del tribunale favorevole, solo pochi mesi fa mi confidava quasi sul punto di lacrimare: “Gli unici che riescono a ottenere il rispetto dei propri diritti sono i colleghi che si rivolgono al capo mafia della zona. Ma non sanno che così si vendono per sempre la libertà ?”.
 Ogni tanto ritorna la querellese l’antimafia debba essere monopolio di alcuni schieramenti politici o patrimonio condiviso. Sommessamente direi che la questione si può risolvere solo con i dati di fatto. Un ministro degli interni di destra, un sindaco di sinistra, un prefetto che dovrebbe coordinare tutte le forze dell’ordine in difesa della legalità democratica a prescindere dai riferimenti ideologici e partitici: che aspettano per liberare il cittadino comune dall’infernale alternativa di subire l’impunità sistemica dei prepotenti oppure entrare in meccanismi perversi che hanno distrutto la convivenza civile?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 9 agosto 2019

IL CARDINALE MUELLER ACCUSA LA SUA CHIESA


29.7.2019


IL J’ACCUSE  DEL CARDINALE MÜLLER ALLA CHIESA CATTOLICA DI PAPA FRANCESCO

Nel linguaggio ecclesiastico, i “ministri” di cui si avvale il papa per governare la chiesa cattolica si chiamano “prefetti” e i rispettivi ministeri si chiamano “congregazioni”. Tradizionalmente il “prefetto” della “Congregazione per la dottrina della fede” (ex Sant’Ufficio e, prima ancora, Santa Inquisizione) è stato considerato il braccio destro del papa, il più prestigioso e il più influente. Così, tanto per avere un’idea, si consideri che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ai tempi di Giovanni Paolo II è stato Joseph Ratzinger, divenuto suo successore col nome di Benedetto XVI.
Per misurare la drammaticità dell’attuale situazione nella Chiesa cattolica basti sapere che il cardinale Gerhard Ludwig Müller– prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012 al 2017  (anno in cui, scaduto il primo quinquennio del suo mandato, è stato sostituito con un altro cardinale dal nuovo papa Francesco) – è attualmente una delle punte di diamante della fronda anti-bergogliana costituita da una minoranza, non esigua e comunque molto attiva, di cardinali, vescovi, preti e teologi (anche “laici” nell’accezione ecclesiale di “non presbiteri”).
In un recentissimo documento del luglio 2019 il porporato tedesco si è chiesto quali siano le ragioni del calo attuale di consensi della chiesa cattolica (“una scarsa partecipazione alla Messa, pochi battesimi e cresime, seminari sacerdotali vuoti, il declino dei monasteri”;  nella sola Germania, “nel 2018 oltre 216.000 Cattolici hanno lasciato la loro casa spirituale abbandonando esplicitamente la Chiesa”; “nell’America meridionale un tempo quasi completamente cattolica, i Cattolici, proprio come in Germania, hanno lasciato la Chiesa Cattolica a milioni”) e ne ha elencato una serie:
a)   La “secolarizzazione” della Chiesa che non ha il coraggio di presentarsi, come nei secoli precedenti, “nella sua essenza e nel suo mandato” quale “istituzione divina”, fondata da Cristo stesso e “necessaria per la salvezza” eterna. Essa, invece, tenta di “legittimarsi davanti a un mondo scristianizzato in modo secolare come lobby natural-religiosa del movimento ecologico”, o “di presentarsi come un’agenzia di soccorso per i migranti che elargisce denaro”, col risultato di perdere “ancora di più la sua identità di Sacramento universale di salvezza in Cristo” senza per altro ricevere “affatto quel tanto desiderato riconoscimento da parte dell’opinione corrente verde di sinistra”;
b)   il “cambiamento del Sacramento degli Ordini Sacri in un sistema professionale di funzionari ben retribuiti”;
c)   il “passaggio del <<potere>> percepito come politico, da vescovi e sacerdoti ai laici, con una clausola aggiuntiva che prevede che, a parità di qualifiche, le donne dovranno essere preferite”;
d)    la revisione della “morale cristiana”, “squalificata in quanto si pone <<contro il corpo>>, e, presumibilmente, non è compatibile con gli standard della moderna scienza sessuale”;
e)   l’abolizione del celibato a vita  (sia dei preti che dei frati e delle suore)  in quanto  “percepito come un imbarazzo – come un elemento alieno o un rifiuto residuo dal quale ci si debba liberare il più rapidamente e scrupolosamente possibile. Al massimo, questo celibato potrebbe essere concesso ad alcune persone stravaganti come forma masochistica di un’autodeterminazione estremamente autonoma”.

Ognuno di questi punti andrebbe spiegato ulteriormente, specie a un lettore che non abbia particolari competenze teologiche, ma – andando all’essenziale – mi chiedo: se dal XII secolo milioni di cristiani hanno lasciato la chiesa cattolica ( al seguito di Pietro Valdo, Lutero, Calvino, Zwingli…) perché non condividevano nessuno dei princìpi richiamati dall’arcivescovo Müller; se oggi migliaia di teologi cattolici si sono convinti della insostenibilità di tali princìpi sia in base all’esegesi della Bibbia sia in base allo studio della storia; se oggi milioni di cattolici – specie se mediamente istruiti – non ritengono in coscienza di poter condividere l’insegnamento ufficiale della chiesa, perché non chiedersi se, per caso, è quest’ultimo a dover essere ripensato radicalmente? Gli ecclesiastici in polemica con i colleghi “progressisti” e con lo stesso vescovo di Roma mi ricordano la storiella del matto lanciato a tutta velocità in autostrada che si chiede, stupito, come mai in quel giorno centinaia di automobilisti avessero perso la testa e corressero in direzione opposta alla sua. Oggi basta leggere libri seri, ma divulgativi - comeL’inutile fardellodel cappuccino  Ortensio da Spinetoli, Cristiani nel XXI secolo?del gesuita Roger Lenaers o Perché il cristianesimo deve cambiare o moriredel vescovo episcopaliano John Shelby Spong -  per rendersi conto che:
a)   Gesù non ha mai pensato di fondare nessuna chiesa;
b)   per i primi secoli i preti non erano dei battezzati cui veniva impresso un sigillo “ontologico” che li rendeva qualitativamente altri rispetto al popolo, ma uomini “presbiteri” (letteralmente: “più anziani”) che continuavano la loro vita matrimoniale e lavorativa;
c)    le donne erano escluse da ruoli di governo per ragioni storico-sociologiche contingenti, non per chi sa quale trascendente volontà divina;
d)   la morale cristiana, inizialmente attenta alle tentazioni del denaro e del potere, si è via via appiattita su posizioni sessuofobiche che le scienze mediche e umane attuali stigmatizzano come irrazionali;
e)   la scelta di vivere castamente una condizione celibataria, per dedicarsi totalmente alla causa del “regno di Dio” (dunque della fraternità, della giustizia, della contemplazione del bello, della solidarietà con l’intero creato…), ha una sua intrinseca validità, ma non può diventare un obbligo giuridico che intrappola per l’intera vita dei maschi o delle donne che decidano di abbracciarlo in una fase di entusiasmo giovanile.

Insomma, i conservatori di oggi come di ieri dovrebbero rassegnarsi: quando è il vangelo del profeta nomade di Galilea a dettare la linea, saltano i sistemi ideologici e istituzionali costruiti dagli esseri umani per proteggersi dalle sorprese dell’esistenza e dai rischi di una vita spesa per la ricerca della verità e la gioia della condivisione solidale con gli “impoveriti” della terra.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


https://www.zerozeronews.it/papa-francesco-sotto-attacco-chiesa-divisa/

mercoledì 7 agosto 2019

DARE UN'ANIMA ALL'EUROPA: COME ?

“Viottoli”
Anno XXII, 2019, 1
UN’ANIMA PER L’EUROPA

Un organismo statuale può essere disegnato a tavolino e imposto alla popolazione, ma non può perseverare nel tempo senza un principio animatore e unificatore. Senza un ideale anche imperfetto, anche perverso: che sarebbero gli Stati Uniti d’America senza la retorica della “frontiera”, la Francia senza l’esaltazione della “republique”, Cuba senza il mito della “revolucion”? 
Anche il processo di unificazione europea si è avviato in forza di un ideale: il rifiuto del nazi-fascismo. Questo processo, infatti, non sarebbe neppure partito se il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco non avessero dimostrato sino in fondo l’assurdità delle “guerre totali” in generale, fra gli Stati dell’area europea in particolare. Ma il riferimento dialettico, l’anti- (nazifascismo), sufficiente per partire, si dimostra insufficiente per proseguire il cammino. Ci si stupisce della lentezza e della contraddittorietà del processo di unificazione europea: ma, senza una méta che attragga le menti e i cuori dei cittadini, sarebbe strano il contrario. Ogni federazione, o anche solo confederazione, implica vantaggi e svantaggi: per apprezzare i primi basta un’abile ragione calcolante, per accettare i secondi è necessaria una tensione etica. Un’Europa senz’anima non può vincere gli egoismi nazionali.
Ma cosa intendiamo, più precisamente, quando affermiamo che l’Europa dei nostri anni è priva di “anima”? 
Come tutte le volte in cui si prova a nominare l’immateriale, anche in questo caso una certa vaghezza è inevitabile. Ma, se si resta nell’indeterminato, il rischio di fermarsi alla lamentazione sterile - senza elaborare vie d’uscita praticabili - è altissimo.
Proviamo dunque, senza pretesa di esaustività, ad articolare un po’ questa nozione: di che sarebbe costituita un’ “anima” europea se ci fosse o se, un giorno, potesse emergere? 
Innanzitutto implicherebbe una “memoria” condivisa. La storia civile - ma anche politica, religiosa, filosofica, artistica, scientifica – degli europei si snoda attraverso un filo rosso comune: a me pare incredibile che non esistano testi scolastici adottabili, nelle diverse lingue, da insegnanti di ogni nazionalità. Certo, questo implicherebbe la rinunzia allo studio analitico di molti avvenimenti storici “locali”;  di molte guerre risoltesi – nonostante il sangue versato – nella conferma dello status quoprecedente;  di molte confessioni religiose minoritarie estintesi o assorbite in chiese storiche oggi ancora vitali;  di molti scrittori poeti pittori filosofi scienziati che attualmente vengono conosciuti a scuola negli Stati di appartenenza…ma impedirebbe al ragazzo spagnolo di ignorare Mozart, al ragazzo italiano di ignorare Shakespeare, al ragazzo inglese di ignorare Kant, al ragazzo tedesco di ignorare Cervantes, al ragazzo francese di ignorare Michelangelo . Soprattutto, consentirebbe a ogni ragazzo europeo di avvertire come  “connazionali”  Mozart e Shakespeare, Kant, Cervantes e Michelangelo. Oggi più che mai la qualità deve avere la meglio sulla quantità: Internet ci offre tutte le informazioni che possiamo desiderare, ma solo la scuola può suscitarci il desiderio effettivo di cercarle, il senso critico per selezionarle, la maturità sapienziale per collegarle. Come sostiene Harari, l’autore di Homo Deus, ieri il potere consisteva nell’ottenere molte informazioni, oggi nel sapere quali è meglio ignorare.
La “memoria” di ciò che ha fatto grande, anzi unica al mondo, l’Europa sarebbe monca, anzi deleteria, se non fosse – inseparabilmente – consapevolezza autocritica dei disastri di cui essa si è resa responsabile nei secoli: dalle Crociate anti-islamiche allo sterminio dei popoli indo-americani, sino alle violenze troppo spesso censurate del colonialismo in Africa, Asia, Oceania. I processi di rimozione dei propri errori, delle proprie colpe oggettive, avvelenano la psiche collettiva proprio come la psiche individuale. 
Solo una “memoria” condivisa, e “purificata”, può aprire gli occhi degli europei sul presente: su una contemporaneità frastagliata, complessa, a cui non è possibile rispondere semplicisticamente con la logica della difesa militare. I governi europei, più o meno sfacciatamente, stanno reagendo ai processi migratori con politiche egoistiche che, da una parte, riflettono l’egoismo individualistico di molti elettori e, dall’altra, lo confermano, lo consolidano e lo espandono. Un’Europa maestra di egoismo collettivo, incapace di solidarietà internazionale , che continua a razziare materie prime dalle aree politicamente deboli e ad esportare in esse armi e corruzione, è un’Europa che manterrà per qualche tempo ancora i suoi privilegi, ma a costo di inquinare il “senso comune” dei suoi cittadini, di abbassare la sua credibilità morale, di demotivare l’impegno dei suoi figli migliori: un altro modo di dire che rinunzierà ad avere “un’anima”. Al contrario, l’Europa potrebbe intestarsi l’obiettivo di restare sul pianeta un’avanguardia di democrazia formale e (almeno in parte) sostanziale. E’ in atto una gara fra Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Unione Europea per il predominio politico-economico mondiale: una gara in cui sembrerebbe tutto lecito, nessuna mossa troppo sleale. Probabilmente è una gara che l’Unione Europea è destinata a perdere. Ma essa potrebbe vincere una competizione più importante, diventando un modello di rispetto dei diritti civili, politici e sociali dei suoi cittadini e un modello di partecipazione democratica alle scelte decisive dei governi. Si tratterebbe di un’Europa che assicuri più diritti ai lavoratori, ai malati, ai bambini, alle donne, alle minoranze etniche e religiose di quanto non facciano attualmente la Russia, la Cina e gli stessi USA (del cui sistema socio-sanitario sono tristemente note le falle). 
Un’Europa memore del proprio passato e (auto)-critica rispetto al proprio presente potrebbe mettersi nelle condizioni di condividere un “progetto” per il futuro. Attorno a quale ideale, a quale mito civile, a quale traguardo in grado di scaldare anche la dimensione emotiva, sentimentale, dei suoi cittadini? Non è facile rispondere. E la consapevolezza di questa difficoltà è premessa ineliminabile di ogni eventuale risposta. Perché non si può non partire dalla constatazione che, nell’incrocio di mentalità e di “visioni-del-mondo” differenti e spesso contrastanti, la “vecchia” Europa registra il predominio (per fortuna relativo, non assoluto) di una sorta di nichilismo consumista. L’eclissi delle “grandi narrazioni” perdura sino a farci sospettare che si tratti di un tramonto. E, per giunta, definitivo. Religioni, sistemi filosofici, ideologie politiche: tutto ci sa di avariato, di indigeribile. Gli ingenui, o i molto furbi, puntano sul recupero nostalgico del passato; ma chi ha studiato un po’  le carte sa che la delusione nei confronti di chiese e partiti non è infondata. Cristianesimo medievale, umanesimo liberal-borghese rinascimentale, socialismo ottocentesco – per non parlare d’altro di peggiore – hanno sprecato l’occasione di mantenere le promesse di salvezza, qui ed ora, che li avevano resi così attraenti agli esordi nella scena mondiale. 
   Che fare, dunque? 
   Possiamo adattarci al deserto, adeguarci alla tattica del giorno-per-giorno. Magari riscoprendo le “piccole patrie”, i “campanili”, le “tribù”, anche a costo di sbranarci fra vicini di casa come, sul finire del XX secolo, abbiamo assistito nella ex-Jugoslavia. Oppure possiamo, senza fretta ma senza sprecare neppure una giornata di lavoro, provare a ricostruire una nuova “utopia” che, raccogliendo le gemme della tradizione europea, le sappia intrecciare e soprattutto renderle appetibili. Il nucleo di questa ipotetica “utopia” – starei per dire, in un senso abbastanza differente da Sorel, di questo “mito” – non dovremmo inventarlo, ma riscoprirlo: sono i “sacri princìpi dell’Ottantanove”. “Libertà, uguaglianza, fraternità”: il segreto è che fruttificano solo se in connessione, isolati producono tragedie. 
   A più di due secoli di distanza dalla Rivoluzione francese abbiamo tutti gli elementi per capire che si tratta di tre idee-guida da integrare necessariamente in un’ottica più ampia, più saggiamente comprensiva. Esse sono inficiate da alcune caratteristiche insostenibili: l’antropocentrismo, l’individualismo, il maschilismo. Infatti l’orizzonte illuministico ( a cui si sono riferiti tanto le società capitalistiche quanto i socialismi reali) era un orizzonte antropocentrico, cieco rispetto alle esigenze e direi alla dignità intrinseca del cosmo naturale e, in particolare, degli altri esseri animali e senzienti; era un orizzonte individualistico, immerso nell’illusione che il bene comune derivasse automaticamente dalla somma degli interessi privati perseguiti individualmente; era un orizzonte maschilista che non riusciva a pensare la donna se non come satellite dell’uomo inteso, riduttivamente, come maschio. 
Oggi sarebbe da folli perseguire una libertà, una uguaglianza e una fraternità che non fossero solidali con la naturain tutte le sue variegate e preziose espressioni; inclusive delle fasce sociali, e dei popoli, violentemente emarginati dai progressi scientifici e tecnologici che promuovono davvero il benessere; declinate anche al femminilesecondo le istanze, disattese, della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” di Olympe de Gouges. 
    Una tensione etica collettiva verso un intreccio di libertà, uguaglianza e fraternità connotato non-antropocentricamente, non-individualisticamente e non-maschilisticamente sarà impossibile senza l’apporto creativo di qualche artista (un poeta, un musicista, un pittore, un regista, un romanziere, un autore di teatro…) che sappia dare a questo intreccio di valori una forma, una configurazione iconica, capace di toccare anche le nostre fibre emotive. Anche su questo aspetto della questione seguo Edgar Morin: all’homo sapiens/demens che siamo conviene “salvaguardare sempre la razionalità nell’ardore della passione, la passione nel cuore della razionalità, la saggezza nella follia” (Il metodo. 6. Etica, Cortina, Milano 2005, p. 157). Non dissimile la recente raccomandazione di papa Francesco ai teologi in un documento dedicato alla riforma degli studi nel mondo cattolico: “E’ necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi” (Veritatis gaudium, 4).
    Una chiosa finale: l’Europa con un’anima, l’Europa con questa anima, sarebbe un’Europa a sinistra? Dico subito che non sono fra quelli che ritengono obsoleta la differenza fra “destra” e “sinistra”. Sul tema Norberto Bobbio ha scritto cose a mio parere definitive: essere a “sinistra” significa tendere verso l’uguaglianza, la libertà, la pace; essere a “destra” significa privilegiare la disuguaglianza, l’autorità, la guerra (anche se, per ciascuno di questi temi, bisogna aggiungere tante precisazioni da scriverci un intero libro: Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1999). 
    Eppure…eppure c’è un problema serio di logoramento delle parole. Dio, fede, cristianesimo, chiesa, amore, democrazia…: qualcuno, ogni tanto, propone un silenzio riparatore. Per un anno o dieci evitare di nominare non solo il nome di Dio, ma tutti i nomi che in qualche misura avrebbero una valenza sacra e sono stati inflazionati, quando non sputtanati, dall’uso e dall’abuso quotidiano. Ecco, qualcosa di simile lo vedrei necessario per la categoria “sinistra”: perché quando la pronunziamo evochiamo ideologie, movimenti, personaggi, eventi, periodi troppo differenti (e, in alcuni casi, francamente inaccettabili). “Sinistra” è Proudhon, Marx, Gramsci, Matteotti, Berlinguer, Gorbaciov; ma sinistra è anche Stalin, Brezhnev, Pol Pot, Craxi, Ceausescu. Perché pretendere che l’uomo della strada, o l’esponente di una nuova generazione, selezionino mentalmente l’accezione storicamente ‘buona’ di “sinistra” e scartino la ‘cattiva’? E perché, più radicalmente, escludere che dopo un anno o dieci di digiuno linguistico non si trovi qualche parla nuova per indicare il meglio della “sinistra”?  Un mio amico, Orlando Franceschelli, ama la formula “popolo del bene”: ha il suo fascino, ma mi lascia perplesso il riferimento mentale – che potrebbe sorgere spontaneamente – a un ipotetico “popolo del male” costituito da chi la pensasse diversamente. Di una cosa sono certo: nessun ideale filosofico-etico-politico, nessun progetto più o meno post-ideologico, potrà nascere dall’ignoranza di ciò che l’Europa ha elaborato negli ultimi cinque secoli. Il liberalismo, il comunismo, l’anarchismo, la socialdemocrazia, la dottrina sociale cattolica, l’ambientalismo…hanno prodotto analisi, avanzato ipotesi, suggerito terapie: nel mio La bellezza della politicaho cercato di richiamarne alcune più rilevanti, convinto, come recita il sottotitolo, che bisogna andare Attraverso – e oltre – le ideologie del Novecento. Sì, oltre:ma solo avendole attraversate, non scavalcandole allegramente come se la storia cominciasse con noi.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com 

AUTOPRESENTAZIONE (richiesta dalla redazione del semestrale):
Sono filosofo nell’accezione meno trionfalistica del termine: cerco di capire qualcosa del mondo e della vita,  in ascolto di chi parli per esperienza e con sincerità. Sino a 66 anni ho praticato la filosofia soprattutto nelle scuole, da tre anni continuo dove trovo interlocutori. 

lunedì 5 agosto 2019

GLI INSEGNANTI ANTI-DEMOCRATICI VANNO LICENZIATI

“REPUBBLICA-PALERMO”
4.8.2019

LA SCUOLA E I VALORI ETICI DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

La scuola deve solo istruire o anche educare gli alunni? La questione è molto meno semplice di quanto appaia a prima vista. Nelle sale d’attesa dei dentisti o sui social la risposta ricorrente è affermativa: in una fase di difficoltà delle agenzie educative tradizionali (famiglie e chiese in primis), spetterebbe agli insegnanti impartire ai giovani gli elementi basilari di una corretta convivenza civile.
Questa opinione, per quanto diffusa, non tiene conto di almeno due obiezioni. La prima è più intuitiva: a scuola – dove arriva a cinque o sei anni, quando i tratti essenziali del suo carattere sono ormai forgiati dall’eredità biologica e dalla situazione ambientale - un ragazzo trascorre solo una parte delle sue giornate, una parte delle giornate della sua settimana, una parte dei mesi l’anno. Ma, ammesso che fosse possibile ai docenti “educarli”, sarebbe anche legittimo? Ogni educatore ha – consapevolmente o meno, più spesso inconsapevolmente – un progetto pedagogico in mente: un’idea di uomo e di donna, un modello antropologico e morale che vorrebbe incarnato dall’educando (come si chiama ancora in qualche testo ‘classico’).   Siamo sicuri che un genitore cattolico vorrebbe che il figlio fosse “formato” da un docente di orientamento ateo (o viceversa)? Che una madre femminista e progressista vorrebbe per la figlia una maestra tradizionalista di convinzioni conservatrici (o viceversa) ? Che dei genitori musulmani vorrebbero dei professori ebrei ortodossi  (o viceversa)?
 A questo punto si potrebbe ipotizzare che l’insegnante ideale sia una sorta di computer, che istruisce cognitivamente senza condizionare pedagogicamente.  Ma, a parte il piccolo particolare che un docente-computer potrebbe trasmettere tutto tranne l’essenziale (intendo l’interesse, anzi la passione, per la conoscenza, la riflessione, il dialogo), resta un dato su cui si presta poca attenzione: che, anche non volendo, ogni adulto costituisce – di fatto, oggettivamente – una proposta etica per i giovani. Nel modo di vestire, nel modo di gesticolare, nel modo di rivolgersi agli altri - senza contare i commenti che inevitabilmente ‘scappano’ tra una spiegazione e l’altra di matematica o di greco sugli immigrati o sulla crisi ecologica – ogni insegnante è un “corpo” insegnante, vivo e eloquente, significativo e condizionante. Egli ha dunque il dovere di curare la valenza morale e pedagogica del suo insegnamento, concentrandosi (e limitandosi) per quanto possibile sui valori etici inclusi nella Costituzione della Repubblica democratica che lo ha assunto e lo stipendia. Se tradisce questo grappolo di valori, non rispettando le norme in cui di volta in volta i codici civile e penale li traducono,  va licenziato senza pietismi. E’ accaduto con gli insegnanti agrigentini che hanno barato sui privilegi della legge 104. Benissimo. 
Ora attendiamo che lo stesso criterio – impeccabile – si applichi a tutti gli insegnanti che calpestano, in parole e in azioni, i princìpi costituzionali. Come avvertiva Kant nel Settecento, da cittadino ho il diritto di criticare pubblicamente le leggi dello Stato con i discorsi e con gli scritti; ma, come funzionario dello Stato, no. In cattedra non ho il diritto di contestare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (dunque anche degli omosessuali o dei Rom) o il ripudio della guerra come mezzo per dirimere le controversie internazionali. Tanto meno – passando dal piano delle parole al piano dei comportamenti - ho il diritto di trattare in maniera platealmente iniqua (sin dal primo anno, all’atto dell’iscrizione in un corso piuttosto che in un altro) gli alunni in base al ceto sociale e al censo delle famiglie  o di assentarmi dalle lezioni abusivamente (adducendo inesistenti impegni di amministratore comunale o di sindacalista, approfittando della negligenza di dirigenti scolastici che non chiedono di volta in volta la certificazione); così come non è lecito che svolga attività professionali extra-scolastiche o senza l’autorizzazione, anno per anno, della dirigenza o comunque talmente impegnative, in termini di tempo e di energie intellettuali, da pregiudicare le prestazioni in aula previste dal contratto di lavoro. 
  Nel mezzo secolo trascorso nel mondo della scuola ho ascoltato troppe volte – sia pure a mezza voce –colleghi che adducono, per autogiustificarsi, o motivazioni ideologiche o più banalmente  motivazioni economiche. La professionalità docente dovrebbe, in effetti, essere rifondata radicalmente spezzando il (tacito) patto vigente fra l’amministrazione statale e i candidati all’insegnamento: “Ti assumo senza selezioni rigorose, ti esonero da qualsiasi verifica in itinere, ma in cambio accetti uno stipendio irrisorio”. Fino a quando la situazione resterà immutata, gli alunni migliori di ogni annata sceglieranno carriere più prestigiose socialmente e più gratificanti economicamente. Chi, nonostante tutto, continua a optare per l’insegnamento non può nascondersi dietro nessun alibi: il suo ruolo è d’istruire, ma senza dimenticare che in ogni relazione sociale ci educhiamo – costruttivamente o negativamente – gli uni con gli altri. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com