lunedì 26 ottobre 2020

MARIA D'ASARO SUL LIBRO DI ADRIANA SAIEVA CHE SPIEGA LA MAFIA AI RAGAZZINI (10 - 16 ANNI)

Su www.ilpuntoquotidiano. it di domenica 18.10.2020
 Maria D'Asaro recensisce 
Cos'è la mafia ? Tre giovani in cerca di risposte di Adriana Saieva



Oltre che su salute, socialità ed economia, la pandemia da Covid 19 sta causando effetti collaterali negativi, seppure meno visibili, in altri settori. A scuola, ad esempio, è necessario dare priorità a misure organizzative, di controllo igienico-sanitario e ai contenuti didattici ordinari, in sofferenza durante il lockdown. Così, nell’emergenza attuale, per molti docenti può risultare difficile occuparsi di educazione alla pace, alla nonviolenza, di educazione antimafia e alla legalità: temi cruciali per la formazione degli alunni e costitutivi per l’educazione civica, disciplina per fortuna quest’anno “resuscitata”. Nella speranza di poter tornare presto alla normale agenda educativa, per spiegare agli alunni dai dieci ai quattordici/quindici anni che cosa è la mafia e come è possibile contrastarla, ottimo ausilio è il libretto Cos’è la mafia?(Buk Buk, Trapani 2020, pp. 109, €12,90) di Adriana Saieva, che ha già dato prova del suo talento didattico-narrativo presentando in modo avvincente la figura di Peppino Impastato, nel testo Tutti in campo. E tu conosci Peppino Impastato? (Navarra, Palermo 2018, pp.32, euro 10,00).

PER COMPLETARE LA LETTURA , E VEDERE ALCUNE ALCUNE FOTO, BASTA UN CLOCK QUI:

http://www.ilpuntoquotidiano.it/cose-la-mafia-manuale-per-i-ragazzi/
 

sabato 24 ottobre 2020

CLAUDIA FANTI RECENSISCE "L'ARTE DI ESSERE MASCHI LIBERA/MENTE" DI AUGUSTO CAVADI



Verso un nuovo modello maschile, per uscire dalla «gabbia del patriarcato» 

Tratto da: Adista Documenti n° 38
 del 31/10/2020
La violenza sulle donne vista dagli uomini, anzi da «maschi meridionali», come la spia di un ben più ampio retroterra culturale e sociale: il sistema del patriarcato. È questo il senso del volumetto, piccolo ma estremamente denso, dal titolo L'arte di essere maschi, libera/mente, scritto dal filosofo "di strada" e saggista Augusto Cavadi con il contributo del Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne" (di cui l'autore è tra i soci fondatori) e pubblicato da Di Girolamo editore (Trapani 2020, pp. 155, euro 13,90).Una violenza, quelle sulle donne, che ricorda, per certi versi, quella mafiosa: come nel caso delle mafie, la cui presenza, «attiva e pervasiva», si mantiene «anche quando rimane nascosta e silenziosa», anche gli atti di violenza contro le donne appaiono piuttosto come la punta di un iceberg, facendo «emergere alla luce del sole ciò che, di solito, resta sommerso nell'oscurità degli abissi». E proprio come la mafia, che uccide quando si sente minacciata, il moltiplicarsi dei crimini contro le donne potrebbe significare, secondo Cavadi, che «i maschi avvertono traballare la loro posizione di secolare predominio e reagiscono a quegli atteggiamenti femminili che, finalmente, si oppongono allo status quo secolare».Ma il confronto tra mafia e violenza sulle donne rivela un altro tratto comune: se la violenza mafiosa degrada per primo proprio chi la esercita, il sistema patriarcale che consente e alimenta la violenza maschile produce anche l'effetto di «amputare» le capacità relazionali degli stessi maschi. Cosicché, rispetto tanto al sistema mafioso quanto a quello patriarcale, si può affermare che ogni soggetto «ne è partecipe, ma al tempo stesso vittima».Infine, proprio come i mafiosi, lungi dai cliché cinematografici, non presentano affatto tratti che possano renderli riconoscibili a prima vista, così gli autori di violenze verso le donne – in massima parte mariti, compagni, amici di famiglia, datori di lavoro, educatori – non costituiscono per nulla dei corpi estranei in un sistema sociale sano: bollarli frettolosamente come squilibrati o malati è solo un modo inconscio di «segnare un fossato inesistente fra “loro” e “noi”; di negare che essi sono il sintomo visibile di un sistema strutturale, persistente, invisibile di cui tutti noi maschi (e moltissime donne) siamo parte e di cui siamo corresponsabili».In questo quadro, evidenzia Cavadi, il contrasto alla violenza maschile, così come quello alla violenza mafiosa, non può essere condotto attraverso «misure eccezionali», ma «deve fare parte, piuttosto, di una strategia di lungo periodo che si basi sull’analisi delle radici del fenomeno che si vuole estirpare». Una strategia che non può prescindere, secondo l'autore, né dalle analisi teoriche del movimento femminista – riguardo al carattere parziale, limitato e riduttivo «di un "ordine oppressivo" (maschilista) che, dopo tanti secoli, appare "naturale", "neutrale", ovvio» – né dai suoi concreti metodi di lavoro centrati sul «partire da sé». Ma che oggi può contare anche sull'apporto di gruppi maschili come “Uomini in cammino” di Pinerolo o più in generale il Movimento “Maschile plurale”, in cui sono confluiti gruppi da varie parti del Paese, accomunati dalla convinzione che «mettere in discussione l’assetto culturale e sociale prevalentemente androcentrico» – di cui il libro analizza le radici biologiche, socio-economiche, giuridico-culturali e simbolico-religiose – sia «un gesto non solo di equità verso le donne, ma almeno altrettanto di cura» verso se stessi. E l'unico modo per ricomporre quella frattura che attraversa il modello di maschio prevalente nella società occidentale, quella tra «l’animus, il lato sinistro del cervello, la razionalità, la capacità di calcolare», e «l’anima (in senso junghiano), il lato destro del cervello, la corporeità, l’affettività»: due metà che, se «restano schizofrenicamente separate, o addirittura in conflitto», condanneranno il maschio a vivere in una «costante disarmonia interiore». Quella «sorta di gabbia comportamentale» che, come scrive Francesco Seminara nella postfazione, «se da un lato lo costringe ad aderire a degli stereotipi rigidamente strutturati, dall’altro ne condiziona la libertà e lo priva di parte delle sue potenzialità spingendolo verso una condizione di parzialità esistenziale».  
Claudia Fanti

giovedì 22 ottobre 2020

LA PAURA DEL COVID-19 E VITO MANCUSO

 


Oggi, giovedì 22 ottobre 2020, alle ore 17, sulle pagine Facebook dello Spazio cultura libreria Macaione ( https://www.facebook.com/spazioculturalibri) e dell’Associazione Parco del Sole (https://www.facebook.com/Associazione-Parco-del-Sole), avrò una conversazione con Vito Mancuso sul suo ultimo libro: Il coraggio e la paura (Garzanti, Milano 2020, pp. 140, euro 12,00).

QUA LA REGISTRAZIONE DELLA CONVERSAZIONE:

https://www.facebook.com/spazioculturalibri/videos/375056673634898/?sfnsn=scwspmo

 

***

 

Qui di seguito una recensione dello stesso volume.   

 


LA PAURA DEL COVID-19 E LA VIRTU’ DEL CORAGGIO

I filosofi si occupano sempre di tematiche meta-temporali: in alcuni casi seguendo un proprio percorso mentale che prescinde dagli eventi storici, in altri lasciandosi provocare dalle esperienze individuali e collettive quotidiane. In Il coraggio e la paura (Garzanti, Milano 2020, pp. 140, euro 12,00) Vito Mancuso ci offre un esempio di riflessione del secondo tipo, provando a ragionare su alcune implicazioni esistenziali della pandemia da coronavirus in corso. Un fenomeno del genere, almeno in Occidente, non si registrava da circa un secolo e ha suscitato le reazioni più disparate: dallo scoramento nevrotico di chi ha ritenuto prossima la fine del mondo alla sottovalutazione irresponsabile di chi ha ‘negato’ che si sia trattato di una patologia seriamente pericolosa per larghe fasce della popolazione.

L’invito dell’autore è bifronte: agli uni di “accarezzarla, la nostra paura”, di non reprimerla, dal momento che “anche lei ha bisogno di carezze e di baci, e quanto più la tratteremo con tenerezza, tanto più essa si trasformerà in intelligenza” (p. 128); agli altri di non giocare a fare i superuomini, a “diffidare di un coraggio eccessivo che può degenerare in temerarietà, aggressività, violenza” (p. 17). In entrambi i casi, insomma, si tratta di accettare la vita con le sue polarità dialettiche: “rottura di simmetria e ricomposizione di simmetria, martello e cazzuola, forbici e colla”: “il coraggio e la paura” (p. 129) , appunto. 

La ricerca di questa “armonia” al di sopra, o al di sotto, dei contrari di eraclitea memoria è possibile solo se la struttura dell’essere umano comprende, oltre la base fisica e la dimensione psichica, anche quello “spazio vuoto” (p. 96) grazie al quale “noi possiamo prendere le distanze dal nostro corpo, dalla nostra intelligenza, dalla nostra ragione, dalla nostra passione” e che possiamo chiamare “libertà” (p. 97). Esso è la spia rivelatrice di quella dimensione antropologica “individuata dalle grandi civiltà del passato e denominata ogni volta mediante un termine che, originariamente, indicava il vento: spiritus in latino, pneûma in greco, ruah in ebraico, atman in sanscrito, tutti casi in cui il termine significa in primo luogo vento, aria libera che si muove” (p. 91). E’ solo se esiste questa dimensione del nostro essere, e se ne abbiamo consapevolezza, che possiamo andare oltre i nostri “bisogni primari e naturalmente insopprimibili” e i nostri “desideri psichici, altrettanto reali ed esigenti” per dare corso alle nostre “più alte aspirazioni spirituali”, come hanno testimoniato, nei millenni, “Antigone, Ettore, Alcesti”; “Buddha”; “Geremia”; “Gesù”; “i partigiani, martiri della Resistenza antifascista”;  “Paolo Borsellino” (pp. 91- 92). 

PER COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK:

https://www.zerozeronews.it/la-paura-del-covid-19-e-la-virtu-del-coraggio/





mercoledì 21 ottobre 2020

PUBBLICARE LE FOTO DEI CITTADINI CHE ACCATASTANO RIFIUTI? CERTO, MA...


 www.girodovite.it

21.10.2020

La decisione del sindaco Orlando di pubblicare sui social le foto dei cittadini che imbrattano, deturpano, inquinano gli angoli delle nostre strade ha suscitato delle “perplessità” in alcuni ambienti politici di “sinistra”. Dico subito che non condivido per nulla tali riserve: delegare alle organizzazioni partitiche di “destra” la difesa della legalità democratica è un errore già troppe volte ripetuto, con la conseguenza disastrosa che, in mano ai conservatori più o meno reazionari, è rimasto il vessillo della legalità e si è dissolta la qualifica di democratica, costituzionale, repubblicana.

Ciò premesso, va notato che la difesa della legalità non può realizzarsi a macchia di leopardo: non si possono seguire gli umori, o i malumori, dei cittadini e perseguire una volta chi posteggia in doppia e tripla fila, un’altra volta chi accumula rifiuti ingombranti, un’altra volta ancora chi costruisce abusivamente sulla riva del mare. La battaglia, anzi la guerra, agli incivili egoisti incapaci anche solo di ipotizzare un’ottica di bene comune va combattuta in maniera sistemica, complessiva. Dunque un sindaco, da solo, non può intestarsela. C’è bisogno di una sinergia di istituzioni e, dunque, di una regia che coordini e promuova: per esempio dell’iniziativa di un prefetto, in prima persona o mediante un suo delegato di fiducia che convochi, intorno a un tavolo, i vertici dei vigili urbani, della polizia, dei carabinieri, dei finanzieri.

Quale potrebbe essere la prima mossa, elementare ? Chiedere che per un raggio anche solo di un chilometro attorno ai commissariati di polizia o alle caserme dei carabinieri lo Stato imponga, senza eccezioni, le sue regole. Che almeno là dove sventola la bandiera della repubblica italiana i cittadini vedano che non comandano i mafiosi, i corrotti, gli abusivi, i prepotenti. Se a poche decine di metri da una caserma è possibile che file di auto stazionino permanentemente in zona rimozione o si rigenerino permanentemente discariche abusive senza che nessun esponente delle Forze dell’ordine intervenga almeno episodicamente, almeno simbolicamente, che messaggio recepiamo noi cittadini inermi? E’ credibile che se una vettura dei carabinieri si aggiunge alla decina di auto posteggiate in divieto davanti a un bar, è sempre e soltanto per ragioni urgenti di servizio? E’ credibile che decine di agenti entrino ed escano dal proprio commissariato senza accorgersi che in una grande arteria viaria molto vicina la corsia degli autobus è costantemente occupata da auto in sosta che esasperano le già insopportabili condizioni del traffico?

PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK:

https://www.girodivite.it/Il-Sindaco-di-Palermo-e-le.html

sabato 17 ottobre 2020

LE PROSSIME CENETTE FILOSOFICHE PER NON...FILOSOFI SARANNO VIA SKYPE


 Non tutto il male, forse, viene per nuocere...

A causa del covid, siamo costretti a svolgere le (ormai quasi ventennali) cenette filosofiche per non...filosofi (di professione) in assetto anomalo. Intanto perché saranno cenette senza...cena; poi perché saranno ammessi in presenza solo le prime 5 persone che ne faranno richiesta al padrone di casa scrivendo a Pietro Spalla (e attenendo la sua risposta di conferma positiva): spalla.pietro@gmail.com

In questo contesto sfavorevole c'è però un aspetto positivo: i tanti amici e le tante amiche che negli anni avrebbero voluto partecipare, potranno farlo a distanza collegandosi quelle due volte al mese previste dalla nostra cadenza abituale.

Ricominceremo, dopo i mesi di quasi-quarantena martedì 20 ottobre 2020.

Tutti/e potrete collegarvi cliccando, dalle 20. 15 alle 20.30, in modo da poter iniziare con la nostra solita puntualità alle 20,30 sul seguente link (account NON necessario):

https://join.skype.com/kWkNwdbdaLvI

Le richieste di chiarimento e soprattutto le risonanze esistenziali (senza riferimenti eruditi) concerneranno  il mio libro: Pensare Sul Mare Tra-Le-Terre (Di Girolamo, Trapani 2020)di cui potremo leggere (o ri-leggere) i primi  tre capitoli che ci eravamo assegnati prima di sospendere le cenette a causa del coronavirus: : il 1° Come Venere dalle Onde, il 2° Un’alternativa alla filosofia solipsistica, il 3° La filosofia in vesti insolite. Quindi, sino a pagina 35 compresa.

Chi non ha ancora il testo può richiederlo a tutte le librerie on line e fisiche d'Italia: i partecipanti palermitani possono acquistarlo direttamente presso lo studio Spalla e presso la Casa dell'equità e della bellezza.
lo lascerei in portineria per lui.    



giovedì 15 ottobre 2020

IL LIBRO DI ADRIANA CHE SPIEGA LA MAFIA AI RAGAZZINI DI TUTTA ITALIA E' STATO PRESENTATO !

    


     

 E’ stato presentato oggi a Palermo, nello spazio inter-etnico “Moltivolti", il libro di 

Adriana Saieva, illustrato da Roberta Santi:  Cos’è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte (Edizioni Buk Buk, Trapani 2020, pp. 112, euro 12,90)

Con l’autrice hanno dialogato Anna Bucca e Fausto Melluso (ARCI - Palermo)

Fausto Melluso: “Uno dei tanti pregi di questo testo è che si rivolge a un target chiaro: ragazzini e adolescenti […] Prendiamo atto purtroppo che non siamo ancora riusciti in questa città a costruire una coscienza civica che vada oltre il tabù della mafia. Questo libretto didattico, col suo felice escamotage narrativo, è capace di fornire alle agenzie educative gli strumenti per collegare l’impegno antimafia all’educazione alla cittadinanza attiva.

Anna Bucca: “Sono contenta di presentare questo libro in un territorio dove l’ARCI vuole essere presente con gli strumenti della cultura e dell’intercultura. Ogni lavoro educativo e associativo o si radica in un territorio o non va da nessuna parte …Cos’è la mafia è un percorso di educazione alla cittadinanza a tutto tondo, che smonta con gentilezza pregiudizi e atteggiamenti sbagliati; un testo capace di spiegare contenuti seri e importanti utilizzando il linguaggio degli adolescenti. Attraverso il vissuto quotidiano di alcuni ragazzi si offrono contenuti importanti con intelligenza e grazia”.

(Maria D'Asaro)

PER CHI DESIDERI VEDERE ALCUNE FOTO DELL'EVENTO, BASTA UN CLICK:

https://maridasolcare.blogspot.com/2020/10/la-mafia-spiegata-ai-ragazzi.html




lunedì 12 ottobre 2020

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SI E' FATTO IN...TRE ! CON IL COMMENTO DI DAVIDE MICCIONE


Come alcuni di voi ricorderanno, per i miei 65 anni ho pubblicato il testamento spirituale "a babbo vivo" (Bruno Vergani): Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità.


 Il libro ha avuto una discreta diffusione per cui si è resa necessaria una terza ristampa. Con Mario Trombino, indomito editore, abbiamo pensato che fosse opportuno pubblicare il volume originario (un po' impegnativo da leggere e...da acquistare) in tre distinti tomi - con opportuni aggiornamenti e qualche integrazione - di cui si  può fruire anche separatamente:

1. Voglio una vita spregiudicata. La filosofia come spiritualità per chi ritiene di non averne una (Diogene Multimedia, Bologna 2020, pp. 193, euro 16,00 (corrisponde alla Prima parte del volume originario);

2. Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia, Diogene Multimedia, Bologna 2020, pp. 112, euro 12,00 (corrisponde alla Seconda parte del volume originario);

3. La filosofia come terapia dell'anima. Linee essenziali per una spiritualità filosofica, Diogene Multimedia, Bologna 2019, pp. 262, euro 16,00 (corrisponde alla Terza parte del volume originario).

Ora che i Mosaici di saggezze sono stati ricomposti, posso pubblicare per la prima volta sul mio blog la bella recensione che ne ha scritto tempo fa il mio generoso amico Davide Miccione:

Phronesis”

n. 2, seconda serie, febbraio 2020

 

Recensione del volume:

 

Augusto Cavadi, Mosaici di Saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 367. 

 

A vent’anni dal suo arrivo in Italia e pur consapevole del suo momentaneo letargo, continuo a pensare che la consulenza filosofica rappresenti la “via regia” per la consapevolezza della avvenuta Svolta pratica. La trasformazione achenbachiana del filosofo da “grossista” a “dettagliante”, l’incontro con il singolo e non più con il pubblico, con l’interlocutore che adesso mi parla e non con la massa dei lettori, il ritorno a movenze socratiche da lungo tempo dimenticate, ci portano di necessità in altri luoghi da cui la filosofia “tradizionale” in cui tutti noi siamo cresciuti finalmente ci appare visibile. Ma accanto alla via regia, centrata con tutta evidenza sul colloquio individuale e su quel vero e proprio trauma (più rimosso che elaborato o riassorbito in verità) di pensare il filosofo come professionista, esistono altre strade, viottoli, sentieri. Alcuni larghi e comodi ma che non portano da nessuna parte, altri che consentono al viaggiatore solo sguardi banali, su piazzole di sosta e autogrill di catena tutti uguali; altri ancora invece tortuosi, stretti, accidentati, che aprono però panorami inaspettati e non altrimenti osservabili. Ognuno di questi itinerari ha un suo cartografo, sterratore, asfaltatore e persino esattore di pedaggio che esplora e propone (partendo da essa e giungendo a essa) una propria idea di ragione: quella di Sautet è conversevole, colta, pienamente “continentale” nel suo storicizzare le questioni; quella di Lipman è logica, pubblica, pragmatica; quella di Pollastri sembra invece dialettica, radicale e con aspirazioni alla totalità e così via. Ma in Italia, contemporaneamente all’entrata in campo di Achenbach, si muoveva già uno sherpa che tutti questi sentieri li stava battendo o spesso perfino tracciando, battezzando e disboscando: Augusto Cavadi. Prima che le pratiche filosofiche avessero un termine in grado di unirle concettualmente Cavadi si era già dato da fare per esplorarne un buon numero. L’idea di ragione che guida Cavadi nella sua esplorazione è insieme politica e spirituale. Alla perenne ricerca di un senso (non a caso l’interesse ritornante per la logoterapia di Frankl e il tentativo di mettere in evidenza eventuali affinità tra questa e la Pratica filosofica), sembra evidente per Cavadi che questo non si possa trovarlo sottraendoci al mondo, inseguendo quello stato di sospensione/eccezione che traspare da certe pagine della ultima Arendt o nelle “morti apparenti” di Sloterdijk. Il senso in Cavadi passa sempre da un immergersi nel mondo e non da un allontanarsi da esso, è sempre un senso da trovare insieme, nel dialogo. Un dialogo che tenta di stringere di più i dialoganti ad un sentire comune, ad una verità minima trasversale, che ha a cuore i dialoganti almeno tanto quanto la verità che si origina dal dialogo; è dunque, quella cavadiana, una ragione che necessita una attenta vigilanza contro la tentazione del sincretismo e dell’irenismo come altre dovrebbero guardarsi invece dall’astrattezza o dalla deriva eristica. In questo orizzonte, Mosaici di saggezze assume una posizione centrale e non aggirabile in quella imponente mole e varietà di scritti dell’autore che rischia, con il solo peso del numero, di rendere difficile al critico la delineazione di una traiettoria di sviluppo teorico. Mosaici appare come la presentazione del retroterra teorico da cui Cavadi muove e al contempo della terra promessa verso cui si dirige. La chiave sta non tanto nel titolo quanto nel sottotitolo che, come spesso accade, è meno ad effetto ma decisamente più esplicativo: Filosofia come nuova antichissima spiritualità. Il tema sembrerebbe dunque la spiritualità come nesso. Nesso tra che cosa? Qui la questione si fa più difficile. Forse tra filosofia e religione, in fondo i due temi principali presenti nella produzione di Cavadi? In alcune pagine Cavadi sembra portarci a pensarlo pur negandolo (ad esempio si pensi alla costruzione, a ricalco di quelle religiose, di cerimonie comunitarie filosofiche presentata nell’appendice del libro). Tendo però a pensare che il vero nesso si collochi piuttosto tra teoria e pratica giacché la spiritualità non può certo essere solo una teoria o una forma di cultura o un genere letterario ma una pratica: «essa non è una mera teoria né tanto meno ideologia, ma praxis nel senso plenario del termine, inseparabilmente interiore ed esteriore» (Mosaici p. 63, da ora in poi indicato con il solo numero di pagina) e la filosofia, nell’interpretazione cavadiana, certamente lo è altrettanto. Questa centralità della comunità dialogante (ci si concentri sul sostantivo e si noterà come negli scritti di Pollastri o nei miei è quasi sempre l’individuo e non la comunità ad essere in dialogo) già alcuni passi di Mosaici di saggezze, dove la lingua chiara e piana di Cavadi sembra salire di tono e di ispirazione, bastano per mostrarla nel suo essere qui già e non ancora. Ad esempio, si legga dove si descrive il rapporto tra le scienze umane e la comunità scientifica: «risultato di queste specializzazioni è l’immenso cantiere della cultura planetaria: una sorta di alveare da cui – senza interruzione – miriadi di api sciamano in cerca dei fiori più svariati e ne succhiano il nettare per tornare, infine, nella casa comune a produrre ogni tipo di miele» (p. 22), o ancora: «in questa apertura di orizzonti [...] si realizza l’unica globalizzazione che può rendere sensata l’internazionalizzazione delle transazioni economiche: il meticciato degli spiriti, lo scambio delle intuizioni, l’emendazione reciproca e l’integrazione delle tradizioni sapienziali» (p. 46).

    Non stupirà, dopo queste righe, la scelta di far iniziare il volume con un protrettico, genere alla cui frequentazione Cavadi non è nuovo avendogli già dedicato un sentito volume (E, per passione, la filosofia, Di Girolamo 2006). Procedendo in questa esortazione al filosofare, che pur risalendo fino al padre del “genere” – Aristotele -  prende nuova linfa dallo sguardo consulenziale e da una diversa conseguente pensabilità del ruolo sociale della filosofia, Mosaici procede poi a dichiarare l’intento del volume con una circospezione insolita per l’autore, solitamente più diretto nel presentare la tesi portante dei suoi lavori e che fa pensare che Cavadi abbia ben colto la notevole ambizione della sua impresa, da lui descritta come l’azione di «recuperare, e valorizzare, alcuni filoni spirituali contenuti nella storia della filosofia occidentale. Filoni rilevanti né più né meno di altri, ma che [...] rischiano di precipitare nell’oblio» (p. 47), lavorando però «non in concorrenza con le spiritualità attuali, ma per ampliarne la gamma, recuperare gli elementi costitutivi di una spiritualità filosofica» (p. 49).L’ambizione e la difficoltà, e dunque anche il pregio di quest’opera (di testi che dissodano il già dissodato sono pieni i dipartimenti, soprattutto dopo l’apocalisse bibliometrica e citazionale di questo decennio), sono costituiti dall’estrema difficoltà a fissare il significato e i limiti del concetto di spiritualità (ben più dei suoi “vicini”: mistica, religione, etica ecc.) e dalla scivolosità dell’oggetto spiritualità, di cui l’autore del resto non fa alcun mistero, e infine dalla conseguente difficoltà a rintracciarla nella storia della filosofia, isolarla, renderla percorribile tracciandone passerelle e camminamenti e lavorare ad ipotesi di riabilitazione e rivitalizzazione. Un compito estremamente difficile minacciato perennemente dal pericolo di sovra-estendere o sotto-estendere semanticamente la spiritualità, un pericolo che incombe su tutte le parole ma che diventa certezza per alcune. La ricerca di Cavadi sembrerebbe dunque essere storica e induttiva, paziente e graduale, ma ogni ricerca (è una vecchia storia che ci portiamo dietro da Platone) parte pur sempre, diciamo così, da un identikit del ricercato. Per tratteggiarlo Cavadi mette in campo, da filosofo formato teologicamente, una via negationis, asserendo che la spiritualità non è fede (o più precisamente che la fede non ne è un elemento costituente e necessario), che non ha a che fare con lo spirito (nel senso che nella spiritualità non è implicita una adesione a una antropologia filosofica dualista che distingue il corpo da un principio immateriale) e che non è necessaria neppure la presenza di Dio. Cavadi inoltre, coerentemente con la ragione comunitaria e dialogante cui accennavamo prima, ci tiene a eliminare l’idea di una spiritualità come fuga dal mondo, come condizione solitaria, nonché l’idea di una spiritualità come lusso per ricchi, posteriore al primum vivere o, ancora, come condizione apolitica. Questa via negationis, che fa da preambolo all’indagine più propriamente storico-filosofica, pur fornendo annotazioni perlopiù ragionevoli e condivisibili, procede non stringendo ma semmai ampliando ulteriormente l’estensione semantica dell’oggetto del libro. 

   La questione fondamentale che dà senso al volume non è però l’indagine sulla spiritualità come costruzione di un modello teorico rigido e definitorio, bensì l’indagine sulla dimensione spirituale della filosofia nella storia e sulla possibilità di proporsi della filosofia come spiritualità filosofica. Sulla scorta di Hadot, Cavadi tratteggia le questioni storiche sottese al tema della spiritualità nella filosofia, descrivendo l’ingrottamento di tali questioni in una filosofia ormai nel medioevo degradata ad “ancilla”, riflette su “l’auto ridimensionamento della filosofia” acutamente definito come una decurtazione percepita come un guadagno e sulla catastrofica identificazione degli intellettuali come di coloro che si occupano d’altro: «la laicità è diventata, quasi senza che ce ne accorgessimo, sinonimo di “a-spiritualità”» (p. 75). Ne seguiranno tutti i corollari di questa trasformazione, dal linguaggio tecnico al rinserramento accademico. Un peggioramento rispetto a un’epoca in cui il cristianesimo pensava di essere la migliore filosofia (come del resto ogni filosofia ha sempre pensato di sé) ma non l’unico canale della spiritualità e l’unica guida dell’esistenza, una perdita rispetto ai primissimi secoli d. C. visti come stato di grazia della spiritualità e del pensiero in quanto periodo in cui le varie religioni e una filosofia non ancora amputata della sua capacità di farsi prassi, stile di vita, exemplum, comunità, convivevano in fruttuosa dialettica. 

Oggi questa riflessione di Cavadi appare tanto più preziosa quanto più il tempo presente ci riporta ad una situazione di pluralismo spirituale in cui pensare alla religione ancora come monopolista rischia di non cogliere la vacatio attuale e di lasciare scoperte parti fondamentali della vita umana. In questa cornice s’inserisce la chiamata alle armi (filosofiche) che questo volume senza dubbio rappresenta. Posta la cornice, resta a Cavadi il compito di preparare se non il dipinto almeno un cartone preparatorio di quello che la filosofia come spiritualità o la spiritualità filosofica che dir si voglia può diventare. Cavadi evita subito uno scoglio insidioso, quello di santificare il modello ellenistico e proporre la sua ripresa come ripresa della spiritualità filosofica tout court, passaggio su cui metteva in guardia già Mádera e, con più convinzione, i due autori richiamati in nota, Martha Nussbaum, con cui lungamente Cavadi dialoga, e Pollastri, che richiama l’attenzione del lettore sulla natura terapeutica e dogmatica delle scuole ellenistiche. Questo rifiuto di modellizzarsi sulla filosofia ellenistica non si traduce però, molto saggiamente, nella preferenza per un’altra epoca o un’altra tradizione filosofica. 

Nelle pagine seguenti Cavadi analizza a volo d’uccello e con scelte interessanti e personali alcuni filosofi moderni e contemporanei nel tentativo di metterne in evidenza gli aspetti utilizzabili nella costruzione della spiritualità filosofica o comunque attestanti questo aspetto della loro filosofia. Questa concessione alla tradizionale perlustrazione storica del problema, coerentemente agli intenti espliciti del libro, lascia però dopo poche pagine spazio ad un più interessante tentativo di costruire a partire dalla propria esperienza e dai passi e dagli autori che lo hanno colpito, una ipotesi di spiritualità filosofica. Questa è la parte più vitale del libro, quella in cui Cavadi ibrida la sua esperienza di vita con i suoi ampi interessi provando non tanto a descrivere quanto a raccontare cosa una spiritualità filosofica possa dire e dare ad un uomo che le si avvicini. Questa parte del volume è sorprendente per capacità di cogliere le sfumature dell’esistenza e per il coraggioso tentativo di riuscire a creare delle partizioni nella complessa e olistica realtà umana. Questo tentativo finisce con il configurarsi come un’antropologia filosofica del filosofo, cosa tanto utile nell’attuale confusione quanto foriere di grandi e piccole catastrofi sono state le antropologie filosofiche dell’uomo nella sua interezza proposte nei vari millenni.

 Passano così sotto gli occhi del lettore le proposte di Cavadi sui vari aspetti della vita del filosofo e sulla loro possibile esemplarità per gli altri uomini: l’attenzione per la conoscenza della realtà, per il rigore scientifico, l’equilibrio tra l’investimento meditativo su di sé e quello sugli altri, la modestia e la finitezza, il rapporto con il lavoro, con la vecchiaia, il silenzio e l’ascolto, e mille altre cose. Una varietà e una sincerità di scrittura che porta il lettore a partecipare al ragionamento e a prendere posizione sulle posizioni prese da Cavadi riguardo alle singole questioni. In fondo anche questa seconda parte, come in un certo senso tutta l’opera di Augusto Cavadi, è una esortazione ad un filosofare comunitario. Stavolta l’esortazione non si rivolge a un generico uomo dotato di mente e cuore ma ai filosofi non chiusi alla svolta pratica. Ad essi tocca rispondere alle numerose sollecitazioni che il libro mette in campo: toccherà decidere se adottare il concetto di spiritualità filosofica o sostituirlo, se lasciarlo nell’estensione che il suo autore propone o ridurne l’ampiezza, se farlo coincidere con la pratica filosofica o differenziarlo. I margini sono ampi, sia per la natura pioneristica della proposta sia per il carattere non paradigmatico o vincolante della stessa (più volte Cavadi annota come molte pagine del libro rappresentino ciò che lui testimonia per sé e la sua esperienza e non ciò che pensa valga per tutti), e ampio è il campo d’azione e di pensiero che si aprirebbe ai filosofi.

 

Davide Miccione

giovedì 8 ottobre 2020

LA PREPOTENZA DELLE RELIGIONI SECONDO ORTENSIO DA SPINETOLI


www.tuttavia.eu

8.10.2020


LA PREPOTENZA DELLE RELIGIONI SECONDO FRA’ ORTENSIO DA SPINETOLI

 

Non si può negare che per un osservatore la situazione attuale della Chiesa cattolica sia un enigma di difficile decifrazione. Ancora ai tempi della mia gioventù certe schematizzazioni, per quanto approssimative, funzionavano. In ordine decrescente di importanza era un ‘buon’ cattolico chi frequentava regolarmente le chiese (il culto), conosceva  gli elementi fondamentali della dottrina (la catechesi) e si sforzava di fare un po’ di bene attorno a sé o, per lo meno, di non fare troppo male  (la prassi). Dopo secoli – si potrebbe dire due millenni – di questo identikit è ovvio che la stragrande maggioranza dei cattolici (vescovi, preti, fedeli-laici) lo abbia interiorizzato e lo viva come scontato, indiscutibile.

Intanto, però, con il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) si è avviato un processo apparentemente innocuo che, ben oltre probabilmente le intenzioni degli stessi protagonisti, ha provocato un vero e proprio terremoto: si è tolto il divieto di leggere direttamente, personalmente, la Bibbia (sì, si stenta a crederlo: ma vigeva sino agli anni Sessanta del secolo scorso!) ed anzi si sono invitati tutti i battezzati a seguire corsi di formazione biblica, a leggere manuali e commentari, a organizzare piccoli cenacoli di lettura e confronto esistenziale. Perché questo processo è risultato sconvolgente? Se si legge l’ultima raccolta di articoli del compianto frate cappuccino Ortensio da Spinetoli (La prepotenza delle religioni, Prefazione di Alberto Maggi, Chiarelettere, Milano 2020, pp. 104) si può avere un’idea per rispondere. Infatti, anche alla luce della propria conversione personale (ma era già credente, anzi frate), egli spiega in che modo gli studi biblici – da lui effettuati ai massimi livelli di rigore scientifico in Germania, a Roma e a Gerusalemme – ribaltarono completamente la sua concezione della ‘religione’. Diciamolo con il minimo possibile di parole (e chi vuole può andare a leggere l’agile volumetto): ha scoperto che il cattolico ‘medio’ viveva una scala di valori esattamente inversa rispetto a Gesù di Nazareth (di cui pure ogni cristiano si proclama discepolo e tendenzialmente imitatore). 

“Gesù” – scrive p. Ortensio a p. 14 -  “ha una grande fede (un’eccezionale, unica comunione con Dio, con lo Spirito), ma non è un grande teologo (non teorizza molto sulla realtà divina), né fa ricorso a un particolare cerimoniale quando tratta con Lui; non celebra, ma prega soltanto” ; al contrario, i suoi discepoli si organizzano in una struttura ecclesiale in cui ci si preoccupa molto delle celebrazioni religiose, meno della ricerca teologica e quasi per nulla della fede (intesa nella sua dimensione mistico-politica di unione con l’Assoluto attraverso l’impegno per una società più giusta, fraterna, libera, solidale).  

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domenica 4 ottobre 2020

LO SPLENDORE APPANNATO


 

“Gattopardo”

Settembre 2020

 

LO SPLENDORE APPANNATO

 

Limitarsi ad affermare, con W.A. Eton, che la Sicilia è “un paese misterioso” o, con Gesualdo Bufalino, che è una terra “plurale” (in quanto vi sono attecchite “le radici di molti modi di essere, a volte posti l’uno contro l’altro in modo conflittuale”) è diventato quasi uno stereotipo – o, per lo meno, un leitmotiv. Più interessante è tentare di mettere a fuoco alcune esemplificazioni della tensione dialettica interna alla storia, alla mentalità e ai costumi dei siciliani.

  Una considerazione istruttiva fu espressa, ad esempio, dallo stesso Bufalino - in un’intervista del 1985 a un mensile romano (“Idea”) non pubblicato da più di vent’anni – a proposito di “una dialettica ininterrotta fra la luce e il lutto”, fra “il senso della luce greca, mediterranea”, da una parte, e, “dall’altro lato, il senso funebre, il senso della morte che nasce proprio dalla contraddizione che esiste tra sole e morte. Cioè morire in un paese di nebbie è una cosa in un certo modo naturale; morire in un paese di sole, in un paese di così virulenta e sensuosa vivacità vitale è quasi un delitto e in un certo modo una contraddizione bruciante”. La Sicilia è “un ossimoro” anche da questa angolazione esistenziale: “in un posto dove tutto grida vita, la morte rappresenta evento irrecusabile, inspiegabile, intollerabile; una specie di <<invidia degli dei>>, i quali hanno invidia della nostra felicità”.

  Personalmente avrei aggiunto, però, che una parte ancora consistente di siciliani fa di tutto per smussare questa contraddizione fra “una luce così piena, così ricca” e lo “scandalo” della morte: si impegnano a rendere meno amaro lasciare la Terra. Come? Con l’egoismo, con il familismo, con la corruzione, talora con la violenza mafiosa, questi concittadini fanno di tutto per oscurare lo splendore della natura con l’opacità della cronaca. E così, rendendo faticoso vivere la convivenza quotidiana, finiscono - del tutto involontariamente – col rendere più sopportabile morire. Ve l’immaginate che “lacerazione” sarebbe lasciare per sempre un luogo come la Sicilia  se, oltre che di una “meteorologia così solare e vitalistica”, dovessimo fruire pure di città senza immondizia, di uffici pubblici senza favoritismi, di strade senza lavori perennemente in corso, di appalti senza condizionamenti mafiosi? Abbandonare un paradiso del genere sarebbe davvero straziante. Per fortuna, almeno sino ad oggi, non mancano pessimi siciliani che rendono il trapasso dei corregionali migliori non dico gradevole, ma certo meno doloroso.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.it

lunedì 28 settembre 2020

IL VATICANO CONDANNA L'EUTANASIA: TEOLOGICAMENTE HA RAGIONE ?

 


DUE OBIEZIONI RADICALI AL NO VATICANO ALL’EUTANASIA

La ‘lettera’ Samaritanus bonus (Buon Samaritano) , presentata alla stampa il 22 settembre 2020, è un documento “sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” della  Congregazione per la Dottrina della Fede (nel linguaggio laico sarebbe una sorta di Ministero della Cultura in un regime autoritario in cui lo Stato avesse il diritto di stabilire ciò che è vero oltre che ciò che è legale: sino a metà del Novecento si chiamava Sant’Uffizio). In essa la gerarchia cattolica ribadisce la dottrina tradizionale: condanna, in quanto azioni di per sé immorali, di eutanasia, suicidio assistito e aborto.

Il documento vaticano si è prestato a osservazioni da vari punti di vista, ma raramente a considerazioni critiche dal punto di vista teologico: dunque, per così dire, all’interno della stessa prospettiva dell’organo magisteriale che l’ha emanato.

Dico subito che accolgo sempre con molta attenzione gli inviti a non banalizzare le questioni bio-etiche con l’affrontarle in termini puramente storicistici: “prima si vietava, oggi non è più possibile”, come se il passato fosse errato in quanto tale e il presente accettabile in quanto tale. Ogni volta che qualcuno – o come in questo caso qualche Organismo – ha il coraggio di andare contro le tendenze di “moda”, sfidando il dissenso dell’opinione pubblica, attira già per questo la mia simpatia. Tuttavia, proprio per serietà intellettuale, non ci si può fermare al piano psicologico-emotivo: che ne è, razionalmente o almeno ragionevolmente, del merito delle questioni?

Mi limiterei a due o tre osservazioni.

La prima: non mi pare corretto, logicamente, mettere nello stesso mazzo aborto, eutanasia e suicidio assistito. Si tratta di tre fenomeni distinti che non possono essere unificati sotto l’etichetta di oltraggio al “valore inviolabile della vita”.

Sulla base di questa prima osservazione ritengo possibile, anzi consigliabile, concentrarsi su una sola delle tre questioni: l’eutanasia (ovviamente richiesta, esplicitamente o mediante testamento biologico, dal soggetto in questione). La Samaritanus bonus la esclude nettamente considerandola nel novero degli “atti intrinsecamente malvagi in qualsiasi occasione o circostanza”: “Sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte”. Significa considerare la vita biologica “degna solo se ha un livello accettabile di qualità”, dimenticando che essa  “ha un valore in se stessa”. 

Questa argomentazione non mi convince per almeno due ragioni radicali. 

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martedì 22 settembre 2020

PAPA FRANCESCO HA SCELTO. I SUOI AVVERSARI , INTERNI ALLA CHIESA CATTOLICA, PURE.


 

FRANCESCO: UN PAPA CHE GUARDA TROPPO…INDIETRO

 

Non si può negare che per un osservatore la situazione attuale della Chiesa cattolica sia un enigma di difficile decifrazione. Ancora ai tempi della mia gioventù certe schematizzazioni, per quanto approssimative, funzionavano. In ordine decrescente di importanza era un ‘buon’ cattolico chi frequentava regolarmente le chiese (il culto), conosceva  gli elementi fondamentali della dottrina (la catechesi) e si sforzava di fare un po’ di bene attorno a sé o, per lo meno, di non fare troppo male  (la prassi). Dopo secoli – si potrebbe dire due millenni – di questo identikit è ovvio che la stragrande maggioranza dei cattolici (vescovi, preti, fedeli-laici) lo abbia interiorizzato e lo viva come scontato, indiscutibile.

Intanto, però, con il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) si è avviato un processo apparentemente innocuo che, ben oltre probabilmente le intenzioni degli stessi protagonisti, ha provocato un vero e proprio terremoto: si è tolto il divieto di leggere direttamente, personalmente, la Bibbia (sì, si stenta a crederlo: ma vigeva sino agli anni Sessanta del secolo scorso!) ed anzi si sono invitati tutti i battezzati a seguire corsi di formazione biblica, a leggere manuali e commentari, a organizzare piccoli cenacoli di lettura e confronto esistenziale. Perché questo processo è risultato sconvolgente? 

Se si leggono teologi italiani (come Carlo Molari, Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi) o stranieri (come Hans Küng, Eugen Drewermann, José Maria Castillo)   si ricava, fra altri istruttivi insegnamenti, che il messaggio originario di Gesù di Nazaret (la sua “bella notizia” o “ev-angelo”) è stato quasi esattamente capovolto nell’interpretazione dei cristiani. E ciò in misura sempre più stravolgente man mano che ci si allontanava dal I secolo. Per il Maestro di Galilea, infatti, al primo posto era la fede operosa ; molto meno gli interessavano le speculazioni teologico-filosofiche; ancor meno, infine, le pratiche cultuali-liturgiche. Il cattolico ‘medio’ vive una scala di valori inversa rispetto a Gesù Cristo  (di cui pure ogni cristiano si proclama discepolo e tendenzialmente imitatore): si preoccupa molto delle celebrazioni religiose, meno della ricerca teologica e quasi per nulla della fede pro-attiva  (intesa nella sua dimensione mistico-politica di unione con l’Assoluto attraverso l’impegno per una società più giusta, fraterna, libera, solidale). 

La tragedia del cattolicesimo odierno è che alcuni ‘vedono’ e accettano queste scoperte;  altri o non ne vengono mai a conoscenza (non pare che un Berlusconi o un Salvini abbiano dedicato molti anni, e molte notti,  all’esegesi neotestamentaria) o, avendole apprese, non sono disposti a lasciarsi scombussolare inveterati equilibri psichici e di ruolo sociale (come si fa a dire a un cardinal Tarcisio Bertone che l’imitatio Christi non si misura con l’accettazione di tutti decreti del sant’Uffizio e non prevede che le offerte dei fedeli per l’ospedale “Bambin Gesù” vengano destinate alla ristrutturazione del suo appartamento principesco nel centro storico di Roma?). Tra le due categorie di credenti il solco è incolmabile. 

 Da questa “opzione di fondo” discendono innumerevoli conseguenze logiche e pratiche per cui è difficile che la stessa etichetta di ‘cristiano’ possa abbracciare sia il discepolo di un Gesù  che  ha fatto della com-passione per gli ultimi della società il metro di misura della fede (“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” - Matteo 25, 40) sia il fedele preoccupato di accettare intellettualmente tutti i dogmi e tutte le prescrizioni liturgiche, riducendo la sua solidarietà agli impoveriti del pianeta a una monetina elargita con autocompiacimento all’uscita dalla messa domenicale.  

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domenica 20 settembre 2020

L'ARTE DI ESSERE MASCHI SECONDO ANTONINO CANGEMI


 

La produzione saggistica di Augusto Cavadi, specie la più recente, presenta almeno due peculiarità.

La prima: muove da esigenze concrete spesso legate a esperienze operative rifuggendo ogni enunciazione meramente teorica.


La seconda: procede alla ricerca  di un assunto tramite un continuo dialogo col lettore in un itinerario, costellato di dubbi più che di certezze, che tanto somiglia al metodo induttivo socratico.

Così anche nell’ultimo suo saggio, L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato edito da Di Girolamo (Trapani 2020, pp. 174, euro 13.90).

Il libro prende le mosse dalla violenza sulle donne. Esamina il tragico fenomeno nei suoi diversi aspetti, enumera i dati statistici, e approfondisce le radici biologiche, giuridico-culturali, socio-economiche, simboliche-religiose delle differenze tra i due sessi. Percorso questo tragitto, Cavadi giunge al punto cruciale della sua trattazione: l’analisi del patriarcato.

Se è vero che la violenza sulle donne è frutto di una società patriarcale e che la concezione patriarcale, supportata da più fonti e radicata nel tempo, genera la presunta superiorità del maschio sulla femmina, è giunto il momento di chiedersi non solo quanto essa sia legittima e fondata ma anche altro. E cioè se il patriarcato offra al maschio solo e autentici privilegi o se, al contrario, non ne limiti l’identità, riducendola a una sola e stereotipata dimensione.

Come si diceva, i libri di Cavadi sono spesso frutto di esperienze realizzate sul campo, vissute in prima persona. L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato nasce dal movimento “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, costituitosi a Palermo nel 2015 sull’esempio di altre associazioni sorte nella penisola e di cui fa parte lo stesso autore.

In “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, di cui vengono riportati in appendice “L’autopresentazione” e lo statuto, diversi maschi si riuniscono periodicamente e s’interrogano sul loro ruolo e sulla propria identità confrontandoli con quelli dell’altro sesso. Dai dibattiti tra di loro e con persone dell’altro sesso – che non vanno escluse dall’interazione con i gruppi “maschilisti” – sono emersi tutti i limiti – per il maschio – di un modello che lo vuole risoluto, duro, privo di dolcezze, controllato sino agli estremi nella sua sfera sentimentale.

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venerdì 18 settembre 2020

REFERENDUM: ELIO RINDONE SA DI NON SAPERE


 REFERENDUM: SO DI NON SAPERE

Elio Rindone | 17.09.2020

 

Votare Sì o No al referendum sul taglio dei parlamentari?

Dico subito che sono molto incerto perché … non sono competente in materia.

Fine del discorso? No, perché ho riflettuto sul metodo da seguire quando ci si trova ad affrontare questioni che esulano dalla propria competenza, e sono queste poche riflessioni metodologiche che vorrei condividere.

Dunque: se ho seri problemi di salute, io mi rivolgo ai migliori tra i medici che conosco. Così, se devo decidere come votare su possibili cambiamenti della Costituzione mi rivolgo ai costituzionalisti che stimo di più. È ciò che ho fatto nel caso delle riforme costituzionali proposte da maggioranze di centrodestra prima e di centrosinistra poi. Posso dire che tutti i costituzionalisti da me più apprezzati portavano argomenti che mi hanno convinto a votare No in entrambi i casi.

Questa volta, invece, la situazione è diversa: tra i costituzionalisti che stimo, alcuni sono per il Sì e altri per il No. Nei pochi giorni che rimangono prima del voto continuerò, quindi, a informarmi e a riflettere, sempre con l’atteggiamento socratico di chi sa di non sapere, per prendere una decisione soltanto dopo avere attentamente soppesato le ragioni pro e contro.

Cosa, questa, che non è per nulla facile, perché i grandi giornali, i più seguiti canali d’informazione e i personaggi televisivi che hanno maggiore audience sono compattamente schierati per il No, mentre gli argomenti dei costituzionalisti favorevoli al taglio dei parlamentari mi pare che abbiano difficoltà a trovare uno spazio adeguato sui mezzi di comunicazione. Il rischio che vedo, dunque, è quello di dare per scontato che la ragione stia tutta da una parte. Ma davvero certe affermazioni dei sostenitori del No sono così inoppugnabili che i sostenitori del Sì si possono trovare esclusivamente, o almeno prevalentemente, nelle fasce più incolte della popolazione? Vediamo!

Uno degli argomenti più consistenti per votare No è che dal taglio del numero dei parlamentari conseguirebbero una minore rappresentatività del parlamento e una sua minore efficienza. Tesi sostenibile, che però non si può dare per scontata: mi limito a riportare qualche parere contrario. Lorenza Carlassare, la prima donna in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale, ritiene che quei mali abbiano in realtà ben altre cause: “Il cattivo funzionamento delle istituzioni, del rapporto Parlamento/governo in particolare, dipende solo dai numeri o ha cause più profonde? È alla radice della rappresentanza che dobbiamo guardare, alla legislazione elettorale che da decenni produce ‘un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica’ e compromette la ‘funzione rappresentativa dell’Assemblea’; […] non abbiamo norme conformi a un sistema liberale – e dunque pluralistico – del quale le minoranze sono l’essenza. È dunque indispensabile mobilitarsi per una legge elettorale nuova: proporzionale, con soglia di sbarramento non superiore al 3, e senza liste bloccate. Questa è oggi la vera, indispensabile battaglia nella quale il ‘popolo’, per Costituzione sovrano, deve impegnarsi per riprendere l’esercizio della sovranità di cui è stato espropriato. Se, con liste bloccate, la scelta di chi sarà eletto sta unicamente nei vertici dei partiti, gli eletti si sentiranno responsabili soltanto verso i vertici: il loro futuro politico dipende infatti dall’acquiescenza alle direttive imposte, non certo dagli elettori. […] Perché, fra i tanti appelli, non proporne uno sulla riforma elettorale?”.

Anche secondo Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa, il fatto che i cittadini si sentano o meno rappresentati dagli eletti non è questione di numeri: “il voto sulla riduzione dei parlamentari ha posto la questione della rappresentanza. Dopo che questa è da anni umiliata dalla rinuncia dei partiti a svolgere la loro funzione costituzionale per il concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, dopo che sono state approvate una sequela di leggi elettorali che impediscono qualunque rapporto tra elettore ed eletto, dopo il noto assenteismo dei parlamentari, dopo gli episodi di conflitto d'interessi degli stessi, […] dopo tutto questo, il problema della rappresentanza può essere davvero ridotto alla diminuzione del numero dei parlamentari?”.

E Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bologna, sostiene che la riduzione dei seggi non mortifica ma al contrario valorizza il ruolo del parlamento: “Esiste una regola generale: il numero dei parlamentari è inversamente proporzionale alla democrazia di un paese. Le assemblee pletoriche si ritrovano solo in dittature come Cina, Corea del Nord e nella ex Urss. Per questo sostengo il “sì”: un Parlamento con numeri più contenuti è coerente con le altre democrazie parlamentari. Tutte quelle europee hanno un numero di eletti compreso tra 450 e 700”.

In sostanza, secondo i suddetti costituzionalisti, molti cittadini non si sentono adeguatamente rappresentati nonostante l’attuale ampio numero di seggi, e ciò perché i parlamentari che i cittadini eleggono come propri rappresentanti non rispecchiano adeguatamente le diverse posizioni degli elettori a causa delle leggi elettorali che alterano l’espressione della volontà popolare mediante premi di maggioranza, liste bloccate o altri espedienti del genere. La riduzione del numero dei parlamentari non risolverebbe certo i problemi ma potrebbe essere un’occasione per varare leggi elettorali che favoriscano una maggiore corrispondenza tra elettori ed eletti.

Il timore di una possibile deriva oligarchica è quindi, a loro giudizio, infondato come infondato sarebbe il timore che gli interessi locali non siano più sufficientemente tutelati, e ciò sia perché con l’istituzione delle Regioni, nel 1970, e con la successiva modifica del titolo V, nel 2001, gli interessi regionali sono anche troppo tutelati dai consigli regionali, sia perché, in base all’art. 67 della Costituzione, “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” e non interessi locali.

C’è un’obiezione al taglio, infine, che mi sembra davvero poco convincente: il ridotto numero dei componenti di un’assemblea ne compromette l’autorevolezza e l’autonomia. Ma allora il nostro Senato, che già ora ha la metà dei componenti della Camera, gode di autorevolezza e autonomia dimezzate! Strano che sino a oggi nessuno se ne sia accorto: forse per la semplice ragione che non è vero!

Credo dunque che si possa affermare, concludendo, che le affermazioni dei sostenitori del No non sono, come si vorrebbe far credere, verità evidenti né dogmi indiscutibili: sono opinioni da verificare confrontandole laicamente con opinioni contrarie non meno argomentate e ugualmente degne, nonostante la potenza di fuoco messa in campo da un’informazione spesso asservita ai poteri forti, di essere prese in considerazione.

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