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giovedì 16 luglio 2026

La normalità del bene contro la banalità del male: il magistrato Rosario Livatino

 Il 21 settembre del 1990, a pochi giorni dal compimento dei 42 anni, Rosario Livatino è stato trucidato da killer mafiosi mentre si spostava da casa al Tribunale di Agrigento. Nel trentacinquesimo anniversario del suo assassinio è stato organizzato ad  Agrigento un convegno di cui Angelo Chillura (presbitero da decenni impegnato a denunziare ogni contaminazione fra mondo ecclesiale e criminalità) ha curato gli Atti: Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026, pp. 76, euro 10,00.

Nel primo contributo Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, spiega perché al caso del giudice siciliano («un magistrato normalissimo che ha svolto straordinariamente bene il suo lavoro») si possa applicare perfettamente la tesi del cardinal José Tolentino Mendonça: «Il peccato è la banalità del male. La santità è la normalità del bene» (p. 19).

Nel secondo intervento Vincenzo Bertolone, già vescovo di Catanzaro-Squillace, si è soffermato sulla metafora del “profumo” che, come la santità autentica, evoca “sacrificio”, ma anche “amore” (Maria che unge i piedi di Gesù in Giovanni, 12). Agganciandosi a 2Corinti 2,14-16 l’autore spiega perché «per i mafiosi, Livatino era “odore di morte”, ma per i giusti era “odore di vita”. La sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”» (p. 27).

Nessuno viene ucciso dalle mafie se, prima, i suoi colleghi di lavoro non lo isolano additandolo come testardo, intransigente, presuntuoso. La regola – secondo l’ampia e articolata testimonianza in prima persona del giudice Luigi D’Angelo, autore della terza e ultima relazione del convegno – ha trovato ennesima conferma nel caso di Livatino: alcuni «magistrati della Corte di Cassazione che si accingeva a trattare il giudizio di legittimità» su un processo per reati mafiosi istituito anche da Livatino, invitati a parlare ad Agrigento, non esitarono, in due diverse occasioni pubbliche, «a criticare con acredine l’attività di giovani colleghi», «a stigmatizzare l’operato di alcuni magistrati» ed «al contempo ad esaltare la figura di altri» (p. 64).

Uno dei fili rossi che attraversano le tre relazioni è senz’altro, come scrive nella Introduzione don Angelo Chillura, «la dignità della coscienza» che inserisce Rosario Livatino in una lunga scia di personaggi (noti e meno noti) che «per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita»: Tommaso Becket, Tommaso Moro, J. Henry Newman, don Pino Puglisi (pp. 13 – 15). E mi è sembrato intelligente da parte dell’autore aggiungere, alla lista, il nome di un nostro contemporaneo, Nino Miceli, che, come gli illustri predecessori, ha voluto opporsi al male per fedeltà ai propri principi etici, denunziando gli estortori mafiosi, ma sopravvivendo vittorioso alla loro condanna giudiziaria (il racconto autobiografico di questa storia in E tu sai chi sono io?, Di Girolamo, Trapani 2025).

Augusto Cavadi

“Adista/notizie”, n. 23 del 20.6.2026

lunedì 13 luglio 2026

"SACRO MODERNO" DEL REGISTA LORENZO PALLOTTA: UN FILM NON BANALE

DOVE PULSA LA SPIRITUALITA’ AUTENTICA ?

Quando si gira un film, come quando si scrive un libro, ci si può proporre di confezionare un prodotto “perfetto” e  di trasmettere allo spettatore, o al lettore, un messaggio che ci sta a cuore. In sé, i due obiettivi non sono certo incompatibili e i classici sono forse identificabili così: propongono, in forma vicino alla perfezione, un messaggio potenzialmente universale. In concreto, però, almeno nell’intenzione dell’autore, si mira principalmente o al valore intrinseco dell’opera o (altrettanto legittimamente) al significato che s’intende veicolare e diffondere. Un film come Sacro moderno (2021), di Lorenzo Pallotta (attualmente visionabile anche su www.raiplay.it ), girato con una cifra stilistica che mi ha ricordato Tarkovskij, Olmi e certo Pasolini, mi pare riveli la predilezione del regista per la ricerca della bellezza artistica rispetto alla sua fruibilità da parte del pubblico: con il risultato – se vedo bene – di indurre troppi spettatori ad autoescludersi dopo i primi dieci o quindici minuti dalla visione di una pellicola davvero originale e intrigante (tanto per la forma quanto per il contenuto).

La trama, talmente essenziale da apparire povera, è facilmente riassumibile: in un paesino abruzzese in via di spopolamento resistono antiche tradizioni religiose (processioni, feste, banchetti pasquali) di cui i pochi protagonisti lamentano la lenta, ma inesorabile, estinzione. La retorica dei “tempi che furono”, non priva di riferimenti teologici oggi insopportabili (un coro iniziale di povera gente, sobria e mite, si confessa come responsabile dei peggiori peccati dell’umanità), indurrebbe a dolersi per il tramonto di quell’orizzonte devozionale: ma fu vera gloria?

La risposta è in un gesto apparentemente banale, di routine, che nel contesto appare lancinante: proprio in omaggio a quella religiosità tradizionale si ruba a un pastore-eremita la pecorella da lui allevata come una bambina e la si fa arrostire per rispettare le consuetudini alimentari della pasqua. La domanda che emerge silenziosamente imperiosa è ovvia: è più “sacra” una civiltà nella quale  si sacrificano a un Dio implacabile la propria voglia di riscatto, di affrontare l’ignoto, di provare a gioire e (antropocentricamente) le vite di tanti innocenti animali oppure una civiltà, come si va prefigurando in alcune pieghe della società attuale, in cui si abbandonano miti e riti antichi ma si scopre la connessione con la natura nel suo complesso e la fraternità ontologica con tutti gli altri esseri senzienti? C’è più spiritualità nell’insensibilità con cui si uccidono e consumano gli animali indifesi o nella capacità di relazionarsi affettivamente ad essi e nel conseguente desiderio di prendersene cura, rivedendo criticamente usi e costumi ritenuti immutabili solo perché secolari?

Augusto Cavadi

(www.augustocavadi.com)

Qui di seguito il link alla versione originale:

https://www.zerozeronews.it/dove-pulsa-lautentica-spiritualita/


venerdì 10 luglio 2026

Dal benessere al ben-essere

I siciliani, non meno dei visitatori che in questi anni si moltiplicano, vanno riscoprendo il valore del benessere. L’occasione, in sé preziosa, va però preservata dalla banalizzazione consumistica. Il benessere autentico non si acquista, ma lo si conquista quando si fa prevalere la ricerca del “ben-essere” sul “ben-avere”.  Il che significa molte cose, ma innanzitutto che l’otium (la quiete meditativa, la contemplazione del bello, il sereno conversare amicale) non è, secondo lo stigma dell’etica capitalistica, il “padre dei vizi”, bensì ciò che dà senso alla vita. La sua negazione, il neg-otium (la produzione, il commercio, l’affare) è attività necessaria: ma solo come mezzo per raggiungere il fine.

 Augusto Cavadi

“Il Gattopardo/Sicilia”

Aprile 2026

mercoledì 8 luglio 2026

FEDELI PER INFEDELTA’, INFEDELI PER FEDELTA’

 La fedeltà – intesa come perseveranza nel tener fede agli impegni assunti – è comunemente considerata un pregio, una qualità apprezzabile. E con molte ragioni. Le amicizie giovanili come gli imperi mondiali stanno o cadono se regge o meno la rara virtù di non infrangere i patti, di non rimangiarsi la parola solidale liberamente offerta né abbandonare per strada il compagno di viaggio con cui avevamo deciso di perseguire la stessa meta. Virtù tanto preziosa quanto ardua: sempre, ma ancor più     obbligatoria la citazione da Zygmunt Bauman  –nella “società liquida” di cui siamo ospiti non innocenti.

Tuttavia la vita, e di conseguenza il filosofare autentico, insegnano che non c’è atteggiamento umano, per quanto luminoso, del tutto privo di ombre: la fedeltà ha i suoi risvolti problematici e, se non se ne possiede consapevolezza, può trasformarsi nella tragica caricatura di sé stessa. Da virtù commovente può ribaltarsi in vizio patetico. Fedele: ma a cosa? Fedele: ma a chi? La fedeltà di Adolf Eichmann agli ideali del Terzo Reich, e ad Hitler in particolare, è meritoria esattamente come la fedeltà di Bāshā Khān agli ideali della Nonviolenza e a Gandhi in particolare?

Numerose sono le versioni taroccate della fedeltà: occorre trovare un nome diverso per ciascuna di esse.

La perversione della fedeltà nel rapporto di coppia

Probabilmente il caso più a portata di mano è il rapporto di coppia. Due persone (non importa ovviamente il sesso) s’incontrano nell’euforia dei venti anni e decidono convintamente (non importa ovviamente il come) di intrecciare le esistenze “sino a che morte non li separi”. Poi, molto prima di quanto prevedessero, la loro ebbrezza magica si scontra con la dura prosa della quotidianità: come negare che resistere agli imprevisti, alle difficoltà economiche o di salute, persino alla noiosa mancanza di imprevisti e di difficoltà economiche o di salute, sia un esercizio virtuoso di fedeltà? Ma un rapporto di coppia è cementato, almeno altrettanto che dalla relazione simpatetica, da una convergenza di sguardi sul futuro: dalla condivisione di prospettive e, conseguentemente, di qualche progetto operativo. Può capitare che uno dei due partner, crescendo “in età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”, continui a vedere il mondo dalla stessa angolazione e ad agire nelle medesime modalità; ma che l’altro, altrettanto in evoluzione, scopra dimensioni nuove, si innamori di altri valori, avverta passioni inedite. Che fare? Ovviamente da situazione in situazione vanno soppesate decine di fattori, ma alla luce di un criterio di fondo:  che la fedeltà non si capovolga – e si stravolga – in testardaggine.

Tale inversione – o perversione – può assumere una postura passiva, rinunciataria, servile. Accade a soggetti che confidano: “Ho cambiato visione-del-mondo, gusti, persino carattere: ma rifiuto questo cambiamento perché, se ne prendessi atto, potrei arrivare a separarmi da te! E non sono disposto/a a tradire né la tua persona né il patto legale che ho sottoscritto”. Tale logica sacrificale – comunque la si giudichi in base ai propri criteri etici – comporta oggettivamente dei costi altissimi: chi di noi non conosce mariti e padri, più spesso mogli e madri, che dopo quindici o venti anni di matrimonio muoiono, se non fisicamente (come avveniva sino a un secolo fa per la durata media della vita biologica), psicologicamente, moralmente e spiritualmente?

Non meno dolorosa la testardaggine quando assume una postura attiva, aggressiva, prepotente: “Io non sono più il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, devi cambiare anche tu con me, come me” oppure – equivalentemente dal punto di vista della prevaricazione – “io sono il lui/lei dei nostri primi passi e, se davvero mi ami, non puoi cambiare ma devi restare con me, come me”.  Che simile ineducazione alla gestione del divenire – proprio o altrui – possa portare a gesti violenti, sino all’uxoricidio, mi sembra una possibilità facilmente ammissibile.

In tutti questi casi a rovinare la vita propria o/e altrui non è la fedeltà, ma la sua tragica caricatura.

La perversione della fedeltà rispetto ai propri ideali

Ci sono persone che si gloriano di non aver cambiato idee, dalla culla sin quasi alla tomba, sulle questioni cruciali della vita. In alcuni casi si tratta di soggetti illuminati da invidiare, in altri di caparbi da compatire: dall’esterno di una biografia nessuno può stabilire dove la fedeltà ai propri principi diventa ostinazione orgogliosa per incapacità di autocritica. Come diceva una vecchia battuta: «Sii te stesso. Ma se sei un fesso, non insistere». C’è chi nasce cattolico, vive da cattolico e muore da cattolico con la stessa fedeltà a ciò che ritiene vero e bene di altri che restano comunisti o fascisti dall’adolescenza all’anzianità avanzata: autentica – tale fedeltà – se si è rimasti cattolici, comunisti o fascisti senza smettere di cercare, di conoscere, di riflettere, di confrontarsi; se non ci si è chiusi a riccio; se la persistenza nelle proprie convinzioni non è stata frutto di dogmatismo bigotto. In quest’ultimo caso, infatti,  la fedeltà– per dirla con don Milani e i suoi ragazzi a proposito di certa obbedienza – non sarebbe più una “virtù”, ma una versione fasulla e ingannevole dell’originale.

Sinora ho avuto in mente soggetti che (con ragioni apprezzabili o per pessimi motivi) sono rimasti lungo il corso dell’intera esistenza sulle proprie posizioni teologiche o ideologiche in buona fede. Ma ci sono tante altre tipologie: quanto a perversioni, noi mortali non difettiamo di fantasia! 

Ad esempio ci sono i fedeli per tornaconto. Non sono né così fortunati da avere capito tutto sin da bambini né così stupidi da non accorgersi di essersi schierati, sin da giovani, dalla parte sbagliata. Sono consapevoli che dovrebbero rivedere, anche radicalmente, la propria filosofia: ma sanno pure che, dal punto di vista dei vantaggi materiali, non gli conviene. Restano a difendere e proclamare dottrine, a cui non credono più, in perfetta cattiva fede. È capitato a molti di noi di incontrare questi ipocriti – nell’accezione etimologica di “attori” – abilissimi nel mimare la fedeltà. La storia della letteratura, come le piccole storie quotidiane, conoscono preti che affidano a diari segreti il rinnegamento di ciò che, pur di non perdere i privilegi del ruolo, perseverano nel predicare dal pulpito. Kierkegaard racconta da qualche parte del teologo che intima a Dio: “Ho scritto tre libri per dimostrare che esisti e sei buono. Ed è stato un successo. Ma se neppure così, entro l’anno, mi faranno vescovo, ne scriverò altri tre per dimostrare il contrario”. E io stesso ho memoria di un alunno, leader di un movimento giovanile di estrema Destra, “Fronte della Gioventù”, che ad una domanda – “Ma come fa una persona intelligente come te ad essere fascista?” – mi rispose con spiazzante sincerità: “Certo che non sono più fascista. Ma dovrei comunicarlo ai dirigenti del Partito proprio ora che, alle soglie della maggiore età, posso iniziare la carriera politica?”

La fedeltà sostanziale dietro l’apparente infedeltà

Ho tratteggiato qualche caso di infedeltà sostanziale dietro la maschera di una fedeltà apparente. La variegata casistica di veri e falsi fedeli resterebbe troppo incompleta se trascurassi una figura diversa dalle precedenti: l’infedele (apparente) per fedeltà (sostanziale). Per chiarire questa tipologia può riuscire istruttivo risalire alla radice etimologica della fidelitas: la fides, la “fede” come apertura, convinzione, slancio, passione… in tutti gli ambiti dell’esperienza umana, dalla politica alla religione, dall’arte all’etica. (Qui non importa precisare che la fede può essere “irrazionale” in quanto contraddice le esigenze elementari della ragione; ma anche “arazionale”, nel senso che prescinde dal vaglio della “ragione”, o “ragionevole” nel senso che si “crede a”, ci “si affida a”, si “scommette su” persone o valori o idee che la ragione ritiene affidabili). Ebbene la fede così intesa non può restare indeterminata: per esercitarsi esperienzialmente non può fare a meno di contenuti, di “credenze”.  Il rischio è di identificare la prima (la fede come apertura, tensione soggettiva) con le seconde (le credenze come dati oggettivi): sarebbe un errore. Infatti la fides qua, ossia l’atteggiamento con cui credo, è la sorgente viva e zampillante che merita d’essere  preservata, alimentata,  laddove la fides quae, ossia le cose che credo necessitano di verifica incessante.  Esse non sono la sorgente, ma le acque del torrente: vanno lasciate scorrere liberamente. Se fissate, cristallizzate, bloccate, imputridiscono. Ecco perché talora è proprio la fedeltà, come perseveranza in una “fede”, a imporre l’infedeltà rispetto ad alcune “credenze”. Anche di questo mi ha fatto dono la Vita: incontrare persone che da giovani avevano abbracciato per “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…)  alcune teorie, alcune organizzazioni, alcune istituzioni e, con l’età adulta, hanno visto con chiarezza inequivoca, che - proprio se volevano persistere nella “fede” giovanile – dovevano cambiare “credenze”. Ed effettivamente hanno cambiato partito o chiesa o scuola filosofica…abbandonando (talora con sofferenza interiore) dogmi, dottrine, stili di vita, assetti di gruppo, simbologie, modalità di diffondere il proprio patrimonio ideale. Sono state persone apparentemente “infedeli” perché, a un certo punto dell’evoluzione, non si sono dette più cattoliche o comuniste o fasciste, ma si sono dette altro o non si sono più autodefinite in alcun modo, perché, in coscienza, si sono convinte che il fuoco originario della loro “fede” (nella Verità, nel Bene, nel Bello, nella Giustizia, nella Libertà…) andava alimentato con altra legna, in sintonia con altre compagnie, mediante altri metodi. Queste persone sono disposte a pagare il prezzo di un duplice stigma: bollate come “traditrici” della Causa a cui avevano giurato fedeltà dai vecchi sodali e guardate con sospetto dai nuovi compagni di strada timorosi di poter essere, a loro volta, abbandonati qualora si rivelassero più d’inciampo che di sostegno per la “fede”.  È un po’ la sorte di persone come Ignazio Silone: al cospetto delle tragedie dello stalinismo sovietico, proprio per non tradire l’afflato di giustizia sociale originario, ha abbandonato il Partito Comunista Italiano di cui era diventato dirigente e, proprio per non tradire l’inspirazione evangelica, non è ritornato nella Chiesa cattolica strutturata gerarchicamente. Per rispetto della sua “fede” socialista e cristiana, ha preferito la marginalità di “socialista senza partito e cristiano senza chiesa”.

Augusto Cavadi

"Le nuove frontiere della scuola"

n. 71 / Giugno 2026

domenica 5 luglio 2026

BREVE DIALOGO FRA EINSTEIN E DIO (DA UNA COMPOSIZIONE POETICA DI PIERLUIGI MOROSINI)

In un'antologia ritrovata per caso fra le mie carte (Nuovi salmi, a cura di G. Ribaudo e G. Dino, I quaderni del CNTN, Palermo 2012) leggo una composizione di Pierluigi Morosini (1941 - 2008) che non vorrei perdere di vista. Su un registro comunicativo discorsivo, quasi ingenuo, mi pare rilucano sprazzi di verità (che molti illustri teologi di corte, come per altro battaglieri filosofi atei, ignorano) . Archivio dunque nel mio blog queste righe, forse anche a beneficio di qualche lettore/lettrice.

EINSTEIN

Le sere d'estate Einstein e l'Essere Divino
avevano preso l'abitudine di sedersi
in due vecchie sedie a sdraio
sotto il portico della casa di Princeton
guardando i colori e la serena malinconia del tramonto
ascoltando un po' della forte forte leggerezza di Mozart
e scambiando di tanto in tanto qualche parola.

L'Essere Divino un giorno si lamentò
di essere troppo spesso invocato e supplicato per fare miracoli.
"Io non gioco a dadi, - disse -
non voglio interferire con le leggi che ho dato al mondo
e non mi sembra giusto creare confusioni e privilegi.
(...)

Einstein allora gli disse:
"Ti capisco. Anch'io farei lo stesso.
Ma vorrei farti almeno una domanda:
Sai che mai cercherei di sapere da Te
qualcosa sulle leggi del mondo naturale,
neppure su quel maledetto gatto di Schroedinger,
perché è mio dovere e mio orgoglio cercare di chiarirle
senza aiuti di favore.
Ma dimmi qualcosa sulla moralità".

"Qui mi cogli un po' impreparato -
disse allora l'Essere Divino -
dando una spinta più forte alla sedia a sdraio.
In verità questo ti posso dire:
che ho voluto per un divino paradosso
che l'uomo si potesse comportare
come se fosse libero di scegliere
e che preferisco coloro che non obbediscono
alle leggi emanate dalle mie varie manifestazioni,
ma solo al comune imperativo di seminare pace,
aiuto reciproco e buona volontà".

Einstein respirò un bagliore rosse arancione del tramonto,
sorrise e alzò il volume
della musica di Mozart.

                         Pierluigi Morosini

venerdì 3 luglio 2026

GLI SCISMATICI LEFEBVRIANI HANNO TUTTI I TORTI? I PARADOSSI DI UN EVENTO GROTTESCO

La notizia di uno scisma da destra (i “lefebvriani”) nella Chiesa cattolica è talmente anacronistica da attirare la curiosità anche della stampa “laica”. Le domande, più o meno ironiche, si moltiplicano: davvero questi vescovi, questi preti, questi seminaristi pensano che per la società occidentale, le cui chiese sono sempre più vuote, sia rilevante sapere se la messa va celebrata in latino o in lingua nazionale? E, se sono convinti che la Chiesa perde ogni anno milioni di “fedeli” perché si apre troppo alle istanze culturali, etiche e sociali dell’umanità in evoluzione, perché non decidono di restarvi, abbarbicati alla Tradizione, nell’attesa di restare presto i soli padroni di casa?

La vicenda, in sé grottesca, presenta non pochi paradossi.

Il primo è che, sulla base della storia della Chiesa cattolica e della teologia,  questa minoranza eretico-scismatica ha ragione rispetto alle innovazioni riformiste accettate, più o meno entusiasticamente, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) da tutti i papi (da Paolo VI a Giovanni Paolo I, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, da Francesco a Leone XIV). Gli ultrasettantenni come me hanno fatto in tempo a prepararsi alla Prima comunione seguendo il Catechismo di Pio X  che veniva impartito come sintesi autorevole (anzi infallibile) di duemila anni di Magistero ecclesiastico. Oggi è inutilizzabile in comunità cattoliche sufficientemente dotate di istruzione e di buon senso (davvero il Dio della misericordia ha preparato un «inferno» eterno, completo di «fuoco, con ogni altro male, senza alcun bene», per «i cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale»? Davvero sappiamo non solo che Dio esiste, ma anche che esiste «in tre persone, uguali e distinte che sono la santissima Trinità»? E da dove lo sappiamo se neppure Gesù Cristo lo ha mai affermato? E davvero questa «Chiesa fu fondata da Gesù Cristo» anche se non risulta dai vangeli che avesse mai ventilato un simile progetto ai discepoli? E sa Essa, con precisione millimetrica - dal momento che «lo Spirito di verità l’assiste continuamente» -, quali siano «le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali»? E davvero nasciamo con il marchio di un «peccato originale» consumato da una giovane coppia preistorica, Adamo ed Eva, che certamente non è mai esistita?).

Negli ultimi 50 o 60 anni la Chiesa cattolica ha ritenuto necessario rileggere questa antica catechesi in chiave figurata, metaforica, simbolica, poetica per non andare contro tutto ciò che le scienze contemporanee hanno accertato oltre ogni ragionevole dubbio. E ha fatto bene. Ma ha ammesso il cambiamento radicale di registro, il capovolgimento del messaggio, o ha continuato a fare finta di niente come se fosse in atto un modesto maquillage consistente in meri ritocchi terminologici? Monsignor Lefebvre e discepoli non vogliono bersela come innocuo bicchiere d’acqua: state destrutturando l’apparato dogmatico che avevamo accettato come divino e non dovremmo aprire bocca? O ammettete che siamo al Cristianesimo 2.0 (e allora  perché credere che i papi di oggi siano “infallibili” se non lo sono stati i papi del Cristianesimo 1.0 ?) o rinunziate a tutte queste recenti modifiche sostanziali e abbiate il coraggio di continuare a insegnare quelle “verità” per cui molti di noi hanno accettato di morire e ancor più di far morire i dissidenti.

Almeno un secondo paradosso va evidenziato in questa vicenda da “guerra di religione” che ci fa ripiombare indietro di almeno cinque secoli. I lefebvriani, che contestano i papi perché - immersi nella storia mutevole  – dimenticherebbero di giudicarla dal punto di vista immutabile dell’eternità, sono, più o meno consapevolmente, in linea con l’attualità contemporanea. Essi infatti riproducono nel corpo ecclesiale proprio la tendenza attuale del corpo sociale alla reazione, alla marcia indietro, alla restaurazione. Non è un caso che le Destre politiche europee e statunitensi non nascondano solidarietà e simpatia per la Destra teologico-istituzionale che in questi giorni sta ufficializzando la secessione da una Chiesa cattolica (guidata ieri da Francesco, oggi da Leone) che, pur tra ritardi e timidezze, sta provando a liberarsi dai bagagli più ingombranti di un passato che non vuole passare.

 

Augusto Cavadi



https://www.adista.it/articolo/76015

mercoledì 1 luglio 2026

OGNI TANTO UN AMICO CI REGALA UN SORRISO SCHERZOSO. GRAZIE SALVO PORROVECCHIO!

  Il Chiosco dei Pensieri di Augusto -

Caro Augusto, dovresti aprire un “Chiosco dei Pensieri Filosofici” proprio lì, in via Maqueda all’incrocio con via Cavour — quel crocevia metafisico tra la cicoria fritta e l’eterno ritorno.
Immagino i clienti della Feltrinelli che, uscendo con il loro Houellebecq sottobraccio, vengono improvvisamente intercettati da un’urgenza interiore ben più profonda di qualsiasi romanzo francese. Non si fermerebbero per una granita al limone, no — si siederebbero sul tuo sgabello filosofico con il peso specifico di chi porta addosso un dubbio cosmico.
“Buongiorno.”
“Buongiorno a lei — si accomodi pure, l’universo può aspettare.”
“Stavo passando di qui per comprare un libro quando sono stato aggredito da un’angosciante perplessità.”
“Non si faccia del male, signore. Siamo qui apposta.”
“Dunque: qual è il principio di tutte le cose?”
“Si rilassi, caro amico. Il principio di ogni cosa reale è l’acqua. Lo asseriva Talete, e noi confermiamo con dovizia di prove.”
“E allora il Paradiso terrestre? Adamo? Eva?”
“La prego, non insista — sono cinque euro. Grazie, buona giornata.”
Poi ci sarebbero i melanconici stagionali — quella categoria di anime sensibili che, raggiunta una certa età, si trovano a fare i conti con la caducità della vita come si fa con la dichiarazione dei redditi: inevitabile, ingrata, e sempre al momento sbagliato. Anche costoro troverebbero rifugio al tuo chioschetto, accolti da un buffetto paterno, una parola buona, la carezza di chi sa che l’abisso esiste ma non è il caso di fissarlo mentre si fa la spesa.
“Buongiorno, faccia presto che ho fretta.”
“Malissimo, signore. La fretta è il modo più elegante di non vivere.”
“Capisco, ma veda — avevo appena comprato un maglione invernale quando mi ha colpito l’inutilità del gesto: la vita è brevissima, l’inverno comincia tra tre mesi e io potrei spirare da un momento all’altro. Che me ne faccio del maglione?”
“Caro amico, il suo compito è vivere come se fosse immortale, assaporando ogni istante. Quando siamo morti, semplicemente non esistiamo. Ergo: finché ci siamo noi, la morte non c’è — e quando arriva lei, noi non ci siamo più. Non si incontreranno mai. Inutile invitarla a cena.”
“Non immagina la leggerezza che sento! Corro subito a prendere anche una camicia da cerimonia e un paio di scarpe di vernice!”
“Un attimo, un attimo — la filosofia è sette euro. Ecco lo scontrino. Conservi la ricevuta, è detraibile dall’ansia.”
In un’epoca così frenetica e smarrita, il bisogno di pensieri ristoratori è diventato urgente quanto un antidolorifico. Mi stupisce anzi che Galimberti non ci abbia pensato prima — lui che continua imperterrito a gironzolare tra simposi e conferenze a un’età in cui la vescica prostatica impone ritmi più… contemplativi. Evidentemente preferisce il palcoscenico al bancone. Peccato.
Ancora più inadatto, per il ruolo, sarebbe stato Cacciari. Un chiosco gestito da lui chiuderebbe in tre settimane per manifesta incompatibilità col genere umano. Torvo, bilioso, con quello sguardo da chi ha appena letto Heidegger in originale e non gli è piaciuto — imbarazzerebbe la clientela già alla prima ordinazione. A Palermo, in via Maqueda, i venditori ambulanti lo inseguirebbero a male parole, e forse non avrebbero tutti i torti.
Tu invece, caro Augusto, hai le stigmate del buon filosofo da strada: quella rara capacità di rendere l’abisso frequentabile, di offrire conforto senza cattedra, di fare della saggezza una conversazione e non una conferenza.
Ti senti — e non a torto — l’erede naturale di Socrate. Con una differenza sostanziale: a differenza del maestro ateniese, tu non sei inadatto alla vita domestica. Anzi, partecipi volentieri alle faccende di casa, il che ti rende filosoficamente più equilibrato e umanamente molto più sopportabile.
E se un giorno la tua Santippe dovesse stufarsi e lasciarti — ipotesi remota ma filosoficamente contemplabile — sono certo che non finiresti a contenderti le briciole con i piccioni di piazza Pretoria.
Probabilmente apriresti il chiosco.
Salvo Porrovecchio via FB.
***

Mi sono limitato a rispondere, divertito, a questo caro amico birbone:

Ma sei sicuro che mi sento "l'erede naturale di Socrate"? Al massimo, direi un suo ammiratore e lontanissimo discepolo...



lunedì 29 giugno 2026

LA TELA DI RAGNO CHE RENDE PALERMO UNA CITTA' INVIVIBILE

 LA LINEA MOBILE DELL’ILLEGALITA’ SISTEMICA

 

Al primo colpo di revolver che in una città italiana raggiunge alla testa una passante ignara gli amministratori in carica hanno pronta la prima dichiarazione: “Fatto gravissimo, ma non è solo la nostra città a questo livello di degrado”.

Al secondo colpo di revolver – che da Napoli in giù di solito è di kalashnikov  – parte la dichiarazione di riserva: “Lo Stato ci deve mandare rinforzi, da soli non possiamo farcela”.

Non so altrove, ma nella mia Palermo questa ipocrisia istituzionale è stucchevole. Assistiamo tutti, immobili, alla crescita della tela del ragno, ma se qualche mosca vi resta vittima gridiamo allo scandalo.

Se il sindaco Roberto Lagalla, stimato docente universitario di Medicina, avesse dovuto insegnare anche solo per qualche giorno in una qualsiasi scuola media (di primo o di secondo grado, anche in licei prestigiosi frequentati dall’ottima borghesia) capirebbe al volo la metafora.

In mezzo secolo di insegnamento ho sperimentato che se, mentre ti rivolgi alla classe,  due alunni si scambiano sottovoce un commento o si raccontano la serata precedente hai due possibilità: fermarti, guardarli direttamente negli occhi, dire gentilmente che non ti sembra educato sovrapporti ai loro discorsi e che, in silenzio,  ne stai attendendo con pazienza (insieme alla classe incredula) la conclusione. Oppure fare finta di nulla e continuare imperterrito la lezione, magari alzando un po’ il tono della voce; dopo due minuti altri due alunni si sentiranno autorizzati a confabulare e in meno di un quarto d’ora è tutta la classe che, a toni di voce ormai altissimi, si scambiano informazioni e commenti, anche da un capo all’altro dell’aula.

Nel primo caso c’è sempre qualcuno (alunno, collega, genitore, dirigente scolastico) che troverà esagerato il tuo metodo e, se ne possiede  minimamente gli strumenti culturali, la butterà sul politichese: “Guarda, guarda, che doveva capitarci: pure il professore fascista”. Ma altri, all’inizio pochi e alla fine del triennio quasi tutti, ti diranno grazie per aver consentito a chi voleva dialogare con te e i compagni di farlo, chiedendo ai disinteressati di distrarsi con i cruciverba o i fumetti, ma in silenzio.

E nel secondo caso? Nel secondo caso l’insegnante “tollerante”, “democratico”, “filo-anarchico” si troverà a urlare per ore chiedendo attenzione o, per lo meno, di tacere. Scoprirà che il mancato intervento garbato, ma fermo, dei primi momenti ha aperto una diga e scatenato una fiumana di battibecchi e di offese reciproche che neppure i più odiosi provvedimenti disciplinari – ormai tardivi – riusciranno a bloccare. Sino a che punto? Potrei raccontare episodi incredibili (dal collega costretto a essere sbeffeggiato con la confezione vuota del panettone in testa al collega sfiorato da  pallottole di gomma micidiali sparate da pistole-giocattolo; dalla collega che rinunzia alle prove scritte di latino perché minacciata di trovare i bulloni delle ruote dell’automobile allentate al collega intorno alla cui cattedra, in cui è inchiodato dal disagio, un po’ di alunni danzano in cerchio come indiani d’America mentre il fuoco divampa sotto la sua sedia); potrei raccontarli (come ho fatto già in libri, saggi, articoli), ma saprei di non essere creduto. Oggi “per fortuna” ci sono i cellulari ed i social e le immagini del  professore aggredito con un coltello all’ingresso della scuola, o minacciato con una pistola alla tempia se non cede il pacchetto di sigarette, girano in rete, anche per moltiplicare pedagogicamente gli effetti imitativi.

Forse, a questo punto, il sindaco ( o il prefetto o il questore: ogni tanto scrivo a tutti e tre, con risultati facilmente immaginabili) potrebbe entrare nella comprensione metafora: non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno. Se tu posteggi in seconda fila perché io non dovrei posteggiare in curva? Se tu vendi alcolici abusivamente a piazza Rivoluzione perché io non dovrei venderli ai Quattro Canti? Se tu occupi con i tuoi vasi di fiori, per intero, i marciapiedi intorno ai cimiteri costringendo la gente a fare lo slalom fra le auto in sosta e in movimento, perché io non dovrei piazzare i tavolinetti della mia gelateria proprio sotto il palo che minaccia rimozione forzata? E se nessuno controlla da quanti decenni il mio vicino di casa (non) paga il passo carrabile davanti al suo cancello perché dovrei togliere dalla mia auto il cartellino blu guadagnato anni fa dal povero nonnino ormai serenamente trapassato a miglior vita?  E se il camion della nettezza urbana, durante gli spostamenti da un cassonetto all’altro, lascia cadere con nonchalance rifiuti e percolati, perché dovrei preoccuparmi di trasportare il vecchio divano sino all’isola ecologica?

La lista sarebbe lunga forse infinita. Alcune immagini si sono incise come icone geniali alla mia memoria: come il rivenditore ambulante che, stanco di deambulare, fissa per mesi espositori e cassette all’angolo fra via dei Cantieri Navali e una traversa, ostacolando la vista agli automobilisti che escono dalla via laterale per immettersi nella principale. Ma è agosto, ha diritto anche lui al riposo, no? E allora sopra gli scheletri metallici campeggia un cartello ben leggibile: “Siamo chiusi per ferie” (che tra l’altro significa: “Non facciamo che a qualcuno venga in mente di fregarci il posto!”). In altre strade (non necessariamente periferiche, anzi tanto più se vicine al centro come la via Archimede), in chi non ha un passo “carrabile” (in vigore o scaduto che sia), si scatena la fantasia: il posteggio sotto casa lo riservo con cassette di frutta vuote o con sedie scalcinate o con i motorini dei ragazzi. E chi ha fegato, si permetta di avanzare obiezioni!

Naturalmente mi sto occupando di un segmento del fenomeno che presupporrebbe una diversa politica socio-educativa preventiva e una ben più incisiva politica repressivo-giudiziaria nei riguardi dei crimini sistemici dei colletti bianchi. Le poche persone che conoscono la mia storia ormai più che settantennale sanno da quanti anni spendo tempo ed energie a monte della illegalità spiccia quotidiana: ma perché nascondersi dietro l’alibi dell’aut-aut (o si interviene là o si interviene qua) e non abbracciare la strategia dell’et-et (mentre lavoriamo ai fondamenti non permettiamo che si abbattano le pareti)?  L’accenno autobiografico non è narcisistico, ma tattico: vorrei evitare l’ennesimo ritornello della corresponsabilità civica della popolazione. Non siamo poche le persone che lo sappiamo e proviamo a fare la nostra parte, ma come non possiamo essere sostituite così non possiamo sostituire le istituzioni: e se ogni notte, quando chiami il 112 perché la musica del pub sotto casa è troppo alta, ti senti quasi deridere dalla voce femminile all’altro capo del telefono (“Con tanti problemi che abbiamo, vuole che mandi una gazzella della polizia per farla dormire?”), che ti resta da fare? Un’idea (atroce, vergognosa, ti passa per l’anticamera del cervello), in cronaca leggi pure che qualcuno l’ha messa in pratica, ma tu preferisci rinunziare al riposo sino alle 3 o 4 del mattino piuttosto che rivolgerti al mafioso un po’ più prepotente del boss che protegge i tuoi vicini rumorosi. Ne va della tua libertà futura oltre che della tua dignità attuale.

Augusto Cavadi

17.6.2026


Qui il link all'edizione originaria:

https://www.girodivite.it/La-tela-del-ragno-che-rende.html

giovedì 25 giugno 2026

LA NOTTE DI SAN GIOVANNI SECONDO MARIA SALMERI

 Oggi ho ricevuto in dono da un'amica una pagina di suoi ricordi della notte di san Giovanni nel cuore delle Madonie dove è nata e vissuta da bambina. Mi è sembrata troppo bella per tenerla solo per me.

***


Ci sono notti che non finiscono all’alba.

La notte di San Giovanni era una di quelle.

Arrivava insieme ai giorni più lunghi dell’anno, quando il sole indugiava sulla terra e la sera faticava a scendere. L’aria aveva un odore caldo d’erba secca e d’estate, e la luce restava sospesa all’orizzonte come se non volesse spegnersi.

Noi bambini lo sentivamo.

Nessuno ci spiegava nulla, eppure sapevamo che quella non era una notte come le altre.

Per giorni cercavamo i fiori viola del carciofo. Camminavamo nei prati con gli occhi bassi, sfiorando le erbe alte, finché quel colore intenso appariva tra il verde e il giallo come un piccolo tesoro nascosto.

Al tramonto ci sedevamo in cerchio.

Ricordo le candele accese, le ombre che danzavano sui volti e quel silenzio insolito che scendeva tra noi. Persino i più vivaci abbassavano la voce. Era come se la notte stesse ascoltando.

Davanti a ciascuno c’erano i fiori raccolti durante il giorno.

I desideri erano già lì.

Li custodivamo nel cuore senza ancora trovare le parole per dirli.

Avvicinavamo il fiore alla fiamma. I petali viola si arricciavano sotto il calore, diventavano neri e fragili, mentre un filo di fumo saliva nell’aria. Lo seguivo con gli occhi finché spariva nel buio, certa che portasse con sé il mio desiderio.

A ogni fiore affidavamo un sogno.

Non c’erano limiti.

A quell’età nulla sembra impossibile.

Poi nascondevamo i fiori.

Ognuno sceglieva il proprio luogo segreto: una pietra, una fessura nel muro, un angolo del giardino. Qualche volta lasciavamo accanto un biglietto, come si lascia un messaggio a qualcuno che si spera possa leggerlo.

Da quel momento iniziava l’attesa.

La notte di San Giovanni non terminava quando le candele si spegnevano. Continuava dentro di noi.

La mattina seguente mi svegliavo presto. Uscivo quasi correndo e raggiungevo il mio nascondiglio.

Se il fiore era tornato viola, vivo, rifiorito dopo essere stato bruciato, il desiderio si sarebbe avverato.

Non avevo dubbi.

Credevo con tutta me stessa.

Quando accadeva, la gioia mi attraversava come una corrente luminosa.

Se invece il fiore restava nero e rinsecchito, provavo una delusione silenziosa, come se stessi imparando qualcosa che allora non sapevo ancora nominare.

Il rito dei fiori apparteneva alla mia infanzia.

Quello dello stagno, invece, lo conoscevo attraverso i racconti dei miei genitori.

Anche loro, da bambini, nella notte di San Giovanni si riunivano attorno a una candela. Posavano un pezzetto di stagno in un cucchiaio e aspettavano che il calore lo trasformasse in una piccola pozza d’argento liquido. Poi lo versavano nell’acqua.

Un attimo prima era fluido e luminoso.

Un attimo dopo era diventato forma.

Ogni volta diversa.

C’era chi vi riconosceva una casa, chi una nave, chi una montagna o un animale. Nessuno sapeva davvero cosa significassero quelle figure nate dal caso, eppure tutti cercavano una storia da raccontare.

Forse la magia non abitava nello stagno.

Forse abitava nello sguardo di chi lo osservava.

Molti anni dopo mi trovavo dall’altra parte del mondo, ai piedi di una montagna del Perù considerata sacra.

Migliaia di pellegrini salivano lungo il sentiero verso una grande statua della Madonna. Alcuni la chiamavano Madonna, altri la sentivano come la Pachamama, la Madre Terra.

Cambiava il nome.

Non cambiava il bisogno.

Mi fermai a guardarli.

Ai margini del cammino c’erano uomini che scioglievano lo stagno e ne interpretavano le forme.

Il metallo cadeva nell’acqua con un piccolo sfrigolio e subito diventava un disegno. Il raccontastorie lo prendeva tra le mani e iniziava a parlare.

Raccontava il futuro.

Le speranze.

Gli ostacoli.

Gli incontri.

Io non comprendevo una parola della sua lingua.

Eppure rimasi lì.

Guardavo i volti delle persone che lo ascoltavano.

Alcune sorridevano.

Altre si commuovevano.

Altre ancora annuivano in silenzio.

In quei volti riconoscevo qualcosa di familiare.

La stessa luce della notte di San Giovanni.

La stessa dei racconti dei miei genitori.

La stessa che nasce quando si cerca un segno.

Fu allora che lo sentii con chiarezza.

Cambiano lingue, paesaggi, dèi, nomi delle cose.

Ma resta intatto il bisogno di dare senso al mistero della vita.

Ricordo ancora quella salita.

La montagna era un fiume di persone.

Canti, preghiere, voci, famiglie in cammino, venditori lungo il sentiero.

A un certo punto anch’io stringevo tra le mani il mio piccolo oggetto di stagno, da offrire in cima come facevano tutti.

Quando finalmente raggiunsi la statua, la folla era così fitta da sembrare un unico corpo in movimento.

Fu allora che sentii qualcuno chiamarmi.

Mi voltai.

Un uomo mi stava porgendo qualcosa.

Era il mio passaporto.

Lo avevo perso senza accorgermene.

Per un istante sentii il vuoto sotto i piedi.

Poi arrivò il sollievo.

Ero salita fin lassù per cercare un segno.

Forse il segno era già arrivato.

Uno sconosciuto che mi restituiva ciò che avevo perduto.

A volte la vita è più semplice delle storie che costruiamo.

E più gentile.

Ripensandoci oggi, credo che la mia infanzia sia stata abitata da questi gesti.

Piccoli gesti che tenevano insieme la terra e il cielo, le persone e le stagioni, il visibile e l’invisibile.

Anche mia nonna viveva il solstizio come un tempo speciale.

Nei giorni che precedevano San Giovanni usciva all’alba con un cesto tra le mani.

La vedevo allontanarsi lungo i sentieri ancora umidi di rugiada e tornare qualche ora dopo con il profumo dei campi addosso.

Raccoglieva erbe.

Allora non mi chiedevo perché.

Mi sembrava naturale quanto il canto degli uccelli al mattino.

Solo più tardi compresi che in quei gesti viveva un sapere antico.

Mia nonna diceva che in quei giorni le piante erano colme di forza. Il sole, arrivato al culmine del suo viaggio nel cielo, lasciava sulla terra qualcosa di sé.

Così raccoglieva ruta, verbena, vischio, lavanda, timo, finocchio selvatico, piantaggine, artemisia e soprattutto iperico, l’erba di San Giovanni.

La osservavo mentre le disponeva con cura.

Ogni pianta aveva una storia.

Ogni pianta custodiva una memoria.

Non so quanto ci fosse di medicina e quanto di fiducia.

Forse, per lei, non esisteva alcuna differenza.

Ricordo però il senso di protezione che quei gesti lasciavano dietro di sé.

Un ramo d’iperico dietro una porta.

La lavanda tra la biancheria.

Un mazzetto di erbe conservato in un cassetto.

Era il suo modo di prendersi cura del mondo.

Il mio bisnonno Rosario, nato alla fine dell’Ottocento, lo sapeva bene.

Aveva imparato a leggere il cielo.

Conosceva il cammino del sole, il ritmo delle stagioni, il linguaggio della luce.

Quando costruì la sua casa seguì il percorso del sole.

Il sole attraversava le stanze dall’alba al tramonto.

Per lui il cielo non era uno sfondo.

Era presenza.

Ogni anno, quando arriva la notte di San Giovanni e la luce sembra trattenersi un poco più a lungo sulla terra, torno a quella bambina seduta in cerchio davanti a un fiore di carciofo.

Tra le mani stringe un desiderio.

Davanti a lei tremola una piccola fiamma.

E aspetta il mattino.

                                                   Maria Salmeri

martedì 23 giugno 2026

"RICORDATI DI RICORDARE" E "LIBERARSI DALLA MAFIA": I PRIMI 2 "PIZZINI DELLA NO-MAFIA" IN TUTTE LE LIBRERIE

Dal Salone del Libro di Torino del mese scorso la nuova Collana di volumetti agili e incisivi delle edizioni Di Girolamo ha iniziato il suo giro in Italia.

Purtroppo il sistema mafioso, evitando le stragi eclatanti e operando sotterraneamente nel quotidiano, sta attuando la strategia vincente: infiltrarsi nelle istituzioni, nella burocrazia, nel mondo economico senza suscitare allarmi nell'opinione pubblica (che, per altro, ha già abbastanza tragedie nazionali e internazionali che l'affiggono).

Ma non possiamo regalare ai mafiosi e ai loro complici l'oblio della memoria né l'omertà sui loro loschi affari attuali!

Qui la recensione di Maria D'Asaro ai primi due numeri della Collana:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/ricordati-di-ricordare-i-pizzini-della-nomafia/

domenica 21 giugno 2026

ABOLIRE IL REATO DI FEMMINICIDIO? "GRUPPO NOI UOMINI A PALERMO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE" NON E' D'ACCORDO

Comunicato Stampa 

Come Associazione "NOI UOMINI A PALERMO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE ETS " - realtà attiva nella nostra Regione da oltre 10 anni per sensibilizzare l’universo maschile sulla violenza perpetrata nei confronti delle donne - sentiamo l'urgenza di prendere una posizione netta a difesa dell'articolo 577-bis del codice penale.

L'avere inserito nel nostro ordinamento una norma specificamente dedicata al reato di femminicidio è un risultato di portata storica, che non può essere sminuito o derubricato a inutile doppione.

Molti si chiedono se serva davvero una nuova fattispecie, visto che l'omicidio volontario e le aggravanti legate ai rapporti familiari esistono già. La risposta è sì: ostinarsi a non riconoscere la natura di questo crimine, arrivando a negare di fatto l'esistenza stessa del femminicidio, equivale a offendere e calpestare la memoria delle centinaia di donne che ogni anno vengono brutalmente strappate alla vita.

Chi critica questa prospettiva, sostenendo che le leggi in vigore siano sufficienti, chiude gli occhi davanti all'evidenza che quasi mai ci si trova di fronte ad un delitto d'impeto o a un raptus inspiegabile, quanto piuttosto alla terribile conclusione di un percorso fatto di “prevaricazioni, di controllo o possesso o dominio ed annientamento dell'identità dell'altra persona in quanto donna”.

Sostenere questa norma significa pretendere uno Stato capace di tutelare la società con leggi adeguate, mettendo da parte un'impostazione meramente codicistica che troppo spesso fatica a isolare la vera natura della violenza contro le donne, per fornire finalmente alla giustizia uno strumento preciso e affilato.

Palermo, 18 giugno 2026

Per chi volesse contattarci o avere maggiori informazioni sulle nostre iniziative:

noiuominiapalermo@gmail.com

Cell. 3471266493 , Francesco Seminara

Cell. 3299669508, Giuseppe Consoli .

sabato 20 giugno 2026

ANIME DENUDATE ANCOR PIU’ CHE CORPI IN PREDA ALL’EROS

Il romanzo I sacelli dell’anima (Book Sprint Edizioni, Romagnano al Monte 2025, pp. 259, euro 21,90) di Manuela Pellegrino tratta tematiche tipiche della letteratura femminile contemporanea: l’incontro passionale e appassionato con un uomo che, dopo il matrimonio e le prime gravidanze, si rivela gelidamente egocentrato; la travagliata ma inevitabile separazione; il percorso – pluriennale – di risalita dagli abissi di dolore, anche grazie al supporto di un saggio psicoterapeuta e di nuovi rapporti umani immuni da ingredienti tossici.

Se i temi non sono inusuali, vi sono due o tre fattori che rendono il testo originale e meritevole di attenzione.

Un primo fattore che aggancia la curiosità di chi inizia a leggere è la struttura del racconto: il filo rosso del dialogo terapeutico è scandito da flashback che rinviano, di volta in volta, alle vicende riferite (che vengono evocate con pennellate decise, a tinte forti, senza censure moralistiche quando a essere denudate sono le anime dei protagonisti e non solo  i corpi in preda all’eros).

Un secondo fattore di originalità lo vedrei nel frequente rimando a personaggi della mitologia greca che, da una parte, aiutano a decifrare il senso delle vicende narrate e, dall’altra, confermano la perenne attualità dei miti (le cui vicende non sono mai avvenute perché avvengono ogni giorno nelle nostre storie).

Un terzo elemento che contrassegna in maniera davvero intrigante questo romanzo è il contesto storico in cui è ambientato e il riferimento (spietatamente e coraggiosamente sincero) a vicende di pubblico dominio in cui l’autrice è stata biograficamente coinvolta.  Infatti Ingemar, la protagonista del romanzo, proprio come Manuela Pellegrino, è figlia di un potente politico siciliano che ha conosciuto i fasti della Prima Repubblica, la crisi del Partito Socialista Italiano, il tentativo di dar vita una nuova formazione regionale (“Nuova Sicilia”) ed un triste tramonto puntellato da dolorose vicende giudiziarie (conclusesi con l’assoluzione definitiva). Il ritratto di questo padre morente (non sappiamo quanto letterariamente trasfigurato) si incide nella memoria del lettore come prototipo di tanti altri politici italiani – e di tanti maschi-  di ieri e di oggi: «La favella del leone si è ridotta ad un flebile sibilo appena udibile. Le sue parole arrancano ed il suo fiato annaspa». Rivolto alla donna che per tanti anni ha corteggiato e tradito, le confessa: «Non ho più tempo. Crono non mi lascia tempo. Ho scritto una lettera affinché nulla resti incompiuto. Sei stata la donna che più ho amato e che ho condannato ad una vita ingiusta. La mia civetteria e la mia sete di potere mi hanno divorato». Già, le verità giudiziarie possono mutare, addirittura essere capovolte. Ma la verità storica, meno opinabile, è eloquente di suo: quando «Bartolomeo è al vertice del potere» e «gestisce l’intrigato condotto tra Roma e la conca d’oro», la sua casa è diventata «un luogo di pellegrinaggio e di culto», dove «l’Onorevole, il Leone, il Padrino» «ascolta, pazientemente, con le braccia poggiate sui braccioli imbottiti,   le giaculatorie dei residenti udienza». «Le richieste variano da un posto di lavoro come netturbino, ad un cambio aziendale, ad una sostituzione accademica, ad autorizzazioni per cambi di destinazione d’uso, ad una risistemazione dei vertici in campo sanitario, scolastico. Nulla sfugge al potere».

In alcuni passaggi l’autrice restituisce con efficacia colori, odori, atmosfere di Palermo, ma non meno istruttive le pagine in cui del capoluogo della «dannata e meravigliosa isola bella» tratteggia, come può fare solo chi li abbia osservati dall’interno, gli intrecci quotidiani, le relazioni clientelari, le manovre sottotraccia. Si tratta di una fenomenologia offerta generosamente anche al lettore che, come me, si ritrova molto perplesso su alcune interpretazioni etiche e politiche delle vicende riferite.

Augusto Cavadi

Questo il link alla versione originaria:

https://www.zerozeronews.it/anime-denudate-piu-che-corpi-in-preda-alleros/

giovedì 18 giugno 2026

INVITO AD ASSOCIARSI ALLA "SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA G. FALCONE"

 

Cara e caro in indirizzo,

   ti invitiamo ad associarti o a rinnovare l'iscrizione annuale all' Associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" di Palermo.

  Una buona occasione potrà essere l'assemblea in presenza prevista venerdì 19 giugno 2026, alle ore 18,00 (vedi odg qui di seguito riportato).

S raccoglieranno le quote annuali (15,00 euro) valide  da oggi  sino al maggio 2027: chi non potrà partecipare all'assemblea, ma volesse lo stesso sostenere le attività dell'associazione anche da città lontane, potrebbe inviare la quota all'iban IT68X0306967684510768036411 intestato a: Associazione di volontariato culturale  Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone.

Chi vuole seguire da fuori Palermo le iniziative della Scuola può consultare il nostro sito e, se lo desidera, iscriversi agli aggiornamenti automatici:

www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it

 Comunque l'apporto determinante che possiamo dare al futuro della nostra Scuola è convincere alcuni giovani del nostro giro di parentele e amicizie a dare un po' di tempo, di energie e di competenze (anche telematiche) alla nostra "missione" sociale.

Noi invecchiamo, la mafia si rinnova a ogni generazione. Abbiamo bisogno di più giovani disposti a combatterla con lo studio, l'impegno socio-politico, le scelte da consumatore, la preparazione educativa e, soprattutto, la serietà etica. Troppi "antimafiosi" hanno in questi decenni tradito la Causa e i sodali.

 ***

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA DEI SOCI

L'associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” di Palermo convoca l'assemblea generale dei soci per venerdì 19 giugno 2026, alle h. 18, presso la sede operativa dell'Associazione sita in Palermo, via Nicolò Garzilli n. 43/a sede della Casa dell’Equitá e della Bellezza per discutere e deliberare sul seguente Ordine del Giorno:

- Approvazione del Rendiconto dell'anno 2025;

- resoconto sulle iniziative realizzate dall’ultima assemblea;

- proposte di iniziative da realizzare prossimamente;

- ⁠iscrizione della nostra associazione al Cesvop, propedeutica all’iscrizione presso il RUNTS anch’essa da deliberare;

- varie ed eventuali.

L’orario massimo di chiusura è fissato per le ore 20,00

Il Presidente

Pietro Spalla

 

mercoledì 17 giugno 2026

UNA FIRMA, ANZI DUE, DA CASA. E UN INVITO IN PRESENZA A PALERMO

Sai che, da cittadino maschio italiano fra i 18 e i 45 anni, sei già nelle liste di leva (la cui obbligatorietà è stata sospesa, non abolita)? E sai che puoi sin d’ora esprimere la tua intenzione di usufruire, in caso di chiamata effettiva, del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare con un semplice click qui?

https://www.movimentononviolento.it/campagne/obiezione-alla-guerra

 

Cittadino o cittadina di qualsiasi età, poi, puoi firmare una proposta popolare di legge per l’istituzione di un Dipartimento per la difesa non armata e nonviolenta (che organizzi un “Istituto di ricerca” sulle tecniche di difesa nonviolenta e incrementi le funzioni attuali dei “Corpi civili di pace”) da finanziare con la possibilità di dedicarvi il 6 per mille dei propri redditi:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008

 

Avviso per chi vive a Palermo e dintorni

EPYC. CONTRASTARE LE GUERRE CON UN CLICK

Giovedì 18 giugno 2026 ore 17,00 incontro pubblico su

 “Proposta di legge per una Difesa civile disarmata e nonviolenta”

e “Raccolta firme per l’obiezione di coscienza”

presso circolo Epyc – via Pignatelli Aragona, 42 (Palermo)

17,00: Accoglienza reciproca e inizio dei lavori

17,15: Valerio Bordonaro, saluti da parte dell’Epyc

17,20: Alessandra Colonna Romano (Gruppo palermitano di Formazione alla nonviolenza): “La proposta di legge per una Difesa civile non armata e nonviolenta”

17, 35: Enzo Sanfilippo (Comunità dell’Arca, nonviolenza e spiritualità):  “La campagna per l’obiezione di coscienza e le proposte ai sindaci”

Interverranno per esprimere l’adesione e il sostegno della “Rete palermitana per la difesa e l’attuazione della Costituzione”:

17, 50: Francesco Todaro, ACLI

18,00 : Dario Fazzese, CGIL

18,10: Claudio Riolo, LabDAC

18, 20: Antonella Leto, ANPI

18,30 : Valerio Bordonaro, ARCI

18,40 – 19,15: interventi del pubblico

19,15  – 19,30: conclusioni operative (impegni concreti da parte di ciascuno in prima persona)

·       Avvertenza tecnica: l’iniziativa (a cura del Centro territoriale del Movimento Nonviolento di Palermo) è principalmente diretta ai giovani soci del circolo Epyc. Chiunque è, ovviamente, ospite graditissimo/a, ma si prega di arrivare alcuni minuti prima per espletare la pratica di iscrizione all’ Arci (contributo di sostegno: euro 5,00).


domenica 14 giugno 2026

IL WEEK-END A BOMPIETRO: IL RACCONTO, LE FOTO, UN TESTO SULLA NONVIOLENZA

 Come avevo anticipato il mese scorso (https://www.blogger.com/blog/post/edit/4277148047794928010/5746366138096348084)

si è svolto con gratificazione di tutti/tutte noi partecipanti il week-end di "filosofia-in-pratica" a Bompietro.

Tra le relazioni di Maurizio Pallante (pioniere italiano della "decrescita felice" che ci ha spiegato perché, da un po' di tempo, preferisce la formula meno scandalosa di "conversione economica dell'ecologia") e di Giorgio Gagliano (che ci ha raccontato l'arte della "fuga", da situazioni opprimenti, proposta dall'antropologo Henry Laborit); tra il momento di "pittura libera" propostoci da Annamaria Pensato e di "scrittura condivisa" propostoci da Giovanna Bongiorno;  tra una efficace presentazione del profilo bio-bibliografico di Alex Langer da parte di Maria D'Asaro e una commossa proiezione di fotografie e testi poetici a firma di Lorenzo Raspanti, c'è stato spazio anche per uno splendido concerto di violino dello stesso Giorgio Gagliano e per una "passeggiata filosofica" condotta da me (che, per ragioni logistiche, si è svolta nell'assetto di meditazione circolare).

Per chi c'era (e vuole ricordare) e per chi non c'era (e vuole farsene un'idea sia pur approssimativa sommaria) ripropongo qui il link al reportage fotografico di Maria D'Asaro https://maridasolcare.blogspot.com/2026/06/a-bompietro-la-filosofia-e-stata-di-casa.html?spref=fb&fbclid=IwY2xjawSZNAlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEelCzAS4KrEsxGGTwYDxNanGA6hBXxM2uT2ofMlrrZhyWrcmNqDkyVftBqe6Y_aem_7P3B-vgxfex3T2Tx6WkdVw

e il testo-stimolo della mia meditazione circolare:

https://www.zerozeronews.it/perche-la-nonviolenza-non-e-solo-non-violenza/





venerdì 12 giugno 2026

UNA TESTIMONIANZA DEL LAVORO DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA "G. FALCONE"

 Ho ricevuto da più parti la segnalazione di questa intervista, apparsa sulla pagina siciliana di "Repubblica" odierna, in cui un alunno esprime gratitudine per uno dei molti corsi che la nostra associazione di volontariato culturale (la Scuola di formazione etico-politica G. Falcone) tiene sul territorio nazionale quando invitata da docenti e responsabili di associazioni.

Ho deciso di riprenderla sul mio blog, a costo di apparire scioccamente vanitoso, per un dovere morale di riconoscenza verso le amiche e gli amici della Scuola (che dopo 34 anni perseverano nell'impegno) e di incoraggiamento verso tutti i colleghi insegnanti che trovano, nelle maglie di una normativa sempre meno comprensibile, gli spazi per una crescita effettiva degli alunni.






venerdì 5 giugno 2026

L'OPPOSIZIONE ALLE GUERRE COMINCIA CON UN CLICK

A nostra conoscenza, non c’è un pianeta più bello della Terra. Eppure siamo riusciti a renderci infelici ammazzandoci a vicenda e chiamando “pace” i brevi periodi in cui gli oppressi sono talmente oppressi da non potersi neppure ribellare. La nonviolenza (attiva; ma, se tale, non è mai passiva) è anche questo: l’opposizione costante a ogni situazione di follia omicida e suicida. E’ trama di pensieri creativi, decisioni interiori, ma soprattutto gesti concreti: ad esempio proporre al Parlamento una legge che istituzionalizzi una terza via tra l’uccidere e l’essere uccisi, tra la reazione armata e la resa incondizionata.

L’esame critico di questa proposta è stato uno dei temi affrontati dal 29 al 31 maggio,  nel corso del Seminario nazionale del Movimento Nonviolento, in un accogliente agriturismo presso Montevaso, nel pisano (https://www.movimentononviolento.it/campagne/campagna-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta/tensione-e-familiarita-al-seminario-di-montevaso ).

 

Contenuti essenziali

Per sapere di che si tratta basta un click al sito del Governo italiano https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008 e, se la proposta convince, firmare (avendo a portata di mano una carta d’identità elettronica o uno spid). E’ urgente attivarsi: entro il 16 settembre 2026 vanno raccolte almeno 50.000 firme!

Lo diciamo in sintesi telegrafica.

Il disegno di legge di iniziativa popolare prevede l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di un “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.

Suoi compiti principali: sia offrire ai cittadini e alle cittadine che vogliano addestrarsi come “Corpi civili di pace” le stesse opportunità a disposizione dei cittadini e delle cittadine che oggi vogliono essere addestrati/e come Forze armate; sia costruire  un “Istituto di ricerca per la pace e il disarmo” a supporto scientifico e formativo del Dipartimento.

Quanto ai finanziamenti il disegno di legge prevede che i contribuenti possano devolvere il 6 x mille di quanto da essi dovuto come IRPEF.

 

Qualche chiarimento

Un primo, grossolano, fraintendimento riguarda la differenza fra “disarmo” e “transarmo”. Se l’obiettivo utopico (nel senso di méta da perseguire per avvicinarvisi gradualmente) è un’umanità che non abbia bisogno di armarsi per difendersi al proprio interno, con questa proposta di legge non si chiede - in questa fase storica - di eliminare gli eserciti, ma di rendere concreta l’idea che ci sono due modi di ottemperare all’articolo 52 della Costituzione italiana (“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”): con l’uso delle armi (anche in alleanza con Paesi dotati di bombe nucleari) o con l’uso di strategie e tecniche non armate. 

Un secondo equivoco – alimentato non sempre in buona fede – consiste nel ritenere ideologicamente contrassegnata questa proposta. E’ vero che ci si aspetta un’adesione da parte di chi si professi in qualche modo illuminista (dal punto di vista filosofico) o cristiano (dal punto di vista religioso) o buddhista (dal punto di vista filosofico-religioso) o internazionalista socialista (dal punto di vista politico); ma ciò non esclude che essa possa risultare convincente e appassionante anche a persone che condividono altri orizzonti culturali e valoriali. La guerra non conosce bandiere di parte: quando arriva, devasta tutti e tutte (tranne qualche piccolissima élite che ci specula finanziariamente).

Augusto Cavadi

Qui la versione originaria illustrata:  https://www.adista.it/articolo/75867