martedì 22 aprile 2014

AGGIORNAMENTO sulla Festa della filosofia alle isole Egadi (2 - 4 maggio)...

...con possibilità di anticipare e/o di posticipare la permanenza a Favignana.

Una filosofia d’A-MARE

              Tre giorni di filosofia di strada alle Isole Egadi

PRE-EVENTO
MercoledÏ 30 aprile presso Istituto Nautico di Trapani
(Viale Regina Elena)
ore 11,30: Conferenza stampa di presentazione dell’evento di Favignana. Con
·      Giuseppe Pagoto, sindaco del Comune di Favignana
·      Ambrogio Caltagirone, presidente dell’associazione “La calendula”
·       Alfonso Gammino, presidente del comitato organizzatore dell’Aegusa philosophiana
·      Augusto Cavadi, direttore culturale della manifestazione

ore 12,15:  Conversazione pubblica di Augusto Cavadi: La filosofia può coinvolgere anche chi non l’ha mai studiata a scuola?

Giovedì 1 maggio
ore 10,00 – 18,00: escursione in caicco e periplo dell’isola di Favignana con pranzo del capitano a bordo  (prenotazione obbligatoria: euro 35,00)

EVENTO
VenerdÏ 2 maggio nell’isola di Favignana

16, 30 - 17,30 (presso la  Cava S. Anna di Favignana)
 Meditazione laica di Luigi Lombardi Vallauri: Mare e monti maestri di meditazione
18 ,30 - 20,00 (sulla via per S. Caterina  di Antiochia di Favignana)
Passeggiata filosofica condotta da Augusto Cavadi: La vita come viaggio
Accompagnamento musicale con violino di Giorgio Gagliano
20,30 (trattorie “Due colonne” e  “A' Cialoma” di Favignana: su prenotazione 25 euro)
Cena sociale con menù fisso
22,00 - 23,00 (Villa Florio)
Concerto di musica popolare siciliana  del Coro delle Egadi

Sabato 3 maggio

9,00 - 10,30 (in 4 strutture convenzionate di Favignana: quota 7,00 euro,
 tranne per chi è già ospite di una struttura che prevede la colazione)
Colazione col filosofo

1. Stefano Zampieri:  Cos’è una consulenza filosofica?      ( Hotel “Tempo di Mare”)

2. Orlando Franceschelli:   O Dio o il nulla?                           (Residence “La Playa”)

3. Peter Ciaccio: La filosofia di Harry Potter (Residence “Scirocco e Tramontana”)

4. Vesna Bijelic :    La bellezza salverà il mondo?     (B&B “Il Gattopardo”)

10,45: Trasferta collettiva da Favignana per l’ isola di  Marettimo
(Necessaria la prenotazione: solo passaggio in nave euro 20,00; compreso pranzo a bordo euro 35,00)

12,00 - 13,30 (a Marettimo)
 Dialogo in  pubblico fra don Carmelo Torcivia e Luigi Lombardi Vallauri: Perché sono ancora/non sono più cristiano. Modera il pastore valdese Peter  Ciaccio

In contemporanea (sempre nell’isola di Marettimo)
 Philosophy for children: sessione di filosofia con bambini, secondo il metodo di Lipman , condotta da Adriana Sajeva (Su prenotazione:max. 15 bambini da 6 a 8 anni)

14,00: Pranzo sociale su motonave

15.00 : Trasferta collettiva da Marettimo per Levanzo

17,00 - 19,30 (presso Terrazza “Martini Arcobaleno” di Levanzo)
Dialogo in  pubblico fra Orlando Franceschelli e don Franco Barbero : Alla ricerca della felicità (im)possibile.  Modera il professor Stefano Zampieri.

19,45:   Trasferta collettiva dall’isola di  Levanzo all’isola di  Favignana

21,00 (Trattorie “Due colonne” e  “A'Cialoma” di Favignana: su prenotazione 25 euro)
Cena sociale con menù fisso

 22,30 - 23,30: Concerto di musica tradizional-popolare rivisitata

Domenica 4 maggio

9,00 - 10,30 (in 4 strutture convenzionate di Favignana: quota 7,00 euro,
 tranne per chi è già ospite di una struttura che prevede la colazione)
Colazione col filosofo

1. Stefano Zampieri: La saggezza delle immagini ( Hotel “Tempo di Mare”)

2. Orlando Franceschelli:  Verso una spiritualità naturalistica  (Residence “La Playa”)

3. Augusto Cavadi: La nave dei folli (Residence “Scirocco e Tramontana”)

4. Vesna Bijelic :  Si può essere felici in un mondo ingiusto?   (B&B “Il Gattopardo”)

Dalle 10,30 in poi ogni partecipante può preventivare il ritorno a casa.
Oppure…

Dopo Festival (per gli ospiti che vogliano prolungare la vacanza nelle Egadi):

Giro turistico guidato, in bicicletta (percorso facile)   o in pullmino, organizzato dall’ Associazione “La Calendula”  (su prenotazione)

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Nel corso della manifestazione sarà aperto uno stand a cura della Libreria “Il pozzo di Giacobbe” (Trapani) con i testi pubblicati dai filosofi partecipanti.

Per ulteriori delucidazioni, anche sulle strutture alberghiere,
e per prenotarsi telefonare ad Antonella (388 3574822)
Diritti di segreteria: euro 15,00 (forfettari per una o più prenotazioni)

Per chi volesse partecipare alla sola giornata di sabato 3 maggio c’è la possibilità di imbarcarsi a Trapani alle ore 9, 15 sulla motonave che condurrà i partecipanti da Favignana a Marettimo, da Marettimo a Levanzo, da Levanzo a Favignana, da Favignana a Trapani (20 euro + 15 euro se si pranza).

martedì 15 aprile 2014

Psicoterapie e consulena filosofica a confronto


“Phronesis” (19 – 20)
Aprile 2014


SOFIA E PSICHE

   Sin dalle prime teorizzazioni, la Philosophische Praxis ha dovuto investire energie per marcare la differenza fra sé e le psicoterapie. Certi modi per formulare tale differenza sono stati così drastici da risultare persino equivoci: quando Achenbach, ad esempio, scrive che "la consulenza filosofica non è una psicoterapia alternativa, ma un'alternativa alle psicoterapie" (      ) può suggerire l'idea – errata - che i filosofi auspichino l’eclissi degli psicoterapeuti, laddove, più semplicemente e più saggiamente, intende avvertire che non si vive  di soli “paradigmi terapeutici” . Se, in qualche caso, si è esagerato nel marcare la differenza (anzi, preciserebbero i logici, la diversità: perché la differenza si dà all'interno dello stesso genere, la diversità fra generi), ciò è servito comunque per bilanciare altri casi nei quali il consulente filosofico ha civettato con il pubblico in modo da indurlo, sia pur vagamente, a supporre che egli potesse non soltanto affiancarsi allo psicologo, ma addirittura spodestarlo (per esempio somministrando Platone al posto del Prozac). La nostra associazione professionale è stata in prima linea (anche a costo di dolorose scissioni al proprio interno e di durevoli tensioni con associazioni analoghe all’esterno) nella difesa dell’identità filosofica: per questo si può permettere, adesso, senza rischiare fraintedimenti di segno opposto, di farsi pioniera di una nuova alleanza con il mondo variegato degli psico-cultori.
 Dopo la fase delle oscillazioni spericolate è arrivato il momento della integrazione serena fra discipline epistemologicamente distinte ma non radicalmente estranee né, ancor meno, incompatibili. Il volume Sofia e psiche, qui in esame, segna - per l'Italia e non solo - una tappa cruciale di questo passaggio dalla polemica (sia nella forma "Non abbiamo nulla in comune" sia nella forma "Io sono più efficace di te") alla cooperazione ("Proprio perché siamo diversi possiamo scambiarci ipotesi di lavoro e acquisizioni contenutistiche"): perché, data la complessità inesauribile dell’essere umano, non provare a ri-accostarsi reciprocamente per capirlo un po' meglio e, possibilmente, dargli sinergicamente una mano nel cammino dell'emancipazione? D’altra parte, si tratta di un ri-avvicinamento fra rami dello stesso albero (o, per meglio dire, dell’albero al ramo che da esso si era gradualmente diramato).


Pollastri e la memoria della differenza

    Già queste innocenti righe introduttive potrebbero scontrarsi con alcuni passaggi cruciali del primo contributo (Un estraneo in famiglia. Sulla relazione tra consulenza filosofica e psicoanalisi) in cui Neri Pollastri si attribuisce il ruolo di sentinella epistemologica, riprendendo e sistematizzando i diversi scritti in cui (con chiarezza magistrale talora addirittura tranciante) ha delineato la differenza fra i due approcci. Infatti mi è scappata la parola emancipazione per indicare un possibile obiettivo comune fra CF e psicoanalisi: ma “il benessere, la salute, la felicità, la crescita, l’autonomia, il cambiamento” non sono solo “conseguenze collaterali e non fini in sé” della CF? Dunque non anche l’emancipazione? Forse è questione di vocaboli, ma preferirei – anziché contrapporre questi obiettivi alla “ricerca della ‘verità’ nella comprensione del mondo” – assumerli a patto di qualificarli immediatamente. Mi spiego (spero) meglio: la CF non mira al “benessere” o alla “felicità”, alla “autonomia” o alla “emancipazione” tout court (o, per lo meno, nelle accezioni correnti di questi termini); ma mira a quel “benessere”, a quella “felicità”, a quella “autonomia”, a quella “emancipazione” che la filosofia può donare e che solo essa dona.  Che poi sono quelle condizioni esistenziali (diversamente interpretate da ciascun filosofo) che, comunque, si configurano come effetto e conseguenza della (almeno parziale) acquisizione di “verità”. Se questo modo di esprimersi non fosse accettabile, potrei tentare una formulazione per me equivalente ma forse più digeribile: la CF non mira alla “felicità” o al “benessere” prima, o a prescindere, dalla ‘verità’, ma solo dopo e come risvolto della verità. Detto altrimenti: quale filosofo sarebbe disposto a negare che le sue prospettive filosofiche (anche le più nichilistiche) gli stanno conferendo una “felicità” e una “autonomia” che in nessun altro modo avrebbe raggiunto  e che sono strettamente intrecciate col suo filosofare?  Oppure (interrogando me stesso): perché mi interessa cercare la verità se non in quanto può farmi “fiorire” (M. Nussbaum) come essere umano? Allora, anzicché dire ad un mio consultante che i miei colleghi psicoterapeuti lo potrebbero aiutare a liberarsi ed io invece a capire sé stesso e il mondo, penso che non tradirei la filosofia se mi esprimessi diversamente: “Psicoterapeuti e filosofi consulenti vorremmo metterci a disposizione del tuo processo di auto-liberazione; essi rispetto ai tuoi condizionamenti psichici (soprattutto inconsci), io rispetto agli errori e dalle illusioni  (di cui si ha, o si può avere senza sondaggi speleologici, consapevolezza)”. Salvare la teoreticità dello scambio fra consulente e consultante è indispensabile; ma altrettanto salvarne la dimensione pratica (nel doppio senso di esistenziale e politica). Altrimenti, per evitare una degenerazione utilitaristica della CF, si rischia di ipotizzare uno scambio fra cervelli in relazione telepatica, non fra corpi pensanti.

I distinguo (motivati) alla tesi di Pollastri
  
   Sin dal secondo contributo, a firma di Maria Luisa Martini (Pratica filosofica e pratica psicoanalitica. Un approccio ermeneutico), il resto del volume è costellato da considerazioni – implicitamente o esplicitamente – critiche  rispetto all’impianto di Pollastri (e di Achenbach). Critiche, ovviamente, nell’unico senso accettabile in filosofia: come proposte di cernita che, accogliendo il valido di una tesi, la inverano in una prospettiva più ampia (e/o più convincente). Così, almeno, mi pare di poter intendere l’invito dell’autrice a non “ridurre la portata delle questioni realmente presenti quando ci si interroga sulla eredità freudiana” (muovendo “obiezioni di principio” ad “alcuni concetti portanti della teoria psicanalitica”, soprattutto alle “modalità della pratica clinica, dall’impostazione del setting, al tipo di relazione che viene instaurata tra terapeuta e paziente, alla centralità attribuita al processo di trasnfert”), rischiando di “ignorare l’impatto e la diffusione capillare della psicoanalisi, che ha permeato profondamente, in ogni aspetto della vita quotidiana, le forme in cui l’uomo contemporaneo pensa e rappresenta se stesso”. Oppure anche il passaggio in cui si rivendica, anche alla pratica psicanalitica, sia pure in una forma “ibrida e ambigua”, un riferimento alla “verità”: intesa certo in maniera analoga rispetto alla nozione filosofica (essa è “attestata dall’efficacia della relazione terapeutica, dall’attenuazione dei sintomi, da condizioni di vita più accettabili”: qui è il contenimento del dolore, insomma, a fungere da “parametro di una verità ritrovata, di un senso di vita ricostruito”, ma non molto distante da quella “accezione del termine ‘verità’ che si va definendo nelle pratiche filosofiche” per la quale “il criterio di verificazione è rappresentato dalla vita stessa del soggetto, che testimonia con il suo concreto esistere la verità di ciò che le sue parole si limitano a enunciare. La verità di ciò che dico a te tu la vedi in me, nel mio essere e nel mio agire, nella relazione che dimostro di saper instaurare con me stesso e con gli altri nella vita quotidiana. I parametri logici o epistemologici vengono sostituiti da parametri esistenziali, da una verità incarnata dal singolo e dalla comunità filosofica”.

Contaminazioni feconde
     Si può riflettere sui rapporti generali fra CF e “mondo psy” solo sino a un certo punto: oltre il quale bisogna planare su casi concreti, nomi e cognomi in dettaglio. E’ quanto fanno, con ammirevole dovizia di rimandi testuali ed esercizi di esegesi, tutti gli altri contributi del volume (tranne l’ultimo per le ragioni che esporrò a conclusione della recensione). Vediamo, sia pur rapidamente, con quali impostazioni psicoterapeutiche (e, in particolare, psicoanalitiche) avvengono i confronti critici (quasi sempre attestanti la possibile fecondità di contaminazioni, nella consapevolezza dell’irriducibile identità originaria, fra i diversi approcci).
    Di estremo interesse il terzo articolo (Jung precursore della consulenza filosofica? Visioni del mondo a confronto) in cui Moreno Montanari, sulla scia di uno studio di Romano Mádera, mostra quanto Jung sia stato consapevolmente debitore verso la tradizione filosofica e quante indicazioni provenienti da essa - dopo di lui, proprio grazie alla sua mediazione – i consulenti filosofici possano riscoprire   dall’angolazione delle valenze esistenziale e politica. Tra le molte possibili, una sola illuminante citazione tratta da Questioni fondamentali di psicoterapia di Jung:

         [Esistono] non pochi pazienti che, pur non essendo affetti da una nevrosi
         clinicamente classificabili, consultano il terapeuta a causa di conflitti
          psichici e altre difficotà della vita, sottoponendogli problemi la cui
          soluzione implica la discussione di principi ultimi. Spesso queste
      persone sanno benissimo, mentre il nevrotico lo sa raramente, o non
      sa mai, che i loro conflitti riguardano il problema fondamentale del
      loro atteggiamento e che questo atteggiamento e che questo
      atteggiamento dipende da determinati principi o idee generali,
      insomma da certe convinzioni religiose, etiche o filosofiche. Grazie
      a questi casi la psicoterapia si estende molto al di là dei limiti della
       medicina somatica e della psichiatria, sconfinando in ambiti
      un tempo riservati a sacerdoti e filosofi. Nella misura in cui
       questi ultimi non operano più o in cui viene negata loro dal pubblico
       la facoltà di operare, si vede quale lacuna lo psicoterapeuta  sia
       talvolta chiamato a colmare e fino a che punto la cura d’anime
       e la filosofia  si siano allontanate dalla realtà della vita. Al pastore
       si rinfaccia che si sa già quanto stava per dire; al filosofo che le sue
       parole non hanno alcuna utilità pratica. La cosa curiosa è che
       entrambi  (a parte eccezioni rarissime) professano una decisa
        avversione per la psicologia.

     Con dovizia di  riferimenti puntuali, il quarto e il quinto contributo – entrambi a firma di Giorgio Giacometti, che è anche curatore dell’intero volume – costituiscono  ammirevoli esemplificazioni di quanto possa essere istruttivo mettere a confronto la CF con le lezioni dei grandi maestri della psicoanalisi. In Un’ermeneutica per la pratica filosofica. Un confronto con Ludwig Binswanger si sottolinea la rilevanza della fatica (comune a filosofi consulenti e psicoterapeuti) di decifrare il discorso dell’altro, prendendolo sul serio, senza ridurlo a sintomo di qualcos’altro di nascosto. In maniera ancora più impegnativa, ne Il discorso dell’Altro. Consulenza filosofica e psicoanalisi lacaniana, il confronto si attua con un mostro sacro della cultura del Novecento che è riuscito  - presentandosi apparentemente come discepolo di Freud – a ribaltare molti elementi della piscoanalisi tradizionale, fondando un tipo di relazione interpersonale che non rientra in nessuna delle categorie precedenti. Dei mille spunti offerti, ne colgo solo uno in continuità con il dibattito a cui ho fatto cenno in apertura di questa recensione (sui fini essenziali e costitutivi della CF): l’autore del saggio trova una convergenza nel fatto che, proprio come nella relazione analitica secondo Lacan, anche la pratica filosofica  “o è trasformativa di chi la compie , o non è affatto” (anche se, ovviamente, si sta ipotizzando non una trasformazione quale che sia e come che sia, bensì dovuta alla “verità” che emerge nel dialogo).
     Non poteva mancare, ovviamente, il confronto con Maslow e la Psicologia Umanistica (May, Rogers, Frankl): se ne assume l’onere, con la consueta competenza, Stefano Zampieri nel suo Una certa somiglianza di famiglia. Consulenza filosofica e psicologia umanistica. L’autore lavora di bisturi perché proprio le impressionanti somiglianze (qui illustrate senza remore, anzi con soddisfazione) esigono un’attenzione particolarmente accurata nell’evidenziare le differenze, sintetizzabili in una formula (che viene ampiamente argomentata): “il filosofico della consulenza non è soltanto un atteggiamento, è piuttosto un ben preciso campo d’azione all’interno del quale i suoi discorsi, cioè quanto si realizza nel colloquio, acquistano un significato”. Anche a proposito di questo contributo, rinunzio alla messe di spunti e di indicazioni interessanti, tranne che a un passaggio (sempre sul tema degli scopi intrinseci della CF): “Né il filosofo consulente né il terapeuta emettono diagnosi, né l’uno né l’altro puntano a una salute intesa magari come ‘normalità’, ma in entrambi i casi di realizza un processo di trasformazione. Rogers lo interpreta come terapia, il filosofo consulente no”. Aggiungo solo una riserva: non mi pare che si possa accusare Victor Frankl di incoerenza fra l’impostazione nietzsciana della sua “volontà di significato” e la prospettazione di un Dio come valore di riferimento assoluto per la ragione, radicale, che non vi è in lui nessuna impostazione nietizsciana. A mio sommesso avviso, infatti, “volontà di significato”  è una formula intenzionalmente ricalcata sulla nietschiana “volontà di affermazione” di Adler per esprimere un capovolgimento di prospettiva.
   Anche Cati Maurizi Enrici, nella sua Breve nota su terapia della Gestalt e tradizione filosofica, si imbatte nella domanda ricorrente in questa raccolta di saggi: “La pratica filosofica può  ‘accontentarsi’ di promuovere una più esaustiva e migliore comprensione di sé e del mondo, considerando la trasformazione personale come un possibile, forse auspicabile, ma non necessario, effetto secondario, lasciando così all’arte e alla religione la possibilità di ‘ispirare’ un radicale cambiamento?”.  Ed anche qui, mi pare, la risposta non coincida con la severa secchezza di Pollastri. Anzi, con una preziosa suggestione, non si esclude che la valenza trasformativa della parola in consulenza  possa essere intensificata da un supplemento poetico.
  Nell’avviare il Dialogo tra consulenza filosofica e medicina psicosomatica Paola Santagostino, a proposito di quest’ultima,  distingue opportunamente “le due anime con cui è nata agli inizi del Novecento, che si incontrano e spesso si scontrano vivacemente: l’anima medica e l’anima umanistica”. Ovviamente è con il secondo filone (qui rappresentato da Medard Boss) che è più agevole svolgere il confronto, che l’autrice delinea in entrambe le direzioni: quale attenzione fiosofica da parte dei medici e quale attenzione alla corporeità (e alle patologie) da parte dei filosofi.
    L’ultimo contributo firmato da un consulente filosofico è di Paolo Cervari che, in Strategie indecidibili. Ambigui incroci tra psicologia strategica e consulenza filosofica, prendendo spunto da esperienze professionali autobiografiche, traccia un confronto fra CF e la proposta scientifica e terapeutica di Giorgio Nardone (allievo di Paul Watzlawick).  Dopo aver a lungo evidenziato i segmenti di contatto, l’autore propone, dialetticamente, una sorta di schema in cui puntualmente si contrappongono i due approcci (almeno intendendo la CF secondo la lezione di Achenbach e di Pollastri). Ma è uno schema che Cervari redige per poterlo problematizzare, destrutturare e ricostruire.  Della sua problematizzazione cito soltanto  il passaggio che si riferisce, ancora una volta, all’interrogativo sul fine specifico della CF : “Certamente il terapeuta o il consulente strategico vogliono cambiare. Anzi è la loro missione. Molto discutibile mi pare invece che non lo voglia fare il consulente filosofico. Al di là del possibile ricorso a tutte quelle filosofie che hanno sempre voluto trasformare il mondo (ammesso che ve ne siano che non lo vogliano fare…), se è vero che il consulente filosofico non vuole cambiare, che fa allora? Fare significa cambiare, a mio parere. E anche parlare significa fare…”.
     Il volume è arricchito, assai efficacemente, da un articolo di un docente di psicologia dell’università di Torino. Con grande libertà di linguaggio e sincerità di accenti, in Psicologi o badanti? Sulla necessità di una formazione storico-filosofica degli psicologi, Giorgio Blandino – rivolgendosi in primis ai ai suoi colleghi e agli aspiranti colleghi -  chiude per così dire il cerchio: dopo l’invito di tanti filosofi a farsi attenti alle psicoterapie, uno psicologo invita a farsi attenti alla filosofia. Nei percorsi formativi, infatti, è stato ormai cancellato qualsiasi riferimento alla storia della filosofia e ai metodi filosofici: perché, stupirsi, dunque, che gli piscologi rischino di ridursi a “badanti della psiche”, a “dentisti della mente”? E che sempre più pazienti, delusi dalle psicoterapie, bussino alla porta degli studi di filosofi consulenza filosofica? Forse – con la crisi economica che imperversa in questa fase – questa constatazione di Blandino andrebbe corretta: la gente, infatti, si allontana sì da molti studi di psicoterapia, ma per restare a casa.

   Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 11 aprile 2014

FILOSOFIA D'A...MARE


“Centonove” 11.4.2014

UN PO’ DI FILOSOFIA PER TUTTI ALLE ISOLE EGADI



          L’associazione “La calendula” di Trapani organizza, nel ponte fra venerdì 2 maggio e domenica 4, una “Tre giorni” di filosofia per tutti, grandi e piccini.  Il Festival di una filosofia d’a-MARE, infatti,   non è un convegno di filosofia per cultori della materia, ma un esperimento di “pratica filosofica” con “non-filosofi”: con cittadini, si intende, che  - per quanto interessati alle problematiche esistenziali e sociali   – non sono filosofi di professione.  In questa ottica, i filosofi-ospiti sono invitati non come maestri, ma come interlocutori dei partecipanti alla “Tre giorni” insieme ai quali con-filosofare sulle tematiche previste.
    Ognuno di loro sarà libero di sperimentare l’approccio che riterrà più adatto al contesto concreto in cui si troverà (dialogo, meditazione, testimonianza, confronto-dibattito, gioco etc.). Si inizierà già venerdì 2 maggio alle 16 a Favignana con una meditazione filosofica di Luigi Lombardi Vallauri e con una passeggiata filosofica collettiva guidata da Augusto Cavadi sul senso dell’esistenza come viaggio. Il sabato mattina (come poi anche domenica mattina) , in quattro strutture alberghiere convenzionate, altrettante colazioni col filosofo. Vesna Bijelic, filosofa consulente croata, riconosciuta dall’associazione nazionale “Phronesis”, animerà due colazioni filosofiche : una sul tema della bellezza e un’altra sul tema della giustizia. Peter Ciaccio, pastore della chiesa valdese d Palermo, introdurrà una colazione filosofica a partire dalla saga di Harry Potter. Altre due colazioni saranno introdotte da Stefano Zampieri, filosofo consulente di Mestre, che è stato presidente nazionale dell’associazione “Phronesis”: in una presenterà le linee essenziali della consulenza filosofica individuale e in un’altra solleciterà la riflessione sulla valenza filosofica delle immagini.
   Dopo le colazioni filosofiche un battello trasporterà i partecipanti da Favignana a Marettimo dove  avrà luogo un dibattito fra Luigi Lombardi Vallauri (docente emerito di filosofia del diritto all’università di Firenze ed ex-docente della stessa disciplina all’università cattolica di Milano dalla quale è stato licenziato per difetto di ortodossia confessionale) e il teologo Carmelo Torcivia, prete cattolico e docente alla facoltà teologica di Sicilia nonché responsabile della Comunità cristiana “Kairòs”, sul senso dell’essere cristiani oggi. Nella stessa fascia oraria Adriana Saieva, insegnante elementare e abilitata come teacher  di philosophy for children secondo il metodo Lipman, gestirà una sessione semi-ludica di filosofia con bambini dagli 8 ai 10 anni.
    Dopo il pranzo nel battello ci si sposterà all’isola di Levanzo. Qui Orlando Franceschelli , che vive e lavora a Roma (ed è uno dei più noti  filosofi italiani che si riconoscono in una visione del mondo naturalistica, cosmocentrica, post-moderna) sosterrà un dialogo sul tema della felicità possibile  con don Franco Barbero, un prete cattolico della Comunità di base di Pinerolo (che è stato ridotto dalle gerarchie vaticane allo stato laicale per il suo impegno teologico e pastorale con persone divorziate, omosessuali, transgender o comunque emarginate dal tessuto ecclesiale e sociale).
   La sera di ritorna a Favignana per una cena sociale e un concerto di musica etnica. La conclusione è prevista dopo le colazioni filosofiche di domenica mattina. Per visionare il programma dettagliato completo andare sul blog dell’ideatore e coordinatore culturale della manifestazione: www.augustocavadi.com. Per ulteriori delucidazioni, anche sulle strutture alberghiere,  e per prenotarsi telefonare ad Antonella (388 3574822) o scriverle: asslacalendula@libero.it

               Caterina De Felice

lunedì 7 aprile 2014

Tra Berlino e Palermo: qualche piccola differenza...


   "Repubblica - Palermo"
   7.4.2014

QUALITA' DELLA VITA: LA LEZIONE DI BERLINO A PALERMO
  Un breve soggiorno a Berlino suggerisce spontaneamente al visitatore palermitano alcuni confronti: la città più martoriata dell’ultima guerra mondiale è riuscita a collegare, come in un anello magico, senso civico, qualità della vita e prosperità economica.
     Senso civico che ti impedisce di suonare il clacson, di gettare cartacce per terra, di posteggiare in seconda fila o sulle strisce pedonali, di viaggiare in bus senza biglietto . Tutto ciò senza mai incontrare un vigile urbano, un poliziotto, un controllore: come mai? La risposta più sciocca sarebbe: è questione di struttura genetica. La più ragionevole è che, dal regime prussiano in poi, si è realizzata la certezza della pena: il cittadino sa che difficilmente sarà colto in fallo, ma se succedesse sarebbe sanzionato inesorabilmente. Proprio al contrario che da noi dove vigili urbani e controllori di bus esercitano il proprio dovere con una elasticità che sconfina nell’inefficienza. L’impressione è che in Germania si sia interiorizzata l’idea dello Stato di diritto: le norme meritano obbedienza perché garantiscono la libertà di ciascuno. Un po’ al contrario che da noi dove – retaggio feudale – si suppone che la libertà del soggetto stia nell’evitare il giogo delle leggi anche a costo di legarsi servilmente a un potente.  Mi è capitato un episodio istruttivo in proposito. Ho avuto bisogno di un medicinale: alle 14,00 le farmacie erano tutte aperte; nella prima in cui sono entrato la farmacista ha preteso la prescrizione medica che non avevo, ma mi ha indicato un vicino ambulatorio privato dove sono stato subito visitato e dove mi è stata fornita la ricetta necessaria. Mi è stata consegnata una ricevuta fiscale corrispondente alla tariffa dell’onorario (per altro non esoso: 10,70 euro), ma ancor più mi ha colpito la precisione della cifra: segno che non solo non ci sono state equivalenze indecenti (20.000 lire tradotte in 20 euro), ma neppure arrotondamenti da straccioni con il vezzo di apparire  signori (10,70 che diventano 11 o 12 o 15 euro).
    Questo rispetto della legalità rigoroso, interiorizzato, rende possibile una qualità della vita straordinaria. Moltissimo verde, seriamente riservate ai pedoni e ai ciclisti le rispettive piste. Più di un centinaio i musei aperti e accuratamente funzionanti. La visita (gratuita) alla cupola del Parlamento ci ha mozzato il fiato: non solo per la professionalità del personale in servizio; non solo per la spettacolarità del panorama (che un’audioguida anch’essa gratuita descriveva passo passo); ma anche per l’ingegnosità del sistema mediante il quale la struttura in ferro e vetro assorbe calore, lo usa per riscaldare l’aula dell’Assemblea e lo ricicla per riscaldare la cupola stessa in cambio di  aria pulita.  Atmosfere riservate ad ambienti selezionati? Non si direbbe. Berlino annovera tre milioni e mezzo di abitanti e nessun rumore molesto, nessuna rissa, nessuna irritazione nell’attesa dei mezzi pubblici. L’affabilità è rara, ancor meno il calore umano nella relazione con l’estraneo: ma la cortesia, almeno formale, è universale. 
  Senso civico e qualità della vita rendono la capitale della Repubblica federale tedesca un’attrattiva internazionale. Questa città relativamente recente è diventata oggi  - dopo Londra e Parigi – la città più visitata nel mondo. I visitatori vi lasciano una quantità immensa di denaro che solo in minima parte finisce nelle tasche di politici corrotti: tutto il resto viene reinvestito in opere pubbliche e private che danno da lavorare a milioni di cittadini.  Questo livello medio di prosperità economica, effetto di rispetto delle regole e di vivibilità ambientale, a sua volta incrementa legalità e qualità della vita: così il cerchio, virtuoso, si chiude. 
  Basterebbe una sola  esemplificazione per  sintetizzre emblematicamente ciò che si realizza a Berlino e che si potrebbe realizzare a Palermo. Una delle pagine più vergognose della storia tedesca recente è certamente il nazismo: Berlino avrebbe potuto lasciarlo cadere nell’oblìo oppure specularvi economicamente fabbricando gadget ironici . Non ha fatto né l’una né l’altra cosa, ma ha preso – per così dire – il toro per le corna: ha costruito musei, opere d’arte, itinerari didattici per mantenere più viva possibile la memoria di questi errori innominabili. Contestualmente ha intrecciato la memoria dei tedeschi peggiori con il ricordo ammirato e grato per i suoi figli migliori che hanno lottato, non di rado sino alla morte, il nazismo. Se tutto ciò è espressione di senso civico,  a sua volta diventa occasione di migliorare la qualità della vita dei cittadini attuali che si trovano a fruire nel cuore del centro storico di spazi artisticamente suggestivi. Come se ciò non bastasse, questi gesti di civiltà rendono ancora più attraente la città dal punto di vista turistico, incrementando una delle voci attive pià consistenti del bilancio finanziario del länd. Uguale monito etico, con analoghe conseguenze sulla qualità della vita dei palermitani e sull’industria turistica, avrebbe la costruzione di strutture memoriali dedicate alla storia della mafia e dell’antimafia. Da decenni lo chiede, alle amministrazioni di diverso colore,  il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”; ma invano. Forse lo spread fra interessi bancari è solo pallido riflesso di un gap di civiltà molto più urgente da colmare.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 4 aprile 2014

Il circolo infernale dei bus urbani: disservizi, calo degli utenti, aumento del prezzo del biglietto


“Centonove”  4.4.2014

BIGLIETTO DEL BUS E AUTO BLU




      Il recente aumento del costo del biglietto per il bus urbano a Palermo (come in altri capoluoghi siciliani) continua a suscitare malumori e proteste. Non sembra però diffusa la consapevolezza che si tratti del sintomo di un fenomeno molto più grave: il fallimento di un’inversione di tendenza rispetto alle vecchie politiche della mobilità  urbana. Riflettiamoci per qualche minuto. La decisione dell’Amat, che fa seguito tra l’altro a una disposizione normativa regionale, è determinata da un costante deficit di bilancio dell’azienda. Un aumento di poche decine di centesimi che corrisponde a una compressa di aspirina a un malato con la febbre. Se la febbre è passeggera, il rimedio è sensato. Ma quale medico darebbe un’aspirina ogni tanto a un paziente che fosse costantemente affetto da eccessi di febbre, per giunta sempre più devastanti? Non sarebbe più logico risalire alle cause della patologia?

     Fuor di metafora, le cause delle perdite costanti nel bilancio Amat si concatenano in una sorta di circolo infernale che sinora nessuna amministrazione ha avuto in mente di spezzare. Come in ogni circolo, si può partire da qualsiasi punto per percorrerlo interamente. Si può ad esempio cominciare dal disservizio: quale lavoratore, quale studente, quale professionista  - che abbia necessità di arrivare puntuale in fabbrica, a scuola o in ufficio – può rinunziare a un mezzo privato per affidarsi agli orari dei  mezzi pubblici? Solo qualche giorno fa, contando sulla partenza del 731 dal capolinea, sono salito sul bus alle 7,30 per la corsa delle 7,35. Il guidatore, molto cortesemente, mi ha spiegato che quella vettura sarebbe partita alle 7,50; che la corsa delle 7,35 “di solito salta per guasti alla vettura” e che dunque, per il futuro, avrei fatto meglio, se avessi voluto evitare il ritardo, a  intercettare la corsa delle 7,20. Di solito salta per guasti una corsa del mattino in orario di punta? In quale città italiana, almeno da Napoli in su, avrebbe senso una affermazione ufficiale, o semi-ufficiale, del genere?

      Poiché però ci sono decine di queste anomalie, il numero dei viaggiatori abituali decresce: perseverano solo gli  strati popolari che non possono permettersi un’alternativa privata, per quanto scalcagnata. Come se questo non fosse abbastanza dannoso per le entrate dell’azienda, la riduzione numerica dei passeggeri si accompagna ad una proletarizzazione degli stessi: che, a torto o a ragione, si autoesonerano dal pagamento del titolo di viaggio. Dunque meno passeggeri e, tra questi pochi, ancor meno paganti (con gesti un po’ patetici, ma che  nella sostanza aggravano il quadro già buio, di quanti – prima di scendere dal bus – offrono il proprio biglietto vidimato a uno dei tanti compagni di viaggio sprovvisti, senza neppure sospettare di stare compiendo una trasgressione). Vetture dove, accanto a passeggeri poveri e dignitosissimi, viaggiano “portoghesi” forse altrettanto poveri ma non sempre altrettanto rispettosi degli spazi pubblici (basta salire, dalle ore 20 in poi, alla stazione ferroviaria centrale,  su un 139 qualsiasi, per registrare un degrado sconfortante) sono accuratamente evitate da chiunque –  ragazze sole, adulti stanchi di una giornata di lavoro, persone anziane o handicappate – non se la senta di affrontare la impunita maleducazione di frotte di ragazzi in grado persino di intimorire gli autisti.  Così gli introiti toccano il minimo e, ogni tanto, si prova a rimediare alzando il costo del biglietto: si troveranno però sempre meno fessi disposti a pagarlo in cambio di un servizio in caduta libera.

     Basterebbe un po’ di buon senso per capire che si dovrebbe operare una “svolta ad U”: intensificare i controlli sulla regolarità delle corse; diminuire il costo del biglietto e degli abbonamenti contando su un incremento dei passeggeri a fronte di una puntualità attendibile; intensificare i controlli su quanti, nonostante un servizio più efficiente e costi meno onerosi, perseverassero nell’abitudine di viaggiare a sbafo. Se gli amministratori di Palermo non si trattassero con molti più riguardi dei membri di governo dei Paesi scandinavi  - e dunque  si spostassero, tranne impegni particolari d’ufficio, con i mezzi pubblici -  lo capirebbero, dopo pochi giorni, anche loro. Ma, poverini, bisogna comprenderli:  quando si sfreccia,  in auto blu con autista, nelle corsie preferenziali, della gente che aspetta al sole o alla pioggia non ci se ne accorge neppure.



     Augusto Cavadi