venerdì 29 aprile 2016

CI VEDIAMO A CASTELLAMMARE DEL GOLFO DAL 29 APRILE AL 2 MAGGIO 2016 ?

Mancano solo POCHE ORE  all'inizio della Terza edizione del "Festival d'a-Mare" a Castellammare del Golfo ! 
Sono davvero felice di raccogliere minuto dopo minuto nuove adesioni: sinora più di 150 iscrizioni per le passeggiate filosofiche, i laboratori di con-filosofia, i dibattiti, le conferenze, le colazioni filosofiche...Serge Latouche, Chiara Zanella, Marta Mancini e Orlando Franceschelli sono già arrivati: domani arriva anche Diego Fusaro. 
Avere insieme tanti filosofi, maestri nel dialogare con i non-addetti-ai-lavori, in uno dei luoghi più belli della, Sicilia è un evento raro: mi sarebbe dispiaciuto davvero se si fosse SPRECATA L'OCCASIONE che con non poca fatica, e senza scopo di lucro, abbiamo preparato per accrescere consapevolezza e gusto di vivere !
Vi ricordo che, per ogni informazione sul programma basta andare alla pagina FB Filosofia d'amare; per richieste di aiuto logistico potete scrivere a filosofiadamare@virgilio.it oppure al 328.3369985. L'hotel convenzionato, anche se tutto occupato, vi farà avere una sistemazione in un hotel vicino ad esso collegato: quindi chiamate pure allo 0924/30511 o scrivete a info@puntanordest.com. 
E' possibile partecipare anche solo a qualcuno degli eventi del Festival: ma ci si deve fornire del 'pass' presso la Segreteria organizzativa (al costo di 10,00 euro) che è valido per tutti i quattro giorni del Festival.

lunedì 25 aprile 2016

PER UN 25 APRILE BELLO E VERO

Da "Micromega" di oggi

Questo 25 Aprile


Bookmark and Share
di Angelo d’Orsi

L’anno scorso abbiamo festeggiato il 70° della Liberazione; e noi di MicroMega un piccolo, ma non irrilevante contributo, lo abbiamo dato, con un fascicolo speciale (un primo “Almanacco di Storia”), intitolato, semplicemente, “Ora e sempre Resistenza”. Quel titolo rinvia al testo, celebre, dettata da Piero Calamandrei per la lapide affissa nel cortile del municipio di Cuneo (“Lo avrai camerata Kesserling /il tuo monumento…”); ma quel titolo, al di là della sua giustificata enfasi retorica, ci richiama a un dovere, che oggi, più di un anno fa, più di cinque o dieci anni fa, appare imprescindibile e cogente. Il dovere di difendere quella libertà, quei diritti politici, quello Stato sociale che la lotta dei partigiani ci ha consegnato.

Certo la liberazione dal nazifascismo fu opera anche delle truppe alleate (non dimentichiamo tuttavia il prezzo pagato dalle popolazioni civili italiane, dalle città distrutte dai bombardamenti…), ma il contenuto sociale dell’Italia repubblicana nacque esclusivamente dall’opera sapiente e preveggente dei Costituenti, che raccoglievano le istanze profonde del partigianato. E quel contenuto fu espresso in un documento, un testo di poche essenziali e densissime pagine, senza fronzoli, che si chiama Costituzione Italiana: il prodotto, certo imperfetto, ma nell’insieme di straordinario valore, su tutti i piani (non escluso quello stilistico-lessicale, come proprio Calamandrei mise in evidenza), del lavoro rapido e intenso di un pugno di rappresentanti delle forze politiche che avevano costituito il tessuto antifascista del Paese; ma nel contempo quel testo raccoglieva il bisogno di rinnovamento, le ansie persino palingenetiche di vastissime masse popolari, di ceti medi, di contadini, di classe operaia e della parte più illuminata della borghesia.

Quel testo, nella sua forma quasi perfetta, bilanciava quasi perfettamente, pure con qualche forzatura in un senso o nell’altro, le diverse anime dell’Assemblea Costituente: la laica, la cattolica, la socialista, la comunista. Quel documento era, insieme, un trattatello di diritto pubblico (che disegnava mirabilmente ruoli e funzioni dei soggetti istituzionali, equilibrando con sagacia i diversi poteri dello Stato), un saggio storico (che seppelliva la pagina fascista della vicenda italiana), un manifesto programmatico (che impegnava la Repubblica di cui era carta costitutiva a disegnare un futuro di pur relativa giustizia e progresso sociale).

Perché ho detto che oggi l’anniversario del XXV Aprile è persino più importante di quello “tondo” del 70°? Perché, addirittura, ritengo che sia più importante di tutti quelli che lo hanno preceduto? La risposta è ovvia. Neppure nei tempi peggiori dello scelbismo, del craxismo, del berlusconismo, la Costituzione è stata in pericolo come ora. Quando Berlusconi e sodali tentarono di alterarla, furono fermati dal voto popolare. E comunque quel voto, allora, godeva del sostegno del principale partito di opposizione, il cosiddetto “Partito democratico”. Ma se guardiamo a quel medesimo partito oggi, a ben riflettere, non possiamo esclamare: “Quam mutatus ab illo!”: Matteo Renzi, in fondo, non ha fatto che portare a termine la mutazione genetica del partito, che oggi ha perso qualsiasi residuo aggancio non soltanto con la tradizione del comunismo italiano (ben diversa da quella del comunismo staliniano), ma con l’intero bagaglio della sinistra; da barriera fondamentale contro i tentativi di manomissione della Carta costituzionale ne è diventato il primo artefice.

Oggi, perciò, la battaglia  per difendere quella che il guitto Benigni aveva decantato come “la (Costituzione) più bella del mondo”, salvo poi saltare sul carrarmato renziano che sparava contro quella stessa Costituzione, parte da un handicap: in Parlamento, in sostanza, ci sono forze di minoranza, e per di più eterogenee, che proveranno a resistere, ossia a fare opposizione; su fronte opposto, forza di maggioranza, c’è il PD: la sua dirigenza, incredibile erede, di buona parte delle anime dell’Assemblea Costituente, è il motore primo della “riforma” costituzionale, portata avanti in modo arrogante, contro la quasi totalità dei costituzionalisti italiani, e larghissima parte del mondo intellettuale.

Per preparare il terreno a questo terremoto istituzionale, ci hanno detto che la Costituzione è antiquata: eppure non ha ancora compiuto il settimo decennio. Quelle dei Paesi di grande tradizione democratica, dal Regno Unito agli Usa, durano da secoli.  E per abolire il Senato (finta abolizione, peraltro, come quella delle Province) hanno usato la propaganda antipolitica più becera, quella che dovrebbe toccare il cuore dell’italiano medio, che si indentifica  nel portafogli: ridurre i costi della politica. Ma chiunque sa che i costi sono ridicoli, e che alla fine, non diminuiranno affatto, ma in compenso accanto a una Camera di nominati dal partito di maggioranza relativa che prende la maggioranza assoluta dei seggi, si affiancherà un Senato di designati dai Consigli regionali e dalle principali città: doppio incarico, con quale beneficio per l’efficienza del sistema non si vede. Ma con una perdita secca della possibilità di quel controllo incrociato fra le due Camere che è fondamentale per evitare errori, sviste, svarioni…

Il PD, che questa “impresa” ha portato avanti con determinazione degna di miglior causa, a prezzo di rompere ogni tessuto sociale, di frantumare definitivamente lo spirito residuale della stessa unità “ciellenistica”, si presenta come la vera destra “perbene” in Italia: dato che non è riuscito alla sua leadership del PD di “aiutare” la trasformazione di Forza Italia e della Lega Nord in forze di destra “moderna” ed “europea”, oggi quella dirigenza ha deciso, in fondo coerentemente, che toccava al PD rappresentare quella destra che in Italia latitava. Ed ecco, appunto che il PD diventa, nella sua larga maggioranza, con qualche brontolio discorde della cosiddetta “minoranza interna”, il guastatore della Costituzione.

La Costituzione che alcuni dei più vecchi esponenti di quel partito si ostinano a riconoscere essere “nata dalla Resistenza”, e vengono tollerati, nell’attesa che la natura faccia il suo corso e li spazzi via. Come Renzi, la sua potentissima e incompetentissima ministra Boschi, con l’ausilio di impresentabili figure pubbliche a cominciare da Denis Verdini, si apprestano a fare non solo con la Costituzione, ma con lo Stato liberaldemocratico: il combinato disposto legge elettorale (il famigerato Italicum) e “riforma costituzionale”, pone le basi per un “superamento” morbido della stessa forma democratica. Se poi aggiungiamo il controllo che ormai in modo quasi totale Renzi esercita sulla Rai (più in generale direi sulla radiotelevisione italiana), gli accorpamenti di testate giornalistiche, le nomine alla testa delle grandi holding pubbliche, delle istituzioni (dal Consiglio superiore della Magistratura alle diverse forze armate e servizi di sicurezza), il regime è disegnato.

Oggi, perciò, in attesa dei referendum d’autunno, la celebrazione della Liberazione deve rappresentare un monito e un impegno per quanti si rendono conto che la posta in palio è enorme. E si chiama Welfare, si chiama diritti sindacali, princìpi di libertà, possibilità di effettiva partecipazione alla cosa pubblica, sovranità del Potere legislativo (il Parlamento, ridotto a manipolo di ascari obbedienti), indipendenza del “Terzo Potere” (l’ordine giudiziario, non a caso sottoposto ormai ad attacchi quotidiani dal presidente del Consiglio o da suoi emissari, come ai tempi di Berlusconi)…; l’elenco è troppo lungo.

In breve, oggi ribadire, in ogni situazione e contesto, il motto “Ora e sempre Resistenza”, è tutt’altro che un gesto rituale: oggi è e deve essere un grido di battaglia. Che è appena cominciata. E va portata fino alla sua conclusione. Difendere la Resistenza, oggi, salvaguardare la Costituzione che è il frutto più rilevante di quella stagione eroica del ’43-45, significa dire NO alla “deforma” renziana, no all’Italicum, no alla fine dello Stato di diritto, anche se l’operazione ci viene presentata come esempio del necessario ricupero di una “modernità” della “vecchia” Italia. Se questa è la modernità, se questo è essere riformatori, ebbene, proclamiamoci francamente conservatori. Ci sono cose da conservare, senza vergognarsene; e la Costituzione repubblicana (con il suo patrimonio politico, culturale e sociale, frutto della lotta armata contro il regime mussoliniano) è al primo posto tra esse.

(25 aprile 2016)

venerdì 22 aprile 2016

MEDITARE LAICAMENTE CON LUIGI LOMBARDI VALLAURI


“CENTONOVE”
14.4.2106

MEDITARE IN OCCIDENTE

   Negli anni 2004, 2005 e 2007 , nel terzo canale radiofonico della Rai, Luigi Lombardi Vallauri ha tenuto delle trasmissioni per lo meno insolite: un “corso” di iniziazione a un genere inedito di  meditazione  nel quale il metodo orientale viene sperimentato su contenuti forniti dalle scienze occidentali. Per anni quelle trasmissioni sono state ascoltate e ri-ascoltate dal sito della Rai, ma adesso c’è la possibilità di fruirne su un registro differente (con i pregi e gli svantaggi del caso): sono state infatti trascritte, raccolte e pubblicate nel volume “Meditare in Occidente, Corso di mistica laica” (Le Lettere, Firenze 2015, pp.  346, euro 23,80).
   Innanzitutto, cosa intende l’autore per “meditazione”? “Meditazione è per me l’insieme delle pratiche, fisiche e psicospirituali, capaci di propiziare un incontro diretto, intuitivo-vissuto, con l’altamente significativo” (p. 7). Ma perché specificare “in Occidente” ? Perché noi occidentali, una volta disillusi dalle “grandi narrazioni” teologico-religiose, abbiamo perduto il gusto della meditazione. La maggior parte di noi non l’ha mai sperimentata e i pochi che ci hanno provato hanno ritenuto necessario far finta di essere nati e cresciuti in Oriente. Qui invece si vuole provare a “meditare da occidentali, perché siamo occidentali”; ma senza rinunziare ai suggerimenti provenienti dalle tradizioni asiatiche, nella convinzione che sia urgente una “sintesi Oriente – Occidente” dal momento che “il meglio delle grandi tradizioni culturali forse si salva non all’interno chiuso dell’una o dell’altra, ma all’intersezione dell’una con l’altra. Per esempio l’India tende a degenerare, se rimane chiusa al proprio interno, in superstizione, e d’altra parte un mondo completamente dominato dalla cultura euro-americana, diciamo mcdonaldizzato, sarebbe spaventoso” (p. 23).
     Chiarito il titolo, resta da interpretare il sottotitolo: mistica laica. Non è un ossimoro, una contraddizione in termini ? Così sarebbe se – com’è d’uso abitualmente – si riservasse il vocabolo “mistica”  esclusivamente a “esperienze originate da rivelazioni religiose”. Ma così non è mai stato e nel XX secolo Wittgenstein ce l’ha ricordato con la sua proverbiale icasticità: “Che il mondo è, è il mistico”. Come commenta Lombardi Vallauri, “nulla di più laico del constatare che esiste un mondo; al tempo stesso nulla che possa suscitare un più abissale stupore: la vittoria dell’essere, di un qualche essere, di una qualche storia dell’essere, sul non essere ! Proprio l’intersoggettivo indubitabile, il banale-evidente assoluto, semplicemente il mondo, è il prodigio ontologico insondabile” (p. 7). Insomma, la mistica  - lungi dall’essere monopolio esclusivo di monaci e suore (ammesso che lo sia davvero !) – è “un humanum laico, è laica come sono laici la matematica, il viaggio, l’innamoramento, l’arte, tutte le cose vere e belle, indipendenti dalla religione. Parlare di mistica è serio e non facoltativo, come parlare di pane” (p. 21).
    Così , dopo aver chiarito l’atteggiamento più adatto alla meditazione (la “pacificazione profonda” o samadhi e la “consapevolezza discernente” o vipassana), l’autore perlustra vari aspetti del mondo in cui siamo immersi: l’infinitamente grande (la nostra galassia tra miliardi di altre galassie); l’infinitamente piccolo (gli atomi e i protoni e i neutroni); l’infinitamente complesso (il nostro organismo biologico di circa “centomila miliardi di cellule”); l’infinito di incomprensibilità (come fa il nostro cervello a ricevere elementi biochimici e a produrre “concetti coscienti”?); le emozioni che avvertiamo quando facciamo esperienze erotiche, estetiche, ontologiche, vocazionali, avventurali e di tenerezza-responsabilità; la matematica; la fisica; la paleontologia; la cultura nelle sue varie versioni planetarie; la religione; gli stati d’animo negativi (“quelli che mi fanno vivere meno”); i paesaggi più significativi e l’attitudine migliore per incontrarli (“anima di paesaggio”): alta montagna, città, cielo, ecosistemi selvaggi, mare e deserto, corpo di donna, acqua, aleph.
     Mi rendo conto che ho potuto restituire poco più dello scheletro di questo libro davvero originale (e, a mio parere, imperdibile soprattutto da chi dedica la maggior parte dell’esistenza alle scienze “dure” più o meno “esatte”); ma spero che susciti la curiosità di verificare quanta spiritualità a-confessionale possa ancora veicolare una riflessione seriamente, e sobriamente, filosofica.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 20 aprile 2016

DIVORZIATI E PROSTITUTI: TUTTI FELICEMENTE NELLA STESSA BARCA !


“Niente di personale”

20.4.2016



DIVORZIATI E PROSTITUTI: TUTTI FELICEMENTE NELLA STESSA BARCA



   Una delle caratteristiche del giornalismo di qualità è senz’altro il coraggio di scrivere ciò che si ritiene vero, anche quando le proprie righe possono urtare i potenti. E, nei decenni del suo lavoro di vaticanista de “L’Espresso”, Sandro Magister ci aveva abituato a questa parresìa (come i Greci e i primi cristiani chiamavano la franchezza nel dire pane al pane e vino al vino, senza riserve mentali né tattiche diplomatiche). Ma da alcuni anni Magister ha trasformato il coraggio in acredine sistemica; la sincerità in aggressività metodica; la finezza della denuncia in strategia  demolitrice, capziosa e “ a prescindere”. Il bersaglio centrale di questa continua, testarda polemica è papa Francesco I : cardinali, vescovi e teologi a lui fedeli sono obiettivi secondari.

   Chi segua il blog che Magister aggiorna quotidianamente può verificare a quali punte di ingiustizia arrivino i suoi attacchi. L’ultimo (al momento in cui scrivo) riguarda la Lettera “Amoris laetitia” in cui, come è noto, il papa affida ai vescovi locali la responsabilità di discernere  - caso per caso – quali divorziati risposati siano da ammettere alla comunione eucaristica. E che fa il buon Sandro ? Pubblica la lettera di un prete argentino che racconta di una prostituta che, invece di “approfittare” della misericordia divina, se ne stava su un banco in fondo alla chiesa consapevole dei suoi peccati e non si accostava alla sacra mensa. Il parallelo fra i divorziati e la prostituta è evidente: i primi dovrebbero lasciar cadere la possibilità aperta dal papa e seguire, piuttosto, l’esempio della meretrice.

   Ciò che addolora in questa operazione bassamente avvocatesca (dunque, per evitare malintesi tra me e i miei amici avvocati, non bassa perché da avvocati ma bassa perché  da avvocato di bassa lega) è che rivela una presunzione pari solo all’ignoranza biblica e teologica. Essa infatti suggerisce un’equiparazione fantasiosa fra chi si trova a vivere una vita di coppia, riconosciuta legittimamente da uno Stato, e chi si trova a vivere vendendo il proprio corpo a sconosciuti approfittatori. Ma – ammessa e non concessa questa equiparazione – un papa deve o non deve seguire come modello Gesù di Nazareth? Quello stesso rabbi che ha detto di essere venuto per i malati e non per i sani, per i peccatori e non per i giusti? Quello stesso che ha bloccato la lapidazione di una adultera per mano di fanatici benpensanti e ha lodato la prostituta che gli profumava i piedi in un convito pubblico?

    Di tutto questo Sandro Magister non sa nulla. O nulla vuole saperne. Per lui è più importante che un papa segua l’insegnamento dogmatico, moralistico, sessuofobico della Chiesa cattolica dal  Concilio di Trento (XVI secolo) a Benedetto XVI piuttosto che la rivoluzionaria “novella” del Cristo. Che tristezza vedere conservatori che non sanno cosa davvero valga la pena di conservare, tradizionalisti che ignorano la tradizione originaria perché abbagliati dalla tradizione recente!  Che amarezza vedere avventurosi incendiari che si avviano alla quiescenza da pompieri premurosi ! “Non giudicate affinché non siate voi stessi giudicati da Dio!” si legge in Matteo, 7, 1: ed è sconcertante constatare che l’Annunziatore di queste parole di liberazione e di mitezza sia stato trasformato, dopo la sua morte, nel Giudice universale della Cappella Sistina. Non meno sconcertante constatare che, nel XXI secolo, ci sono persone istruite che non si scandalizzano neppure di questo.



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

www.nientedipersonale.com/2016/04/20/divorziati-e-prostituti-tutti-felicemente-nella-stessa-barca/