venerdì 24 dicembre 2004

PACIFISMO


“Centonove”, 24.12.04

Augusto Cavadi 

Lanza del Vasto, attualità di un messaggio nonviolento 

Ancora recentemente, una persona di grande levatura intellettuale come Rossana Rossanda confessava – su “Repubblica” – la sua distanza dalla nonviolenza: come si fa a offrire l’altra guancia ai poteri forti che dominano la scena mondiale? Nell’immaginario collettivo, il metodo gandhiano è proprio questa impossibile scommessa di chi oppone alla forza dei forti la debolezza dei deboli. Ma era questa la proposta della “Grande anima”? Per rispondere con fondatezza, può essere interessante conoscere la riattualizzazione che di quella proposta ha fatto un italiano, figlio di un siciliano e di una belga, morto  - ottantenne – nel 1981. A lui, Giovanni Giuseppe Lanza del Vasto, la Sezione S. Luigi della Facoltà teologica di Napoli ha dedicato – in collaborazione con l’Istituto italiano di studi filosofici -  un seminario di studio di cui sono stati in questi mesi pubblicati gli Atti (AA. VV., Tra Cristo e Gandhi. L’insegnamento di Lanza del Vasto alle radici della nonviolenza, a cura di D. Abignente e S. Tanzarella, Edizioni San Paolo), recentemente presentati a Palermo al Parco letterario “Tomasi di Lampedusa”. Studiosi di varia provenienza – geografica e culturale – ne lumeggiano le varie facce: l’esegeta biblico, l’attivista pacifista, il cultore di spiritualità induista, il polemista, lo scrittore, l’organizzatore di istituzioni e di iniziative.

Questa multiforme personalità è celebre non solo per essere stato discepolo di Gandhi ma anche per aver importato in Europa il suo messaggio attraverso la fondazione del movimento “Comunità dell’Arca”: anche in Sicilia esso conta seguaci ed un gruppetto di palermitani sta costruendo, in cooperazione con una coppia di Catania,  una struttura nelle campagne di Belpasso che sia, ad un tempo, luogo di spiritualità, di confronto interculturale e di imprenditoria agricolo- artigianale .Le tragedie che stiamo vivendo – e il film Fahrenheit 9/11 , riportando storie di soldati americani morti in Iraq, mostra quanto facilmente chi gioca da carnefice può ritrovarsi nella scomoda posizione della vittima – inducono a soffermarsi, in particolare, su alcuni passaggi degli interventi raccolti nel libro a più mani. Prima di tutto sul saggio di Michelguglielmo Torri dedicato al Mahatma Gandhi, “un santo come uomo politico” (pp. 17 – 53): in esso, infatti, si dimostra – documenti alla mano – che l’originalità del leader indiano è consistita proprio nella capacità di far diventare storicamente operativa una strategia filosofico - spirituale. Egli è stato non solo eticamente ammirevole, ma anche politicamente efficace: non solo ha dato “un apporto molto importante al raggiungimento dell’indipendenza” (p. 35) del suo Paese dal dominio inglese, ma è riuscito a costruire e a gestire “un partito di massa di dimensioni panindiane” (p. 37).  Nella stessa linea di concretezza si è mosso il discepolo Lanza del Vasto, di cui Sergio Tanzarella evoca le tante battaglie  - pacifiche ma non per questo velleitarie – combattute contro l’occupazione francese dell’Algeria e per la conversione della stessa Chiesa cattolica alle ragioni della pace mondiale. Quando ministri socialisti come Mitterand rilasciavano dichiarazioni incredibili sulla bocca di politici di sinistra (“L’Algeria è la Francia. Dalle Fiandre al Congo, una sola legge, una sola nazione, un solo parlamento. Questa è la nostra volontà, la sola negoziazione possibile è la guerra”), il profeta disarmato obiettava: “L’atrocità di questa guerra dipende dalle due grandi bugie che ne hanno, poi, in seguito, generato altre. La prima bugia è che l’Algeria è la Francia, la seconda è che la guerra di Algeria è una pacificazione” (cfr . pp. 173 – 181). Allora, come adesso, una guerra “senza nome”  - perché, ipocritamente, si preferisce definirla altrimenti – provocò attentati terroristici contro le forze d’occupazione. Lanza del Vasto prende posizione con un duplice appello (sostenuto da digiuno pubblico a sola acqua): uno “alla coscienza dei francesi”, l’altro “ai capi religiosi dell’Islam e ai capi del Fronte di liberazione nazionale di Algeria”. In uno dei due appelli, dopo aver stigmatizzato il fatto che l’esercito di uno Stato democratico  facesse subire ad altri le stesse atrocità che si erano subite dalla Gestapo e dalle SS quindici anni prima, egli osserva: “Si dirà: anche i nostri nemici torturano e mutilano. Lo sappiamo. Non approviamo i loro crimini più di quanto approviamo i nostri, però ripetiamo: I torti altrui non ci giustificano. Del resto l’atrocità non castiga l’atrocità e non mette un termine ad essa: la provoca e la fa raddoppiare” (cfr. p. 203). Se questa saggezza circolasse di più nell’opinione pubblica occidentale, qualche schizzo potrebbe arrivare anche in alto: là dove governanti troppo indaffarati in questioni d’interesse non sempre generale decidono sulla vita e sulla morte di migliaia di innocenti.

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