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martedì 2 dicembre 2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?


www.adista.it

29.11.2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?

Nella recensione del volume di Edoardo Castagna, Ad extra. Cattolici e cultura: un dibattito (Avvenire-Vita e pensiero, 2025, Milano, 15€ : vedi “Adista- Segni nuovi”, 42, del 29.11.25: https://www.adista.it/articolo/74906), Walter Minnella e Gianfranco Poma,  dopo aver  riportato una sintesi della situazione attuale della Chiesa cattolica  del teologo milanese Pierangelo Sequeri (“molta morale, poca comunità, zero cultura”) aggiungono che gradirebbero “sentire il parere di qualche lettore”. Suppongo che la reazione della maggior parte dei lettori non possa che essere di consenziente approvazione. Ma se è agevole l’accordo sulla diagnosi, forse non lo è altrettanto sulle terapie possibili.

I due autori della recensione, ad esempio, citano Marco Vannini che da decenni propone di “distinguere la fede dalle credenze: queste ultime sono storiche, la fede è metastorica (va al di là della storia)”. Così formulata mi risuona come una ricetta perfetta. Ma cosa intendere per “fede”? Qui si prospettano - mi esprimo per sommi capi – due vie principali.

Vannini, come altri ammirevoli esponenti della medesima prospettiva, pensano alla vita mistica in generale e a all’esperienza dell’identificazione con l’Uno-Tutto in particolare. Questa interpretazione, degna del massimo rispetto, presenta a mio parere alcuni limiti: a) non è biblicamente fondata (per quanto ne sappiamo né i profeti né Gesù l’hanno adottata e proposta); b) non si presta ad essere accolta da quelle aree sociali che si sono allontanate dalla Chiesa cattolica. Chi si riconosce in tale interpretazione dovrebbe chiarire, con la massima onestà intellettuale, che si tratta di una proposta teoretico-metafisica di ascendenze pre-cristiane (in Occidente) ed extra-cristiane (in Oriente): dunque una proposta accettabile in un’ottica di libertà pluralistica ma che non va considerata la migliore – anzi, l’unica – modalità di vivere la “fede” cristiana.

Molto più fedele ai dati biblici, e in particolare alla testimonianza del Gesù narrato dagli evangelisti (canonici e non), è un’altra visione della “fede”: l’atteggiamento di chi, aperto al volere divino, si dedica fattivamente alla realizzazione del “regno di Dio” nella storia. La fede come solidarietà nei confronti del debole, dell’oppresso, dell’emarginato: come autodonazione gratuita, “a perdere”. Come agape. Questa interpretazione mi parrebbe preferibile non solo perché più tipicamente (anche se non esclusivamente!) cristiana, ma anche perché “laica” nell’accezione etimologica di “popolare”: tale da poter essere accolta da fasce sociali indifferenti sia alla vecchia tradizione della “catechesi” dottrinaria che alla fascinazione dell’unione mistica.

Chiarita la differenza fra i due “fuochi” andrebbero sciorinate una serie lunga di precisazioni. Mi limito a due.

La prima: non solo il papa “eretico” Francesco, ma anche l’ “ortodosso” Leone XIV insistono nell’identificare la fede autentica con l’agape folle (vedi, ad esempio, la prima Lettera apostolica del nuovo papa, Dilexi te che liquida la falsa opposizione fra “verticale” e “orizzontale”: dedicarsi a chi soffre è una scelta teologica, non un’opzione sociologica).  Basterà questo per attrarre le masse in esilio dai confini ecclesiali? Se la filantropia sarà praticata effettivamente – e se sarà praticata senza la furbizia strategica di usarla come ponte per riportare i fuoriusciti dentro l’Istituzione dogmatica e gerarchica – lo si può sperare. Ma proprio il primato dell’amore a trecentosessanta gradi scompiglia le carte, abbatte i confini: nessuno saprà mai chi è “dentro” e chi è “fuori” e, alla fin dei conti, non avrà nessuna importanza saperlo.

La seconda precisazione tende a recuperare il valido, anzi l’indispensabile, dell’interpretazione “mistica”. Amare – ci ha insegnato molti decenni fa Erich Fromm – è un’arte. Le chiese, proprio se vorranno essere centrali operative di servizio alla società, dovranno essere contestualmente spazi di silenzio, di studio serio della Bibbia e di tutte le sapienze dell’umanità, di meditazione personale e comunitaria, di nuove liturgie depurate da ogni linguaggio “teistico”. La dimensione spirituale, culturale e cultuale, è una dimensione antropologica costitutiva: il cristiano, che in quanto tale è proiettato nella liberazione integrale dei fratelli di tutto il pianeta e del pianeta stesso, non può trascurare la radice e la fonte interiore del suo impegno.  Per citare Knitter, Buddha e Gesù non solo non si escludono, ma si integrano vicendevolmente.

Augusto Cavadi

venerdì 10 ottobre 2025

COSA DICE LEONE XIV NEL SUO PRIMO DOCUMENTO UFFICIALE ("DILEXI TE") ?

Proprio perché la postura di papa Leone XIV non mi ha entusiasmato sin dalla sua prima apparizione a san Pietro appena eletto, sono stato molto favorevolmente colpito dal suo primo documento ufficiale, l’Esortazione apostolica Dilexi te del 4 ottobre 2025 (festa, come sottolineato dal papa stesso, del “Poverello” d’Assisi, la cui “figura luminosa”  “non cesserà mai di ispirarci”). Qui mi limito a una sintesi quanto più fedele possibile, riservando ad altra occasione i commenti e i commenti ai commenti di quanti accuseranno queste pagine luminose “sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri” di essere troppo o troppo poco comuniste (oppure proveranno, al contrario, a strumentalizzarle a supporto di meschini interessi di parte). A smentita di chi vorrebbe vedere in questo papa l’anti-Bergoglio, egli esordisce chiarendo che il testo (che, per tradizione, in quanto prima ‘uscita’ ufficiale costituisce quasi una dichiarazione programmatica) intende portare a esecuzione un progetto coltivato da papa Francesco negli ultimi mesi di vita.  

Sin dalle prime righe viene offerta la chiave di lettura del documento: ricordare a quanti si dicono cristiani “il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri”. Una religione che ritenesse superflua, o anche solo opzionale, la solidarietà con chi si trovi “nel dolore, nella solitudine, nel bisogno” sarebbe falsa, o per lo meno non sarebbe qualificabile come “cristiana”. A essere in gioco non sono meri sentimenti di filantropia, ma il senso più profondo della fede: “il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci”. Ma questa fondazione teologica non esclude le valenze politiche nell’accezione alta del termine: “la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario” non solo nelle Chiese, ma “nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido”.

Il papa lo afferma e lo ribadisce con insistenza: “l’impegno a favore dei poveri” non può limitarsi a gesti di “beneficenza”, ma deve mirare a “rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà”. Non si tratta dei sogni di isolati profeti o di singoli pensatori: trasformare radicalmente “le società in cui viviamo” – che “spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze” – sarebbe “uno degli obiettivi del Millennio” proposti a sé stesse dalle “Nazioni Unite”.

Una méta così ambiziosa presuppone “una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale. Infatti, l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata spinge molte persone verso una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economici ingiusti, che favoriscono i più forti. Così, in un mondo dove sempre più numerosi sono i poveri, paradossalmente vediamo anche crescere alcune élite di ricchi, che vivono nella bolla di condizioni molto confortevoli e lussuose, quasi in un altro mondo rispetto alla gente comune. Ciò significa che ancora persiste – a volte ben mascherata – una cultura che scarta gli altri senza neanche accorgersene e tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano”.

La povertà ha molti volti: “le gravi condizioni in cui versano moltissime persone a causa della mancanza di cibo e di acqua”; “anche nei Paesi ricchi” “sono sempre di più le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese”; “doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti”; “i malati” e i “sofferenti”, le vittime “in zone di guerra”; persone soggette alle “schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza”; “carcerati che si trovano in diversi penitenziari e centri di detenzione”; i bambini e le bambine, i giovani e le giovani, privi/e di istruzione almeno elementare che “hanno diritto alla conoscenza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana”; le “masse di diseredati” che migrano  dalle loro patrie “in cerca di lavoro, privi della conoscenza della lingua e di mezzi capaci di permettere loro un decoroso inserimento nella società” in cui si insediano e dove sono  “spesso vittime di persone senza scrupoli”; “i rifugiati” che fuggono da regioni in guerra; “gli abitanti delle periferie esistenziali, che devono essere accolti, protetti, promossi e integrati”.

Se questo è lo scenario, il lavoro che si squaderna agli occhi della Chiesa è davvero gravoso, tenendo dritta la barra sintetizzata dal Concilio ecumenico Vaticao II (1962 – 1965): “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti […]. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che posso­no giovare non solo a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. […] Colui che si trova in estre­ma necessità ha il diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. […] Ogni proprietà privata ha per sua natura una funzione sociale che si fonda sulla comune destinazione dei beni. Se si trascura questa funzione sociale, la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini”. Si tratta di valorizzare il “ruolo attivo dei poveri nel rinnovamento della Chiesa e della società, lasciandoci alle spalle il paternalismo della sola assistenza ai loro bisogni immediati”. A tale scopo vanno individuate e scardinate quelle “strutture di peccato che creano povertà e disuguaglianze estreme”: le “strutture di ingiustizia” sono “peccato sociale” (non certo meno grave dei piccoli peccati individuali su cui si è concentrata, quasi esclusivamente, la morale cattolica tradizionale). Il che significa – tra molto altro – cessare di ritenere “scelta ragionevole organizzare l’economia chiedendo sacrifici al popolo, per raggiungere certi scopi che interessano ai potenti” o di “legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo”.

Perseguire questi obiettivi, tanto ardui quanto urgenti da raggiungere, è “compito di tutti i membri del Popolo di Dio”: pastori e fedeli devono “far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli ‘stupidi’. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società”.

                                                      Augusto Cavadi 

Cliccare qui per la versione originaria: 

https://www.zerozeronews.it/leone-xiv-riparte-da-bergoglio-e-da-san-francesco/

martedì 30 settembre 2025

VALERIO GIGANTE SUL III VOLUME DELLA TEOLOGIA POPOLARE DI JOSE' MARIA CASTILLO

 

Gesù, la Chiesa, la resurrezione. Il terzo “quaderno di teologia popolare” di José Castillo

Gesù, la Chiesa, la resurrezione. Il terzo “quaderno di teologia popolare” di José Castillo


TRAPANI-ADISTA. È arrivata alla sua ultima tappa la pubblicazione, da parte dell’editore trapanese il Pozzo di Giacobbe, dei “quaderni di teologia popolare” redatti da José María Castillo, uno dei più importanti teologi del secondo Novecento e del primo ventennio del XXI. I quaderni, nati negli anni ‘70 nel contesto delle Comunità Cristiane Popolari e del movimento delle Comunità di Base, circolarono dapprima come dattiloscritti e solo successivamente vennero pubblicati dall’autore in Spagna, tra il 2012 e 2013. Dallo scorso anno, con il primo quaderno (La Buona Notizia di Gesù) è iniziata la pubblicazione in lingua italiana; dopo il secondo quaderno, che si intitola Il Regno di Dio, è ora stato pubblicato il terzo e ultimo volumetto, La fine di Gesù e il nostro futuro (il Pozzo di Giacobbe, 2025, pp. 136, €15; il libro può essere acquistato anche presso Adista, 06/6868692, abbonamenti@adista.it, www.adista.it/libri). Forse il più interessante, perché chiarisce ciò che i Vangeli – spiega Castillo in premessa – «dicono sulla fine della vita di Gesù come pure sul futuro che ci aspetta».

Castillo racconta che «gli osservanti religiosi (farisei e scribi) e i capi religiosi (sommi sacerdoti e anziani) si sono scontrati così duramente con Gesù» perché lui «non si è sottomesso, in obbedienza, agli obblighi e ai rituali che esigevano i sacerdoti del Tempio e i dottori della legge. Gesù è stato un uomo libero. Ed è stata la sua libertà, al servizio della bontà e della Misericordia, che ha portato alla morte». Perché nella predicazione “eversiva” di Gesù il fattore decisivo «non è la sottomissione dell'umano al Divino»; ma che «l'umano si liberi a tal punto dall’“in-umano” da farci conoscere il divino che si rivela nella nostra umanità».

Gesù viene fatto arrestare perché «la religione del tempio che ha il suo centro nei riti, da una parte, e la religione di Gesù che ha il suo centro nella condotta etica, dall'altra, sono incompatibili»; e i capi religiosi se ne erano accorti, almeno dal giorno in cui «Gesù è entrato nel tempio e ha detto che quel luogo sacro si era trasformato in un luogo di ladroni», criticando con durezza «non solo l'immoralità e la corruzione del personale del tempio, ma anche l'inutilità dei riti che ivi si celebravano».

Rispetto al tema della resurrezione, Castillo chiarisce che la concezione della separazione dell'anima e del corpo come di due parti che unite costituiscono le componenti dell'essere umano «non è altro che una teoria che in tempi molto antichi hanno avuto (e insegnato) i greci. Nella Bibbia non si parla affatto di questo. Il nostro corpo è una componente di noi stessi. Ecco perché la resurrezione non è la “separazione dell'anima del corpo”, bensì la “trasformazione” dell'essere umano nella sua totalità. Il che significa che la cosa più ragionevole è pensare che la resurrezione si verifica nel momento stesso in cui arriva la morte per noi». A causa della resurrezione – dice Castillo – Gesù «non ha smesso di essere “umano” e ha cominciato a essere “divino”». Piuttosto, «mediante la resurrezione Gesù ha raggiunto e reso reale la pienezza “dell'umano”. Dio lo ha costituito così “pienamente umano” che non poteva essere se non anche “pienamente divino”. Perché in Gesù Risorto, “il divino” e “l’umano” si fondono in uno».

Rispetto alla Chiesa, Castillo analizza il modello di comunità ecclesiale proposto da Paolo, che non conosceva i vangeli né aveva vissuto con Gesù. Il modello di Paolo è quindi fondato sulla cultura che conosceva, legata alla tradizione della sinagoga e ai rapporti di potere instaurati dai Romani. Il modello di Paolo è assai diverso dal modello di Chiesa proposto dai vangeli, che però sono arrivati successivamente alla predicazione dell’apostolo e hanno integrato il modello paolino senza riuscire a sostituirlo. Castillo citando Gerhard Lohfink sostiene che in ogni caso «il problema non è se Gesù abbia fondato la Chiesa, ma se la Chiesa sia fondata in Gesù». In questo senso nelle sue conclusioni il teologo riconosce a papa Francesco di aver incarnato «un modello di papa molto diverso da quelli precedenti», ma che questo non basta «a riorientare questa Chiesa e questo mondo».

Il problema più profondo che dobbiamo affrontare come credenti in Dio e in Gesù, secondo Castillo, è quello che ha saputo prospettare Dietrich Bonhoeffer quando teorizzò che il futuro del cristianesimo è il futuro di una fede senza religione. «È un fatto – spiega Castillo – che, nella misura in cui i popoli crescono economicamente si sviluppano il campo della tecnologia e della scienza, in quella stessa misura la religione si diluisce, le pratiche religiose restano indietro o al margine della vita». Dissolte strutture e liturgie, resta un'etica che realizzi attraverso la giustizia tra gli uomini l'incontro con il Dio che ci ha fatto conoscere Gesù. «Il compito delle prossime generazioni sarà quello di cercare strade e forme per realizzare concretamente questo progetto, come (stando ai vangeli) Gesù lo ha realizzato nella sua vita».

Valerio Gigante

Tratto da: Adista Notizie n° 34 del 04/10/2025

domenica 13 luglio 2025

De-maschilizzare la Chiesa?

 Gli abusi sessuali da parte di preti cattolici ai danni di donne e minori di entrambi i sessi costituiscono solo la punta di un iceberg sempre più ingombrante e imbarazzante: l’impianto, radicalmente e compattamente, gerarchico-verticistico e patriarcale-maschilista della Chiesa cattolica. Impianto caratterizzato, sin quasi dalle origini, da una disimmetria di potere fra uomini e donne di cui il divieto di accedere al diaconato/presbiterato/episcopato è cifra e spia. Un problema, peraltro, che non investe solamente il cristianesimo ma che caratterizza purtroppo le istituzioni di diverse religioni. Ma mentre una buona parte del mondo protestante ha visto notevoli passi avanti da questo punto di vista, nel mondo cattolico prevalgono ancora le resistenze e la conservazione.

Se questa fotografia è realistica, cosa si può fare (ammesso che ci sia qualcosa da fare)? Da circa un anno la redazione del periodico Mosaico di pace ha rilanciato in Italia la tematica della maschilità nella Chiesa cattolica (www.- mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/-rubriche/approfondimenti/la-parola-a-voi/4368- smaschilizzare-la-chiesa-itinerariodi-pace) e convocato due giorni di riflessioni (28-29 giugno 2025), presso la Fraternità di Bose di Ostuni. Vi hanno partecipato – insieme a tre donne della redazione promotrice (Rosa Siciliano, Nicoletta Dentico, Ilaria dell’Olio) – due monaci della comunità ospitante (Davide Varasi e Norberto Secchi), un presbitero della diocesi di Trani (Davide Abascià) e alcuni laici/che impegnati/e in vari contesti professionali ed educativi (Marcella Orsini, Vittoria Prisciandario, Nicola Cagnazzi, Dario Dalla Costa), nonché alcuni rappresentanti di gruppi storicamente impegnati nella trasformazione della maschilità e nel contrasto alla violenza di genere (come Marco Deriu e il sottoscritto).

Nelle varie sessioni (sia in plenaria che in gruppi distinti per genere) sono emerse, come erano prevedibili, posizioni differenti. Non tanto sulla diagnosi preoccupata e preoccupante, quanto sulle terapie. Per alcuni/e la malattia è così intrinseca da risultare inguaribile (e chi la pensa così ha lasciato da tempo, o è fortemente tentato/a di lasciare l’istituzione cattolica); per altri/e si può fare leva sul messaggio originario di Gesù e tentare di modificare l’assetto ecclesiale attuale, concentrandosi sulle nuove leve di seminaristi e soprattutto sulle giovani donne, ancora attive nell’associazionismo, affinché non rinunzino a rivendicare quella parità di dignità e di ruoli che stanno lentamente guadagnando fuori dai recinti confessionali.

Tra le numerose sottolineature emerse va ricordato l’avvertimento che, nella Chiesa come in tutti gli altri ambienti civili, il patriarcato maschilista è causa di sofferenze e mutilazioni non soltanto per le donne, ma anche per gli stessi maschi che – prigionieri di modelli tradizionali ereditati passivamente – si condannano a un’esistenza performativa, produttiva, competitiva ai danni della propria sfera emozionale, relazionale, ludica. Da qui la proposta di creare, anche all’interno di ambienti ecclesiali, dei “luoghi” in cui gli uomini possano incontrarsi, raccontarsi e confidarsi, crescendo nell'autocoscienza e nella ricerca di connessione reciproca: in cui, insomma, si possano mettere in gioco proprio in quanto maschi.

Ovviamente destrutturare un impianto culturale e istituzionale bimillenario non è impresa facile, forse neppure possibile. Comunque, anche solo immaginarlo, implica un intreccio fra il piano della riflessione critica (ad esempio sul linguaggio teologico abituato a nominare Dio come un Essere maschile) e il piano della pratica quotidiana (ad esempio vigilando affinché già dai territori periferici – nelle piccole parrocchie, nei gruppi cattolici, nei conventi sparsi per il mondo – le donne rivendichino con determinazione il rispetto della propria dignità e la valorizzazione di tutti gli spazi che già da adesso sarebbero loro normativamente accessibili). 

Augusto Cavadi

Augusto Cavadi è del Centro di ricerca esperienziale di teologia laica, Palermo; co-dirige con la moglie Adriana Saieva la “Casa dell'equità e della bellezza” di Palermo

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 27 del 19/07/2025

domenica 2 marzo 2025

PREGARE PER LA SALUTE DI PAPA FRANCESCO?

 PREGARE PER LA SALUTE DI PAPA FRANCESCO ?

Anche se ho in mente le troppe decisioni che papa Francesco non ha preso – non ha voluto o non ha potuto prendere – per la sua Chiesa, mi è umanamente simpatico. Sono dunque sinceramente dispiaciuto per le sue traversie sanitarie e spero che si rimetta in forma il più presto possibile. Non può dunque che colpirmi favorevolmente la notizia che piccole folle di fedeli si radunino ora sotto l’ospedale ora in piazza san Pietro ora in altri luoghi del pianeta per pregare per lui.

Dal punto di vista sentimentale trovo incoraggiante constatare che esistono ancora dei personaggi pubblici che attraggono stima, solidarietà, affetto dalle donne e dagli uomini di strada. Ma poiché non siamo solo una fucina di sentimenti, mi viene spontaneo chiedere che messaggio questi cattolici stiano trasmettendo al mondo (oggettivamente, senza neppure averne consapevolezza).

Le loro preghiere per la guarigione del papa implicano una serie di convinzioni che non è facile giustificare teologicamente.

La prima è che da Dio dipendano direttamente tutti i fenomeni naturali dell’universo: ma davvero, come mi si ripeteva da bambino, non cade foglia che Dio non voglia? O Egli/Ella/Esso/X va pensato come il Fondamento della totalità che (per riprendere le suggestioni di Teilhard de Chardin  e di don Carlo Molari) non “fa” ma “fa fare” a ciascun essere secondo le sue peculiarità? Non va pensato, forse,  come la Causa “prima” che rende possibile l’operatività autonoma delle cause “seconde”?

Se non adottiamo questa concezione di Dio più evoluta e restiamo alla visione medievale della “onnipotenza” divina, dovremmo ammettere che Egli/Ella/Esso/X possa guarire “miracolosamente” Bergoglio, ma non lo fa spontaneamente. Per attivarsi aspetta che un congruo numero di esseri umani glielo chieda. A quanto ammonterebbe il numero minimo legale? Cento, mille, centomila, un milione di oranti?

Ammesso – e non concesso – che Dio possa e voglia intervenire specificamente in un caso come questo (e lo facesse davvero per venire incontro alla pressione dell’opinione pubblica religiosamente accreditata), che cosa penserebbero i genitori che pregano invano per la guarigione dei loro piccoli o i piccoli che pregano invano per i loro genitori? Come si potrebbe giudicare un Dio che risparmia la morte a un vecchio ottantottenne ma rimane inerte davanti all’agonia di milioni di persone di ogni età (senza contare le inenarrabili sofferenze di animali di ogni altra specie vivente)?

Sono – o almeno tendo ad essere – un soggetto ragionevole, ma non sono un razionalista. Forse ognuno di noi è connesso con tutta l’umanità, anzi con tutto il cosmo, non solo a livello fisico, ma anche mentale e psicologico. Forse l’entanglement di cui parlano i fisici quantistici non vale solo a livello di microfisica. Dunque pregare Dio per un nostro simile può essere un modo – per così dire indiretto – di trasmettergli  energie positive, sanatrici, liberatrici. In questa ipotesi  (che per me è una speranza)  anche la preghiera collettiva per un pontefice malato può avere un senso. Purché si sappia e si dica chiaramente che la visione antropomorfica di Dio, come Arbitro indiscutibile che dà e toglie la vita secondo criteri a noi ignoti, è ormai alle spalle della teologia più evoluta.

Augusto Cavadi

* Versione originaria con apparato iconografico 8e un commento del direttore del sito) qui:

https://www.zerozeronews.it/pregare-per-la-salute-di-papa-francesco/


sabato 25 gennaio 2025

DOPO L'IMPLOSIONE DEL SISTEMA CATTOLICO: UN NUOVO LIBRO DI BRUNO MORI

Che bei tempi, per le Chiese cristiane, sino alla seconda metà del Novecento! Le assemblee domenicali erano affollate dalla maggioranza della popolazione e, sul fronte opposto, atei militanti alimentavano con attacchi a tutto campo la polemica anti-religiosa.

 “S’ode a destra uno squillo di tromba;/

a sinistra risponde uno squillo:/

d’ambo i lati calpesto rimbomba/

da cavalli e da fanti il terren”: alla proclamazione di nuovi, inverosimili, dogmi da parte del papa (come nel 1950 l’Assunzione in cielo di Maria nell’interezza della sua persona, anima e corpo) si contrapponevano le patetiche dichiarazioni degli astronauti russi come Yuri Gagarin (“Sono stato in cielo e non ho incontrato né Dio né angeli”). Di quelle ingenue diatribe, a meno di un secolo di distanza, neppure l’eco. La dottrina teologica ortodossa e le pratiche liturgiche “obbligatorie” sono semplicemente scomparse nell’irrilevanza.

Le cause sono molteplici e i sociologi della religione non hanno finito di indagarle, ma i preti che abusano sessualmente di minori o le suore sfruttate come manodopera alberghiera a basso costo non rientrano nel novero delle più rilevanti. Come spiega il presbitero e teologo Bruno Mori nel recente L’implosione di una religione. Verso la crisi dei dogmi, dei sacramenti e del sacerdozio (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2024) è tutto l’impianto teologico ed etico del cristianesimo cattolico che non può più essere accettato da uomini e donne del XXI secolo in grado – quando lo desiderano – di leggere, riflettere, confrontarsi con esperti in scienze religiose e in scienze umane. Secondo l’autore (che è stato membro dell’Ordine di Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione sino alla morte, avvenuta il 27 ottobre 2023) il movimento spontaneo originario suscitato dalla testimonianza di Gesù di Nazareth è diventato un’Istituzione che ha tradito proprio quei princìpi di libertà, giustizia, fraternità, nonviolenza, solidarietà universale…per i quali il Maestro nomade è stato ucciso.

Il testo, corposo ma scorrevole e fruibile, di don Mori non può non suscitare critiche e desiderio di approfondimenti.

Una prima domanda: il Dio di Gesù è solo Misericordia materna?

La perplessità più radicale che mi ha suggerito, e che in effetti è duplice,  riguarda il messaggio di Gesù su Dio. Una prima questione è storico-esegetica: davvero dal Nuovo Testamento emerge che “il Dio di cui Gesù ci parla è un essere che sembra innamorato di ciascuno di noi”? Un Dio “così familiare, così vicino, così tenero, così benevolo” che, di fronte a Lui, “non possiamo che sentirci gioiosi e fiduciosi, perché il suo pensiero suscita in noi la certezza che da Lui non saremo mai giudicati, né ripudiati né condannati, ma sempre e solo cercati, risollevati, guariti, accolti, valorizzati, giustificati e amati” (p. 44)? Sinceramente ritengo che sarebbe unilateralmente selettiva questa “immagine” di Dio. Dai vangeli (canonici e apocrifi), ma più in generale negli scritti del Secondo Testamento, risulta che Dio è così, ma anche altro. L’elenco dei passi in cui il Padre è anche esigente, minaccioso di castighi, duro sino a sembrare ingiusto sono davvero numerosi. Il biblista Giuseppe Barbaglio ha sostenuto in varie occasioni che la contrapposizione fra un Dio severo (dell’Antico Testamento) e un Dio benevolo (del Nuovo) non è legittimata dai testi: infatti il Dio degli ebrei proprio come  il Dio dei cristiani  è un “Giano bifronte”; entrambi hanno un volto misericordioso ed un volto violento.

Un Dio tenero potrebbe sopportare il dolore dell’universo?

Ma, ammesso e non concesso, che davvero “l’originalità e il cuore del suo (= di Gesù) messaggio risiedono appunto nella stupenda novità della sua parola su Dio presentato sotto l’immagine di un Padre materno che è solo Amore e Misericordia” (p. 43) – e che dunque tutti i tratti differenti da questi che Gesù stesso attribuisce al suo Dio siano irrilevanti o per lo meno secondari - , si profila una seconda questione più filosofico-teologica: come si concilia questa interpretazione (molto toccante, suggestiva) della Divinità con ciò che, negli ultimi due millenni, abbiamo appreso della storia dell’universo e, in particolare, della storia dell’umanità? Come può non impazzire un simile Padre alla vista delle sofferenze costanti, onnipervasive, che da milioni di anni stritolano animali di ogni foggia e dimensione sottoposti all’implacabile legge dell’evoluzione biologica, nonché – da circa 300.000 anni - esseri umani di ogni età, sesso, condizione sociale, insipienti o generosi che siano adulti? Come potrebbe non scoppiare il “cuore” di un Dio alla vista di tragedie immani attribuibili solo in minima parte agli errori e alle colpe degli umani? Sarebbe meraviglioso poter condividere la fede di Gesù in un Dio sapiente e provvidente, affettuoso e  premuroso: ma sarebbe anche intellettualmente onesto? La fede è certo un salto oltre l’esperienza dei sensi e le evidenze della ragione: ma andare oltre può significare anche andare contro? Forse nasce da queste domande il movimento filosofico-teologico del “Post-teismo” (o del “Trans-teismo”) dei nostri giorni: un movimento che, riprendendo intuizioni logiche e mistiche ricorrenti della storia delle religioni (anche delle confessioni cristiane), vuole andare oltre ogni antropomorfismo. Dunque non solo oltre il Dio inquisitore, giudice, carceriere eterno, ma anche oltre il Dio curvo su ogni fragile creatura vivente e senziente che – secondo un commovente detto irlandese – modera il vento come segno di attenzione verso la pecorella tosata da poco. Di un Dio, o forse di una Divinitas – priva dei tratti (benevolmente) antropomorfici propri del vangelo gesuano, ma comuni a mistici di ogni latitudine e di ogni epoca - dobbiamo confessare che ci è penitus ignota (radicalmente inconoscibile), secondo la lapidaria espressione di Tommaso d’Aquino. Se ci basiamo solo sugli effetti a noi accessibili, possiamo osare ipotizzare solo che l’Energia originaria ed essenziale che anima e sostiene l’evoluzione dell’universo ci “ami” nel senso che sospinge alcuni viventi ad un livello ontologico tale che possono fare tanto male ma anche tanto bene: ci “ami” in quanto ci rende possibile diventare “amanti”. E’ molto meno confortante dello splendido annunzio di Gesù, ma mi pare che non contraddica né l’esperienza quotidiana (dappertutto c’è, accanto ad egoismo accentratore, tensione solidale e talora comunionale: fra esseri umani, fra altri animali, perfino fra vegetali) né la coerenza logica. Su questa tematica ho l’impressione che don Bruno Mori si mostri esitante, dando motivi di propendere per posizioni ora più ‘tradizionali’ ora più ‘contemporanee’.

Solo volontà di dominio o non anche sete di concretezza?

Il volume del prete bresciano trapiantato in Canada per motivi missionari solleva altre domande (meno radicali delle precedenti, ma non per questo prive di importanza). Ad esempio egli sostiene che la Chiesa cattolica ha prodotto il suo impianto dottrinario, sacramentale ed etico con lo scopo precipuo, se non esclusivo, di affermare il proprio dominio sulla società. Poiché in un quindicennio della mia vita (tra i 18 e i 33 anni circa) ho vissuto intensamente all’interno di un movimento cattolico ‘ortodosso’, inspirato alle posizioni di Jacques Maritain (con particolare enfasi sulle sue posizioni ne Il contadino della Garonna), so per esperienza personale che la questione è complessa. Se Maritain o Gilson, Danielou o von Balthasar, Paolo VI o Giovanni Paolo II, Benedetto XVI o Francesco (che in più di un decennio di pontificato non ha modificato neppure un mattoncino del sistema ereditato dai predecessori) fossero stati animati da volontà di potenza, sarebbe tutto più facile o meno tragico. Certo, in quel quindicennio, ho conosciuto cardinali e preti, teologi e teologhe, frati e suore di cui si sarebbe potuto affermare che avessero condiviso – e a propria volta rafforzato -  “un Sistema religioso per dotarsi di strumenti e di mezzi estremamente efficaci di potere, di controllo e di sfruttamento” (p. 229). Ma queste persone, avendo coscienza della propria strategia, sono potenzialmente convertibili al vangelo. Esse, a mio sommesso avviso, costituiscono una minoranza nella galassia degli ortodossi, i quali – invece – pensano e agiscono in buona fede. Quando si macerano fra volumi in varie lingue per giustificare i dogmi più inverosimili  o lasciano i genitori per tentare di convertire popolazioni africane lontanissime o accettano l’isolamento nel proprio ambiente di lavoro dove vengono derise per ciò che pensano in campo sessuale…sono  animate da volontà di autodonazione sino al sacrificio dei beni più preziosi (l’autonomia economica, la libertà di amare e di essere amati anche carnalmente, l’indipendenza di giudizio nella conduzione della propria vita). I privilegi del potere agiscono se mai come motivazioni inconsce che diventano consce in quei soggetti che – quando capiscono di essere dentro un’Istituzione che ha tradito il vangelo – preferiscono far finta di nulla perché a trenta o cinquanta o settant’anni sarebbe faticoso rifarsi una vita fuori dalla Santa Madre Chiesa. Cosa ha spinto, dunque, un Agostino o un Tommaso d’Aquino a tradurre in termini di cose, di res, di sostanze e di accidenti, il mondo dei simboli, delle metafore, delle allegorie (per cui ogni messa diventerebbe rinnovamento del miracolo della ‘transustanziazione’ o ogni ordinazione presbiteriale implicherebbe una trasformazione indelebile e irreversibile dell’essere stesso del seminarista)? L’autore stesso – non so quanto in coerenza con alcune altre pagine in cui elenca in sequenza le “quattro fasi” attraversate dalla Chiesa per “diventare un organismo di potere”: “la creazione di una struttura gerarchica; la creazione di un’ideologia; la creazione di un corpus giuridico e liturgico (…); la creazione di un sofisticato regime di sorveglianza e di controllo basato sulla paura e sul mantenimento di una nevrosi universale di colpa” (p. 70) – afferma con chiarezza che “sarebbe ingiusto e storicamente falso attribuire alle autorità ecclesiastiche l’intenzione esplicita di avere voluto inventare il dogma della divinità di Cristo per giustificare teologicamente il loro sistema di potere” (p.58) e, qua e là nel libro, evoca una categoria che a me pare più convincente:  la “sindrome ontologica”.                 Almeno in parte richiama una “sete di concretezza” di cui parla, in qualche passaggio delle sue opere, il cardinal Martini. Se, in Giovanni,  Gesù promette di offrire la propria “carne”, i discepoli fraintendono il registro metaforico e si chiedono come farà a darla loro in pasto: gli uomini vogliamo certezze, contatti fisici. Il cattolicesimo si è  costruito come enorme Macchina per rassicurare, confortare. Il fedele che si affida ad essa viene liberato dall’angoscia del dubbio: ci possono essere pastori che strumentalizzano questa fame di materialità, di afferrabilità, a scopi di dominio, ma sospetto che la maggior parte di essi sono i primi ad esserne affetti e da volerla soddisfare.

Da questi rapidi cenni si ricava che il libro è un utile, perché organico, compendio critico dell’impianto cristiano-cattolico. Offre anche indicazioni, in positivo, sul da farsi? Forse solo l’ultimo breve capitolo (I cristiani di domani) può interpretarsi come pars costruens. Troppo poco. Purtroppo il decesso dell’autore, pochi mesi dopo la pubblicazione di quest’opera, ha precluso la possibilità di ascoltare ciò di cui abbiamo bisogno adesso: un piano di ricostruzione dopo il terremoto che ha abbattuto edifici ammirevoli, ma ormai vetusti. Si apre dunque un campo di lavoro immenso e non poco affascinante.

Augusto Cavadi

“Viottoli”

Semestrale di formazione comunitaria

Pinerolo 2/2024

domenica 29 dicembre 2024

LA RESURREZIONE DI CRISTO COME CIFRA INTERPRETATIVA DEL MONDO

 Per uno dei tanti paradossi della vita, la lettura dei vangeli cristiani suscita meno problemi in chi li conosce peggio. Se qualcuno - rompendo il tabù anticlericale che vieta ai laici di occuparsi di teologia- prova a studiarli in maniera scientificamente aggiornata, si espone a una serie insospettata di dubbi e di questioni aperte. Da qui la decisione della stragrande maggioranza dei ‘fedeli’ di tenersi abbarbicati alla “fede del carbonaio”, sotto il segno del tradizionalismo. Ma, sempre più spesso, teologi e teologhe di varie confessioni cristiane ritengono che questa politica culturale risulti, nel lungo periodo, suicida: che futuro possono avere delle comunità religiose cui si possa aderire solo a patto di non pensare? E’ come trovarsi, in un locale sotterraneo,  al cospetto di un tunnel oscuro: puoi evitare di imboccarlo e restare dove ti trovi, ma se decidi – con coraggio - di attraversarlo ti conduce all’aperto, alla luce.

Il recentissimo volume a cinque voci Resurrezione. Fisica quantistica, teologia e mistica a confronto (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2024) concentra l’attenzione sul tema decisivo dell’annunzio evangelico: la resurrezione di Gesù, appunto. La biblista Annamaria Corallo ricorda che le Scritture (ebraiche e cristiane) si prestano a tre livelli di lettura: “storico”, “teologico” e “spirituale” (livello, quest’ultimo, che si riferisce “alla possibilità che il testo parli alla vita di chi ascolta per lasciarsene trasformare”, p. 110). I racconti delle “apparizioni” di Cristo dopo la morte, sottoposti a questa griglia interpretativa, risultano oggi molto problematici. Infatti “la critica storica, coi suoi criteri, mette in seria discussione la possibilità che i fatti narrati dai vangeli siano riproposizioni dettagliate e puntuali di eventi storici” (p. 111). Dettagli come la “tomba vuota” hanno dunque il ruolo di “metafore” per veicolare la convinzione teologica che il Maestro è entrato in una “dimensione metastorica” ossia “nell’abbraccio vitale e amante di Dio, inaccessibile ai nostri sensi e al nostro pensiero” (p. 115).  Ma anche questa prospettiva può lasciarci perfettamente indifferenti se la adottiamo solo per acquisire informazioni e non ne accogliamo le implicazioni “spirituali”, cioè esistenziali ed etico-politiche: poiché Gesù “sentiva Dio come Padre, ma non si sentiva figlio unico", ai discepoli “consegnò il volto di un Dio alternativo, schierato dalla parte degli ultimi della storia e scontento delle potenti istituzioni che li opprimono” (p. 116), da annunziare e da testimoniare.

I brevi cenni della Corallo sulle valenze teologica e spirituale dei racconti evangelici riguardanti il Risorto sono approfonditi da tre contributi (più o meno interni alla prospettiva post-teistica o trans-teistica).

Luciano Locatelli ritiene che “la confessione della resurrezione, proposta fin dalle origini, può essere riprodotta con la famosa espressione di Willi Marxsen: <<La causa di Gesù continua>>” o, in altre parole, che “l’evento-resurrezione non è in funzione di una sorta di aldilà consolatorio quanto piuttosto affonda le sue radici nell’humus della storia attuale. L’annuncio della resurrezione non è una pia narrazione per sopportare un’esistenza vissuta in una ipotetica ‘valle di lacrime’, ma è un annuncio che ‘supporta’ la lotta di un’umanità chiamata a vivere e non a sopravvivere” (p. 101).

Corallo e  Locatelli interpretano la fede nella resurrezione come fiducia nel Dio che non abbandona al fallimento i suoi profeti: ma la giurisdizione di questo Dio sembra limitata all’alveo storico. Che ne è dei mali che trascendono tale alveo? La “memoria sovversiva” (per dirla con Metz) del Nazareno può contribuire all’emancipazione dai mali che ci procuriamo da noi esseri umani stessi: ma ha qualcosa da dire sulle tragedie ineluttabili di cui non possiamo considerarci responsabili dal momento che sono conseguenze delle leggi evolutive dell’universo? Il Salvatore ci può salvare anche, sia pur in prospettiva, dalla marea di sofferenze sperimentate da bimbi che nascono deformi, da anziani che si spengono a causa di patologie degenerative, da animali innocenti che vengono divorati vivi da altri animali altrettanto innocenti? Questa vulnerabilità ontologica mette in discussione il teismo tradizionale (incentrato su un Dio paterno/materno provvidente) molto più delle ingiustizie storico-sociali che – almeno in linea di principio – sono riparabili.

Suppongo che considerazioni del genere abbiano indotto gli altri due autori del libro,  per focalizzare il tema della resurrezione, ad allargare lo sguardo oltre l’orizzonte biblico.  Paolo Gamberini vi vede il caso particolare di una legge generale di portata cosmica: “la resurrezione di Gesù, quindi, non è un evento miracoloso – unico e singolare – accaduto nella storia, ma è la rivelazione di Qualcosa che continuamente e dovunque sta accadendo nella creazione. Resurrezione e trasformazione sono, infatti, il modello e il paradigma universale di ogni cosa” (p. 92). Credere nella resurrezione di Gesù (al di là di ogni rivestimento mitico) sarebbe, essenzialmente, riconoscere  che “la matrice divina, il logos, la logica, la ‘regola’ o la grammatica dell’universo” (p. 92) consiste nell’incessante passaggio dalla morte alla vita. Mi pare chiaro che qui è in gioco una vasta visione-del-mondo di ordine speculativo, ben al di là dell’angolazione biblica concentrata sul piano delle problematiche storico-sociali.

Ma, se ci spostiamo dallo storico-fenomenologico al teoretico-ontologico, è lecito chiedersi se davvero l’intera realtà conosca solo la ‘pasqua’ progressiva o non anche il movimento in direzione opposta, dalla vita alla morte. E se la risposta a questo interrogativo fosse – come ritengo debba essere – affermativa, la resurrezione come simbolo ascensionale rischierebbe di risultare una cifra incompleta della “grammatica dell’universo”.  Forse per questa ragione, più o meno consapevole, Paolo Scquizzato  ha proposto una sua interpretazione mistico-metafisica secondo la quale “esperienza della resurrezione” è “esperienza di salvezza”, ma quest’ultima è “esperire” che “il sé, l’atman che è fondamento dell’essere personale, è uno con il brahman, il fondamento dell’essere universale” (p. 69). 

“La convinzione di tutta la mistica”  - “non siamo mai nati, non moriremo mai. Ciò che cesserà sarà il nostro modo di manifestarci” – che, se interiorizzata, “fa di noi dei risorti” (p. 71), può essere sostenuta anche da argomenti razionali? Qualche filosofo del nostro tempo, come Emanuele Severino, ritiene di sì e anzi sostiene che essa coincida con la conclusione logica del “principio di Parmenide” secondo cui l’Essere è ed esclude qualsiasi negazione per quanto parziale (dunque qualsiasi molteplicità e qualsiasi divenire). Anche la scienza, come la filosofia, può confermare l’intuizione del mistico? Lo scienziato Federico Faggin, anche sulla base di una propria visione interiore, sembra propendere per la risposta affermativa: “Uno non è fatto di parti separabili, Uno è olistico. Dinamico e olistico. Di Uno non si possono trovare ‘parti’ : le parti che crea sono parti/intero di Uno. (…) La fisica quantistica ci dice che la realtà è olistica, non è fatta di ‘parti’ separate/ separabili e quindi siamo tutti connessi” (p. 62).

Personalmente, alla luce delle vicende ormai più che bimillenarie del pensiero filosofico occidentale e delle teorie scientifiche, sarei più prudente: la storia ci ha insegnato che  sentirsi in comunione con la Totalità è un dato (soggettivo) compatibile con una pluralità di paradigmi interpretativi. Il monismo ontologico e la fisica quantistica sono tra questi, ma senza titoli evidenti di esclusività.

Augusto Cavadi

* Per la versione originale con apparato iconografico:

https://www.zerozeronews.it/la-resurrezione-di-cristo-come-metafora-esistenziale/

mercoledì 18 settembre 2024

DECOSTRUIRE OGNI IMMAGINE DI DIO FUNZIONALE AI POTERI MONDANI

 

Il Dio che non è “io”. Decostruire l’immaginario del potere

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 31 del 14/09/2024

Da Senofane di Colofone (VI-V sec. a. C.) a Feuerbach (e a Marx e a Nietsche), la filosofia ha spesso rilevato che, quando pensiamo Dio, tendiamo a proiettargli le nostre caratteristiche umane. Ciascuno di noi immagina Dio con le caratteristiche che sono proprie della propria cultura, del proprio vissuto, delle proprie proiezioni e aspettative. Ma poi c’è una istituzione, la Chiesa (sarebbe meglio dire, le religioni, ma alle nostre latitudini l’immagine di Dio è soprattutto il prodotto del magistero cattolico) che nei secoli ha contribuito in maniera decisiva alla formazione di un certo immaginario di Dio nel senso comune e nella cultura dominante.

Ecco perché, sosteneva il saggista e teologo Augusto Cavadi nel suo libro (2009) Il Dio dei mafiosi, non c’è nulla di strano che i mafiosi si rappresentino un Dio ‘padrino’ piuttosto che ‘padre’. O che, aggiungiamo noi, un dittatore se lo rappresenti come giudice feroce e implacabile; o un missionario come un padre buono e misericordioso.

In un convegno organizzato nel 2005 da Adista sul rapporto tra Chiesa e mafia, il magistrato Roberto Scarpinato (oggi senatore per i 5 Stelle), partiva dalla sua esperienza con assassini e mafiosi per domandarsi come essi potessero sentire le proprie azioni e il proprio modo di vivere in perfetta armonia con la propria fede, che era (o appariva) radicata e profonda. Del resto, chiosava Scarpinato, il dittatore Pinochet ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico, di essere in pace con se stesso e con Dio e di aver operato per il bene della propria patria. Lo stesso i generali argentini, che perseguitarono e uccisero migliaia e migliaia di persone, con il consenso e il supporto di una buona parte della gerarchia cattolica del Paese.

Certo, rilevava Scarpinato «la storia insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie latinoamericane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per difendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle rivendicazioni popolari». Per questo motivo non è stato possibile, o è stato molto difficile, processare questi efferati criminali, «perché processare loro è come processare un'intera parte della società latinoamericana». Resta però il fatto che tanto le vittime quanto i carnefici hanno sempre pregato e pregano Dio, e si sentano tutti in pace con se stessi.

Scarpinato arrivava a sanare questa contraddizione teorizzando che il cattolicesimo nascondesse un politeismo occulto. Ossia che vittime e carnefici non pregano effettivamente lo stesso Dio, anche se pensano di farlo. Pregano ciascuno un Dio diverso. E «questo “miracolo” della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato sociale, ogni segmento della società, ogni tribù sociale esprime dal proprio interno culturale, sociale, il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa cultura, della stessa visione della vita dell'ambiente che lo ha espresso. Esiste così un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi».

Su questa scia, nel 2012 Cavadi si interrogava (in un libro intitolato Il Dio dei leghisti) sull’immagine di Dio proposta dalla propaganda leghista. È si chiedeva se fosse stata la tradizione cattolica ad aver prodotto l’immaginario leghista o la Lega ad aver manipolato la dottrina cattolica. Più probabilmente, ipotizzava, era stato un mix prodotto dall’incontro del cattolicesimo mediterraneo tradizionalista con l’egoismo piccolo-borghese ipermoderno a costruire l’infernale miscela infernale catto-leghista.

Del resto, spiegava nel suo libro Cavadi, il codice culturale leghista – analizzato con rigore, dalla concezione antropologica “padana” alla concezione dello Stato e della società – e le idee portanti in materia religiosa sono «del tutto compatibili con una lettura istituzionale, moralistica, moderata e identitaria del cristianesimo».

Il nodo, in ultima analisi, è teologico. E sta nella convinzione, radicata nella Chiesa sin dal periodo costantiniano in maniera strutturale (ma anche precedentemente, nella fase degli apologeti cattolici che rivendicavano la propria visione “integrale” della vita e della storia, contrapposta a quella pagana), di essere depositari della verità integrale sull’uomo, sul cosmo e sulla storia e di avere il diritto e anzi il dovere di “convertire” alla propria dottrina, alla propria visione, alla propria organizzazione l’intera umanità. Proporre una certa immagine di Dio è funzionale a questo obiettivo.

Il rapporto della Chiesa con il potere sta dentro questo quadro. Questo “scandalo” ha portato la Chiesa a ostentare e propagandare in ogni forma la propria volontà di non scendere mai a compromessi con il mondo; di fatto però poi questi compromessi li ha sempre voluti, cercati e accettati quando si trattava di mantenere il proprio legame organico con il potere secolare. Per cui nei secoli la Chiesa è andata a braccetto con il potere schiavistico dell’impero romano, con il modo di produzione feudale, con la società borghese in tutte le sue espressioni, dal colonialismo all’imperialismo, passando per le guerra, la corruzione, la mafia, finanche le dittature e i fascismi, se era il caso. E a tutti questi sistemi ha proposto (più spesso, finché ha potuto, imposto) la propria idea di Dio funzionale alle necessità storiche del momento o a combattere i nemici della fede e della propria autorità ritenuti più perniciosi, come il comunismo o il laicismo.

Ma allora, qual è l’alternativa a questo Dio del potere, dell’oppressione, dell’ingiustizia sociale? Per alcuni, il Dio di Gesù, quello testimoniato, più che raccontato o definito, dal Gesù storico, piuttosto che dal Cristo insegnato dalla tradizione ecclesiastica. Il Dio di Gesù si configurerebbe come un Dio dei senza potere, tenero, accogliente e sollecito nei confronti di tutto ciò che realizza agape, relazione, fraternità, eguaglianza, pace, solidarietà, giustizia. In una parola, amore.

Per altri, teologia post-teista in primis, il processo da fare è ancora più radicale e – alla luce delle conoscenze scientifiche sulla fisica e il cosmo che vanno ormai necessariamente armonizzate con la fede – non c’è più bisogno di un Dio personale e creatore; è necessario pertanto superare le grandi narrazioni mitiche, la dottrina patriarcale che gli attribuisce tutte le qualità positive della “persona umana” elevate al massimo grado: onnipotente, onnisciente, onnipresente, sommo bene contrapposto al male intrinseco alla realtà. Insomma, per la teologia post-teista più che un Dio va teorizzata l’esistenza di un’energia divina; una forza-relazione, piuttosto che una persona. Questa posizione mette in crisi l’idea che vi sia qualcuno che ci ama e che dà vita, che precede e accompagna la nostra esistenza; per i critici del post teismo se perdiamo in Dio il carattere personale di un “Tu” con cui abbiamo relazione di conoscenza, sim-patia (sentire-soffrire insieme), dia-logo, ascolto ed espressione, perdiamo semplicemente Dio, tutto Dio. Se Dio non fosse persona, non avrebbe alcun senso l’atteggiamento umano di fede, l’affidamento a Lui, la fiducia nella sua possibilità di trasformare o riscattare il male. E se Dio non fosse persona, non avrebbe senso preghiera umana.

D’altra parte, secondo la fisica moderna (relatività ristretta e generale) lo spazio e il tempo sono una sola entità: lo spaziotempo. Dove le due dimensioni sono interconnesse e si influenzano reciprocamente. La fisica quantistica insegna che la realtà dell’infinitamente piccolo ci sfugge, che possiamo lavorare solo su modelli di realtà, i quali non sono la realtà.

Ma se ci sfugge a tal punto la realtà da rappresentarla secondo coordinate (spazio e tempo) così diverse dalla nostra quotidiana percezione, tanto più inafferrabile sarà la realtà divina. Il che non vuol dire affatto desistere nella ricerca teologica. Soltanto, ci rende consapevoli che necessariamente la “Verità” di Dio, posto che sia un obiettivo perseguibile, è inscindibilmente legata alla “Via” e alla “Vita”.

Insomma, de-costruito necessariamente e inderogabilmente il Dio che non è Dio di ogni sistema di potere classista, opprimente, patriarcale, funzionale al mantenimento di determinati rapporti sociali, resta aperto il problema di quale Dio debba sostituire l’immagine tradizionale di Dio che ci ha accompagnato per millenni. Dio non va abrogato, semplicemente bisogna rinunciare a ogni pretesa di definirlo secondo le categorie del nostro orizzonte mentale e culturale. E non è detto affatto che Dio sia un “Io” come lo abbiamo sempre concepito. In questo senso, non resta – riprendendo una celebre formula di Claudio Napoleoni – che «cercare ancora». 

mercoledì 24 luglio 2024

UN TENTATIVO DI RIFORMULARE IL 'CREDO' (AMMESSO CHE DEL MISTERO SI POSSA NON TACERE)

 

Professione di fede. Un “Credo” in cui riuscire a credere

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 25 del 06/07/2024

Nella diocesi della città di Bolzano dove vivo con la mia famiglia, ho l’incarico di preparare i catecumeni adulti, per lo più stranieri, alla celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Servizio che adempio con gioia, sperimentando a ogni incontro come leggere il Vangelo con persone adulte “vergini di Vangelo” costituisca un formidabile stimolo per la mia stessa fede. Dopo aver approfondito insieme la testimonianza di Gesù presentataci dai Vangeli, in uno degli ultimi incontri dovrei presentare loro come sintesi, la professione di fede, il “Credo” della Chiesa cattolica che ogni domenica viene proclamato du-rante la celebrazione eucaristica. Dico “dovrei”, perché in realtà da anni, vi confesso, non trovo il coraggio di presentarlo nella forma in cui è stato formulato nel lontano Concilio di Nicea. Non mi sento più in sintonia con certe formulazioni che ogni domenica ripetiamo a pappagallo, sia pure con commovente fervore, e che andrebbero reinterpretate o per lo meno riformulate. Mi è stato riferito da mia moglie di essersi ultimamente ritrovata come vicina di banco una gagliarda vecchietta che proclamava con tanto di enfasi: «Credo in Gesù Cristo Figlio “ingenuo” del Padre…», aggettivo che naturalmente le riusciva ben più familiare e comprensibile di “unigenito”.

Mi sono sentito confermato dalla seguente affermazione del teologo Carlo Molari: «Le varie affermazioni dottrinali sono costituite da parole di uomini che, con il variare dei tempi e soprattutto a partire dalle diverse situazioni culturali, possono modificarsi nel loro significato. Oltre al fatto che anche le nuove scoperte della scienza hanno aperto nuove prospettive di interpretazione e di comprensione di eventi e tradizioni storiche… Non si possono di conseguenza fissare in formule immutabili, dottrine e dogmi i quali devono continuamente essere interpretati e riformulati». Augusto Cavadi nel numero 14 di Adista giunge perfino ad affermare che «il cuore della crisi del cristianesimo di oggi è prima di tutto dottrinario, teologico… non è vero che le masse oggi disertano le messe solo perché scandalizzate dai comportamenti dei sedicenti credenti. Smettono di credere quando – sia pur minimamente – leggono, riflettono, si confrontano fra loro, con gli studiosi competenti e di conseguenza non vanno più a messa… È l’abbandono delle professioni di fede a provocare l’eclisse della preghiera comunitaria».

A questo proposito anche papa Francesco ultimamente ci ha rivolto la seguente esortazione: «Più della paura di sbagliare, spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle formule che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: Voi stessi date loro da mangiare».

Che fare? Nel mio piccolo, da mesi mi sono ripromesso di riscrivere “il credo”. Sono ben cosciente che si tratta di un tentativo ambizioso per non dire velleitario e perfino temerario, che considero come una prima bozza da continuare ogni giorno ad approfondire, a meditare, a pregare… Ma sono contento di condividerlo con voi, sia per riceverne dei preziosi suggerimenti e magari anche per invogliare alcuni di voi a fare altrettanto. A parte il fatto che un simile tentativo, lo sto ben sperimentando, può aiutarci a mettere ben a fuoco ciò in cui crediamo, chissà che non possa costituire un piccolo accorato incoraggiamento, proveniente da una spontanea sinodalità dal basso, affinché un giorno ci sia data la possibilità di professare un credo che senza intaccare il cuore della nostra fede cristiana, possa nella sua formulazione continuare a essere comprensibile e soprattutto credibile per noi uomini e donne di oggi. Vorrei anche aggiungere che probabilmente non sarebbe neanche giusto, come afferma Carlo Molari, pervenire a una unica riformulazione del “Credo” per l’intera Chiesa universale. Si potrebbe lasciare alle varie Conferenze episcopali la libertà di una formulazione che tenga conto della propria cultura e in cui si percepisca «l’odore delle proprie pecore». Il pluralismo vissuto nel dialogo e nella comunione è autentica ricchezza.

Credo in Dio che ci è Padre e Madre, Mistero d’Amore e di Comunione, in cui tutto l’universo sussiste. In virtù della Sua perenne ed amorosa azione creatrice che si attua in continuazione mediante la forza del Suo Spirito, noi tutti esseri umani, animali, vegetali e minerali, viviamo, ci relazioniamo e ci compiamo.

Credo in Gesù di Nazareth che nutrito dall’affetto e sostenuto dall’esempio di Maria e di Giuseppe, ha saputo sviluppare appieno la propria umanità, permettendo che rifiorisse in Lui quel medesimo Spirito che giorno dopo giorno lo ha reso Figlio e fratello universale. Secondo la testimonianza dei suoi discepoli, essendosi mostrato accogliente verso tutti ed in modo particolare dei più poveri ed emarginati, morì crocifisso invocando perdono, rivelandoci in tal modo il volto comunionale e misericordioso di Dio.

Credo nello Spirito Santo, respiro vitale fatto dono a Gesù. Egli alimenta in continuazione anche in noi tutti credenti e non credenti, quel desiderio e quell’impulso profondo che ci sospingono giorno dopo giorno a crescere a nostra volta in umanità come figli e figlie di Dio e quindi fratelli e sorelle fra noi tutti, nel pieno rispetto della casa comune che ci ospita.

Credo nella Chiesa cattolica vale a dire universale, comunità di comunità, dialogante, ecumenica, inter-religiosa, umile e gioiosa testimone della presenza di Gesù che mediante il suo stesso Spirito continua a essere vivo in mezzo a noi e ha come unico potere quello di annunciare la Sua Buona Notizia mediante opere di giustizia, di liberazione, di riconciliazione e di pace.

Credo nella Comunione universale e cosmica che costituisce la nostra meta e nella quale già da ora noi tutti, compresi i nostri cari defunti, dimoriamo. Sorretti dalla speranza che mediante la nostra collaborazione e nonostante le nostre fragilità e infedeltà, essa giunga a quella pienezza in cui “Dio sarà Tutto in tutti”. 


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Giuseppe Morotti è ex Piccolo Fratello del Vangelo di Charles de Foucauld; vive con la sua famiglia a Bolzano dove anima incontri di meditazione e di preghiera sui mistici cristiani e musulmani