domenica 23 gennaio 2022

Etty Hillesum, una mistica laica

 



ETTY HILLESUM, UNA MISTICA LAICA

La barbarie nazi-fascista (non la prima né l’ultima nella storia dell’umanità) ci sarebbe meno impressa nell’animo se fra le vittime non ci fossero stati testimoni giganteschi anche dal punto di vista del pensiero.  Etty Hillesum (assassinata ad Auschwitz non ancora trentenne nel 1943) è tra questi personaggi. La statura intellettuale ed etica di lei si va profilando con più nitore man mano che si diffonde la conoscenza dei suoi scritti, meritoriamente tradotti dall’olandese anche in italiano per i tipi dell’Adelphi: il Diario e le Lettere.  Impossibile leggerli e non innamorarsi dell’autrice, non partecipare alla sua splendida personalità e alla sua tragica fine come se fosse un’amante, una sorella, una figlia. 

Come prima introduzione alla sua opera ci può accompagnare con profitto l’agile, intenso, libretto di Daniele De Vecchi, Etty Hillesum mistica. La ragazza che non sapeva inginocchiarsi, Pazzini Editore, Verucchio (RN): a patto, però, da non lasciarsi depistare dal termine “mistica”. Etty è infatti un’ebrea educata in una famiglia borghese, lontana da appartenenze confessionali e ancor più da devozionismi bigotti. Ancora tre anni prima del suo martirio decide di abortire: non perché il figlio fosse stato concepito all’interno della relazione con un vedovo mai risposatosi, ma per non aggiungere “un altro infelice a quelli che vivono su questa terra”. I tedeschi hanno già invaso l’Olanda ed Hetty chiede di lavorare a Westerbock, un campo di smistamento dei suoi connazionali, destinati allo sterminio. Le sofferenze che l’accerchiano, sino a soffocare essa stessa, le ravvivano la dimensione spirituale: una spiritualità ampia, articolata, sfaccettata in cui è certamente riconoscibile la venatura religiosa, ma a tinte fortemente originali. Come in molti mistici cui attingeva, quale Meister Eckhart, ai confini con l’eresia: “Ho ritrovato il contatto con me stessa, con la parte migliore e più profonda del mio essere, quella che io chiamo Dio”. Il suo  Dio è poco ‘teistico’, assai  poco isolato e lontano nella sua onnipotenza imperscrutabile. Se la religione, nell’accezione dominante, è conquista e strumentalizzazione del Divino, la Hillesum ne è agli antipodi: ella ne avverte la presenza per sottrazione, non per addizione; per resa, non per arrembaggio. Come scrive efficacemente De Vecchi, “il cammino  di affinamento porta Etty alla radice dell’esperienza spirituale: il superamento dell’egocentrismo e delle sue pulsioni che imprigionano l’io nelle maglie dell’illusione” (p. 22). 

E’ questa spiritualità così ‘laica’ che le consente un’accettazione commovente delle tragedie di cui è spettatrice e protagonista: “Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona”. 

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lunedì 17 gennaio 2022

BRUNO VERGANI SU " O RELIGIONE O ATEISMO?" DI AUGUSTO CAVADI


 Giovedì, 6 Gennaio 2022

O religione o ateismo?

Scritto da  

Augusto Cavadi, nel suo saggio O religione o ateismo? La spiritualità «laica» come fondamento comune (Algra, 2021), di fronte all’aut aut fra ateismi assoluti e religioni rivelate confessionali -peraltro concezioni che risultano sempre più rare-  propone la terza via di una spiritualità laica. Tematica approfondita da decenni dall’Autore già illustrata e proposta in numerosi suoi testi, specialmente nel bel saggio “Mosaici di saggezze”. 

Forse stimolato a scrivere questo nuovo libro per chiarire il suo rapporto col paradigma post-teistico, col quale dialoga da qualche tempo, Cavadi assembla il libro utilizzando e dialogando con più testi, a partire da “Religione senza Dio” di Ronald Dworkin (1931-2013), filosofo e giurista statunitense. Per Dworkin ciò che davvero conta non è tanto il credere in un Dio creatore personale o nell’evoluzione darwiniana ma, Dio o non Dio, religione è saper cogliere il valore intrinseco dell’universo e la bellezza oggettiva che permea l’esistente. Cavadi, senza nulla contestare alla concettualizzazione di Dworkin, pone invece precise obiezioni alla terminologia che adotta. In primo luogo cogliendo una forzatura nel costringere l’ateo alla religione, per la semplice possibilità del suo poter cogliere un ordine dell’universo. Più corretto utilizzare il termine religiosità invece di religione, come in effetti faceva Albert Einstein nel ricordarci «che ciò che ci è inaccessibile esiste realmente, manifestandosi come la più grande saggezza e la più grande bellezza che le nostre deboli facoltà possono comprendere in forma assolutamente primitiva: questa conoscenza, questa sensazione, è al centro della vera religiosità».

A differenza della religione la religiosità non implica ortodossie ed esprime dimensioni più estese e più profonde del concetto di Dio. Dialogando con L. Berzano (Spiritualità senza Dio?) Cavadi propone utili precisazioni semantiche, indicando con il termine spiritualità il livello di sensibilità base comune a tutti, con religiosità quel senso religioso sotto insieme della spiritualità non necessariamente legato a un assoluto divino, mentre con il termine religione esprime quelle specifiche spiritualità e religiosità che si declinano in appartenenze comunitarie, attraverso precise credenze e pratiche. Quindi la spiritualità è dimensione comune a tutti; la religiosità caratterizza credenti ma anche panteisti e agnostici; con religione si indica invece una peculiare forma spirituale di religiosità codificata comunitariamente e istituzionalmente, attraverso specifici testi, dottrine, culti e precetti. Va da sé che l’ordine logico-gerarchico che vede la religione poggiare sulla religiosità, e questa a sua volta sulla spiritualità, andrebbe rispettato, così da non trovarci con una religione sprovvista di religiosità o di spiritualità, mancanza talvolta riscontrabile nelle religioni rivelate istituzionalizzate.

Un capitolo del libro è dedicato al chiarire alcuni aspetti del naturalismo alla luce della spiritualità filosofica, dove Cavadi dialoga con il naturalismo espresso da Orlando Franceschelli. Naturalismo che lontano da amorali riduzionismi meccanicistici, propone una spiritualità laica capace di etica solidale. Coinvolgenti le pagine dedicate alla mistica laica di Lombardo Vallauri, meditazioni profonde della realtà, dell’infinitamente grande e piccolo, dell’incomprensibile e della complessità cosmica. Complessità che l’Autore approfondisce attraverso Stuart Kauffman, biologo e ricercatore statunitense, analista dei sistemi complessi e della loro relazione con la biosfera.

Le ultime 133 pagine del libro si concludono con un dossier di approfondimento, che raccoglie recensioni dell'Autore su testi del paradigma post-teistico e una coinvolgente relazione autobiografica “Dalle religioni alla spiritualità, ma senza trionfalismi", tenuta al Convegno nazionale delle comunità di base, dove un po’ controcorrente Cavadi evidenzia nella migrazione dalla religione alla spiritualità i possibili rischi di una spiritualità intimistica, se orfana di una compagnia viva che la sostenga.

Riguardo la compatibilità della spiritualità filosofica con quella confessionale che, in linea di principio, Cavadi sostiene e che Fabrizio Mandreoli nella sua postfazione afferma ricordandoci che « la spiritualità filosofica […] non è contraria rispetto a un’esperienza credente pienamente immersa nella tradizione », non posso non osservare una divergenza originaria tra le due spiritualità. Nelle religioni tradizionali rivelate, nonostante il possibile conciliarsi di fede e ragione, la possibilità di saltare a piè pari spiritualità e religiosità per proclamare una religione è implicitamente possibile, perché a differenza della spiritualità filosofica, frutto dell’iniziativa, della sensibilità e della ricerca umana, le religioni rivelate, proprio perché rivelate, indifferenti ad ogni umana inferenza proclamano l’irrompere del divino soprannaturale nel mondo e nella storia. Pretesa che capovolge la successione logico gerarchica di spiritualità che genera religiosità e poi religione, visto che la religione rivelata è evento che piomba nel mondo trascendendo l'esperienza e la conoscenza umana. Non c’è dubbio che i rispettivi rappresentanti delle due concezioni possano rispettarsi, ma le concezioni permangono differenti.

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Questa la fonte originaria:

 http://www.brunovergani.it/item/4964-o-religione-o-ateismo.html#.YeV1ly9aZbU

sabato 15 gennaio 2022

SOS AL MINISTRO DELLA SANITA’ PER I CITTADINI PENALIZZABILI DALL’OBBLIGO VACCINALE

 


www.girodivite.it

13.1.2022


SOS AL MINISTRO DELLA SANITA’ PER I CITTADINI  PENALIZZABILI DALL’OBBLIGO VACCINALE

 

Il governo, con errori di comunicazione vari, continua a portare avanti una indispensabile campagna di ‘vaccini’ che consentano, a chi li assume, non di pervenire alla “immunità”, ma di ridurre le probabilità di essere contagiati e di contagiare altri nonché, se contagiati, di andare in terapia intensiva e/o di morire. I dati statistici, che attestano questa crescente difesa di dose in dose, dovrebbe convincere un po’ di no-vax: ma, a parte quella percentuale di concittadini incapaci di percepire un ragionamento sia pur così elementare, un’altra percentuale di persone intelligenti e istruite è entrata ormai in una sorta di fideismo dogmatico che impedisce – psicologicamente e in qualche caso psichiatricamente – di ammettere l’evidenza.

Sottratti alla consistente minoranza dei non vax (circa il 10% della popolazione italiana, dal momento che il 90% ha assunto almeno una prima dose) gli ignoranti e i fideisti, resta una quota – che non saprei quantificare ma che, in base alle mie osservazioni empiriche, non è proprio trascurabile – di concittadini contrari alla vaccinazione per ragioni oggettive, valide, sensate. Questa minoranza della minoranza va tutelata e lo Stato democratico sta facendo un enorme errore nel cacciarla, o nell’abbandonarla,   fra le braccia dei no-vax. Mi riferisco a una serie di soggetti fragili che potrebbero ragionevolmente subire – o hanno subito di fatto dopo le prime dosi – dei danni clinici.

E’ vero, esiste un elenco ufficiale di patologie che esonerano dall’obbligo vaccinale. Ma è un elenco esaustivo? Quanti sono i casi individuali che – inevitabilmente – sfuggono a queste tipologie generali? Ho segnalato,  a mo' di esempio, ad alcuni parlamentari che fanno parte della Commissione sanità il caso specifico di un amico - in servizio presso un liceo della provincia romana - che soffre di alcune patologie cardiache (al punto da dover ricorrere, da alcuni anni, a una protesi valvolare artificiale): uno dei tanti la cui assenza dal lavoro è stata giustificata, dai certificati telematici di medici curanti e di medici di controllo dell’INPS, in quanto dovuta a malattia per “complicanze post-vaccinali”.Il medico di base del mio amico gli ha sconsigliato il vaccino distribuito a inizio del 2021, ma non è riuscito a rilasciargli  un certificato di esonero perché nessuna delle sue patologie rientrava nell'elenco predisposto dal ministero. Poi, in considerazione dell'inizio dell'anno scolastico, si è sottoposto all'inoculazione di una prima (e successivamente di una seconda) dose di Pfeizer.  Il medico che gli ha fatto l’intervista preliminare, consultata analiticamente la sua cartella clinica (con esami recenti e con la sua storia pregressa), alla luce di quanto previsto dalle indicazioni ministeriali, non ha rilevato alcuna controindicazione. Invece, nell’arco del mese successivo alla seconda vaccinazione, si sono manifestati dei  sintomi (oltre a quelli consueti, peraltro lievissimi) che, nelle “Note di diagnosi”, sono stati indicati con la dicitura: “Astenia intensa – tachiaritmia post vaccino” . Egli ha inoltre misurato  sbalzi dell’indice di coagulazione del sangue (INR) da 1 a 5 (il range ideale, per un portatore di protesi valvolare artificiale, è di 2.5) e ha dovuto contrastare una linfoadenite con un ciclo antibiotico di due settimane. Nonostante tutto ciò, allo scadere dei nove mesi, il mio amico dovrà sottoporsi ugualmente il mio amico è preoccupato di doversi sottoporre a una terza dose. 

Per questo vorrei lanciare la proposta dell’istituzione urgentissima di commissioni mediche provinciali ad hoc (dunque formate da sanitari specialisti nelle tematiche riguardanti l'epidemia), al cui giudizio si possa ricorrere tramite certificato del medico di base, che - interpretando le normative generali applicandole ai casi individuali (in analogia a quanto è chiamato ogni magistrato giudicante) – possano certificare esoneri dall’obbligo vaccinale attendibili.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

giovedì 13 gennaio 2022

ANTONINO CANGEMI SU "O RELIGIONE O ATEISMO ?" DI AUGUSTO CAVADI


 Alla ricerca dei lettori perduti, quotidiani e periodici allegano piccoli volumi su pensatori e filosofi o su temi che investono gli interrogativi nevralgici sull’esistenza dell’uomo. Anche questo è segno di una domanda crescente di spiritualità in un’umanità vulnerabile e travagliata da mali planetari (la pandemia, i disordini climatici, ecc.).

Proprio sulla spiritualità, vista nel suo rapporto con la religiosità e la religione, s’incentra l’ultimo saggio di Augusto Cavadi O religione o ateismo? La spiritualità ‘laica’ come fondamento comune, Algra Editore, Viagrande (CT) 2021.

Come osserva Cavadi, il termine “spiritualità” può intendersi in vari modi, e lo stesso vale per “religiosità”. L’autore, procedendo col suo consueto rigoroso metodo analitico, chiarisce innanzitutto le accezioni a suo avviso più corrette. Detto in modo semplice, la spiritualità è l’esplorare l’umanità nelle sue profondità senza che necessariamente la ricerca si proietti in una dimensione sacra, come accade invece con la religiosità, e senza che ciò  porti ad aderire a una religione e a professarla. Ne consegue che la spiritualità può essere comune a un ateo, a un agnostico, a un credente che pratica una religione.

L’esempio di una “spiritualità senza Dio” è colta da Cavadi in Leopardi, nel mistero che avvolge la natura da lui cantata. Chi ha fede e segue i precetti di una religione dovrebbe in teoria essere spirituale, avvertire cioè, nella sua contemplazione del trascendente, una tensione – innanzitutto etica – verso i destini dell’uomo. Ma ciò non sempre accade. Spesso si è religiosi e non spirituali, si seguono supinamente i dogmi di una confessione nell’indifferenza verso i valori umani.

A chi desideri completare la lettura della breve recensione, basta un click:

https://www.zerozeronews.it/spiritualita-senza-religioni-o-umanita-senza-coscienza/

martedì 11 gennaio 2022

GIORNO 9 GENNAIO 2022: LA MIA 'TERZA' DOSE. SOLO UNA TESTIMONIANZA.


 In questi mesi in molti abbiamo provato a discutere pro o contro i cosiddetti 'vaccini' anti-covid: direi che ormai tutte le argomentazioni, da una parte e dall'altra, sono esaurite. Restano gli insulti e le minacce: ma non sono una merce che amo trattare né in quanto discepolo del vangelo di Gesù di Nazareth né, ancor prima, come filosofo in cerca della verità mai acciuffata una volta e per tutte.

Chiusa la fase sia dei ragionamenti sia delle polemiche, a me resta un'ultima spiaggia (anche se, in occasione della notizia della profilassi precedente a luglio 2021, ho ricevuto giudizi molto sgradevoli da alcuni lettori dei miei 'post'): la testimonianza o, come direbbe Kierkegaard, la "comunicazione indiretta".

In questo spirito di rispetto per le persone che non la pensano come me (che non significa rispetto per le loro teorie: se due teorie sono contraddittorie, una è vera e l'altra è falsa ed io non posso che essere grato a chi mi dimostra che una mia teoria è falsa perché mi libera da un errore e mi aiuta ad approssimarmi alla verità delle cose), desidero testimoniare che la sera di domenica 9 gennaio 2022 mi sono sottoposto alla 'terza' dose del liquido profilattico (che, per chi come me e Adriana ha attraversato il contagio, materialmente è la 'seconda' dose). L'ho fatto sapendo che con "Moderna" sono stati registrati alcuni casi di mortalità; l'ho fatto sapendo che non esistono oggi medicamenti contro la variante Omicron alla quale resto, sostanzialmente, esposto; l'ho fatto sapendo che anche rispetto alla variante "Delta" NON ho una copertura assoluta. L'ho fatto tuttavia perché la stragrande maggioranza degli esperti (virologi, farmacologi, medici di base) sono dell'opinione - ovviamente, come tutte le opinioni scientifiche, 'falsificabile' - che il siero a disposizione può:

a) diminuire le possibilità di essere contagiato

b) diminuire le possibilità, se contagiato, di andare in terapia intensiva o di morire

c) diminuire la possibilità di contagiare altri (soprattutto soggetti fragili di ogni età con cui, per le ragioni più varie, mi relaziono ogni giorno, non accettando la 'morte civile'  in auto-reclusione solo per evitare radicalmente ogni ipotesi di 'morte biologica'). 

La 'puntura' dell'altro ieri sera non avrebbe senso se abbassassi la guardia: se non  evitassi i contatti sociali affollati e se non usassi la mascherina ffp2. 

Qualche persona che stimo anche intellettualmente mi ha spiegato che farebbe come me se non ci fosse l'obbligo di legge: ma evidentemente è una posizione a partire da una visione della società (o anarchica o peggio individual-atomistica) che in più di 50 anni di ricerche - dunque anche in tempo di 'pace' sanitaria - non ho mai condiviso. Lo Stato mi impone il casco quando guido la moto, le cinture quando sono in automobile e chi sa quanto altro (evito ovviamente gli esempi in cui non metterei a rischio solo la mia vita, andando a gravare sul Servizio sanitario nazionale in caso di invalidità, ma anche la vita di altri: per esempio guidando in stato di ebbrezza alcolica o a causa di altre sostanze stupefacenti): ma, poiché trovo ragionevole queste norme, le rispetto non per costrizione o paura o conformismo piccolo-borghese, ma per convincimento etico. Obbedisco, ma liberamente: anzi, obbedisco per sentirmi ancora più libero. Nella mia terra, purtroppo, c'è già tanta gente che irride alle norme varate dal parlamento e dai governi: sono i mafiosi contro la cui mentalità e il cui dominio ho cercato di fare quel poco che ho saputo. Socrate, l'altro mio modello di vita accanto a Gesù, con la sua morte mi ha testimoniato altro.

Lunga e serena vita a tutte e a tutti, soprattutto a chi è arrivato alle sue conclusioni - anche opposte rispetto alle mie - non per ignoranza e presunzione, ma dopo attenti studi su documenti attendibili razionalmente.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



domenica 9 gennaio 2022

COME STA LA DEMOCRAZIA? MALE, GRAZIE. L' ARGOMENTATA RIFLESSIONE DI ELIO RINDONE

 

 

Come sta la nostra democrazia?

 

Che nel nostro Paese (l’unico di cui ci occuperemo) la democrazia oggi non goda di buona salute è un fatto che si può dare per scontato, confermato tra l’altro dall’alta percentuale di cittadini che non si sono recati alle urne nelle ultime elezioni amministrative. Scontato è pure il fatto che si tratta di una forma politica difficile da realizzare, spesso deludente nelle sue attuazioni concrete, ma pur sempre preferibile alle altre soluzioni sin qui sperimentate.

Inutile, allora, ripetere cose già note? Personalmente non credo: osservare la realtà così come è, e confrontarla con quella che dovrebbe essere, penso che possa combattere la rassegnazione e stimolare l’impegno per cambiare qualcosa. Ovviamente non dirò nulla di nuovo ma mi limiterò a richiamare (quelle tra virgolette sono citazioni testuali) alcuni punti, che mi sembrano più attuali che mai, di una Lezione tenuta a Torino (23/4/2009) da Gustavo Zagrebelsky.

 

Non bastano le libere elezioni

 

Comunemente la democrazia è definita come quella forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo, tramite rappresentanti liberamente eletti. Le libere elezioni si svolgono in Italia regolarmente, e quindi da questo punto di vista stiamo meglio di tanti altri Paesi. Ma le elezioni, come altre complesse procedure, sono necessarie ma non sufficienti perché un regime possa essere considerato democratico. La democrazia, infatti, non consiste soltanto in un insieme di regole da applicare ma implica il rispetto di certi valori sostanziali, che troviamo così elencati da Zagrebelsky: “l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera”. Valori che non devono restare sulla carta ma essere vissuti almeno da una buona parte della popolazione, che può e vuole metterli in pratica.

Perché ciò accada, non basta certo il rispetto delle procedure ma occorrono condizioni di carattere economico e culturale di cui lo Stato si deve fare carico. Infatti, diventa puramente formale il diritto di voto se tanti cittadini:

1 sono privi di quel minimo livello di benessere che consente di “disporre di tempo ed energie per dedicarsi, oltre che alle loro esigenze primarie di esistenza, alle questioni comuni”;

2 non conoscono davvero “la realtà delle questioni sulle quali si vota” né “chi sono coloro per i quali si vota e quali sono gli interessi effettivi che li muovono nella sfera politica, dietro quelli sbandierati pubblicamente”;

3 “non sono nelle condizioni d’istruzione e cultura per comprendere la natura dei problemi su cui si esprimono e i contenuti delle proposte sottoposte al loro giudizio”.

 

Classi dirigenti e caste

 

La partecipazione popolare alla vita politica – è bene dirlo subito – non è affatto in contrasto con la formazione di “élites in competizione tra loro, per poter organizzare, canalizzare e mobilitare le energie disperse nei grandi numeri, cioè per renderle operanti”. Ma tali classi dirigenti devono ovviamente agire in vista dell’interesse generale. Spesso, invece, “l’élite si trasforma in oligarchia, cioè si chiude su di sé, aspira all’inamovibilità e si cristallizza”, nella difesa dei propri interessi. Ed è evidente che simili gruppi di potere non hanno nulla a che fare con la democrazia, anzi sono i nemici che essa genera dal suo interno: “la tendenza delle democrazie, in assenza di antidoti, a produrre élites politiche (“classi dirigenti”) e la tendenza di queste a trasformarsi in oligarchie (“caste”) non è astratta teoria”. Non si tratta di pregiudizi populisti o di riprovevole invidia sociale ma di semplice “constatazione di fatti reali e diffusi”.

La democrazia, perciò, dovrà fare sempre i conti con questi gruppi di potere: se deve rinunciare all’illusione di eliminare una volta per tutte tali caste, dovrà però costantemente “operare per ridurne il peso e la presa, cioè per combatterle e, con ciò stesso, diffondere la democrazia”. In poche parole, la democrazia non è un regime stabile ma in “conflitto perenne per la democrazia e contro le oligarchie sempre rinascenti nel suo interno”.

Quale sia l’interesse di tali gruppi di potere è evidente: trasformare “i cittadini in una massa di manovra da sedurre e utilizzare” a proprio vantaggio, in modo da occupare, grazie ai voti conquistati nelle competizioni elettorali, cariche che saranno usate “a fini personali, se non anche criminali”. A tale scopo si preoccuperanno di inscenare una narrazione che intrattenga gli elettori trasformandoli in spettatori di uno spettacolo che nasconde i problemi reali: “Ciò che si vede, come sul palcoscenico del teatro, è una ‘rappresentazione’; è ciò che si vuole che si veda, non ciò che dovrebbe e potrebbe essere visto, in assenza delle quinte”. Sulla scena si confronteranno allora idee e progetti politici differenti, e talora opposti: ma questi non hanno alcuna importanza, agli occhi di chi li sostiene, sempre con passione e apparente convinzione, perché ciò che interessa è altro: “La conquista del potere per il potere fa a meno della filosofia, delle idee generali, delle buone intenzioni, dei programmi; le idee vengono dopo, come copertura del potere acquisito”.

La partita vera si gioca invece proprio dietro le quinte; qui la posta in gioco è il governo, obiettivo da raggiungere con qualunque mezzo: “Contano l’audacia, l’astuzia, talora l’inganno e il ricatto, la capacità delle combinazioni, le alleanze, le mediazioni”. In una parola, è l’uso della forza senza regole, che non ha nulla a che fare col diritto e con la democrazia. Anzi, tutto ciò che serve a imporre limiti e rispetto delle regole è sentito con fastidio, al punto da fare il possibile per eliminarlo, o almeno ridurne l’efficacia: ma cosa resterebbe della democrazia “senza controlli, senza indipendenza della magistratura e senza libertà della stampa, di critica, di satira politica?”.

 

Condizioni economiche

 

A questo punto, è chiaro quali sono i tre campi in cui chi ha a cuore la democrazia dovrebbe impegnarsi in maniera prioritaria per tentare di risalire la china: anzitutto quello economico. Sono ormai decenni, infatti, che in Italia le condizioni economiche dei lavoratori sono decisamente peggiorate: e se si è disoccupati, o si riceve una pensione di poche centinaia di euro o, pur lavorando, si ottiene un salario che lascia sotto la soglia di povertà, è evidente che non ci si può occupare delle ‘questioni comuni’ di cui parla Zagrebelsky, cioè dei problemi che riguardano l’intera collettività.

La lotta per salari più alti, per pensioni più dignitose, per la redistribuzione della ricchezza – possibile combattendo l’evasione fiscale, che sottrae ingenti risorse alla finanza pubblica – è indispensabile. Invece abbiamo assistito alla riduzione delle tutele dei lavoratori e ai continui attacchi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E un ministro della Pubblica Amministrazione ha potuto di recente annunciare, senza che ci sia stata alcuna reazione, che i controlli alle aziende non avverranno più a sorpresa e che gli imprenditori saranno avvertiti per tempo: ovvio che così non si troverà neanche un lavoratore in nero. Un noto ex calciatore inoltre, dopo che si è scoperto che è titolare di società offshore nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche, continua ad apparire sugli schermi televisivi come se nulla fosse, perché evidentemente l’evasione non suscita più vergogna.

Già con l’introduzione dell’euro si è verificato un peggioramento delle condizioni di vita di masse di lavoratori: passare in poco tempo da uno stipendio mensile di due milioni di lire a uno di mille euro non poteva che avere conseguenze traumatiche. A tutto ciò si aggiunge la riduzione, negli ultimi quarant’anni, del numero delle aliquote fiscali da 9 a 5, che l’attuale governo vuole ridurre a 4, mentre l’aliquota massima per i patrimoni più alti è passata dal 65% al 43%. Credo che questi pochi cenni siano sufficienti per comprendere le ragioni del progressivo impoverimento di buona parte della popolazione italiana e per constatare che i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno fatto ben poco per mettere in pratica il dettato dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che attribuisce alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

Libera informazione

 

Al miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini dovrebbe accompagnarsi, ricordava Zagrebelsky, un’adeguata conoscenza delle “questioni sulle quali si vota” e di “coloro per i quali si vota”. Questo è il compito della libera informazione, che è nata come quarto potere, indipendente da legislativo esecutivo e giudiziario, e proprio allo scopo di controllarli. Ma ovviamente i potentati economici e politici si sono ben presto resi conto dell’influenza che la stampa, e oggi ancor di più la televisione e i social, esercitano sull’opinione pubblica, e si sono impadroniti dei mezzi d’informazione trasformandoli da cani da guardia in cani da compagnia del potere.

Fortunatamente la vita dei giornalisti italiani non è, come accade in altri Paesi, in pericolo, anche se alcuni di essi vivono sotto scorta. Ma ai poteri forti non occorre ricorrere alla costrizione per avere l’informazione al proprio servizio. Basta il denaro: “la ricchezza ottiene tutto, tutto può misurarsi in denaro, nulla sembra sottrarsi alla sua forza. Questa è l’ideologia del nostro tempo”. È ciò che di fatto accade, e non c’è quindi da stupirsi se i politici sono spesso ridotti a esecutori dei progetti della grande finanza, che trova conveniente investire ingenti capitali nel mercato dei voti: “Per chi ha patrimoni da investire, i magnati della finanza - siano essi persone fisiche o società di capitali - la democrazia può diventare un’impresa, un investimento, per i vantaggi d’ogni genere che ne potranno derivare, più fruttuoso di altri esclusivamente finanziari”. E nella misura in cui ciò si verifica la democrazia si trasforma in “plutocrazia o governo dei ricchi”.

Allora il senso delle parole viene capovolto, i fatti vengono sostituiti dalle opinioni, la verità diventa menzogna e viceversa. Durissimo in proposito, il giudizio di Zagrebelsky: “la menzogna intenzionale, cioè la frode – strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica – dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell’altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta. I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica”.

E invece abbiamo politici che – qualcuno per più lustri, altri solo per alcuni anni – sono stati esaltati dall’opinione pubblica come grandi leader, pur essendo dei bugiardi seriali. E ciò grazie al supporto offerto da giornali e telegiornali, talk show e social media che oggi costituiscono strumenti di persuasione estremamente efficaci perché gestiti da esperti della comunicazione: “Si tratta di mezzi della comunicazione pubblica, mezzi molto sofisticati, sottoposti a innovazione tecnologica continua che, soprattutto, richiedono investimenti ingenti che sono nelle possibilità solo di pochi. Chi vince le elezioni è oggi […] solo chi dispone di questi mezzi e, con l’aiuto di specialisti della comunicazione politica, li sa meglio utilizzare”.

Per non parlare poi della Rai, che resta la fonte d’informazione più seguita dalla maggioranza dei cittadini: da sempre lottizzata, ora è stata posta addirittura alle dirette dipendenze del governo di turno dalla riforma voluta da Renzi, che aveva promesso di abolire la legge del berlusconiano Gasparri per strappare la televisione pubblica dalle grinfie dei partiti!

 

Scuola pubblica

 

Di non minore importanza, infine, l’impegno per una riqualificazione della scuola: è innegabile, infatti, che oggi ci si trova di fronte a una crescente carenza di senso critico, di ‘istruzione e cultura’, il che spesso impedisce di penetrare il significato delle diverse proposte avanzate dai partiti o addirittura di comprendere l’importanza della partecipazione alla vita politica.

Da oltre cinquant’anni gli interventi sulla scuola, apparentemente subiti o esplicitamente voluti dai vari governi, hanno avuto un obiettivo comune: abbassare il livello culturale dei giovani. Dalla rivendicazione sessantottina del 6 politico alle riforme degli esami di maturità, ridotti ormai a una farsa con promozione assicurata, dal taglio degli organici alla svalutazione del ruolo degli insegnanti, sempre meno pagati in rapporto agli stipendi dei loro colleghi europei, sino alla riduzione delle ore di lezione, introdotta con la legge sull’Alternanza scuola-lavoro.

Non ci si può, quindi, stupire se tutte le indagini pongono l’Italia all’ultimo posto, tra i Paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), per quanto riguarda l’analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di comprendere, interpretare o riassumere un testo. Si tratta di oltre il 27% della popolazione italiana: stanno peggio di noi solo Cile e Turchia, e sta un po’ meglio di noi la Spagna. E questa incapacità di comprendere un messaggio influisce evidentemente anche sulle scelte elettorali, perché compromette spesso l’uso oculato del diritto di voto da parte di milioni di cittadini.

È la scuola, infatti, che dovrebbe offrire a tutti i membri della società le conoscenze di base necessarie per esercitare in maniera davvero libera i propri diritti politici. La democrazia si basa sul dialogo, sul confronto delle idee: ma se il dislivello culturale è eccessivo, è chiaro che chi possiede l’arte della parola avrà sempre la meglio. Infatti, ricorda Zagrebelsky, “Il dialogo, per essere tale, deve essere paritario. Se uno solo sa parlare, o conosce la parola meglio di altri, la vittoria non andrà all’argomento, al logos migliore, ma al più abile parolaio, come al tempo dei sofisti. Ecco perché la democrazia esige una certa uguaglianza – per così dire – nella distribuzione delle parole. […] Ecco anche perché una scuola ugualitaria è condizione necessaria, necessarissima, della democrazia”.

 

Niente rassegnazione

 

In conclusione, si può dire che il quadro è veramente sconfortante, al punto che non è esagerato affermare che nel nostro Paese la democrazia corre gravi rischi, dato che, perché essa funzioni, “non bastano buone cornici politiche, cioè buone costituzioni, ma occorrono anche uomini buoni che, dentro la cornice, agiscano secondo lo spirito del quadro, secondo il suo ethos. La migliore delle costituzioni nulla può se gli uomini che la mettono in pratica sono corrotti o si corrompono o, comunque, non ne sono a misura”.

Concetto su cui Zagrebelsky non si stanca di insistere, ribadendo che “la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; che non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; che lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; che la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”.

Impegnarsi a trasmettere questa energia per rianimare la nostra democrazia, evitando che sia uno scheletro privo di vita, è il compito urgente dei cittadini che, unendo al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà, c’è da augurarsi che accolgano – in nome dei valori di uguaglianza, libertà e solidarietà – l’invito di Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

 

Elio Rindone

Libero pensiero, dicembre 2021

venerdì 7 gennaio 2022

FABIO BONAFE' SU "RELIGIONE O ATEISMO?" DI AUGUSTO CAVADI


LETTERA SU RELIGIONE  E/O   ATEISMO

di Fabio Bonafé

 

Comincio a scrivere queste note nel giorno dell’Epifania, 6 gennaio 2022, ancora memore del programma visto ieri sera in ricordo di Franco Battiato e consapevole che da questa mattina l’ascensore del condominio è fuori servizio. Nelle due righe e mezzo che ho appena scritto si riflettono praticamente le tre dimensioni di cui il libro di Augusto Cavadi (Religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune, Algra Editore, Viagrande 2021, pp. 133, euro 12,00) si è occupato: la fede / religione (unite anche senza farne confusione), la/le religiosità (presente nella musica/con canzoni del compositore e cantante catanese / etneo), e l’attenzione / consapevolezza che con varie e mirabolanti differenze caratterizzano le intersezioni dello “spirito”. Aggiungo subito, oltre le parole e la commozione, due sfumature di sentimenti: “grazie” per la bellezza gigantesca di questa ricchissima vita, a cui anche questo libro fa accedere, e “scusa” per la mia disattenzione, per la mancanza di spessore con cui avrò sicuramente letto alcune pagine di questo libro, che ha richiesto tante premesse personali e tanto lavoro rimasto nascosto. Scrivo queste righe mentre rifletto che sui profughi orientali schiacciati ai confini tra Bielorussia e Polonia quasi non si parla più nei giornali e nei telegiornali del mondo. Scrivo mentre si raccolgono i morti sulle piazze del Kazakistan (“ A scatenare la protesta in particolare il rialzo dei prezzi degli idrocarburi: tra le ragioni anche la mostruosa quantità di energia richiesta dai bitcoin. Chiuso l’aeroporto di Almaty , capitale economica del Paese “ dal “Corriere della Sera” di oggi), notizia che ci obbliga a un aggiornamento della nostra scarsa consapevolezza geopolitica. Scrivo e penso ai miei nipoti e ad altri conoscenti che non saranno contenti delle nuove decisioni del governo (“Obbligo vaccinale per gli over 50: il nuovo decreto Covid. Tutte le misure” dal “Corriere della Sera”) e si dovranno confrontare con le proprie convinzioni, emozioni e scelte pratiche.

E tutto questo che c’entra col libro di Augusto Cavadi? Enormemente, mi rispondo. Perché tutto ciò di cui parliamo e di cui viviamo, anche se non sempre riusciamo a pensarlo, è inscritto nei paradigmi di concetti e sentimenti, nei quali noi tutti nuotiamo e che ruotano attorno a quelle tre scatole, che qualche volta sembrano sovrapporsi e compenetrarsi o confondersi, anche se non sono da confondere: Spiritualità, Religiosità, Religione. Se Cavadi voleva “rettificare i nomi” (confucianamente: “Secondo uno fra i primi insegnamenti di Confucio, per pensare in modo giusto occorre innanzitutto procedere alla «rettifica dei nomi». Se le cose non sono nominate con termini appropriati, il pensiero sarà sempre distorto” si legge su www.adelphi.it) mi sembra che il suo lavoro sia stato largamente utile.

Ma utile per chi? Non tanto stranamente, utile proprio per chi si trova ancora dentro una chiesa o almeno con un piede dentro, sempre che abbia una certa attitudine al pensare. Utile, forse ancora di più, per chi ha sciolto il legame con la chiesa di origine e soffre di un certo articolato smarrimento. Senza più “contenitore”, senza più autorità con cui misurarsi, senza più comunità di affetti/valori/speranze/riti, in una società di liquidissima “indifferenza”, immersa nella religione della priorità del consumo, della competizione e del successo individuale, delle apparenze e delle appartenenze a scadenza ravvicinata. Il mondo cosiddetto “laico” è più probabile che non abbia grande interesse a misurarsi con questo genere di riflessioni, in larga parte perché manca di una preliminare alfabetizzazione, ma anche perché si trova incanalato in altre direzioni che si sono ormai sbarazzate della sensibilità necessaria per questo tipo di esplorazioni, più che di cultura, di vita. Gravemente pessimista? No, per niente.

Se potessi procedere a una rettifica, lascerei cadere l’aggettivo “laica” dal nesso con “spiritualità”. Perché inevitabilmente prigioniero di un mondo concettualmente diviso, che rimanda a una specie di privazione esistenziale ed essenziale: senza religione, senza dio. Mentre la realtà della vita è senza divisioni. Preferisco - come altri ricordati nel libro - parlare di una consapevolezza umana, universale, presente ovunque. Quello che nella cultura di Confucio veniva definito “ren”, collegato all’ Umanità e all’ etica della reciprocità: “Volere per gli altri quello che si vuole per se stessi, e non volere per gli altri quello che non si vuole per se stessi”.  Di questo abbiamo bisogno, per tutto il mondo.  Terminato sempre nel giorno che ricorda l’Epifania.

 

Fabio Bonafé

7 gennaio 2022

https://www.girodivite.it/Su-religione-o-ateismo.html

giovedì 6 gennaio 2022

LETTERA APERTA AL DOTT. MARIO DRAGHI DA PARTE DEL PROF. ANDREA COZZO

 


Rilancio volentieri questa lettera aperta del mio carissimo amico Andrea Cozzo, docente di letteratura greca all'Università di Palermo ed esponente di rilievo della teoria e della pratica della nonviolenza. Nè lui né io siamo così ingenui da supporre che questa lettera sarà letta dal destinatario: come tutte le lettere aperte, serve per incidere nell'opinione pubblica e per seminare idee che potrebbero maturare anche all'interno dei sindacati, dei partiti politici, dei parlamentari...

Gentile Presidente del Consiglio

(non Premier, perché in Italia questa carica istituzionale non esiste),

In merito al problema Covid, Le chiederei gentilmente di volere immediatamente, oltre che continuare la campagna vaccinale - cosa cui per fortuna sta già provvedendo e sulla quale quindi non ha bisogno di ulteriore invito,

1. migliorare NOTEVOLMENTE i trasporti,
2. fornire di FFP2 tutte le figure impegnate nella Scuola e nell'Università,
3. prevedere la DIMINUZIONE di studenti e studentesse per classe,
4. intervenire sul sistema sanitario PUBBLICO,
5. finanziare AMPIAMENTE ricerche di medicina sistemica,
6. introdurre una consistente imposta PATRIMONIALE,
7. porre un forte LIMITE agli spot pubblicitari e a tutto ciò che costituisce un serio danno per la salute mentale della gente, alienata al punto da non riuscire più a pensare, sull'attuale pandemia, che nei termini governativi di "vaccino sì" vs."vaccino no".
8. avviare politiche per stabilire un tetto massimo per l'arricchimento e per lo sfruttamento ambientale.

RingraziandoLa per l'attenzione,
Le porgo distinti saluti.
Andrea Cozzo, Palermo

sabato 1 gennaio 2022

STORIA DELL'UNIVERSO SECONDO L'ASTROFISICO GUIDO TONELLI




E' scaricabile on line, gratuitamente, il nuovo numero del bimestrale "Dialoghi mediterranei" dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo.

Qui di seguito il mio contributo sull'ultimo libro dell'astrofisico Guido Tonelli.   

1.1.2022

 

GENESI DELLL’UNIVERSO SECONDO L’ASTROFISICA CONTEMPORANEA

 

Secondo il racconto biblico, Dio ha plasmato il cielo e la terra in sei giorni. Per secoli non pochi esponenti delle religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) hanno inteso la narrazione come un resoconto scientifico veridico. Quando gli studi astronomici e geologici hanno dimostrato inconfutabilmente che tale interpretazione letterale era insostenibile, alcuni autori hanno tentato un’ultima resistenza ripiegando dal ‘letteralismo’ al ‘concordismo’: i sei giorni non andavano intesi come sei cicli di 24 ore ciascuno, ma come sei epoche. Neppure questa scappatoia ha però retto allo sviluppo incredibile delle scienze fisiche, in generale, e astrofisiche in particolare. Insomma, aveva ragione Galileo Galilei: la Bibbia non intende dirci come si è costituito il ‘cielo’ materiale, ma come si possa andare al ‘cielo’ in senso metaforico, figurato, spirituale. 

Il libro molto istruttivo di  Guido Tonelli, Genesi. Il grande racconto delle origini (Feltrinelli, Milano 2019), non intende riesumare nessun ‘fondamentalismo’ biblico; se mai tentare un’operazione inversa: raccontare come, secondo le scienze contemporanee, è nato e si è sviluppato l’universo utilizzando i sei giorni del Primo Testamento come artificio letterario. Insomma: veicolare contenuti empirici e logici servendosi di schemi mitici. Perché mai? Perché Tonelli è convinto che, se si vogliono diffondere le scoperte scientifiche nell’opinione comune, non si può usare solo il linguaggio astratto – dunque preciso, ma freddo – delle scienze esatte:  bisogna ricorrere anche a linguaggi più immaginifici. L’immaginario collettivo è colonizzato dalla visione geocentrica dell’universo, anche grazie a capolavori poetici come la Commedia di Dante; le opere filosofico-letterarie di Giordano Bruno e soprattutto la letteratura e la filmografia fantascientifiche hanno in parte abbattuto le pareti dell’antropocentrismo; ma ancora manca una proposta artistica proporzionata all’immensità che da alcuni decenni sappiamo caratterizzare l’universo (o il pluriverso). L’operazione dello scienziato Tonelli è analoga a quella di  pensatori come Platone che si sono serviti di miti pre-esistenti e ne hanno inventato di nuovi per poter parlare dell’indicibile o per poter parlare del dicibile anche a un pubblico di non iniziati.

 

E ripercorriamo, a volo di uccello, questi sette ‘giorni’ genesiaci secondo l’astrofisica contemporanea.

Il primo giorno in realtà dura 10 alla meno 35 secondi, “un intervallo  di tempo talmente insignificante che non riusciamo neanche a pensarlo”, nel quale una “minuscola bollicina” (p. 55),   del tutto simile alle altre che si formano e si disperdono nel Vuoto cosmico, investita dalla “irruzione di un soffio inarrestabile” (pp. 55 – 56), “si gonfia in maniera parossistica”. “Poi, di colpo, tutto si calma e la strana cosa che sembra avere ormai una vita propria continua a espandersi, seppure a un ritmo immensamente ridotto. Abbiamo assistito alla nascita di un universo, il nostro. Termina il primo giorno, ed è nato un universo che contiene già tutto quello di cui avrà bisogno per evolvere nei 13,8 miliardi di anni successivi” (p. 56).   

Nel secondo giorno (“un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang”)  “la temperatura si abbassa al di sotto di una certa soglia”  e “i bosoni di Higgs, che fino a un attimo prima scorrazzavano liberi, congelano e si cristallizzano”: danno luogo a un “campo a  essi associato” che “acquista un valore specifico”. “Molte particelle elementari, attraversandolo, subiscono una forte interazione e la loro velocità diminuisce, cioè acquistano una massa” (p. 76):  questo “tocco delicato” ha “cambiato le cose, per sempre” (p. 77). “Quell’oggetto infinitesimo, miliardi di volte più piccolo di un protone, subisce una crescita esponenziale che segue un ritmo furibondo da far scomparire il più frenetico dei crescendo rossiniani. In un battibaleno diventa un oggetto macroscopico. Quando esce da questa fase parossistica ha dimensioni paragonabili a quelle di un pallone da calcio e contiene già tutta la materia e l’energia di cui avrà bisogno per evolvere nei miliardi di anni a venire” (p. 61). E’ la così detta  “inflazione cosmica”, dal “latino inflare, gonfiare” (p. 62).   Non è trascorso molto tempo dal giorno precedente: “sono passati solo 10 alla meno 11 secondi” (p. 77). 

Nei tre minuti successivi (il terzo giorno) i quark (che sono le particelle di materia più elementari sinora ipotizzate) si aggregano formando neutroni e protoni; a loro volta, “quando un protone si fonde con un neutrone, diventa un nucleo di deuterio; se due nuclei di deuterio si fondono tra loro, nascono i primi nuclei di elio”, e costituiscono “i nuclei fondamentali dell’universo” (p. 117). “Ci vorrà molto tempo prima che l’energia cali abbastanza da permettere la formazione dei primi atomi di idrogeno” (pp. 117 – 118), ma il processo aggregativo è già partito.

“Dopo il periodo di pochi minuti in cui si formano i nuclei, per migliaia di anni non succede nulla di rilevante”. Ma nel corso del quarto giorno (che dura circa 380.000 anni) l’universo si espande e si raffredda: da “oggetto enorme, caldissimo e buio”, grazie ai “fotoni” “diventa di colpo trasparente e un immenso bagliore lo attraversa” (p. 121). Tanta luminosità non è però sufficiente a illuminare l’intero universo: in esso è presente sino ad oggi “una grossa componente di materia oscura” (come la chiamò nel 1933 l’astrofisico svizzero Fritz Zwicky) (p. 122) che, secondo i calcoli dell’astronoma statunitense Vera Rubin, dovrebbe “essere almeno cinque volte più abbondante di quella luminosa” (p. 124)[1].   Nell’universo raffreddato gli elettroni potranno “legarsi stabilmente ai protoni e nasceranno i primi atomi, soprattutto idrogeno ed elio, poi litio, berillio e qualche altro componente leggero” (p. 127). La “immensa e rarefatta nuvola di idrogeno e di elio occuperà l’universo intero e sarà la sua evoluzione a determinare il senso della storia. [ …] La nuova epoca porterà alla formazione di galassie, stelle e pianeti fino allo sviluppo di forme materiali complesse che saranno gli organismi viventi” (p. 128).

La costituzione delle prime stelle avviene molto lentamente (“duecento milioni di anni” dopo il Big Bang) nel corso della “quinta giornata” (p. 138). E’ un mondo – questo delle stelle – molto differente da come appaia a occhio nudo. Intanto, grazie alla “sua apparente persistenza e immutabilità”,  sembra rassicurarci, proteggendoci “dalla paura dei cambiamenti e delle catastrofi”. Invece, se “si indaga nei meccanismi che agitano gli strati più interni di questi astri meravigliosi, siamo al cospetto di processi materiali di una violenza spropositata ed è difficile trovare sistemi più instabili e turbolenti”. Inoltre le stelle appaiono piccoli lumini e perfino il nostro Sole (“erede di una lunga catena di generazioni di stelle primordiali”, p. 143), che pur ci incute una certa reverenza, tendiamo a vederlo come un disco rosso che occupa una zona limitata dell’orizzonte all’alba e al tramonto. In realtà, il suo “raggio è cento volte maggiore di quello della Terra che, al confronto, diventa un puntino insignificante” e, nonostante ciò, è “una nana gialla, una stella di grandezza medio-piccola, una delle tante che abbondano nella nostra galassia. Nulla a che vedere con i giganti della categoria, come la stella maggiore del sistema di Eta Carinae, un mostro che ha una massa quasi cento volte superiore quella del Sole” (p. 139). 

All’interno delle megastelle i processi nucleari portano alla formazione di elementi via via più pesanti (“carbonio, azoto, ossigeno e tutto il resto degli elementi sino al ferro”): “al termine del loro ciclo vitale, la struttura delle grandi stelle fu squarciata da titaniche esplosioni, che distribuirono tutto nello spazio circostante. Dopo numerosi cicli, da queste polveri stellari ricche di elementi pesanti, compresi molti metalli, nacquero alte stelle e altri pianeti, come il Sole e la nostra Terra” (p. 147).  “Tutti i nuclei che compongono il nostro corpo – il calcio delle ossa, l’ossigeno dell’acqua, il ferro dell’emoglobina – hanno attraversato questo passato burrascoso e terribile. Ora gli atomi che hanno formato si sottomettono docilmente alle reazioni chimiche e biologiche che garantiscono la nostra esistenza. Se solo potessero raccontarci qualche storia della loro infanzia così avventurosa…o magari l’incubo di quella nascita così traumatica: prima prodotti nelle condizioni estreme di temperatura e pressione del cuore di una stella, poi scaraventati a velocità mostruose nel vuoto più assoluto, per miliardi di anni, in attesa che si crei una nuova aggregazione” (p. 148).

Il “sesto giorno” (p. 159) è ancora più lungo del quinto: perdura infatti per miliardi, non più per milioni, di anni. Più precisamente, “più di nove  miliardi di anni” , nel corso dei quali “l’universo è ormai popolato da una miriade di galassie” (“alimentate da giganteschi buchi neri”) (p. 177): “le stime più recenti parlano di oltre duecento miliardi di galassie” (p. 163).

 “Quando inizia l’ultima giornata, la settima”, in un angolo marginale dell’universo si forma “un grande disco di gas e polvere che ruota attorno al centro, dove si addensa il grosso della massa, soprattutto idrogeno”. “Una porzione della grande nube collassa sotto la forza della propria gravità e forma una nebulosa solare al cui centro sta nascendo una stella” (p, 180):  questa stella sarà il Sole, attorno al quale si formeranno, prima, “i grandi pianeti gassosi” e, poi, “quelli rocciosi”. Tra questi ultimi uno (la Terra) “sarà particolarmente fortunato. La collisione catastrofica con un altro pianeta in formazione, anziché devastarlo per sempre e ridurlo in mille frammenti, gli regalerà un grande satellite” (la Luna), che “contribuirà a stabilizzargli l’orbita nei miliardi di anni a venire. Sarà investito, come gli altri, da una pioggia di comete e meteoriti che lo arricchiranno di elementi importanti e tutto questo, assieme all’attività vulcanica che lo accompagnerà, giocherà un ruolo decisivo per gli sviluppi successivi. [ …] Orbiterà abbastanza vicino al Sole da riceverne energia sufficiente per uscire dal freddo cosmico che lo circonda, ma non troppo da essere investito da un calore incompatibile con molte reazioni chimiche. L’acqua, di cui in gran parte si coprirà, potrà rimanere allo stato liquido per miliardi di anni, e proprio nelle sue profondità nasceranno forme chimiche molto particolari. Strutture semplici ma dotate di un’attrezzatura geniale, che potenzia le capacità di adattamento e sviluppo: […] sono le prime forme di vita, che possono evolversi e riprodursi rispondendo alle condizioni dell’ambiente” (p. 181). “L’organizzazione del vivente offre tali vantaggi che darà origine allo sviluppo delle forme sempre più complicate, dagli organismi unicellulari a piante e animali, compresi noi. Siamo quasi alla fine della storia quando, in alcune strane scimmie antropomorfe, con forti relazioni sociali, la selezione naturale svilupperà un nuovo strumento che fornirà loro un ulteriore vantaggio evolutivo: la capacità di immaginare, avere una visione del mondo e una qualche forma di coscienza di sé. […] Termina la settima giornata e la genesi finisce quando sono passati 13,8 miliardi di anni” (p. 182).

  La storia dell’umanità non ha una data d’inizio certa. Circa un milione di anni fa, in Africa, vi sarebbe la comparsa dell’Homo erectus, dal quale si sarebbe successivamente evoluto l’ Homo Heidelbergensis. Questa specie avrebbe imboccato due strade: alcuni, rimanendo in Africa, sarebbero diventati Homo sapiens; altri, spostatisi in Europa, avrebbero dato luogo ai Neanderthal.Successivamente (circa 40.000 anni fa) anche i Sapiens si spostano in Europa e incrociano le loro esistenze con i Neanderthal. L’incrocio non è problematico perché “le due specie, evolvendo in ambienti e contesti completamente diversi”, avevano sviluppato “caratteri differenti ma, dal punto di vista genetico, rimangono molto vicine; stiamo parlando di parenti stretti, se non proprio fratelli sicuramente cugini” (p. 202).

 

 

 

                                                                    ***

Questo libro si apre con una domanda di Sergio Marchionne all’autore: “Lei, professore, crede in Dio?” (p. 12). In nessuna pagina c’è risposta: e questa mi è sembrata la risposta migliore. Perché Guido Tonelli ne potrà avere una (a meno che non sia perfettamente scettico). Ma il “professore” Tonelli, in quanto astrofisico, no. 

(Aggiungo, fra parentesi, che il premio Nobel Giorgio Parisi si è espresso in questa stessa direzione in una lettera del Giorgio Paris del 12/10/2021al direttore di “Avvenire” che aveva avuto da obiettare su un’intervista rilasciata, dallo stesso scienziato, a “Repubblica”: «Gentile direttore, quando ho letto la bella intervista di Gnoli, anche io sono stato colpito dalla frase “Dio, per me, non è neanche un’ipotesi ”. Era un tentativo di sintetizzare quello che avevo detto, ma a volte le sintesi estreme sono traditrici. Avevo pronunciato parole che testualmente erano simili, ma che avevano ben altro significato. Commentando la frase di Laplace sull’ipotesi Dio, “non ho avuto bisogno di questa ipotesi”, ho detto che l’esistenza di Dio non può essere usata alla stregua di una qualsiasi ipotesi scientifica: è qualcosa di diverso che trascende la scienza, e non può essere oggetto di indagine scientifica. Penso che anche lei concordi con me che sarei un pessimo teologo se cercassi di fare un esperimento per dimostrare l’esistenza di Dio e che sarei un pessimo scienziato se cercassi di spiegare i miei dati sperimentali ipotizzando l’esistenza di Dio. Sono fermamente convinto della separazione tra scienza e fede in quanto hanno scopi diversi. La prima si occupa del mondo fisico e cerca di spiegare il mondo in maniera autonoma, la seconda interpreta il mondo basandosi su qualcosa che lo trascende, che esiste indipendentemente dal mondo. Vorrei aggiungere che sono sempre infastidito quando nelle interviste mi domandano le mie opinioni religiose. Non mi pare che lo domandino mai a calciatori, cantanti, modelle, categorie per le quali ho il massimo rispetto. Implicitamente gli intervistatori assumono che gli scienziati posseggano una conoscenza privilegiata di Dio, ma non è vero»).

Torniamo al testo di Guido Tonelli.

Le scienze naturali provano a spiegarsi la storia dell’universo (o dei pluriversi) dal primo attimo (se c’ stato un inizio temporale) o da sempre (se l’universo è eterno) sino alla sua fine (se ne avrà una). Ma, per così dire perpendicolarmente a questa traiettoria lineare, può cadere una domanda radicalmente altra: questo universo ha in sé stesso il suo senso ? In altri termini: esiste perché non può non esistere (‘necessariamente’) o esiste di fatto, ma avrebbe potuto non esistere mai (esiste, dunque, ‘contingentemente’)?  In esso ogni ente, ogni fenomeno, ogni evento è ‘in relazione con’ (‘relativo ad’)  altri enti, fenomeni, eventi: ma la somma di questi relativi è ‘assoluta’ o anch’essa relativa a qualcosa di ‘assoluto’ (di in-dipendente, di sciolto-da) ? La molteplicità diveniente che s’impone evidente alla nostra osservazione scientifica ha in se stessa la ‘ragion d’essere’ o presuppone un Principio, un Fondamento, un’Essenza che gliela conferisca momento per momento? La lotta di tutti contro tutti (sincronica) e la successione di impermanenti (diacronicamente) sono intelligibili anche senza ipotizzare un Logos che ‘leghi’, che tenga insieme, gli opposti ? La sfera dell’apparire fenomenico (l’esperienza empirica) esaurisce la sfera del reale (l’Intero ontologico) ? Sono tutte domande meta-fisiche (‘al di là’ del punto di vista fisico) ma che riguardano la sfera fisica in ciò che ha – o che non ha – di più intimo: un senso. Forse l’umanità non ha mai risposto pertinentemente, forse vi risponderà un giorno o mai: quel che è indubbio è che si tratta di domande per le quali nessuna delle scienze naturali è attrezzata. Ad esse potrà rispondere l’intuizione teoretica e/o poetica. O – come proponeva Kant – la “fede razionale” basata sull’universalità del senso morale. O anche nessuno. 

La domanda sul Fondamento, necessario e assoluto, del molteplice in divenire – per quanto centrale – non esaurisce lo spettro dell’indagine filosofica. Così la lettura di queste pagine suggerisce tanti altri interrogativi ai confini fra l’ottica scientifica e la prospettiva meta-fisica. Esaminiamo qualche caso.

 

***

 

“Sotto l’apparenza del Cosmos si nascond[e] il Caos” (p. 28). E’ un’affermazione di enorme peso ‘ontologico’: se vera, conferma – per così dire sperimentalmente – tutto il filone ‘nichilistico’ del pensiero occidentale che da Gorgia (l’Essere, ammesso che sia, è inconoscibile), passando per Nietzsche (“In principio era l’Assurdo”) arriva sino a Sartre (“Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezzza e muore per combinazione”). Se la Physis, la Natura, il Grembo originario, la Matrice prima, l’Essenza universale è contraddittoria, dunque inintelligibile e a-nomica, perché l’umanità dovrebbe cercare – e soprattutto come potrebbe trovare – un assetto logico, armonioso, legale? Se la stiva è sfondata e la nave condannata al naufragio irrimediabile, che senso ha darsi delle regole di convivenza a bordo? Ma – potrebbe obiettarsi – il nostro sguardo umano è abbastanza ampio da cogliere l’intero universo (anche ammettendo che esso coincida con l’intera realtà e che non siano ipotizzabili dimensioni del reale meta-empiriche) sì da poter pronunziare sentenze così drastiche? E’ interessante che lo stesso Tonelli, proprio nella pagina successiva, sembri contraddire – o per lo meno stemperare – l’affermazione del primato del Caos sul Cosmos : “La materia sul piano microscopico segue implacabilmente le leggi della meccanica quantistica, dominate dal caos e dal principio di indeterminazione. Nulla sta fermo, tutto ribolle in una straordinaria varietà cangiante di stati e possibilità. Ma quando osserviamo grandi numeri di queste particelle, quando le strutture diventano macroscopiche, i meccanismi che ne regolano la dinamica acquistano, quasi magicamente, regolarità, persistenza, ordine ed equilibrio. La sovrapposizione di un numero spaventoso di fenomeni microscopici casuali, che si sviluppano in tutte le direzioni possibili, produce stati macroscopici ordinati e persistenti. Forse è il caso di utilizzare un concetto nuovo per descrivere questo dato che sembra realmente strutturale: Caos cosmico potrebbe essere l’ossimoro giusto per mettere in relazione le due entità che nell’universo si rincorrono e giocano a rimpiattino” (p. 29). 

“Per capire la nascita dell’universo dovremo abbandonare, insieme a molti altri, il pregiudizio dell’ordine” (p. 30). La tesi che il Caos possa co-governare, anzi sgovernare, l’universo è strettamente legata (se non addirittura logicamente derivata) dalla convinzione che gli eventi naturali (dall’esplosione di una stella allo scontro fra due asteroidi) avvengano per ‘caso’. Ma il caso esiste davvero o è solo un’etichetta che ci serve per nascondere la nostra irrimediabile ignoranza di alcuni nessi causali?  Se passeggio per strada e una tegola mi colpisce in testa, mi verrà spontaneo affermare che è stato un caso. Con ciò escludo – e a ragione – che la tegola sia caduta per effetto di un’azione intenzionale da parte di qualcuno. Ciò significa anche che l’evento fosse imprevedibile? Rispetto alle conoscenze medie abituali dell’uomo comune, senz’altro. Ma se quella tegola, per ragioni scientifiche, fosse stata oggetto di osservazione da alcuni anni; se con appositi strumenti tecnici si fossero monitorati i flussi ventosi, le incidenze piovane, il deterioramento del materiale, la forza di gravità e così via, la caduta della tegola sarebbe stato un evento prevedibilissimo.  E’ davvero tutto diversa la situazione in fisica subatomica? Che di fatto noi esseri umani non riusciamo a prevedere la direzione di un elettrone è certo. Che questa impossibilità di fatto sia anche un’impossibilità di principio – perché i nostri strumenti modificano l’elettrone nel momento in cui lo osservano -   è altrettanto certo (se ha ragione Heisenberg) o, comunque, molto probabile. Ma la imprevedibilità a parte hominissignifica imprevedibilità in sé, assoluta? Non è sintomo di presunzione antropocentrica l’equivalenza fra inconoscibilità di un evento da parte dell’essere umano e l’inconoscibilità dello stesso evento anche da parte di una (ipotetica) Intelligenza assoluta? Se io non riesco a trovare la causa di un effetto, posso legittimamente dedurre che quell’effetto non ha alcuna causa? Si badi: la questione non ha immediate e univoche implicazioni teologiche. Posso benissimo affermare che tutti gli eventi dell’universo sono concatenati causalmente – e dunque escludere il ‘caso’ in senso radicale e assoluto – senza perciò ammettere che Qualcuno abbia preordinato tale concatenazione: Baruch Spinoza o Pierre Simon de Laplace non erano certo credenti (almeno nell’accezione prevalente in ambito monoteistico). 

 

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“Alla più difficile delle domande: cosa c’era prima del Big Bang”, possiamo rispondere: “In principio era il vuoto” (p. 31). Ma – aggiunge saggiamente Tonelli – a due condizioni. Prima condizione: sapere che “chiederci cosa c’era prima che nascesse il tempo” (lo “spazio-tempo” che “entra in scena assieme alla massa-energia”) è un “paradosso” (p. 31). Seconda condizione: che il vuoto di cui parliamo è “un sistema fisico molto peculiare che, nonostante il nome francamente fuorviante, è tutt’altro che vuoto. Le leggi della fisica lo riempiono di particelle virtuali che appaiono e scompaiono a ritmi forsennati, lo affollano di campi di energia i cui valori attorno allo zero fluttuano continuamente” (p. 31): dunque, questo “vuoto” non è da nessun punto di vista niente (o nulla). E’ qualche cosa: è un ess-ente, un ente, per giunta pervaso da “leggi” fisiche. La domanda ontologica (meta-fisica o intra-fisica o più-che-fisica) che ci ponevamo tradizionalmente, e ingenuamente, sull’universo - come appare a prima vista -  resta identica: muta solo l’oggetto ‘materiale’ che la suscita. Adesso è di questo “vuoto” (che, “come sistema fisico è, per certi versi, il contrario del nulla”, p. 46)  che possiamo – forse dobbiamo – chiederci se sia ingenerato e autosufficiente o se presupponga un Fondamento che lo abbia generato (meglio: lo continui incessantemente a generare) e gli conferisca una ragion d’esistere.

 

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Ma chiederci se l’universo abbia un senso, una ragion d’essere, una qualche finalità non è solo manifestazione di antropocentrismo? Nella vita quotidiana siamo abituati a porre un’azione in vista di uno scopo più o meno chiaro: così, se vediamo un’azione di un soggetto (o il prodotto/effetto di un’azione di un soggetto) , ci viene spontaneo chiederci per quali motivi e con quali intenzioni quell’azione (o quel prodotto/effetto di un’azione) sia stata eseguita. Ma non è abusivo estendere questa logica all’intero universo? Non potrebbe essere un ente – o un complesso di enti reciprocamente intrecciati – senza nessun altro fine che la sua stessa esistenza? Una sorta di enorme rosa di Silesio che fiorisce perché fiorisce? 

Vorrei riflettere sull’espressione “siamo abituati” (a cercare una causa, efficiente e/o finale) per spiegare un dato sperimentato. Qualche filosofo (D. Hume) ha sostenuto che la causa (!) del nostro “principio di causalità” sia, appunto, la mera “abitudine”: vedendo che ‘dopo’ l’accensione di un cerino, almeno solitamente, si accende un mucchietto di paglia, ci convinciamo (quasi per una sorta di “fede”) che il post hoc (dopo questo) sia un propter hoc (a causa di questo). A qualche altro filosofo questa spiegazione è apparsa insufficiente: poiché trovava strano che, in ogni tempo e in ogni luogo, gli umani acquisissero la stessa “abitudine” (e, di conseguenza, la stessa “fede”), Kant ha supposto che la ‘causa’ (!) dell’universalità del “principio di causa” fosse da ricercare nella struttura congenita della nostra mente. Noi umani condivideremmo un “intelletto” che non può, in certe condizioni, non collegare due fenomeni mediante il nesso causale. Si esce, così, dal soggettivismo individuale per entrare nel soggettivismo inter-soggettivo (Kant usa il termine “trascendentale”). La mia domanda – alla scuola di Aristotele – è dunque: il principio di causalità è solo logico o è logico in quanto, originariamente, ontologico? In altri termini: perché affermare che siamo noi che colleghiamo il cerino alla paglia infuocata (e che ignoreremo per sempre ciò che davvero avviene) e non che vediamo, scopriamo, prendiamo atto del nesso oggettivo, effettivo, reale, fra l’uno e l’altra? 

A mio parere, il principio di causalità è fondato (o, almeno, strettamente imparentato) con il principio di non-contraddizione, secondo il quale non è possibile passare dal non-essere all’essere (e viceversa). Il divenire attesta che qualcosa che non era, è; e qualcosa che era, non è. Questo è il referto del senso comune e delle scienze sperimentali più raffinate e aggiornate. Posso fermarmi a questa constatazione oppure problematizzarla filosoficamente. Mi pare che, se si riflette a fondo, gli scenari principali possibili siano due. In una prima prospettiva, da Parmenide a Severino, il divenire – essendo razionalmente inconcepibile – è illusorio: l’Essere, nella sua totalità, è sempre Identico, Immobile, Indiveniente. Nonostante, a prima vista, sembri opposta, un’altra versione di questo primo scenario ammette che il divenire sia reale, ma nega che esso offra davvero qualcosa di novum, di inedito: non c’è qualcosa che non fosse e che inizia ad essere, ma solo qualcosa che è sempre stata e inizia a palesarsi, ad “emergere” dall’ombra. Leggiamo in uno dei testi più recenti del movimento “post-teista”: “Il cosmo è un grande sistema con ‘proprietà emergenti’. La vita e la coscienza emergono da un processo di auto-organizzazione a partire dalla materia o energia primordiale. Tutto è costituito da una materia dinamica e creativa da cui sorgono successivamente molteplici ‘proprietà emergenti’. In ultima istanza non ci sono confini definiti tra la sfera fisica, quella vivente e quella mentale” (J. Arregi – T. Brun – G. González – J. M. Vigil – S. Villamayor,  Per un cristianesimo  post-teista, “Adista/Documenti”, 35, 9.10.2021, p. 4). Anche in questa versione, il monismo ontologico azzera qualsiasi scandalo razionale: non c’è alcun passaggio dal non-essere all’essere. Scandalo che, invece, permane e inquieta chi ritiene che uno zigote, e a maggior evidenza un neonato o un soggetto adulto, sia un quid novi rispetto allo spermatozoo paterno e all’ovulo materno. Fenomenologicamente siamo polvere di stelle: ma il passaggio dal carbonio a Beethoven è davvero ovvio, scontato, a-problematico? Chi non lo ritiene tale, ma non vuole neppure rassegnarsi né a cancellarlo come mera illusione antropologica né ad ammettere l’assurdo di un essere che provenga dal non-essere, è indotto ad ipotizzare un secondo scenario: che la sfera dell’empirico diveniente sia reale (contra Parmenide e discepoli), ma non sia tutto il reale (contra immanentisti di varia matrice); che in essa venga all’esistenza sì qualcosa di realmente inedito, ma non ex nihilo; piuttosto come effetto, prodotto, 'dono' di un Essere integralmente tale, dunque preservato dalla contraddizione del divenire quale passaggio dal non-essere all’essere (e viceversa).  In questa prospettiva, l’evoluzione cosmica non è la mera epifania di una Materia che squaderna i suoi tesori nascosti da sempre, ma il teatro di eventi che, sulla base esclusiva delle battute iniziali, sarebbero stati imprevedibili: un’evoluzione ontologicamente creata (e perciò reale), piuttosto che creatrice (auto-creatrice) ( e perciò o apparente o illogica).

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



[1] Se il 5% dell’universo è materia “ordinaria” (o visibile all’essere umano) e il quintuplo (il 25%) materia “oscura”, di che è costituito il restante 70% (circa) ? Di “energia oscura” (p. 133). 

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Per la versione 'illustrata' si può cliccare qui:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/genesi-delluniverso-secondo-lastrofisica-contemporanea/#more-50043