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lunedì 14 settembre 2026

I PROGETTI DI TRUMP SECONDO TRUMP

Tra le molte ragioni della disaffezione nei confronti del dibattito politico va, forse, annoverato il provincialismo pettegolo. Certo la maggioranza degli elettori lo ignora, ma propendo a ritenere che essa nutra inconsapevolmente l’esigenza di essere interpellata su questioni alte, di fondo, piuttosto che su baruffe da cortile: quanta popolazione può sopportare la Terra, quali cambiamenti climatici ci attendono, come evitare una terza guerra mondiale…E ciò non perché non sia interessata ai salari inadeguati, all’assistenza sanitaria preclusa ai meno abbienti, al sistema dell’istruzione in declino o alle crepe del sistema giudiziario: intuisce confusamente, però, che un nesso – invisibile, ma ferreo – collega gli sfaceli planetari alla quotidianità concreta. In ogni disastro ecologico o epidemia o guerra le fasce socio-economiche della popolazione pagano prezzi assai differenti.

A elevare il livello del confronto  - e dello scontro – politico possono contribuire libri che, prima di esprimere opinioni legittimamente soggettive, riportano dati di fatto incontrovertibili. Il Manifesto di una Dittatura Planetaria, di Alberto M. Cacopardo, Edimedia, Firenze 2026 (pp. 134, euro 8,00) è uno di questi rari, preziosi, indispensabili, libri. Non si può leggere senza immaginare che se lo leggessero, e lo comprendessero, i dirigenti politici di maggioranza e di opposizione proverebbero imbarazzo per la banalità delle polemicuzze abituali e metterebbero sul tavolo le alternative decisive: a quale modello di civiltà il nostro Paese intende contribuire?  Vogliamo andare verso il mondo disegnato dalla Carta delle nazioni unite dell’ONU all’indomani della seconda guerra mondiale, o verso il mondo proposto, in maniera trasparente, articolata ed efficace, da Donald Trump e dalla cerchia dei suoi consiglieri e dei suoi sostenitori?

Non si può rispondere con un minimo di credibilità se non si leggono i due fondamentali documenti che in questo agile volume sono riportati integralmente e commentati magistralmente: la Strategia di Sicurezza Nazionale di Donald Trump e la Strategia di Difesa Nazionale di Pete Hegseth. Nessun sospetto di complottismo o di manipolazione ne può inquinare la lettura: come scrive nella brillante e informata prefazione Domenico Gallo, sono documenti «disponibili in internet» (ovviamente in lingua inglese) e «visibili a tutti, ma il sistema mediatico li nasconde e li rende invisibili» (p. 8) o per complicità o perché, ingenuamente, considerato – come nota Cacopardo - «uno dei consueti esercizi di retorica» (p. 17) a cui i governi di tutto il mondo, e l’Amministrazione Trump in particolare, ci hanno abituati.

Cosa dice in sintesi il primo dei due testi? Nelle prime due sezioni che «gli Stati Uniti sono e vogliono restare il paese più ricco, più potente e più armato del mondo, vogliono essere liberi di perseguire i propri interessi in qualsiasi parte del mondo, perpetuando il proprio “dominio economico” e la propria “superiorità militare”, senza essere intralciati da regole o istituzioni internazionali che col loro “transnazionalismo” pretendano di giudicare il loro operato, di “limitare la loro sovranità” o di tutelare la pace nel mondo, della quale si attribuiscono loro stessi la responsabilità. Esigono un potere senza limiti. Ecco il disegno della Dittatura Planetaria» (p. 28). Nella terza sezione si espongono i mezzi di cui gli USA dispongono per perseguire il progetto e, nella quarta, i metodi che intendono adottare per realizzare «ciò che può essere utile all’America o, in due parole, America First» (p. 31).  

Il secondo documento non è meno impressionante: in esso il Segretario alla Difesa espone un memorandum destinato prioritariamente, ma non segretamente, ai capi del Pentagono, ai comandanti delle Forze armate combattenti e ai direttori di alcune agenzie operanti nel campo della difesa e della guerra. Il leitmotiv ribadito martellantemente è «trasformare in realtà la visione del presidente Trump di una pace attraverso la forza» (p. 198), nel misconoscimento totale dell’evidenza storica che se uno Stato si arma in maniera crescente, prima o poi avrà necessità di svuotare gli arsenali sulla testa di qualche popolazione meno armata. Chi non è alleato, subordinato e obbediente, è un nemico o un avversario o un concorrente: «la deterrenza nei confronti della Cina» (ivi) è ribadita paranoicamente quasi ad ogni pagina, nonostante  che – come nota Cacopardo - «il governo e i media cinesi non perdono occasione da decenni per insistere che la cooperazione è  preferibile alla competizione e che loro non vogliono essere avversari di nessuno» (p. 41).

In questa ossessiva ricerca, o costruzione, del nemico non mancano le critiche dure alle Amministrazioni statunitensi del passato, soprattutto di aver pagato somme altissime per la difesa militare di Stati alleati (in primis europei) che dovranno da ora in poi destinare almeno il 5% del P.I.L. alla «spesa militare propriamente detta» e alle «spese legate alla sicurezza» (p. 109). In vista dell’obiettivo centrale  - «tornare a rendere grande l’America» - l’imperativo categorico è: «Basta con l’idealismo utopico: è tempo di un realismo duro e pragmatico» (p. 111). Dunque, armiamoci non solo con ordigni «nucleari», ma anche con attrezzature «convenzionali, spaziali, cibernetiche ed elettromagnetiche» (p. 114).

Nel testo in esame le affermazioni strabilianti (o che possono suonare tali in fonti non sospettabili di filo-putinismo) sono diverse. Ad esempio che «Mosca non è in condizione di ambire all’egemonia sull’Europa. La Nato europea supera enormemente la Russia per dimensione economica, popolazione e di conseguenza potenziale militare latente» (p. 112): «perché mai» - osserva Cacopardo - «sia così urgente impiegare 1300 milioni di dollari all’anno in spese militari contro un paese che ha un Pil di appena 2000, non si sa» (p. 46).

A lettura terminata, possiamo comprendere più a fondo la tesi enunciata da Gallo nella prefazione: sarebbe un errore considerare Trump un «clown» perché, «se riusciamo a guardare oltre l’aspetto grottesco-folcloristico, dobbiamo renderci conto»  che – shakespearianamente -  «c’è del metodo in questa follia» (p. 7). E, comunque, la sapienza popolare insegna che, più Pulcinella di Pulcinella, c’è solo chi gli si mette al seguito.


Augusto Cavadi

Qui la versione originale della recensione:

https://www.zerozeronews.it/quello-che-non-abbiamo-ancora-visto-di-trump/


lunedì 29 giugno 2026

LA TELA DI RAGNO CHE RENDE PALERMO UNA CITTA' INVIVIBILE

 LA LINEA MOBILE DELL’ILLEGALITA’ SISTEMICA

 

Al primo colpo di revolver che in una città italiana raggiunge alla testa una passante ignara gli amministratori in carica hanno pronta la prima dichiarazione: “Fatto gravissimo, ma non è solo la nostra città a questo livello di degrado”.

Al secondo colpo di revolver – che da Napoli in giù di solito è di kalashnikov  – parte la dichiarazione di riserva: “Lo Stato ci deve mandare rinforzi, da soli non possiamo farcela”.

Non so altrove, ma nella mia Palermo questa ipocrisia istituzionale è stucchevole. Assistiamo tutti, immobili, alla crescita della tela del ragno, ma se qualche mosca vi resta vittima gridiamo allo scandalo.

Se il sindaco Roberto Lagalla, stimato docente universitario di Medicina, avesse dovuto insegnare anche solo per qualche giorno in una qualsiasi scuola media (di primo o di secondo grado, anche in licei prestigiosi frequentati dall’ottima borghesia) capirebbe al volo la metafora.

In mezzo secolo di insegnamento ho sperimentato che se, mentre ti rivolgi alla classe,  due alunni si scambiano sottovoce un commento o si raccontano la serata precedente hai due possibilità: fermarti, guardarli direttamente negli occhi, dire gentilmente che non ti sembra educato sovrapporti ai loro discorsi e che, in silenzio,  ne stai attendendo con pazienza (insieme alla classe incredula) la conclusione. Oppure fare finta di nulla e continuare imperterrito la lezione, magari alzando un po’ il tono della voce; dopo due minuti altri due alunni si sentiranno autorizzati a confabulare e in meno di un quarto d’ora è tutta la classe che, a toni di voce ormai altissimi, si scambiano informazioni e commenti, anche da un capo all’altro dell’aula.

Nel primo caso c’è sempre qualcuno (alunno, collega, genitore, dirigente scolastico) che troverà esagerato il tuo metodo e, se ne possiede  minimamente gli strumenti culturali, la butterà sul politichese: “Guarda, guarda, che doveva capitarci: pure il professore fascista”. Ma altri, all’inizio pochi e alla fine del triennio quasi tutti, ti diranno grazie per aver consentito a chi voleva dialogare con te e i compagni di farlo, chiedendo ai disinteressati di distrarsi con i cruciverba o i fumetti, ma in silenzio.

E nel secondo caso? Nel secondo caso l’insegnante “tollerante”, “democratico”, “filo-anarchico” si troverà a urlare per ore chiedendo attenzione o, per lo meno, di tacere. Scoprirà che il mancato intervento garbato, ma fermo, dei primi momenti ha aperto una diga e scatenato una fiumana di battibecchi e di offese reciproche che neppure i più odiosi provvedimenti disciplinari – ormai tardivi – riusciranno a bloccare. Sino a che punto? Potrei raccontare episodi incredibili (dal collega costretto a essere sbeffeggiato con la confezione vuota del panettone in testa al collega sfiorato da  pallottole di gomma micidiali sparate da pistole-giocattolo; dalla collega che rinunzia alle prove scritte di latino perché minacciata di trovare i bulloni delle ruote dell’automobile allentate al collega intorno alla cui cattedra, in cui è inchiodato dal disagio, un po’ di alunni danzano in cerchio come indiani d’America mentre il fuoco divampa sotto la sua sedia); potrei raccontarli (come ho fatto già in libri, saggi, articoli), ma saprei di non essere creduto. Oggi “per fortuna” ci sono i cellulari ed i social e le immagini del  professore aggredito con un coltello all’ingresso della scuola, o minacciato con una pistola alla tempia se non cede il pacchetto di sigarette, girano in rete, anche per moltiplicare pedagogicamente gli effetti imitativi.

Forse, a questo punto, il sindaco ( o il prefetto o il questore: ogni tanto scrivo a tutti e tre, con risultati facilmente immaginabili) potrebbe entrare nella comprensione metafora: non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno. Se tu posteggi in seconda fila perché io non dovrei posteggiare in curva? Se tu vendi alcolici abusivamente a piazza Rivoluzione perché io non dovrei venderli ai Quattro Canti? Se tu occupi con i tuoi vasi di fiori, per intero, i marciapiedi intorno ai cimiteri costringendo la gente a fare lo slalom fra le auto in sosta e in movimento, perché io non dovrei piazzare i tavolinetti della mia gelateria proprio sotto il palo che minaccia rimozione forzata? E se nessuno controlla da quanti decenni il mio vicino di casa (non) paga il passo carrabile davanti al suo cancello perché dovrei togliere dalla mia auto il cartellino blu guadagnato anni fa dal povero nonnino ormai serenamente trapassato a miglior vita?  E se il camion della nettezza urbana, durante gli spostamenti da un cassonetto all’altro, lascia cadere con nonchalance rifiuti e percolati, perché dovrei preoccuparmi di trasportare il vecchio divano sino all’isola ecologica?

La lista sarebbe lunga forse infinita. Alcune immagini si sono incise come icone geniali alla mia memoria: come il rivenditore ambulante che, stanco di deambulare, fissa per mesi espositori e cassette all’angolo fra via dei Cantieri Navali e una traversa, ostacolando la vista agli automobilisti che escono dalla via laterale per immettersi nella principale. Ma è agosto, ha diritto anche lui al riposo, no? E allora sopra gli scheletri metallici campeggia un cartello ben leggibile: “Siamo chiusi per ferie” (che tra l’altro significa: “Non facciamo che a qualcuno venga in mente di fregarci il posto!”). In altre strade (non necessariamente periferiche, anzi tanto più se vicine al centro come la via Archimede), in chi non ha un passo “carrabile” (in vigore o scaduto che sia), si scatena la fantasia: il posteggio sotto casa lo riservo con cassette di frutta vuote o con sedie scalcinate o con i motorini dei ragazzi. E chi ha fegato, si permetta di avanzare obiezioni!

Naturalmente mi sto occupando di un segmento del fenomeno che presupporrebbe una diversa politica socio-educativa preventiva e una ben più incisiva politica repressivo-giudiziaria nei riguardi dei crimini sistemici dei colletti bianchi. Le poche persone che conoscono la mia storia ormai più che settantennale sanno da quanti anni spendo tempo ed energie a monte della illegalità spiccia quotidiana: ma perché nascondersi dietro l’alibi dell’aut-aut (o si interviene là o si interviene qua) e non abbracciare la strategia dell’et-et (mentre lavoriamo ai fondamenti non permettiamo che si abbattano le pareti)?  L’accenno autobiografico non è narcisistico, ma tattico: vorrei evitare l’ennesimo ritornello della corresponsabilità civica della popolazione. Non siamo poche le persone che lo sappiamo e proviamo a fare la nostra parte, ma come non possiamo essere sostituite così non possiamo sostituire le istituzioni: e se ogni notte, quando chiami il 112 perché la musica del pub sotto casa è troppo alta, ti senti quasi deridere dalla voce femminile all’altro capo del telefono (“Con tanti problemi che abbiamo, vuole che mandi una gazzella della polizia per farla dormire?”), che ti resta da fare? Un’idea (atroce, vergognosa, ti passa per l’anticamera del cervello), in cronaca leggi pure che qualcuno l’ha messa in pratica, ma tu preferisci rinunziare al riposo sino alle 3 o 4 del mattino piuttosto che rivolgerti al mafioso un po’ più prepotente del boss che protegge i tuoi vicini rumorosi. Ne va della tua libertà futura oltre che della tua dignità attuale.

Augusto Cavadi

17.6.2026


Qui il link all'edizione originaria:

https://www.girodivite.it/La-tela-del-ragno-che-rende.html

martedì 24 marzo 2026

TRE, ANZI QUATTRO, "GRAZIE" DOVEROSI

Il primo grazie a tutti gli elettori e tutte le elettrici che, andando a votare per il referendum (o per il NO o per il SI'), hanno dimostrato che la democrazia repubblicana è malata ma non ancora defunta.

Il secondo grazie a tutti i cittadini e tutte le cittadine che si sono gratuitamente spesi/e (investendo tempo, energie e in qualche caso soldi di tasca propria) per evitare una riforma che, a detta di Nordio che se l'è intestata, sarebbe convenuta ora alla Destra e domani - in caso di cambio di maggioranza - alla Sinistra: insomma, in ogni caso, ai politici di professione di turno al governo del Paese.

Il terzo grazie agli elettori e le elettrici che di solito votano Destra e che in questo caso hanno capito che, se avessero seguito le indicazioni dei partiti oggi in maggioranza al Parlamento, avrebbero compiuto un atto autolesionistico. La Costituzione italiana è stata costruita con il paziente apporto di padri e madri di ogni orientamento ideologico: comunisti, socialisti, liberali, cattolici democratici. Sono gli eredi di queste culture che hanno diritto di cambiarla, non gli epigoni della cultura fascista (e, per giunta, da soli!).

Un quarto e ultimo grazie è strano: un grazie ipotetico per un dono che spero di ricevere in futuro. Che quanti/e hanno lottato perché vincesse il "NO"  capiscano la lezione: nell'epoca del tramonto delle ideologie novecentesche bisogna ripartire da una base chiara, solida, fertile. Bisogna ripartire dalla Costituzione repubblicana che significa difesa della dignità dei lavoratori, promozione fattiva della solidarietà fra i cittadini, ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, primato del Bene comune sugli interessi privati...Questi sacri principi sono stati attaccati dai governi di Centro-Destra, ma quasi sempre disattesi negli ultimi 50 anni anche dai governi di Centro-Sinistra. I nemici della Costituzione continueranno a tentare di destrutturarla: è il loro mestiere, sono eletti per questo, va dato atto della loro coerenza. Ma chi dice di essere fedele alla Carta costituzionale deve chiedere il voto per difenderla (ha abbastanza appeal per interessare la gente, specie i giovani) e soprattutto essere coerente nell'attuarla almeno quanto i parlamentari di Centro-Destra lo sono nel demolirla. Se ogni volta che è al governo del Paese ha paura di combattere l'evasione fiscale; di pretendere un salario minimo per chi lavora e un reddito minimo per chi non lavora pur essendo disposto a lavorare; di dare la cittadinanza agli immigrati che hanno dimostrato con i fatti di averne diritto; di rifiutare la partecipazione a "missioni umanitarie" per esportare la democrazia occidentale a colpi di bombe; di diminuire le spese militari a favore della sanità e dell'istruzione...perché gli elettori dovrebbero preferire il Centro-Sinistra (incoerente con i propri principi) al Centro-Destra (perfettamente coerente)?

Augusto Cavadi 

23 marzo 2026

(Possibile, ma non certa, primavera della Repubblica italiana)

mercoledì 18 marzo 2026

DOMENICA 22 E LUNEDI' 23 MARZO 2026 SI VOTA PER CONFERMARE O NO LA RIFORMA MELONI-NORDIO

Si sono espresse pubblicamente numerose persone più competenti di me. Ma non voglio sottrarmi alla richiesta pervenutami da più parti di esprimere un parere. Che sintetizzo in 3 punti:

a) non approvo il ricorso frequente al referendum, ma questo non è opzionale: è previsto dalla Costituzione quando è in gioco un cambiamento della medesima. A differenza dei referendum precedenti qui non c'è un minimo (un "quorum"): se vanno a votare solo tre persone, vincono due su uno;

b) sul merito della riforma si possono trovare aspetti positivi e aspetti negativi: la maggior parte dei sostenitori del "NO" sono magistrati, avvocati, professori di diritto stimatissimi, ma anche nel fronte del "SI" ci sono (sia pure in numero considerevolmente minore) persone esperte e oneste;

c) sul metodo della riforma il giudizio non può che essere negativo. La Carta costituzionale è stata concordata dopo la Seconda guerra mondiale dai rappresentanti di tutte le ideologie e di tutti i partiti politici presenti in assemblea: ogni cambiamento che avvenga senza un accordo altrettanto ampio mira evidentemente a scopi di parte, non a migliorare le regole del gioco;

d) sul contesto storico in cui è stata approvata la riforma su cui siamo chiamati a votare (approvandola con un SI' o bocciandola con un NO) non ci sono dubbi: è assolutamente preoccupante. Infatti è stata varata dalla maggioranza di un Parlamento eletto con un sistema più volte dichiarato incostituzionale: prima di "migliorare" l'ordine giudiziario, il Parlamento dovrebbe mettere in regola sé stesso. Perché questa fretta? Perché, se vincesse il "SI'", questo Parlamento potrebbe, con le norme attuative sinora indeterminate, piegare la Magistratura ai suoi ordini e non avere più limiti. (Questa la ragione principale per cui un magistrato non certo di Sinistra come Gratteri ha previsto che tutti i massoni e i mafiosi voteranno per il "SI'", il che ovviamente non significa che tutti quelli che voteranno per il "SI'" saranno o massoni o mafiosi).

In conclusione: se un Governo che toglie finanziamenti alla Sanità, alla Scuola, ai Servizi sociali (perché li dirotta a combattere nel mondo guerre volute da Trump o dall'Unione Europea o da entrambi) propone di investire milioni di euro per moltiplicare gli organismi giudiziari (due Consigli superiori della magistratura al posto di uno + un'Alta corte che attualmente non esiste), in memoria riparativa di Silvio Berlusconi (uno dei politici più volte condannato in via definitiva dalla Magistratura), io - che non sono un esperto di diritto ma neppure uno stupido - voterò "NO" e mi auguro che facciano altrettanto quante più persone.

Augusto Cavadi

PS: Tra i molti, validissimi, interventi analitici per approfondire alcuni passaggi della mia troppo rapida sintesi segnalo questo del mio amico Elio Rindone (che ha integrato con decenni di studi filosofici la sua formazione giuridica giovanile): https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/riforma-della-giustizia-o-attentato-alla-costituzione/

lunedì 12 gennaio 2026

MOROSINI E MONFREDI: LE NOSTRE RAGIONI DEL "NO" AL REFERENDUM SULLA "GIUSTIZIA"

 Il LabDAC (Laboratorio per la difesa e l'attuazione della Costituzione" (in collaborazione con altre associazioni palermitane) ha organizzato martedì 7 gennaio 2026 alle ore18,00 (presso la sua sede nella "Casa dell'equità e della bellezza") un incontro di riflessione e di confronto sulle ragioni del "NO" al referendum sulla legge recentemente approvata in Parlamento riguardante l'ordine giudiziario.

Al seguente link la videoregistrazione di alcune parole introduttive di Claudio Riolo (promotore del LabDAC) e delle relazioni complete di Piergiorgio Morosini (presidente del Tribunale di Palermo) e di Rachele Monfredi (giudice presso lo stesso Tribunale): https://youtu.be/5gkpzF00qcw



venerdì 7 novembre 2025

ELIO RINDONE RILEGGE MARCO D'ERAMO: LA GUERRA INVISIBILE DEI POTENTI CONTRO I SUDDITI

E' on line (scaricabile gratuitamente) l'ultimo numero della bella rivista di alta divulgazione "Dialoghi Mediterrarnei" dell'Istituto euro-arabo di Mazzara del Vallo (TP). 

Tra altri articoli degni di particolare interesse segnalo questa recensione, a firma di Elio Rindone, del volume di Marco D'Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-premio-nobel-per-leconomia-uninvenzione-neoliberista-che-ha-cambiato-il-mondo/

domenica 26 ottobre 2025

TRE, ANZI QUATTRO RAGIONI PER CUI "ADISTA" NON DEVE MORIRE

La carta stampata, come tutto ciò che ha avuto una data di nascita (Gutenberg nel 1455), deve avere (per parafrasare Giovanni Falcone) una data di morte. Forse tocca alla nostra generazione constatarne il decesso. Infatti la crisi della stampa è ormai un fenomeno internazionale: mensili, settimanali, quotidiani – anche di rilevanza storica -  chiudono o tagliano drasticamente tirature e personale. Anche molte riviste scientifiche e culturali sono passate dalla versione cartacea alle edizioni on line e persino nella nuova veste più economica rischiano l’estinzione. Questa tendenza, in sé spiacevole, non va drammatizzata: scrivere e leggere sono attività appartenute a gloriose civiltà per almeno due millenni prima della stampa su carta e non c’è motivo di supporre che non continueranno nei prossimi. E comunque, anche se mettiamo a fuoco il passaggio antropologico epocale che stiamo vivendo, riterrei che non sia interpretabile solo in chiave negativa. Infatti, se da alcuni versanti registriamo perdite, da altri invece guadagni: il mondo dell’informazione transita dalla penuria all’abbondanza. La sua è una crisi di sovraproduzione. Da che si stentava ad avere informazioni anche su ciò che accadeva nel quartiere accanto o nel villaggio vicino, rischiamo di essere travolti da un flusso eccessivo di informazioni provenienti dai quattro angoli del pianeta. E non è solo questione di quantità, ma anche e soprattutto di velocità: perché recarsi all’edicola più vicina, per leggere sul giornale alle 8 di mattina le notizie del giorno precedente, se intanto le ho potuto apprendere in tempo reale mediante radio, televisione, computer, cellulare?

Premesso che, senza cedere alla devozione cieca nei confronti della tecnologia, non sarebbe né saggio né possibile limitarsi a rimpiangere un passato irrecuperabile, con postura adulta conviene interrogarsi su alcune criticità della transizione in atto, a mio parere sintetizzabili in tre passaggi principali.

 

Il difficile discernimento tra vero e falso

Prima questione: la marea di notizie da cui siamo invasi per così dire da ogni poro è indiscriminatamente attendibile, ‘vera’? Sappiamo quante istituzioni, organizzazioni, imprese hanno interesse a immettere nei circuiti dell’informazione dei dati solo parzialmente veri o addirittura interamente falsi. Esistono dei siti web e delle app che aiutano a smascherare le fake news: ma è probabile che il lettore medio (che già stenta a trovare il tempo fisico e psicologico per leggere un testo stampato o visionabile su uno schermo) abbia anche la pazienza di verificare, puntualmente, la fondatezza di ogni notizia? Ecco perché abbiamo bisogno di organi d’informazione di cui fidarci, da cui apprendere senza diffidenza, con cui costruire un rapporto amichevole e per questo rilassato: organi né perfetti né infallibili, ma di cui essere certi che non difendono per missione interessi economico-finanziari né promuovono per ‘partito’ preso questa o quell’altra fazione politica. Se “Adista” è stata ed è un organo del genere, non deve morire.

 

La selezione a monte delle informazioni

Una seconda questione: ammesso (e non concesso) che ci si possa alimentare solo di cibi sani – fuor di metafora: di dati corretti, di resoconti veritieri – sono essi tutti i dati che ci servirebbero o non costituiscono, piuttosto, il risultato monco di una selezione a monte? Come è noto, il monopolio mondiale dell’informazione è in mano a poche centrali a cui attingono, a cascata, i vari “canali” nazionali, regionali, locali. Abbiamo bisogno, dunque, di fonti giornalistiche capaci di scoprire storie, eventi, personaggi, tematiche che i padroni del mainstream scartano (perché li ritengono poco interessanti o poco funzionali o addirittura pericolosi), condannano all’oblio. Se “Adista” è stata ed è un organo del genere, non deve morire.

 

La riflessione critica sui dati ricevuti

Una terza questione: ammesso (e non concesso) che attraverso l’integrazione di varie fonti d’informazione e di contro-informazione si arrivasse a raccogliere un numero abbastanza ampio di dati, notizie, racconti attendibili, che potremmo farcene di una messe tanto abbondante? Non siamo dei meri registratori, degli archivi. La raccolta delle informazioni è solo una condizione preliminare, funzionale all’operazione mentale decisiva: il giudizio. Conoscere è il primo indispensabile passo: il secondo è ritornare su ciò che si è appreso, ri-flettere. Cosa pensare? Con che criteri valutare? Che atteggiamenti assumere eticamente? Quali opzioni politiche preferire? Abbiamo bisogno di andare oltre la “trasmissione” dall’emittente  A al ricevente  B, verso una qualche forma di “comunicazione” cha somigli a un dialogo o che addirittura si configuri in qualche rubrica come dialogo: abbiamo bisogno di leggere delle riflessioni che ci invitino a riflettere. Ovviamente alludo a una pedagogia sociale “indiretta” (direbbe Kierkegaard): che non prescriva ciò che si deve pensare, ma che testimoni come si possa pensare in libertà.  Se “Adista” è stata ed è una palestra del genere, non deve morire.

 

Da un giornalismo di guerra a uno di pace

In questi anni ci è stato riservato il triste privilegio di cosa significhi, in concreto, una stampa intrisa di ‘post-verità’, agli ordini di istanze gerarchicamente superiori e concentrata più a mobilitare gli umori che a stimolare l’esercizio del pensiero critico: è la stampa in tempo di guerre. Già in occasione della Prima guerra mondiale Karl Kraus notava, con la sua proverbiale icasticità, gli intrecci perversi fra governi e organi d’informazione: “Come viene governato il mondo e com’è che viene condotto in guerra? Dei diplomatici ingannano dei giornalisti e, quando poi leggono il giornale, finiscono col credere alle proprie menzogne”. L’essenziale, su questa tematica, l’ha scritto, in un libro appena pubblicato dalle edizioni Mimesis, un mio fraterno amico del Movimento Nonviolento, Andrea Cozzo: Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro. Nella prima parte l’autore mostra, con una fitta serie di esempi tratti dalla stampa e anche dalle trasmissioni televisive in Italia, come “ciò che in tempi di pace sarebbe immediatamente percepito come un’ovvia sciocchezza, in tempi di guerra, sotto il fuoco compatto del giornalismo di fazione, diventa la semplice normalità” (pp.49 – 50). Infatti “i media si costituiscono come monolitici «media di guerra»” (p. 10), i giornalisti si considerano e vengono considerati “militari senza divisa” e “l’informazione” – parafrasando Carl von Clausewitz  – diventa “guerra combattuta con altri mezzi”. Nella seconda parte Cozzo espone, anche sulla base di una letteratura sull’argomento tanto ricca quanto ignorata, “le regole del giornalismo di pace in breve” (pp. 136 – 142), sintetizzabili nel compito di non prestarsi a nessuna demonizzazione del “nemico” e nello sforzo di farne “comprendere” il punto di vista (che non significa “condividerlo”).  Se “Adista” ha rispettato e rispetta tali indicazioni deontologiche, non deve morire.

Augusto Cavadi

QUI l'articolo originale:

https://www.adista.it/articolo/74698 

giovedì 25 settembre 2025

UNA BREVE CHIACCHIERATA CON DUE ALUNNI DEL LICEO "CANNIZZARO" SU GAZA & DINTORNI

Due ragazzi che, grazie al collega Tommaso Lo Monte, hanno conosciuto la nostra Scuola di formazione etico-politica "G. Falcone", hanno organizzato una conversazione a tre con una brava giornalista di "Repubblica". Qui di seguito il link al resoconto-video pubblicato (si può visionare gratis se si accettano un po' di cookies):

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2025/09/25/video/dalle_piazze_dei_no_alla_mafia_a_quelle_per_gaza_il_dialogo_tra_il_professore_e_gli_studenti-424870005/ 



sabato 20 settembre 2025

UN GESTO, ANCHE PICCOLO, DI SOLIDARIETA' PER L'AGENZIA DI STAMPA "ADISTA"

Da anni ho accettato l'invito dei colleghi ed amici dell'agenzia di stampa romana "Adista" (https://www.adista.it/) che pubblica le sue 3 testate sia on line che in formato cartaceo (su abbonamento).

Oggi mi è arrivato questo loro appello.

Lo giro sia a chi conosce questo benemerito avamposto della libertà di stampa sia a chi non lo conosce, affinché - se lo si ritiene opportuno - almeno ci si abboni per un anno.

Questo l'appello con le indicazioni necessarie:

"Cari amici di Adista,

Perdonate il disturbo, oggi vi chiediamo un sostegno un po' diverso dal solito, ma che per noi è davvero di vitale importanza.

Abbiamo lanciato, accanto ad altre iniziative (tra le quali la sospensione provvisoria dei nostri stipendi) una campagna di raccolta fondi su GoFundMe, perché i prossimi mesi saranno decisivi per la sopravvivenza della testata.

Vi chiediamo di far girare il più possibile tra i vostri contatti o sui vostri social network l'iniziatia, che trovate a questo link: https://www.gofundme.com/f/adista-60-anni-di-informazione-coraggiosa-e-indipendente

Per qualsiasi altra informazione ci possiamo sentire a voce.

Grazie ancora,

la redazione di Adista"

Giampaolo Petrucci
Adista
066868692
3335926979


martedì 2 settembre 2025

UN PARROCO PALERMITANO SCRIVE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI

 Pace e bene Presidente Giorgia Meloni.

Ho ascoltato il suo intervento al Meeting di Rimini e avrei alcune considerazioni da fare non per sterile polemica ma perché la dialettica aiuta la comprensione dei fatti e in un onesto dialogo favorisce la crescita del pensiero.
Oggi di fronte alla questione palestinese l’equidistanza ci rende complici e quello che Israele sta compiendo è un infame genocidio che utilizza perfino la fame quale strategia di oppressione e sterminio di un popolo. Una carneficina che non è dettata solo dalla reazione al 7 ottobre ma pare motivata da una mira espansionistica che vuole letteralmente spazzare il popolo palestinese.
Non è saltato il “principio di proporzionalità”, così come lo chiama, perché la costruzione della pace è un percorso mai proporzionale e richiede un anticipo di gratuità nel perdono per ripartire, perché la pace non ha un prezzo da saldare. Quella altrimenti sarebbe una tregua frutto della sottomissione dettata dal più forte.
Quando Lei fa riferimento all’attuale necessità di fermare le mira espansionistiche dell’insediamento coloniale in Cisgiordania le ricordo che questo non accade da oggi ma è una storia pluridecennale che, addirittura, è iniziata già nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni.
Finalmente oggi ci prendiamo il permesso di parlarne, ma no l’Italia non è “la Nazione europea che si è spesa di più”, le ricordo che ancora oggi le nostre fabbriche forniscono armi e supporto tecnologico all’apparato militare israeliano, quello che fa saltare per aria ospedali così come civili tra cui diciottomila bambini e oltre duecento giornalisti.
Il fatto che siano state colpite le Comunità cristiane non aggiunge nulla a quanto già abominevole era in atto, la misura era già colma da un pezzo.
Giusto un altro passaggio mi pare equivoco. Lei cita il cardinale Sarah a proposito del diritto a non dovere emigrare, così afferma: “Chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili compie di fatto un atto egoistico, se i giovani lasciano la loro terra che ne sarà della storia e della cultura del paese che hanno abbandonato?”
Le chiedo: ma quale egoismo c’è in chi cerca di salvarsi la vita e non morire a motivo delle destabilizzazioni politiche e dei conseguenti regimi militari sostenuti dai Paesi occidentali in cambio di concessioni alle nostre multinazionali? O, ancora, che colpa c’è in chi vive le conseguenze del cambiamento climatico imputabile certo ai Paesi più sviluppati, che procura la desertificazione e, di conseguenza, la carestia in intere regioni?
Se il diritto alla vita è da difendere allora questo vale per tutti e non solo per chi dovrà nascere nella società occidentale dove la “politica della sicurezza” vuole garantire ogni sorta di comfort.
Riguardo ai mattoni posati sul fronte delle migrazioni, quando afferma che ora la cornice è “serietà e rigore”, mi chiedo cosa intenda. Se serietà e rigore significa mandare le navi delle organizzazioni umanitarie con a bordo i naufraghi soccorsi in porti di sbarco distanti centinaia di miglia dal luogo del salvataggio questo mi pare privo di senso.
Sappiamo che le ragioni addotte sono quelle della ripartizione degli sbarchi su tutto il territorio nazionale ma in questo modo si sottopone ad un ulteriore supplizio, con altri due giorni di navigazione, chi è stremato per un viaggio in cui ha già subito ogni sorta di violazione della propria dignità. Inoltre non si tiene affatto conto dei costi che l’imbarcazione umanitaria dovrebbe affrontare per un viaggio così lontano come quando viene intimato di raggiungere il porto di Genova anziché attraccare a Trapani e, tantomeno, della sua assenza nel Mediterraneo per diversi giorni quando tanti naufraghi potrebbero avere bisogno di soccorso.
Questo sembra, è la mia percezione, un accanimento contro gli equipaggi che per senso umano scelgono di sbarcare le persone salvate in mare nel porto più vicino per ricevere, così, soccorsi e cure opportune. Chiaramente a questo atto di disobbedienza civile segue il fermo amministrativo della nave, le sanzioni pecuniarie e la denuncia a carico del comandante. E’ uno scenario scoraggiante e, forse, vorrebbe scoraggiare le organizzazioni umanitarie o anche gli stessi profughi che per mancanza di un supporto in mare potrebbero tornare indietro.
Eppure assistiamo ad un atto di resistenza da parte di entrambi: i primi tornano a pattugliare il Mediterraneo nell’intento di rimanere umani rispondendo alla legge del mare e della nostra Costituzione e, per i secondi, continuare a lanciarsi nel viaggio oltre ogni speranza per “rischiare di sopravvivere”.
Piuttosto mi sarei aspettato “serietà e rigore” nell’affrontare il gesto criminale della guardia costiera libica che domenica scorsa sparava per venti minuti sulla Ocean Viking dopo che questa aveva recuperato a bordo ottantasette naufraghi. Mi sarei aspettato “serietà e rigore” nel difendere il diritto umanitario internazionale in uno scenario che oggi pare avere perduto ogni tipo di codice etico.
Sembra lo stesso paradosso che si sta realizzando a Gaza dove rimaniamo sgomenti per la devastazione a cui abbiamo comunque contribuito con le nostre armi. Se la guardia costiera libica - dotata delle motovedette donate dall’Italia e con un corpo militare addestrato dal nostro - ritiene opportuno sparare ad una nave umanitaria che si trova in acque internazionali, a Gaza lo sfollamento forzato minacciato dalle bombe trova il silenzio assordante del nostro Governo come se fosse un fatto di poco conto.
Il silenzio in realtà, domenica scorsa, era già cominciato quando al grido di mayday e ai tentativi di contatto con la Nato e la Marina militare la nave di SOS MEDITERRANEE non aveva trovato alcuna risposta…
Se, ora, la procura di Siracusa apre un’inchiesta per appurare la realtà dei fatti non è per un pregiudizio ideologico ma perché la giustizia va tutelata senza compromessi. Se il soccorso civile è diventato così prepotente è perché tutte le persone che si trovano in pericolo in mare hanno il diritto di essere soccorse e noi il dovere di attivarci per la loro protezione.
Domenica partivo dal porto Lampedusa con un gruppo di giovani che si erano spesi per una settimana a servizio di chi arrivava nell’isola, nel mentre che salpavamo verso Porto Empedocle nel molo Favaloro arrivava la nave ong Nadir, con a bordo cinquantaquattro migranti e tre minorenni che erano decedute…
Presidente Giorgia Meloni credo che per “ricostruire una società amica della famiglia e della natalità” così come Lei dice, sia necessario ripartire dagli ultimi del nostro tempo, da quanti hanno bisogno di una mano amica e dunque disposta a compromettersi per condividere il dono della vita. Se vuole davvero ispirarsi ai valori del Vangelo, dunque, non c’è alternativa, è necessario contaminarsi facendo spazio fino a restituire voce ai piccoli di questo mondo.

Fra Mauro Billetta

* Su mia segnalazione, questa lettera aperta è anche ospitata da "Adista": https://www.adista.it/articolo/74401


venerdì 29 agosto 2025

MELONI OSANNATA DA "COMUNIONE E LIBERAZIONE": DOLORE, MA SENZA STUPORE

 

L’AUTOGOL RIMINESE DEL CATTOLICESIMO ITALANO

La calorosa accoglienza che i partecipanti al meeting di “Comunione e liberazione” hanno riservato a Giorgia Meloni può addolorare, ma non sorprendere. Può addolorare perché se una delle poche organizzazioni cattoliche ancora capaci di mobilitare in Italia pezzi (sia pur minoritari) di fasce giovanili esprime entusiastico consenso al Capo del governo più lontano dallo spirito della Costituzione sino ad oggi registratosi, vuol dire che davvero camminiamo sull’orlo del baratro: quando gli adulti di domani già adesso condividono il conservatorismo reazionario degli adulti di oggi, che speranze di miglioramento culturale e politico si possono nutrire per i prossimi decenni?

Questo dolore – più acuto per chi si è formato alla scuola di Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Giorgio La Pira, Giovanni XXIII, Paolo VI, Tina Anselmi, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Giovanni Franzoni, Leonardo Boff…- non può, però, accompagnarsi a nessuno stupore. La platea di Rimini è la stessa che applaudiva Giulio Andreotti (già oggetto di accuse gravissime, confermate in processi da cui è uscito non assolto ma indenne per prescrizione dovuta a scadenza dei termini) e poi Silvio Berlusconi (al cui partito, dopo varie trasmigrazioni non interrotte da una condanna definitiva a cinque anni e dieci mesi per corruzione nel 2019, finirà con l’aderire Roberto Formigoni, leader indiscusso di CL). Nessuna critica specifica merita Giorgia Meloni: fa quello che sa fare, che ha sempre fatto, che sanno fare i demagoghi, cioè accettare ogni genere di invito per promettere a chi l’accoglie ciò che desidera sentirsi promettere. Diversa la valutazione del Movimento cattolico che  formula tale genere di inviti: legando le proprie sorti – mediante una legittimazione reciproca – alle formazioni più lontane dal messaggio evangelico, non si accorge di segare il ramo su cui è appollaiato. Infatti il cattolicesimo è già in crisi dal punto di vista dell’insegnamento teologico, ‘dogmatico’: se anche sul piano etico, ‘pratico’ si uniforma alla maggioranza mondiale spietatamente predatoria, che attrattiva gli rimane? Quale differenza specifica dovrebbe salvarlo dall’irrilevanza? Secondo uno dei quattro vangeli Gesù stesso avrebbe avvertito: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt 5, 13).

 

                                                                                                              Augusto Cavadi                                                                                                                                                                                                                                                            www.augustocavadi.com

Versione originaria illustrata:

https://www.zerozeronews.it/lautogol-del-cattolicesimo-italiano-secondo-il-vangelo-di-comunione-e-liberazione/


mercoledì 30 luglio 2025

PENSARE IL MEDITERRANEO, CULLA E TOMBA DI TROPPI ESSERI UMANI

 “Promuovere una teologia che, dall’alto della croce e in ginocchio davanti al prossimo, usi parole umili, sobrie e radicali, per aiutare tutti ad affacciarsi alla compassione; e parole che ci insegnino a fare reti di salvezza e di amore, per generare una storia nuova, radicata nella storia del popolo”: con queste parole si chiude il Messaggio del Santo Padre Francesco alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni evangelista” nel 43° anniversario dell’inizio delle attività accademiche, videotrasmesso il 16 ottobre 2024 presso l’Aula Magna della Facoltà palermitana, e si apre la raccolta di saggi, a cura di V. Impellizzeri e S. Rindone, Paradigma mediterraneo. Per una filosofia e una teologia contestuali (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025, pp. 269, euro 25,00).

Come spiega, sin dalla Presentazione,  Impellizzeri, il “paradigma Mediterraneo” nasce come tentativo di rispondere al “bisogno di dare forma a uno stile di pensiero e di linguaggio le cui categorie sono formulate a partire dalla storia degli uomini e dalle comunità di frontiera che vivono questo tempo con fatica e altrettanta speranza” (p. 6). Le tappe che hanno segnato la costituzione di questo paradigma sono raccontate nella relazione di G. De Simone Cambio di paradigma per un pensiero mediterraneo: da Napoli 2019 a Marsiglia 2023 (pp. 13 – 20) che rievoca “l’insistenza di papa Francesco sul valore delle culture e sul significato del Mediterraneo” (p. 17), da cui sono nate sia la “Rete Teologica Mediterranea” che il Manifesto per una teologia del Mediterraneo (p. 20).

Impossibile dar conto dei contributi in cui si prova a declinare tale paradigma secondo le diverse tradizioni sapienziali e i diversi punti di vista disciplinari: dagli studi biblici (Il paradigma rabbinico dell’accoglienza dell’altro di C. Raspa, pp. 21 – 36; Landless citizenship. Reflections on the margins of biblical Israel di D. Tonelli, pp. 37 – 58) alle ricerche storiche (Una incipiente politica del Mediterraneo? Il De Regno ad regem Cypri di Tommaso d’Aquino di V. Serpe e D. Citro, pp. 59 – 82; Religioni, teologia, dialogo. Il Dipartimento di teologia delle religioni e la “Rete Teologica Mediterranea” di M. Di Tora, pp. 183 - 226); dalla filosofia (Una talassologia per una teologia del Mediterraneo? di G. Basile, pp. 83 – 90) all’etica (L’etica delle religioni nel contesto del Mediterraneo di S. Rindone, pp. 91 – 119; A Theology of scars in the Mediterranean context di A. Petrache); dalla storia della letteratura (La teologia letteraria come esercizio contestuale e narrativo: l’antropologia mediterranea secondo Leonardo Scaiscia, Pier Paolo Pasolini e don Lorenzo Milani di L. Crapanzano, pp. 135 – 155; “Thinking otherwise”: Philosophical Legacy of Six Memos for the Next Millennium by Italo Calvino di M. A. Spinosa, pp. 157 – 163;  Uno <<studente (è da supporre di teologia)>> e il suo Viaggio. Primi appunti su Mario Luzi poeta mediterraneus di L. Battistel, pp. 165 – 182) alla sociologia (Il Mediterraneo ci convoca: città plurali e ibride di A. Staropoli, pp. 227 – 248; The semantics of risk in the Mediterranean basin. A reading by Ulrich Beck di A. Sapuppo, pp. 249 - 265).

Già da questo scarno, telegrafico, elenco di titoli si possono intuire la ricchezza e la varietà dei testi raccolti che, a loro volta, grazie ad una puntuale bibliografia nelle note in calce a ogni pagina, aprono ulteriori finestre e consentono più approfondite piste di ricerca. Una delle finalità principali che accomuna i contributi è stata ben formulata da Anna Staropoli che, nella sua biografia, coniuga lo sguardo della sociologa con l’impegno nel sociale: “Nei sistemi attuali di cittadinanza escludenti, la teologia dal Mediterraneo diventa al contrario opzione preferenziale per i poveri, per i vinti della storia, per la squadra che perde. Significa stare dalla parte di chi si lascia contaminare dalle relazioni e dalle sofferenze dei popoli, di chi ha il coraggio di una mediazione comunitaria difficile, di operare delle scelte evangelicamente dalla parte dei più fragili e non per roteare le armi contro i ricchi ma per cambiare strutture sociali, economiche e politiche ingiuste e ricercare vie nuove: la speranza va organizzata oggi” (p. 229).

Il volume vede la luce qualche giorno dopo la morte di papa Francesco che della necessità di “contestualizzare” i balbettii teologici è stato convinto e fervido promotore. Sappiamo che questa sua tensione a coniugare il vangelo di ieri e la storia di oggi, in vista di un domani meno disastroso, ha incontrato resistenze e critiche da chi vi ha visto la rinunzia al punto di vista dell’eternità. Che ne sarà adesso delle aperture profetiche del papa pescato dai confini del mondo? C’è da sperare che Leone XIV non si faccia portavoce autorevole della fronda avversa al suo predecessore in nome del neo-platonico Agostino (già tanto caro a Benedetto XVI di venerata memoria) cui si devono le fondamenta della dogmatica cattolica: un edificio nel suo insieme ammirevole, certamente suggestivo, ma radicalmente estraneo alla logica del Falegname di Nazareth e al suo messaggio di liberazione integrale “di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (Paolo VI).

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria, corredata da foto, cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/mediterraneo-culla-e-bara-di-troppa-gente/

martedì 17 giugno 2025

PALESTINA: DIRE “BASTA!” , MA COME ?


Che in Palestina, dopo il 7 ottobre 2023, sia in atto una strage ingiustificabile è evidente.

Che le persone oneste vogliano far di tutto per interromperla al più presto è comprensibile.

Tutte le iniziative mirate a questo scopo sacrosanto sono ugualmente efficaci?

A mio sommesso avviso, no.

Ce ne sono di utili (più o meno) e di controproducenti (più o meno).

Per distinguere le prime dalle seconde è necessaria qualche premessa.

 Due premesse

a  a) Il conflitto terroristico in corso non riguarda 2 popoli (ebraico e palestinese) ma 2 governi più o meno legittimi (Netanyahu e Hamas): si può essere solidali con gli ebrei e avversari del governo in carica, si può essere solidali con i palestinesi e avversari del governo in carica.

   b)     Quando due soggetti litigano in maniera feroce (ancor più se c’è un’evidente sproporzione di forze), se il terzo osservatore ha la forza per interrompere la strage deve farlo immediatamente: salvare vite umane è la priorità assoluta. Come ipotesi esemplificativa, Gandhi stesso ammetteva che – se davvero non ci sono alternative – un omone che picchia a morte una ragazzina va bloccato anche con le armi. Aggiungeva che restare inerti a guardare “come va a finire”, è molto peggio che intervenire con la forza fisica.

c      c) L’obiettivo ultimo dell’eventuale “terzo” in campo dev’essere comunque la ‘conversione’ (per ragioni o etiche o politiche o di mera convenienza utilitaristica) dei due soggetti in conflitto affinché la tregua immediata preceda una pace duratura perché giusta.

 

Che fare?

Ciò premesso, cosa fare in concreto?

a  a) Se il “terzo” avesse la possibilità  di pressare un bottone e distruggere i 2 ESERCITI in guerra, dovrebbe farlo senza distinguere “terrorismo” da “terrore di Stato” (senza stabilire livelli di criminalità o addirittura dando ad alcuni la patente di eroici partigiani o ad altri di intemerati patrioti).

    b) Se il “terzo” avesse la possibilità di pressare un bottone e distruggere i 2 POPOLI in guerra (o anche uno solo: oggi suppongo gli ebrei), non dovrebbe farlo perché sarebbe ingiusto e – in prospettiva – controproducente: “occhio per occhio rende il mondo cieco” (Gandhi).

c     c) Poiché non esiste nessun “bottone” per distruggere i 2 ESERCITI in guerra, come DISARMARLI al più presto?  Agendo per condizionare (se non è realistico scalzarli in tempi brevi): 

-         i governi in guerra

-         i governi che li sostengono, finanziano, armano (ad esempio gli Stati Uniti d’America e i Paesi dell’Unione Europea che vedono Israele come avamposto dei loro interessi strategico-militari ed economici ai confini con i Paesi arabi a maggioranza musulmana; l’Iran che vede in Hamas il braccio armato del suo anti-sionismo)

d   d) Al fine di condizionare i governi in guerra (Hamas e Netanyahu) bisogna ridurre al minimo i rispettivi consensi elettorali (quali che fossero al momento della loro elezione)lavorando sull’opinione pubblica palestinese e israeliana. Più precisamente:

-         sostenendo con tutti i mezzi (anche finanziari) le opposizioni interne

-         sostenendo in particolare i circoli e i movimenti (che già esistono!) nonviolenti che, a costo di processi e pene estreme, esercitano l’obiezione di coscienza sia rispetto al reclutamento dello Stato d’Israele sia rispetto al reclutamento di Hamas

-         rivolgendosi a quelle maggioranze silenziose e impaurite (sia in Israele che in Palestina) che, poste dai rispettivi governi di fronte al falso aut-aut (o la resa o la distruzione del nemico in armi), restano paralizzate o propendono per la distruzione totale del nemico.

 ***

Le manifestazioni, i cortei, i concerti, le catene di digiuno, le veglie di preghiera, le fiaccolate, i sabotaggi di industrie e di navi…possono davvero convincere i palestinesi a “liberarsi” da Hamas e i cittadini israeliani a liberarsi da Netanyahu? E possono convincere gli italiani, gli europei, gli statunitensi a “liberarsi” dai propri stessi governi che dal 1948 a oggi hanno unilateralmente appoggiato Israele? A mio avviso, sino a quando saranno manifestazioni ‘totalitarie’ (a favore o contro  tutta la Palestina, senza distinguere il popolo palestinese dai criminali terroristi di Hamas e a favore  o contro tutto Israele, senza distinguere tra il popolo ebraico dai criminali che esercitano il terrore di Stato agli ordini dei partiti al potere) e ‘unilaterali’ (condividendo TUTTE le ragioni di una parte e negando TUTTE le ragioni dell’altra parte) le possibilità di scuotere le coscienze, di alterare gli attuali schieramenti parlamentari, di incidere nelle decisioni politiche che contano, sono vicine allo zero. L’opinione pubblica mondiale può risultare condizionante (sull’elettorato e sui governi dei Paesi in guerra) nella misura in cui riesce a comunicare l’equidistanza dai governi e l’equivicinanza ai popoli (anche se, in altre fasi, questi abbiano potuto contribuire con il voto o con l’astensione all’avvento al potere dei rispettivi governi).

Conclusione (parziale e provvisoria)

Agli storici del futuro il compito di ricostruire la storia medio-orientale degli ultimi 70 anni. A noi, qui ed ora, interessa che la maggior parte dei Paesi tolga immediatamente i rifornimenti militari al governo israeliano e ad Hamas, inviando almeno “caschi blu” dell’ONU (in attesa che si formino battaglioni disarmati di “caschi bianchi”); ma nessuno di essi lo farà se non costretto da una base elettorale quanto più compatta possibile. In democrazia (per quanto imperfetta e inquinata) la compattezza si raggiunge con la propaganda convincente (ad esempio spiegando che oggi i sionisti al governo dello Stato d’Israele stanno danneggiando la causa degli ebrei più di quanto siano riusciti decenni di anti-semitismo), non con le urla (per quanto sincere e comprensibili) delle opposte tifoserie. Se le manifestazioni, da sole, potessero cambiare le decisioni politiche, passerei da una manifestazione all’altra senza tornare a casa neppure la notte per dormire. Ma penso che la strategia efficace, senza scorciatoie, consista nel moltiplicare i luoghi del confronto ragionevole, documentato e pacato per tentare di  convincere i sostenitori dei governi filo-israeliani (dunque quasi tutti i governi occidentali, compreso l’italiano) a minacciare di togliere il consenso elettorale se perseverano nella politica attuale.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Per la versione originale si può cliccare qui:

https://www.filosofiaperlavita.it/2025/06/palestina-dire-basta-ma-come ?

giovedì 12 giugno 2025

BREVE (E ULTIMO) SFOGO DOPO I RISULTATI DEL REFERENDUM DELL'8 - 9 GIUGNO 2025

Poiché su Facebook le parole svaniscono ancor più velocemente che su un blog (ma cosa rimarrà tra qualche anno di noi attuali abitanti della Terra e, tra qualche milione di anni al massimo, della Terra stessa ?) riproduco qui un post pubblicato ieri sul mio profilo: "Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. Negli ultimi due mesi ho incontrato centinaia di persone (per lo più 'mature) che come me - per privilegio immeritato - vivono pagate dallo Stato a tempo indeterminato, senza rischio di licenziamento, senza pericoli di incidenti sul lavoro: noi ci siamo battuti, e sbattuti, per raccogliere "sì" al referendum, mentre la stragrande maggioranza delle persone (per lo più giovani) assunte a tempo determinato senza valide ragioni, a rischio di licenziamento illegittimo senza prospettiva di essere riassunti, in costante pericolo di incidenti anche gravi sul lavoro, non hanno sollevato il fondoschiena da casa ( o dalla spiaggia) per andare a votare. Ci vuole molto senso di responsabilità, molto attaccamento ai principi della Rivoluzione francese, molto amore insomma, per non gettare la spugna e abbandonare ogni incosciente al suo destino".

www.augustocavadi.com


venerdì 6 giugno 2025

DAL (FUTURO) DIARIO DI UN ASTENSIONISTA

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava i lavoratori dipendenti, 

ma io ero un lavoratore autonomo. Dunque non andai a votare.

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava i lavoratori incidentati nel lavoro,

ma io ero un lavoratore non a rischio di incidenti. Dunque non andai.

Mi chiesero di esprimermi su una legge che danneggiava gli immigrati onesti e a posto con le tasse,

ma io non ero un immigrato. Dunque non andai.

Dopo alcuni anni, proposi di cancellare una legge che danneggiava alcuni  miei diritti 

di cittadino nativo italiano, ma scoprii che era stato abolita la possibilità del referendum popolare.

Un governo più saggio degli altri aveva deciso che, per mancanza di quorum ai referendum precedenti,

era più economico per le finanze dello Stato risparmiare i soldi destinati alla democrazia diretta.

Dunque non potei andare.

venerdì 18 aprile 2025

LETTERA SUL PROSSIMO REFERENDUM (LUNEDI' 8 - DOMENICA 9 GIUGNO " 2025)

 

Cara, caro,

di solito ci limitiamo a vivere in una falsa democrazia dove non possiamo incidere in nulla.

L’istituto del referendum è il mezzo principale con cui anche tu, io, i nostri amici possiamo decidere senza delegare né partiti né sindacati.

Nei giorni di domenica 8 e di lunedì 9 giugno 2025 si avrà la possibilità di dire la propria opinione su 5 quesiti:

1.     Stop ai licenziamenti illegittimi

2.     Più tutele per chi lavora nelle piccole imprese

3.     Minore precarietà nei rapporti di lavoro

4.     Contrasto più deciso agli incidenti sul lavoro

5.     Cittadinanza meno ardua per gli immigrati residenti in Italia

Se vai al sito Referendum 2025, per cosa e come si vota l'8 e il 9 giugno | Wired Italia puoi avere tutte le informazioni necessarie su ciascun quesito.

Come padre adottivo di una ragazza africana tengo in particolare al quinto quesito, ma voterò “sì” a tutti e cinque.

Se questa battaglia di lotta nonviolenta ti convince, ti prego di ‘personalizzare’ questa lettera e di inviarla ad almeno 10 contatti, privilegiando quelle persone che hanno congiunti fuori sede: essi, infatti, potranno esercitare il diritto di voto anche lontano dal Comune di residenza purché entro il 4 maggio compilino questo semplice modulo nel sito del Ministero dell’Interno: REFERENDUM 2025 - Domanda voto fuori sede

Grazie dell’attenzione,

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

lunedì 10 marzo 2025

DUE QUESTIONI SOLLEVATE DALLA PROPOSTA DI M. SERRA DI MANIFESTARE A ROMA iL 15 MARZO


In questi giorni la proposta di Michele Serra di convocare una grande manifestazione di piazza a Roma, per urlare la necessità che l’Europa abbia un sussulto di dignità e si ponga come soggetto autonomo rispetto alle grandi potenze mondiali, sta dividendo l’Italia trasversalmente all’interno degli schieramenti partitici, delle organizzazioni sindacali, dei movimenti pacifisti.

Se non vedo male, sono in gioco due questioni distinte che vanno affrontate separatamente.

La prima nasce da una (suppongo intenzionale, data l’abilità comunicativa di Serra) ambiguità del suo appello: scendere in piazza per questa Europa (dalla fondazione dell’Unione Europea a oggi) o per un’Europa radicalmente rifondata secondo i suoi primi ideatori a Ventotene (dunque sui princìpi dell’Ottantanove – libertà, uguaglianza, fraternità - , sulla partecipazione democratica, sul perseguimento della giustizia sociale, sul ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti etc. etc.) ? La moltiplicazione delle esegesi del testo mi pare inutile: nessuno può stabilire a quale delle due Europe si riferisca Serra perché egli per primo si è voluto rivolgere indistintamente ai sostenitori di entrambe. Infatti, se avesse voluto dirimere l’equivoco, avrebbe potuto spendere una parola o di approvazione esplicita o di critica esplicita alla strategia adottata dalla Commissione europea in questi anni di guerra in Ucraina, di stragi a Gaza, di conflitti armati nel mondo. Ha preferito parlare a tutti in modo da convincere la maggior parte: e in effetti stanno aderendo realtà di ogni colore ideologico e di ogni schieramento politico.

Una seconda questione, ben distinta dalla prima, riguarda le ragioni degli uni (pro questa Europa) e degli altri (pro un’Europa altra) cittadini: ed è la questione decisiva che resterà aperta anche dopo il 15 marzo, data in cui la manifestazione romana (quali che siano le idee diversificate o addirittura opposte dei partecipanti) non modificherà (a mio avviso) di tanto né la politica del nostro Governo né ancor meno della Commissione europea.

Da una parte c’è la grande maggioranza dei partiti, della stampa, degli intellettuali: Putin è il nuovo Hitler; va fermato in Ucraina se non gli si vuole permettere di arrivare in Portogallo a Occidente e ai confini della Cina in Oriente; questo fine nobile, anzi sacro, giustifica ogni mezzo (perfino la deterrenza nucleare) e legittima ogni costo (fossero pure altre centinaia di migliaia di morti in aggiunta ai caduti degli eserciti russo e ucraino). E’ ingeneroso definire guerrafondai i sostenitori di questa tesi: non vogliono certo la guerra per la guerra ma, come ha ribadito in un intervento del 7 marzo 2025 Paolo Flores D’Arcais, si tratta di riscoprire la saggezza antica del “Se vuoi la pace, prepara la guerra”.

Dall’altra parte c’è una piccola minoranza di politici, di opinion leader, di studiosi che ritengono mistificante la narrazione della maggioranza per almeno due motivi principali: Putin si è comportato come Hitler con la Polonia (dunque in maniera criminale), ma  - a differenza di Hitler - dopo essere stato per anni provocato dalla progressiva estensione della NATO che ha circondato la Russia di Paesi ostili. Inoltre, ammesso e non concesso che Putin sia il nuovo Hitler e voglia invertire la storia degli ultimi tre secoli (in cui sono stati Paesi europei a tentare di invadere la Russia, mai il contrario), innescare un’escalation bellica (sino a non escludere il ricorso a ordigni atomici) è il modo peggiore (perché autolesionistico, suicida) di bloccarlo. Prima dell’occhio per occhio, dente per dente (che, secondo l’osservazione di Gandhi, rende il mondo cieco), ci sono mille strategie diplomatiche, economiche, tecnologiche per opporsi a Putin.

Una minoranza della minoranza pensa che se gli Stati istituissero, in parallelo se non ancora in sostituzione delle Forze armate, delle Forze di difesa popolare nonviolenta, le strategie di difesa nei confronti di possibili invasori sarebbero molto più numerose: scioperi, non-collaborazione, boicottaggi…(il mio amico Andrea Cozzo ne illustra diverse nel suo recente libretto La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da  sapere prima di condividerla o rifiutarla). La storia, dai Greci alla Danimarca contro Hitler, è zeppa di episodi di opposizione dura, efficace, vincente, ma senza armi, a eserciti invasori: ma i manuali scolastici o li ignorano o (come nel caso di Gandhi contro la Gran Bretagna) li liquidano con poche righe.

Chi, come me, è arrivato – dopo un lungo e tortuoso percorso di ricerca – alle posizioni di questa minoranza (di nonviolenti) della minoranza (pacifista), dev’essere disposto ad accettare l’epiteto di “utopista”. Infatti non si tratta di frequentare i ‘luoghi’ (topoi) abituali, ma di lavorare affinché l’umanità compia un salto evolutivo verso un ‘luogo’ (topos) ancora inesistente in cui uccidere – sia pure per motivi che si ritengono sacri – sia considerato un tabù (come l’umanità odierna ritiene impensabile il cannibalismo o l’incesto). Come ho letto da qualche parte, le persone di buon senso si comportano come ci si è comportato per lo più sino alla loro epoca; ma, se ogni tanto non ci fossero degli spostati (come Socrate, Buddha, Gesù, Francesco d’Assisi, Giordano Bruno, Martin Luther King…), la storia non segnerebbe nessun passo in avanti.

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria corredata da foto cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/pacifismo-e-non-violenza-secondo-augusto-cavadi/