domenica 18 agosto 2019

UNA FASE POLITICA DELICATA: CHE FARE ?



18.8.2019

PREVEDERE IL FUTURO POLITICO ITALIANO? MEGLIO IMPEGNARSI A DETERMINARLO


Ci sono dei momenti storici in cui solo i cretini hanno le idee chiare. La fase politica che stiamo attraversando in Italia è una di queste. Solo degli stupidi fanatici – che rischiano di essere la maggioranza sul web e di diventarla alle urne elettorali – possono affermare, con toni netti e forti, di chi sia l’esclusiva responsabilità della situazione di questi giorni (Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini…) e come se ne possa uscire senza passare dalla padella alla brace.
Come cittadino che non ha mai venduto il cervello a nessuna sigla partitica (pur non avendo mai saltato un solo turno elettorale, preferendo il criterio del male minore al criterio del tanto peggio tanto meglio) e come filosofo (dunque erede del “so di non sapere” di Socrate) devo confessare di trovarmi nella condizione di uno che si informa, dialoga, riflette…ma si rallegra di non dover decidere in giornata stessa.
Mi limito a una sola questione che, però, è cifra e chiave interpretativa di molte altre: siamo davvero in un’emergenza democratica o l’assetto costituzionale repubblicano non corre nessun serio pericolo? 
Sappiamo, dai giornali e dai social, che si oppongono pareri – non di rado autorevoli – sia in un senso che in un altro. 
Come dare torto a chi sostiene che ci sono molte somiglianze fra la situazione socio-economica e culturale-politica dell’Italia contemporanea con l’Italietta del 1922 o con la Repubblica di Weimar del 1933? Come non preoccuparsi ascoltando il cervello della Lega, Giorgetti, dichiarare al meeting di “Comunione e Liberazione” (il movimento cattolico che, fedele al suo più prestigioso esponente, Formigoni – oggi in stato di detenzione – ha applaudito il peggio della politica italiana, da Andreotti a Berlusconi) che“la democrazia rappresentativa è ormai superata, il Parlamento non conta più nulla ed è inutile farne un feticcio: le persone lo vedono come un luogo di inconcludenza. Il populismo ha vinto, prima in America e ora un po’ ovunque, e consacra il rapporto diretto tra leader e popolo”. O come non allarmarsi davanti a un’ignoranza compatta, senza neppure una piccola crepa, dell’alfabeto costituzionale rivelata da dichiarazioni come questa di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: “Inaudita ed illegale decisione del #TardelLazio pro clandestini e pro #Ong : ci vorrebbe la galera per chi ha preso questa decisione. Siete d’accordo?”.
Dall’altra parte, però, non mi sembrano senza consistenza le obiezioni di quanti trovano eccessivamente allarmistiche queste preoccupazioni dal momento che la svolta dittatoriale dovrebbe avere come protagonista un ragazzotto da discoteca, incapace da sempre di ottenere un titolo di studio universitario o di svolgere una qualsiasi prestazione lavorativa, addirittura meno credibile di Mussolini (maestro elementare) e di Hitler (soldato pluridecorato per azioni belliche). 
Personalmente incerto fra l’una e l’altra previsione, preferisco rinunziare a prevedere il futuro e impegnarmi nel presente. Se ognuno intensifica il proprio impegno civico nel contesto in cui opera; se rinunzia a perdere tempo con le chiacchiere da salotto o da comizio e lo impiega per uscire dall’analfabetismo in ambito giuridico, sociologico, storico, economico e politico; se, grazie a un minimo di strumenti cognitivi in più, dedica il tempo - sottratto alle polemiche sloganistiche da Facebook – a documentarsi sui dati oggettivi delle questioni in gioco, certamente non sbaglia. Il futuro non è scritto anticipatamente da nessuna parte. Lo scriveremo noi sessanta milioni di cittadini italiani, soprattutto se chi ha il privilegio immeritato di avere qualche marcia (intellettuale, morale e professionale in più) si deciderà ad interloquire – dunque ad ascoltare e a parlare – senza spocchia con le fasce meno abbienti della società. Una volta era questo il compito che i grandi partiti – infelicemente definiti di “massa” – e i grandi sindacati di ispirazione democratica affidavano alle scuole di formazione, alle sezioni territoriali, alle cellule nei luoghi di lavoro, ai centri sociali, ai circoli sindacali, alle case del popolo…Lo facevano in maniera quasi sempre dogmatica, unilaterale, faziosa (e, da questo punto di vista, è difficile rimpiangerne le iniziative); ma lo facevano. Si tratta adesso di riattivare quella rete capillare di pedagogia popolare per far passare contenuti più problematici, più poliedrici: e perciò, alla lunga distanza, più fruttuosi. Non so se i populismi deteriori di destra hanno già la maggioranza elettorale, ma ciò che mi preoccupa è se abbiamo già – direbbe Antonio Gramsci - l’egemonia culturale: detto altrimenti, se nei cittadini si è radicata la convinzione che l’individualismo (soggettivo) e il sovranismo (nazionale) siano davvero la strada migliore per migliorare la qualità della vita propria e dei propri figli. Sul piano elettorale, spetta ai partiti sinceramente democratici trovare dei punti di intesa al di là delle legittime divergenze su tematiche specifiche; ma sul piano dell’egemonia culturale la “riforma intellettuale e morale” spetta alle agenzie educative e alla paziente, quotidiana, fatica dei cittadini e delle cittadine.

Augusto Cavadi


mercoledì 14 agosto 2019

MATRIARCATO ALLA SICILIANA


“Il Gattopardo”
Luglio 2019 

IL POTERE DELLE DONNE

Le cronache di questi riportanoi dati rilevati da Unioncamere e Infocamere, secondo i quali è la Sicilia a conquistare il podio come regione in cui le donne avviano un’azienda o un’attività, seguita dal Lazio, dalla Campania e dalla Lombardia.
La notizia non va enfatizzata. Siamo infatti in una fase socio-economica in cui molte imprese (sia al maschile che al femminile) chiudono e in cui le imprese che vengono attivate sono – in termini assoluti, indipendentemente dalla percentuale di titolari donne – in calo. Inoltre va osservato che in alcune regioni come la nostra non poche donne prestano il proprio nome a mariti, padri e fratelli che, per varie disavventure giudiziarie, non possono risultare titolari di un’impresa.
Pur con queste cautele, comunque, la notizia dell’incremento percentuale di aziende intestate a donne (oggi intorno al 25% del totale) resta incoraggiante. Né particolarmente sorprendente.
Infatti, nonostante nell’immaginario collettivo internazionale (alimentato dalla letteratura, dal cinema  e dalla televisione) le donne siciliane vivrebbero all’ombra dei maschi, gli studi storici e socio-antropologici  ci restituiscono una rappresentazione abbastanza diversa. Detto in soldoni: a un patriarcato di facciata corrisponderebbe un matriarcato di sostanza. 
Spesso, infatti, l’uomo di famiglia è il grande (o forse il piccolo) assente. Quando non è in galera, esce presto la mattina per andare a lavorare o a cercare un lavoro giornaliero o a delinquere; torna tardi la sera o addirittura preferisce non tornare per mangiare e bere all’osteria del quartiere. Anche negli ambienti borghesi gli impegni di lavoro in ufficio o in trasferta (per non contare qualche fuga sentimentale più o meno occasionale) trattengono il marito fuori casa da mane a sera. Alla moglie-madre (soprattutto nei casi in cui non è impegnata anche lei per lavoro o in cui è impegnata solo in tempi ridotti) resta il peso  - ma anche il corrispettivo potere gestionale e pedagogico – della famiglia e della casa. Insomma, le donne siciliane hanno avuto per lunga tradizione la necessità di svolgere più mansioni effettive di quante non ne fossero attribuite loro ‘ufficialmente’. Anche quando, a una riunione di condominio o a un’assemblea di quartiere, partecipa l’uomo di casa, non è raro che vi sia stato spinto dalle insistenze della consorte (di cui è poco più che un portavoce). 
Una storiella divertente (ambientabile in molte zone del mondo, certamente anche in Sicilia) racconta che, in  una seduta collettiva di sostegno per mariti maltrattati, lo psicoterapeuta abbia chiesto di dividersi in due gruppi: da un lato chi doveva obbedire sempre alla moglie e dall’altro chi riteneva di essere autonomo. In questo secondo gruppo si colloca un uomo soltanto e lo psicoterapeuta gli chiede per quali motivi abbia deciso così. “Me l’ha ordinato mia moglie prima di uscire da casa” fu la risposta non proprio confortante.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 11 agosto 2019

MILLE ABUSI, MA NESSUNA AUTORITA' INTERVIENE

“Repubblica” (Palermo)
10.8.2019

I MILLE ABUSI QUOTIDIANI CUI NESSUNO PONE RIMEDIO

Ad agosto si vorrebbe godere di una tregua dalle amarezze. Ma – ci si dovrebbe precludere la vista di ciò che accade fuori dalle mura di casa e la lettura dei giornali. A Palermo come altrove. Perché se, invece, non ti bendi gli occhi, le notiziacce si inanellano una dopo l’altra in un dannato filo rosso.
La Finanza entra, a caso, in alcuni ristoranti e trova che la regola sono gli addetti pagati in nero: allora la memoria ti va a quelle decine di ragazzi che hai conosciuto negli ultimi anni, che non sono stati pagati per mesi di fatiche estive senza né orari né giorni di riposo settimanale, che hanno vinto la causa contro i datori di lavoro fedifraghi e che però non hanno ricevuto – e non riceveranno mai – quanto gli spetta (perché gli avvocati non trovano conveniente difendere questo genere di clienti sino all’ingiunzione di pagamento). Su Facebook qualcuno ha scritto: “Non sono i camerieri e i raccoglitori di frutta a scarseggiare, ma gli schiavi”.
Un autista dell’Amat, scelto a caso, racconta la protervia quotidiana di ragazzacci che assalgono i bus e i passeggeri nella totale impunità: allora la memoria ti va a quelle innumerevoli volte in cui hai assistito a scene simili e hai dovuto inventarti una decisione diversa per non peccare di omissione, ma neppure aggravare le situazioni.
Le telecamere della Forestale registrano, a caso, dei negozianti che scaraventano sul letto dell’Oreto materiali ingombranti: allora la memoria ti va alla piazzetta sotto casa tua dove tutti gettano di tutto, agli inviti che hai rivolto inutilmente ai concittadini di di concordarne il ritiro con la Rap e di sentirti rispondere – e sai che non è una falsità – che i camion della Rap, ogni volta che svuotano cassonetti, lasciano scolare il percolato puzzolente che in estate rende l’aria a due passi dalla spiaggetta di Vergine Maria irrespirabile. L’anno scorso ho chiesto a un caposquadra a chi spettasse la pulizia del terreno dopo il loro passaggio dal momento che il netturbino di quartiere era attrezzato solo di scopa: mi ha alzato le spalle un po’ stupito della domanda.
Già, la piazzetta: come quasi tutta la città in mano a posteggiatori abusivi di cui devi calcolare, a occhio, la potenziale pericolosità prima di decidere come rispondere di volta in volta. A chi appartiene davvero la città? A chi questi posteggiatori – sia indigeni sia immigrati – devono pagare la percentuale dei loro incassi e fornire le informazioni necessarie a traffici ben più remunerativi? Da più di dieci anni i ragazzi di “Addiopizzo” ci ripetono che un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità: verissimo. Ma per uno straccio di dignità mi hanno già bucato le ruote della moto e rigato il cofano dell’auto: c’è un limite oltre il quale si diventa autolesionisti?
Già la spiaggetta: sarebbe pubblica, ma giorno dopo giorno è privatizzata da campeggiatori dalle tende sempre più ampie, forniti di tutto – dal frigorifero alla cucina – tranne che di servizi igienici. Chiami la Capitaneria di porto, chiami i Carabinieri, chiami la Polizia: “Sì, grazie, provvederemo”. Ma novantanove volte su cento non succede nulla. E sai, pe esperienza, che, in ogni ipotesi, chi sgombra la mattina ripianterà le tende la sera stessa. 
Ai Vigili urbani segnali che da anni l’unica stradina che congiunge Villa Igea con la piazza dell’Acquasanta è stabilmente occupata da macchine e moto in divieto di sosta (anzi, davanti al bar, addirittura in doppia fila !), che ciò impedisce la visuale delle auto che arrivano da via Ammiraglio Rizzo e strangola il traffico ogni volta che si incrociano due bus;  ma invano. Come invano segnali che, poco dopo, in piazza Giachery, davanti all’Ucciardone, all’uscita della zona dei rifornimenti di benzina, esiste uno stop che quasi nessuno rispetta: se presumi che ciò avvenga, come di solito in Italia da Roma in su, devi essere disposto a farti fracassare la fiancata sinistra dell’auto o a farti urtare e scavalcionare dalla moto.
La considerazione più triste, più deprimente? Che, per ciascuno di questi problemi, ho constatato di persona in alcuni casi – e mi è stato riferito in altri – che la soluzione è arrivata, ma non dalle istituzione dello  Stato. Ho visto con i miei occhi autisti di bus farsi coraggio e minacciare di botte le bande dei ragazzi più tracotanti; automobilisti minacciare di reazioni violente i posteggiatori se avessero trovato le auto danneggiate (“Non pago, ma se la macchina la trovo rotta, tu hai smesso di ‘lavorare’ qua”); giovani del quartiere intimare a campeggiatori abusivi di andarsene entro dodici ore (“Se non volete trovare le tende incendiate”). E un cameriere, a cui il datore di lavoro continua a negare da anni le paghe concordate nonostante una sentenza del tribunale favorevole, solo pochi mesi fa mi confidava quasi sul punto di lacrimare: “Gli unici che riescono a ottenere il rispetto dei propri diritti sono i colleghi che si rivolgono al capo mafia della zona. Ma non sanno che così si vendono per sempre la libertà ?”.
 Ogni tanto ritorna la querellese l’antimafia debba essere monopolio di alcuni schieramenti politici o patrimonio condiviso. Sommessamente direi che la questione si può risolvere solo con i dati di fatto. Un ministro degli interni di destra, un sindaco di sinistra, un prefetto che dovrebbe coordinare tutte le forze dell’ordine in difesa della legalità democratica a prescindere dai riferimenti ideologici e partitici: che aspettano per liberare il cittadino comune dall’infernale alternativa di subire l’impunità sistemica dei prepotenti oppure entrare in meccanismi perversi che hanno distrutto la convivenza civile?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 9 agosto 2019

IL CARDINALE MUELLER ACCUSA LA SUA CHIESA


29.7.2019


IL J’ACCUSE  DEL CARDINALE MÜLLER ALLA CHIESA CATTOLICA DI PAPA FRANCESCO

Nel linguaggio ecclesiastico, i “ministri” di cui si avvale il papa per governare la chiesa cattolica si chiamano “prefetti” e i rispettivi ministeri si chiamano “congregazioni”. Tradizionalmente il “prefetto” della “Congregazione per la dottrina della fede” (ex Sant’Ufficio e, prima ancora, Santa Inquisizione) è stato considerato il braccio destro del papa, il più prestigioso e il più influente. Così, tanto per avere un’idea, si consideri che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ai tempi di Giovanni Paolo II è stato Joseph Ratzinger, divenuto suo successore col nome di Benedetto XVI.
Per misurare la drammaticità dell’attuale situazione nella Chiesa cattolica basti sapere che il cardinale Gerhard Ludwig Müller– prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012 al 2017  (anno in cui, scaduto il primo quinquennio del suo mandato, è stato sostituito con un altro cardinale dal nuovo papa Francesco) – è attualmente una delle punte di diamante della fronda anti-bergogliana costituita da una minoranza, non esigua e comunque molto attiva, di cardinali, vescovi, preti e teologi (anche “laici” nell’accezione ecclesiale di “non presbiteri”).
In un recentissimo documento del luglio 2019 il porporato tedesco si è chiesto quali siano le ragioni del calo attuale di consensi della chiesa cattolica (“una scarsa partecipazione alla Messa, pochi battesimi e cresime, seminari sacerdotali vuoti, il declino dei monasteri”;  nella sola Germania, “nel 2018 oltre 216.000 Cattolici hanno lasciato la loro casa spirituale abbandonando esplicitamente la Chiesa”; “nell’America meridionale un tempo quasi completamente cattolica, i Cattolici, proprio come in Germania, hanno lasciato la Chiesa Cattolica a milioni”) e ne ha elencato una serie:
a)   La “secolarizzazione” della Chiesa che non ha il coraggio di presentarsi, come nei secoli precedenti, “nella sua essenza e nel suo mandato” quale “istituzione divina”, fondata da Cristo stesso e “necessaria per la salvezza” eterna. Essa, invece, tenta di “legittimarsi davanti a un mondo scristianizzato in modo secolare come lobby natural-religiosa del movimento ecologico”, o “di presentarsi come un’agenzia di soccorso per i migranti che elargisce denaro”, col risultato di perdere “ancora di più la sua identità di Sacramento universale di salvezza in Cristo” senza per altro ricevere “affatto quel tanto desiderato riconoscimento da parte dell’opinione corrente verde di sinistra”;
b)   il “cambiamento del Sacramento degli Ordini Sacri in un sistema professionale di funzionari ben retribuiti”;
c)   il “passaggio del <<potere>> percepito come politico, da vescovi e sacerdoti ai laici, con una clausola aggiuntiva che prevede che, a parità di qualifiche, le donne dovranno essere preferite”;
d)    la revisione della “morale cristiana”, “squalificata in quanto si pone <<contro il corpo>>, e, presumibilmente, non è compatibile con gli standard della moderna scienza sessuale”;
e)   l’abolizione del celibato a vita  (sia dei preti che dei frati e delle suore)  in quanto  “percepito come un imbarazzo – come un elemento alieno o un rifiuto residuo dal quale ci si debba liberare il più rapidamente e scrupolosamente possibile. Al massimo, questo celibato potrebbe essere concesso ad alcune persone stravaganti come forma masochistica di un’autodeterminazione estremamente autonoma”.

Ognuno di questi punti andrebbe spiegato ulteriormente, specie a un lettore che non abbia particolari competenze teologiche, ma – andando all’essenziale – mi chiedo: se dal XII secolo milioni di cristiani hanno lasciato la chiesa cattolica ( al seguito di Pietro Valdo, Lutero, Calvino, Zwingli…) perché non condividevano nessuno dei princìpi richiamati dall’arcivescovo Müller; se oggi migliaia di teologi cattolici si sono convinti della insostenibilità di tali princìpi sia in base all’esegesi della Bibbia sia in base allo studio della storia; se oggi milioni di cattolici – specie se mediamente istruiti – non ritengono in coscienza di poter condividere l’insegnamento ufficiale della chiesa, perché non chiedersi se, per caso, è quest’ultimo a dover essere ripensato radicalmente? Gli ecclesiastici in polemica con i colleghi “progressisti” e con lo stesso vescovo di Roma mi ricordano la storiella del matto lanciato a tutta velocità in autostrada che si chiede, stupito, come mai in quel giorno centinaia di automobilisti avessero perso la testa e corressero in direzione opposta alla sua. Oggi basta leggere libri seri, ma divulgativi - comeL’inutile fardellodel cappuccino  Ortensio da Spinetoli, Cristiani nel XXI secolo?del gesuita Roger Lenaers o Perché il cristianesimo deve cambiare o moriredel vescovo episcopaliano John Shelby Spong -  per rendersi conto che:
a)   Gesù non ha mai pensato di fondare nessuna chiesa;
b)   per i primi secoli i preti non erano dei battezzati cui veniva impresso un sigillo “ontologico” che li rendeva qualitativamente altri rispetto al popolo, ma uomini “presbiteri” (letteralmente: “più anziani”) che continuavano la loro vita matrimoniale e lavorativa;
c)    le donne erano escluse da ruoli di governo per ragioni storico-sociologiche contingenti, non per chi sa quale trascendente volontà divina;
d)   la morale cristiana, inizialmente attenta alle tentazioni del denaro e del potere, si è via via appiattita su posizioni sessuofobiche che le scienze mediche e umane attuali stigmatizzano come irrazionali;
e)   la scelta di vivere castamente una condizione celibataria, per dedicarsi totalmente alla causa del “regno di Dio” (dunque della fraternità, della giustizia, della contemplazione del bello, della solidarietà con l’intero creato…), ha una sua intrinseca validità, ma non può diventare un obbligo giuridico che intrappola per l’intera vita dei maschi o delle donne che decidano di abbracciarlo in una fase di entusiasmo giovanile.

Insomma, i conservatori di oggi come di ieri dovrebbero rassegnarsi: quando è il vangelo del profeta nomade di Galilea a dettare la linea, saltano i sistemi ideologici e istituzionali costruiti dagli esseri umani per proteggersi dalle sorprese dell’esistenza e dai rischi di una vita spesa per la ricerca della verità e la gioia della condivisione solidale con gli “impoveriti” della terra.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


https://www.zerozeronews.it/papa-francesco-sotto-attacco-chiesa-divisa/

mercoledì 7 agosto 2019

DARE UN'ANIMA ALL'EUROPA: COME ?

“Viottoli”
Anno XXII, 2019, 1
UN’ANIMA PER L’EUROPA

Un organismo statuale può essere disegnato a tavolino e imposto alla popolazione, ma non può perseverare nel tempo senza un principio animatore e unificatore. Senza un ideale anche imperfetto, anche perverso: che sarebbero gli Stati Uniti d’America senza la retorica della “frontiera”, la Francia senza l’esaltazione della “republique”, Cuba senza il mito della “revolucion”? 
Anche il processo di unificazione europea si è avviato in forza di un ideale: il rifiuto del nazi-fascismo. Questo processo, infatti, non sarebbe neppure partito se il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco non avessero dimostrato sino in fondo l’assurdità delle “guerre totali” in generale, fra gli Stati dell’area europea in particolare. Ma il riferimento dialettico, l’anti- (nazifascismo), sufficiente per partire, si dimostra insufficiente per proseguire il cammino. Ci si stupisce della lentezza e della contraddittorietà del processo di unificazione europea: ma, senza una méta che attragga le menti e i cuori dei cittadini, sarebbe strano il contrario. Ogni federazione, o anche solo confederazione, implica vantaggi e svantaggi: per apprezzare i primi basta un’abile ragione calcolante, per accettare i secondi è necessaria una tensione etica. Un’Europa senz’anima non può vincere gli egoismi nazionali.
Ma cosa intendiamo, più precisamente, quando affermiamo che l’Europa dei nostri anni è priva di “anima”? 
Come tutte le volte in cui si prova a nominare l’immateriale, anche in questo caso una certa vaghezza è inevitabile. Ma, se si resta nell’indeterminato, il rischio di fermarsi alla lamentazione sterile - senza elaborare vie d’uscita praticabili - è altissimo.
Proviamo dunque, senza pretesa di esaustività, ad articolare un po’ questa nozione: di che sarebbe costituita un’ “anima” europea se ci fosse o se, un giorno, potesse emergere? 
Innanzitutto implicherebbe una “memoria” condivisa. La storia civile - ma anche politica, religiosa, filosofica, artistica, scientifica – degli europei si snoda attraverso un filo rosso comune: a me pare incredibile che non esistano testi scolastici adottabili, nelle diverse lingue, da insegnanti di ogni nazionalità. Certo, questo implicherebbe la rinunzia allo studio analitico di molti avvenimenti storici “locali”;  di molte guerre risoltesi – nonostante il sangue versato – nella conferma dello status quoprecedente;  di molte confessioni religiose minoritarie estintesi o assorbite in chiese storiche oggi ancora vitali;  di molti scrittori poeti pittori filosofi scienziati che attualmente vengono conosciuti a scuola negli Stati di appartenenza…ma impedirebbe al ragazzo spagnolo di ignorare Mozart, al ragazzo italiano di ignorare Shakespeare, al ragazzo inglese di ignorare Kant, al ragazzo tedesco di ignorare Cervantes, al ragazzo francese di ignorare Michelangelo . Soprattutto, consentirebbe a ogni ragazzo europeo di avvertire come  “connazionali”  Mozart e Shakespeare, Kant, Cervantes e Michelangelo. Oggi più che mai la qualità deve avere la meglio sulla quantità: Internet ci offre tutte le informazioni che possiamo desiderare, ma solo la scuola può suscitarci il desiderio effettivo di cercarle, il senso critico per selezionarle, la maturità sapienziale per collegarle. Come sostiene Harari, l’autore di Homo Deus, ieri il potere consisteva nell’ottenere molte informazioni, oggi nel sapere quali è meglio ignorare.
La “memoria” di ciò che ha fatto grande, anzi unica al mondo, l’Europa sarebbe monca, anzi deleteria, se non fosse – inseparabilmente – consapevolezza autocritica dei disastri di cui essa si è resa responsabile nei secoli: dalle Crociate anti-islamiche allo sterminio dei popoli indo-americani, sino alle violenze troppo spesso censurate del colonialismo in Africa, Asia, Oceania. I processi di rimozione dei propri errori, delle proprie colpe oggettive, avvelenano la psiche collettiva proprio come la psiche individuale. 
Solo una “memoria” condivisa, e “purificata”, può aprire gli occhi degli europei sul presente: su una contemporaneità frastagliata, complessa, a cui non è possibile rispondere semplicisticamente con la logica della difesa militare. I governi europei, più o meno sfacciatamente, stanno reagendo ai processi migratori con politiche egoistiche che, da una parte, riflettono l’egoismo individualistico di molti elettori e, dall’altra, lo confermano, lo consolidano e lo espandono. Un’Europa maestra di egoismo collettivo, incapace di solidarietà internazionale , che continua a razziare materie prime dalle aree politicamente deboli e ad esportare in esse armi e corruzione, è un’Europa che manterrà per qualche tempo ancora i suoi privilegi, ma a costo di inquinare il “senso comune” dei suoi cittadini, di abbassare la sua credibilità morale, di demotivare l’impegno dei suoi figli migliori: un altro modo di dire che rinunzierà ad avere “un’anima”. Al contrario, l’Europa potrebbe intestarsi l’obiettivo di restare sul pianeta un’avanguardia di democrazia formale e (almeno in parte) sostanziale. E’ in atto una gara fra Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Unione Europea per il predominio politico-economico mondiale: una gara in cui sembrerebbe tutto lecito, nessuna mossa troppo sleale. Probabilmente è una gara che l’Unione Europea è destinata a perdere. Ma essa potrebbe vincere una competizione più importante, diventando un modello di rispetto dei diritti civili, politici e sociali dei suoi cittadini e un modello di partecipazione democratica alle scelte decisive dei governi. Si tratterebbe di un’Europa che assicuri più diritti ai lavoratori, ai malati, ai bambini, alle donne, alle minoranze etniche e religiose di quanto non facciano attualmente la Russia, la Cina e gli stessi USA (del cui sistema socio-sanitario sono tristemente note le falle). 
Un’Europa memore del proprio passato e (auto)-critica rispetto al proprio presente potrebbe mettersi nelle condizioni di condividere un “progetto” per il futuro. Attorno a quale ideale, a quale mito civile, a quale traguardo in grado di scaldare anche la dimensione emotiva, sentimentale, dei suoi cittadini? Non è facile rispondere. E la consapevolezza di questa difficoltà è premessa ineliminabile di ogni eventuale risposta. Perché non si può non partire dalla constatazione che, nell’incrocio di mentalità e di “visioni-del-mondo” differenti e spesso contrastanti, la “vecchia” Europa registra il predominio (per fortuna relativo, non assoluto) di una sorta di nichilismo consumista. L’eclissi delle “grandi narrazioni” perdura sino a farci sospettare che si tratti di un tramonto. E, per giunta, definitivo. Religioni, sistemi filosofici, ideologie politiche: tutto ci sa di avariato, di indigeribile. Gli ingenui, o i molto furbi, puntano sul recupero nostalgico del passato; ma chi ha studiato un po’  le carte sa che la delusione nei confronti di chiese e partiti non è infondata. Cristianesimo medievale, umanesimo liberal-borghese rinascimentale, socialismo ottocentesco – per non parlare d’altro di peggiore – hanno sprecato l’occasione di mantenere le promesse di salvezza, qui ed ora, che li avevano resi così attraenti agli esordi nella scena mondiale. 
   Che fare, dunque? 
   Possiamo adattarci al deserto, adeguarci alla tattica del giorno-per-giorno. Magari riscoprendo le “piccole patrie”, i “campanili”, le “tribù”, anche a costo di sbranarci fra vicini di casa come, sul finire del XX secolo, abbiamo assistito nella ex-Jugoslavia. Oppure possiamo, senza fretta ma senza sprecare neppure una giornata di lavoro, provare a ricostruire una nuova “utopia” che, raccogliendo le gemme della tradizione europea, le sappia intrecciare e soprattutto renderle appetibili. Il nucleo di questa ipotetica “utopia” – starei per dire, in un senso abbastanza differente da Sorel, di questo “mito” – non dovremmo inventarlo, ma riscoprirlo: sono i “sacri princìpi dell’Ottantanove”. “Libertà, uguaglianza, fraternità”: il segreto è che fruttificano solo se in connessione, isolati producono tragedie. 
   A più di due secoli di distanza dalla Rivoluzione francese abbiamo tutti gli elementi per capire che si tratta di tre idee-guida da integrare necessariamente in un’ottica più ampia, più saggiamente comprensiva. Esse sono inficiate da alcune caratteristiche insostenibili: l’antropocentrismo, l’individualismo, il maschilismo. Infatti l’orizzonte illuministico ( a cui si sono riferiti tanto le società capitalistiche quanto i socialismi reali) era un orizzonte antropocentrico, cieco rispetto alle esigenze e direi alla dignità intrinseca del cosmo naturale e, in particolare, degli altri esseri animali e senzienti; era un orizzonte individualistico, immerso nell’illusione che il bene comune derivasse automaticamente dalla somma degli interessi privati perseguiti individualmente; era un orizzonte maschilista che non riusciva a pensare la donna se non come satellite dell’uomo inteso, riduttivamente, come maschio. 
Oggi sarebbe da folli perseguire una libertà, una uguaglianza e una fraternità che non fossero solidali con la naturain tutte le sue variegate e preziose espressioni; inclusive delle fasce sociali, e dei popoli, violentemente emarginati dai progressi scientifici e tecnologici che promuovono davvero il benessere; declinate anche al femminilesecondo le istanze, disattese, della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” di Olympe de Gouges. 
    Una tensione etica collettiva verso un intreccio di libertà, uguaglianza e fraternità connotato non-antropocentricamente, non-individualisticamente e non-maschilisticamente sarà impossibile senza l’apporto creativo di qualche artista (un poeta, un musicista, un pittore, un regista, un romanziere, un autore di teatro…) che sappia dare a questo intreccio di valori una forma, una configurazione iconica, capace di toccare anche le nostre fibre emotive. Anche su questo aspetto della questione seguo Edgar Morin: all’homo sapiens/demens che siamo conviene “salvaguardare sempre la razionalità nell’ardore della passione, la passione nel cuore della razionalità, la saggezza nella follia” (Il metodo. 6. Etica, Cortina, Milano 2005, p. 157). Non dissimile la recente raccomandazione di papa Francesco ai teologi in un documento dedicato alla riforma degli studi nel mondo cattolico: “E’ necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi” (Veritatis gaudium, 4).
    Una chiosa finale: l’Europa con un’anima, l’Europa con questa anima, sarebbe un’Europa a sinistra? Dico subito che non sono fra quelli che ritengono obsoleta la differenza fra “destra” e “sinistra”. Sul tema Norberto Bobbio ha scritto cose a mio parere definitive: essere a “sinistra” significa tendere verso l’uguaglianza, la libertà, la pace; essere a “destra” significa privilegiare la disuguaglianza, l’autorità, la guerra (anche se, per ciascuno di questi temi, bisogna aggiungere tante precisazioni da scriverci un intero libro: Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1999). 
    Eppure…eppure c’è un problema serio di logoramento delle parole. Dio, fede, cristianesimo, chiesa, amore, democrazia…: qualcuno, ogni tanto, propone un silenzio riparatore. Per un anno o dieci evitare di nominare non solo il nome di Dio, ma tutti i nomi che in qualche misura avrebbero una valenza sacra e sono stati inflazionati, quando non sputtanati, dall’uso e dall’abuso quotidiano. Ecco, qualcosa di simile lo vedrei necessario per la categoria “sinistra”: perché quando la pronunziamo evochiamo ideologie, movimenti, personaggi, eventi, periodi troppo differenti (e, in alcuni casi, francamente inaccettabili). “Sinistra” è Proudhon, Marx, Gramsci, Matteotti, Berlinguer, Gorbaciov; ma sinistra è anche Stalin, Brezhnev, Pol Pot, Craxi, Ceausescu. Perché pretendere che l’uomo della strada, o l’esponente di una nuova generazione, selezionino mentalmente l’accezione storicamente ‘buona’ di “sinistra” e scartino la ‘cattiva’? E perché, più radicalmente, escludere che dopo un anno o dieci di digiuno linguistico non si trovi qualche parla nuova per indicare il meglio della “sinistra”?  Un mio amico, Orlando Franceschelli, ama la formula “popolo del bene”: ha il suo fascino, ma mi lascia perplesso il riferimento mentale – che potrebbe sorgere spontaneamente – a un ipotetico “popolo del male” costituito da chi la pensasse diversamente. Di una cosa sono certo: nessun ideale filosofico-etico-politico, nessun progetto più o meno post-ideologico, potrà nascere dall’ignoranza di ciò che l’Europa ha elaborato negli ultimi cinque secoli. Il liberalismo, il comunismo, l’anarchismo, la socialdemocrazia, la dottrina sociale cattolica, l’ambientalismo…hanno prodotto analisi, avanzato ipotesi, suggerito terapie: nel mio La bellezza della politicaho cercato di richiamarne alcune più rilevanti, convinto, come recita il sottotitolo, che bisogna andare Attraverso – e oltre – le ideologie del Novecento. Sì, oltre:ma solo avendole attraversate, non scavalcandole allegramente come se la storia cominciasse con noi.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com 

AUTOPRESENTAZIONE (richiesta dalla redazione del semestrale):
Sono filosofo nell’accezione meno trionfalistica del termine: cerco di capire qualcosa del mondo e della vita,  in ascolto di chi parli per esperienza e con sincerità. Sino a 66 anni ho praticato la filosofia soprattutto nelle scuole, da tre anni continuo dove trovo interlocutori. 

lunedì 5 agosto 2019

GLI INSEGNANTI ANTI-DEMOCRATICI VANNO LICENZIATI

“REPUBBLICA-PALERMO”
4.8.2019

LA SCUOLA E I VALORI ETICI DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

La scuola deve solo istruire o anche educare gli alunni? La questione è molto meno semplice di quanto appaia a prima vista. Nelle sale d’attesa dei dentisti o sui social la risposta ricorrente è affermativa: in una fase di difficoltà delle agenzie educative tradizionali (famiglie e chiese in primis), spetterebbe agli insegnanti impartire ai giovani gli elementi basilari di una corretta convivenza civile.
Questa opinione, per quanto diffusa, non tiene conto di almeno due obiezioni. La prima è più intuitiva: a scuola – dove arriva a cinque o sei anni, quando i tratti essenziali del suo carattere sono ormai forgiati dall’eredità biologica e dalla situazione ambientale - un ragazzo trascorre solo una parte delle sue giornate, una parte delle giornate della sua settimana, una parte dei mesi l’anno. Ma, ammesso che fosse possibile ai docenti “educarli”, sarebbe anche legittimo? Ogni educatore ha – consapevolmente o meno, più spesso inconsapevolmente – un progetto pedagogico in mente: un’idea di uomo e di donna, un modello antropologico e morale che vorrebbe incarnato dall’educando (come si chiama ancora in qualche testo ‘classico’).   Siamo sicuri che un genitore cattolico vorrebbe che il figlio fosse “formato” da un docente di orientamento ateo (o viceversa)? Che una madre femminista e progressista vorrebbe per la figlia una maestra tradizionalista di convinzioni conservatrici (o viceversa) ? Che dei genitori musulmani vorrebbero dei professori ebrei ortodossi  (o viceversa)?
 A questo punto si potrebbe ipotizzare che l’insegnante ideale sia una sorta di computer, che istruisce cognitivamente senza condizionare pedagogicamente.  Ma, a parte il piccolo particolare che un docente-computer potrebbe trasmettere tutto tranne l’essenziale (intendo l’interesse, anzi la passione, per la conoscenza, la riflessione, il dialogo), resta un dato su cui si presta poca attenzione: che, anche non volendo, ogni adulto costituisce – di fatto, oggettivamente – una proposta etica per i giovani. Nel modo di vestire, nel modo di gesticolare, nel modo di rivolgersi agli altri - senza contare i commenti che inevitabilmente ‘scappano’ tra una spiegazione e l’altra di matematica o di greco sugli immigrati o sulla crisi ecologica – ogni insegnante è un “corpo” insegnante, vivo e eloquente, significativo e condizionante. Egli ha dunque il dovere di curare la valenza morale e pedagogica del suo insegnamento, concentrandosi (e limitandosi) per quanto possibile sui valori etici inclusi nella Costituzione della Repubblica democratica che lo ha assunto e lo stipendia. Se tradisce questo grappolo di valori, non rispettando le norme in cui di volta in volta i codici civile e penale li traducono,  va licenziato senza pietismi. E’ accaduto con gli insegnanti agrigentini che hanno barato sui privilegi della legge 104. Benissimo. 
Ora attendiamo che lo stesso criterio – impeccabile – si applichi a tutti gli insegnanti che calpestano, in parole e in azioni, i princìpi costituzionali. Come avvertiva Kant nel Settecento, da cittadino ho il diritto di criticare pubblicamente le leggi dello Stato con i discorsi e con gli scritti; ma, come funzionario dello Stato, no. In cattedra non ho il diritto di contestare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (dunque anche degli omosessuali o dei Rom) o il ripudio della guerra come mezzo per dirimere le controversie internazionali. Tanto meno – passando dal piano delle parole al piano dei comportamenti - ho il diritto di trattare in maniera platealmente iniqua (sin dal primo anno, all’atto dell’iscrizione in un corso piuttosto che in un altro) gli alunni in base al ceto sociale e al censo delle famiglie  o di assentarmi dalle lezioni abusivamente (adducendo inesistenti impegni di amministratore comunale o di sindacalista, approfittando della negligenza di dirigenti scolastici che non chiedono di volta in volta la certificazione); così come non è lecito che svolga attività professionali extra-scolastiche o senza l’autorizzazione, anno per anno, della dirigenza o comunque talmente impegnative, in termini di tempo e di energie intellettuali, da pregiudicare le prestazioni in aula previste dal contratto di lavoro. 
  Nel mezzo secolo trascorso nel mondo della scuola ho ascoltato troppe volte – sia pure a mezza voce –colleghi che adducono, per autogiustificarsi, o motivazioni ideologiche o più banalmente  motivazioni economiche. La professionalità docente dovrebbe, in effetti, essere rifondata radicalmente spezzando il (tacito) patto vigente fra l’amministrazione statale e i candidati all’insegnamento: “Ti assumo senza selezioni rigorose, ti esonero da qualsiasi verifica in itinere, ma in cambio accetti uno stipendio irrisorio”. Fino a quando la situazione resterà immutata, gli alunni migliori di ogni annata sceglieranno carriere più prestigiose socialmente e più gratificanti economicamente. Chi, nonostante tutto, continua a optare per l’insegnamento non può nascondersi dietro nessun alibi: il suo ruolo è d’istruire, ma senza dimenticare che in ogni relazione sociale ci educhiamo – costruttivamente o negativamente – gli uni con gli altri. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


sabato 3 agosto 2019

PENSARE SUL MEDITERRANEO SECONDO LEONE

                                                          
WWW.ZEROZERONEWS.IT

UN MARE DI PENSIERI

 di Rosalia Leone

Filosofia e Mediterraneo: in che rapporto stanno? Una bella sfida trovare un nesso fecondo  tra una disciplina (per giunta problematica) e un mare, come ha tentato Augusto Cavadi in Pensare sul Mare-tra-le-terre. Filosofia e Mediterraneo (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pp. 69, euro 10,00). E un’avventura scrivere una quasi-recensione, districandosi nel mosaico di idee di un testo per focalizzarne quelle che ho ritenuto rilevanti o che insinuano qualche dubbio. 
Innanzitutto il libro si propone di rispondere all’invito urgente, di  ieri e di oggi, di “pensare il Mediterraneo e mediterraneizzare il pensiero” (secondo la formula di Edgar Morin che per altro dà il titolo a un piccolo volume della medesima Collana a cura della sezione dei Gesuiti della Facoltà teologica di Napoli): di pensare intorno a un mare che, da incubatrice di alta spiritualità e da grembo di pienezza civilizzatrice, si è ridotto a immenso cimitero di disperati; da ponte fra i popoli a frontiera e limite. L’autore, citando Franco  Cassano,  ci spiega  che il significato più alto del Mediterraneo sta nel suo essere luogo dove si affacciano molti fondamentalismi, incluso l’etnocentrismo europeo, che ha preteso nei secoli di annullare la differenza dell’altro; ma anche luogo in cui, dinanzi ai  tanti fondamentalismi, la filosofia, scuola di laicità, ha lavorato e lavora a disinnescarne la carica distruttiva. Essa, in quanto ricerca del fondamento,  relativizza gli assoluti, problematizza, è libera ed è liberatrice: le spetta il compito di favorire la conoscenza reciproca delle visioni del mondo in gioco. La filosofia occidentale - dono di saggezza, non unico, del bacino del Mediterraneo al mondo intero - oggi può capire come stanno le cose, cercare, ma anche distinguere, cernere, contaminare, cercare radici  e, come i marinai, approdare (sia pur provvisoriamente) solo  dopo avere perlustrato a lungo il mare e senza illusioni sulla precarietà dell’esistenza. Dinanzi alle tragedie del nostro tempo si assume “il compito di lavorare per il ben-essere dell’umanità”, prima di tutto diradando le tenebre dell’ignoranza, dei pregiudizi, dei dogmi imposti con violenza.
  In queste pagine il Mediterraneo si configura come  metafora, esempio, spazio di relazione, (possibile)  ponte tra civiltà e culture. Esso fa  da  filo rosso di una veloce galoppata lungo i secoli in cui si è dispiegata la storia della filosofia occidentale con  legami più o meno profondi con il mare  che ne hanno accompagnato lo sviluppo. Filosofia che  “sa di mare” sin dalle origini greche quando il sapere si è sottratto alla sua forma oracolare ed è diventato opinabile e ha indicato con Talete l’onnipresenza generativa dell’ acqua. Essa non ha del tutto interrotto il rapporto con il Mediterraneo quando ha spostato l’epicentro a Roma né nel Medioevo.  Anche nell’Umanesimo e nel Rinascimento – secondo le esemplificazioni richiamate da Cavadi -nell’immaginario dei filosofi il mare continua a evocare apertura di orizzonti e società illuminate dalla fraternità. Nei cinque secoli successivi la filosofia si sposta nel cuore dell’Europa e sembra voltare la spalle al Mediterraneo, ma in molti autori a cui l’autore presta attenzione (anche quando, come Leone XIII, Leopardi, Gramsci e Pirandello non si tratta di filosofi ‘canonici’),  essa sulle rive del Mare-fra-le-terre raggiunge punte elevatissime.
Complessivamente, Cavadi sottolinea il valore della pluralità attestato dalle relazioni tra i popoli mediterranei: “ nessuna forma di vita è più vicina di un’altra alla perfezione. Nessuna tradizione può imporsi sulle altre. Il primo comandamento mediterraneo è tradurre le tradizioni, far sì che gli uomini diventino amici non nonostante le differenze, ma anche grazie ad esse” (così ancora l’antropologo pugliese Franco Cassano). Quanto al futuro, l’autore evidenzia la “svolta pratica” della filosofia (Davide Miccione), per cui essa cessa di essere una collezione di libri e tende a farsi “pratica del filosofare” che coinvolge la sfera soggettiva ed esistenziale di chi filosofa, si apre al mondo esterno e coinvolge interlocutori non-filosofi di professione, sollecita “governanti e governati ad affrontare le sfide epocali con le armi dell’intelligenza e del confronto razionale, temperando e orientando le pulsioni primordiali e le direttive del cervello rettile.”
E’ solo così che la filosofia, da teoria asettica, diventa  motore instancabile della vita reale degli individui e delle società , in un quadro complessivo di  “democratizzazione della ricerca filosofica”. In tal senso Cavadi ci  invita a modificare i parametri con cui si giudica un’epoca dal punto di vista filosofico: essa è grande quando conosce geni apicali , ma anche quando registra una diffusione capillare -  o per lo meno vasta -  del gusto e dell’abilità di pensare autonomamente. Con Alessandro Volpone si chiede:  “ Ammesso e non concesso che  vi sia un piccolo campione di gente che rappresenta in qualche senso la disciplina, perché supporre che tutta la disciplina si riduca a questo campione soltanto?” Il filosofo che “rompe i vetri delle serre” per offrire a sé e all’umanità la ricchezza dell’interazione con i non-filosofi possiede prerequisiti spirituali in senso laico: distacco dal denaro, dagli allettamenti della carriera e del successo; autocritica e ascolto delle critiche altrui; sete di conoscenza del vero e apertura all’alterità. Così filosofi di professione e filosofi per passione si sostengono a vicenda, sperimentando in varie situazioni il con-filosofare, nell’intento di spendere l’esistenza a pensare rettamente e a vivere in tendenziale coerenza con i propri pensieri. 
Tutto quanto sin qui detto è davvero molto importante nel proporsi come via di mediazione, ma, in mezzo a tanta rilevanza, si affaccia almeno un dubbio: la filosofia, che conduce a farsi una propria visione del mondo, un proprio modo di condurre la vita, può davvero aiutare a superare le differenze, dopo che le ha ottimamente create? Quali sono - e dove si vedono in atto - gli strumenti del confronto dialogico  tra coloro che si pongono le stesse domande con nessun altro interesse che decifrare il significato dell’esistere e del vivere?  Forse Cavadi si illude per eccesso di ottimismo: Il frastuono delle polemiche vane e amare suggerisce ben altro...Dopo aver prodotto tante idee, occorre che l’umanità esplori a fondo la via per confrontarle costruttivamente.

Rosalia Leone
https://www.zerozeronews.it/mediterraneo-un-mare-di-pensieri/



giovedì 1 agosto 2019

RAZZISTI ERAVAMO E RAZZISTI (QUASI TUTTI) RESTIAMO

1.8.2019

RAZZISTI ERAVAMO E RAZZISTI (IN BUONA PARTE) RESTIAMO

Il successo delle politiche sull’immigrazione decise da Salvini e dalla sua Lega sono la risultante di vari fattori: gli errori dei precedenti governi a guida PD, il tasso di corruzione degli italiani coinvolti nel sistema dell’accoglienza, la disinformazione sull’effettiva entità degli sbarchi e sugli effettivi benefici dei lavoratori stranieri integrati…e così ancora. Questa miscela esplosiva non avrebbe raggiunto il consenso sociale attuale (pari, grosso modo, a metà degli elettori) se non avesse trovato un terreno culturalmente favorevole: una mentalità silenziosamente, subdolamente, implicitamente razzista secondo la quale gli stranieri – specie se di pelle nera – appartengono a strati di umanità inferiori rispetto all’occidentale ‘medio’. Si tratta di un pregiudizio culturale antico che ha supportato il colonialismo imperialistico europeo fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: anche la disastrosa avventura da operetta del colonialismo italiano realizzato sia dai governi liberali del Regno d’Italia sia dal Fascismo. Con una differenza rispetto alle vicende storiche di altri Stati: che in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, non c’è stata nessuna seria autocritica e, dunque, nessuna radicale revisione delle premesse ideologiche che avevano inspirato le politiche del ri-nato Impero romano. 
 Su questa mancata de-colonizzazione fa riflettere la bella, documentata, monografia di Barbara Tonzar Colonie letterarie. Immagini dell’Africa italiana dalla fine del sogno imperiale agli anni Sessanta(Carocci, Roma 2017) che esamina alcune opere di scrittori italiani (Paolo Cesarini, Ennio Flaiano, Mario Tobino ed Enrico Emanuelli) operanti fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento. Anche da questi scritti risulta quanto antico e persistente – sino ai nostri giorni – sia stata la mistificazione dell’immagine dell’Africa agli occhi degli italiani: una terra “vergine”, da “conquistare” e “penetrare”, da riscattare dai vizi e dai ritardi dei suoi abitanti, elevandola ai livelli invidiabili della nostra “civiltà”. Un mondo ‘altro’ (di pigri, di vigliacchi, di primitivi) rispetto al quale edificare – per opposizione dialettica – l’identità nazionale, e nazionalistica, degli italiani. 
 In misura differente, i romanzi presi in esame evidenziano come in questa “misericordiosa” opera di civilizzazione si siano consumati stragi, delitti, stupri fisici e metaforici…E così hanno contribuito a mettere in crisi la narrazione – falsa e depistante – degli italiani “brava gente”, vittime innocenti della propaganda fascista perché , di per sé, incapaci di quelle crudeltà di cui si sono resi responsabili, ad esempio, i militi britannici e tedeschi. 
La verità, però, è ben altra. Come scrive la Tonzar sintetizzando alcune pagine di Mario Tobino, il nostro colonialismo (in Libia, ma non solo) ha riprodotto, “amplificati come sotto una lente, i maggiori vizi degli italiani: la vigliaccheria, l’opportunismo, l’obnubilamento mentale, l’ottusità e la crudeltà degli alti gradi dell’esercito, da un lato, e la cortigianeria dei sottoposti, dall’altro, l’assuefazione ai veleni della retorica e la sudditanza al cieco potere della burocrazia”. Vizi che, mai sottoposti a un esame di coscienza collettivo, sono rimasti ad avvelenare il clima nazionale post-bellico (direi sino ai nostri giorni). Celebre l’apparente candore – ancora più terribile se sincero – con cui Indro Montanelli raccontava negli anni Settanta in televisione di aver sposato a 23 anni una bambina abissina di 12 anni, “docile come un animaletto”, dopo averla acquistata dal padre, perché aveva bisogno di una donna…
  Ma un popolo inconsapevole dei suoi errori non avverte il dovere – morale e intellettuale – di fare i conti col proprio passato, condannandosi a rivivere, in pieno XXI secolo, le pulsioni xenofobe e razziste che si è limitato a rimuovere (proprio in senso psicanalitico). Ecco, dunque, che nell’immaginario collettivo, a dispetto di qualsiasi dato sociologico, sui barconi tentano la traversata delinquenti primitivi, non cittadini diplomati e laureati; prostitute a basso costo, non infermiere o atlete; bambini da addestrare come venditori di droghe, non da istruire ed educare affinché possano ritornare dai genitori in momenti migliori della storia dei Paesi d’origine. L’ignoranza del passato – tutto sommato recente – impedisce di riconoscere in loro i figli, e le vittime,  di un sistema politico-economico ingiusto, fondato sulla comune ricerca di profitti a ogni costo  da parte delle élites africane e delle imprese capitalistiche occidentali. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com