sabato 10 dicembre 2016

PRENDETE NOTA, PER FAVORE, DEL MIO NUOVO INDIRIZZO E-MAIL

Ho dovuto abbandonare il vecchio indirizzo (acavadi@alice.it) e ne ho dovuto aprire uno nuovo (dal momento che Tim non ha neppure capito quali fossero le mie difficoltà tecniche !): perciò, da ora in poi, cancellate il vecchio e sostituitelo con il NUOVO: a.cavadi@libero.it

giovedì 8 dicembre 2016

OGGI FESTA DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA: QUALCHE CONSIDERAZIONE CRITICA


8 dicembre : Festa dell’Immacolata concezione di Maria. Vogliamo rifletterci con un po’ di serietà intellettuale?



Gen 3, 9-15.20; Ef 1, 3-6. 11-12; Lc 1, 26-38

   Quando chiedo a parenti e amici cosa si festeggi l’8 dicembre mi si risponde (almeno nove volte su dieci): la verginità della Madonna, il suo rimanere pura da ogni contatto sessuale nonostante la sua maternità. L’errore ha una sua motivazione culturale. Per secoli, nella predicazione e nella catechesi, il peccato per eccellenza è stato contro il sesto comandamento: dunque, appena si sente affermare che oggi si celebra l’esenzione della Madonna da ogni “peccato”, si pensa subito al peccato “sessuale” (e non, come intenderebbe il dogma cattolico, al peccato “originale” sin dal grembo di sua madre Anna). Insomma i dogmi sono due, sono distinti, non sono inscindibili: “verginità” di Maria (V secolo) e “immacolata concezione” di Maria (XIX secolo) Allora, per fare un po’ di chiarezza teologica servendomi del registro umoristico, in questi casi mi piace ricordare la storiella di Gesù che, al cospetto dell’adultera, invita “chi è senza peccato a scagliare la prima pietra” e, con disappunto, vede arrivare una pietra dalle retrovie della folla; getta uno sguardo scrutatore ed esclama: “Mamma, per favore, lasciami lavorare…”.
   Ma, chiarito l’equivoco, il quadro teologicamente più corretto non risulta – di solito – molto più convincente (né a me né ai miei interlocutori): perché, se tutte le figlie e i figli di Adamo nasciamo inquinati dal “male radicale”, Gesù e Maria ne sarebbero stati esentati? Ciò non li renderebbe meno umani, meno solidali con i fratelli e le sorelle di ogni tempo e di ogni area del pianeta? Ormai, però, alla luce dell’esegesi biblica moderna e contemporanea, queste domande risultano pleonastiche: le Scritture, infatti, non insegnano nessun peccato “originale” ereditario. Questa idea è stata teorizzata – fra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo – (suppongo in buona fede, ma con disastrose conseguenze pastorali) da sant’Agostino, geniale “padre della Chiesa” per sua e nostra disdetta ignaro completamente di ebraico e non molto ferrato neppure in greco.
   E allora, nelle nostre assemblee eucaristiche cattoliche, che cosa resta da celebrare? Dal punto di vista storico, retrospettivo, nulla. Nessun concepimento umano è mai stato “immacolato” perché nessun concepimento umano è stato “maculato”: Gesù, Maria, tutte e tutti noi nasciamo all’interno del lungo e ampio fiume della storia, con le sue energie e i suoi detriti, le sue risorse e i suoi condizionamenti negativi. Tutti noi, nascendo, attestiamo una “benedizione originaria” (Matthew Fox) : ma, come ogni essere in potenza, in evoluzione, siamo esposti al rischio dell’errore e della sconfitta. Il patrimonio genetico, ambientale, culturale, simbolico che riceviamo in eredità è intrinsecamente ambivalente: ci sostiene e ci sollecita, ma altrettanto ci ostacola e ci frena.
    Se la festa di Maria “Immacolata” non ci dice nulla sul passato, può dirci ancora molto sul futuro: Come icona simbolica prospettica la madre del Salvatore può indicarci una méta, un’utopia verso cui avvicinarci pur sapendo che non la raggiungeremo mai (almeno su questa Terra): il traguardo, sempre un po’ più in là delle nostre realizzazioni effettive personali e politiche, di un’umanità senza corruzione, senza ombre, senza “macchie”. Di un’umanità che diventi meno indegna del pianetino terrestre: di quel paradiso materiale in cui una Provvidenza incredibile, o un intreccio di coincidenze casuali non molto più credibili, l’ha (provvisoriamente) collocata.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 4 dicembre 2016

LO SPIRITO CHE SPEZZA IL "DENTRO" E IL "FUORI"

Commento a Mt.  3, 1 - 12


“Adista”

29 ottobre 2016



*Fuoritempio.

Commenti al Vangelo di chi è ‘svestito’:

senza parametri, dottrina e gerarchie, ma non per questo ‘senza Dio’*



Commento al vangelo della II domenica di Avvento

(5 dicembre 2016)





Mt 3, 1 - 12

   Tutti noi sogniamo di poter vivere d’eredità. Poiché questo, dal punto di vista delle risorse materiali,  è riservato a pochi privilegiati (privilegiati? Non sempre. Conosciamo persone rovinate psicologicamente ed esistenzialmente dalla possibilità di sottrarsi alla fatica quotidiana del lavoro e di vivere da parassiti), è forte la tentazione di voler vivere di rendita dal punto di vista simbolico-culturale: “Mio nonno era un aristocratico”, “Mio zio era un celebre attore”, “Mia cugina è una romanziera di successo”…L’ambito religioso non è esente da questa  tendenza de-responsabilizzante: “Siamo figli del popolo eletto”, “Siamo membri dell’unica vera confessione di fede”, “Siamo padroni in …chiesa nostra”. Il vangelo di Matteo smaschera e stigmatizza questo orgoglio mal fondato in “molti farisei e sadducei” che venivano a farsi battezzare da Giovanni e ne riporta le invettive non proprio diplomatiche: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: <<Abbiamo Abramo per padre!>>. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo” (vv. 7 – 9).
 Chi sa se il redattore del vangelo matteano avesse presente che il conformismo, il tradizionalismo, il razzismo denunziati in gruppi di ebrei erano veleni infiltrati nella comunità cristiana stessa, ai suoi tempi e soprattutto nei secoli a venire ? Certamente se ne accorse nel XVII secolo Blaise Pascal quando rimpiangeva i tempi in cui farsi battezzare era una scelta personale  – e impegnativa – e non l’effetto di un meccanismo sociale automatico.
  La chiusura nei propri recinti ecclesiali non è solo ingiusta nei confronti degli esterni, ma è proprio direttamente una bestemmia contro il Signore di tutti e di tutte: implica, infatti, la doppia erronea convinzione che i meriti della nostra tradizione comunitaria (se ci sono davvero) siano esclusivo frutto della libertà umana e non anche dell’illuminazione divina; ma soprattutto che la potenza dello Spirito sia così debole, così circoscritta, da non potere suscitare altre energie da cuori induriti (ammesso che siano davvero tali solo perché nati e cresciuti sotto altri cieli).
  L’effetto di questa bestemmia sarebbe comico se non fosse tragico: molti di quelli che, fidando sulla propria appartenenza ecclesiale, non coltivano le proprie potenzialità e non adempiono alla propria missione, finiscono con l’appassire; molti di quelli che sono emarginati e disprezzati, aprendosi al soffio del Creatore, fioriscono e portano “frutti degni della conversione”. Così, per riprendere  Agostino,  “molti di quelli che sembrano dentro si riveleranno fuori e molti di quelli che sembrano fuori si riveleranno dentro”. O, meglio ancora, si scoprirà che agli occhi dell’Eterno non c’è nessun ‘dentro’ e nessun ‘fuori’: i confini eretti a fatica  dai mortali, e difesi strenuamente a costo di sacrifici e sangue, sono inconsistenti. “Alla sera della vita” – secondo la saggia conclusione di Giovanni della Croce – “saremo giudicati dall’amore”: non dai titoli di merito, veri o fasulli, dei nostri antenati. Tanto meno dal colore della loro pelle o dalla lingua delle loro liturgie.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
 

lunedì 28 novembre 2016

QUOTIDIANITA', SPIRITUALITA', FILOSOFIA


Dal blog : stefano-zampieri.blogspot.it del 28.11.2016

Il quotidiano: filosofia e spiritualità 


Che ruolo ha la spiritualità nella vita quotidiana? Oppure: ha senso parlare di spiritualità da una prospettiva laica e non confessionale? Le due domande si intrecciano e le possibili risposte costituiscono un passaggio ineludibile per chi voglia ripensare il quotidiano. Ci aiuta nella riflessione Augusto Cavadi con questo suo massiccio volume: oltre 300 pagine di grande formato, quasi un migliaio di note, una ventina di pagine di biliografia, a testimonianza non solo di una ricerca di vasta portata ma anche della complessità della problematica.
Dal mio punto di vista Cavadi coglie perfettamente la prospettiva più feconda, quella che mette al centro dell'analisi proprio la filosofia, intesa non tanto come una "ginnastica mentale", o un ricerca storica, ma come "amore per la sapienza, e insieme sapienza dell'amore", cioè come quella attitudine interrogativa che nasce oltre la spiegazione scientifica, proprio perchè risponde a domande che scaturiscono non dalla ricerca dello scienziato, ma dalla quotidianità dell'esistenza. Laddove ha senso anche porre domande irrazionali o ingenue, o istintive. Ma che pur tuttavia costituiscono un doveroso passaggio, una percorso di formazione per tutti noi.
In questo senso il termine stesso "spiritualità" deve essere riletto, nella sua costitutiva vaghezza, come un termine non necessariamente confessionale, anche se il suo significato religioso non può essere escluso, ma al contempo anche non necessariamente idealistico o soggettivistico, il termine deve essere inteso piuttosto come un "patrimonio di tutti, monopolio di nessuno". Spiritualità, dunque prima di tutto come apertura verso l'infinito da parte di esseri finiti, apertura e dunque non chiusura nel foro interiore, nell'isolamento, ma anzi  squadernamento di un mondo attraverso tutte le forme della creazione umana, non escluse quelle dell'arte, della letteratura, della musica. Ma Cavadi non esita a mettere inaspetattamente nel discorso anche la dimensione spirituale delle scienze, o della gastronomia o dello sport.
E' dunque nella filosofia che la spiritualità riprende vita al di là dei recinti nei quali oggi si trova spesso confinata. Una filosofia che non si trastulla con il gioco dei concetti o l'invenzione di formule astratte, ma si concretizza come forma di vita improntata alla saggezza.
Così tutta la seconda parte del libro diviene proprio un ampio e articolato manuale di "spiritualità filosofica", nel quale assumono dignità di riflessione la presenza di sè, l'accettazione della propria finitudine, il superamento del complesso di colpa, ma anche il saper pensare, o il saper rischiare,  il misurarsi con il lavoro, il saper mangiare quanto il saper digiunare, il saper invecchiare, il saper ascoltare il silenzio, il saper conversare, il saper darsi tempo, ecc... insomma tutte le virtù della vita vissuta al suo meglio. Come la filosofia ci insegna. 
                               
                                                                                           Stefano Zampieri

Augusto Cavadi
Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità
Diogene Multimedia, 2016
pp. 357  € 25

venerdì 25 novembre 2016

IL TEMPO DELLA CONSAPEVOLEZZA (COMMENTO A MT. 24, 37 - 44)


“Adista”
29 ottobre 2016

“Fuoritempio.
Commenti al Vangelo di chi è ‘svestito’:
senza parametri, dottrina e gerarchie, ma non per questo ‘senza Dio’ ”

Commento al vangelo della I domenica di Avvento
(27 novembre 2016)


Mt 24, 37 – 44

  Una pericope sofferta, quasi antinomica, quella da cui è tratto il vangelo odierno. Si incontrano, e in qualche misura si scontrano tensivamente, due flussi. Il primo, più antico, sembra risalire a Gesù stesso: egli riteneva prossima la fine del mondo, o per lo meno del suo mondo, e l’avvento del regno di Dio sulla terra (“Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute”, v. 34). Il secondo, successivo, si direbbe opera di Matteo (o meglio del redattore di tradizione matteana) : constatato che, nonostante la morte di Gesù, la storia continua con gli alti e i bassi, le luci e le ombre di sempre, si trasforma la previsione originaria in imminenza indeterminata (“Vegliate, dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore sia per venire”, v. 42).  L’incertezza, imbarazzata e imbarazzante, ci ricorda quel che il teologo Sergio Quinzio ha sottolineato nel suo La sconfitta di Dio: i cristiani sono figli di un clamoroso insuccesso, di una colossale smentita storica. A loro non si addice alcun trionfalismo: il Maestro in nome del quale si sono radunati in movimento, e poi organizzati in strutture comunitarie, aveva promesso una rivoluzione anche fisica, anche sociale, anche economica che non si è realizzata. E, potremmo aggiungere esplicitando la stessa linea interpretativa, che resta tutta da realizzare.
  E’ dunque con umiltà  - o come meglio si voglia denominare il senso dei propri limiti al cospetto della propria responsabilità – che chi osa dirsi discepolo di Gesù deve non soltanto annunziare la possibilità sempre incombente di un’irruzione di Dio nella storia (rischiando con simili annunzi di impelagarsi in categorie mitiche incompatibili con quanto è lecito prevedere sulla base delle scienze contemporanee), ma anche – e soprattutto – sbracciarsi affinché la sovranità divina entri, effettivamente, nel tessuto delle vicende umane. Affinché quello che si suppone essere il progetto del Creatore si vada, lentamente ma continuamente, realizzando.
   Se è così, l’esortazione con cui si conclude la lettura prevista dalla liturgia di oggi (“Perciò, anche voi siate pronti, perché nell’ora che non pensate, il Figliuolo dell’uomo verrà”, v. 44) non va accolto, moralisticamente, come ingiunzione a non farsi trovare in “peccato mortale” dall’evento che suggella la nostra fragilità costitutiva; bensì   - mi pare – come invito a non sprecare il tempo, individuale e collettivo, a nostra disposizione. Non si tratta neppure di abbandonarsi a previsioni, o a farneticazioni, escatologiche, quanto di prendere coscienza della precarietà dell’avventura umana sulla Terra (come sosteneva Michel Foucault, l’uomo è un’invenzione recente con una data di scadenza prossima) e della irreversibilità di molte sue scelte: sia quando avvengono nel segno della costruttività promozionale sia, soprattutto, quando avvengono nel segno della distruttività.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com