Visualizzazione post con etichetta Filosofia: politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia: politica. Mostra tutti i post

lunedì 3 agosto 2026

IL FUTURO DEL MONDO SECONDO BERTRAND RUSSELL, UNO DEI GENI DELL'UMANITA'

In esergo al suo Fine della politica? (Il Mulino, Bologna 2002, ed. o. 2000), Andrew Gamble pone anche un brano di una delle persone più geniali che abbia avuto sinora l'umanità: Bertrand Russell. A me, scoraggiato per la discrepanza fra le energie che molti/e abbiamo investito per migliorare il mondo e i risultati registrabili oggi, le parole di Russell sono risuonate terapeutiche. Spero che possano far riflettere anche le persone che sono inchiodate dal conformismo del "si è sempre fatto così" o dal cattivismo * cinico di chi, ben assestato su posizioni socio-economiche confortevoli, scambia per realismo la tendenza a vedere sempre solo la metà orrenda della realtà.

"Pochi sembrano rendersi conto di come tanti dei mali di cui soffriamo non siano assolutamente necessari e possano essere eliminati in pochi anni attraverso uno sforzo unitario. Se in ogni paese civile la maggioranza lo volesse, nell'arco di vent'anni potremmo sradicare la povertà più degradante, metà delle malattie del mondo, la schiavitù economica che oggi affligge nove decimi della popolazione; potremmo riempire il mondo di bellezza e di gioia, e far sì che regni la pace universale. E' solo per l'indifferenza degli uomini che ciò non si realizza, solo per la pigrizia dell'immaginazione, solo perché si guarda a ciò che è sempre stato come se dovesse essere per sempre. Con la buona volontà, la generosità e l'intelligenza potremmo realizzare tutto questo"(B. Russell).  

* Da qualche tempo ho coniato questo termine per esprimere l'atteggiamento, speculare rispetto al "buonismo", di chi coltiva dentro di sé la diffidenza, l'astio, il disprezzo per chiunque manifesti tendenze minimamente costruttive.


lunedì 2 marzo 2026

SOLO IL SOCIALISMO CI PUO' SALVARE? UNA RECENSIONE DEL VOLUME DI GIORGIO CREMASCHI

Con puntualità più asburgica che euro-africana dal 1 marzo 2026 è on line (ad accesso libero) l'ultimo numero del bimestrale "Dialoghi mediterranei". Oltre a vari contributi interessanti, tra cui 

*  un saggio di Elio Rindone ("Se non si denuncia, si è complici: Vangelo e potere oggi"),

* un articolo di Giacomo Vaiarelli  ("Da Lombroso all’autonomia differenziata: il pregiudizio antimeridionale non muore")

* una recensione, a firma di Carmelo Lucchesi, del libro di Andrea Cozzo sui media in tempo di guerra,

vi segnalo una mia recensione del volume di Giorgio Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano-Udine 2024:   https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-socialismo-miti-della-politica-e-verita-della-storia/ .

lunedì 2 febbraio 2026

DARE CONSENSO A TUTTO, INDIFFERENTEMENTE: IL SUICIDIO DELLA DEMOCRAZIA

 Chi di noi non ha mai avvertito, neppure da giovane, il fascino di una società anarchica, farebbe bene a verificare lo stato della propria salute mentale. Mi riferisco alla nozione “tecnica” (originaria, autentica) di anarchia che  - all’opposto dell’accezione comune – dice ordine, armonia, cooperazione, rispetto delle regole…per “comune sentire” (non viene da qui il termine ‘consenso’?) e non perché un’autorità esterna, superiore, potenzialmente sanzionatoria ci condiziona con minacce e promesse.

Se, pur affascinati dal modello anarchico, molti non lo adottiamo come progetto a breve termine (e lo lasciamo sullo sfondo come ‘utopia’ verso cui avanzare incessantemente ma asintoticamente) è perché ben presto impariamo che l’umanità  è un “legno storto” (Kant) e, nella più ottimistica delle ipotesi, lo è perché da troppo poco tempo ha iniziato il cammino evolutivo. Come gli infanti, è incapace di reggersi autonomamente. Ha necessità di essere sostenuto da un girello.

Vero e falso ‘consenso’

Su questa verità antropologica basilare si possono costruire – come attesta la storia del pianeta – due modelli principali di organizzazione sociale.

Il primo, accentuati gli aspetti di debolezza e di vigliaccheria di noi mortali, nonché ignoratene le altrettanto evidenti potenzialità positive e costruttive, esalta la necessità di un potere assoluto, dittatoriale, repressivo -  esercitato da un monarca o da un ristretto novero di aristocratici o da una squadra di avanguardie rivoluzionarie  - che si assicuri senza eccezioni significative il ‘consenso’ delle masse. E’ ragionevole chiedersi, in questi casi, se un consenso ottenuto vietando ogni dissenso, si possa considerare davvero tale.

Il secondo modello, in accordo con il primo, ritiene inevitabile un potere politico: non lo divinizza, ma neppure lo demonizza. Fuor di metafora: ritiene irrinunciabili delle istituzioni, purché funzionino secondo norme concordate e condivise, chiare e vincolanti per tutti. Alla sovranità di soggetti umani (più intelligenti o più intraprendenti o più violenti della media statistica) preferisce la sovranità delle leggi: al consenso allo Stato dell’arbitrio (fallace perché prestato per necessità) preferisce il consenso allo Stato di diritto (attendibile perché prestato in libertà).

Sulla carta – più precisamente, sulla Carta costituzionale – la nostra Repubblica è democratica: il demos non rifiuta ogni istituzione in quanto tale, ma solo le istituzioni che non gli riconoscono l’autorità di controllarle, orientarle, modificarle (sia direttamente che indirettamente mediante organismi rappresentativi). Non rifiuta il consenso, ma l’obbligatorietà dello stesso per mancanza di alternative. La nostra Repubblica, appena emersa da vent’anni di repressione fascista, è una democrazia di impianto liberal-borghese: con mille lati deboli (soprattutto perché vulnerabile da parte dei poteri economici che – grazie alla propaganda e alla corruzione – sono in grado di manipolare l’opinione degli elettori); dunque da correggere, integrare, superare; ma solo a patto che nuovi modelli la incorporino e la trascendano, senza snaturarla né abolirla.

Così concepita dai padri costituenti – frutto convergente di diverse culture politiche: liberale, democratica, cattolica, socialista, comunista…- la nostra Repubblica non gode di nessuna garanzia di immortalità. Prodotta dai delegati di una maggioranza di (saggi) cittadini può essere deformata o addirittura distrutta dai delegati di una maggioranza di (stolti) cittadini: tutto dipende dalla quantità e soprattutto dalla qualità del consenso di cui gode generazione dopo generazione. Un albero di ciliegie può resistere qualche anno all’abbandono, alla siccità, alle intemperie: ma, se proprio nessuno se ne prende cura perché non ha alcuna passione per le ciliegie (o, addirittura, è ad esse allergico), presto sfiorirà. O morirà per sempre.


Le tre dimensioni del ‘consenso’ democratico

La prima condizione del mantenimento in vita della Repubblica democratica è che la sua carta d’identità venga conosciuta nei principi fondamentali e negli altri articoli: “conosciuta” in maniera non aridamente mnemonica, bensì nell’accezione più simpatetica e coinvolgente[1].

Conoscere è necessario, ma insufficiente: una seconda condizione è che la Costituzione venga accolta, recepita, condivisa con il “consenso libero, personale ed esplicito degli individui”. In pratica, però,  “non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche”, le istituzioni (e chi le gestisce pro tempore) si barcamenano, rinunziando a “un consenso esplicito” e accontentandosi di “un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza)”[2].

Conoscere, interiorizzare cordialmente: di per sé questi due passi dovrebbero tradursi in una terza fase, più operativa. Se davvero mi sono innamorato dei principi e delle linee portanti della Costituzione, come non avvertire l’esigenza di difenderla (dai nemici rinnovantisi a ogni generazione) e di attuarla effettivamente[3]? Come non tradurre il consenso cognitivo e morale in attività pratica, in iniziativa politica?

Eppure questa concatenazione logica (conoscere – condividere – attivarsi) nell’esperienza quotidiana attuale non funziona (o funziona in misura clamorosamente insufficiente). L’impegno – che, a partire dall’Assemblea costituente dopo la Seconda guerra mondiale, in alcuni cittadini di vario orientamento ideologico si è concretizzato in opere di rilevanza pubblica, dentro e fuori le istituzioni statuali – sembra scemare. E non solo nelle generazioni più giovani.

Il cancro che snatura il ‘consenso’ democratico

Perché si registra questo disincanto/disimpegno? Perché, anche là dove (improbabilmente) la Costituzione repubblicana viene conosciuta, e perfino ammirata, si stenta a tradurla in azioni politiche? Tra le molte concause ne va evidenziata una trascurata nel dibattito pubblico: la crisi di un certo modo d’intendere l’etica. Ma con ciò entriamo nel ‘cuore’ da cui si dipartono le scelte di ogni persona: la sfera intima, “ ‘invisibile’, almeno in grande misura, alla prospettiva delle scienze sociali”[4].     

Per investire tempo, energie, risorse anche economiche (sia pure in termini di rinunzia ad attività più remunerative) in progetti politici collettivi occorrono adeguate motivazioni interiori. Esse possono scattare quando si è conquistati  da un “ideale” al punto da assumersi in prima persona la responsabilità di trasformare il “reale” per adeguarlo al modello da cui si è stati affascinati. Ma è proprio questa distanza, questa differenza, tra come dovrebbe andare il mondo e come va effettivamente, che stiamo smarrendo (non senza l’influsso di filosofi prestigiosi [5]).

Infatti nella “coscienza degli individui” si sta consumando “una misteriosa metamorfosi”[6] dagli effetti disastrosi: “l’autodestituzione del soggetto morale in noi”[7].  Uno dei modi per descrivere questa abdicazione al proprio diritto/dovere di esprimere “giudizi di valore”[8], questa “cecità al disvalore”[9], potrebbe essere “conversione alla realtà” [10]: “la nostra coscienza di ciò che è ‘normale’ tende ad appiattirsi totalmente su ciò che è reale, effettivo e vincente”[11]. In parole semplici: si rinunzia alla responsabilità personale di affermare ciò che è bene e ciò che è male e si adotta come ‘norma’ (regola, criterio di giudizio) ciò che è statisticamente più diffuso. La serie delle esemplificazioni potrebbe essere davvero lunghissima:

 “Alla parola ‘normalità’, nel suo uso corrente, non è rimasta più neppure una traccia di quello fra i suoi significati che discendeva direttamente dalla parola ‘norma’. Normale è ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un Parlamento   illegittimamente eletto (secondo una Corte costituzionale) e riformare la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto, esaltare la bellezza nel marketing turistico e distruggerla a furia di incuria e cemento…”[12]

A questo “conformismo” dei soggetti, schiacciato sull’esistente,  corrisponde “la perdita di giustizia negli ordinamenti e nelle relazioni abituali della vita associata: il male pubblico”[13]. Infatti fare politica (a qualsiasi titolo, con qualsiasi ruolo, sia pure di semplice cittadino elettore) significa dissentire da qualche modello e consentire con qualche altro: ma se avanzo a tentoni, privo di qualsiasi “idealità” a cui confrontare “la realtà”, in base a quale parametro nego o concedo il mio consenso a chi esercita il potere di legiferare, amministrare e sanzionare le illegalità? Se sono convinto che “va bene tutto”, dal momento che tutto si equivale, che valore ha ancora il mio “consenso”? Radice della perversione della democrazia politica è dunque la rinunzia a qualsiasi griglia valutativa etica, suo effetto rivelatore la vanificazione del “consenso”.

In questa constatazione, se veritiera, c’è qualcosa di paradossale. Nei regimi dittatoriali il consenso è falsato dal divieto ‘esterno’ di confrontarlo con il dissenso; nei regimi democratici il consenso si vanifica per autocensura. Scetticismo teorico e nichilismo etico, dal momento che cancellano ogni ipotesi alternativa al mondo così com’è, inchiodano allo status quo e sradicano le ragioni tanto della protesta quanto della contro-proposta. Davvero nessun carcere è così efficiente come quando siamo noi stessi a costruirci, senza neppure accorgercene, le mura che c’imprigionano.

Augusto Cavadi

 «Viottoli», anno XXVIII, n. 2/2025



[1] Qualche volta – con risultati non sempre esaltanti – ci sono personaggi pubblici come Roberto Benigni che provano e ripresentare la Costituzione italiana con convinzione e passione analoghe a predecessori come Pietro Calamandrei (del quale è il celebre Discorso sulla Costituzione a Milano il 26 gennaio 1955, riprodotto anche su www.memoteca.it); ma si tratta di personaggi troppo poco numerosi.

[2] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.

[3] Con questi intenti opera da alcuni anni a Palermo, su proposta di Claudio Riolo, presso la “Casa dell’equità e della bellezza”, un piccolo “Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione” (LabDAC) collegato con organismi animati dagli stessi intenti sia a livello locale che nazionale (ad esempio con la CGIL promotrice de “La Via Maestra”).

[4] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.6.

[5] A conferma della verità (tanto ovvia quanto ignorata) che la filosofia o la si fa o la si subisce.

[6] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.3.

[7] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 4. L’autrice così continua: “quella che prelude alle involuzioni di civiltà, qualunque sia la loro forma: apocalittica, tragica, come fu la prima metà del Novecento europeo, o una felpata distruzione di senso e di bene ancora compatibile con l’ornato del nulla (…). E non sappiamo a quale delle due situazioni la nostra attuale somigli di più  (Ivi, pp. 4 – 5). A dieci anni dalla pubblicazione di quel testo purtroppo, ormai, “sappiamo a quale delle due situazioni la nostra attuale somigli”.

[8] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. X.

[9] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. 8.

[10] Ivi.

[11] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p. XI.

[12] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.17. La filosofa italiana così prosegue: “E si potrebbe continuare a lungo con ciò che non dovrebbe essere ma è: la sproporzione sempre crescente nella distribuzione di ricchezze, benessere e speranza, l’angustia del futuro riservato ai più giovani, o la nostra incapacità di offrire loro ideali e paradigmi di valore e di senso” (Ivi).

[13] R. De Monticelli, Al di qua, cit., p.13.

venerdì 17 gennaio 2025

Kant ed Hegel: due opposte concezioni della guerra


In uno scritto precedente[1] ho avuto modo di richiamare le linee essenziali della filosofia della guerra e della pace secondo Erasmo da Rotterdam. Nell’umanista rinascimentale si trovano delle straordinarie anticipazioni del pacifismo, se non addirittura della nonviolenza, dei secoli successivi.

 

Kant e la guerra

Tra gli autori che su più di un punto hanno ripreso – forse senza saperlo, certamente senza dichiararlo – il pensiero di Erasmo  rientra Kant, ma con una differenza di fondo (qualcuno direbbe, alla Kuhn, di “paradigma”):  il filosofo prussiano traghetta da una prospettiva ancora per molti versi medievale (la pace va perseguita soprattutto per fedeltà al vangelo e grazie alla mediazione di autorità soprattutto cattoliche, in primis  del papa) a una visione moderna (in cui la pace va attuata per motivi razionali/utilitaristici e grazie a un’istituzione cosmopolitica interamente “laica”). Ma vediamo più analiticamente.

 

La visione antropologica

Come avviene (esplicitamente o implicitamente) in tutte le teorie politiche, alla base di ciascuna di esse vi è una certa interpretazione dell’essere umano. Nel caso di Kant, l’uomo non è del tutto malvagio, ma neppure pura razionalità senza passioni anche egoistiche: la sua condizione è piuttosto di “socievole insocievolezza”[2], oscilla fra desiderio di isolamento e necessità di convivenza. Tale condizione lo espone se non alla guerra continua, al rischio della stessa che è – erasmianamente – la sintesi di tutte le calamità che l’uomo possa procurare a sé stesso. E che dunque, almeno come ideale da perseguire, va cancellata dalla storia.

 

Verso una “costituzione civile”

Poiché “lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura”, “dev’essere istituito”[3]. Come fare?

In un certo senso, e sino a un certo punto, come siamo riusciti a sradicare – o almeno rendere improbabili – le guerre civili far cittadini all’interno dello stesso Stato: con un patto costituzionale che ci ha traghettati dallo status naturalis (“uno stato di guerra, nel senso che, se anche non vi sono sempre ostilità dichiarate, è però continua la minaccia che esse abbiano a prodursi” [4]) a “far parte di una qualche costituzione civile”[5].

Tale costituzione dovrebbe basarsi su 3 articoli.

In base al primo, “la costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana”[6] .

Poiché scrive in Prussia, monarchia autocratica, ma è un entusiasta ammiratore della Rivoluzione francese ancora in corso, Kant deve giocare su un filo da equilibrista: da una parte, “ogni vera repubblica, ora, non è e non può non essere altro che un sistema rappresentativo del popolo, avente lo scopo di proteggere in nome del popolo (…) i diritti dei cittadini stessi” [7]; dall’altra, “è provvisoriamente (giacché essa non si realizza in modo tanto celere) dovere dei monarchi, sebbene comandino autocraticamente, governare tuttavia repubblicanamente”[8]. I 3 principi su cui si fonda la costituzione repubblicana solo il “principio della libertà”[9]; il “principio della dipendenza di tutti da un’unica comune legislazione (come sudditi)”[10]; la “legge dell’uguaglianza di tutti (come cittadini)”[11].

Il secondo articolo dovrebbe recitare: “Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati”[12]. Kant esclude esplicitamente la formazione di un unico Stato mondiale, “uno Stato di popoli”[13], perché prematuro rispetto alla coscienza media attuale, ma auspica almeno “una federazione di popoli”[14]:

 

“Come l’attaccamento dei selvaggi alla loro libertà senza legge, che li spinge a preferire di azzuffarsi di continuo tra loro piuttosto che sottoporsi a una coazione legale da loro stessi stabilita, a preferire una folle libertà a una libertà ragionevole, noi lo riguardiamo con profondo disprezzo e lo consideriamo barbarie, rozzezza, degradazione brutale dell’umanità, così si dovrebbe pensare che popoli civili (di cui ognuno forma uno Stato per sé) dovrebbero affrettarsi ad uscire al più presto possibile da uno stato così degradante. Al contrario ogni Stato ripone piuttosto la propria maestà (…) nel non sottoporsi a coazione legale esterna di sorta, e lo splendore del sovrano si fa consistere nell’avere al suo comando, senza che egli stesso si esponga al pericolo, molte migliaia di uomini pronti a sacrificarsi per una causa di cui ad essi non importa nulla”[15].

 

Il terzo articolo recita: “Il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità”[16]. “Non si tratta di filantropia” – precisa Kant – “ma di diritto, e quindi ospitalità significa il diritto di uno straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere da questo trattato ostilmente”[17].

Il filosofo non tematizza la questione dal punto di vista odierno dei flussi migratori, ma l’affronta – autocriticamente – dal punto di vista del colonialismo europeo che abusa del “diritto di visita, spettante a tutti gli uomini”[18]:

 

 “Questo diritto di ospitalità, cioè questa facoltà degli stranieri sul territorio altrui, non si estende oltre le condizioni richieste per render possibile un tentativo di traffico cogli antichi abitanti. In questo modo parti del mondo lontane entrano in pacifici rapporti tra loro, e questi rapporti diventano col tempo formalmente giuridici e avvicinano sempre più il genere umano a una costituzione cosmopolitica. Se si paragona con questo la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l’ingiustizia che essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri (il che per essi significa conquistarli). L’America, i paesi abitati dai negri, le Isole delle spezie, il Capo di Buona Speranza ecc., all’atto della loro scoperta erano per essi terre di nessuno, non facendo essi calcolo alcuno degli indigeni. Nell’India orientale (Indostan), col pretesto di stabilire stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la lunga serie di mali che possono affliggere l’umanità”[19].

 

Kant, che parla sempre da filosofo, non dimentica di essere personalmente un cristiano e, dunque, non può fare a meno di notare:

 

“E questo fanno gli Stati che ostentano una grande religiosità; e mentre commettono ingiustizie con la stessa facilità con cui berrebbero un bicchier d’acqua, vogliono passare per esempi rari in fatto di osservanza del diritto”[20].

 

 

Un utopista ingenuo?

 

Da quando è stata pubblicata la proposta kantiana è stata accusata di ingenuità. La sua è stata però, a mio avviso, una “utopia critica” perché tiene in conto difficoltà, riserve e limitazioni di vario genere.

Innanzi tutto egli distingue (non sempre con nettezza) la guerra da altri generi di conflitti (come la competizione industriale e commerciale) e, in sintonia con Adam Smith, sostiene che questi ultimi (sia tra individui che fra popoli) sono sempre benefici ai fini del progresso dell’umanità.

Inoltre egli riconosce che persino le guerre in senso bellico, militare, hanno avuto degli effetti positivi: se non altro perché hanno evidenziato la necessità di andare oltre la fase storica millenaria sinora attraversata.

Tuttavia , nel chiudere il bilancio dei vantaggi e svantaggi della guerra, Kant cita un detto antico (sulla cui sostanza si era soffermato anche Erasmo da Rotterdam): "La guerra è un male, perché  fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo"[21].

 

Commenta Enrico Peyretti:

 

 “Dunque, chi vince nella guerra? Il male. La pretesa della vittoria armata è di sradicare un male. Ma essa è radice di altro maggiore male. Oh, se la guerra togliesse di mezzo i malvagi! Ameremmo la guerra come amiamo il bene! Ma qui è l'immenso inganno: sempre la guerra si ripresenta illudendo e ipnotizzando i buoni stolti con la promessa di togliere dal mondo la malvagità togliendo chi la incarna. E sempre il risultato è che chi fa la guerra diventa malvagio. Se siamo noi a voler togliere di mezzo uno o più malvagi, alla fine i malvagi saranno molti: noi”[22].

 

Infine, e direi soprattutto, Kant non può essere tacciato di ottimismo ingenuo perché afferma e ribadisce che la confederazione di Stati in grado di assicurare la pace perpetua non sia dietro l’angolo della storia: è un’utopia, ma va tenuta presente come un ideale verso cui tendere gradualmente passo dopo passo.

 

Hegel e la guerra

Se, in somma, eliminare la guerra dalla storia per Kant è possibile (sia pur nei tempi lunghi) e auspicabile, per Hegel  - suo più giovane contemporaneo – tale eliminazione non è né possibile né auspicabile.

 

La guerra è inevitabile

Non è possibile eliminare i conflitti bellici dalla storia perché il celebre frammento di Eraclito, “Guerra è la madre di tutte le cose”, esprime, a suo giudizio, non  solo un dato di fatto, ma anche un principio di diritto.

Per capire questa tesi bisogna inserirla nel sistema complessivo del filosofo tedesco per il quale “il  vero è l’intiero”[23], non il dettaglio particolare. Kant parlava  ancora dal punto di vista di noi esseri umani, Hegel ritiene di essere il portavoce della Totalità (che chiama anche Dio o Spirito o Assoluto o Ragione o Idea). Poiché l’Assoluto è intrinsecamente “dialettico” non rientra nelle modeste possibilità antropologiche cancellare “la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo”[24].

La storia del nostro pianeta è la storia della graduale auto-realizzazione (e conseguente auto-manifestazione) di questo Spirito assoluto che si affaccia con le prime forme di vita biologica, poi diventa soggettività psicologica, poi coscienza collettiva: è solo a questo stadio – quando l’io diventa noi – che si può iniziare a parlare propriamente di Spirito.

Prima di splendere in tutto il suo fulgore nell’arte, nelle mitologie religiose e nelle costruzioni filosofiche, lo Spirito di rende visibile e tangibile nelle istituzioni storiche principali: la famiglia, la società civile, lo Stato. Lo Stato appare cronologicamente dopo le famiglie e le società, ma è il fondamento che, per così dire retroattivamente,  dà senso a tali aggregati ed evita che la guerra di tutti contro tutti tra gli individui (all’interno della famiglia) e tra le famiglie (all’interno della società) distrugga l’umanità. Lo Stato è dunque l’istanza suprema (Stato “etico”) che Hegel non esita a definire “l’ingresso di Dio nel mondo” (la piena incarnazione del divino).

Tutto scorrerebbe liscio se l’umanità fosse radunata e animata da un unico Stato. Di fatto però ce ne sono molti e ognuno rivendica – legittimamente – la prerogativa di essere un principio assoluto. Lo “Spirito del mondo” si incarna in ogni Stato, ma come stabilire in ogni epoca quale sia lo Stato prescelto come guida mondiale? Al di sopra degli Stati (ciascuno dei quali sovrano) non c’è altro  “tribunale del mondo” che “la storia del mondo”, la quale si serve della “guerra” per esprimere le proprie sentenze: chi vince apprende, e fa apprendere, di avere la Ragione in sé[25].

 

 

La guerra è salvifica

L’eliminazione della guerra dalla storia non solo non è possibile, ma – anche se lo fosse – non sarebbe auspicabile.  Infatti l’Assoluto (“Dio in divenire”) è principio di vita, di progresso, non solo nella natura ma anche, e ancor di più,  nella sua manifestazione storica. Quindi la descrizione fenomenologica (su come va il mondo) non suscita in Hegel nessun rifiuto: ciò che è “reale” per lui è “razionale”, cioè logico, vero, pregno di significato, da accettare stoicamente. La guerra viene considerata da lui – a differenza di Kant che ne vedeva anche gli aspetti deleteri – un fenomeno solo positivo: “Come il movimento dei venti preserva il mare dalla putrefazione, nella quale lo  ridurrebbe una quiete durevole, come vi ridurrebbe i popoli una pace durevole,  o,  anzi, perpetua”[26].

Inoltra egli pensa a due effetti, per così dire collaterali della guerra, all’interno di uno Stato:  rafforza l’unità interna fra i cittadini e scoraggia le rivoluzioni.

Su questo tema mi pare che un principio fondamentale di ogni visione dialettica (il Bene, alla fine, vince) mostri tutta l’ ambiguità del suo ottimismo: infatti la convinzione che l’ultima parola della storia sarà conclusivamente redentrice è difficilmente separabile dalla convinzione che, sinora, gli eventi (se non altro in quanto gradini verso l’esito finale)  sono andati nel migliore dei modi possibili.

Secondo alcuni lettori di Hegel, egli – al di là dei toni apparentemente trionfalistici – è, almeno parzialmente, consapevole dello scacco che la guerra (e in generale il male nella storia) infligge al suo sistema filosofico:  da cattedrale del pan-logismo diventa tempio del pan-tragismo; da che doveva essere una “teodicea”, cioè la giustificazione razionale di Dio “attraverso il mondo dell’esperienza e della storia”, si trasforma nella “contemplazione della tragedia senza uscita della storia”[27]. Secondo altri, invece, egli ha accettato questa sfida allargando “la ragione per renderla capace di comprendere questa vita”, in cui l’irrazionale c’è senza scampo, ma “porta in sé il germe della propria opposizione e del proprio superamento”[28].

 

Uno spietato giustificazionista?

Questa interpretazione della guerra sembra una perfetta giustificazione dei vincitori nella storia dell’umanità. La sua prospettiva è dunque spietata, incurante dei mali materiali e morali provocati dai conflitti bellici? Ritengo difficile rispondere negativamente. Per almeno due motivi.

Il primo è che per Hegel importano solo la storia dello “Spirito del mondo” e la sua marcia trionfale verso la “libertà”, rispetto alle quali le vicende individuali, particolari, sono accidenti trascurabili.

Un secondo motivo è che egli contesta la pretesa degli Illuministi e di Kant di contribuire con la filosofia a dirigere il corso della storia per migliorarlo: come ha notato un illustre studioso italiano, inizialmente entusiasta di Hegel, questi ha assegnato alla storiografia un “compito retrospettivo” che “la fa rassomigliare al lavoro autobiografico” e non, invece, “per gettare un ponte tra il passato e il futuro, per preparare le riserve spirituali da bruciare nell’azione che si prepara”[29].

Nel criticare Hegel,  è onesto concedergli delle attenuanti e non cascare nella trappola degli anacronismi? Senza dubbio. Ad esempio è giusto ricordare che un suo studente, nei Lineamenti di filosofia del diritto, ha riportato due annotazioni di Hegel:

 

“Quindi, le guerre moderne son fatte umanamente, e la persona non è in atteggiamento di odio, di fronte alla persona. Tutt’al più, sopravvengono ostilità personali agli avamposti: ma, nell’esercito come esercito, l’ostilità è qualcosa di indeterminato, la quale vien meno, di fronte al dovere, che ciascuno rispetta nell’altro”[30].

 

E inoltre:

 

 “In essa è conservata la possibilità della pace, e, quindi, per esempio, sono rispettati gli ambasciatori, e, per cui, più in generale, essa non è fatta contro le istituzioni interne e la vita pacifica di famiglia privata, né contro le persone private”[31].

 

Tuttavia queste osservazioni non sono tali da ‘assolvere’ Hegel.

Mi pare che egli abbia sottovalutato il fatto che  le guerre, anche nella sua epoca, comportassero disastri per la popolazione civile inerme, non solo per i soldati in battaglia.

Inoltre possiamo chiederci: conserverebbe le stesse idee se avesse conosciuto la radicalizzazione dei conflitti bellici – divenuti “guerre totali” – nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale del Novecento? Temo di sì. Mi pare che proprio a proposito del sistema hegeliano Chesterton abbia scritto una volta che esiste un genere di follia consistente nel perdere tutto, tranne la ragione. Quando la filosofia si esenta dalla verifica continua dei dati empirici – soprattutto dalla carne e dal sangue dei viventi senzienti – ma, una volta fissatasi su qualche Idea (sia pur suggerita dall’esperienza), si limita a deduzioni puramente logiche, rischia di configurarsi in maniera deleteria.

Al di là di queste considerazioni critiche, direi  che la prospettiva bellicistica di Hegel presta il fianco all’accusa radicale (gravissima per un filosofo) di essere logicamente incoerente. Infatti: Hegel, che ha contestato la méta di una pace perpetua, non l’ha forse – inconsapevolmente – condivisa?  Per lui, infatti, non c’è storia senza guerra; ma – poiché la storia ha un fine che coincide con la fine – ci sarà guerra senza storia? O la fine della storia coinciderà con l’avvento della (tanto vituperata) pace perpetua? Come si chiede Bobbio: se “la fine della storia consiste nel sapere assoluto, cioè nella presa di possesso da parte dell’uomo della teoreticità totale”[32], ci sarà ancora spazio per nuove opposizioni e nuovi oltrepassamenti?  “L’uomo teoretico totale”[33] avrà ancora nemici con cui confliggere?

 

Augusto Cavadi

 

La versione originale (con apparato iconografico) qui:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/kant-ed-hegel-due-opposte-concezioni-della-guerra/

 

 


 



[1] Cfr. Erasmo da Rotterdam: un pioniere del pacifismo nel numero 69  di “Dialoghi mediterranei”.

[2] E’ il concetto che Kant enuncia nella quarta tesi del saggio Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico del 1784.

[3] I. Kant, Per la pace perpetua in I. Kant, Per la pace perpetua. La pace come destinazione etica e politica della storia dell’umanità, a cura di M. Pancaldi, Armando Editore, Roma 2004, p. 45.

[4] Ivi.

[5] Ivi.

[6] Ivi, p. 46.

[7] I. Kant, Metafisica dei costumi, Laterza, Bari – Roma 1973, § 52, p. 176.

[8] I. Kant, Conflitto delle facoltà in I. Kant, Scritti di storia, politica, diritto, Laterza, Bari – Roma 2002, p. 234.

[9] I. Kant, Per la pace perpetua, cit., p. 47.

[10] Ivi, pp. 47 – 48.

[11] Ivi, p. 49.

[12] Ivi, p. 59.

[13] Ivi, pp. 59 – 60.

[14] Ivi, p. 59.

[15] Ivi, pp. 60 – 61. Ancora una volta con toni erasmiani, Kant ritorna su questa assurdità della guerra:   “Se per diritto internazionale si intende il diritto alla guerra (…), esso non significa propriamente nulla. Si dovrebbe infatti intendere nel senso che uomini che pensano in tal modo hanno la sorte che si meritano, se si distruggono a vicenda e cercano così la pace eterna nella vasta fossa che copre coi loro autori tutti gli orrori della violenza” (ivi, pp. 66 – 67).

[16] Ivi, p. 69.

[17] Ivi.

[18] Ivi.

[19] Ivi, pp. 70 – 71.

[20] Ivi, p. 74.

[21] Ivi, p. 88 (siamo nel primo dei due Supplementi aggiunti da Kant alla propria trattazione). Il detto è attribuito al cinico Antistene.

[22] E. Peyretti, Contro la vittoria, riprodotta anche sul periodico on line  “Donna, vita, libertà ”n. 460 del 4.4.2024.

[23] G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, a cura di E. De Negri, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1985, p. 15 (par. 19).

[24] G. W. F. Hegel, Fenomenologia, cit., p. 14 (par. 18).

[25] Si può notare che la fiducia hegeliana nella “razionalità” delle sentenze storiche emanate dalle guerre è esattamente agli antipodi di quanto sosteneva quel filone della saggezza “classica” europea a cui Erasmo da Rotterdam aveva prestato voce: “Marte è un dio sciocco e balordo, non meno cieco di Pluto o di Cupido, sempre o quasi sempre pronto ad abbracciare la peggiore delle parti in causa” (Erasmo da Rotterdam, Lo scarabeo dà la caccia all’aquila in Erasmo da Rotterdam, Dolce è la guerra per chi non ne ha esperienza. Storie politiche tratte dagli Adagi, a cura di U. Dotti, Feltrinelli, Milano 2017, p. 102).

[26] G.W.F. Hegel, Lineamenti di Filosofia del diritto, cit. in S. Brocardo, Bellum iustum: riflessioni hegeliane sulla guerra in www.arenaphilosophika.it

[27] E’ ad esempio la tesi di I. Iljin, Die Philosophie Hegels als kontemplative Gotteslehre , A. Francke, Bern 1945,  esposta e commentata da N. Bobbio, Studi hegeliani in N. Bobbio, Da Hobbes a Marx. Saggi di storia della filosofia, Morano Editore, Napoli 1971, pp. 178 – 186.

[28] E’ il caso di J. Hyppolite, soprattutto nel saggio Introduction à la philosophie de l’histoire de Hegel, Rivière, Paris 1948 che Bobbio discute nello stesso volume, appena citato, alle pp. 190 – 192.

[29] G. De Ruggiero, Storia della filosofia, vol. 5: G.G.F. Hegel, Laterza, Bari 1948, p. 256.

[30] Ivi.

[31] Ivi.

[32] N. Bobbio, Studi hegeliani, cit., p. 211.

[33] Ivi.