mercoledì 20 agosto 2014

CI VEDIAMO A SALTINO (21 - 27 AGOSTO 2014) E AD AMANDOLA (29 - 31 AGOSTO) ?

Care e cari, da giovedì 21 agosto alla mattina di mercoledì 27 agosto sarò, con altri amici, a Saltino (vicino Vallombrosa, provincia di Arezzo) per la "Settimana di vacanze filosofiche per non...filosofi" (per dettagli: www.vacanzefilosofiche.altervista.org)
La sera di mercoledì 27 agosto terrò a Porto S. Elpidio, ospite del Comune, una passeggiata filosofica con aperitivo alle ore 19,00.
Giovedì 28 di sera sarò a Fermo per l'apertura ufficiale della terza edizione della "Filofest: la festa della filosofia di strada" che si terrà dal giorno dopo (venerdì 29)  al pranzo di domenica 31 ad Amandola, sui Monti Sibillini (per dettagli: www.wegaformazione.com).
Chiunque potrà/vorrà partecipare a qualcuno di questi appuntamenti in Toscana o nelle Marche sarà il benvenuto.

domenica 17 agosto 2014

CI VEDIAMO A ERICE (LUNEDI' 18 AGOSTO) E/O A TRAPANI (MARTEDI' 19 AGOSTO) ?

Care e cari,
   lunedì 18 e martedì 19 giocheremo, con don Cosimo Scordato, una scommessa: si può parlare di chiesa e mafia in un caffé all'ora dell'aperitivo fra persone che abitualmente se ne fregano della mafia e soprattutto della chiesa?
   Se puoi/vuoi darci una mano, ti saremmo grati se partecipassi almeno a una delle due occasioni e ci aiutassi a diffondere la notizia fra i tuoi contatti (vedi comunicato stampa QUI DI SEGUITO).
    In ogni caso, ti auguro un sereno proseguimento di ferie agostane,
Augusto

Comunicato stampa

Don Cosimo Scordato, docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della Chiesa San Francesco Saverio a Ballarò (Palermo) presenterà, in dialogo con Augusto Cavadi, opinionista di “Repubblica – Palermo”, il suo ultimo libro Dalla mafia liberaci o Signore (Di Girolamo, Trapani 2014, pp.168, euro 15,00).

La prima presentazione si svolgerà a Erice, Quartiere Spagnolo, alle ore  19 di lunedì 18 agosto 2014.

La seconda presentazioNe si svolgerà a Trapani, Mediterraneo Café, nei pressi della Casina delle Palme (piazza Carlo Alberto Della Chiesa), alle ore 19 di martedì 19 agosto 2014.


mercoledì 13 agosto 2014

UN SINDACO ALLA CONCLUSIONE DEL RAMADAN ISLAMICO


“Repubblica – Palermo”
13.8.2014

SE IL SINDACO PASSA DAL FESTINO DI S. ROSALIA AL RAMADAN


    Leoluca Orlando ha partecipato, in quanto sindaco della città,  alla cerimonia di conclusione del Ramadan islamico a Palermo. La foto che lo ritrae accovacciato a terra, con il taqiyah  sul capo, è girata molto su internet, accompagnata quasi esclusivamente da commenti ironici: e non solo da parte di rozzi xenofobi destrorsi.
    Che la sua sindacatura stia deludendo molte aspettative è un dato; ma se alle critiche puntuali e documentate si sommano, e si mischiano,  i sarcasmi improvvisati si rischia un qualunquismo deleterio che non fa bene al miglioramento della città.  Questi commenti di scherno, ad esempio, sono assolutamente fuori bersaglio e non depongono a favore dell’intelligenza di chi li propala in rete o nelle chiacchiere da spiaggia. Le ragioni dovrebbero essere ovvie.
    Palermo, negli ultimi decenni, è diventata  - o è ritornata – una città multietnica e, conseguentemente, multireligiosa. In varie occasioni il sindaco (come è tradizione nel resto del Paese) è presente in manifestazioni cattoliche, talora – come nel caso del festino di santa Rosalia – in maniera particolarmente eclatante. Personalmente ritengo inopportune queste forme di partecipazione ufficiale: il sindaco di una città pluralista ricopre un ruolo istituzionale laico e, se intende partecipare a una celebrazione confessionale, dovrebbe farlo  a titolo rigorosamente privato e con la massima discrezione possibile. Ci sono ragioni sociologiche che impediscono al primo cittadino questa riservatezza? Se ne può discutere ma, sino a quando egli decide di partecipare a una festa cattolica, un senso elementare di equità impone che partecipi alle principali festività delle altre confessioni religiose.
    Con un sorriso bonario si potrebbe, infatti, osservare che – visti i risultati deludenti della protezione divina invocata con parole cattoliche – appare saggio provarci in traduzione musulmana. Ma, al di là delle battute, è importante che a Palermo chiunque si senta riconosciuto nella propria identità culturale, senza graduatorie gerarchiche: cattolico o protestante, musulmano o induista, agnostico o ateo. Di più: è importante che a Palermo, come nel resto dell’Occidente, l’immigrato si senta portatore di ricchezze spirituali. Il filosofo Ermanno Bencivenga ha scritto di recente: “Un emigrante è costretto a imparare. Il risultato è che gli immigrati nel nostr Paese imparano ma noi di solito non impariamo niente; al massimo andremo a mangiare del cibo tipico in uno dei loro ristoranti. Non è la diversità in quanto tale che conta, ma l’attenzione alla diversità; dunque, per quanta enorme ricchezza attraversi potenzialmente l’Italia per merito di questi flussi migratori, il potenziale va in massima parte sprecato”: Un sindaco che s’accovaccia tra stranieri che non sono più tali perché diventati concittadini, che e ascolta, che prova a lasciarsi sorprendere e a imparare, è un’icona istruttiva. Forse una delle immagini più degne di un periodo non particolarmente felice della nostra tormentata isola.

Augusto Cavadi

domenica 10 agosto 2014

La libertà 'condizionata' secondo Greci e Medievali


“CENTONOVE” 8.8.2014

SIAMO LIBERI DAVVERO ? 
LA TERZA VIA DI RINDONE

Il nostro agire, e la nostra inerzia, sono condizionati da vari fattori: fra questi la nostra idea di uomo. E di libertà. Da ciò che pensiamo dell’essere umano, e delle sue possibilità, dipende ciò che ce ne facciamo della vita. Per questo la ricerca filosofica  - di per sé astratta – può comportare conseguenze estremamente concrete, quotidiane.
  Ma non possiamo interrogarci sull’identità dell’essere umano come se fossimo all’alba della storia: per millenni, prima di noi, altri si sono posti i medesimi interrogativi ed esaminarne le risposte può essere istruttivo. Per noi occidentali, poi, è imprescindibile ripartire, criticamente, dalle due sorgenti principali dell nostra cultura: Atene e Gerusalemme (i cui fiumi si sono incontrati, amalgamandosi più o meno felicemente, nella Roma medievale). E’ il percorso che traccia  - in un volumetto agile, per non specialisti, ma documentato e aggiornato storiograficamente – Elio Rindone nel suo recente L’uomo e il suo destino. Liberi per costruire un mondo più vivibile (www.ilmiolibro, Roma 2014, pp. 246. euro 14,00). 
   Nella prima parte egli racconta la concezione della libertà nella filosofia greca ed ellenistica; nel Primo e nel Secondo Testamento; infine in sant’Agostino e in san Tommaso d’Aquino, rispettivamente punte di diamante della Patristica e della Scolastica medievale. Nella seconda parte, poi, egli esamina le antropologie che si rintracciano nei medesimi tre scenari: quello filosofico classico, quello biblico e quello medievale cattolico. Nell’impossibilità di rievocare la ricchezza delle pagine di Rindone (filosofo e teologo siciliano ormai da decenni trapiantato a Roma) mi limito a notare come dal V secolo a. C. al XVI d. C. si siano delineate le interpretazioni principali sino ad oggi disponibili come paradigmi di riferimento.
    Una prima prospettiva ritiene che l’uomo sia dotato di libertà assoluta, al punto da poter scegliere addirittura se essere un uomo o un angelo o una bestia. Il testo classico che esprime questa visione antropologica è nel De dignitate hominis di Pico della Mirandola (1486): «Non ti abbiamo dato, o Adamo, una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti le prerogative che tu da te stesso avrai scelto. Agli altri esseri una natura definita è contenuta entro le leggi da noi dettate. Tu, non costretto da alcuna limitazione, forgerai la tua natura secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che preferirai».
    Qualche decennio dopo Martin Lutero contrappone, frontalmente, la sua teoria dell’assoluta mancanza di libertà dell’uomo concreto dopo il peccato originale: “ Se infatti noi crediamo che Dio preveda e preordini tutte le cose, non può ingannarsi né essere ostacolato nella sua prescienza e nella sua  predestinazione; dunque, nulla può verificarsi se non secondo il suo volere. La ragione stessa è obbligata ad ammetterlo. Dunque, secondo la stessa testimonianza della ragione, non può esserci libero arbitrio né presso l’uomo, né presso gli angeli, né presso alcuna creatura...” (De servo arbitrio).
   Oltre a queste due concezioni estreme, opposte, Rindone fa vedere come il Medioevo, soprattutto il tardo Medioevo con Tommaso d’Aquino,  usando il setaccio della filosofia greca come griglia interpretativa della Bibbia (dove, in effetti, si può trovare tutto e il contrario di tutto), si è attestato su una terza concezione che si potrebbe definire della libertà condizionata. L’uomo non è libero di scegliersi la sua natura, la sua essenza: non nasce né può farsi angelo o bestia e, in quanto uomo, si ritrova costitutivamente orientato verso la felicità (intesa come fruizione del sommo Bene). Ma se la méta è pre-stabilita, pre- determinata, non così i mezzi per raggiungerla: si squaderna una gamma di sentieri, alcuni più validi ed altri fallimentari. L’avventura umana consiste proprio nel gioco dell’intelligenza e della volontà che, insieme, possono individuare i metodi più opportuni e, soprattutto, non senza un’energia gratuita divina, provare a sperimentarli in pratica. La libertà la si conosce davvero perseguendola: come liberazione dai propri vincoli interiori e come liberazione dell’umanità da ogni forma di schiavitù.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 3 agosto 2014

SERVIZIO MILITARE E DPN (DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA)


“Madrugada” (Rivista trimestrale dell’associaione “Macondo”, edizione cartacea con accesso libero e gratuito sul web alla versione pdf) , a n n o 2 4 · n u m e r o 9 4 · 
g i u g n o  2 0 1 4


ALL’ARMI !

    Possedere armi, o per lo meno averle a disposizione e saperle adoperare, è stato per millenni un privilegio. Quando, dunque, con la rivoluzione francese di fine Settecento e la successiva fase napoleonica di inizio Ottocento, nacquero le “Guardie nazionali” e gli eserciti popolari, l’equazione cittadino = soldato apparve, e fu, un progresso civile. La biografia dello stesso Bonaparte acquistò una valenza simbolica: generali, capi di governo, imperatori si diventa per meriti, non lo si nasce per caso. Gli storici osservano che la diversità di motivazioni fra soldati francesi, che combattevano con convinzione per la liberazione della propria patria, e soldati prussiani e austriaci, che combattevano per soldi agli ordini di sovrani autoreferenziali, contribuì non poco all’esito della guerra. Quando a Valmy l’esercito popolare francese batté gli eserciti mercenari invasori, Goethe osservò – con una punta di esagerazione tipica dei letterati - che da quella data, e da quel luogo,   iniziava una nuova era del mondo. Una conferma del detto giapponese che il cane difficilmente raggiunge la lepre perché il cane corre per il padrone e la lepre per se stessa.
    Proprio la vicenda della  Francia rivoluzionaria, che in pochi anni diventa uno Stato imperialista, ci ammonisce sulla dialettica dell’arruolamento di massa: da diritto diventa dovere, da missione civica massacro insensato. I Malavoglia di Verga non costituisce l’unico documento di come la povera gente considera l’obbligo di prestare servizio militare: una corvée arbitraria che priva le famiglie di braccia, e di menti, giovani e valide, per destinarle ad avventure suicide (come in effetti saranno per l’Italia la prima, e ancor più la seconda,  guerra mondiale).
     Tutta la battaglia per l’obiezione di coscienza rispetto alla coscrizione militare obbligatoria, che ha visto impegnate in Italia figure di altisismo livello di varia estrazione ideale, da Aldo Capitini a don Lorenzo Milani, ha portato  - come è noto – prima al diritto di sostituire il periodo di leva con un servizio civile, poi all’abolizione della leva obbligatoria e alla formazione delle Forze armate esclusivamente su basi volontarie. Un risultato positivo, senz’altro: ma del tutto privo di risvolti problematici?
     Il processo sociale, incrementato anche dal processo tecnologico,  per cui una minoranza di cittadini avrà in mano l’esclusiva dell’uso delle armi, riproduce un pericoloso dualismo pre-moderno: da una parte un’élite  di specialisti della difesa (ma anche dell’offesa) armata, dall’altra la maggioranza della popolazione. Sino a quando i meccanismi democratici, più o meno, funzionano, la situazione può considerarsi accettabile: ma quando, per iniziativa di un uomo forte, si dovessero inceppare? Senza immaginare scenari fantapolitici (per altro abbondantemente realizzati nel XX secolo in Europa: franchismo, salazarismo, guerre balcaniche dopo la morte di  Tito…), già oggi le richieste dei vertici militari al ceto politico lasciano trasparire toni diversi rispetto alle richieste di altri settori della società: se vi chiediamo di investire milioni di euro sugli F 35, sottraendoli alla spesa sociale, vi conviene ascoltarci perché voi non avete le competenze tecniche per capire che cosa è necessario alla vostra stessa sicurezza…
      La problematica appare dunque complessa e meriterebbe un’attenzione riflessiva che non risulta diffusa. Un’ipotesi di lavoro  - teorica ma anche pratica – sarebbe di bilanciare l’esercito dei volontari in armi con un esercito, molto più consistente numericamente, di volontari disarmati. E’ in questa direzione che vanno le esperienxe di Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) di cui parla anche il mio fraterno amico Andrea Cozzo nel suo Conflittualità nonvioenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa (Mimesis, Milano 2004): “Organizzare strutturalmente forme di intervento nonviolento in conflitti sia nazionali che internazionali, tanto in caso di coinvolgimento diretto, come parte in gioco, quanto in casi di coinvolgimento dall’esterno, come terza parte che prende posizione in un conflitto fra altri. In entrambi i casi, esaurite le risorse offerte dalle attività diplomatiche istituzionali, il monopolio della gestione del conflitto smette di essere dello Stato e passa alla società civile, adeguatamente formata ed organizzata” (pp. 266 – 267, ma vedere i dettagli sino a p. 294).
  
Augusto Cavadi
(www.augustocavadi.com)