venerdì 24 gennaio 2020

LUCA KOCCI INTERVISTA AUGUSTO SUL "MANIFESTO" DI VENERDI' 24.1.2020

"IL MANIFESTO"
24.1.2020

Quella «santa chiesa» di nome Cosa nostra

Nel Giorno della civetta, Leonardo Sciascia inventa un dialogo fra due mafiosi, «il vecchio» e «il giovane», che parlano di Calogero Dibella, confidente dei carabinieri, detto Parrinieddu («il soprannome, che voleva dire piccolo prete, gli veniva dall’eloquio facile e dall’ipocrisia che trasudava», scrive Sciascia). «Io dico – spiega il vecchio –: ti ho lasciato fare la spia perché, lo so, devi tirare a campare; ma devi farlo con giudizio, non è che devi gettarti contro la santa chiesa. E santa chiesa voleva dire di se stesso intoccabile, e del sacro nodo di amicizie che rappresentava e custodiva».
La metafora della «santa chiesa» per alludere a Cosa nostra – ma anche il soprannome di Parrinieddu – richiama l’intreccio di relazioni che, in oltre 150 anni di storia d’Italia, si è sviluppato fra mafie e Chiesa cattolica, fatto di contaminazioni, coabitazioni, distanziamenti e qualche denuncia. All’indagine di questo reticolo è dedicato Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie, appena uscito per l’editore trapanese Di Girolamo (pp. 236, euro 20) e curato da Augusto Cavadi, teologo critico e cofondatore della scuola di formazione etico-politica «Giovanni Falcone», che già 25 anni fa curò un analogo libro per le Dehoniane di Bologna, in due tomi mai più ristampati. Il volume verrà presentato per la prima volta il 24 gennaio a Palermo, presso la Casa dell’equità e della bellezza (ore 17.30, via Garzilli 43/A, zona Politeama), dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, e dall’autore, che il manifesto ha intervistato.
 Cavadi, il Vangelo e la lupara dovrebbero essere incompatibili, l’uno la negazione dell’altro. Eppure scrivi che «la stragrande maggioranza dei mafiosi si professa cattolica, tiene molto a sposarsi secondo il rito cattolico, a battezzare e cresimare i figli, a lasciare il mondo con un solenne funerale in chiesa…». Quali sono le ragioni di questo volersi dire, e soprattutto volere apparire, cattolici?
La religione, qualsiasi religione, offre molteplici vantaggi. Dal punto di vista soggettivo attenua l’angoscia ancestrale della morte, dal punto di vista sociale conferma l’appartenenza identitaria a una comunità. Nonostante la secolarizzazione galoppante, non è facile per nessuno rinunziare a questi vantaggi psicologici e sociologici.
Alcuni mafiosi non si limitano ad ostentare la loro adesione al cattolicesimo – cosa che potrebbe essere dettata da opportunità o interesse –, ma appaiono cattolici anche nel privato, come dimostrano per esempio le Bibbie trovate nelle loro case o le messe fatte celebrare nei loro “covi”. Si tratta di fede autentica?
La teologia contemporanea ci invita a distinguere la religione, come struttura storico-culturale, dalla fede, come apertura del soggetto al mistero della vita, all’alterità, alla novità. Gesù di Nazareth è stato assai poco ossequioso della religione, ma ha testimoniato la sua fede sino alla croce. Come molti cattolici praticanti, ma l’osservazione vale per tutte le altre confessioni, anche i mafiosi scambiano l’esercizio manifesto della religione con l’autenticità interiore della fede
Forse allora c’è un problema ecclesiologico: il Vangelo è radicalmente antitetico alla mafia, ma l’istituzione ecclesiastica, o i singoli pastori, lo hanno reso compatibile, realizzando un po’ quello che scriveva don Lorenzo Milani: «Il galateo, legge mondana, è stato eretto a legge morale nella Chiesa di Cristo». Insomma si presta attenzione alla forma, al ritualismo, al devozionismo, e non alla sostanza…
Esattamente. In questi anni stiamo assistendo al dramma di un papa che vorrebbe disseppellire i semi della fede dai sepolcri della religione e, dunque, si scontra con frange consistenti e autorevoli della sua Chiesa. I molti cattolici che, secondo le indagini sociologiche più recenti, votano Lega o Fratelli d’Italia, e prima per Berlusconi, aborriscono dal cristianesimo come messaggio impegnativo e destabilizzante e si abbarbicano al cristianesimo come fattore di identità nazionalistica, al massimo occidentale, e di salvaguardia dei privilegi secolari conquistati in secoli di colonialismo sanguinario.
La periodizzazione classica dei rapporti fra Chiesa e mafie distingue una prima fase di «compromissione» (dalle origini alla seconda guerra mondiale), una seconda di «coabitazione» (dal secondo dopoguerra al crollo della Prima Repubblica) e una terza (quella attuale) di «presa di distanza». Lei sostiene che questa scansione è più consolatoria che realistica e che invece collusione, convivenza e rottura non si susseguono nel tempo ma si intrecciano continuamente. Questo è vero, ma non le sembra che dal cardinal Ruffini – che negli anni ‘50 e ’60 diceva che la mafia era un’invenzione dei comunisti – a papa Francesco sia cambiato qualcosa a livello strutturale?
I documenti che riporto nel testo in versione integrale confermano questa evoluzione. Ritengo, però, che come nel passato non c’è stata solo complicità fra le «due Cupole», ovvero vertici cattolici e vertici mafiosi, così oggi non c’è solo opposizione. Purtroppo, nonostante i mutamenti, resta un elemento di continuità: l’illusione di troppi, fra preti e fedeli, che si possa mantenere un’equidistanza, una neutralità, fra mafia e lotta alla mafia. È sempre la stessa storia: cristiani che si illudono di non essere né con Hitler né con gli ebrei, né con i razzisti del Ku Klux Klan né con i neri mobilitati da Martin Luther King e Malcom X. Giovanni Falcone non si stancava di ripeterlo: scendete dagli spalti dove assistete alla corrida tifando ora per il toro ora per il torero. I cattolici non sono né migliori né peggiori della media statistica della popolazione: solo che Gesù ha testimoniato che il regno di Dio entra nella storia solo nella misura in cui tra prevaricatori e vittime, tra ricchi e impoveriti, si prende posizione netta. Senza odio né violenza superflua, ma con determinazione. Trasformare l’adesione al cristianesimo in opzione per il moderatismo, per il tradizionalismo conservatore è un’operazione perversa e tecnicamente diabolica.
La «scomunica» ai mafiosi di papa Francesco è stato un atto importante?
Una cosa è condannare i mafiosi in generale, un’altra cosa per il parroco di provincia negare al boss del quartiere il diritto di fare da padrino alla cresima di un nipote. Le scomuniche mi lasciano tiepido. Se apro un bar, e lo vedo frequentato da brutta gente, prima di preoccuparmi su come estrometterla farei bene a chiedermi che cosa la attrae. Per esempio potrei scoprire che è meglio togliere le slot machine o che il mio cassiere vende droga sottobanco. Fuor di metafora, le comunità cristiane farebbero bene a chiedersi che cosa in esse attira tanto i mafiosi: potrebbero scoprire che sono ancora centri di potere, di scambi di favore, di clientele elettorali, di occasioni di profitto.
Diventare «Chiesa povera e dei poveri», come sognava Giovanni XXIII?
Sì. La Chiesa per liberarsi definitivamente dall’abbraccio con i mafiosi dovrebbe essere «povera e dei poveri», senza potere e con il minimo di denaro necessario a sopravvivere. La mafia chiede alle Chiese soprattutto coperture simbolico-ideologiche e legittimazione sociale: solo tornando alla radicalità rivoluzionaria del Vangelo esse potranno negargliele.
                                                                         Luca Kocci

giovedì 23 gennaio 2020

L'INVIDIA : DAL DESIDERIO FISIOLOGICO AL VIZIO MORALE

22.1.2020

L’INVIDIA TRA PSICOLOGIA ED ETICA

     Ormai da molti anni, con un gruppetto di amici, ci incontriamo due volte al mese a cena per conversare su un libro che ci siamo assegnati alla fine dell’incontro precedente. In queste settimane è la volta di un libretto a quattro voci, a cura di Giovanni Salonia, intitolato I come invidia. Una lettura gestaltica (Cittadella, Assisi 2015). 
    La discussione ha fatto emergere una difficoltà altre volte esperita: poiché nella storia dell’Occidente ogni parola attraversa trasformazioni semantiche profonde, se non si chiarisce preliminarmente il significato preciso in cui la si assume si rischia l’incomprensione. Nel caso di invidia, il vocabolo è stato adottato in almeno tre accezioni differenti. La prima (ben illustrata dal saggio di Valentina Chinnici,  Antropologia di una passione triste. L’invidia nel mondo classico, che costituisce la prima parte di questo testo) potremmo definirla mitico-simbolica: “Per gli antichi l’invidia era molto più di un sentimento negativo o di un semplice vizio. Invidia era in effetti una forza potente e distruttiva, dalla quale bisognava in ogni modo difendersi” (p. 15). Di questa prima valenza semantica è rimasta un’eco nel linguaggio contemporaneo: per esempio quando affermiamo che qualcuno è “rimasto vittima” dell’invidia o vi “ha ceduto” o non vi ha saputo “resistere”. 
    Poiché questo modo di concepire le passioni umane rischia di de-responsabilizzare i soggetti (celebre l’orazione di Gorgia che assolve Elena nell’ipotesi che si sia invaghita di Paride perché vittima incolpevole di Eros), si è gradatamente affermato un secondo significato che potremmo definire filosofico-teologico: l’invidia come “vizio”, dunque come un’attitudine costante a moltiplicare progetti distruttivi – più raramente anche atti: l’invidia paralizza, immobilizza -  nei confronti di chi possiede (oggettivamente o, per lo meno, ai nostri occhi) più di noi. 
    Con la psicologia e, più specificamente, con la psicoanalisi emerge e s’impone un terzo significato: l’invidia come “sentimento” spontaneo, irriflesso, pre-razionale.  Secondo l’icastica definizione di Giovanni Salonia, “l’invidia è il desiderare ciò che l’altro possiede” (p. 37). 
     Non ho le competenze per discutere la legittimità di questa accezione psicologico-psicoterapeutica del vocabolo, ma da filosofo – dunque, per così dire, dall’esterno – non posso non avanzare un allarme: che adottando in maniera esclusiva e indiscriminata questo significato di “invidia”, anche fuori da un ambito di analisi psichica, si rischia di oscillare fra rigorismo esagerato e lassismo pernicioso.
 Provo a spiegarmi. 
Tutti noi siamo abitati da bisogni, avvertiamo più o meno prepotentemente passioni e desideri: questo è un dato di fatto, in se stesso positivo. Nell’Elogio della follia, già nel XVI secolo, Erasmo da Rotterdam si divertiva a notare che senza tanti impulsi irragionevoli (o, per lo meno, pre-razionali) la vita dei singoli – come la vita del genere umano – non si perpetuerebbe. Capita quotidianamente, anche ai più fortunati di noi, di desiderare non solo ciò che possiamo facilmente raggiungere, ma anche qualcosa che altri posseggono e non è alla nostra portata immediata. Già solo per questo possiamo dirci “invidiosi”? Se rispondiamo affermativamente, rischiamo di assumere una prospettiva – contraddittoria – troppo rigorista (quasi impietosa) e troppo lassista (quasi deresponsabilizzante). 
Infatti: da, una parte, sembra condannare alla radice ogni nostro moto interiore, anche il più naturale, anche il più spontaneo. Chi di noi può dire di non aver mai “desiderato” un oggetto o un attributo posseduti da altri e non da noi?  La storia dell’ascetismo (in Occidente come in Oriente) ci attesta quanto vanamente ci si possa ‘mortificare’, flagellare, nel tentativo illusorio di estirpare le nostre esigenze fisio-psicologiche.
Ma, dall’altra parte, sembra legittimare anche un lassismo responsabilizzante. Infatti, se davvero desiderare ciò che non si ha e invidiare fossero sinonimi, tutti e tutte saremmo irrimediabilmente invidiosi e invidiose: dunque ci resterebbe solo da esserlo in maniera borghesemente misurata, educatamente moderata. 
  Per evitare l’impasse, Giovanni Salonia distingue una invidia “fisiologica” o “sana” da altre manifestazioni  patologiche o “negative”: “Se una persona assetata vede qualcuno lontano che si sta rifocillando da una fonte d’acqua, sentirà legittimamente invidia” (p. 37). E’ una buona soluzione?
  Penso di no. Infatti, nel nostro corredo culturale e linguistico, l’invidia è un vizio: come tale, è sempre “negativo”. Non sarebbe preferibile denominare in altro modo l’ invidia “fisiologica” o “sana”, per esempio chiamandola “desiderio da mancanza” (o “mancanza desiderante”), riservando il vocabolo “invidia” solo all’invidia “patologica” o “negativa”?
    In questo modo – o in modo simile – il quadro complessivo si riconfigurerebbe pressappoco così.
    Se nel deserto vedo qualcuno che ha trovato una sorgente e vi attinge, anch’io “desidero” bere alla stessa fonte e mi viene spontaneo considerare ‘fortunato’ chi vi è già arrivato. Ma se questo mio desiderio non degenera, se non  arrivo ad augurarmi che l’altro rimanga a bocca asciutta qualora non giungessi anch’io in tempo a dissetarmi, perché dovrei definire “invidia” una “reazione” che – come scrive opportunamente  lo stesso Salonia – “di per sé esclude qualsiasi valenza negativa perché esprime  la sana constatazione di uno scarto tra avere/non avere” (ivi) ? Non si rischia così di omologare in uno stesso insieme gli innocenti (e magari virtuosi) gestori della propria sete e i colpevoli (e magari viziosi) invidiosi della gratificazione altrui? A me piacciono molto i dolci e, almeno altrettanto, i preliminari a letto: devo essere considerato un goloso o un lussurioso per il solo fatto che desidero sperimentare simili piaceri o piuttosto un modello di temperanza e di castità, se abitualmente rispetto una certa dieta ipocalorica ed evito di corteggiare tutte le donne affascinanti che incontro in giro? Salonia scrive che “l’invidia [] diventa negativa quando il confronto tra la mancanza che si vive e la fortuna che si vede nell’altro suscita rabbia furiosa, rancore, risentimento, cattiveria, tortura interiore, odio” (p. 38). Riterrei preferibile sostituire l’aggettivo “negativa” con il sostantivo “invidia”: “l’invidia diventa invidia quando…”. Sino a quando il successo o la ricchezza altrui mi suscita, irriflessivamente, un “semplice fastidio” (ivi), non è giusto che mi (si) consideri un invidioso. Oserei dire – ma qui si aprirebbe un altro capitolo – che neppure nel caso che tale fastidio si trasformasse in “ossessione” (ivi) si potrebbe parlare di “invidia” in senso morale, etico, valutativo: tale diventa il nostro stato d’animo psichico (infastidito leggermente o pesantemente ossessionato che sia) solo se, e a partire da quando, assumo consapevolmente e intenzionalmente questi sentimenti e li trasformo in progetti distruttivi (più spesso: autodistruttivi), in habitus (ossia in attitudine permanente che si rafforza moltiplicando le azioni invidiose).
  Queste distinzioni concettuali hanno precise conseguenze pratico-operative. 
Se uso “invidia” nel linguaggio degli psicologi e degli psicoterapeuti, essa è “un’emozione primaria” (p. 57): dunque costituisce – almeno in alcune correnti psicoanalitiche di matrice freudiana – lo “ <<strato roccioso>>, di fronte al quale bisogna fermarsi perché limite insuperabile che neppure l’analisi può curare” (p. 58). Né stupisce che, persino negli orientamenti come la Gestalt Therapy per i quali l’invidia è “una emozione disfunzionale” sostituibile con “emozioni positive e di crescita” (p. 64), si preveda la possibilità dell’impasse: se in terapia si configura un sentimento di invidia del paziente nei confronti del terapeuta percepito “in posizione up” (p. 68), “la relazione terapeutica può rischiare – come sostiene la Klein – una sorta di blocco incurabile” (ivi). 
  Se uso “invidia” nel campo semantico dell’etica (filosofica e/o teologica), essa è un vizio: dunque un orientamento esistenziale consapevolmente assunto e ‘coltivato’ che, con attenzione e perseveranza, può essere destrutturato e trasformato in gioiosa gratitudine per i carismi di cui siamo tutti arricchiti per il solo fatto che uno di noi, un membro dell’unica famiglia umana, li possiede e li gestisce saggiamente. Se poi l’altro si ostina a tenere per sé i beni ereditati o acquisiti, tendere a convincerlo - o a costringerlo legalmente - a condividerli con chi ne ha oggettiva necessità non è certo ‘invidia’, ma esercizio di giustizia e di coraggio. Nella prospettiva greca di un Aristotele (ripresa nel Medioevo cristiano da san Tommaso d’Aquino) non possiamo parlare di bene o di male morale, di eticamente giusto o di ingiusto, di virtù o di vizio, sino a quando restiamo sul piano che precede la deliberazione razionale. E’ solo se, e quando, acconsentiamo liberamente ai nostri impulsi pre-razionali che compiamo gesti valutabili moralmente. Anzi, precisa Aristotele, non basta neppure che una o due volte abbiamo trasformato in ubriacatura il nostro piacere per il vino o in orgia il nostro piacere sessuale perché ci si possa considerare intemperanti: e cita in proposito il versetto della tradizione popolare “una rondine non fa primavera”. (Ovviamente per lui lo stesso criterio vale in senso positivo: un’elemosina occasionale a un mendicante o un atto di cortesia verso uno straniero di passaggio non fanno di me né una persona generosa né una persona gentile).
 In un Paese di tradizioni cattoliche potrebbe risultare non del tutto superfluo considerare un’ultima ‘applicazione’ della necessità di distinguere fra campo semantico psicologico e campo semantico filosofico-teologico: a proposito del comandamento conclusivo dell’elencazione biblica ( “Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo”). Chi lo interpreta in chiave psicologica, lo trova aberrante e (ovviamente) lo rigetta: come posso vietarmi di desiderare la bella casa del vicino se la mia è fatiscente? Solo chi lo interpreta in chiave etica, può condividerlo: dipende da me trasformare l’attrazione (inevitabile) per una bella casa, o per una bella donna, in “desiderio” di possederla a qualsiasi costo.
  Pare che l’esegesi specialistica dei testi biblici possa incoraggiarci in questa direzione. In un sito purtroppo anonimo (https://usandculture.wordpress.com/tag/non-desiderare-la-donna-daltri/ ) si legge infatti: “Oltre al poco lusinghiero accostamento di donne e buoi, lascia perplessi l’uso del verbo ‘desiderare’. Proibire un desiderio pare eccessivo, pure per il Dio padrone della Bibbia: molti psicologi moderni lo definirebbero anche controproducente, per l’effetto catartico dei desideri, se questi non sfociano in azioni illegali. Che verbo è stato utilizzato, in origine? Chamad. Questo verbo, oltre a ‘desiderare’, sembra avere anche altri significati. Per lo storico delle religioni Ambrogio Donini, esso vuol dire ‘gettare l’occhio addosso’ e si riferisce a un’azione magica, tipica della stregoneria, volta a lanciare il malaugurio sulla proprietà o sulla donna altrui per impadronirsene, qualcosa che va ben oltre il semplice vagheggiamento. C’è anche chi passa oltre il malocchio, come Joel M. Hoffman, curatore del sito goddidntsaythat.com. Dal confronto tra l’utilizzo fatto in diverse parti dell’Antico Testamento, in particolare Esodo 34:24, Deuteronomio 7:25 e Proverbi 6:25, Hoffman conclude che in tutti questi casi chamad è meglio tradotto da ‘prendere’, ‘impossessarsi’ piuttosto che ‘desiderare’, indicando un’azione concreta e non una fantasia. Se le cose stanno così, i divieti espressi nel nono e decimo comandamento [nella catechesi cattolica il comandamento biblico conclusivo si sdoppia] diventano in pratica un’estensione del settimo, ‘Non rubare’, articolato fino a specificare che cosa non si può prendere o rubare. Ma allora per quale motivo questa insistenza sul desiderare? E’ probabile che, come in altri passi della Bibbia, agisca la forza della tradizione: chamad è sempre stato tradotto con desiderare e allo stesso modo continua a essere fatto”.

Augusto Cavadi

mercoledì 22 gennaio 2020

ALLE RADICI EPOCALI DEL PEGGIO DI OGGI

“Viottoli”
Anno XXII, 2019, n. 2
     
ALLE RADICI EPOCALI DEL PEGGIO DI OGGI

   La globalizzazione interconnette idee e risorse, ma – inevitabilmente – anche sfide storiche e tragedie epocali. Così, ad esempio, il nostro Paese, slanciato come un ponte naturale fra Europa Africa Asia, deve affrontare non solo (all’esterno) i flussi migratori provenienti da tre continenti, ma anche (all’interno) le reazioni a tali flussi da parte dei potentati più egoisti in combutta con le frange popolari più ignoranti. Una sorta di duplice morsa che rischia di schiacciare la nostra relativamente giovane democrazia.
    A magra – magrissima – consolazione, o forse sarebbe meglio dire: a maggior disperazione, questa duplice pressione attanaglia molti altri Stati formalmente democratici (dalla Grecia alla Spagna). Da qui almeno due domande, per altro strettamente intrecciate: perché stiamo scivolando verso questa brutta china e come possiamo risalire verso livelli di civiltà accettabili?
   In un saggio del 1999 (per la prima volta tradotto in italiano in questi mesi) Edgar Morin ha parlato di una malattia planetaria, radicata soprattutto in Occidente: “la malattia da futuro” (Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze, Il pozzo Di Giacobbe, p. 18). Egli si riferisce alla condizione intellettuale e morale dell’umanità che, alle soglie del Terzo Millennio, si trova orfana di una visione del futuro: “Noi abbiamo smarrito le Certezze che ci teleguidavano verso il Futuro. Il progresso non è automaticamente assicurato da nessuna Legge della Storia. Il divenire non è necessariamente sviluppo. Il divenire è ormai problematizzato, e lo sarà sempre, dirà Patocka. Il futuro si chiama incertezza” (ivi). Difficile dargli torto dopo che ideali e ideologie (dal cristianesimo all’illuminismo, dal romanticismo al socialismo) sembrano eclissati per sempre. Che cosa sogniamo per il nostro domani? La diagnosi di Morin è amara, realisticamente amara: “La malattia da futuro s’insinua nel presente e provoca un’angoscia psicologica, soprattutto quando il capitale di fiducia d’una civiltà è stato investito nel futuro. La vita giorno dopo giorno può ammortizzare questa crisi di futuro e fare in modo che, nonostante le incertezze, si continui a sperare individualmente, per sé, a mettere al mondo dei bambini, a progettare il loro avvenire. Ma l’incertezza e l’angoscia erodono in profondità. La crisi di futuro suscita la rivincita del passato. Quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali, religiose” (pp. 18 – 19).
 Se queste considerazioni del grande pensatore francese sono fondate, possiamo – con lui, oltre lui – trarre alcune indicazioni operative (ovviamente parziali, da integrare con cento altre piste).
  La prima: inventare nuovi scenari di speranza per l’umanità. E’ il compito dei profeti, dei pensatori, dei poeti, dei sognatori, ma direi che da oggi in poi essi debbano adottare come pista di decollo le acquisizioni più solide delle scienze naturali e umane. Solo se prendiamo sul serio le lezioni dell’astrofisica (che ci dice quanto conti davvero nell’universo il nostro pianetino e quanto sia prevedibilmente breve la sua permanenza) o le lezioni della biologia (che ci dice quanto sia decisiva la cooperazione solidale all’interno di ogni specie animale per assicurarne l’adattamento all’ambiente e la sopravvivenza) possiamo costruire dei progetti ideal-politici per i quali le nuove generazioni possano decidere di impegnare le energie, ben al di là delle polemiche provinciali da cortile fra partitini assetati di poltrone.
   Una seconda indicazione suggerisce di aprire cantieri di lavoro dove possano incontrarsi e scambiarsi le ipotesi di intervento – nel massimo rispetto possibile del pluralismo – quanti si riconoscono in un medesimo scenario di speranza collettivo. Non basta aver abbandonato i dogmatismi teologici/ideologici del passato se, poi, trapiantiamo il medesimo atteggiamento fondamentalista/assolutista sul piano delle proposte pratiche in risposta alle problematiche contingenti. Per fermarci a un solo esempio: come attuare l’accoglienza dei flussi migratori in Europa? E’ chiaro che non si potrà arrivare a decisioni sensate finché al tavolo dei Primi Ministri europei siederanno in stragrande maggioranza esponenti di una visione dell’Europa come fortezza assediata che deve difendere, con tutti i mezzi, i privilegi accumulati proprio sfruttando negli ultimi cinque secoli le risorse naturali e umane del resto del pianeta. Da questo fronte non potranno continuare ad arrivare che risposte sbagliate a preoccupazioni fondate. Ma all’interno di quelle formazioni partitiche e organizzazioni sociali che hanno una diversa consapevolezza della storia - e, conseguentemente, una diversa prospettiva per il futuro -  non è forse lecito il libero dibattito su come realizzare, in concreto, una politica dell’accoglienza? Le questioni complesse non ammettono risposte semplici. E dobbiamo riconoscere che sinora sono state errate le risposte dei governi tendenzialmente conservatori, ma anche dei governi tendenzialmente progressisti. Forse, questi ultimi, in peggio rispetto ai primi – smaccatamente xenofobi e razzisti – si sono dimostrati ipocriti, decidendo di delocalizzare  in territori, come la Turchia e la Libia, retti da regimi  violenti, il lavoro sporco di selezionare, con metodi nazisti, i fuggiaschi da due continenti (senza considerare il sistema mafioso-corruttivo a cui è stata appaltata la gestione dei centri di accoglienza in Italia).  
  Sia la costruzione di grandi scenari di speranza sia l’individuazione di soluzioni settoriali contingenti presuppongono un livello medio di istruzione da cui siamo molto lontani. Non mi riferisco soltanto alla comprensione linguistica di testi elementari (registro sul quale, secondo gli esperti, siamo già carenti), ma anche alla capacità di discernere criticamente in un testo – letto su un quotidiano o su una pagina del web, ascoltato alla radio o alla televisione – ciò che è certo, ciò che è probabile e ciò che è manifestamente falso. Da qui una terza indicazione operativa (che ricavo, ancora, da Edgar Morin):  attivare, dentro e fuori dalle agenzie educative tradizionali (scuola, università, sindacati, partiti, chiese, associazionismo) dei percorsi di paziente, capillare, costante “democratizzazione della conoscenza”. Che guadagno si avrà, in termini di Bene comune, se all’estensione del diritto di voto non corrisponderà una proporzionale estensione del dovere di formazione? Ormai abbiamo le prove oggettive di quanto si possano condizionare le opinioni dei cittadini investendo somme di denaro nei circuiti dei mass-media in generale, di internet in particolare. Dove trovare l’antidoto a queste epidemie di menzogne e di odio se non in una moltiplicazione di oasi in cui le persone di retto volere possano imparare a filtrare le ondate incessanti di notizie, a soppesarle al vaglio della conversazione con esperti fidati e della meditazione silenziosa solitaria, a sostenersi vicendevolmente nel rinnovare le motivazioni etiche all’impegno quotidiano per un mondo più vivibile?  Non so se queste oasi possono essere le comunità di base o, comunque, le migliaia di esperienze di impegno civile diffuse nel territorio, ma concordo con Jürgen Habermas sulla necessità di tener vive e aggregate le “minoranze morali” di ogni generazione. Non voglio sottovalutare le mobilitazioni di massa, i cortei, gli scioperi. Sono però convinto che le manifestazioni plateali possono andare bene una o due volte l’anno, ma hanno senso solo in quanto epifenomeni di una tessitura sotterranea che perduri per gli altri trecento sessantaquattro giorni. La logica delle catacombe va coniugata con le strategie di ampio respiro: non illudiamoci, soprattutto in tempi particolarmente oscuri, che le svolte auspicate possano provenire dall’apparizione provvidenziale di leader carismatici. Come insegna anche l’attuale pontificato di Francesco, è molto più facile trascinare le maggioranze conformiste verso gli abissi che verso le vette. 

Augusto Cavadi
“Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo
www.augustocavadi.com

venerdì 17 gennaio 2020

CELIBATO OBBLIGATORIO PER I PRETI? UN DIBATTITO SURREALE

16.1.2020

IL DIBATTITO SURREALE SUL MATRIMONIO DEI PRETI

Se non ricordo male, è De Roberto ne I viceré a esprimere la sua ammirazione per la castità, una virtù che  “i preti tramandano di padre in figlio”. Me ne sono ricordato in questi giorni di polemica surreale suscitata da un libro, firmato dal papa emerito Ratzinger e dal cardinale africano Sarah, in cui – con toni insolitamente schietti per le abitudini clericali – si accusa il papa Francesco di stravolgere la tradizione cattolica per il solo fatto di ammettere come possibile l’ordinazione presbiteriale di uomini sposati: detto in soldoni, il matrimonio dei preti. 
Perché la polemica mi è risuonata surreale, grottesca, inimmaginabile?
Per almeno tre ragioni.
La prima è che – come pochi sanno – nel mondo esistono migliaia di preti cattolici regolarmente sposati: appartengono alle Chiese cattoliche di rito orientale (per esempio, in Italia, le eparchie di Piana degli Albanesi in Sicilia e di Lungro in Calabria e l’abbazia territoriale di Grottaferrata in Lazio).
La seconda ragione è che – come molti dimenticano – la Chiesa cattolica è solo una delle tante chiese cristiane (oltre quelle ortodosse bizantine e slave, vi sono chiese di origine medievale come i valdesi; riformate nel solco di Lutero, Calvino e Zwingli; anglicane; battiste; metodiste; locali o evangelicali…): ebbene, tutte queste chiese cristiane (tranne la cattolica) prevedono la possibilità che accedano al ministero pastorale anche uomini sposati (in molti casi anche donne). Che tra i vertici della Chiesa cattolica, ancora nel Terzo Millennio dopo Cristo,  si polemizzi su questa possibilità è davvero incredibile. Anche perché, per molti secoli, l’intera cristianità (prima di dividersi in chiese separate) ha seguito il consiglio contenuto in scritti nel Nuovo Testamento attribuiti a san Paolo e, dunque, considerati Parola rivelata da Dio: se dovete scegliere un pastore, sceglietelo fra i padri di famiglia che, avendo dato buona prova di reggere una piccola comunità, possano dare garanzia di saper governare comunità più ampie. 
Ma la terza ragione per cui è difficile non assistere sbalorditi a questa querelle interna ai massimi esponenti del Vaticano è che essa dimostra come persone ritenute colte e sagge, quali il papa in quiescenza, non si siano resi conto della gravità dei problemi teologici attuali. Le scienze fisiche mettono in dubbio l’esistenza di un Dio provvidente (crisi del teismo); le scienze archeologiche mettono in dubbio i racconti biblici (crisi della rivelazione); le scienze storiche e esegetiche mettono in dubbio la divinità di Gesù (crisi cristologica)…e questi vegliardi (non so quanto coerentemente con la loro dichiarata adesione ai dogmi cattolici, incluso il dogma dell’infallibilità papale) attaccano un povero papa che, non potendo affrontare le questioni fondamentali, prova almeno a svecchiare la sua chiesa da divieti anacronistici riguardanti aspetti tutto sommato secondari. Il cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, lo ha dichiarato prima di morire: “La Chiesa cattolica è indietro di almeno duecento anni”. Papa Bergoglio ha ripreso e rilanciato recentemente, in un’omelia, l’allarme di  Martini. Ma per ora le resistenze intra-ecclesiali sembrano davvero consistenti. E, fuori dai templi, politici e intellettuali di orientamento tradizionalista-conservatore tifano per chi vuole boicottare i cambiamenti anche minimi di Francesco. Un bel derby, dunque! Da seguire con lo stesso stupore con cui si assisterebbe in uno Stato occidentale alla polemica se dare o meno alle donne il diritto di voto. E forse con la stessa divertita convinzione di Ennio Flaiano: “Se i cattolici organizzano un dibattito su Chiesa e buoi, vuol dire che i buoi sono già scappati dalla stalla”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 15 gennaio 2020

"DESIDERI" DI MAX EHRMANN (1872-1945) : CONSIGLI PER VIVERE SERENAMENTE

Questo testo poetico è circolato a lungo come Manoscritto anonimo del XVI secolo, ma in effetti è opera di un poeta statunitense a cavallo fra Ottocento e Novecento.
E' servito per sostenerci durante la meditazione filosofica di oggi, mercoledì 15 gennaio 2020, presso la "Casa dell'equità e della bellezza".
Lo riproduco come omaggio ai lettori del mio blog per ringraziarli dei 620.870 accessi dal momento dell'apertura a oggi.
La mia ammirazione per questo testo non significa, ovviamente, che ne condivida tutte le singole affermazioni; né che non avrei apprezzato in esso una più esplicita attenzione alla dimensione socio-politica.

(Nella foto la mia fedele amica Fortuna in una delle sue lunghe pause meditative accanto a me che leggo o scrivo).

***
DESIDERI
Va’ serenamente in mezzo al rumore e alla fretta
e ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio.
Finché  è  possibile senza doverti sottomettere
conserva i buoni rapporti con tutti.
Di’ la tua verità con calma e chiarezza,
e ascolta gli altri,
anche il noioso e l’ignorante:
anch’essi hanno una loro storia da raccontare.
Evita le persone prepotenti e aggressive:
esse sono un tormento per lo spirito.
Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro,
perché  ci saranno persone superiori e  inferiori a te.
Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato al tuo mestiere, anche se modesto:
 è un vero tesoro rispetto alle vicende mutevoli del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, poiché  il mondo è pieno di inganni.
Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c’è di buono:
molte persone lottano per alti ideali
e dappertutto la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. 
Specialmente non fingere di amare.
E non essere cinico riguardo all’amore
perché, a dispetto di ogni aridità  e disillusione, esso è perenne come l’erba.
Accetta di buon grado l’insegnamento degli anni,
abbandonando riconoscente le cose della giovinezza.
Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna.
Ma non angosciarti con fantasie.
Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.
Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle:
tu hai un preciso diritto a essere qui.
E, che ti sia chiaro o no, senza dubbio l’universo va schiudendosi come dovrebbe.
Perciò sta in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca,
 - qualunque siano i tuoi travagli e le tue aspirazioni -
nella rumorosa confusione della vita conserva la pace con la tua anima.
Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti,
questo è ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente.
Fa’ di tutto per essere felice.

(Max EhrmannIndiana - USA1872-1945)

·      Testo adottato  da Augusto per gli amici della “Casa dell’equità e della bellezza”
in occasione della meditazione filosofica di mercoledì 15 gennaio 2020.

mercoledì 8 gennaio 2020

NOSTRA MADRE MARE: EDGAR MORIN E IL MEDITERRANEO SECONDO ROSALBA LEONE

Edgar MorinPENSARE IL MEDITERRANEO, MEDITERRANEIZZARE IL PENSIERO
Dialoghi Mediterranei, n.41, gennaio 2020
In tempi bui e confusi come i nostri, la parola di Edgar Morin si leva chiara e forte con una proposta etico-politica cui fa da sfondo un’analisi storica. Pensare il Mediterraneo. Mediterraneizzare il pensiero (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2019) è la prima edizione italiana di un saggio già pubblicato in Francia nel 1999: un breve testo che, tenendo in debita considerazione l’idea che siamo nell’era planetaria, si chiede con quali attrezzi concettuali affrontarla, cosa si è perso nel corso dei secoli, cosa si è conservato, cosa si è trasformato. La prefazione, le note in calce, una presentazione in appendice del pensiero generale di Morin (tutte a cura di Augusto Cavadi) e una postfazione (di Alberto Cacopardo), inquadrano lo scritto nel presente, ne mostrano alcuni limiti e suggeriscono alcune integrazioni.
Pensare il Mediterraneo vuol dire ricondurre un termine dal significato ridotto di frontiera tra continenti e mare di conflitti a «matrice e veicolo di pienezza civilizzatrice» come fu in epoca romana; mediterraneizzare il pensiero significa pensare come cittadini desiderosi di comunicazione pur coscienti della complessità delle problematiche planetarie. Ma vediamo più da vicino. Quattro, a mio avviso, le idee che sostengono il dipanarsi di questa riflessione e che possono servire da chiave interpretativa della sua talora nodosa articolazione: il riflusso verso il passato e la perdita di futuro; il ruolo dell’Europa e del Mediterraneo nella costruzione di un futuro di pace; lo sviluppo di  un pensiero complesso, non lineare, che colga complementarietà e antagonismi; la coltivazione di processi di consapevolezza.


Il riflusso verso il passato e la perdita di futuro
 Da sempre per concepire il Mediterraneo è stato necessario «concepire contemporaneamente l’unità, la diversità e gli opposti», ma molteplici fattori hanno contribuito a renderlo poco intelligibile e ne hanno messo a dura prova la comprensione: i contrasti etnici e religiosi del passato sono stati aggravati dall’idea di “nazione” che, trapiantatasi in modo nefasto nel ‘900 dall’Europa continentale al Mediterraneo, ha causato lo sviluppo di forti antagonismi nazionali. Essi, mano a mano, nel tempo, si sono congiunti ai grandi antagonismi dell’era planetaria, alle minacce globali che pesano sul pianeta e agli effetti dell’ondata omogeneizzante e standardizzante dei processi tecno-industriali. Il risultato è stato soprattutto la destrutturazione delle solidarietà tradizionali con la reazione di ripiegamento sulle identità nazionali/religiose e per ciò stesso con il riaccendersi delle ostilità identitarie.
Questo ripiegarsi nel passato è stato accentuato da un altro fenomeno mondiale: «la perdita di futuro». E qui torna l’Europa con le sue responsabilità: avere diffuso la fede nel progresso in tutto il pianeta (una fede comune all’ideologia democratico-capitalista e all’ideologia comunista) come promessa di ben-essere e di salvezza terrena. Ma questa fede ha vacillato a partire dagli anni Settanta mostrando limiti e ambivalenze: la triade Scienza/Tecnica/Industria ha perso il carattere di garanzia provvidenziale e viene messa in discussione proprio nel mondo del benessere, tuttavia continua a sedurre. A che prezzo?


In questo mondo l’individualismo significa «non soltanto autonomia ed emancipazione, ma anche atomizzazione e anonimizzazione»; la secolarizzazione significa «non solamente liberazione rispetto ai dogmi religiosi, ma anche perdita dei fondamenti, angoscia, dubbio, nostalgia delle grandi certezze»; «la differenziazione dei valori sfocia, non più soltanto nell’autonomia morale, nell’esaltazione estetica, nella libera ricerca della verità, ma anche nella demoralizzazione, nell’estetismo frivolo,  nel nichilismo». La crisi di futuro che si è profilata suscita «la rivincita del passato»: «quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali, religiose». Si regredisce a stadi anteriori in cui lo Stato-nazione assicura identità, protezione, sicurezza. Ma viviamo nell’era planetaria e la richiusura aggrava l’incapacità di trovare forme associative che permetterebbero di civilizzare questo tempo e di superare la preistoria dello spirito umano. A tutte queste prove cui è sottoposto il Mediterraneo si aggiungono gli effetti perturbatori della mondializzazione del liberismo economico: le nuove crisi locali si sommano ai conflitti planetari e questi rendono virulenti i problemi preesistenti della zona mediterranea.
Un vero caos mondiale sembra avvolgere il mondo e non restano né l’idea-forza dell’umanismo, «quasi-religione della persona umana» (che si era imposta dopo la Rivoluzione francese «nel mondo laicizzato») né l’idea-forza dell’internazionalismo (tipico del pensiero socialista). «Disgraziatamente, dappertutto – ribadisce Morin – la coscienza planetaria è sottosviluppata, dappertutto la coscienza umanistica è in crisi, dappertutto acquistano vigore le formule nazionaliste integrali, integriste o nazional-religiose. Il nazional-religioso succede al nazional-socialismo e al socialismo nazionale, ricomprendendo per conto suo in maniera chiusa ed etnocentrica i valori della fraternità e della comunità».


Il ruolo dell’Europa e del Mediterraneo nella costruzione di un futuro di pace
«Il pianeta è in regresso: la crisi del progresso colpisce l’umanità intera» – tuonava Morin nel 1999 – e tuttavia, a suo avviso, in un modo correlativo e antagonista rispetto alla mondializzazione tecnico-economica, all’inizio dell’era planetaria, si è innescata nel mondo una seconda mondializzazione, la mondializzazione dell’idea di democrazia e di solidarietà umana. Egli auspica una politica per una «seconda mondializzazione […] animata dallo spirito di un civismo terreno», «planetario». E qui rispunta il Mediterraneo: situato in questo complesso contesto, porta in sé, nella sua crisi specifica, la crisi del mondo intero.
Il Mediterraneo si può intendere come metafora del mondo: Morin la chiama «zona sismica» dove si concentra in maniera virulenta lo scontro di tutto ciò che, opponendosi, è problema nel pianeta. Nella risoluzione dei problemi tra Nord e Sud, Est e Ovest, ricchezza e povertà, che in esso si palesano, l’Europa potrebbe intervenire, come già nel passato, e stavolta, però, fornire un apporto culturale costruttivo per il dialogo politico con l’esempio associativo dell’Unione Europea e con la nozione di Europa policentrica, in cui la zona del Mediterraneo e delle sue terre si distinguerebbe dalle altre zone (baltico-nordiche) per il suo carattere “latino”.


Lo sviluppo di un pensiero complesso
In un progetto di riconoscimento dell’interdipendenza fra le zone del Mediterraneo e di promozione di una vera comunicazione, attraverso la reciproca comprensione delle differenze, risulterebbe decisivo il ruolo degli intellettuali. I quali, attingendo a una tradizione millenaria, potrebbero realizzare «una riforma del pensiero» che lo rendesse capace di cogliere tanto «l’unità nella diversità quanto la diversità nell’unità». Riprendendo molte suggestioni dell’antropologo pugliese Franco Cassano, Morin tesse qui le lodi del «pensiero meridiano», contrapposto al «pensiero del Nord anglo-sassone»: questo secondo, infatti, tende ad essere «riduttivo, quantitativo, disgiuntivo», laddove il primo costituisce un approccio che «collega, che riconosce e difende  le qualità della vita, che sono arte di vivere, saggezza , poesia , comprensione».


La coltivazione di processi di consapevolezza
Il saggio si chiude con la speranza che, recuperando l’idea di Mediterraneo come mere – nel duplice significato “mare” ma anche di “madre” –, se ne possa valorizzare la valenza sacrale fondatrice di fraternità: «Senza maternità non c’è fraternità. È il nostro legame affettivo, mistico, religioso con nostra madre Mare che, attraverso dolori e miserie, rifiuti e ingiustizie, può tuttavia darci la gioia di essere mediterranei. Ritroviamo la nostra “madre nostra” nel nostro mare nostrum. Poiché il Mediterraneo è all’incrocio fra tre continenti, il recupero in esso dell’apertura e della comunicazione costituirebbe una chance per l’intero pianeta.
Che fondamenti ha una tale speranza? «È una possibilità incerta, che dipende molto dalla presa di coscienza, dalle volontà, dal coraggio, dalle possibilità…». Da qui l’urgenza di «processi di consapevolezza» personali e collettivi: nulla avviene necessariamente, ma neppure del tutto casualmente. Emerge qui l’inspirazione fortemente pedagogica che attraversa l’intera opera di Morin, a giudizio del quale – come ricorda Cavadi – «la democrazia non è solo un insieme di regole ‘formali’ per contabilizzare maggioranze e minoranze», ma “una mentalità” e può funzionare solo se si abbatte «la ‘frattura’, la ‘dualità’ fra coloro che sanno (anche se in forma frammentata, ‘frazionata’) e coloro che non dispongono di conoscenze, cioè l’insieme dei cittadini». In particolare, per la tematica che qui ci interessa, sapere quali disastri comporterebbe una terza guerra mondiale potrebbe costituire un buon motivo per evitarla: come scrive Cacopardo, a conclusione della sua bella postfazione, «è proprio l’enormità di questo rischio che ci può fare sperare che saremo capaci di scongiurarlo e di deciderci a cambiare strada. In questo caso, quello che oggi può apparire il sogno di un illuso visionario diventerà, fra tutti i futuri possibili, uno dei più probabili».

Rosalia (Rosalba) Leone
http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-mediterraneo-secondo-egar-morin-nostra-madre-mare/

domenica 5 gennaio 2020

L'EPIFANIA: COSA SIGNIFICA DAVVERO ?

(Vi prego di notare l'icona: mentre Giuseppe si prende cura del neonato, Maria può concedersi un po' di lettura...Presepio paritario, oltre gli stereotipi di genere !)


4.1.2020

BUONA EPIFANIA. MA COSA SIGNIFICA DAVVERO ?

Una volta ci si augurava “Buona Epifania”, poi – pian pianino – si è passati a “Buona Befana” (un po’ come “Buona Assunzione” è diventato un più allegro e fruibile “Buon Ferragosto”). Slittamento linguistico conseguente alla secolarizzazione galoppante? Forse. Ma certi mutamenti non avvengono senza una concomitanza di motivi.
Una prima concausa – che può apparire più banale di quanto effettivamente sia – è l’ignoranza. La media statistica degli italiani non conosce il significato della parola “Epifania” e la ode – e la ripete – solo nella frase popolare: “Epifania tutte le feste porta via”. Che questo vocabolo greco significhi “manifestazione” (del Signore) è ormai noto a minoranze sempre più esigue.
Più seria una seconda concausa: la maggior parte dei cattolici non crede che le pagine del vangelo di Matteo (2, 1 – 12) dedicate alla “manifestazione” di Gesù ai pastori e ai re Magi riferiscano eventi realmente accaduti. Le omelie più frequenti non si preoccupano di interpretare questo scetticismo e, così facendo, i fedeli si sentono sempre meno a proprio agio nelle liturgie natalizie: perché radunarsi e fare memoria di avvenimenti immaginari, privi di una solida base storica? Non è più divertente fare finta di credere al viaggio di  Babbo Natale fra renne, slitte e camini fumanti?
 Diversamente andrebbero le cose se i predicatori – più informati teologicamente e più desiderosi di comunicare ai fedeli le acquisizioni delle scienze bibliche – spiegassero che i vangeli non sono resoconti storiografici, ma proposte di vita. Quando Matteo racconta ciò che leggiamo vuole senz’altro accendere la nostra “fede”: ma in che senso? Non “fede” nel fatto che le vicende prima e dopo il parto di Maria si siano svolte in una determinata maniera piuttosto che in un’altra (egli stesso, scrivendo dopo circa mezzo secolo dagli avvenimenti, non aveva dati esatti); bensì “fede” nella possibilità che la persona e il messaggio di Gesù di Nazareth possano cambiare la vita della gente. Per presentare questo ‘piatto forte’ ogni evangelista si serve del ‘contorno’ che ritiene più adeguato: nel nostro caso del genere letterario “midrashico”. Di che si tratta? Come spiega molto bene Ortensio da Spinetoli, “per i moderni esegeti il midrash non è più sinonimo di favola, leggenda, mito. Più che una libera composizione è una ricostruzione personale dei fatti evangelici alla luce e con l’aiuto della tradizione biblica, canonica o extra-canonica. L’autore racconta la sua storia, si può dire, guardando soprattutto al passato e cercando negli avvenimenti antichi l’illustrazione dei nuovi. Preso da questa preoccupazione, perde di vista i dettagli reali degli avvenimenti che narra sostituendoli con altri tratti dai racconti che ha in mente o sotto gli occhi” (Introduzione ai vangeli dell’infanzia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2018, pp. 45 – 46).
 Allora al redattore del vangelo secondo Matteo sta a cuore predicare l’essenziale: che Gesù è stato un profeta anomalo, dedito più alle fasce emarginate (i “pastori” venivano considerati, per la loro abituale familiarità con le greggi, dei semi-uomini) e agli stranieri (i “magi” come rappresentazioni letterarie del mondo extra-ebraico interessato a Cristo molto più di tanti ebrei), che alla difesa degli interessi dei ceti sociali dominanti e dei confini identitari del proprio popolo. Avere “fede” significa, dunque, aderire a questa prospettiva sulla vita propria e sulla storia del mondo: il resto è solo il ‘veicolo’ attraverso cui quella proposta di apertura, di fiducia, di accoglienza della diversità, di solidarietà universalistica…viene trasmessa.
  Certo, se i preti spiegassero come stanno davvero le cose, milioni di buoni cattolici uscirebbero silenziosamente dai templi per non metterci più piede. Ma, forse, i posti rimasti vuoti accoglierebbero uomini e donne che – attualmente – si mantengono a debita distanza dal mondo ecclesiale perché preferiscono vivere i valori etici fondamentali anziché sentirsi spacciare come eventi miracolosi delle narrazioni ricollegabili alla “esegesi edificante, omiletica, teologica, folcloristica degli scrittori giudaici” (ivi, p. 46).

Augusto Cavadi
 www.augustocavadi.com

https://www.zerozeronews.it/le-verita-dei-vangeli-che-nessuno-spiega-ai-fedeli/?fbclid=IwAR3z7RZfQSOtCna7HXId7qxewJYth6LRZvEsjouIE-kuS_rsI89kUQsIR74

giovedì 2 gennaio 2020

CI VEDIAMO VENERDI' 3 GENNAIO 2020 A POLIZZI GENEROSA (PALERMO) ?


Un inizio 2020 scoppiettante con la stagione Prospettive della Fondazione “G.A. Borgese” di Polizzi Generosa (sulle Madonie, in provincia di Palermo) anticipatore di un anno ricco di variegati e straordinari appuntamenti.
Si comincia Venerdì 3 gennaio. 
Alle ore 17.30 la dotta, ironica e svelatrice conferenza del filosofo Augusto Cavadi su “L’arte di essere siciliani. Divagazioni filosofiche-sociologiche”. Autore di diversi libri, consulente, promotore di filosofia pratica in incontri organizzati in giro per l’Italia, con il suo I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI, ha svelato e demistificato la natura più intima e vera degli abitanti dell’Isola.

Casa Borgese casa della Cultura è anche questo. Non perdetevelo.

Il presidente
Gandolfo Librizzi