martedì 24 novembre 2020

MERCOLEDI' 25 NOVEMBRE 2020 ALLE 21,00: ANCORA SULLA GABBIA DEL PATRIARCATO

 

Buongiorno a tutte/i,

CONTINUIAMO CON IL CICLO  

"Uomini, Mascolinità, Cambiamento. 

La Parola degli uomini sulla violenza di genere".


Siete tutti e tutte invitati/e al webinar  con 

Augusto Cavadi,

 mercoledì 25 novembre ore 21.00,

a partire dal suo libro dal titolo

 "L'arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato" (Di Girolamo, Trapani 2020)

 

Per partecipare alla riunione video, fai clic su questo link: https://meet.google.com/ytd-yvbt-hss


Altrimenti, per partecipare telefonicamente, componi +39 02 3046 1796 e digita il PIN: 

736 005 709#
Per visualizzare altri numeri di telefono, fai clic su questo link: https://tel.meet/ytd-yvbt-hss?hs=5



Tale iniziativa è inserita nel quadro del progetto Ministeriale che ci permette di rinforzare il  sistema AltaValdelsa di prevenzione della violenza di genere  e i servizi di protezione e messa in sicurezza della donne e dei minori vittime  

 


________________________________________________________

 

CENTRO PARI OPPORTUNITA' VALDELSA

P.zza Unità dei Popoli, 1 - 53034 Colle di Val d’Elsa (Siena)

tel./fax. 0577 924096 e-mail: pariopportunitavaldelsa@gmail.com

 

lunedì 23 novembre 2020

CONFESSIONI DI UN LADRO DI...RIFIUTI


 www.girodivite.it

11.11.2020

 

PERCHE’ SPRECARE TUTTI I RIFIUTI ?

 

Secondo i Romani, padri del diritto occidentale, summum ius summa iniuria (che, tradotto alla buona, sarebbe: certe volte le norme sono così rigide da risultare inique). L’adagio latino mi è tornato in mente per un episodio un po’ grottesco accadutomi in questi giorni. Vivo a Palermo e da alcune settimane trovavo i cassonetti bianchi, destinati alla raccolta della carta pulita, strapieni (almeno nell’arco della decina di chilometri dalla stazione portuale a Mondello). Così, per non gettare chili di cartoni nel bidone dell’indifferenziata, ho pensato di conferirli nel punto di raccolta della Rap (l’azienda Risorse Ambiente Palermo)  meno lontano: a Borgo Vecchio, nei pressi di piazza della Pace. Svuotando i sacchi mi sono accorto che, poco prima di me, qualcuno aveva deciso di liberarsi di un’intera biblioteca ( sua? di una moglie andata via da casa? di un papà defunto?). Chi ama i libri, pur senza fanatismi idolatrici, mi comprenderà: non ho potuto resistere alla tentazione di controllare cosa fosse stato destinato al macero né, avendo visto tanti titoli di classici per lettori di ogni età (anche per i ragazzini del doposcuola a Ballarò dove do una mano per la formazione dei volontari), di sottrarre all’inglorioso destino almeno PinocchioPiccole donne e i sonetti di Shakespeare.  Con tono molto gentile un dipendente dell’azienda si è accostato e mi ha spiegato che stavo consumando un’irregolarità – anzi, per dirla tutta, un furto –  mettendo a rischio perfino il suo posto di lavoro, con l’accusa di complicità, se si fosse astenuto dal bloccarmi: “Una volta oltrepassato il cancello, tutto ciò che è qua dentro è proprietà della Rap e nessuno può asportarlo a piacimento”.

Ovviamente ho obbedito al cortese invito (facendo finta di dimenticare in una mano un volume di filosofia moderna ormai fuori commercio che avrebbe sostituito degnamente la copia da me regalata anni fa a un’amica), ma accompagnato da un interrogativo: davvero esiste questa normativa così rigida che, per farla rispettare, ci sarebbero (secondo la dichiarazione del mio interlocutore) delle telecamere in funzione? Davvero in una città dove molti accatastano rifiuti in discariche abusive, agli angoli delle strade, si vigila giorno e notte affinché qualche mentecatto come me non remi controcorrente, sottraendo ‘rifiuti’  per arricchire la cultura propria e dei bambini indigenti? 

Sarei felice di una risposta autorevole e, perciò, attendibile. E, se fosse affermativa, chiederei perché in Germania (e  - presumo -  in altri Paesi della stessa unione europea di cui facciamo parte) le amministrazioni pubbliche possono prevedere dei grandi spazi in cui chi vuole deposita ciò che non gli serve più o va a prelevare ciò che altri hanno depositato? Il gentile impiegato della Rap, vedendo l’espressione perplessa del mio viso,  mi ha chiesto a scopo didattico-illustrativo: “Ha idea di cosa succederebbe se uno come lei venisse qua non per rovistare fra i libri, ma tra i computer e i televisori?”. “Penso” – gli ho risposto controllando il tono della voce affinché non risultasse arrogante né derisorio – “che vi semplificherebbe di molto il lavoro e le spese dello smaltimento”. Mi ha guardato senza ribattere, senza  una parola, ma con lo sguardo molto eloquente: “Da uno che raccoglie libri senza preoccuparsi di ingombrarsi casa, mi potevo aspettare un ragionamento sensato?”

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

domenica 22 novembre 2020

"LA GABBIA DEL PATRIARCATO": NE VOGLIAMO PARLARE INSIEME VIA INTERNET LUNEDI' 23 NOVEMBRE 2020 DALLE 17,50 ?

 

La Fondazione "Vito Fazio-Allmayer" 

ed il Gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne” 

organizzano 

per lunedì 23 novembre 2020 (ore 17,50  – 20)

un seminario on line sul tema

 

DENTRO LA GABBIA DEL PATRIARCATO SIA LE DONNE CHE I MASCHI

 

Il seminario consisterà in un esame critico del volumetto di Augusto Cavadi, 

L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato

(Di Girolamo, Trapani 2020, pp. 155, euro 13,90)

 

Le relazioni introduttive saranno a cura dei docenti universitari

Elena Mignosi e Giuseppe Burgio.

 

Coordinamento e regia dell’evento a cura di Francesco Cortimiglia.

 

 

La riunione avverrà soltanto su piattaforma  Zoom. 
Per entrare direttamente nella riunione (se si è già scaricata la piattaforma Zoom) basta cliccare qui:

 
https://us02web.zoom.us/j/86550384552 

venerdì 20 novembre 2020

GIORGIO GAGLIANO DIPLOMATO IN VIOLINO : QUI UN FRAMMENTO DEL CONCERTO-ESAME

 



Dopo dieci anni di studi ed esami (intrecciati con i 5 anni del liceo classico, in cui ci siamo incontrati, e i 3 anni della prima laurea in filosofia) Giorgio Gagliano ha conseguito anche il diploma in violino. Adesso potrà dedicarsi a tempo pieno al conseguimento della laurea magistrale in filosofia e poi...non avrà alibi: dovrà iniziare a lavorare! Come musicista o come filosofo? Secondo Platone ("la filosofia è musica"), Schelling ("l'Assoluto, che il filosofo cerca, lo trova l'artista") e Schopenhauer ("la musica è la più metafisica delle arti") forse non sarà necessario optare per l'una o l'altra strada. So solo che la "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo attende di riaprire le porte dopo l'epidemia per proporre qualche altro bel seminario di Giorgio sulla storia della musica con alternanza di spiegazioni verbali ed esecuzioni musicali dal vivo. 

CLICCANDO QUI ENTRATE SU UNO SPAZIO DI YOUTUBE CON UN FRAMMENTO DEL CONCERTO ESEGUITO DA GIORGIO, CON IL PIANISTA RICCARDO SCILIPOTI, COME PROVA D'ESAME FINALE (e capirete perché la commissione gli ha conferito il diploma con 110/110, la lode e la menzione):



giovedì 19 novembre 2020

TRACCE PER UN'OMELIA (LAICA) NELLA DOMENICA DI "CRISTO RE" DELL'UNIVERSO (22 novembre 2020)

 

Come alcun* di voi sanno già, l'Agenzia di stampa "Adista" (Roma) pubblica, per ogni domenica dell'anno liturgico cattolico, una traccia di 'omelia' richiesta dalla redazione a qualche autore che sia "svestito: senza paramenti, dottrina e gerarchie". 

Alcuni di questi contributi (a firma, tra gli altri, di Leonardo Boff, Fausto Bertinotti, Gabriella Caramore, Anna Carfora, Giancarlo Caselli, Augusto Cavadi, Erri De Luca, Rita Giaretta, Raniero La Valle, Alberto Maggi, Lidia Maggi, Enzo Mazzi, Antonietta Potente, Sergio Tanzarella, Gianni Vattimo, Alex Zanotelli,  ...) sono stati già editi in tre volumi (relativi agli anni liturgici A, B, C), Fuoritempio. Omelie laiche, a cura di V. Gigante e L. Kocci, Di Girolamo, Trapani. 

Nel numero 37 di "Adista notizie" è stata ospitata una mia meditazione per la festa di Cristo Re (domenica 22 novembre 2020).

“Adista-notizie” 37

(14 ottobre 2020)

 

CRISTO, RE SULL’ASINELLO

 

La festività odierna può essere vissuta su due registri teologici, e direi emotivi, assai differenti. Schematizzando brutalmente, si potrebbe individuare una prima angolazione secondo il pensiero, e il sentire, di chi (papa Pio XI) l’ha istituita nel 1925 (con l’enciclica Quas primas): è la prospettiva di un papa, allarmato dal diffondersi dello spirito ‘laico’ (sia nell’accezione positiva, costruttiva, emancipatrice del Modernismo interno alla Chiesa cattolica, sia nell’accezione negativa, nostalgica, imperialistica del Fascismo da poco al potere in Italia e presto in mezza Europa), che decide di rilanciare l’immagine medievale di Gesù Cristo come  detentore del  “potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio”. Al di là dei propositi soggettivi del papa, è evidente che questa concezione comporta oggettivamente dei rischi notevoli: poiché Cristo non percorre più le strade della terra, è la Chiesa – soprattutto il suo Pontefice massimo – a poter, anzi a dover, esercitare una sorta di supervisione sulle autorità anche civili. L’ombra dell’integralismo clericale si proietta dunque, per la gioia di tutti i settori conservatori e reazionari del cattolicesimo, da questo modo di intendere la festa di Cristo Re. 

Ma, vangelo alla mano, è possibile un registro di lettura molto diverso. In Giovanni XVIII,36 l’agiografo mette sulle labbra di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui”. L’immagine del Messia che cavalca un asinello è la rappresentazione plastica della sua autentica regalità che non ha bisogno di soldati né di politici, anzi neppure di radiomarie né di banchieri, per l’instaurazione del suo “regno”. Ciò per una ragione radicale: il “regno” annunziato da Cristo, e per il quale egli è vissuto e morto, non è propriamente “suo”, ma di Dio, del Padre celeste. Come è stato notato da alcuni teologi, non è Gesù che porta il regno di Dio ma, in un certo senso, è il regno di Dio che afferra, conquista, conduce, trasporta Gesù. In questa seconda ottica si diradano molte tentazioni ecclesiastiche: i discepoli di Gesù non hanno nessuna abilitazione a sovrintendere sulle autorità umane, a legittimarle nel loro esercizio e a stabilirne i confini di competenza. Credenti, non-credenti e diverso-credenti siamo tutti invitati a lavorare per un “regno” di cui nessuna figura umana, neppure Gesù, è titolare esclusivo e interprete infallibile. 

Possiamo affermare che, da questa angolazione, non si rischiano equivoci e fraintendimenti? Purtroppo, no. Per evitare lo scoglio dell’integralismo si è sbattuto tante volte contro la rupe del soprannaturalismo. “Il mio regno non è di questo mondo” è stato inteso come invito a non occuparsi della storia, della politica, dell’economia, della scienza, dell’arte, dell’ecologia; a concentrarsi esclusivamente sull’altro mondo, sull’altra vita. Ma anche questo è un tradimento del “regno di Dio” che, stando al complesso del Secondo Testamento, si instaura o qui o in nessun luogo; o adesso o mai.  Che cresce come un piccolo seme man mano che gli affamati vengono saziati, gli assetati vengono abbeverati, ai disoccupati si propone un lavoro dignitoso, ai profughi un’accoglienza fraterna, ai disperati una prospettiva di senso: Dio regna quando gli si dà gloria ma, già nel II secolo, sant’Ireneo spiegava che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. Le Destre religiose e politiche (quasi sempre sovrapponibili) possono inveire quanto vogliono contro un papa che sta facendo il minimo, e il massimo, che può fare un pastore: ricordare che è troppo facile elevare proclami di devozione verso un Dio che non si vede mentre si ignorano, o si strumentalizzano, i fratelli che si vedono. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

martedì 17 novembre 2020

LA BEATA INGENUITA': INDULGENZE IN OFFERTA SPECIALE SINO AL 30 NOVEMBRE 2020


 Adista Segni Nuovi n° 40 del 14/11/2020 

Indulgenze per i defunti. Beata ingenuità



In un momento di sconforto per la seconda ondata di pandemia mi ha raggiunto, timido raggio di sole nella nebbia dell’anima, la notizia (riportata anche sull'Osservatore Romano del 23 ottobre 2020) che la Penitenzieria apostolica (una specie di Ministero della Giustizia della Chiesa cattolica) estende a tutto il mese di novembre 2020 la possibilità di applicare ai defunti l'indulgenza plenaria (dunque non il perdono dei peccati mortali e veniali, che dipende dal pentimento del soggetto in questione, ma la cancellazione di tutte le pene che lo stesso soggetto, prima di entrare in paradiso, dovrebbe scontare in purgatorio per riparare i peccati commessi in vita).

Il cardinale Mauro Piacenza e il “reggente” monsignor Christophorus Nykiel rassicurano, nella forma ufficiale e solenne del “Decreto”, «su speciale mandato di Sua Santità Papa Francesco», che – anche per esaudire «non poche suppliche di Sacri Pastori» pervenute negli ultimi tempi – «l’Indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine. Tali giorni, liberamente scelti dai singoli fedeli, potranno anche essere tra loro disgiunti». Anzi, «gli anziani, i malati e tutti coloro che per gravi motivi non possono uscire di casa, ad esempio a causa di restrizioni imposte dall’autorità competente per il tempo di pandemia, onde evitare che numerosi fedeli si affollino nei luoghi sacri, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria purché, unendosi spiritualmente a tutti gli altri fedeli, distaccati completamente dal peccato e con l’intenzione di ottemperare appena possibile alle tre consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), davanti a un’immagine di Gesù o della Beata Vergine Maria, recitino pie orazioni per i defunti, ad esempio le Lodi e i Vespri dell’Ufficio dei Defunti, il Rosario Mariano, la Coroncina della Divina Misericordia, altre preghiere per i defunti più care ai fedeli, o si intrattengano nella lettura meditata di uno dei brani evangelici proposti dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita».

Inoltre, «poiché le anime del Purgatorio vengono aiutate dai suffragi dei fedeli e specialmente con il sacrificio dell’Altare a Dio gradito (cfr. Concilio di Trento, Sess. XXV, decr. De Purgatorio), tutti i sacerdoti sono vivamente invitati a celebrare tre volte la Santa Messa il giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, a norma della Costituzione Apostolica Incruentum Altaris, emessa da papa Benedetto XV, di venerata memoria, il 10 agosto 1915».

Come non ringraziare per tanta generosità cardinali e monsignori dell'organismo ecclesiale? Ma come non esprimere un senso di tenerezza per tanta ingenuità? Teologi e filosofi ci arrabattiamo per capire se, oltre all'universo fisico, si può parlare di una dimensione divina; se questa dimensione divina abbia tratti personali o sia totalmente anonima; se l'ipotesi di una qualche divinità buona e potente possa conciliarsi con la marea di sofferenza di uomini e altri viventi; se dopo la morte di una persona se ne possa ammettere una qualche forma di sopravvivenza... e questi beatissimi padri, in compunta e convinta serietà (?), discettano su come possono mantenere in purgatorio o liberare le anime dei nostri fratelli defunti.

Posso dirlo con sincerità? Provo santa invidia per questi credenti che hanno tutto chiaro come davanti a uno schermo, dalle figure più imponenti ai dettagli più trascurabili! Da Lutero a Küng, a Drewermann, a Luigi Lombardi Vallauri, a Ortensio da Spinetoli... per loro non è successo nulla. Siamo appena usciti dal Medioevo e dobbiamo solo evitare qualche piccola esagerazione (tipo rogo di Giordano Bruno o processo alle donne sospette di stregoneria): per il resto, tutto ok.

Sino al 30 novembre (mi raccomando: dal 1° dicembre non più!) chi fa celebrare una messa in memoria di un genitore o di una sorella o di un amico potrà "lucrare" per lui/lei la remissione delle pene oltremondane. Queste sì che sono buone notizie in tempo di Covid-19!

 

*Filosofo e saggista, Augusto Cavadi dirige a Palermo la “Casa dell’equità e della bellezza” 

  

sabato 14 novembre 2020

FRANCESCO GIARDINA E AUGUSTO CAVADI SU J. S. SPONG: IL VIDEO


 La  conversazione on line (dell'11.11.2020) avviata da Augusto Cavadi e Francesco Giardina, sulla crisi del cristianesimo, a partire dal libro di J. S. Spong, Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019), è stata molto partecipata e molto vivace.

Per ragioni tecniche abbiamo solo la registrazione dei primi due interventi introduttivi dell'incontro organizzato dal "Centro di ricerca esperienziale di teologia laica"  presso la "Casa dell'equità e della bellezza di Palermo":

https://casadellaequitaebellezza.blogspot.com/2020/11/lincontro-di-giorno-11-novembre-partire.html



giovedì 12 novembre 2020

ANIMALI E DINTORNI: IN DIALOGO CON ALBERTO G. BIUSO

 

Sul numero del 1.11.2020 di "Dialoghi mediterranei" ho pubblicato un'ampia recensione del volume di Alberto G. Biuso, Animalia, Villaggio Maori Edizioni, Valverde 2020, pp. 184, euro 16,00. 
Subito dopo il link che consente la lettura integrale della mia recensione (http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-questione-animale-e-la-critica-allantropocentrismo/) trovate il testo di una e-mail che mi ha spedito Alberto come commento al mio...commento. Non tutto ciò che egli mi obietta  mi convince, ma desidero informarvi del suo punto di vista per ricordarci - tutti quanti - della complessità di certe questioni su cui non si finisce mai di indagare.
                                                     ***

Caro Augusto, 
ho letto la recensione ad Animalia e ti ringrazio molto per essere tornato sul libro con un approfondimento teoretico e critico. Ho molto apprezzato il riferimento all’ontologia medioevale e a Spinoza, la spiegazione del principio biocentrico, gli accenni alla sperimentazione/tortura degli animali nei laboratori.

Temo invece di non essere stato abbastanza chiaro su alcuni aspetti epistemologici. Il brano di Wilson che citi è uno dei tanti nei quali questo biologo espone la sua tesi NON riduzionistica. Infatti il brano continua in questo modo: «I geni e la cultura sono dunque collegati in modo inscindibile. Ma il collegamento è flessibile, in termini finora quasi del tutto incommensurabili. Ed è nel contempo tortuoso». 
Quando Wilson parla di riconduzione di ogni accadere alle «leggi della fisica» enuncia il banale asserto secondo cui ogni fenomeno materiale è sottoposto alle leggi di gravitazione, inerzia, impenetrabilità dei corpi e così via. E altro non potrebbe pensare, anche per il fatto che non è un fisico ma uno dei maggiori sociobiologi contemporanei. 
In ogni caso, e al di là di Wilson o di chiunque altro, tu stesso osservi giustamente che nel libro «si afferma con forza l’inscindibilità del corporeo e del mentale, del fisico e dello psichico». Ed è questa, per l’appunto, la mia posizione: un materialismo non riduzionistico che ritiene la materia una e insieme molteplice. E che è molto attento a salvaguardare sia ontologicamente sia epistemologicamente le differenze.  Non citerei mai, condividendolo, uno scienziato o un filosofo che riduca la psicologia alla biologia, la biologia alla chimica, la chimica alla fisica. Proprio perché il riduzionismo è l’opposto concorde del dualismo. Il primo elimina la differenza, il secondo cancella l’identità.

Devo invece respingere con forza l’accostamento a Sartre e, peggio, al cosiddetto ‘assurdismo’. 

Non ho stima di Sartre e in generale dell’esistenzialismo. Nello specifico, Sartre mi sembra più un letterato (con tutto il rispetto, naturalmente) e un militante politico che un filosofo. Io credo che l’essere sia colmo di un senso intrinseco che è la potenza della materia/luce/energia. Lascio l’assurdo agli psicologi e ai nichilisti. L’osservazione, che citi in parte, secondo la quale «la pretesa umana di considerarsi lo scopo dell’esistenza appare del tutto antiscientifica. La dismisura delle nostre ambizioni si manifesta in tutta la sua portata se appena solleviamo lo sguardo al di sopra dell’orizzonte angusto del nostro pianeta. La nostra unicità e dignità nell’universo si rivela, allora, per quello che è: una insignificante goccia di vita nel volgersi eterno e senza scopo delle galassie. Allo stesso modo dell’uomo, vale a dire con la più totale mancanza del senso della misura e del limite, la formica può immaginarsi come lo scopo della vita nel bosco o il corallo come la ragione del rigoglio delle acque. È ora di porre fine a questa dismisura antropocentrica, all’infantile pretesa che il mondo sia stato fatto per l’uso esclusivo di una specie, che il volgere delle galassie e della materia sia finalizzato al progresso della vicenda umana. La nostra specie non è l’apice, il fine e il senso di tutto ciò che è, non costituisce l’intenzione segreta verso cui la materia tende e non rappresenta certo il culmine della vicenda biologica sul pianeta Terra» (pp. 148-149 del libro) a me sembra una semplice e persino banale evidenza, già sostenuta da Senofane, che certo non è sospettabile di assurdismi o nichilismi contemporanei. È una semplice evidenza, naturalmente, per chi non ritenga l’essere umano ‘sacro’ se non all’interno della sacralità dell’intero.

La questione del mettere al mondo altri mortali è più delicata. Rinvio a quanto ne ho scritto qui: Nascere? e a un mio testo in uscita sullo stesso tema :-)
Infine, ti ringrazio per l’accenno alla cura e all’eleganza del volumetto -merito dell’editore- e, per quanto riguarda la chiusa della recensione, devo dirti che io ‘prediligo’ qualunque lettore aperto a prospettive non ovvie e soprattutto non confortevoli ma critiche e coraggiose. Perché credo che la filosofia possa costituire anche una ‘consolazione’ del dolore d’esserci soltanto se riconosce in piano la potenza del limite. 
Ti ringrazio per avermi letto perché so che sei uno di questi lettori.
Alberto

Catania, 2.11.2020
 


martedì 10 novembre 2020

GESUALDO BUFALINO E LA SICILIA COME PERENNE "OPERA DEI PUPI"




“Il Gattopardo”

Ottobre 2020

 

UN’ALTRA  OPERA DEI PUPI

 

Nel corso di un’intervista del 1985, al mensile (ormai non più edito) “Idea”, Gesualdo Bufalino, sollecitato a formulare una definizione dell’enigma Sicilia, ebbe a rispondere che essa fosse un mix di “saviezza e follia”, di “razionalità e irrazionalità”. E che, oltre  “il gioco fra questi poli”, “l’elemento fondamentale per capire la Sicilia” fosse “il teatro: il senso mimico della vita”. Infatti “il siciliano è quasi sempre un attore, è un regista di se stesso. In fondo, c’è una specie di immensa <<opera dei Pupi>> da noi. Ognuno recita il proprio personaggio con l’enfasi che comporta ogni gesto teatrale”. 

  “Accanto al senso della solitudine” – o come tentativo di “rivincita” contro di esso – “il siciliano vive la sua dimensione teatrale, cioè un anelito all’essere tanti, a vivere la propria teatralità”. (Pirandello ne sapeva qualcosa). E qui lo scrittore di Comiso ricorda alcune delle “molte forme della vita siciliana” in cui “si può riconoscere questa teatralità”: “1) teatro dei pupi; 2) le feste religiose; 3) i sensali; 4) le risse; 5) la malinconia; 6) i circoli di conversazione; 7) il pessimismo”.

   Non mi sono del tutto chiari i riferimenti alla “malinconia” e al “pessimismo” come luoghi privilegiati della teatralità. E comunque avrebbe potuto aggiungere altre esemplificazioni più immediatamente eloquenti: prima fra tutte, l’attività politica. Vero che il pianeta intero vive da anni quella che Guy Debord ha definito “la società dello spettacolo”, ma la definizione vale da più tempo e con più intensità per i politici siciliani. Essi sanno che, nel bene e nel male, saranno giudicati non per quello che “fanno” (nel silenzio dell’operosità quotidiana, spesso nascosta nell’anonimato) ma per quello che “dicono” in pubblico (nelle piazze fisiche e virtuali) e, soprattutto, per come lo dicono. Urlare è preferibile che ragionare, gesticolare in maniera esagitata meglio che urlare. Il top? Urlare e gesticolare esibendosi in mutande, come in una celebre performance di uno dei probabili candidati alle prossime elezioni per la  presidenza della Regione (NELLA FOTO: il sindaco di Messina, Cateno De Luca, in una delle sue celebri manifestazioni di protesta).

   Quando attori comici di professione, come Antonio Albanese, provano a ironizzare su personaggi politici meridionali, inventandosi maschere come Cetto La Qualunque, si avventurano in imprese ardue: le loro invenzioni, per quanto geniali, rischiano di risultare meno grottesche di molte figure dai modi espressivi coloriti.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com 

domenica 8 novembre 2020

SPONG E LA CRISI SERIA DEL CRISTIANESIMO: NE VOGLIAMO PARLARE INSIEME VIA INTERNET ?


 Purtroppo, in questo periodo,  le occasioni di dialogo in presenza ci sono vietate (o per lo meno sconsigliate). Possiamo però reagire e magari scoprire che, persino nelle difficoltà, si nascondono delle opportunità: ad esempio che ci si possa confrontare in diretta fra persone che vivono in luoghi geograficamente molto distanti. 

Mercoledì 11 novembre 2020 dalle ore 18 alle ore 20:

Augusto Cavadi e Francesco Giardina discutono sulla crisi del cristianesimo a partire dal volume del vescovo episcopalismo statunitense

 J. S. Spong, Perché il cristianesimo deve cambiare o morire. La nuova riforma della fede e della prassi della ChiesaIl pozzo di Giacobbe, Trapani 2019, pp. 281, euro 25,00. 

Organizza il Centro di ricerca esperienziale di teologia laica 
(presso la Casa dell'equità e della bellezza di Palermo).

Il link per collegarsi  è:

https://us02web.zoom.us/j/9404946881?pwd=WENLdnJqOXBEZVppTXh5U2JleG4xdz09

Nel caso ci fossero difficoltà per entrare con il link, si può procedere autonomamente:

* entrare nella piattaforma Zoom

* andare su  JOIN MEETING

* scrivere l'ID:    940 494 6881

* digitare la password: 4FSaieva   (facendo attenzione all'uso delle maiuscole e minuscole).


PS: Su questo stesso blog ho pubblicato tempo fa una recensione del libro di Spong:

https://www.zerozeronews.it/la-rivoluzione-teologica-del-vescovo-spong/


venerdì 6 novembre 2020

NERI POLLASTRI E LA PANDEMIA IN CORSO. ISTRUZIONI PER CHI VUOLE PENSARE CON SERIETA' E SERENITA'

 Sul bimestrale on line (gratuito) "Dialoghi Mediterranei" Neri Pollastri ha pubblicato un saggio di filosofia-in-pratica sulle reazioni più diffuse alla pandemia in corso. Lo ripropongo anche sul mio blog perché so che viene letto anche da persone che non vogliono fermarsi agli slogan, alle invettive, alle opinioni viscerali, ma sono anche capaci di investire un po' di tempo e di energie nella riflessione critica. 

***

La Caporetto del pensiero razionale. Una lettura pratico-filosofica della pandemia

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Edward Hopper, Finestre di notte (1928)

di Neri Pollastri

La particolare situazione che abbiamo vissuto in questo periodo, che ci vede attraversare un’emergenza sanitaria internazionale di proporzioni inedite almeno per l’epoca storica che stiamo vivendo, costituisce anche un’interessante occasione di studio per comprendere il modo in cui pensa e vive l’uomo del terzo millennio, immerso qual è nei propri pregiudizi culturali, preso in mezzo tra le comunicazioni dei media e le opinioni in libertà dei social media, tra la necessità razionale di orientarsi nel mondo comprendendone il funzionamento e quella emozionale di individuare al più presto le migliori strade da percorrere. Il dibattito pubblico al quale si è assistito (e spesso anche partecipato) in questi mesi è infatti stato segnato da anomalie particolarmente evidenti, eppure dai più ignorate o persino cavalcate per motivi spesso difficili da comprendere, talvolta consapevoli e talaltra inconsapevoli. Cercheremo qui di analizzarlo, riducendo al minimo i riferimenti a singoli argomenti, ma cercando invece di descrivere quale sarebbe stato un atteggiamento razionalmente adeguato alla situazione e quali invece siano state le aberrazioni di pensiero che lo hanno attraversato.

Premessa: il “negazionismo”

Prima di entrare nel tema specifico ci sembra importante spiegare le ragioni per le quali non useremo qui il termine “negazionismo” e i suoi derivati. La principale è il fatto che quel termine è troppo vago, potendo a pieno titolo indicare sia chi neghi l’esistenza del virus, sia chi sostenga che non è pericoloso, sia chi affermi che sono inutili alcune delle misure indicate per contenerne la diffusione (per esempio il confinamento o l’uso delle mascherine). Categorie, queste, troppo diverse tra loro, non tutte criticabili e comunque non sulla base dei medesimi argomenti, cosicché accomunarle sotto il titolo di “negazionisti” è solo fonte di confusione e incomprensioni. Si aggiunga a questo il fatto che il termine “negazionismo”, nato e solitamente usato per indicare il revisionismo storico riguardo lo sterminio nazista degli ebrei, è per questo pesantemente gravato da un giudizio di valore senza appello, che rende accidentato ogni confronto dialogico argomentato. Pur riconoscendo quindi a quei termini una sensata applicabilità semantica, preferiamo non farne uso in questo articolo.

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Edward Hopper, Casa nel crepuscolo (1935)

Quando il “non sapere” è un fatto

Iniziamo dunque l’analisi da un dato ben noto, ma che spesso viene dimenticato o lasciato comunque sullo sfondo: la pandemia Covid-19 è una malattia della quale, al momento della sua origine, non sapevamo nulla, in quanto causata da un virus di nuovo tipo – il Sars-Cov-2 – del quale anche i più preparati ed esperti scienziati potevano dire solo poche cose, perlopiù ipotetiche e basate sulle sue possibili analogie con altri virus più noti appartenenti alla stessa famiglia [1]. Oggi, dopo quasi un anno dall’esplosione del contagio in Cina, ne sappiamo certo qualcosa in più, ma le conoscenze certe sono pochissime e limitate ad aspetti elementari perché – come sa chiunque conosca un po’ il funzionamento della scienza, ma come comunque suggerisce il buon senso – per avere conoscenze più solide, certe, “scientifiche” su un fenomeno di questo genere serve molto più tempo di raccolta ed elaborazione dei dati.

Filosoficamente parlando, questo fatto rende il Covid-19 un tipico esempio di thauma, di fenomeno inquietante che esorbita la nostra capacità di conoscere, valutare, scegliere e operare, di fronte al quale perciò non abbiamo risposte fondate da dare e per il quale il solo atteggiamento razionale e ragionevole è il socratico “so di non sapere”: partire cioè dalla consapevolezza della nostra ignoranza sia per cercare di progredire, sia per prendere le indispensabili decisioni concrete, evitando cioè di poggiarle su “false credenze”. In altre parole, la pandemia era (e in larga parte rimane ancora) una situazione ideale per l’esercizio di quella saggezza filosofica che Gerd Achenbach, il filosofo che ha dato vita alla consulenza filosofica, ha chiamato Lebenskönnerschaft, «capacità di saper vivere»[2]: un atteggiamento consistente nel vivere l’incertezza sospendendo ogni presa di posizione e assumendo decisioni basandosi solo ed esclusivamente sulle scarsissime conoscenze certe disponibili, adeguandole di volta in volta, con mutamenti anche significativi, ai dati esperienziali prodotti dall’evolversi della situazione e dal costante interrogarsi sulle possibilità future di convivere con lo sgradito e incomprensibile fenomeno che produce il thauma.

Non ci vuol molto per rendersi conto che gran parte dei cittadini, almeno del nostro Paese, non ha minimamente assunto questo tipo di atteggiamento e che, anzi, paradossalmente esso è stato assunto (almeno in certa misura) solo dalle tanto vituperate istituzioni governative [3]. Le quali, pur tra errori e discutibili dettagli, hanno basato la loro strategia sui pochi dati disponibili e hanno perlopiù evitato di fare “fughe in avanti” basate su speranze e interpretazioni del fenomeno “originali” o poco condivise dalla comunità scientifica [4]. L’opinione pubblica, ma anche la politica e una parte degli “esperti”, nei tre mesi di quella che fin qui è da considerarsi la fase più intensa della pandemia hanno viceversa dato vita a un continuo, mutevole e conflittuale schierarsi per l’una o per l’altra delle molte “interpretazioni” del fenomeno, spesso senza curarsi né del loro fondamento, né della qualità degli argomenti portati a sostegno, a dispetto del sostenerle con grande decisione e non minore spregio di chi ne affermasse altre. Proviamo ad analizzare questo fenomeno.

Un atteggiamento razionale disatteso

Come detto, le conoscenze condivise e confermate dalla comunità scientifica sul virus che è alla base della pandemia, il Cov-Sars-2, erano e restano ancor oggi pochissime. In breve potremmo ridurle più o meno a quanto segue:

  • appartenenza alla famiglia dei coronavirus, senza che ciò possa permettere di stimarne la somiglianza quanto a caratteri specifici;
  • Ÿ  forte contagiosità (prossima a quella, elevata, della normale influenza);
  • Ÿ  trasmissione per prossimità, attraverso le goccioline emesse con l’espirazione;
  •  elevata dannosità della malattia (nella prima fase del contagio circa il 20% dei casi      sintomatici necessitavano di cure ospedaliere, circa il 10% di terapia intensiva);
  • Ÿ  elevata mortalità in età superiore ai 60 anni, elevatissima sopra ai 70;
  • Ÿ  bassa mortalità e dannosità in età inferiori ai 50 anni, bassissima sotto ai 30;
  • Ÿ  diminuzione di mortalità e dannosità dopo una prima fase ad alta intensità.

Questi dati raccolti sul fenomeno già alla sua esplosione in Cina, sono stati rapidamente confermati – pur con percentuali variabili a seconda delle zone – negli altri Paesi ove la malattia ha progressivamente preso piede. Accanto a queste conoscenze – certo da aggiornare strada facendo, come è prassi in ogni situazione di progressiva esplorazione di fenomeni ignoti, ma pur sempre le sole accertate e condivise – ne rimanevano (e rimangono) del tutto indeterminate altre, di fondamentale importanza per qualsivoglia assunzione di ben fondate interpretazioni del fenomeno, quali per esempio le seguenti:

  • Ÿ  tempi di vitalità e/o aggressività (importanti per l’urgenza della prevenzione);
  • Ÿ  mutabilità (importante per l’eventuale messa a punto di cure e vaccini);
  • Ÿ  resistenza alle variazioni climatiche;
  • Ÿ  esistenza di cure (sia capaci di guarire, sia solo di alleviare la malattia);
  •   esistenza (e persino possibilità) di vaccini;
  • Ÿ cause della diseguale incidenza del virus in zone geografiche diverse;
  • Ÿ cause delle oscillazioni della sua nocività al passare del tempo;
  • Ÿ tempi necessari al raggiungimento di conoscenze certe.

Alla luce della razionalità scientifica, ma anche della ragionevolezza pragmatica, si vede bene come una situazione di questo tipo non permettesse (né permetta oggi) alcun tipo di presa di posizione e di intervento tecnico-strategico ben fondato: le strategie tecniche si basano infatti su conoscenze scientifiche consolidate, cioè confermate da prove ripetute e verificate da una parte importante della comunità scientifica internazionale. Era di conseguenza doverosa e inevitabile l’assunzione di un atteggiamento interlocutorio e guardingo, procedurale, fatto di decisioni necessariamente incerte e provvisorie, pronte a mutare in funzione dei loro stessi risultati e degli eventuali nuovi dati acquisiti “nel corso dell’azione”. Sempre ricordando che una conoscenza sufficientemente stabile e globale non poteva che richiedere un tempo superiore a quello necessario al contenimento dei danni prodotti dal fenomeno.

Per gli amministratori pubblici, preposti a prendere decisioni sociali e sanitarie per fronteggiare il problema, questo comportava l’avere a disposizione una sola possibilità razionale: l’esercizio del cosiddetto principio di precauzione, tramite l’applicazione di misure atte a contenere la diffusione del contagio, con l’arbitrio politico di decidere priorità e bilanciamento dei molteplici valori da salvaguardare – le vite umane dei cittadini, la libertà di scelta di tutti i loro comportamenti individuali, il tessuto economico, eccetera. Né si può negare che proprio questo sia ciò che esse hanno fatto, in Italia e all’estero (tranne rari casi e pur con qualche modesta differenza), mettendo decisamente al primo posto (almeno nella fase più rigida) la salvaguardia delle vite umane e ascoltando le indicazioni di profilassi che provenivano dalla scienza.

Per la comunità scientifica, preposta a ottenere, nei modi e nei tempi suoi propri, una maggiore conoscenza del fenomeno e un appropriato apparato tecnico per fronteggiarlo, il quadro descritto comportava invece la prosecuzione della ricerca, notoriamente lunga da percorrere, magari dedicandovisi con particolare urgenza e intensità, fornendo al tempo stesso alle amministrazioni tutti gli aggiornamenti importanti conseguiti; non comportava invece il dedicarsi alla comunicazione mediatica e men che meno social-mediatica, banalmente perché essa non aveva nulla da comunicare, neppure i dati raccolti in itinere, che riguardano più la statistica che non la scienza. Ma così non è stato, o – più precisamente – non lo è stato per tutti i membri della comunità scientifica, perché troppi “esperti” hanno a ripetizione esternato le proprie letture del fenomeno, tutte immancabilmente mere ipotesi, tutte da verificare e confermare (quindi non scientifiche), che invece sono state spessissimo scambiate per “scienza” [5].

Per tutti gli altri cittadini, inclusi anche i politici, quel quadro comportava solo il dovere di vigilare con spirito critico sul modo in cui gli amministratori affrontavano la vicenda, tenendo presente l’assenza di conoscenze certe e perciò da un lato badando ai dettagli senza né assumere, né propugnare posizioni che neppure la scienza aveva i mezzi per avallare, dall’altro usando una sorta di “principio di carità” [6] (speculare a quello di precauzione), il quale – in assenza di conoscenze certe e perciò risultando inevitabili gli errori – imponeva un’insolita tolleranza per chi – il governo e le istituzioni  – si trovava nella necessità di decidere giocoforza “alla cieca”. Viceversa, alimentato anche dalla ridda di ipotesi diffusa irragionevolmente da alcuni “esperti” in cerca di visibilità, il dibattito pubblico e quello politico hanno costantemente travalicato questi limiti e si sono trasformati in polemici, irrazionali e conflittuali battibecchi tra sostenitori di posizioni tutte quante parimenti infondate e non scientifiche.

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Edward Hopper, Le undici di mattina (1926)

Comportamenti e dibattiti razionali

In sintesi, l’attuazione di un atteggiamento razionale di “non sapere” si può riassumere in un elenco di cose che avrebbe avuto senso fare, coniugate in modo adeguato ai ruoli dei diversi attori:

  • Ÿ  non assumere, né propugnare alcuna posizione;
  • Ÿ  esercitare il principio di precauzione;
  • Ÿ  lasciare alla scienza (quella vera, comunitaria) il tempo per lavorare;
  • Ÿ  vigilare sulle misure precauzionali, con un surplus di clemenza riguardo agli errori;
  • Ÿ  rimandare ogni “ricerca del responsabile” a dopo l’emergenza;
  • Ÿ essere autocritici, cercando anche di capire quanta della foga critica fosse frutto delle proprie ansie e frustrazioni;
  • Ÿ approfittare del tempo regalato – perché tutti ci lamentiamo della mancanza di tempo per noi o per occuparci di cose escluse dalla quotidianità, e il confinamento, le misure che limitavano spostamenti o la soppressione di eventi pubblici ci fornivano l’occasione per averlo;
  • immaginare e progettare un futuro, individuale e politico, diverso dal passato, alla luce sia della possibilità (ancora non esclusa) che si dovesse convivere molti anni con il virus, sia della pessima normalità da cui provenivamo.

Ovviamente, per fare la loro parte nella fase “dinamica” del fronteggiamento della pandemia – ovvero rispettivamente per aggiornare le misure precauzionali e per vigilare sulla loro adeguatezza –  rappresentanti istituzionali e cittadini avrebbero dovuto tener conto dei dati raccolti in progress relativi alla sua evoluzione, all’impatto avuto dalle diverse misure prese nei vari Paesi colpiti, alle limitate conoscenze apprese e messe a punto in corso d’opera dalla scienza riguardo al virus e ai farmaci che potevano affievolirne la forza, ecc. Con l’accortezza tuttavia di limitarsi a raccogliere quelli validi, congrui e utili, quali per esempio:

  • Ÿ il numero dei contagiati, necessari per capire le variazioni di intensità di diffusione della malattia;
  •  il numero dei casi gravi, utili per valutare la capacità del servizio sanitario di farsi carico dei malati (che nella prima fase era il principale problema);
  • il numero dei morti, necessari per comprendere il rischio per le vite umane;
  • il fattore R0, utile per stimare nell’immediato futuro l’evoluzione del contagio;
  • i confronti tra aree omogenee (densità di popolazione, stili di vita, intensità dei focolai iniziali, ecc.), utili per stimare l’efficacia delle diverse strategie di profilassi attuate;
  • le statistiche per età, utili per valutare le fasce più a rischio ed eventualmente calibrare le misure.

Valutando i mutamenti di questi parametri, le amministrazioni avrebbero dovuto rimodulare in corso d’opera le misure di profilassi, così da poter tener meglio conto anche degli altri valori in gioco, in primo luogo quello economico e quello della libertà dei cittadini. Dal canto loro, i cittadini stessi avrebbero dovuto far riferimento a questi soli dati validi e pertinenti per valutare criticamente le scelte delle amministrazioni e richiedere eventuali adeguamenti.

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Edward Hopper, Ufficio in una piccola città (1953)

Cos’è invece accaduto

Come già accennato, le cose sono andate in modo piuttosto diverso. Riassumendo brevemente, se le amministrazioni pubbliche hanno nelle linee generali attuato l’atteggiamento più razionale, accantonando ogni interpretazione non ben fondata e applicando il principio di precauzione, alcuni scienziati si sono lasciati andare a esternazioni di quelle che erano solo loro personali ipotesi, confondendo un’opinione pubblica turbata dalla situazione e favorendo la degenerazione del dibattito pubblico, cosicché i cittadini hanno largamente mancato di rispettare i limiti di un atteggiamento accorto richiesto dall’ignoranza della scienza sul tema e hanno dato vita a scontri tra fazioni, nessuna delle quali aveva la minima legittimazione scientifica. Nel fare questo, tutti i soggetti in gioco hanno usato argomenti impropri e dati infondati, imprecisi o semplicemente inutilizzabili per ragioni logiche o tecniche, quali per esempio:

  •  le esternazioni dei singoli “esperti”, che in una condizione di ignoranza scientifica generalizzata avevano (al massimo) il valore di ipotesi per la ricerca, inutili per la decisione di strategie e per l’orientamento dei cittadini;
  • Ÿ i confronti tra aree disomogenee, le quali – influenzate da molti fattori non esplicitati e di incidenza non nota, come l’intensità dei focolai di partenza, la densità di popolazione, le condizioni climatiche, gli stili di vita, ecc. – avevano forza dimostrativa quasi sempre nulla [7];
  • le valutazioni sui dati rilevati dopo le misure, che (al massimo) possono dare un’idea dell’efficacia di queste ultime, ma non dicono niente su altre cose – per esempio sullo stato di vitalità del virus o sulla sua decadenza con il cambio stagionale;
  • ogni dato, diagramma o confronto privo delle fonti ben specificate, dei sistemi di rilevamento, ecc.;
  • ogni opinione o articolo mal argomentati (ovvero facenti uso di dati inutilizzabili, ipotesi non confermate o perfino paralogismi e inconseguenze), anche quando provenienti da “esperti” [8].

Questo genere di dati inadeguati o inopportuni è proprio ciò che è stato costantemente utilizzato dai media, sui social media e perfino da politici ed esperti in cerca di visibilità, con il risultato di produrre un dibattito pubblico privo di ogni logica. Ad aggravare la situazione, poi, l’abitudine diffusa a confrontarsi sulla base del conflitto tra schieramenti [9], tipico del dibattito politico, che ha fatto sì che alle obiezioni sulla fondatezza di un dato si rispondesse perlopiù o con l’ostensione di altri dati altrettanto inadeguati (ma apparentemente supportanti la fazione), o con la denigrazione dell’interlocutore, soprattutto quando fossero in discussione le misure assunte dal Governo.

Tra gli argomenti ricorrenti, talvolta avanzati e rielaborati anche da intellettuali di un certo prestigio, merita forse soffermarsi su alcuni.

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http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-caporetto-del-pensiero-razionale-una-lettura-pratico-filosofica-della-pandemia/

mercoledì 4 novembre 2020

PERCHE' TANTO ODIO DA PARTE DI ALCUNE FRANGE ISLAMICHE CONTRO L'OCCIDENTE ?

 


Anche se pubblicato nel numero del bimestrale "Dialoghi Mediterranei" dell'Istituto Euro-Arabo di Mazara del Vallo del 1 novembre 2020, questo scritto di Elio Rindone è stato predisposto in tipografia prima degli attentati terroristici a Parigi e Vienna di qualche giorno fa. Lo rilancio dal mio blog perché vi trovo informazioni storiche e considerazioni critiche che dovrebbero far parte del patrimonio minimo di ogni cittadino europeo che voglia capire la contemporaneità a livelli un po' più profondi degli slogan propagandistici.
Spero che i lettori frettolosi, abituati a leggere una riga sì e due righe no, EVITINO di commentare questo testo e di ATTACCARLO come fosse un'apologia degli attentati ai danni di noi europei.

Alle radici del risentimento arabo

un-cristiano-e-un-moro-giocano-a-scacchi-dal-libro-di-giochi-dadi-e-tavole-di-alfonso-x-il-saggio saggio

Dal Libro di giochi, dadi e tavole di Alfosno X il saggio, 1285

di Elio Rindone

La conversione all’Islam di Silvia Romano – la volontaria italiana rapita in Kenya e liberata il 10 maggio 2020, dopo essere stata per ben 15 mesi prigioniera di un gruppo terroristico di matrice islamista, il Partito dei Giovani, da anni attivo in Somalia – dovrebbe essere una scelta assolutamente personale. Essa, invece, ha provocato la dura, e talvolta volgare, reazione di una parte dell’opinione pubblica, e addirittura l’accusa rivolta alla nostra cooperante di essere quasi diventata lei stessa una terrorista. Ora mi chiedo: se la Romano si fosse convertita non all’islam ma, per esempio, all’induismo, ci sarebbero state reazioni simili? Ovviamente no, e il motivo è chiaro: nei Paesi occidentali l’islam, e non certo l’induismo, è ormai considerato la religione dei nostri nemici.In effetti, non sono pochi i terribili atti di terrorismo di matrice jihadista – jihad è un termine che ha vari significati ma in Occidente è comunemente inteso come ‘guerra santa dei musulmani contro gli infedeli’ – che hanno causato migliaia di vittime tra la gente comune, e l’opinione pubblica occidentale, dopo la caduta dei regimi comunisti, tende a identificare da tempo il mondo islamico come il nemico per eccellenza, tanto più pericoloso quanto più appaiono incomprensibili le ragioni dell’odio che nutre verso l’Occidente, e in particolare verso gli Stati Uniti.
Ma tali ragioni risultano incomprensibili per gran parte dell’opinione pubblica solo a causa della costante manipolazione del sistema dell’informazione (a cui si aggiunge non di rado l’inadeguata conoscenza dei fatti da parte degli stessi che dovrebbero informare), che ha diviso nettamente il mondo in buoni e cattivi, presentando quella occidentale come una civiltà superiore, ingiustamente aggredita da Stati canaglia, Nazioni collegate in un Asse del Male o terroristi impegnati a combattere appunto la jihad, la guerra santa per il trionfo dell’islam.
Se, al contrario, si conoscessero un po’, da un lato, le scelte politiche e militari e le strategie economiche delle Potenze occidentali degli ultimi decenni e, dall’altro, le vicende storiche riguardanti i rapporti tra i diversi Paesi coinvolti in questo preteso scontro di civiltà, le ragioni di tale ostilità – che è arrivata a manifestarsi anche con attentati terroristici assolutamente da condannare (New York 2001, Madrid 2004, Londra 2005, Parigi 2015, Bruxelles, Nizza e Berlino 2016, Barcellona 2017 sono soltanto i casi più noti ma sarebbe opportuno ricordare anche gli attentati compiuti in Asia e in Africa) – forse risulterebbero tutt’altro che incomprensibili. E basterebbe consultare gli scritti di Bernard Lewis, Franco Cardini, Paolo Barnard, John Perkins o Tariq Ramadan, autori con prospettive tra loro non di rado divergenti e da cui traggo le notizie che seguono, per capire quanto sia mistificante la vulgata oggi propinata a lettori e telespettatori, che credono invece di essere ben informati.

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