giovedì 11 febbraio 2016

ANCHE GENITORI OMOSESSUALI POSSONO ADOTTARE I FIGLI DI UNO DEI DUE ?

Segnalo perché, al di là di singoli contenuti, condivido il tono della riflessione del mio amico Luciano Sesta.

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A PROPOSITO DI ADOZIONI OMOPARENTALI

In alcuni nostri precedenti interventi su “Tuttavia”, abbiamo avuto modo di denunciare i toni aspramente polemici e il dibattito impedito che, in Italia, si sta svolgendo sul ddl Cirinnà. Il testo che qui pubblichiamo si pone, con tono più ragionato, sul binario di questo dibattito. Al documento, che ci è stato segnalato da Augusto Cavadi e che è stato condiviso da Girolamo Lo Verso, Vittorio Lingiardi, Massimo Ammaniti, Paolo Valerio e Sergio Salvatore, facciamo seguire alcune osservazioni.

  “I firmatari sono professori ordinari senior dell’area della psicologia clinica e dinamica, con competenze professionali in ambito psicoterapeutico e/o psicoanalitico e/o psichiatrico. Da molti anni, inoltre, approfondiscono temi che collegano le problematiche psichiche con quelle sociali.
In merito alla questione delle adozioni da parte di genitori dello stesso sesso confermiamo quanto già sottolineato dal collega Ammaniti in un’intervista pubblicata su “La Repubblica” del 4 febbraio. Esiste, a livello internazionale, un’ampia quantità di ricerche che documenta come non siano rilevabili differenze nello sviluppo psicologico e relazionale di bimbi cresciuti in famiglie con genitori etero o omosessuali. La salute psichica del bambino dipende da amore intelligente, cura, educazione e capacità di svolgere quelle funzioni tradizionalmente definite “materne” e “paterne”. Del resto, sempre più spesso la ricerca parla dei genitori come “caregivers”, cioè figure in grado di rispondere ai bisogni del/la bambino/a e di fornire le cure adeguate. Così come da decenni l’O.M.S. ha dichiarato che l’omosessualità non è una malattia. Mentre, aggiungeremmo, l’omofobia è un bel problema psicologico. Oltretutto, spesso, violento e distruttivo (gli omosessuali sono il massimo negativo per le mafie ed erano nei lager). La conoscenza scientifica è necessaria prima di lanciarsi in affermazioni sull’argomento. Per entrare nel merito del dibattito in corso aggiungiamo che qualunque provvedimento faciliti la vita di qualcuno e non danneggi la vita di altri è utile e sano. Con ciò non intendiamo contrapporci, ma aprire un dialogo con quella parte del mondo cattolico che ancora crede che esista un unico tipo di famiglia e vede con preoccupazione il riconoscimento giuridico di famiglie con genitori dello stesso sesso. Apprezziamo d’altro canto l’evoluzione di quella parte del mondo cattolico che inizia a parlare di famiglia antropologica e non più naturale”. 

Gli estensori, come si può notare, dichiarano, apprezzabilmente, di voler aprire un dialogo con quella parte della società civile che “vede con preoccupazione” le rivendicazioni delle coppie omosessuali in materia di adozione. Nel documento non si fa riferimento né al cosiddetto “stepchild adoption” – che prevede l’adozione, da parte di uno dei due partner, del figlio naturale dell’altro – né alla pratica dell’“utero in affitto”, che, come si è recentemente sottolineato anche al Family Day, sarebbe favorita sottobanco dallo stesso ddl Cirinnà, che pure formalmente la esclude. Ciò che nel documento si difende, più in generale, è la plausibilità dell’adozione da parte delle coppie omosessuali. Gli argomenti utilizzati, a tal proposito, si riferiscono a ricerche scientifiche che, “a livello internazionale”, dimostrerebbero che non vi è alcuna sostanziale differenza, in termini di equilibrio psicologico e armonia della crescita, fra bambini accuditi da coppie eterosessuali e bambini cresciuti da coppie omosessuali.

   Già questa affermazione, però, suscita alcune perplessità. Sempre a “livello internazionale”, infatti, come può scoprire chiunque digiti le parole chiave su un qualunque motore di ricerca, esistono ricerche scientifiche di segno opposto, in cui si mostrano i problemi che affliggono i bambini cresciuti con coppie omosessuali. Senza considerare che il campione di coppie omogenitoriali sottoposte a studio è, in misura notevole, quantitativamente più ristretto e storicamente più recente di quello ricavato da coppie eterosessuali “tradizionali”. Questa sproporzione condiziona il senso del confronto statistico, da cui emergerà, per esempio, che l’incidenza di problemi psicologici in bambini cresciuti in famiglie tradizionali è superiore a quello di bambini cresciuti in famiglie omosessuali, senza che tuttavia esistano criteri che consentano di stabilire che i problemi dei primi sono dovuti all’eterosessualità dei genitori, mentre la riuscita dei secondi alla loro omosessualità. Affinché, in caso di dubbio, tali ricerche possano suffragare la plausibilità di una legge che autorizza una determinata pratica che coinvolge il diritto dei minori, bisognerebbe perciò mostrare che l’eventuale “riuscita” di un bambino adottato da una coppia gay sia tale non nonostante o a prescindere dall’omosessualità dei suoi genitori, ma proprio grazie ad essa.

Ora, una ricerca scientifica è affidabile quando produce risultati che non sono influenzati, sin dall’inizio, dal desiderio di giustificare una certa pratica piuttosto che un’altra. Siamo sicuri che le ricerche sull’equivalenza fra coppie gay ed eterosessuali in tema di adozione godano di questa libertà? La trionfalistica evidenza scientifica di questa presunta equivalenza fa nascere più di un sospetto al riguardo, come se i casi riportati fossero accuratamente selezionati sulla base della loro idoneità a confermare, piuttosto che a smentire, l’ipotesi di partenza. Se così non fosse verrebbero citati anche alcuni casi negativi, benché minoritari. E invece questi non vengono quasi mai menzionati, come ci si aspetterebbe in qualunque ricerca statistica che riguarda scienze umane come la psicologia, la sociologia e la psicanalisi. Va detto, inoltre, che queste ricerche, a livello internazionale, esistono da quando esiste il problema politico di legittimare le adozioni gay, aumentando il sospetto che siano condotte non con atteggiamento di disinteressata apertura scientifica a qualunque esito dell’indagine, ma con il preciso scopo di confermare la posizione politica in nome della quale sono state avviate e, forse, persino finanziate. È vero che a ciò si potrebbe replicare facendo notare che se non vi fosse una cultura contraria all’adozione gay, non vi sarebbero nemmeno studi scientifici finalizzati a dimostrarne l’equivalenza con l’adozione tradizionale. Ma così si finisce per rassegnarsi a un uso politico della scienza, che perde in tal modo quella stessa autorevolezza che avrebbe dovuto legittimarne la capacità di orientare le decisioni del legislatore in un senso piuttosto che in un altro.  

Quanto detto non implica privare di valore scientifico le statistiche menzionate nel documento, i cui autori, peraltro, sono personalità autorevoli del mondo scientifico. Di tali statistiche, piuttosto, si tratta di ridimensionare la pretesa di rappresentare un argomento decisivo per risolvere il problema delle adozioni gay. Sarebbe ingenuo pensare che in qualche dato scientifico si trovi la risposta agli interrogativi che agitano in questi giorni le coscienze. L’impressione, infatti, è che in questo dibattito le ricerche scientifiche siano piegate da una parte e dall’altra. Così, a invocare fiduciosamente la scienza per dotare di autorevolezza la propria posizione sono sia i promotori del diritto all’adozione gay, sia i loro più accesi avversari, che insistono piuttosto su un’ormai lunga tradizione, anche psicanalitica, in cui si enfatizza l’importanza di avere figure genitoriali di sesso diverso. A questo proposito, i sostenitori della famiglia “naturale” o “tradizionale”, e troppo spesso in questi giorni, cadono nel medesimo errore di selezionare ad hoc i casi oggetto di studio, concentrandosi solo sugli episodi negativi taciuti dai loro avversari, quasi che crescere con due genitori dello stesso sesso sia la peggiore sciagura, oltre che una condanna a un’infelicità certa e permanente. Nella loro accesa battaglia, entrambi gli schieramenti finiscono così per condividere la medesima (e ingenua) convinzione che la scienza sia neutrale e disinteressata, e che dunque occorra rivolgersi ad essa per sapere come le cose stanno “oggettivamente”, al di là delle opinioni personali di chi discute su problemi moralmente controversi come quelli delle adozioni gay.

In realtà la scienza è una conoscenza indispensabile ma condizionata da interessi e da obiettivi pratici. Ed è su questi interessi e su questi obiettivi che occorre discutere liberamente, senza che nessuna voce venga messa a tacere come “non scientifica”, come quando si dice, per esempio, che una posizione non disposta ad assecondare una richiesta delle comunità LGBT è “omofoba”, ossia frutto di una paura irrazionale e non di una posizione etica che ha diritto di cittadinanza in uno stato laico e pluralistico. Gli estensori del documento ricordano, giustamente, che ormai da tanti anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) non considera più l’omosessualità come una “malattia”. Poi però essi, confidando di nuovo un po’ troppo sul potere di arbitraggio della scienza, aggiungono che è l’“omofobia”, piuttosto, a essere «un bel problema psicologico». È ormai evidente che l’“omofobia”, attribuita a un interlocutore o a un pensiero, non indica più una posizione discutibile e sbagliata, ma una diagnosi clinica. In questo modo, però, la parola “omofobo” si carica di quegli stessi difetti che possedeva la parola “malato” attribuita a omosessuale. Se in passato a doversi curare era l’omosessuale, ora sono i critici del ddl Cirinnà. Chi continua a reagire all’accusa di omofobia considerando “malati” gli omosessuali non fa altro che alimentare questa continua fuga dal merito dei problemi. In entrambi i casi, servendosi surrettiziamente dell’autorevolezza della scienza, si medicalizza la posizione dell’interlocutore, squalificandola in partenza e così risparmiandosi la fatica di un confronto critico. Insomma, se è vero, come si afferma nel documento, che «La conoscenza scientifica è necessaria prima di lanciarsi in affermazioni sull’argomento», è anche vero che tale conoscenza non è sufficiente, e sarebbe bene evitare di assolutizzarla a scopi retorici per screditare posizioni che si ritengono politicamene scomode.  

Diagnosi cliniche e statistiche sono importanti per conoscere meglio il fenomeno, ma servono poco quando si tratta di legiferare, e dunque di fare appello anche a principi e valori, non solo a fatti descrivibili scientificamente. E qui gli estensori del documento esprimono una loro posizione: «La salute psichica del bambino dipende da amore intelligente, cura, educazione e capacità di svolgere quelle funzioni tradizionalmente definite “materne” e “paterne”». Si tratta di un passaggio condivisibile. Meno condivisibile, ci sembra, è la disinvoltura con cui lo si invoca per giustificare la pari idoneità fra coppie gay e coppie eterosessuali in tema di adozione. Si dice spesso, infatti, che poiché ci sono già tanti bambini che vivono con figure parentali dello stesso sesso, non si vede perché la legge non dovrebbe consentire le adozioni gay. La risposta, in realtà, è semplice. Una legge regolamenta un fenomeno non solo per legittimarlo e favorirlo così com’è, ma anche per orientarlo verso ciò che si ritiene migliore per chi ne è coinvolto. E se è vero che le “funzioni” materna e paterna possono essere svolte, a beneficio dei bambini, anche da due uomini e da due donne, è anche vero che è preferibile, potendo decidere sin dall’inizio, che esse siano incarnate da un uomo e da una donna. In caso contrario sarebbe come se dicessimo che, per alcuni bambini, è per legge, e non semplicemente per caso, che debbano avere una madre e una zia piuttosto che una madre e un padre. Questo sì, sarebbe discriminare ingiustamente i bambini. Il paragone con le situazioni di fatto da cui la legge dovrebbe trarre ispirazione mostra qui tutti i suoi limiti: il legislatore non può impedire che un bambino sia privato di una o di entrambe le figure genitoriali (come nei casi di morte, abbandono o separazione), ma può evitare di elevare a norma questa privazione. E ciò, va ribadito, non significa affatto che un bambino non possa crescere meglio in una famiglia omoparentale piuttosto che in una famiglia “naturale” e “tradizionale”. Questo, in realtà, non può saperlo nessuno. Ma poiché qui si tratta non di casi singoli di cui il legislatore sarebbe chiamato a profetizzare il futuro, ma di una norma che deve valere in generale per tutti i possibili bambini che potrebbero essere adottati, la legge è chiamata a stabilire qual è, sin dall’inizio, la condizione oggettivamente preferibile per i bambini, anche se poi, di fatto, potrebbe risultare soggettivamente non ottimale.


Un’ultima obiezione potrebbe essere la seguente: ma nel caso in cui i bambini abbiano come unica alternativa un orfanotrofio o un solo genitore, non sarebbe meglio lasciarli adottare da una coppia gay o dal compagno omosessuale del genitore, come prevede la stepchild adoption? La risposta è: non lo sappiamo, forse sì, forse no. Nel dubbio, pertanto, sarebbe bene evitare crociate e attenersi a un laico rispetto di entrambe le posizioni in campo. Senza gridare a un’apocalisse imminente nel caso in cui la legge consentisse le adozioni gay, né a un’epidemia di omofobia nel caso in cui le vietasse.  
Luciano Sesta
http://www.tuttavia.eu/1072-a-proposito-di-adozioni-omoparentali-osservazioni-su-un-recente-documento.html

lunedì 8 febbraio 2016

UN DIALOGO FRA AUGUSTO CAVADI E ALBERTO G.BIUSO SU VITA E PENSIERO

L'editore del mio "Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antica spiritualità" (Diogenemultimedia, Bologna 2015) ha chiesto ad Aberto G. Biuso e a me di riprendere in maniera più organica lo scambio di osservazioni che avevo già ospitato su questo blog a proposito della rilevanza - o meno - della vita di un pensatore rispetto alle sue opere. Se qualcuno fosse interessato all'argomento può visitare il sito dell'editore alla pagina: 

sabato 6 febbraio 2016

III FESTIVAL: UNA FILOSOFIA D'A-MARE A CASTELLAMMARE DEL GOLFO (TRAPANI)


L’associazione di volontariato culturale
“Scuola di formazione etico-politica G. Falcone”
di Palermo
in cooperazione con il gruppo editoriale “Di Girolamo”
di Trapani
e con “La fattoria sociale” di Castellammare del Golfo
organizza la
TERZA EDIZIONE DI  “UNA FILOSOFIA D’A – MARE”
Castellammare del Golfo (Trapani)     2016
La filosofia-in-pratica d’a-MARE
(venerdì 29 – sabato 30  aprile – domenica 1 maggio – lunedì 2)
Venerdì 29 aprile
ore 15 – 16: accoglienza nell’ Hotel  “Punta Nord-Est”
ore 17 – 18: passeggiata filosofica con Augusto Cavadi
Dalle 18 in poi: tempo libero per esplorare la città e cenare
Sabato 30 aprile
ore 8 – 9,30:      colazione coi filosofi nell’Hotel “Punta Nord-Est”
ore 9,30 – 12:   laboratori di “con-filosofia”
a)    Chiara Zanella e Serge Latouche : “Cos’è  vita spirituale per un laico?”
b)     Marta Mancini e Diego Fusaro: “Il lavoro è necessario alla vita: è anche sufficiente?”
c)     Augusto Cavadi e Orlando Franceschelli: “La sofferenza ha un senso?”
Dalle 12 alle 17: tempo libero anche per il pranzo
 ore 17 – 19,30: Al Castello: “Che significa, oggi, essere ‘a sinistra’ ?” Dibattito fra Diego Fusaro e Orlando Franceschelli. Introduce e modera Augusto Cavadi
Domenica 1 maggio
ore 9,30 : Trasferimento dall’Hotel “Punta Nord-Est” all’ingresso del Parco naturale dello Zingaro (Scopello)
ore 1O – 17: Passeggiata ecologica libera (con pranzo a sacco autogestito e possibilità di fare il bagno in una delle meravigliose calette)
ore 17 -  18 : trasferimento dal Parco naturale dello Zingaro (San Vito Lo Capo) a Castellammare del Golfo
ore 19 - 21: Castello di Castellammare –Incontro dibattito con
                        Serge Latouche sul tema: “Immigrazione: che fare ?” .
 Introduce Chiara Zanella e modera Marta Mancini.
Lunedì 2 maggio:
ore 8 – 9,30: colazione coi filosofi  nell’Hotel “Punta Nord-Est”
ore 9,30 – 12: laboratori di “con-filosofia”
a) Chiara Zanella e Serge Latouche: “La felicità è solo un sogno irrealizzabile?”
b)    Marta Mancini e Diego Fusaro: “Maschio o femmina: tertium non datur ?”
c)    Augusto Cavadi e Orlando Franceschelli: “La politica dei politici delude. E allora?”

NOTE TECNICHE

* La partecipazione a tutte le iniziative è libera, ma previa iscrizione (gratuita) alla e-mail eziogalante@hotmail.it    o  al cellulare 328.3369985  
* Chi avesse bisogno di un mezzo per trasferirsi verso/da Parco naturale dello Zingaro domenica 1 maggio è pregato di farlo presente al momento dell'iscrizione
* Chi desidera prenotare pernottamento-colazione e/o pranzo e/o cena presso la struttura convenzionata deve prendere contatti direttamente con l’Hotel “Punta Nord-Est” (www.puntanordest.com) o per telefono (0924/30511)  o per e-mail (info@puntanordest.com).
La convenzione con questo Hotel prevede:
Camera e colazione (in camera doppia, a persona): Euro 34,00
Supplemento singola: Euro 16,00

Supplemento pasto: Euro 18,00 bevande escluse presso ristorante convenzionato
Tassa di soggiorno:  Euro 0,75 a notte,  a persona. Sono esenti i bambini fino a 12 anni.
Servizi offerti: bar, internet point gratuito, wi-fi gratuito, parcheggio libero antistante l'hotel, garage a pagamento, noleggio bici, pool bar, piscina, accesso diretto al mare.


mercoledì 3 febbraio 2016

LA FEDE NON E' FIDEISMO, LA SPERANZA NON E' SPERANZISMO


“Madrugada”, dicembre 2015

SPERANZISMO VERSUS SPERANZA LAICA


    Spero di non morire giovane, ma neppure tanto vecchio e decerebrato  da non essere più padrone del mio corpo; spero di essere accompagnato, sino al momento di spirare, dalla comprensione affettuosa di una compagna; spero di non dover mai sperimentare in prima persona l’assurdità della guerra, ma neppure di finire i miei giorni in condizioni di passiva schiavitù; spero di poter  assistere, prima di lasciare questo strano mondo, alla scomparsa – o quasi – di carestie ed epidemie dalla faccia della terra…La lista delle cose sperate è virtualmente indefinita, eppure comprende un pugno di desideri comuni alla maggior parte – se non proprio alla totalità – dei mortali.
    Un motto avverte, cinicamente, che “chi di speranza vive, disperato muore”: solo un’esplosione irragionevole di pessimismo? Ritengo di no. Ci sono molti modi di “sperare” che ci introducono, sia pur cortesemente, nelle braccia della disperazione. Tra queste modalità autolesionistiche della speranza evidenzierei, se mi è concesso  brevettare un neologismo, lo speranzismo: l’assolutizzazione, decontestualizzante, della speranza. Lo speranzismo sta alla speranza come il fideismo sta alla fede. Proprio come il fideismo, è cieco; non si chiede, preliminarmente, in che direzione e su quali indizi orientare il proprio slancio; non si interroga sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio atteggiamento. Rischia, a ogni passo, di scambiare l’originale con le copie contraffatte. E, proprio perché si nutre di illusioni, si condanna alla delusione.
     Come funzionerebbe, invece, una speranza autentica, adulta, consapevole? Sarebbe molto attenta a smascherare gli spacciatori di false speranze (i quali, spesso, sono riconoscibili perché vivono esattamente come se non sperassero in ciò che suggeriscono o predicano agli altri). Inoltre accetterebbe volentieri il supporto del buon senso, dell’esperienza, della competenza scientifica, della rettitudine etica, senza la pretesa di bastare a sé stessa. Dunque suggerirebbe a chi non vuol morire giovane di curare un po’ la salute psico-fisica; a chi non vuol morire solo, di curare un po’ le relazioni affettive e amicali; di chi non vuol più assistere a guerre né vedere morire gente di fame e di malattie, di impegnarsi un po’ in politica. Una simile forma laica di speranza non esclude nessun’altra modalità ulteriore, teologico-confessionale; anzi, è la sola che può offrirle un fertile terreno dove fiorire.
     Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

lunedì 1 febbraio 2016

NIENTE


25.1.2016

    NIENTE SECONDO JANNE TELLER

Sono stato costretto ad andare molto lontano nel tempo con la memoria, sino agli anni giovanili in cui lessi La nausea di J. P. Sartre, per trovare un antecedente del romanzo filosofico Niente di Janne Teller (Feltrinelli, Milano 2014). Come il testo francese, anche questo danese è per stomaci forti. La vicenda di un gruppo di adolescenti che si sfidano alla ricerca di qualcosa che abbia un “significato”, precipitando in un vortice parossistico dall’esito tragico, è raccontata con distacco emotivo quasi chirurgico: se lo scopo è di immergere il lettore in un bagno di amarezza e di sconforto, l’autrice lo raggiunge perfettamente.
    Molto probabilmente, però, la Teller mira anche a far pensare: e questo secondo obiettivo dipende dalla disponibilità interiore di chi regge, sino all’ultima pagina, la spietata durezza del racconto. Di certo gli spunti non mancano. Innanzitutto per comprendere, un po’ oltre la superficie della quotidianità statistica, il malessere della nostra generazione e, all’interno di essa, delle fasce giovanili in particolare: “Primavera, estate, autunno, inverno, gioia, dolore, amore, odio, nascita, vita, morte. Tutto la stessa cosa. Lo stesso. Uno. Niente. Non ero la sola a rendermene conto. Dopo quella rivelazione fu come se il diavolo s’impadronisse di tutti noi” (p. 108). E’ il demone del nichilismo, dell’invadente convinzione che non esista qualcosa per cui “valga la pena” soffrire, lottare, morire o più radicalmente vivere.
  Mi pare che l’autrice non si fermi all’analisi della situazione ma, sia pur in controluce e per accenni, indichi (forse addirittura inconsapevolmente ?) delle vie d’uscita. In una sorta di semantica negativa ella, infatti, lascia intravedere il senso del senso illustrando cosa esso non sia. Prima di tutto, non è qualcosa di parziale, provvisorio, locale: “Pierre Anthon forse aveva afferrato qualcosa: che il significato era relativo e perciò privo di significato” (pp. 98 – 99). Formule ripetute dappertutto del genere “Dare un significato alla vita” sono poco più che pie illusioni: la vita, la storia, il cosmo o hanno in sé un significato assoluto o nessuna proiezione antropologica può conferirlo. Il senso non si crea: se c’è si scopre, se non si scopre e lo si inventa non è davvero un senso. Inoltre, e conseguentemente, il significato non coincide con il patrimonio culturale di una civiltà né dell’intera umanità. L’istruzione, la memoria storica, la formazione letteraria e artistica sono vie, non méte: la luce del senso non si identifica con nessuna opera umana; non può essere né insegnata né appresa; può solo essere colta da un’intuizione, soffertamente personale, che scocchi come una scintilla a contatto con testi, statue, quadri, architetture, sinfonie musicali… I sistemi scolastici e universitari spacciano troppo spesso i mezzi per il fine, l’erudizione per sapienza. Prima di impazzire, Sofie lo rinfaccia al preside della scuola: “Il significato. Voi non ce ne avete insegnato nessuno. Perciò ce lo siamo trovato da soli” (p. 86). Proprio perché non è producibile da nessun essere umano, né individualmente né collettivamente, il significato non è neppure commerciabile. Una società dove il valore intrinseco di ogni cosa, e di ogni persona, è misurato da quanto si è disposti a pagare per comprarlo è una società che si auto-condanna a navigare nel mare dell’irrilevanza: “Non è il loro significato, è il nostro! <….> Non si può vendere il significato” (p. 107). Il capitalismo, come ogni sistema economico, ha pregi e difetti; ma come modo di interpretare la vita ha solo difetti, è in grado di sradicare ogni riferimento significativo. (Resta da determinare se, e in quale misura, un sistema economico possa essere svincolato da una visione della vita che in parte l’ha  condizionato e in parte ne è stata condizionata).  
    Il racconto si chiude con un funerale. Il defunto, nonostante la versione della polizia, è un martire in almeno due sensi: testimone e profeta del nichilismo, ma anche vittima innocente della furia omicida di chi ha terrore del nulla. Egli non sarebbe morto se, per un senso di solidarietà, non avesse abbandonato la posizione del teorico del nichilismo e non avesse provato a sedare l’odio dei fanatici anti-nichilisti. Così qualcosa del senso (assoluto) “splende” come la bara “bianca, lucida e non screpolata” proprio nel momento più basso, e più buio, della storia: “la musica s’insinuava in noi e cresceva e cercava una via d’uscita e non la trovava. Ed era vero sia che credessimo in quel Dio per il quale cantavamo, o in un altro, o in nessuno”. (p. 117).
    Questa conclusione mi suggerisce, non so quanto legittimamente, tre considerazioni. La prima è che l’umanità è capace di uccidere pur di trovare  - o di illudersi di trovare – un senso alla propria esistenza (“io so che con il significato non si scherza”, p. 119): ma questa stessa sete di senso non è rivelativa? Non ha forse già un significato la disperata ricerca di significato? Se l’universo fosse intrinsecamente assurdo perché mai noi, frutto e fiore di tale universo, non dovremmo  convivere quietamente immersi in tale assurdità? Questa inquietudine, questa incapacità di arrendersi all’assenza di senso, questa “strana sensazione nella pancia” “deve avere un significato” (p. 119). Una seconda considerazione: il significato profondo dell’Intero trascende comunque le possibilità di ‘com-prensione’ intellettuale. La ragione è tanto necessaria quanto insufficiente: “Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato” (p. 117). Una terza e ultima considerazione: dove non arriva la ragione, può arrivare l’amore. Sul piano dialettico ci possono essere argomenti a favore e contro il nichilismo, ma sul piano etico la ‘com-passione’ per gli schiavi prigionieri nella caverna dell’odio insensato è qualcosa di preferibile all’indifferenza solipsistica. E simile ‘com-passione’ ha un ‘significato’ e un ‘valore’ che la morte (incontrata nell’ esercizio della solidarietà), lungi dal negare, finisce con l’esaltare. Forse ciò che accade in natura è metafora del destino umano: “E’ il marciume che puzza, ma quando qualcosa marcisce vuol dire che comincia a diventare qualcosa di nuovo. E il nuovo che si crea, dà un buon odore” (p. 79).

                                                                                                Augusto Cavadi
                                                                                     www.augustocavadi.com