domenica 26 ottobre 2014

CI VEDIAMO A PALERMO LUNEDI' 27 OTTOBRE 2014 ALLE ORE 17,00 ?

Lunedì 27 Ottobre 2014
dalle ore 17,00 alle 19,30
presso la
ex Fonderia Oretea
Piazza della Fonderia (alla Cala)

presentazione del numero 145 della rivista  "Mezzocielo"
“MADRI FIGLIE”.


Ne parleranno:
Alessandra Puglisi (Giudice Minorile)
Augusto Cavadi (Docente, Giornalista)
.

Per conoscere la rivista "Mezzocielo" visitare www.mezzocielo.it

IL SINODO DEI PARADOSSI SI E' CONCLUSO (1 a 1 e palla a centro)


“Adista” 
1.11.2014

IL SINODO DEI PARADOSSI E DEI…PARAVENTI

     Il Sinodo dei paradossi si è dunque concluso. A inanellarli tutti ci vorrebbe un volume: mi limito ad alcuni più eclatanti. In un’assemblea di cattolici che devono riflettere sulla famiglia e sulla sessualità la stragrande maggioranza dei convocati (quasi tutti maschi) non ha famiglia e ha rinunziato all’esercizio ‘normale’, legittimo, della sessualità con il voto di castità celibataria. Si è mai visto un congresso destinato a fare il punto sull’uso sociale del vino  in cui i degustatori di professione sono in minoranza e la stragrande maggioranza si dichiara astemia? Dentro questo paradosso per così dire generico e costante nell’organizzazione della Chiesa cattolica se ne è registrato uno più specifico e originale: il papa (custode ultimo dell’ortodossia secondo il ministero pietrino) vuole mettersi in ascolto del “popolo di Dio”, mentre una fetta consistente degli immediati collaboratori del papa (cardinali, arcivescovi, vescovi) vuole difendere l’ortodossia dalle derive del “popolo” e dall’eccessivo lassismo del papa. Insomma, ancora un inedito: il generale di corpo d’armata sempre più in accordo con le truppe, colonnelli e maggiori sempre più in disaccordo con le truppe e con il generale. (E’ all’interno di questo paradosso che l’attuale vescovo di Roma è difeso da quei ‘laici’ che hanno sempre attaccato i papi e attaccato da quei ‘chierici’ che hanno sempre difeso il papa).
     Questa sequenza di paradossi ruota e si basa, probabilmente, sul paradosso cruciale della Chiesa cattolica: promuovere il vangelo dell’universale figliolanza divina, della fratellanza, della pari dignità di ogni uomo e di ogni donna mediante una struttura verticistica, gerarchica, asimmetrica. Così che nel XXI secolo un papa che voglia meno obbedienza servile  da parte di chierici e fedeli-laici o non viene ascoltato o…lo deve chiedere per obbedienza!
      Rileggere la Leggenda del grande inquisitore di Dostojevskij aiuterebbe a decifrare il momento ecclesiale molto più in profondità di tante analisi più o meno sociologiche: nella Chiesa cattolica, ma in generale nell’umanità, c’è spazio per la libertà di coscienza o – tutto sommato – la maggioranza del gregge preferisce restare tale per non condividere la faticosa ricerca della strada da parte dei pastori? E i pastori vogliono mantenere salda la guida del gregge solo per volontà di dominio (più o meno inconscio) o, in non pochi casi, sono sinceramente convinti che il miglior servizio verso i fedeli è evitare di farli pensare con la propria testa proteggendoli da dubbi inquietanti?
      Due osservazioni per chiudere. I giornali dicono che questo Sinodo ha spaccato la Chiesa cattolica. Falso: ha manifestato apertamente una spaccatura vecchia, forse antica quanto la Chiesa stessa. Senza andare troppo indietro, già da decenni il filosofo cattolico Pietro Prini aveva scritto sullo scisma sommerso, invisibile, di molti (vescovi, preti e teologi inclusi) rispetto al magistero ufficiale.
     In questa spaccatura è spontaneo ritrovarsi in sintonia  con i “progressisti” ma, mi sia concesso di aggiungere per amore della sincerità, non senza disagi: tra alcuni ‘progressisti’ dell’ultima ora e i ‘conservatori’ irriducibili la mia stima va a questi ultimi, fedeli alla propria linea anche quando diventa scomodo sostenerla. Che in pochi mesi, fiutato il vento, molti vescovi e parroci che da decenni hanno bollato i ‘riformisti’ di eresia si scoprano aperti e sensibili, mi provoca disgusto: questi carrieristi conformisti sono troppo abili nel saltare sul carro dei potenti di turno per  poter meritare la nostra fiducia di compagni di strada. 

  Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 24 ottobre 2014

LE LIRICHE DELICATE DI NINO CANGEMI


“Centonove” 24. 10. 2014

IL BACIO DELLE FORMICHE


     Chi non ha una raccolta di proprie poesie nel cassetto, alzi la mano ! Una volta vederle pubblicate era un sogno di difficile realizzazione; oggi  - grazie agli sviluppi tecnologici – per fortuna non più. Il sogno si è però spostato un po’ più in là: una volta editi, qualcuno leggerà i nostri componimenti lirici? E’ qui il vero,decisivo, discrimine: da una parte le raccolte che, appena compulsate, si mettono via in attesa di tempi così noiosi da convincerci a leggere di tutto; dall’altra le raccolte che, appena sfogliate, ti afferrano. Il bacio delle formiche (raffinata edizione di LietoColle, Faloppio 2014, pp. 64), di Antonino Cangemi, appartiene alla esigua schiera del secondo genere.
      Ti afferrano, perché ? Ogni composizione ha un proprio fascino. Alcune per l’ironia, altre per la tenerezza, altre ancora per la passione etica e per la densità filosofica. Tutte, comunque, per una delicatezza di tratti che lascia indovinare facilmente la discrezione caratteriale dell’autore.
      L’ironia: “Scrivere vorrei una poesia/ lunga mezza sillaba / da offrire / al mio mezzo lettore” (Desiderio del poeta).
      La tenerezza: “Il barbone che recita Lucrezio/ quando è sazio di cibi raccattati/ e che urla se avvinazzato al cielo/ bestemmie di religiosa angoscia / ora dorme tra la folla che s’affretta/ - occhi che non vedono altri occhi - / per le compere prima della festa;/ il pomeriggio dorato e quel frastuono/ chiudono docili le palpebre:/ supino giace dimenticato – / a tutto e a tutti indifferente,/ da tutto e da tutti differente” (Indifferenza)
      Il pathos etico: “Le lucciole non c’erano la sera/ che ragazzi di vita la tua vita/ strapparono corsari, come in fondo/ paventavano gli Scritti corsari: / il consumismo dona a tutti uguale / cattiveria : /non v’era più ragione di fidarsi / del ‘popolo’ che fu la tua bandiera” (Le lucciole non c’erano, dedicata a P.P. Pasolini).
      La densità filosofica: “Le formiche che si intrecciano/ nel laborioso cammino/ e che solcano sulla terra rossa/ labili rughe/ sembrano allegre e ignare/ della minaccia che incombe,/ il nemico che decreta la loro / condanna: / il piede dell’uomo” (Il nemico).
      Come si intravvede da queste rapide esemplificazioni è come se, nonostante la varietà dei temi e dei toni, tutti i componimenti poetici fossero stati scritti all’insegna di un comandamento ellenico: “Mai niente di troppo!”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 21 ottobre 2014

IL GUSTO DELL'ECUMENISMO

"Riforma",10.10.2014
 
Un libro di "viaggio" nell'ecumenismo

    
      Chi conosce il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) conosce Melina e Bruno Di Maio, infaticabili promotori di dialogo interreligioso non solo nella città in cui vivono (Palermo), ma un po’ in tutto il Paese. “Sulla soglia degli ottant’anni”, l’autore (ingegnere e già docente universitario di elettronica) ha deciso di raccontare il “viaggio che la nostra piccola carovana familiare (qualche volta letteralmente in caravan) ha compiuto attraverso il territorio dell’ecumenismo”. Scopo della narrazione: testimoniare che, “al di là degli aspetti teologici e culturali, che non ho titolo per trattare adeguatamente, l’ecumenismo offra sostegno alla ricerca di senso della vita e conforti il cuore dei tanti che cerano sorgenti di fraternità e di pace”.
      La storia ha inizio negli anni Trenta a Verona e, via via, vengono raccontate le tappe di un’esplorazione spirituale ricca di sorprese: il mondo degli ebrei durante le persecuzioni fasciste; degli ortodossi presenti in alcune zone della Sicilia; dei protestanti nel corso dei viaggi estivi in Europa continentale. Infine, agli inizi degli anni Ottanta, l’incontro decisivo con il SAE: “I nomi del card. Martini, del pastore valdese Valdo Vinay ed anche del direttore della rivista ‘Il Tetto’, mio compagno di scuola negli anni ’40, fecero breccia. Andammo alla Mendola, col camper, e rimanemmo conquistati dalla causa ecumenica”.
         Non è certo il caso di riassumere qui le pagine del piccolo ma denso volumetto (B. Di Maio, L’Ecumenismo fa bene al cuore, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2014, pp. 84, euro 7,00). Mi preme molto di più evidenziare il tono quasi sempre felice della narrazione: equidistante sia da facili enfatizzazioni sia dall’acrimonia verso quelle sacche ecclesiali (presenti nel mondo cattolico, ma non solo) la cui impostazione teologica è del tutto impermeabile a ogni contaminazione interconfessionale. Così Bruno Di Maio non ha nessuna difficoltà ad evocare l’epoca in cui “il rapporto con le altre confessioni cristiane, che il Catechismo di Pio X, imparato a memoria, ci insegnava a classificare come eretiche e scismatiche, fosse nutrito di avversione viscerale (peraltro cordialmente ricambiata). Da noi si vietava tassativamente l’ingresso nelle chiese protestanti, considerato peccato non assolvibile dai sacerdoti ordinari ma riservato al Sacro Penitenziere della Cattedrale, e si dffondevano libretti del tipo Perché siamo cattolici e non protestanti, infarciti di apologetica a buon mercato”.
       Da allora, anche per via del Concilio Ecumenico Vaticano II, molti passi avanti giganteschi sono stati compiuti, anche nei confronti del mondo islamico e della variegata famiglia delle filosofie religiose orientali.  Non sono mancati, però, i passi indietro come “la pubblicazione della Dichiarazione Dominus Jesus da parte della Chiesa cattolica, con la negazione del nome di Chiese alle comunità protestanti”.
        Insomma il cammino è aperto, ma non in discesa. Sarebbe augurabile percorrerlo prima che eventi mondiali rendano irrilevante ogni tensione ecumenica perché gli strumenti del dialogo saranno stati definitivamente sostituiti dagli strumenti dell’odio e della sopraffazione.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 19 ottobre 2014

MA I PROFESSORI SONO COMUNQUE DA PROMUOVERE A FINE D'OGNI ANNO ?


“Repubblica – Palermo”
16. 10. 2014

LE PAGELLE PER I PROFESSORI


Con la finezza dello scrittore e l’esperienza dell’uomo di scuola Marcello Benfante ha suggerito (nell’edizione del 14 ottobre) delle opportune considerazioni sulla scuola italiana incentrate sull’idea che la cultura sia, paradossalmente la grande assente della vita scolastica. Un solo passaggio della sua riflessione mi trova in disaccordo (uno solo, ma in disaccordo radicale): “Giudicare oggettivamente un insegnante è pressocché impossibile”. Ciò di cui sono fermamente convinto è che sia così poco “impossibile” che, anzi, è ciò che avviene – con precisione millimetrica – ogni giorno in tutte le scuole. A sostegno della mia tesi potrei formulare una sola domanda: perché quando un genitore vuole iscrivere il figlio e non sa che sezione indicare si rivolge, da tempo immemore, al bidello in portineria? Evidentemente il responso risulta veritiero e il metodo acquista – da una generazione all’altra – affidabilità.
Ma non voglio liquidare la questione con una battuta. Sintetizzando quanto mi è capitato di scrivere nei quarant’anni di insegnamento, ovviamente incontrando la sistematica opposizione di sindacati di categoria (in cui militano di solito docenti poco affezionati alla cattedra e più inclini ad altre non meno nobili attività professionali) e di colleghi in servizio (animati da buonismo cattolico o da egualitarismo maoista), oserei affermare che una pagella per i professori sarebbe non solo possibile, ma anche necessaria e urgente. Stilata da chi? Da una commissione di valutazione composta da un collega eletto dal consiglio di classe, da un esponente del personale amministrativo e ausiliario, da un rappresentante dei genitori e da tre alunni. Anzi, più precisamente: da tre ex-alunni che abbiano lasciato la scuola non meno di un anno prima e non più di tre anni dopo. A caldo, infatti, la loro valutazione potrebbe essere inficiata da entusiasmi, o al contrario da risentimenti, troppo vivi; a freddo, dopo più di tre anni, la memoria potrebbe sfocarsi e deformare i ricordi in meglio o in peggio.
    L’esperienza, anche recentissima, mi stupisce: a diciotto o a dicennove  anni, dopo averne trascorso tre o cinque in una classe, l’alunno sa dipingere pregi, difetti, qualità positive e negative degli insegnanti con un realismo impressionante. In alcune scuole si è pure provato, sperimentalmente, a misurare questi giudizi con semplici formulari: il tuo insegnante arrivava di solito in orario? Cercava di impiegare utilmente l’ora a disposizione? Padroneggiava i contenuti della sua disciplina? Spiegava con passione o stancamente? Era capace solo di monologhi, più o meno eruditi, o riusciva a suscitare la partecipazione degli studenti alla discussione?  Valutava con serenità il corso dei colloqui o mostrava preferenze dettate da ragioni extra-didattiche? Quando assegnava esercitazioni scritte le correggeva con cura e in tempi ragionevoli o distrattamente e con molto ritardo? Sapeva gestire le dinamiche psicologiche del gruppo-classe, evitando sia d’imporre un clima di terrore sia di abdicare alla funzione di guida e di coordinatore?
     Questo genere di valutazione atterrisce molti professori: non perché troppo generica, ma perché troppo calzante. Non vedo però alternative all’egualitarismo che appiattisce artisti e artigiani dell’istruzione (e che tiene lontano dalla non-carriera di insegnanti molti validissimi alunni che scelgono di fare altro perché non se la sentono di morire soldati semplici senza nessuna possibilità di diventare neppure caporali): a meno che  non si accettino quei parametri idioti che altri governi hanno già fallimentarmente sperimentato (concorsoni a quiz; premio di produttività a chi sta più ore a scuola a fare il baby-sitter invece di leggere, riflettere e scrivere a casa propria; valutazione di esclusiva pertinenza dei dirigenti scolastici col rischio di incentivare la piaggeria e di scoraggiare l’indipendenza di giudizio e così via). Ovviamente tutto questo – e il molto altro ancora che si potrebbe aggiungere – presupporrebbe una rivoluzione culturale: in cattedra si deve salire solo per meriti accertati (anche a ventidue anni), non per anzianità di servizio come supplenti (anche a cinquantasei anni). Nessuno bypassa il filtro selettivo per diventare magistrato o pilota d’aereo grazie a sanatorie: perché la scuola dovrebbe continuare ad essere l’amnmortizzatore sociale per quanti, incapaci di ottenere un ruolo gratificante nel pubblico o nel privato, accettano il patto umiliante con lo Stato di essere assunti senza concorso, pagati per un decimo della retribuzione di un usciere alla Regione, in cambio di restare immuni da ogni forma di valutazione professionale?  Chi sceglie l’insegnamento per autentica vocazione interiore deve rinunziare, a meno che non scelga apertamente e legalmente il part-time , a ogni altra forma stabile di attività remunerata (studi professionali, palestre, lezioni private…); ma in compenso deve essere messo nelle condizioni economiche adeguate alle esigenze di auto-aggiornamento permanente, senza dover lesinare la visione di un film o l’acquisto di un libro.
Augusto Cavadi