giovedì 30 giugno 2016

MARIA D'ASARO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU "FILOSOFARE IN CARCERE"



“Centonove” 23.6.2016

MARIA D’ASARO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU “FILOSOFARE IN CARCERE”


In Filosofare in carcere (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €5) Augusto Cavadi - come recita il sottotitolo del libretto - ci racconta un’esperienza di filosofia in pratica nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, esperienza  resa possibile da un’idea di filosofia che, destrutturando lo schema usuale up e down vigente tra insegnante e alunno, viene intesa come dialogo e scambio paritetico tra un filosofo e uno o più interlocutori disposti a con-filosofare su tematiche di rilevanza esistenziale. Dunque una filosofia (…) come ricerca in comune di risposte a domande condivise. E così i filosofi Augusto Cavadi e Antonietta Spinosa, attraverso l’ASVOPE – Associazione di volontariato penitenziario – hanno discusso con un gruppo di detenuti dell’amore, dell’amicizia, della fedeltà, della libertà, del codice mafioso.

Augusto, il tuo racconto dell’esperienza di filosofia ‘pratica’ in un carcere di Palermo è piuttosto breve. Supponi che possa essere utile, per il lettore interessato,  qualche informazione di contesto?
Augusto Cavadi: Innanzitutto direi che, per capire gli interventi dei detenuti, sarebbe istruttivo conoscere un po’ la mentalità ‘media’ dei siciliani. La maggior parte dei partecipanti agli incontri è, infatti, nata e cresciuta nell’isola. Alcuni anni fa ho provato a tratteggiare il modo di pensare, alquanto contraddittorio, di noi siciliani nel libretto I siciliani spiegati ai turisti .
Chi dice Sicilia non può non pensare, per associazione d’idee, alla mafia. Specie se è si tratta di un’area sociale relativa alla criminalità …
A.: La cultura siciliana non è, ovviamente, tout court una cultura mafiosa: tuttavia non è neppure estranea alla formazione, al suo interno, tra altre visioni del mondo, di una mentalità mafiosa (che, secondo un’espressione del compianto magistrato Giovanni Falcone, è quasi un “precipitato” degli elementi peggiori della cultura siciliana). Per capire la differenza, pur con alcune preoccupanti affinità, fra il modo di intendere la vita del siciliano ‘medio’, da una parte,  e del mafioso che aderisce formalmente a Cosa nostra, dall’altra, ho pubblicato due scritti: uno, molto breve e accessibile, La mafia spiegata ai turisti e un altro più impegnativo, Il Dio dei mafiosi.
Ma ci spieghi come un ambiente così particolare, ai margini della società, come il carcere può essere adatto all’esercizio della filosofia?
A. : Innanzitutto premetterei che la proposta di sperimentare delle sessioni di filosofia-in-pratica con alcuni detenuti dell’Ucciardone mi è venuta da Franco Chinnici, presidente dell’Asvope, l’associazione di volontariato penitenziario che opera da molti anni a Palermo. Franco e gli amici dell’associazione intendono il volontariato non come mera “beneficenza”, ma come strategia di promozione umana (dei detenuti) e di stimolo critico nei confronti delle istituzioni (carcerarie): insomma lo intendono, e lo praticano, nella prospettiva  di cittadinanza adulta su cui mi trovo totalmente d’accordo, in armonia con le riflessioni di vari studiosi e operatori. Senza questa premessa non si capisce il clima di fiducia, di rispetto reciproco, in cui si è potuto realizzare l’esperimento.
E’ importante sottolineare che fare volontariato non è elargire beneficenza ma promuovere e accrescere umanità, specie in un contesto carcerario. Ma perché proprio la filosofia?
A.: Mi rendo conto che, in un Paese di tradizione storicistica come il nostro, chi sente pronunziare “filosofia” pensa subito alla “storia delle filosofie” elaborate dai Greci a oggi. Ma la filosofia per me è anche, anzi soprattutto, uso critico della ragione: in questo senso originario, radicale, forse potremmo dire socratico, ogni uomo e ogni donna ha il diritto/dovere di praticarla. Dunque il politico come il cittadino elettore; l’imprenditore come l’operaio; il magistrato come il detenuto … E’ quanto intendo mostrare con la mia attività di filosofo in pratica, finalizzata a dialogare e a confrontarmi innanzitutto con chi filosofo di professione non è, ma è alla ricerca di un senso nella sua vita individuale e negli accadimenti sociali e politici. Che succede quando a un gruppo di persone – con modestissimi livelli d’istruzione, storie di vita travagliate, scarsa educazione al confronto democratico – si propone di pensare con la propria testa e di parlare liberamente di ciò che vanno pensando? Come ha sottolineato Maria Antonietta Spinosa che ha condiviso gli incontri con i detenuti: filosofare assieme ai detenuti è valso il dono reciproco di attivare la rilettura critica della propria esperienza, muovendo dalla condizione più paradigmatica per il pensare: (…) le situazioni-limite, la situazione del limite. In questo piccolo libretto, Filosofare in carcere - che ha l’onore di aprire una nuova, agile, collana della coraggiosa casa editrice bolognese Diogene Multimedia - ho voluto raccontare un esperimento di questo genere. Non è stato il primo (Giuseppe Ferraro ci ha preceduto in Italia) e, spero, non sarà neppure l’ultimo. Perché proprio la povertà estrema del carcere può aprire paradossalmente la possibilità di intuire per la prima volta il valore delle relazioni umane e di ripartire dalla propria fragilità come prospettiva per esplorare con coraggio se stessi e il mondo. 

                                                                                       Maria D’Asaro


mercoledì 29 giugno 2016

CI VEDIAMO A VILLABATE (PALERMO) GIOVEDI' 30 GIUGNO 2016 ALLE ORE 18 ?

Giovedì 30 giugno 2016, alle ore 18, presso la ex Sala Gatto Verde - ora Club degli Anziani in Corso Vittorio Emanuele 394 di Villabate (Pa) Augusto Cavadi e Vincenzo Barba (con la partecipazione della corale "Canto di gioia") introdurranno la riflessione pubblica su "La strage della Giulietta. In memoria delle vittime villabatesi Pietro Cannizzaro e Giuseppe Tesauro" (consumatasi il 30 giugno 1963).
L'iniziativa è del Comune di Villabate e dell'Associazione culturale "Verso Paideia. Percorsi di cultura e legalità".

martedì 28 giugno 2016

DONNE MALTRATTATE. E NOI UOMINI ?


“Repubblica-Palermo”
12.6.2016


LE RESPONSABILITA’ DEI MASCHI E LA VIOLENZA SULLE DONNE

      Ci sono tragedie che, se reiterate,  diventano ordinaria quotidianità. Sino alla noia. I femminicidi – o come meglio si vogliano chiamare gli assassini di donne in quanto donne- non sono ancora tra queste tragedie: ma sono sulla buona strada. Per quanto doverosi, i ‘soliti’ commenti degli ‘esperti’ di turno contribuiscono – oggettivamente – all’anestesia. E’ necessario, tuttavia, aiutarsi a vedere le radici più profonde (alla fonte)  e a individuare qualche strategia concreta (alla foce)?  Proviamoci.
      Per quanto riguarda le cause remote (che, in quanto remote, causano altri fenomeni analoghi al femminicidio) può essere utile la provocazione di un Thomas Merton: “ Per molti uomini un albero non ha alcuna consistenza finché non pensano di abbatterlo, per i quali un animale non ha valore fino a che non entra nel macello, uomini che non guardano nulla finché non decidono di abusarne e che neppure notano quello che non desiderano distruggere“. Una società che non sa guardare, apprezzare, rispettare ciò che non serve qui e ora in senso utilitaristico o edonistico è una società che nota la bellezza fisica, corporea, sessuale solo se può contare di impadronirsene. E, qualora un fattore qualsiasi (soprattutto se si tratta della libertà del corpo desiderato) si frappone fra lo sguardo cosificante e il soggetto cosificato, scatta la rabbia. Spesso una rabbia che si fa violenza, materiale o psicologica, giustificata da chi la perpetra come se fosse la rivendicazione di un diritto indiscusso.
      Ma possiamo attendere, mentre viene uccisa una donna al giorno, che la società iperproduttiva e iperconsumista impari il gusto della contemplazione pacifica e pacificante? Ovviamente no. Occorre mobilitarsi nell’immediato con iniziative mirate sul piano culturale, sociale e politico. Le donne lo fanno da decenni, ma anche alcuni maschi ci stanno provando. Solo poche settimane fa è venuto da Roma a Palermo e a Catania, per un ciclo di seminari, Stefano Ciccone, leader nazionale di “Maschile plurale” (www.maschileplurale.it) ; nei mesi precedenti un giro simile di incontri era stato realizzato da Beppe Pavan, leader a Pinerolo di “Uomini in cammino” (web.tiscali.it/uominincammino) , su iniziativa di alcune associazioni locali come, a Palermo,  il piccolissimo “Gruppo uomini contro la violenza sulle donne” (vedi relativa pagina FB). Queste, e altre organizzazioni, lavorano a vari livelli, nella comune convinzione che la violenza sulle donne è prima di tutto ed essenzialmente un problema dei maschi (anche se spesso, paradossalmente, alle loro iniziative pubbliche sono presenti più donne che maschi). Intanto, in chiave riparativa,  offrendo spazi di auto-aiuto ai maschi che cedono abitualmente alla tentazione di maltrattare le proprie compagne, le proprie figlie. Poi sollevando la problematica , in chiave preventiva, nelle scuole e nelle università mediante seminari, mostre fotografiche, concorsi letterari…Infine collaborando con partiti e sindacati che vogliano perfezionare la legislazione nazionale e regionale per difendere meglio  la dignità delle cittadine: le quali – come ha scritto qualcuno in questi giorni -  da settanta anni hanno ottenuto il diritto di votare ma ancora attendono il diritto di lasciare un partner senza essere uccise.

  Augusto Cavadi

domenica 26 giugno 2016

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SECONDO FABIO BONAFE'

“Il cristallo. Rassegna di varia umanità”,
anno LVIII, n. 1, aprile 2016-06-25


LA RECENSIONE DI FABIO BONAFE’

Augusto Cavadi,    Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichissima spiritualità    
Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 357, euro 25,00.

     La prima cosa che succede prendendo in mano questo libro è  scoprire che è un libro “quadrato”, 21 cm.  x 21 cm. : un formato che diremmo più tipico per un libro di fotografie o di altre immagini. La seconda cosa che troviamo è che si tratta di un enorme repertorio di citazioni, note e riferimenti bibliografici: infatti, leggendolo, si continua a sottolineare e a spostarsi da una parte all'altra, rimandati ad autori e libri da leggere o rileggere, che ritroviamo nelle ultime 50 pagine. Comunque sia, questo è un libro molto quadrato che disegna un articolato e appassionato percorso nel cercare di fare dell'amare la saggezza un modo di vivere, uno stile e una pratica di vita.
      In questa ultima frase stanno nascoste le due parole chiave del libro -  “filosofia” e “spiritualità” -  che si ritrovano subito nel sottotitolo. Difficile dire quale delle due sia oggi la più oltraggiata e screditata. Entrambe lasciano spesso perplessi, e a ragione. Nonostante il successo di iniziative turistico-culturali  (festival della filosofia e della spiritualità ce ne sono ormai diversi e assai frequentati) e di iniziative editoriali, spesso collegate a testate giornalistiche (libri e libretti che affollano gli scaffali e poi le bancarelle dei mercatini). Ecco, ciononostante, la filosofia pare restare un labirinto di grandi nomi e teorie fortemente inconcludenti, mentre la spiritualità, a parte la soffocante parentela con le pratiche religiose, sembra qualcosa di vezzoso, un lusso ambiguo e forse ipocrita, la scelta illusoriamente profonda e fintamente devota di chi ha già vissuto e forse si consola o si sta separando dalla vita (fosse pure buddhisticamente). Succede spesso che i professori di matematica facciano odiare ciò che insegnano, così avviene per molti che insegnano la filosofia a un pubblico coatto; peggio ancora è avvenuto per quelli che usavano lo spirituale come rimedio del carnale e fuga dalla vita. Ecco perché le due parolette del sottotitolo possono metterci a disagio, vi sentiamo ancora da una parte la tediosità scolastica stampata nell'animo adolescente e dall'altra l'aria chiusa e infelice della dottrina e del moralismo.
         Ma, se superiamo questo onesto ribrezzo e resettiamo i giusti pregiudizi, potremmo avvicinarci con vantaggio a questo libro quadrato, del quale forse sopportiamo poco anche il titolo. La parola saggezza richiama un po' la vecchiaia: quale giovane vuole essere saggio? Chi vorrebbe usare della vita con moderazione e prudenza? La saggezza sembra un estintore appeso nel corridoio di un ospedale, uno strumento atto a spegnere le passioni, a raffreddare l'amore, a rinnegare il coraggio e a deridere i sogni.  Eppure, c'è stato un tempo in cui ..., o, meglio, c'è la possibilità che addentare la vita con gusto e avidità sia cosa saggia. C'è la possibilità che lasciare il pubblico dei devoti che si commuovono alla vista del santo cadavere ed entrare nel lavoro sporco della vita e nella contraddizione contaminante dell'impegno sociale e degli affetti sia cosa pienamente umana: carne, corpo, spirito, mente, relazioni, sogni, sangue, errori e bagliori di felicità o sconfitte. Se si smette di cercare luoghi e recinti in cui depositare teorie di pensiero e ricerche di senso, se si smette di fare museo e archeologia, tabernacoli e convegni nei quali rispecchiarci e pubblicizzare il saputo e il creduto, forse si scopre che tutto questo era mezzo per vivere bene, non per credere di sapere, ma per vivere in mezzo agli altri, abbastanza uguali agli altri, con umiltà e con quanto basta di consapevolezza e di verità. Cioè quanto è transitoriamente e incertamente possibile.
          Alla fine sembra che qui non si sia detto quasi niente del libro di Cavadi, ma, se leggerete il libro, capirete che non è così. Avrete tra le mani un libro che rifiuta di far finta. Un libro che, se ve lo meritate, vi avrà dato gioia e tanta voglia di fare e di essere, non ancora di più, ma un po' meglio.
  Nelle mani di chi dovrebbe arrivare questo libro? Me lo sono chiesto. Ecco, proprio nelle mani di chi rifiuta di far finta, per esempio di chi rifiuta l'aziendalismo scolastico (quello delle formulette in inglese, delle sigle abbrevianti da POF in avanti, in cui solitamente si smarrisce la qualità e si fa finta di averla protocollata). Nelle mani di persone “cardio-dotate”, magari con l'animo dilettante, che provano diletto/piacere in quello che fanno. C'è molto disorientamento e molta sofferenza nelle vite normali, nella vita dei “sani”, e praticare percorsi di ricerca di senso e di consapevolezza è urgente oggi come al tempo di Socrate o di Buddha. Forse anche per questo sarebbe giusto assumere l'abito mentale del praticante più che del professionista, evitare lo sfolgorio dello spettacolo e del consumo (ma i festival di questo e di quello, non sono il surrogato moderno dei pellegrinaggi medievali e di altre pratiche pie? Anche se fatti in onore del Pil e sotto il controllo dell'assessorato al turismo e delle attività economiche?) e riprendere la responsabilità della condivisione.
     Il libro di Augusto Cavadi cerca di mostrare che la vera ricerca filosofica ha una significativa tradizione di cura della vita, e, in altre parole, di spiritualità. Il monopolio religioso della dimensione spirituale ha in qualche modo viziato e danneggiato la nostra storia. La caduta degli dei, la perdita di fedi e di mitologie, rischia di buttare nell'assurdo e nel nichilismo anche la vita degli uomini e le loro concrete speranze. Per questo motivo, e per altri ancora che si ritrovano dibattuti soprattutto nei primi dieci capitoli del libro, è necessario riprendere una tradizione filosofica già molto forte nell'antichità e poi smarritasi nel cristianesimo e nella modernità. Nel fare questo Cavadi, consulente filosofico e “filosofo di strada”, si ricollega al grande lavoro di Pierre Hadot (quello di La filosofia come modo di vivere, Einaudi 2008) e alla ricerca di Gerd Achenbach ( autore di Saper vivere e di La consulenza filosofica, entrambi delle edizioni Apogeo). Ma sono ancora molti altri gli autori/guida con i quali il libro si confronta: da Martha Nussbaum ad Hans-Georg Gadamer, da Hans Jonas a Jacques Ellul, senza escludere poeti e scrittori, sociologi, teologi e monaci buddhisti.
      Prima di concludere vorrei soffermarmi su una apparente obiezione: legare la “spiritualità”, nel suo senso più laico, alla filosofia e alla sua tradizione millenaria  non potrebbe farci credere che, messa da parte la spiritualità di carattere religioso, si debba passare a una spiritualità di carattere erudito, con tante letture da fare, corsi da seguire con diplomi e certificati finali? Non intendo certo fare l'elogio dell'ignoranza, anche se si possono elogiare la follia, la “dotta ignoranza” e lo spirito del principiante. Ci si può chiedere piuttosto se non esista già una “spiritualità” laica forse poco esplicitamente filosofica, diciamo pure incolta, ma non inconsapevole.  Come ogni uomo ha una vita interiore, allo stesso modo ogni persona può avere, collegata ad essa, una ricerca critica, un modo di valutare e distinguere il vero dal falso, separare i pregiudizi e i miti, collegati al proprio tempo e al proprio tornaconto, da una verità incerta e transitoria anch'essa, ma radicalmente coraggiosa e onesta, aperta.  Ecco, ho l'impressione che, da qualche parte del suo libro, Cavadi ci abbia già detto anche su questo qualcosa di utile.

                                                                                            Fabio Bonafé

venerdì 24 giugno 2016

RENZI EREDE DI BERLUSCONI SECONDO ELIO RINDONE


RENZI E BERLUSCONI: TROPPE AFFINITA’ ?
Pubblico la terza e ultima parte (vedi su questo stesso blog le prime due) di un articolato ragionamento di Elio Rindone sul pericolo che Renzi  - dopo il regime berlusconiano - rappresenta per la democrazia italiana. Ancora una volta invito i miei quattro lettori, soprattutto quanti NON sono d’accordo, a fornire elementi di giudizio integrativi.


 RENZI E BERLUSCONI: TROPPE AFFINITA’ ?


I nostri due illusionisti hanno ragione quando trattano i cittadini come bambini di dieci anni, e neanche troppo intelligenti, perché milioni di italiani non sono in condizione di distinguere la realtà dalle favole (le statistiche dicono che l'80 per cento della popolazione adulta ha difficoltà a comprendere un articolo di giornale) o, se lo sono, trovano più comodo per superficialità o per presunzione rinunciare alla fatica di informarsi e di riflettere criticamente e, sicuri di avere già capito tutto, scambiano per convinzione propria l'opinione dominante in un certo momento. Tanti elettori, in effetti, prendono per buone, a forza di sentirle ripetere all'infinito, le bugie più inverosimili e apprezzano come un autentico moralizzatore della vita politica chi si scaglia contro la corruzione. In realtà, dichiarare che 'chi sbaglia deve pagare', senza far nulla perché alle parole seguano i fatti, è un'ovvietà come dire che il sole è caldo e l'acqua bagna. Ma, si sa, più un'affermazione è ovvia più risulta persuasiva per chi non è abituato a riflettere.
E uno slogan è tanto più persuasivo quanto più risponde a un'esigenza, avvertita in maniera più o meno consapevole, dalla massa. Basta farla emergere - occultando bisogni, valori, conseguenze di altro genere - perché scatti la molla del consenso. Non si combatte l'evasione ma si promette di ridurre le tasse: e come cittadini tartassati potrebbero resistere al sogno di un fisco più mite? Si persevera nella politica di austerità ma si assicura che si sta cambiando verso al Paese: e come elettori sfiduciati potrebbero rinunciare a quella che appare l'ultima speranza per uscire dalla palude?
Entrambi, inoltre, usano il linguaggio più adatto per comunicare con le masse: quello delle immagini (indimenticabili quelle di Berlusconi con Dudù in braccio e quelle di Renzi col gelato in mano), mentre le parole sono ridotte a pochi slogan o ai 140 caratteri di un tweet. Come il Berlusconi dei tempi d'oro, oggi Renzi è sempre in televisione, come Matteo Salvini, il politico che l'establishment ha interesse ad accreditare come il suo principale oppositore. E, come Berlusconi, ama rivolgersi direttamente agli elettori, saltando la mediazione dei giornalisti, o almeno quella dei pochi che non sono disposti a fare da cassa di risonanza delle sue dichiarazioni. L'abuso del mezzo televisivo da parte dei leader politici, che ai tempi di Berlusconi, capo del governo e proprietario di tre reti private, aveva fatto gridare al conflitto d'interessi, oggi non suscita alcuna reazione nell'opinione pubblica. Eppure nulla è cambiato: Renzi non è proprietario di un impero televisivo ma vuole far approvare una legge che metta la RAI a servizio del governo di turno. Già ora, del resto, può dire ciò che vuole su tutte le reti grazie al servilismo di un apparato informativo che, non a caso, fa scivolare l'Italia, quanto a libertà di stampa, all'ultimo posto, fatta eccezione della Grecia, tra i Paesi dell'Unione europea.

Da tempo, ormai, tanto il servizio pubblico televisivo che la cosiddetta libera stampa sono quasi per intero alle dipendenze del potere politico ed economico, e il fenomeno, a causa della lunga assuefazione, non provoca più indignazione. L'opinione pubblica, infatti, nel ventennio berlusconiano è stata abituata a un degrado lento ma costante, e ormai non reagisce più: come la rana di un noto esperimento che, se gettata nell'acqua bollente, salta subito fuori, mentre, se si riscalda a poco a poco l'acqua della pentola, non tenta di saltar fuori se non quando è troppo tardi. In effetti, il disegno, attuato con perseveranza e rispondente a un ampio ventaglio d'interessi, di anestetizzare gli elettori pare proprio che sia giunto a compimento, dato che si riesce a far credere che Renzi - un premier che obbedisce agli ordini della troika, che è apprezzato dalla Confindustria ma non dai sindacati, e che dal Times, di proprietà di Rupert Murdoch, è accostato a Tony Blair ed elogiato come salvatore dell'Italia, in contrapposizione ad Alexis Tsipras, accusato di danneggiare la Grecia con le sue politiche distruttive - sia uno statista e il leader di una moderna sinistra. Solo i mezzi di comunicazione sono capaci oggi di simili miracoli!
Il problema dell'indipendenza dei media, è ovvio, riguarda non solo l'Italia ma tutti i Paesi industrializzati ed è altrettanto ovvio che su di essa si gioca la qualità democratica di un sistema politico. Infatti, se la democrazia presuppone che i governanti siano scelti dai cittadini, questi devono essere informati per essere in condizione di scegliere davvero, perché altrimenti le libere elezioni si riducono a una pura formalità. Quanto più, quindi, l'informazione si trasforma in propaganda e manipolazione, tanto più si riduce lo spazio della democrazia.
Come scriveva anni fa il grande linguista Chomsky, "il postulato democratico è che i media sono indipendenti e hanno il compito di scoprire e di riferire la verità, non già di presentare il mondo come i potenti desiderano che venga percepito [. ma questo presupposto] è in netto contrasto con la realtà" (N. Chomsky-E. Herman, La fabbrica del consenso, Milano 1998, p 9). Forse è il caso, allora, di mettere in discussione una delle certezze più comuni: cioè che l'Italia, come altri Stati europei, sia oggi una vera democrazia. Riguardo al comunismo, per esempio, è ormai opinione corrente che occorre distinguere l'ideale comunista dal comunismo reale. Parimenti, è scontato che la storia dei secoli cristiani non possa essere identificata tout court con l'ideale evangelico. È ragionevole, quindi, chiedersi quanto le democrazie realmente esistenti siano distanti dall'ideale democratico.
Non bastano, in effetti, le elezioni a suffragio universale per concedere a uno Stato la patente democratica. Come scrive un famoso politologo americano, infatti, è necessario garantire anche "diritti, libertà e opportunità di effettiva partecipazione; uguaglianza di voto; la capacità di acquisire una sufficiente conoscenza delle scelte politiche e delle loro conseguenze; i mezzi attraverso cui il corpus dei cittadini possa mantenere un adeguato controllo sull'agenda delle decisioni e delle politiche del governo" (Robert A. Dahl, Quanto è democratica la Costituzione americana?, Laterza 2003, p 95).

L'essenza della democrazia, in sostanza, è la seguente: il potere politico non si trasmette per via ereditaria né si conquista con la forza ma dipende dal voto degli elettori, che scelgono tra differenti alternative, controllano gli eletti ed eventualmente li sanzionano alle elezioni successive. Per scegliere tra le diverse proposte politiche, però, è evidente che i cittadini devono conoscerle, comprenderle e valutare adeguatamente quale di esse risponda meglio alle esigenze della società. Se ciò non accade, se l'informazione è manipolata e gli elettori non sono messi in grado di controllare i loro rappresentanti, i regimi democratici si distinguono da quelli dittatoriali solo perché non occorrono le armi per cacciare i governanti. Non è poca cosa, ma certo si resta molto lontani dall'ideale democratico che fa del popolo il vero sovrano. Ideale così difficile da realizzare da far dire a Gustavo Zagrebelsky: "Intendiamoci su un punto: la democrazia è la versione moderna del pensiero utopico. Non ne conosciamo alcuna realizzazione integrale" ("Pilati d'Italia, Giù la maschera", Repubblica.it, 31/8/1995). Certo, è possibile approssimarsi di più o di meno all'ideale, ed è possibile anche fare passi indietro, perché la democrazia è un sistema fragile, tanto che, pur rispettando formalmente le sue regole, è possibile svuotarla dall'interno. Forse, ignorando gli allarmi lanciati da personalità come Zagrebelsky e Rodotà sul pericolo di dare troppo potere a un uomo solo, è ciò che sta accadendo oggi in Italia: il centro-sinistra di Renzi sta completando il disegno di una modifica della Costituzione in senso autoritario già abbozzato dal centro-destra di Berlusconi, tanto che si può parlare del renzismo, riecheggiando una famosa espressione, come della fase suprema del berlusconismo. E scambiare il Pd per un partito di centro-sinistra e un regime autoritario per democrazia può comportare conseguenze ben più gravi che scambiare un lenzuolo medievale per la sindone di cui parlano i vangeli!