Nelle varie tradizioni culturali del mondo si ritrovano molti modi per invitare ad accettare la realtà, la storia, la vita con i suoi grovigli: dal Taoismo orientale allo Stoicismo occidentale ritorna la raccomandazione ad assecondare i ritmi della natura e a non tentare l’impresa impossibile di “raddrizzare le gambe ai cani”.
Trovo
questo invito intriso di un’ambivalenza che necessita d’essere risolta.
Infatti,
se per ‘realtà’ intendiamo l’universo fisico e biologico (di cui siamo un quasi
impercettibile granello), considero saggezza aderire alle sue ‘leggi’
intrinseche, abbandonarmi al suo fluire, nella certezza – o almeno nella
speranza – che, al di sotto della superficie contraddittoria dei fenomeni, si
celi un Logos, un Senso.
Ovviamente
questo realismo non va inteso in senso fondamentalistico: vieta infatti non di
costruire dighe, inventare medicine, sperimentare trapianti di organi…, ma di
abbattere limiti ontologici come la morte per inseguire eternità trans-umane.
Se,
però, intendiamo per ‘realtà’ non
l’intera sfera extra-umana bensì solo l’alveo della storia della nostra specie,
ritengo che l’invito all’accettazione, all’adeguamento, cessi di risuonare
meritorio e si capovolga in suggerimento micidiale. In quanto esseri culturali
abbiamo realizzato imprese meravigliose, ma anche inventato (Rousseau docet)
istituzioni autolesionistiche. Chi non ha nulla da dire, né ancor meno da fare,
per opporsi a questo andazzo plurimillenario o è un cieco o – molto più
probabilmente – un privilegiato della sorte: osserva il mondo, grondante di
lacrime e di sangue, con gli occhiali
dei propri privilegi e la corazza del proprio egocentrismo, da una collina senza guerre, senza fame,
senza sete, senza malattie e senza morti precoci. Contro ogni realismo rassegnato
resta vera, irrinunziabile, la postura dei realismi insubordinati che
(con tutti i gravi rischi manifestatisi effettivamente, dal profetismo ebraico
al giacobinismo illuministico sino ai marxismi) si dedicano a modificare, trasformare
radicalmente, il corso scandaloso delle cose.
Un
paradosso della situazione contemporanea
Fra
le due prospettive molto sommariamente delineate quale prevale nell’orizzonte
mentale contemporaneo?
Detto
in breve, mi pare che la maggioranza delle civiltà attuali abbia coniugato – in
una sintesi disastrosamente inedita – il peggio delle due prospettive: almeno
in Occidente, l’opinione che si possa essere sconfinatamente intraprendenti
rispetto alle strutture della natura fisica (insomma, che non si possano
mettere limiti ai progressi della tecnica) si intreccia con l’opinione che si
debba essere umilmente rassegnati rispetto ad alcune costanti della storia
umana (come la prevalenza dei forti sui deboli o degli arricchiti sugli impoveriti).
La
prima opinione, per quanto diffusa e radicata fra la gente, viene contestata da
intellettuali di varia estrazione ideologica. Anche se con scarse conseguenze
politico-operative, pullulano da decenni le critiche ad essa: pure nelle scuole
primarie, ormai, i bambini rilanciano l’allarme per un andazzo in cui la
tecnica ha cessato d’essere un insieme di “mezzi” per diventare essa stessa un
“fine” indiscutibile (nonostante gli spaventosi costi umani, animali e
ambientali). L’ecologia è diventata una scienza e, in non pochi casi, una moda.
Invece,
sulla seconda opinione, sembra regnare una unanimità pressoché totale di
consensi: ingiustizie strutturali e scontri bellici sono inevitabili e
illudersi che possano essere estromessi dalla storia degli umani equivale a sognare
ad occhi aperti. L’indignazione per i mali della storia va perdonata solo agli
adolescenti: quando si diventa adulti, bisognerebbe abbassare l’asticella e
accontentarsi di piccoli ritocchi.
La
perdita della differenza assiologica
Le
ragioni di questa epidemia di rassegnazione ai mali del mondo (storico-sociale)
sono molteplici e mi riterrei fortunato se riuscissi in poche pagine ad
individuarne almeno una: la perdita della differenza assiologica (o di
valutazione etica). La prima condizione della rivolta verso lo stato di cose
esistenti è l’indignazione, lo sdegno, la ripulsa viscerale: un sentimento che
può scattare quando considero ‘buona’ una situazione e ‘cattiva’ un’altra. Ma
la patologia antropologica su cui stiamo riflettendo si manifesta proprio come
tendenza alla in-differenza: accettiamo i mali perché sempre più
raramente li sappiamo nominare come tali differenziandoli da ciò che male non
è. Ci manca un punto di vista altro, ed ‘alto’, da cui guardare (e giudicare)
il corso degli eventi: un criterio, un metro, un “centro di gravità permanente”
(Franco Battiato).
Nella
seconda metà del XX secolo (ho compiuto diciotto anni nel 1968) la postura
conservatrice era tipica degli esponenti più egoisti dei ceti privilegiati. Con
stupore non privo di amarezza mi avvio a lasciare questa Terra constatando che
non solo per quelle fasce sociali, ma per l’opinione pubblica in generale, non
c’è alternativa all’accettazione dell’ “eterno ritorno dell’uguale” (in senso
riduttivo rispetto alla portata cosmica di Nietzsche). Tanto per i ricchi
quanto per i poveri, la discrepanza fra ricchi e poveri è “naturale”, c’è
sempre stata e sempre ci sarà: così ha deciso una Natura impersonale o un Dio
personale. Similmente da sempre e per sempre sarà la guerra a rivelare chi è
fisicamente (e tecnologicamente) più forte, dunque meritevole di dettare legge
sul pianeta, e chi è fisicamente (e tecnologicamente) più debole, dunque
meritevole di obbedire ai comandi senza obiettare.
Davvero
siamo rassegnati alla indifferenza pratica come riflesso, ed effetto, di
uno sguardo sul mondo così livellatore da non vedere nessuna differenza
meritevole di attenzione (in alcuni casi di denunzia, in altri di cura)?
La
filosofa Roberta De Monticelli già una decina di anni fa ha tracciato un quadro
tanto sconfortante quanto (a mio sommesso avviso) veritiero:
“alla
parola ‘normalità’, nel suo uso corrente, non è rimasta più neppure una traccia
di quello tra i suoi significati che discendeva direttamente dalla parola
‘norma’. Normale è ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono
gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far
promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata
corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene
vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la
meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari
importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un
Parlamento illegittimamente eletto (secondo una Corte costituzionale) e riformare
la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto,
esaltare la bellezza nel marketing turistico e distruggerla a furia di incuria
e di cemento…E si potrebbe continuare a lungo con ciò che non dovrebbe essere
ma è”[1].
A
risultare sconfortante non è solo la constatazione che, dietro ogni citata
abnormità spacciata per ‘normale’, si riconoscono facilmente personaggi e
partiti politici della Prima come della Seconda Repubblica, sia di Destra che
di Sinistra e di Centro, ma ancor di più l’assuefazione generalizzata dell’elettorato
a questo sconcio sistemico. Per reagire
a una situazione di fatto occorrerebbe avere in mente ciò che essa
dovrebbe essere di diritto: ma è proprio questa differenza
assiologica che si è dissolta. Ciò che registriamo è
“l’appiattimento
del dover essere sull’essere, del valore sul fatto, della norma sulla pratica
comune anche se abnorme, e in definitiva del diritto sul potere”[2].
La
(difficile) apologia della differenza assiologica
Come
uscire, ammesso che sia possibile, da questa dittatura dell’equivalenza?
Le
scorciatoie sono note. E nessuna, dal mio punto di vista, auspicabile. Infatti
non mancano, tra i pochi che ancora sono capaci di protesta, i fautori di
soluzioni autoritarie basate sulla delega a un’istanza superiore indiscutibile
del diritto/dovere di stabilire la ‘giusta’ scala di valori. Una chiesa o un
partito o un guru determineranno, con la tranquilla sicurezza di chi si sa
infallibile, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è sano e ciò che è
malato, ciò che è lecito e ciò che è vietato, ciò che è bello e ciò che è
brutto: insomma ciò che vale e ciò che non vale (o vale di meno nella scala dei
valori in un determinato settore).
L’unica
via di fuga praticabile è molto meno rapida perché attraversa la fatica della
ricerca collettiva, del confronto fra soggetti di varia competenza ma uguale
diritto di parola, del dibattito pubblico fra opinioni anche opposte (purché
suffragate da qualche dato e da qualche argomentazione). Ma affinché questa
attività sia sensata è indispensabile accordarci su alcuni fini e su alcuni
metodi.
Quando
si nuota si trascorre la maggior parte del tempo con il viso sott’acqua e solo
raramente, per pochi secondi, lo si solleva per introiettare un po’ d’aria.
Qualcosa del genere capita a noi tutti rispetto alla vita sociale: vi siamo
immersi, ci lasciamo trasportare dalle correnti maggioritarie, difficilmente
proviamo a dare un colpo di reni che ci consenta di elevarci e di guadagnare
una prospettiva più ampia sul contesto. Per farlo, servirebbe – fuor di metafora – uno scatto di
anticonformismo che ci facesse guadagnare un punto di vista ‘trascendente’
rispetto alla media statistica: che ci consentisse, insomma, una distanza
critica.
Ma
riteniamo che noi mortali ne abbiamo gli strumenti e, prima ancora, il diritto
morale? Chi siamo noi per erigerci a giudici dei modi di pensare, di sentire,
di agire della stragrande maggioranza dei nostri simili per i quali il senso
della vita è limitato alla ricerca di potere, denaro e piaceri? In nome di cosa
possiamo affermare che non tutti i sistemi etici, politici, sociali, economici
sono equivalenti? Quando qualcuno di noi ardisce dissentire dalla ‘normalità’
statistica, sociologica, in nome di un ‘ideale’
- o, se si vuole, di una differente ‘idea’ di uomo, di società, di
storia - viene bollato con l’epiteto di “idealista”. Quando si vuole risultare un po’ più
raffinati intellettualmente, si preferisce l’epiteto di “utopista”. Ma sono
accuse che funzionano solo se restano nel vago perché, a un esame più
analitico, si sfarinano.
Che
significa, infatti, essere ‘tecnicamente’ idealisti? Schematizzando si potrebbe
rispondere: concordare con Platone (idealismo greco) o con Hegel (idealismo
moderno). Ma si può essere apologeti della differenza assiologica fra due
modelli di mondo – il mondo immaginato da noi creativamente e il mondo
in cui ci troviamo immersi per eredità
- anche senza ritenere con Platone che il nostro modello goda,
eternamente, da sempre e per sempre, di una consistenza ontologica assoluta in
una dimensione invisibile ai sensi. Ancor meglio si può difendere la differenza
assiologica se si dissente dalla convinzione hegeliana che il nostro modello
‘ideale’ (“razionale”) o si squaderni sotto i nostri occhi in quanto
coinciderebbe con il mondo sinora effettivamente configuratosi (“reale”) o,
secondo altre interpretazioni (H. Marcuse), sia destinato necessariamente a
realizzarsi.
Anche
l’epiteto di ‘utopista’ vale sino a quando per utopia s’intenda una visione
della società irrealizzabile, ma si sgonfia non appena si scopra che una
società utopica è una società che non è (oggi) in alcun luogo, ma che potrebbe
trovarne (domani) uno: una società non realizzata sino ad ora, ma non
necessariamente irrealizzabile in futuro. Può anche darsi che un ideale
utopico non si possa attuare al 100 % : anche in questa ipotesi potrebbe
funzionare da faro verso cui procedere gradualmente, se pur asintoticamente. E’
ormai celebre la tesi dell’uruguayano Eduardo Galeano: ““L'utopia è là
all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, e lei si allontana di due passi.
Cammino dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto io
cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve allora l'utopia? Serve a questo:
a camminare”.
Comunque,
anche se non è difficile smontare le accuse di ‘idealismo’ e di ‘utopismo’, difendere
la necessità di una differenza assiologica fra come va il mondo e come potrebbe
andare se andasse meglio è un’impresa immane. Come nota anche la De
Monticelli, proprio la corporazione dei filosofi, cui spetterebbe tale compito,
da due secoli e mezzo rema
prevalentemente in direzione contraria: la filosofa elenca una serie di autori
influenti (da Nietzsche a scendere verso contemporanei che evito di citare per
non soddisfare il desiderio di celebrità che li rode intimamente) per i quali
essere realisti significa non soltanto riconoscere, nominare e qualificare
l’esistente per ciò che è, ma anche rassegnarvisi stoicamente – quando non
cinicamente – rinunziando a ogni “iniezione di idealità nei fondamenti della
politica”[3].
Non
è questa la sede per esaminare, se e in che misura, l’approccio fenomenologico
possa costituire – come sostiene la stessa De Monticelli – un sentiero per
sfuggire al relativismo livellatore. Mi limito dunque a segnalare l’urgenza di
cercare insieme tale sentiero, non prima di aver destrutturato – per facilitare
la ricerca – due luoghi comuni depistanti.
Il
primo: sono ormai decenni che si ripete il ritornello “Tutte le idee meritano
rispetto”. Apparentemente sembrerebbe un principio nobilissimo, ma chi lo
proclama si rende conto di esprimere una dichiarazione di scetticismo
sconfinato? Si rende conto che sta sostenendo che le idee naziste o staliniste
meritano di essere considerate alla stregua delle idee democratiche o
nonviolente? Costui o costei, molto
probabilmente, intende affermare una tesi ben diversa (questa sì nobilissima!):
“Tutte le persone che esprimono idee, quali che siano, meritano rispetto”.
Il
secondo luogo comune, che ritengo almeno altrettanto pernicioso, è sintetizzato
nell’appello a “Non giudicare!”. Ma “non giudicare” le persone o i
comportamenti delle persone? I mafiosi o la mafia? Il divieto (doveroso) di
giudicare i soggetti confligge con il diritto, anzi l’obbligo (altrettanto
doveroso, sia dal punto di vista intellettuale che civile) di giudicare i modi
di vivere, di agire e di reagire, dei soggetti alle soglie della cui coscienza
ci fermiamo rispettosi? Davvero dal condannare, in blocco, i ‘peccatori’ e i ‘peccati’
dobbiamo passare ad accettare come in-differenti sia i ‘peccatori’ che i
‘peccati’?
Dopo
decenni di “Questa o quella per me pari sono” (secondo la celebre strofa del Rigoletto
di Giuseppe Verdi) riferita non più alle donne ma alle idee, alle dottrine
morali, alle teorie etico-politiche, ci stupiamo che la gente non si occupi più
di politica? Se la scelta alle urne è tra proposte poco differenti, aventi in
comune la rinunzia a differire dalla “tavola di valori” (antropocentrici,
predatori, violenti) più diffusa sul pianeta, l’unica differenza resta fra le
facce dei leader delle varie formazioni partitiche: ma a chi dovrebbe
interessare tifare per questo o quel leader, se non ai fanatici o agli
opportunisti?
Augusto
Cavadi
Versione
originaria su Le nuove frontiere della scuola, anno XXII, n. 69
(novembre 2025).