domenica 21 dicembre 2014

UNA GUIDA INSOLITA DELLA CITTA' DI PALERMO SECONDO MARCELLO BENFANTE


“Repubblica – Palermo”
17.12.14

ARANCINE E BAROCCO: GUIDA ALL’INDECIFRABILE
 
Un’ennesima guida di Palermo, si dirà. Nient’affatto, “Palermo” (Di Girolamo editore, pagine 172, euro 9,90)  di Augusto Cavadi è davvero un’idea diversa di perlustrazione culturale della città.
Lo stesso sottotitolo, “Guida insolita alla scoperta di una città indecifrabile”, da un lato rivendica l’originalità della proposta, non assimilabile ad altre di taglio settoriale, e dall’altro dichiara in anticipo l’inanità della propria impresa.
Il lettore sappia subito che sarà condotto nel groviglio inestricabile di una città gelosa dei propri misteri, che non si lascia scrutare e interpretare con facili paradigmi.
Ma il fruitore è anche avvertito da una nota introduttiva che la guida che si appresta a leggere si confessa incompleta. La città indecifrabile è un percorso infinito e labirintico che ad ogni svolta propone nuovi bivi.
Cavadi indica quindi una metodologia collettiva che coinvolge i lettori in uno scambio di “indicazioni” e “suggerimenti” integrativi. Il che, altra innovazione, fa di questo libro un work in progress interattivo.
Al contrario di tanti baedeker ad uso turistico, la guida eteroclita di Cavadi non esclude dal proprio oggetto il contesto quotidiano e pragmatico, la cosiddetta cultura materiale, a partire dall’argomento imprescindibile del cibo: “chi conosce Palermo sa che è il luogo dell’incontro – e del contrasto – fra poesia e prosa, fra picchi di bellezza e ferite orride”.
Questa condizione contraddittoria e bipolare (tra l’arancina e lo stupor mundi, la stigghiola e Gagini) è analizzata in una sorta di mosaico in cui ciascuna tessera-luogo viene narrata sulla base del suo patrimonio bibliografico, ma anche con una serie di notazioni e informazioni attualissime e utilissime al visitatore: dalle gelaterie alle trattorie, dai mezzi pubblici o privati ai bed and breakfast, dagli itinerari per il viaggiatore che dispone di poco tempo a quelli per chi può permettersi escursioni più ampie, e così via con un’ottica pedagogica e di servizio.
Il puzzle che sortisce da questo accurato esame, se non esaustivo, è senz’altro esauriente. Cavadi aggrega brani di ben 47 scrittori (in senso lato), da Robero Alajmo a Pietro Zullino (autore di una celebre “Guida ai misteri e piaceri di Palermo”).
Tale nutrita schiera presenta i più illustri viaggiatori del Grand Tour (a cominciare ovviamente da Goethe), i geografi arabi, i grandi scrittori siciliani (con in testa Consolo) e non, le leve più recenti, i cultori della nostra memoria. Perfino qualche comico. E se è vero che qualcuno manca all’appello, certamente sarà introdotto in una prossima edizione.
                            Marcello Benfante

venerdì 19 dicembre 2014

DON PINO PUGLISI E IL FIGLIO DI UNO DEI SUOI ASSASSINI


“Monitor” 12.12. 2014

DON PUGLISI E IL FIGLIO DI UNO DEI SUOI ASSASSINI
  Ora che l’eco di una notizia di cronaca si va spegnendo (mi riferisco alla decisione della Curia di Palermo di negare al figlio di uno dei due boss Graviano la cresima in quella stessa cattedrale dove è sepolto don Giuseppe Puglisi, la vittima più illustre del suo papà), è possibile una riflessione più serena, ma anche più ampia e più radicale?
   Già nei giorni immediatamente successivi alla notizia ho anch’io rilasciato delle dichiarazioni sul tema ad alcuni colleghi giornalisti che mi hanno interpellato (fra i quali il giovane ma promettente marsalese Giacomo Di Girolamo per “Il fatto quotidiano”: http://www.tp24.it/2014/11/25/antimafia/augusto-cavadi-i-mafiosi-non-cambiano-sono-sempre-inseriti-nella-societa-siciliana/87583 ) : ora, però, è  tempo di riprendere e organizzare meglio quelle prime considerazioni a caldo.
    A me la decisione di negare al giovane Graviano (che non ha mai conosciuto il padre perché concepito in provetta mentre era già in carcere sotto regime strettissimo, il 41 bis) la cresima in cattedrale, con centinaia di coetanei alunni come lui del Centro educativo ignaziano (l’ex Gonzaga, per intenderci), non mi ha convinto e continua a non convincermi.
    Gli scenari che riesco a immaginare sono, essenzialmente, due.
    Il primo scenario (che francamente ritengo meno probabile) è che, nel corso della preparazione al sacramento della confermazione del battesimo, i Gesuiti abbiano spiegato ben bene l’incompatibilità fra il vangelo e la lupara; fra il messaggio rivoluzionario della sobrietà e della condivisione, da una parte, e la filosofia del dominio e della ricchezza a qualsiasi costo, dall’altra.  Ammesso e non concesso che questo primo scenario sia stato veritiero, al ragazzino non si sarebbe dovuta negare la cresima in cattedrale. Infatti perché negargliela se ha accettato l’invito alla conversione evangelica?  Perché non chiedergli anzi un gesto di particolare omaggio alla tomba di don Pino Puglisi? Se, al contrario, egli ha mostrato di restare  abbarbicato alla tradizione mafiosa di famiglia, la cresima doveva essergli rifiutata non solo in cattedrale, ma anche nella più sperduta e microscopica  chiesetta della diocesi.  Doveva essergli rifiutata e basta. Senza compromessi…gesuitici.
     Purtroppo temo che lo scenario più probabile sia stato un altro. Al giovane Graviano è stata impartita la “solita” preparazione alla cresima, con quattro formulette catechistiche e qualche generico invito al buonismo. Quando, trent’anni fa, insegnavo al Gonzaga avevamo tra gli alunni del liceo il figlio del sindaco  Ciancimino, la figlia dell’eurodeputato andreottiano Lima, la figlia del ministro democristiano Gioia…e non mi pare che i miei colleghi di allora insistessero molto sulla critica etica allo stile di vita dei genitori. Qualche anno fa sono ritornato come commissario esterno agli esami di maturità e ho trovato la stessa aria di ipocrisia da parte dei dirigenti e di quasi tutti i docenti, compattamente schierati nel difendere a oltranza non solo gli alunni meritevoli (ce n’erano di davvero brillanti, e come !), ma anche altri che non si orientavano minimamente ma vantavano cognomi altolocati e amicizie influenti. Se questo scenario è più realistico, il cardinale arcivescovo Romeo ha sbagliato lo stesso a vietare la cattedrale all’erede di un boss di Brancaccio: avrebbe dovuto chiedere, indagare, verificare che tipo di educazione in generale, e che tipo di evangelizzazione in particolare, vengono impartiti in una delle scuole cattoliche più prestigiose di Palermo. Perché ognuno raccoglie ciò che semina e non può pretendere raccolti abbondanti là dove ci fosse stata una semina distratta, superficiale.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
  

giovedì 18 dicembre 2014

FRANCESCO DI PALO SULLA "RIVOLUZIONE A PARTIRE DA SE' "


“Comunicazione filosofica”, n° 33, novembre 2014 
Recensione
Augusto Cavadi, La rivoluzione, ma a partire da sé. Un sogno ancora praticabile, IPOC, Milano 2014, pp.108.
L’attività bibliografica di Augusto Cavadi (Palermo, 1950), docente di storia e filosofia presso il Liceo classico “G. Garibaldi” di Palermo e consulente filosofico di “Phronesis”, è assai vasta e variegata. Oltre a scrivere di filosofia e teologia, da decenni Cavadi è impegnato in prima persona in uno strenuo Kulturkampf contro mafia e mentalità affini, sia attraverso la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” da lui fondata nel 1992, sia dalle colonne dell’edizione palermitana de La Repubblica. Ma il tratto distintivo del nostro, il suo dinamico “ecce homo”, è la disinvolta semplicità con cui riesce ad incarnare il binomio “filosofia-vita”, nelle molteplici attività di pratica filosofica da lui ispirate e condotte, dalle “Vacanze filosofiche” al “Festival della filosofia di strada”. Il filo rosso di tali pratiche è quello di creare le condizioni umane ed ambientali più adatte affinché la gente possa concretamente fare filosofia, mettendosi in gioco in prima persona, a prescindere dai “tecnicismi” della materia. In tre parole, si tratta dell’arte di “mediare”, “stimolare”, “ascoltare”.
Se l’ascolto è, in certo senso, propedeutico (e successivo) alla scrittura, l’ultima fatica editoriale di Cavadi si prefigge di dar corpo a quell’azione di mediazione culturale e di stimolo che caratterizza il suo impegno filosofico e civile de visu. Lo stile è semplice, diretto, a volte quasi “confidenziale”, senza fronzoli accademici. Il tema che viene preso di petto di grande attualità: il “disimpegno”, l’abulia intellettuale, morale, esistenziale e politica che, per alcuni versi, caratterizza la società contemporanea, sintomo e causa, a sua volta, di un disagio, un “mal di vivere”, che, certo, riguarda tutti, ma investe in prima battuta e in maniera più cruda i nostri giovani. Ecco perché ne consiglio la lettura soprattutto a chi a scuola ci sta, sforzandosi ancora di credere, nonostante tutto, nella sua – personale e dell’istituzione – alta missione formativa e civile. Può servire come spunto di riflessione da condividere con i ragazzi, anche in classe, ma non ne escludo affatto un utilizzo “auto-terapeutico”. Un “tonico” da assumere in quei momenti di “grigiore” esistenziale e professionale in cui le nostre personali capacità di auto-motivazione e di attribuzione di senso, tra i banchi di scuola, vengono messe a dura prova.
Questa sorta di vademecum dell’ “orientamento autobiografico” si articola in dieci passaggi progressivi, corrispondenti ad altrettanti capitoletti.
Uscire dal disimpegno. Che, al giorno d’oggi, non è l’otium di classica memoria, ma piuttosto indizio di una dilagante crisi spirituale. Non ci s’impegna più in nulla, perché tutto appare indifferente, svuotato di significato. Per poter dedicare la propria vita a qualcosa che valga davvero la pena è necessario “credere” in un ideale. Tramontate le ideologie e le grandi narrazioni storico-politiche che pure, dopo la morte di Dio annunciata dal folle uomo della Gaia Scienza nietzschiana, hanno caratterizzato il cosiddetto “Secolo breve”, ci si ritrova sempre più spesso confinati nel proprio piccolo io, all’insegna di un individualismo spinto all’estremo, banalizzante e, dunque, “soffocante”, fonte di infelicità. Eppure, a ben guardare, l’assunzione di questa prospettiva, nella quale più che vivere “ci si lascia vivere”, presuppone l’accoglimento, quasi sempre acritico ed irriflesso, di un’ideologia talmente totalizzante da confondersi quasi con la percezione della realtà stessa, al punto da farci convinti che «la realizzazione autentica di un uomo si possa misurare con il metro della carriera, del successo economico, della scalata al potere politico, delle esperienze sessuali da collezionismo tronfio».
Un primo orientamento: darsi un progetto. Discusse diagnosi e prognosi, rimanendo sempre su un terreno, per così dire, empirico e zetetico, mai dogmatico, il nostro suggerisce che il primo passo per uscire da questo stato endemico di inerzia esistenziale debba consistere nel rivitalizzare la propria capacità progettuale. Si potrebbe cominciare col ritagliarsi uno spazio quotidiano di riflessione, magari nutrito di buone letture e di condivisione dialogica e comunitaria. Poi, strada facendo, occorrerebbe darsi una “gradualità di obiettivi”, distinguendo ciò che è fondamentale e fine a se stesso, da ciò che è solamente accessorio o strumentale. Il che, naturalmente, richiede un auto-esame attento e coscienzioso, di chiara ispirazione socratica. Non è cosa facile. Perché sulle prime bisogna vincere le proprie resistenze personali, facendo emergere la reale trama su cui ciascuno intesse, spesso in maniera incosciente, opere e giorni. E, si sa, conoscersi fa “male”, è medicina ben amara da mandar giù. “Progettare” significa saper cogliere, nell’odierna sinfonia del “politeismo di valori”, l’ “accordo” che meglio esprime la propria natura interiore, per poi adottarlo consapevolmente ed intenzionalmente nel quotidiano. In ultimo, pur senza assolutizzare ciò che “Assoluto” non può essere, occorre che il singolo, come ci ricorda Kierkegaard, si assuma la responsabilità della sua scelta.
Un secondo orientamento: essere fedeli al reale. Il termine “realtà” è certamente problematico, oggetto di ricerca filosofica. Ma con questa espressione s’intende qui la capacità di trascendere i ristretti confini del “soggettivismo” (o egocentrismo) che caratterizza il pensiero dominante del nostro tempo, con le sue derive relativistiche e nichilistiche, mettendosi in ascolto del mondo fenomenico, interiore ed esteriore, e riscoprendo la gioia e lo stupore di provare a “leggere” il mondo come se ogni volta fosse la prima. All’inizio ci vuole molto coraggio, perché gli stereotipi, le etichette che appiccichiamo sulle cose, sono come grucce alle quali c’appoggiamo, zoppicando, di giorno in giorno. Allora provare a ricrearsi un “senso del reale” significa d’emblée gettarle via, assumersi il rischio della vertigine, mettendosi alla prova. Un vero e proprio “cammino iniziatico”, che l’autore esemplifica menzionando, tra gli altri, il Siddharta di Hermann Hesse. Nelle piccole come nelle grandi cose, il mondo fa risuonare la sua voce, ci sfida ad andare oltre gli angusti confini del nostro piccolo io, c’impone la necessità di dar significato a ciò che è. Dal problema del male, della sofferenza, del destino di morte che caratterizza la nostra e l’altrui finitudine, veniamo sollecitati, bruscamente, a prender posizione rispetto ai fatti della vita. Lì, dove c’attende l’Altro.
Un terzo orientamento: non perdere la fiducia nell’essere umano. L’Altro, seguendo il pensiero di Emmanuel Lévinas, è innanzitutto il suo volto, quel “prossimo-persona” che costituisce la pietra angolare della nostra tradizione etica e spirituale. Cavadi, pur svolgendo la sua riflessione all’insegna del “laicamente corretto”, non fa certo mistero, tra le pieghe del testo (e palesemente nell’introduzione), della sua originaria ispirazione cristiano-cattolica, sia pure da anni oltrepassata in una prospettiva di saggezza planetaria “oltre-cristiana” e “multiversale” – lo dico a beneficio del lettore che s’imbattesse per la prima volta in uno scritto del nostro. L’esperienza dell’Altro è, per sua natura, ambigua. Dalle persone con le quali si è intrecciata – e s’intreccia – la nostra esperienza di vita, abbiamo sin qui ricavato tutto e il contrario di tutto: grandi affetti, emozioni, slanci ideali, ma anche chiusure, cocenti delusioni, persino sofferenze inaudite. Se poi allarghiamo lo sguardo dalla nostra storia personale alla storia dell’umanità, il quadro si tinge di tinte immensamente più fosche. Eppure, dobbiamo prender atto che se non coltiviamo una “fiducia” di fondo nelle possibilità etiche e spirituali dell’umanità che è in noi e nel prossimo – “fiducia” o “fede” cristianamente declinata – ebbene, ogni forma di progettualità e d’impegno sfiorisce e vien meno. Ci s’impegna per l’uomo e perché nell’uomo si spera.
Un quarto orientamento: la fiducia nell’amore. Senza amore, senza passione, senza dedizione per qualcosa di “ulteriore”, per un ideale – che, a ben guardare, ha sempre la “faccia”, lo sguardo di qualcuno - non si esce dalle secche dell’insignificanza, dell’inautenticità cui si condanna chi “sceglie di non scegliere”. Ma coltivare l’ideale di una società migliore significa imparare a superare la dimensione meramente storica e materiale dell’uomo, idolatrata e poi tradita, ad esempio, dalle forme di socialismo reale espresse nel corso del XX secolo, che pure, sulla carta, s’ispiravano ad una concezione filosofica, quella marxista, di orientamento umanistico e filantropico. D’altro canto, non sulla convinzione dogmatica di possedere la Verità si fonderà la speranza di una società più giusta, bensì sul riconoscimento che la dimensione della ricerca della Verità – o, transitivamente, di Dio – è autenticamente costitutiva della natura umana e, dunque, insopprimibile. Cavadi esprime questo concetto facendo sua una definizione di Giorgio La Pira: «una città andrà bene per il cristiano quando ogni uomo avrà una casa e anche Dio avrà la sua». Una casa aperta a tutti, credenti e laici – atei compresi, perché l’unico “ateismo” che andrebbe bandito è quello che, in maniera violenta e settaria, confligge con un certo teismo altrettanto intollerante ed oscurantista – per “pregare” ovvero, parafrasando il teologo gesuita, Karl Rahner, “per porsi, con spirito di accettazione, dinanzi al mistero ineffabile di Dio” (o della Vita). Ma quale Dio? Il divino, l’ineffabile, non può che caratterizzarsi come “trascendenza”, “ulteriorità”, “mistero”, “Al di là di tutto”. Tanto più se vogliamo provare ad armonizzare la nostra scelta di vita con la causa di un rinnovamento della dimensione spirituale dell’uomo a livello planetario, in senso ecumenico e trans-culturale. In questa direzione dobbiamo orientare i nostri passi, coltivando fedeltà al reale, fiducia nell’essere umano e nell’amore. E lungo la strada, cammin facendo, può capitarci di avvertire la presenza di un altro viandante, Gesù di Nazareth, uno che non ha “verità prêt-à-porter” da suggerirci, né leggi da dettarci, né liturgie da imporci, bensì con la sua presenza ci fa concretamente dono della possibilità di un modo di vivere riassumibile nella formula: « “Abbi fiducia nel Padre e renditi solidale con i fratelli”. Non è la risposta a tutti i problemi della vita, ma è la chiave per affrontarli nella prospettiva vera». Si può prendere o lasciare. Ma da soli, alla fine, non si va da nessuna parte.
La dimensione personale dell’impegno. Stabiliti i criteri valoriali fondamentali, l’autore prova a tradurli in suggerimenti pratici. Anche in questo caso, socraticamente, egli si astiene dal trasformarli in “dogmi”. Si tratta di indicazioni che ognuno proverà a sperimentare a modo suo, a seconda delle inclinazioni personali e delle condizioni socio-ambientali in cui si trova. Ecco, in sintesi, come si declina questa sorta di “tetrafarmaco” per la cura di sé: 1) vigilanza intellettuale, quella che gli stoici antichi chiamavano prosoché, ovvero sforzarsi di maturare – soprattutto a scuola utinam! – una disposizione pratica verso la riflessione, la rielaborazione critica delle informazioni e delle idee, la creazione di uno “spazio interiore” in cui possa scoccare, meraviglia, la scintilla della libertà; 2) fruizione della bellezza: educarsi alla bellezza, alla placida-sconvolgente pratica dell’inutile, del fine a se stesso, riscoprire l’arte della contemplazione (“teoresi”) attraverso il quotidiano esercizio del leggere buoni libri, della degustazione di una mostra o di un museo, dell’ascolto di un brano di musica classica, a parziale compensazione dell’influsso operato dal pensiero dominante, superficialmente utilitarista, economicista e tecnocratico; 3) sobrietà e rispetto ecologico: prendere coscienza della naturale interrelazione di tutto col tutto e trasformarla in comportamenti moralmente ed ecologicamente sostenibili, dal risparmio di cibo ed acqua, all’uso di mezzi non inquinanti per spostarsi, alla questione del corretto riciclaggio della spazzatura, ecc.; 4) dialogo, senza riserve: la più socratica delle massime – dialogare, dialogare sempre dialogare (con gli altri, ma anche con se stessi): ne abbiamo un bisogno quasi disperato in una società dove la capacità di ascoltarsi vicendevolmente risulta sempre più compromessa, un bisogno che dà quasi dolore fisico.
La dimensione sociale dell’impegno. Dall’ambito personale a quello sociale (ma già prendersi cura di sé rappresenta, in un certo senso, una forma di impegno “sociale”), ovvero a quella del volontariato. Non come partecipazione una tantum, a tempo perso, per motivi fintamente filantropici a questa o quella iniziativa, ma come impegno serio, costante, fattivo e critico, sia, se possibile, nella dimensione locale, sia in quella nazionale e globale. Perché come ci ricorda Antonio Gramsci «il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte ed ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può sembrare possibile».
La dimensione politica dell’impegno. Tralasciare la sfera dell’impegno politico – nonostante si sia oggi ben lontani dalle condizioni “naturalmente politiche” in cui viveva l’uomo greco – è impossibile. Del resto, come recita il noto adagio, “se non ti occupi di politica, sarà comunque lei ad occuparsi di te”. Anche in questo caso non esiste una ricetta precisa: già cercare di utilizzare correttamente i mezzi istituzionali a nostra disposizione per controllare chi è preposto alla cura della cosa pubblica è gran cosa. Importante è formarsi una coscienza politica sin da giovani. Alla fine, però, politica significa militanza. Non si può far veramente politica senza schierarsi. A condizione che la politica mantenga un “volto umano”, ovvero che non sia separata dal retroterra intellettuale e morale dei suoi attori, ingenerando contraddizioni, artefici e sofisticazioni che lo stesso Machiavelli guarderebbe con estremo fastidio. Alcuni “mezzi”, ad esempio la “non-violenza”, non possono essere, a nessun costo, oggetto di negoziazione: ne va dell’integrità della persona che agisce e della comunità nel suo complesso. Con l’augurio che i figli dei nostri figli possano crescere in un paese in cui “onestà” e “furbizia”, “fattività” e “successo” non abbiano lo stesso – dolorosamente contraddittorio – corso presso la pubblica opinione.
Vivere felici: da dove parte, e dove arriva, la vera rivoluzione. In ultima istanza, il tema della “rivoluzione” e dell’ “impegno”, in termini pratico-filosofici ha come punto di partenza e punto d’arrivo, circolarmente coincidente, quello della felicità, felicità “desiderata”, felicità “disperata”, felicità realisticamente possibile. Ma anche felicità scelta e praticata consapevolmente, almeno come conato, tentativo che ogni giorno si rinnova nell’esperienza personale. La ricerca della felicità in filosofia non può andar disgiunta dalla domanda intorno all’uomo (chi sono?) e intorno al senso della vita (perché sono? da dove vengo, dove vado?). Perciò la questione del viver felice non può esser correttamente posta se non adottando quello spirito multi-prospettico e complessivo al medesimo tempo (“complessivo” nel senso di capace di accostarsi alla totalità e di coglierne la complessità armonica delle parti) che è e rimane peculiare dell’indagine filosofica. Di fare filosofia, insomma, abbiamo bisogno, di questa “rivoluzione”, sempre attuale proprio perché così “inattuale”. Questo è il significato, in essenza, del libro di Cavadi. Significato che, come ho mostrato sopra, nel suo caso non si limita a giacere supinamente sul piano libresco dell’esercizio intellettuale – peraltro fondamentale – ma s’industria a tradursi in modo di vivere, si fa appello, richiamo, che è al contempo seduttivo ed irritante, perché attrae, convince, ma poi richiama all’ordine, alla durezza della realtà, alla fatica dell’impegno quotidiano.
Alcuni compagni di viaggio. Il libro si chiude con una bibliografia commentata “autobiograficamente”. I “compagni di viaggio” sono le letture con cui Cavadi ha “scritto” la sua storia personale, che lo hanno spinto da giovane ad impegnarsi nello studio, nel volontariato, in politica, che lo hanno sorretto nei momenti difficili, lo hanno ispirato quando il richiamo di affetti e spiritualità si faceva insistente e finanche mordace. Quest’ultimo capitoletto è un po’ una confessione, che, se possibile, rendere ancor più prezioso il libro: “ho scritto di me, eccomi qua”. È un gesto di parresìa.
Francesco Dipalo

lunedì 15 dicembre 2014

IL "PRINCIPIO INTERIORE" SECONDO ALBERTO SPATOLA


                                                       POSTFAZIONE
in
A. Spatola, Il principio interiore. Quando la psichiatria riscopre l’anima, Leonardo da Vinci, Roma   2014, pp. 187 – 189.


         Da più di dieci anni con un gruppo di amici ci riuniamo quindicinalmente presso lo studio legale di uno di noi per la “cenetta filosofica dei non…filosofi”. La modalità è estremamemnte semplice. Il padrone di casa fa trovare un po’ di prodotti da forno (a Palermo non c’è che l’imbarazzo della scelta) e qualcosa da bere; mentre si consumano le vivande si avvia la conversazione su un libro  - o una parte di libro – che ci si è autoassegnati la volta precedente.
              Il compito del filosofo-in-pratica che gestisce l’incontro è ridotto al minimo: chiarire, se richiesto, qualche passaggio meno immediatamente comprensibile; esplicitare qualche riferimento storiografico in cui ci s’imbatte casualmente; distribuire la parola fra quanti la chiedono evitando monopoli fastidiosi che scoraggino i meno preparati o i più timidi.
            A questi appuntamenti serali partecipano magistrati e casalinghe, ingegneri e maestre elementari, studenti universitari e pensionati. E anche medici, soprattutto psichiatri e psicoterapeuti. Tra questi, sin dagli inizi, Alberto Spatola. Le ragioni della sua partecipazione si ritrovano, estesamente articolate, in questo libro che viene alla luce. Per quanto interessato agli aspetti metodologici e, per così dire, tecnici della sua professione, egli ha sempre avvertito il rischio di un doppio tradimento della psicologia intesa, etimologicamente, come scienza dell’anima: da parte dei filosofi che, con poche eccezioni, sembrano aver accettato supinamente il divieto kantiano di una ontologia del soggetto; e dagli psicologi che, in nome dell’esattezza scientifica e della misurazione oggettiva, si sono trovati a coltivare, secondo una severa e nota espressione, una “psicologia senz’anima”.
             In queste pagine, la cui struttura lascia intravedere tempi e luoghi differenti delle stesure originarie, egli intende risalire la corrente in senso contrario sino alla sorgente ormai smarrita: il “Principio interiore” dei nostri pensieri, sentimenti, atti. L’unico, a suo parere, che può adeguatamente spiegare la ricchezza antropologica rispetto ad altri animali (per tutto il resto assai simili a noi) che si manifesta, fra l’altro, nella peculiare capacità di sorridere e di ridere (ma anche di deridere sarcasticamente e malevolmente).
         Alberto Spatola parte dalla storia di vita di un ragazzo in carne ed ossa, ma cerebroleso, per lasciarsi sfidare da domande sempre più ampie e complesse sulla essenziale dignità dell’uomo, anche là dove essa sembra sfuggire a qualsiasi sguardo e nascondersi in anfratti impenetrabili dell’intimo. Di che stoffa siamo ritagliati? In virtù di quali potenzialità siamo capaci di intenderci sul piano dei significati e di relazionarci sul piano affettivo? Si potrebbe sintetizzare l’intera opera come una resistenza contro ogni tentazione riduzionistica (pur su un registro laico, senza fare appello – intendo - a nessuna instanza religiosa sovra-razionale). Una resistenza  - ci tengo a sottolinearlo – intellettuale ma anche etica: e chi ha avuto la fortuna di frequentare lo studio di Alberto sa quanto egli sia attento a vivere prima nel quotidiano ciò che teorizza successivamente.
       E’ riuscito nell’impresa  ? A ciascun lettore l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda, constato semplicemente che con questo lavoro l’autore mostra la fragilità di ogni separazione convenzionale fra “filosofi” (di mestiere) e “non filosofi” (in quanto impegnati professionalmente in altri settori dello scibile): egli, infatti, ha dovuto  - per altro con piacere – far ricorso, ben oltre l’attrezzatura della sua formazione clinica e psicoterapeutica, ad argomentazioni di tipo squisitamente teoretico. talora addirittura metafisico. A ulteriore dimostrazione di un dato inquietante: molti laureati in filosofia, e persino insegnanti della disciplina, si accontentano di padroneggaire i testi più o meno classici della storia del pensiero, senza il desiderio  - o forse col desiderio frustrato – di poter arrivare a una propria visione delle cose; mentre altri, privi di titoli accademici in ambito filosofico, sono in realtà animati da quella fame di chiarezza intellettuale ed esistenziale che in ogni epoca contraddistingue i filosofi autentici (anche se, di fatto, si guadagnano la vita pulendo occhiali come Spinoza o occupandosi di biblioteche come Leibniz).
           La distinzione epistemologica fra i vari rami del sapere è utile, anzi irrinunziabile; diventa dannosa quando, però, si trasforma in separazione che isola ciascuno nel proprio dialetto specialistico. Di fronte agli enigmi dell’universo sterminato, dell’evoluzione dei viventi nel nostro pianetino, del groviglio interminabile di tensioni fra individui e popoli che chiamiamo storia, ogni disciplina è radicalmente inadeguata: solo intrecciando le competenze, senza invidie e senza timori, possiamo sperare di capirci qualcosa. Prima che l’ignoranza e l’insipienza ci seppelliscano sotto una lapide troppo pesante da risollevare.

                                                                      Augusto Cavadi
                                    Filosofo-in-pratica e consulente filosofico “Phronesis”
                                                               www.augustocavadi.com

MAFIA OGGI. CONVERSAZIONE CON GIACOMO DI GIROLAMO

"Il fatto quotidiano"
23.11.2014

Augusto Cavadi: "I mafiosi non cambiano. Sono sempre inseriti nella società siciliana"

 Scrittore e insegnante, Augusto Cavadi, palermitano, è presidente della scuola di formazione etico - politica “Giovanni Falcone” di Palermo. Tra i suoi ultimi volumi  Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2009) e 101 storie di mafia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton, 2011).

Omertà, riservatezza, sobrietà erano una volta i tratti dei boss di Cosa nostra. Adesso invece il neo capomafia dell’Arenella, Domenico Palazzotto, si fa i “selfie” davanti a piatti di aragoste,  ed è  molto attivo sui social network.  Insomma, l’era narcisistica del “Ciao,  come sto?” sembra aver contagiato anche i  nuovi boss della mafia…
“Noi conosciamo solo i comportamenti che affiorano, perchè finiscono nelle inchieste giudiziarie o nei giornali. Allora si, possiamo dire che alcuni boss delle generazioni più giovani hanno questo tipo di vita, ma io non so se sia fondata una generalizzazione, dal momento che molti tra i membri di Cosa nostra vivono ancora oggi nascosti. I mafiosi sono delle persone comuni, e anche loro risentono delle mode”.
Il fatto è che noi ci immaginiamo un modello di mafioso un po’ sterotipato, quindi vedere questi ragazzi alla moda che girano il mondo e si concedono il lusso più sfrenato senza inibizioni ma un po’ effetto.
Se andiamo indietro negli anni troviamo comportamenti simili, che anche allora destavano uguale scalpore. Penso a Tommaso Buscetta, ad esempio, che da pentito si fece fotografare mentre era in crociera. Il mafioso sobrio in realtà non è mai esistito, i boss si sono goduti la vita come hanno potuto. Magari per Totò Riina godersi la vita era farsi una mangiata di capretto, in campagna, con il vino buono, e oggi per un giovane di mafia godersi la vita significa farsi i selfie per le strade di New York.
La vita dei boss dunque non cambia…
No, cambia la nostra percezione, una volta che l’invadenza dei mezzi di comunicazione entra nel privato di tutti, e quindi anche nel loro. Oggi è difficile separare pubblico e privato, per tutti, dal presidente francese Hollande - lo abbiamo visto -  al giovane boss. Ma, ripeto, dal mio punto di vista, non sono i boss  che hanno cambiato mentalità, siamo noi che siamo capaci di leggere il loro dietro le quinte, perchè siamo tutti noi occidentali ad avere meno vita privata.
Possiamo dire che se oggi il giovane Totò Riina avesse avuto uno smartphone in mano avrebbe fatto la stessa cosa?
Certamente. Riina, ad esempio, accumulava denaro e gioielli E anche questa immagine di Provenzano che mangia pane e cicoria è da rivedere, perchè si dimentica sempre che si sta parlando, comunque, di un boss latitante: se andava a mangiare al ristorante, faccio un esempio, sarebbe stato beccato con facilità. Poi, infatti, Provenzano, quando si è dovuto operare alla prostata, è andato in una delle migliori cliniche in Europa, addirittura in Francia, mica in un posto di fortuna. Ciò significa che ognuno ha le sue priorità, e i suoi criteri. In altre parole, tornando a noi, i giovani mafiosi di oggi sono perfettamente inseriti nella società, non sono anomali.
D’altronde la mafia, per definizione, non è mai “anomala” rispetto alla società.
Esatto. La mafia non vive in conflitto con la società, non è terrorismo, non è delinquenza comune. Cerca di plasmarsi nella società che lo circonda e a sua volta di condizionare gli altri alla sua forza.
Oggi per un ragazzino è facile accendere il computer, e seguire le gesta di un giovane mafioso che si autocelebra tra il lusso e le belle donne. Cambia in questo contesto la pedagogia mafiosa?
Mi occupo di queste cose da più di trenta anni. Prima il ragazzino subiva  il fascino della mafia perchè aveva il caffè pagato  al bar, poteva posteggiare dove voleva, trovava un lavoro. Adesso l’appeal è cambiato ma il tema di fondo è sempre questo: la mafia cerca di adescarti facendoti capire che può migliorare la qualità della tua vita, il tuo agio. Trenta anni fa crescere significava avere una macchina a diciotto anni, adesso il sogno è un telefonino di ultima generazione . Anche da questo punto di vista non è cambiato molto.
In Cattedrale, a Palermo, è stata vietata la cresima al figlio del boss Giuseppe Graviano. Nella stessa chiesa, infatti, è sepolto Don Pino Puglisi, fatto uccidere dal padre. Eppure il ragazzo è alunno dei gesuiti, ha seguito un percorso con gli altri compagni. E’ giusto?
Sopprimono il sintomo per non vedere la causa. La chiesa cattolica non tiene minimamente conto delle situazioni locali, cioè della mentalità mafiosa. E’ facile dire:  siccome tuo padre era mafioso, allora non ti cresimo nella cattedrale.  Ma il discorso sta a monte: questo ragazzo è stato mai stato messo in condizione di capire la differenza tra vangelo e lupara? Ha avuto parole e gesti concreti di distacco dalla mentalità mafiosa? Se sì , va cresimato. Se no, è tutta apparenza. La mia idea è che non sia stato messo in condizione di interrogarsi sulla compatibilità tra vangelo e mafia. E quindi si è scelta, alla fine, la via più clamorosa: non cresimarlo in cattedrale, cresimarlo altrove, per nascondere il problema.