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martedì 28 dicembre 2021

IL GIUDICE LIVATINO RACCONTATO 'LAICAMENTE' DA AUGUSTO CAVADI


 www.girodivite.it

23.6.2021

 

IL GIUDICE LIVATINO RACCONTATO DA AUGUSTO CAVADI 

di Davide Fadda

 

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Questa è un po’ l’emblema dell’ultimo libro di Augusto Cavadi,  Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 110, euro 10,00). Il testo del filosofo e scrittore siciliano si propone di raccontare la figura di Rosario Livatino, giovane giudice ucciso dalla Stidda trentun anni fa, da una prospettiva più laica e meno confessionale. L’autore, infatti, sottolinea come la fede cattolica del giudice assassinato abbia indirizzato il taglio delle maggior parte delle pubblicazioni dedicategli, rendendo per certi versi riduttiva la portata narrativa della sua storia. In questo senso lo scritto si pone l’obiettivo di essere  «destinato a ogni genere di pubblico, ma in particolare a quanti non si riconoscono abitualmente nell’universo simbolico cristiano». Secondo Cavadi, infatti, la storia di Livatino ha qualcosa da poterci insegnare. Qualcosa che va al di là del credo religioso e che potrebbe accomunarci non solo in quanto cristiani, ma prima ancora in quanto «cittadini». Ed è proprio su questo incrocio semantico ed etimologico che si incontrano le parole cittadino e laico (dal greco laos, 'popolo', quindi che riguarda l’insieme delle persone, dei  cittadini, appunto). 

Sui diversi significati, talvolta ambigui se non equivoci, che la parola «laico» ha assunto nel nostro Paese, è speso un intero capitolo. Se questo, da un lato, mette il lettore nelle condizioni di comprendere le diverse sfumature che la parola ha acquisito nella storia d’Italia, dall’altro ben ci fa capire cosa l’autore intenda e con quale accezione  la utilizzi per definire alcuni tratti della personalità e della storia di Livatino.  In particolare Cavadi si sofferma sull’accezione positiva del termine: «pensare e agire laicamente significa essere se stessi, non recitare parti preassegnate, non mostrarsi condizionato da credi religiosi o ideologie politiche». Da questo punto di vista quindi la fede cristiana di Livatino non fu per nulla in contrapposizione con la laicità del magistrato. Quest’ultimo, infatti, nonostante l’importante ruolo sociale ricoperto, non ebbe mai a concepirsi come una sorta di «plenipotenziario di Dio sulla terra»; al contrario cercò di rimanere uno del “popolo” al servizio del “popolo”.  Ed è proprio questa sua coerenza per alcuni aspetti semplice, ma non certo banale, a costar cara a Livatino. Cavadi rileva proprio come questa sua “radicale semplicità”,  che lo rendeva immune dall’esser corrotto o compromesso, ne decretò la condanna a morte. Su questo tema lo scrittore siciliano non ha dubbi: è proprio il compromesso dei molti a mettere in pericolo quei pochi, come Livatino, che rimangono «con correttezza al proprio posto». 

È l’isolamento che questi personaggi hanno avuto all’interno della propria categoria di appartenenza a permettere ai mafiosi di agire, uccidendo non solo per togliere di mezzo le “persone scomode” , ma anche per mandare un avvertimento  a chiunque voglia provare ad alzare la testa.  Sono quindi la rettitudine, l’umanità e l’onestà i valori per cui visse e morì il giudice Livatino. Valori che coerentemente si legano alla frase iniziale con cui, credo, si possa estremamente sintetizzare il bel saggio di Augusto Cavadi: essere credibili, non significa, in fondo, non mostrarsi condizionato da interessi di parte in grado di compromettere la coerenza tra il ruolo che istituzionalmente rappresentiamo e le azioni che quotidianamente ci caratterizzano? Se la risposta, come ritengo, è affermativa, allora credibile fa rima con laico. 

 

Davide Fadda

domenica 20 giugno 2021

CI VEDIAMO A TRAPANI GIOVEDI' 24 GIUGNO 2021 ?


 Giovedì 24 giugno, alle 18.30, presenterò nel Tempio valdese di Trapani (via Orlandini, 38) il mio piccolo libro Rosario Livatino un laico a tutto tondo (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 111, euro 10,00).

La conversazione con il pubblico presente sarà introdotta e moderata dal giornalista Fabio Pace.

***

Qui di seguito l'intervista con Luca Kocci ospitata su 

“Adista/notizie” n. 19

22 maggio 2021

40661 PALERMO-ADISTA. Lo scorso 9 maggio, nell’anniversario dell’anatema contro la mafia di Giovanni Paolo II (9 maggio 1993), Rosario Livatino, il magistrato ucciso trent’anni fa dalla Stidda, la mafia agrigentina, è stato beatificato. Dopo don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa nostra nel settembre 1993, Livatino è il secondo «martire» di mafia proclamato dalla Chiesa cattolica. Ne parliamo con Augusto Cavadi, filosofo e teologo palermitano che da decenni si occupa delle relazioni fra Chiesa e mafie (Il Dio dei mafiosi, San Paolo, 2009, v. Adista Notizie n. 102/09; Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie, Di Girolamo, 2020, v. Adista Notizie n. 4/20); e che ha appena pubblicato con l’editore Di Girolamo il volume Rosario Livatino. Un laico a tutto tondo, pp. 112, euro 10; acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: www.adista.it).

 (luca kocci) 

Che tipo di magistrato e di uomo è stato Rosario Livatino? 

Un magistrato molto professionale perché, in radice, un uomo molto serio. In ogni fase dell’esistenza è stata notata la serietà, talora perfino eccezionale rispetto all’età e al contesto – i compagni di scuola lo chiamavano scherzosamente “Centunanno” per rimarcare la sua maturità – con cui affrontava gli impegni: di studente liceale, di universitario, di funzionario della burocrazia statale, di pubblico ministero, di magistrato giudicante. Tale postura esistenziale è stata frutto del combinato disposto di fattori genetici, di modelli educativi interiorizzati in famiglia, di una fede religiosa un po’ convenzionale ma solida. 

 

biamo ripartire, considerando che in questi tren- t’anni tante cose sono cambiate, ma non sono ancora cambiate abbastanza. Se sembra fini- to il tempo del grande clamore con cui la ma- fia agiva nelle strade e nelle piazze delle nostre città, è certo che essa ha trovato altre forme, meno appariscenti e per questo anche più pe- ricolose, per infiltrarsi nei vari ambiti della con- vivenza umana, continuando a destabilizzare gli equilibri sociali e a confondere le coscien- ze. Di fronte a tutto questo non possiamo più tacere, ma dobbiamo alzare la voce e unire al- le parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni si- stematiche. Solo così il sangue dei martiri non sarà stato versato invano e potrà fecondare la nostra storia, rendendola, per tutti e per sem- pre, storia di salvezza». (luca kocci) 

Livatino «magistrato cattolico», come vogliono gli slogan in questi giorni o i tanti libri pubblicati in questi anni, oppure «laico a tutto ton- do», come il sottotitolo del tuo libro? 

Prima di tutto direi che Livatino non si sarebbe mai auto-definito un magistrato cattoli- co, bensì un cattolico che esercita la funzione di magistrato. Nei suoi scritti lo spiega con chiarezza: il magistrato è tale senza aggettivi, il suo unico dovere è interpretare le leggi dello Stato e applicarle nella maniera più equa possibile. Perciò va osservato e valutato esclusivamente in base a questo criterio di fedeltà al dettato costituzionale e alle sue articolazioni legislative successive. Aggiungerei: esattamente come un chirurgo o un matematico va valutato in base alla perizia delle sue operazioni. Poi, in altra sede e in altro momento, ci si può chiedere se – come persona – quel magistrato, quel chirurgo o quel matematico attinge energia da fonti ideali, da tradizioni politiche o da esperienze religiose. Ma queste radici meritano attenzione e rispetto solo perché, anziché annebbiare la testimonianza civile di un soggetto, la illuminano più profondamente. Insomma: se l’eventuale appartenenza a una Chiesa o a un partito o a un sindacato rafforzano la dimensione laica della propria professionalità senza minimamente pregiudicarla. Esattamente come nel caso di Rosario Livatino. 

La Chiesa cattolica ha beatificato Livatino come «martire in odio alla fede», come scritto nel decreto della Congregazione vaticana per le cause dei santi. Questa formula non rischia di esaltare un magistrato per la sua fede più che per la sua azione per la giustizia? Insomma perché Chinnici e Falcone no e Livatino sì? 

Per la Chiesa cattolica, abituata da due millenni a cristiani uccisi da non-cristiani, non è stato facile, già nel caso di don Pino Puglisi, sciogliere il nodo di cristiani uccisi da criminali, come i mafiosi, che in genere si auto-proclamano cristiani, anzi ipercattolici. Giovanni Paolo II, con la frase «martire della giustizia e indirettamente della fede», ha suggerito una chiave interpretativa rivelatasi feconda: chi muore per la giustizia, implicitamente muore per il Vangelo, del quale la lotta per la giustizia è parte irrinunciabile. Questa prospettiva, a mio avviso davvero innovativa, solleva ovviamente almeno la domanda che poni tu: perché Livatino sì e Chinnici o Falcone no? Risponderei con tre considerazioni che si sovrappongono strettamente. La prima: le beatificazioni (religiose o civili) servono – se servono, quando servono, nella misura in cui servono – solo a noi, non ai nostri martiri per i quali non cambia assolutamente nulla. La seconda: tutti i caduti nella lotta contro il sistema di dominio mafioso sono accomunati dalla medesima, inflessibile, fedeltà al ruolo di interpreti e amministratori della legalità democratica (e proprio questo rigore di solito li distingue, o addirittura li isola, rispetto a colleghi più elastici). Dunque se dedichiamo una piazza a uno, una villa comunale a un altro, una scuola a un altro ancora... non dobbiamo illuderci di stare giocando a stilare graduatorie di merito. Nessuno di noi fa parte del tribunale della storia che stabilisce gerarchie fra eroi. Ciò chiarito, possiamo arrivare alla terza, decisiva, considerazione: ogni vittima di mafia appartiene all’intera società, ma ciò non esclude che alcuni settori (partiti, sindacati, movimenti, Chiese...) avvertano la propensione spontanea verso questo o quel personaggio più consonante dal punto di vista morale, simbolico, psico-sociologico. No: queste differenze non dividono, ma articolano e arricchiscono. Se un magistrato, in vita, è stato un credente in senso esplicitamente religioso (sia pur di una fede inquieta, tormentata, sofferta come Livatino), è legittimo che la sua Chiesa decida di onorarlo proclamandolo beato. Se un giorno così avvenisse con Paolo Borsellino – di cui ricordo la frequente presenza   domenicale fra i banchi della chiesa di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo – sarebbe altrettanto significativo. Non altrettanto corretta sarebbe una decisione del genere per altri magistrati che ho avuto l’onore di incontrare in vita, come Gaetano Costa e Giovanni Falcone. Essi erano fieramente, consapevolmente, interni a un’ottica esclusivamente terrena, mondana. Farne oggetto di culto o di imitazione per ragioni religiose sarebbe davvero, nei loro confronti, un’offesa: al di là di ogni migliore intenzione laudativa, un gesto di prepotenza clericale. Sarebbe l’attuazione del timore che già Nietzsche, con amara ironia, esprimeva alla fine del XIX secolo: che i preti – non avendolo saputo convertire in vita – lo avessero potuto canonizzare da morto. 

I vescovi siciliani, proprio in occasione della beatificazione di Livatino, hanno scritto un bel documento in cui affermano che per la Chiesa, e non solo quella di Sicilia, la strada per incarnare l’eredità e Livatino e di don Puglisi è ancora lunga. Cosa pensi di quest’ultimo documento? 

Presenta molti passaggi apprezzabili, tra cui l’autocritica cui fai riferimento tu stesso. Tuttavia mi hanno colpito due lacune. La prima: martiri come Puglisi e Livatino sono, esclusivamente o prevalentemente, «benedizioni» divine o, almeno altrettanto, la conferma che le nostre comunità (civili e credenti) espongono i figli migliori come bersaglio per le cosche? La seconda lacuna riguarda il futuro. Nelle ultime righe del documento si auspica un’azione pedagogica sistemica, non episodica; ma non si fa nessuna esemplificazione concreta. Invece è proprio su questo piano delle ipotesi d’intervento che i vescovi dovrebbero sbilanciarsi, proponendo ad esempio di inserire qualche incontro di alfabetizzazione del fenomeno mafioso all’interno di tutti i percorsi di catechesi (dalla preparazione alla cresima alla preparazione al matrimonio). Per non parlare della formazione dei nuovi presbiteri, spesso – esattamente come i loro coetanei che decidono di darsi al giornalismo o all’assistenza sociale – di un’ingenuità disarmante su queste tematiche. Sanno ciò che rimbalza dagli schermi televisivi grazie a qualche sceneggiato o qualche talk show: un po’ troppo poco per leggere il territorio parrocchiale e per attivare strategie culturali ed etiche di contrasto al dominio mafioso... (l. k.) 


domenica 30 maggio 2021

GIACOMO PILATI E 2 TESTI DEDICATI AL GIUDICE ROSARIO LIVATINO

 



Sono grato allo scrittore Giacomo Pilati che ha voluto presentare sull'edizione palermitana di "Repubblica" due testi sul giudice Rosario Livatino, editi entrambi dal caro Crispino Di Girolamo. Il primo, arricchito da una lettera-presentazione di Papa Francesco, è di Lilli Genco e Alessandro Damiano ed è destinato agli adolescenti fra la quinta elementare, i tre anni di scuola media inferiore e i primi anni di scuola media superiore: Rosario Livatino. La lezione del giudice ragazzino (pp. 80, euro 9,90).

Il secondo testo, scritto da me, costituisce - come suggerisce il sottotitolo - l'unico volume in commercio che prova a leggere la persona e la vicenda del giudice assassinato dalla mafia in un'ottica 'laica' (ed è consigliabile dagli alunni del triennio delle scuole medie superiori in su): Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (pp. 111, euro 10,00).

                                                              ***

“Repubblica – Palermo”

8.5.2021

 

LA LEZIONE DEL GIUDICE FUORI SCHEMA

di Giacomo Pilati

 

C’è una sorgente di sacralità nella storia del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, appena trentottenne. Una fonte pura, vera, essenziale, alimentata dalle acque del sacrificio, la sua radice etimologica. Il coraggio di un uomo solo con Dio, un riferimento sovrumano, ma anche una condotta di vita. Un epilogo che la cerimonia di beatificazione di domenica 9 maggio nella cattedrale di Agrigento, suggella ora come un destino. Un canone sconvolto dalla cronaca che riconosce alla causa dei santi un sacrificio nuovo, la versione aggiornata del martirio. E poi c’è l’insegnamento cristiano, la corda che lega la testimonianza di una rivoluzione gentile alla innocenza dei bambini. Quella delle fiabe colorate, delle parabole dei libri di catechismo, delle immaginette di san Domenico Savio nelle tasche dei sacerdoti all’oratorio. Il fronte e il retro della medesima pagina.

Due libri raccontano, proprio in questi giorni, i due volti consegnati alla storia dall’assassinio di Rosario Livatino. Il primo è scritto dal filosofo Augusto Cavadi:  Rosario Livatino, un laico a tutto tondo; il secondo, Rosario Livatino, la lezione del giudice ragazzino, è firmato da Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento, e dalla giornalista Lilli Genco. Entrambi i volumi sono pubblicati dall’editore trapanese Di Girolamo. 

Mentre Cavadi percorre i sentieri del pensiero di Livatino, interpretando la laicità delle sue riflessioni come supremo bene di autonomia , Genco e Damiano inventano un racconto illustrato per bambini, destinato a lasciare il solco sulla narrazione del martirio del giudice. Un insegnamento sottolineato da papa Francesco nel messaggio in-dirizzato ai giovani: «Sul suo esempio prendete in mano la vostra vita e senza cedere mai a compromessi e alla sopraffazione date il meglio di voi stessi per il cambiamento della vostra terra». Ed è fondamentale per avvalorare ancora di più questo monito, la definizione di laicità attribuita da Cavadi al giudice: «Lo era nella eccezione oggi dominante di mente tesa alla ricerca, aperta al confronto, scevra da certezze dogmatiche  sottratte una volta e per sempre al dubbio». La straordinaria vocazione di un uomo normale che spalanca le finestre della verità all’umana compassione. Una bontà fuori dagli schemi delle categorie ufficiali. E perciò più esposta, più visibile a chi teme la emancipazione dalla paura come una minaccia. Così lo definisce Livatino stesso in una conferenza nel 1986: «Il potere di decidere sarà più lieve quanto il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo». Un manifesto da distruggere ad ogni costo, per livellare al comune sentire di un sistema provato da compromessi e ignavia, la sollevazione di una idea pericolosa: la giustizia buona. La stessa che scoprono i due ragazzi protagonisti del racconto di don Damiano e Genco. I due svelano testimonianze, interviste, amicizie, che cambieranno per sempre la loro vita. Fino all’incontro con il cardinale di Agrigento. Dalle parole di Francesco Montenegro giunge l’ultima lezione del giudice: «La mitezza non è segno di arrendevolezza, ma è coraggio». Le illustrazioni di Tiziana Longo, la memoria di Biagio De Lio, il poliziotto intervenuto per primo sul luogo dell’assassinio, la figura del testimone di giustizia Pietro Nava, rendono questo volume una fiaba destinata anche agli adulti, per comprendere con gli occhi dei bambini il senso del dolore. 

 


mercoledì 19 maggio 2021

SISTEMA MAFIOSO E DISASTRI ECOLOGICI: NE RIPARLIAMO FINALMENTE IN PRESENZA !!!


 In occasione dell'uscita del mio libretto su Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 111, euro 10,00) ho ricevuto il gradito invito di una conversazione dal vivo, e in presenza, con la biologa marina Dominique Scilipoti sul tema: Quanto giova la mafia all'equilibrio ecologico?

L'incontro, secondo le modalità prescritte dalla normativa in vigore, avverrà nella chiesa madre di Casteldaccia (Palermo) lunedì 24 maggio alle 18,45.

Un consiglio 'disinteressato' per chi non potrà partecipare personalmente? Acquisti e legga il mio libretto sul giudice Livatino.

Un consiglio (di riserva) per chi non vuole acquistare/leggere il mio libretto? Si legga almeno la bella recensione che ha pubblicato domenica 9 maggio 20121 su "Il Punto Quotidiano" la mia amica Maria D'Asaro cliccando qui:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/beato-il-giudice-livatino-ucciso-dai-killer/

Almeno, così, saprete che cosa vi perdete...😄😄😄


venerdì 7 maggio 2021

DOMENICA 9 MAGGIO 2021: IL MAGISTRATO LIVATINO DALLA STRADA AGLI ALTARI (E RITORNO ?)


Delle opportunità, ma anche dei rischi, della 'beatificazione' - da parte della Chiesa cattolica - del giudice siciliano Rosario Livatino (trucidato da mano mafiosa nel 1990) ho già scritto su "Adista" (e dunque anche, poi, su questo blog) già molto tempo fa, quando se ne ebbe l'annunzio ufficiale:

https://www.augustocavadi.com/2020/12/giudice-livatino-beato-tre.html

Intanto, con il vigile e generoso editore Crispino Di Girolamo, non abbiamo atteso questa data con le mani in mano.

Per comodità di chi desiderasse andare al di là delle necessariamente brevi note di cronaca che in questi giorni si riscontrano sui mezzi di comunicazione sociale, informo che abbiamo dato alle stampe cinque testi destinati a fasce di lettori differenti:

* Marilisa Della Monica - Francesca Carabelli, Rosario Livatino,  Il pozzo di Giacobbe, pp. 24, euro 3.90

(per i lettori più piccoli dai 6 ai 10 anni)


* Lilli Genco - Alessandro Damiano, Rosario Livatino. La lezione del giudice ragazzino, Di Girolamo, pp. 80, euro 9.90 (con una Lettera-prefazione di Papa Francesco)

(per i lettori dagli 11 ai 15 anni)


* Augusto Cavadi, Rosario Livatino. Un laico a tutto tondo, Di Girolamo, pp. 111, euro 10,00

(per giovani dai 16 anni in su e adulti, se interessati a una lettura 'laica' del personaggio)

Sul canale  YouTube dell'Arcidiocesi di Agrigento è disponibile la video-registrazione della prima presentazione di questo libro avvenuta lunedì 3 maggio 2021: 

https://www.youtube.com/watch?v=vYleT5e8d7w&t=29s



* Pio Sirna, Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero, Il pozzo di Giacobbe, pp. 128, euro 16.00 (con una prefazione dell'arcivescovo Vincenzo Bertolone e una post-fazione dell'arcivescovo Alessandro Damiano)

(è uno studio di teologia spirituale particolarmente approfondito)


* Massimo Naro - Sergio Tanzarella (a cura di), Martiri per la giustizia, martiri per il Sud. Livatino, Puglisi, Diana testimoni della speranza, Il pozzo di Giacobbe, pp. 240, euro 23.00 (con una prefazione del cardinale Francesco Montenegro)

(un profilo storico di Livatino in correlazione con due altri testimoni cristiani della lotta alla mafia)