giovedì 13 agosto 2020

PAOLO GIACCONE, MEDICO CON LA SCHIENA DRITTA E PALERMITANO DAVVERO "D'ONORE"

 Rilancio volentieri questo ricordo del dott. Paolo Giaccone a firma di Maria D'Asaro:

Se si chiedesse di associare l’anno 1982 a un delitto di mafia ‘eccellente’ avvenuto a Palermo, sarebbe sicuramente citato l’assassinio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, trucidato con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo, proprio in quell’anno, la sera del 3 settembre. 

     In pochi ricorderebbero che qualche settimana prima, l’11 agosto 1982, fu assassinato con cinque colpi di pistola, tra i viali del Policlinico di Palermo, anche un noto medico palermitano: il dottor Paolo Giaccone.
       Chi era Giaccone? Era un medico e uno stimato docente universitario: ordinario di Medicina legale alla Facoltà di Medicina dell'Università di Palermo, insegnava anche Antropologia criminale alla Facoltà di Giurisprudenza. Il professore divideva il suo impegno tra l'Istituto di medicina legale del Policlinico, che dirigeva, e le consulenze per il Palazzo di Giustizia. 
Nella vita privata era felicemente sposato, con quattro figli – Camilla, Antonino, Amalia e Paola – e aveva tanti interessi: amava dipingere e praticava la scherma; si interessava di filatelia e di ornitologia. Era inoltre un appassionato di musica, che studiò per cinque anni al Conservatorio Bellini. 

      Perché i mafiosi lo uccisero? Bisogna andare indietro di qualche mese, al dicembre del 1981, quando tra le vie di Bagheria - un grosso centro a pochi chilometri da Palermo - c’era stata una sparatoria con quattro morti. Il professore Giaccone aveva ricevuto l'incarico di esaminare un'impronta digitale lasciata da uno dei killer. Secondo la sua perizia, l'impronta apparteneva ad un esponente della cosca mafiosa di Corso dei Mille: questa era la prova che poteva incastrare gli assassini. Il medico ricevette delle pressioni perché ‘aggiustasse’ le conclusioni della perizia dattiloscopica. Giaccone non cedette a pressioni e a minacce – che pare gli furono rivolte anche da un avvocato – e il killer fu condannato.
La mafia si vendicò uccidendo il medico in una calda mattinata d’agosto. In seguito il pentito Vincenzo Sinagra rivelò i dettagli del delitto, addossandone la responsabilità a Salvatore Rotolo, che venne condannato all'ergastolo nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra.

PER CONCLUDERE LA LETTURA BASTA UN CLICK:


martedì 11 agosto 2020

TRAMONTO DELLE RELIGIONI E ALBA DI UNA NUOVA SPIRITUALITA' SECONDO ARNALDO NESTI

 

IL CREPUSCOLO DEGLI DEI : VERSO UNA CIVILTA’ POST-RELIGIOSA?

 

La domanda-chiave di questo agile testo di Arnaldo Nesti (L’incerto domani. Spiragli spirituali, Aracne, Roma 2020, pp. 114, euro 10) – “Quale sarà l’esito della progressiva crisi delle religioni convenzionali?” – interpella, secondo l’autore, tutte le chiese cristiane senza significative eccezioni. Infatti qua e là si troverà qualche ingenuo che negherà l’ “eclissi di Dio” (di cui parla Buber)  o la “exculturazione del cristianesimo” (di cui parla Hervie-Léger): ma le statistiche sulla frequenza domenicale alle celebrazioni cultuali, nella loro spietata oggettività, dimostrano che “la crisi delle religione in Occidente” è ormai “evidente e inoccultabile”.

Se la fotografia, in quanto veridica, non è opinabile, diverse sono le interpretazioni che di questo dato vengono offerte: è la società che, in preda a consumismo e bulimia di piaceri, rigetta la visione tradizionale della religione oppure, invece,  Le desenchantement du monde (Marcel Gauchet) è l’effetto inevitabile del Pervertimento del cristianesimo denunziato da Ivan Illich, a giudizio del quale l’iniziale rivoluzione operata da Gesù è stata addomesticata al punto che “non solo abbiamo perduto il senso del bene, di ciò che si confà, ma anche qualsiasi modo di riconoscere questa perdita stessa”?

Nella prima ipotesi avrebbero ragione i nostalgici esponenti di un “sanfedismo pavloviano” che si riconoscono nel ministro della Repubblica che il 18 maggio del 2019, in piazza Duomo a Milano, chiude una campagna elettorale surreale con la dichiarazione: “Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita, al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria”.

 Nella seconda ipotesi interpretativa, la crisi della religione potrebbe rivelarsi un crepuscolo nel doppio, inseparabile, senso di tramonto (di un mondo invecchiato) e di alba (di un mondo di cui a stento si intravedono i contorni).

Arnaldo Nesti propende per questo orientamento e riprende il volume a più voci, curato da Claudia Fanti e Ferdinando Sudati, Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana (edito dalla Gabrielli). In particolare si richiama al contributo del vescovo episcopaliano John Shelby Spong (di cui, recentemente, le edizioni Il pozzo di Giacobbe hanno tradotto uno dei suoi testi fondamentali: Perché il cristianesimo deve cambiare o morire. La nuova riforma della fede e della prassi della Chiesa), fautore di una nuova Riforma, a mezzo millennio da Lutero, talmente radicale da far “sembrare piccola quella del XVI secolo, simile a un gioco da bambini”. In questa prospettiva, impallidiscono non solo controversie da pollaio come l’utilizzazione in piazza di rosari e crocifissi, ma perfino le dispute più serie sulla Sola Scriptura, sulla Sola Fides, sul Solus Christus, sul significato di “salvezza”. Le tematiche rilevanti nel nuovo paradigma teologico “post-religionale” sono infatti l’idea del Dio trascendente e onnipotente, la sua paternità (declinata al maschile), il processo biblico di desacralizzazione della Terra e le istanze dell’eco-centrismo…”Sono cosciente”  - osserva Nesti, sociologo della religione di lungo corso – “che tali posizioni possano risultare strane e persino incomprensibili, a chi parta dal presupposto che ‘in realtà non è successo nulla’ e che le grandi questioni restano sul tappeto perché sono eterne, e che possiamo andare avanti con lo stesso tipo di risposte a partire dai presupposti di sempre”. Tuttavia egli sposa la tesi di José Marìa Vigil uno di questi teologi “post-religionali” e “post-teisti”: “Siamo in un tempo di cambiamento radicale, di nuove forme di teologia che non sono mai state neppure sognate. Il futuro è di chi rischia puntando su questo compito di rifondazione teologica”. D’altronde, come non accorgersi di un presente desolante nel quale – scrive con efficacia lo studioso toscano – “molti ‘se-dicenti’ cristiani, oggi, celebrano e vivono immersi nel razzismo, nell’odio verso i migranti, i diversi” e in cui le nostre cattedrali appaiono “immense navi spiaggiate alle quali è venuto meno il mare in cui navigare”?

SE TI INTERESSA COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/dio-fedi-e-dintorni-verso-una-civilta-post-religiosa/

domenica 9 agosto 2020

"LA VISITA" DI MARCELLO BENFANTE

SOGNI E REALTA' NEL LABIRINTO DEGLI STRAZI  DELLA STORIA

 

Il 20 giugno di quest’anno Eugen Drewermann ha compiuto ottant’anni. Da giovane era stato ordinato prete, ma la Chiesa cattolica l’ha ridotto allo stato laicale perché aveva scritto troppi volumi di esegesi biblica in base al principio che le Scritture sacre (non solo quelle ebraico-cristiane) vanno interpretate come fossero sogni. Non teorie filosofiche, non dati storici, non spiegazioni scientifiche, ma immagini oniriche prodotte dall’incrocio fra archetipi collettivi ed esperienze biografiche individuali. Me ne sono ricordato in queste ore leggendo il prezioso testo di Marcello Benfante, La visita (Qanat, Palermo 2020, pp. 84, euro 12,00), nel quale è citata una tesi di Borges (“i sogni costituiscono il più antico e non il meno complesso genere letterario del mondo”) e in cui l’autore arriva a ipotizzare che i sogni possano costituire “la notizia portata da un messaggero solerte che giunge da remotissimi e imperscrutabili confini per metterci in comunicazione con Dio. O con la morte (che è poi la stessa cosa, poiché vivere è fuggire scompostamente e sconsideratamente da Dio, dal suo richiamo, finché possiamo. Finché la morte non ci riunisce e riconduce all’ordine)”.

Il memoir è costruito a partire da un sogno nel quale Benfante incontra il defunto zio Mimmo, soldato italiano finito – durante la Seconda guerra mondiale – in un lager nazista, “cuore di tenebra del male assoluto”, da cui, in un certo senso, non uscirà mai più, come Primo Levi: “dal labirinto del lager non si esce mai, anche se si è sopravvissuti al Minotauro, anche se si è potuto spiccare il volo con le ali di Dedalo”. Ma la figura, autorevole e benevola, dello zio evoca - nella memoria e nella scrittura nitida se pur elegante dell’autore – figure non meno care: dal padre, negli stessi anni prigioniero dei britannici in India, allo zio Gianni, “aedo e giullare, agiografo e cuntista della nostra famiglia” che “un principio di congelamento al piede” sottrasse, appena in tempo, “all’algido inferno russo, dove la morte era pressoché scontata”. Il fascismo disseminò i figli della tanto decantata patria nei cimiteri e nelle prigioni di mezzo mondo: più assurdo di quell’assurdo almeno due altri fenomeni storici. 

PER COMPLETARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO, CLICCARE QUI:

https://www.zerozeronews.it/sogni-e-realta-nel-labirinto-degli-strazi-della-storia/

 

venerdì 7 agosto 2020

IL REDDITO DI CITTADINANZA IN CONTESTO DI ILLEGALITA' SISTEMICA

 “Repubblica- Palermo”

6.8.2020

 

RISVOLTI UMANI DEL REDDITO DI CITTADINANZA

 

  Ognuno di noi ha una propria opinione sul reddito di cittadinanza. Con una differenza: gli stupidi hanno idee nette, gli altri sono combattuti fra opinioni opposte. Infatti non solo il tema viene esaminato da varie angolazioni (giuridica, economica, sociale, politica, etica…), ma, in ciascuna di esse, si ritrovano pareri differenti da parte di esperti ugualmente autorevoli. 

   Per quanto ineludibile, il piano delle statistiche, delle comparazioni fra sistemi di welfare nazionali e dei calcoli finanziari, non è l’unico. Al di sotto dei numeri, e per così dire da essi celato, pullula il vissuto effettivo di tanti uomini e di tante donne. E’ su questo piano che si registra di tutto. Dal malavitoso a cui l’assegno mensile di 800 euro serve per pagarsi le cene eleganti e i sigari cubani al tecnico cinquantenne che vive l’emolumento come dolorosa umiliazione e vorrebbe tanto ricominciare a lavorare come dieci anni fa. Nel Paese dei furbastri è così in tanti altri campi, dalle pensioni di invalidità per paralitici che vengono miracolati allo stadio quando si tratta di scattare in piedi urlando a favore della propria squadra alle centinaia di migliaia di automobili col pass azzurro che imperversano per le strade trasportando ogni genere di passeggeri, tranne handicappati.  Il ritornello è sempre lo stesso: in un contesto di sistematica impunità dei trasgressori, anche le disposizioni di legge sacrosante provocano abusi scandalosi che l’opinion pubblica non riesce a digerire.

  In questi giorni mi sono imbattuto in una situazione emblematica. Un adulto quarantenne, perfettamente in salute, riceve come reddito di cittadinanza 1350 euro al mese. A prima vista mi è sembrata un’ingiustizia inaccettabile, ma conversando con l’interessato apprendo che, con quella somma, deve mantenere – oltre che la moglie – quattro figli minorenni, di cui uno invalido. Qualcuno di voi ci riuscirebbe con poco più di quaranta euro al giorno e una casa in affitto? Gli obietto perché non rinunzi al reddito di cittadinanza per riprendere il lavoro precedente di manovale e mi spiega che, pagato in nero a 50 euro per venti giorni lavorativi, guadagnerebbe molto meno. Siamo al paradosso: in regime di illegalità, lavorare conviene meno che oziare da mattina a sera. Anche a costo di deprimersi psicologicamente, di veder decrescere giorno dopo giorno il livello di autostima. Infatti l’ho verificato più di una volta: l’assegno mensile a fronte di nessuna prestazione lavorativa, che alcuni ricevono considerandolo un comodo privilegio, per altri è motivo di sofferenza e – mettendo a frutto le proprie energie e competenze - vorrebbero evitare di sentirsi quasi parassiti della società. 

   Parlamento e governo dovrebbero, dunque, decidersi ad affrontare con la necessaria determinazione le ataviche carenze di controlli nel mercato del lavoro: senza una lotta rigorosa e metodica allo sfruttamento dei lavoratori, un sostegno economico statale di emergenza non può che trasformarsi in invito a stabilizzarsi nella condizione degradante di inoccupato a vita. Nell’attesa, i percettori di reddito di cittadinanza non segnati da infermità né oberati da incombenze familiari, che non vogliono  né considerarsi né essere considerati dei parassiti sociali, potrebbero – autonomamente o con l’aiuto dei fantomatici ‘navigator’ -  aggregarsi, su basi di esclusivo volontariato, intorno a mini-progetti di utilità pubblica. Ogni mattina – avanzo il primo esempio che mi balza in mente – percorro un tratto di strada bellissimo da Vergine Maria a Mondello: da un lato le pendici di Monte Pellegrino, dall’altro le rocce e il mar Tirreno. Dappertutto cartacce, stoviglie di plastica, perfino guanti e mascherine anti-covid. Quando non ho particolare fretta, raccolgo alcuni sacchetti di questi materiali abbandonati: sono sicuro che, tra i beneficiari del reddito di cittadinanza, non pochi sarebbero contenti come me di dedicare alcune ore al giorno a ripulire le coste, dando un segnale pedagogico di civismo sia agli altri cittadini sia ai responsabili degli enti pubblici che non riescono ad adempiere le proprie funzioni istituzionali.

 

Augusto Cavadi

 www.augustocavadi.com

martedì 4 agosto 2020

PEPPE SINI SU "L'ARTE DI ESSERE MASCHI" NEI "TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO"




TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 3822 del 5 agosto 2020
Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XXI)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt@gmail.com, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/

Sommario di questo numero:

1. LIBRI. UN NUOVO UTILE LIBRO DI AUGUSTO CAVADI

Augusto Cavadi scrive libri che a me piace leggere.
Non e' il solo, ovviamente: anche Albin Lesky e Concetto Marchesi, anche Hannah Arendt e Simone Weil, anche Denis Diderot e Rosa Luxemburg, per dire i primi nomi che mi frullano in testa. Ma anche Augusto.
Non solo: Augusto Cavadi scrive libri che mi sembrano utili.
Ed anche in questo e' in buona compagnia: l'autore di Giobbe e quello del De rerum natura, Cervantes e Shakespeare, Jane Austen e Franca Ongaro Basaglia, Elsa Morante e Anna Bravo, Aldo Capitini e Vandana Shiva.
Infine: Augusto li scrive proprio nel momento in cui a me sembra che piu' serva che siano scritti. Non so come fa, forse mi legge nel pensiero.
*
Questo nuovo suo libro dal titolo "L'arte di essere maschi libera/mente" col sottotitolo "La gabbia del patriarcato", scritto in collaborazione con il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne", edito per i tipi del benemerito Di Girolamo Editore, Trapani 2020 (pp. 160, euro 13,90), merita di essere vivamente raccomandato ad ogni persona di volonta' buona che ancora non abbia colto la decisivita' della lotta contro la violenza maschile.
Ma merita di essere raccomandato anche alle persone che se ne siano gia' rese conto. Perche' e' uno di quei testi che in modo nitido e conciso dice cose che e' necessario che siano dette e meditate, e poi dette di nuovo, e che poi si traducano nella necessaria azione contro la violenza maschile.
Mi piacciono i libri cosi': onesti e precisi, che non lesinano nelle note a pie' di pagina le indicazioni bibliografiche per l'opportuno approfondimento, e che rinviano ad esperienze pratiche poiche' ovviamente conta la presa di coscienza, la riflessione, la denuncia, ma occorre anche contrastarla concretamente la violenza maschile. Cosi' come occorre porsi all'ascolto e alla sequela delle donne, del pensiero delle donne, della Resistenza delle donne, del movimento di liberazione delle donne: comprendendo che il movimento di liberazione delle donne e' la fondamentale esperienza storica e la vera, decisiva "corrente calda" della nonviolenza in cammino; e' il cuore pulsante e la forza trainante di ogni esperienza e di ogni riflessione orientate alla liberazione dell'umanita', alla difesa dell'intero mondo vivente, alla condivisione del bene e dei beni.
*
Poiche' e' un amico, l'autore mi fa l'onore di citare un convincimento che tante volte chi legge questo foglio ha sentito ripetere: che la violenza maschile contro le donne e' la prima radice e il primo paradigma di tutte le violenze, e che l'umanita' non sara' libera finche' la violenza maschile, l'ideologia maschilista, le totalitarie strutture e strategie di potere e gli opprimenti, scotomizzanti ed onnipervasivi universi discorsivi maschilisti e patriarcali, non saranno sconfitti. E solo con la sconfitta del potere maschile gli esseri umani potranno finalmente felicemente riconoscersi come persone libere, come persone diverse ed eguali in diritti, come persone che condividono l'amore per il mondo e rispettano l'altrui vita e dignita'.
La penso proprio cosi'. Ed anche di questo sono grato all'autore di questa preziosa pubblicazione.

domenica 2 agosto 2020

DIFFICILE EDUCARE SE NON SI VOGLIONO EREDI MAFIOSI...


“Il Gattopardo”

Luglio 2020

 

PEDAGOGIA E MENTALITA’ MAFIOSA

Al turista ‘medio’ è impossibile – in pochi giorni – rendersi conto di tante cose brutte e belle che avvengono in Sicilia, quotidianamente, al di sotto delle notizie di cronaca. Tra le cose belle che non emergono in superficie, l’impegno di scuole e associazioni per la formazione di una coscienza civica anti-mafiosa. Un impegno spesso generoso, non sempre illuminato: come quando ci si illude che la formula tradizionale della  ‘conferenza’ o della ‘tavola rotonda’ – che prevede l’ascolto più o meno passivo, da parte degli studenti,  di storici o di magistrati più o meno esperti in comunicazione – possa davvero incidere sulla loro mentalità. 

Più efficace delle prediche ‘laiche’, in cui si nominano esplicitamente la mafia e l’antimafia, si rivelano i contesti educativi abituali in cui, in pratica, si stimolano negli alunni atteggiamenti di vigilanza critica, di giustizia sociale, di solidarietà verso i soggetti deboli, di lotta nonviolenta: insomma quegli atteggiamenti che, senza troppi proclami retorici, costituiscono, l’antidoto effettivo alle sirene dell’arruolamento mafioso.

  In queste settimane di quarantena, rovistando nella biblioteca di famiglia, mi è capitato fra le mani un libretto edito a Caltanissetta nel 1910 (Galateo scolastico e civile)  la cui lettura mi ha confermato che si tratta di una fatica pedagogica necessaria, ma non priva di insidie. Per esempio là dove, in una sorta di catechismo, il maestro chiede: “Si fa la spia ai compagni?” e l’alunno risponde  “Nossignore”. Alla replica: “Perché?” lo stesso alunno spiega: “Ci si abitua a sentimenti cattivi”. Nessuna precisazione sulla differenza fra la delazione per invidia (da stigmatizzare) e  la rottura dell’omertà (da incoraggiare). 

   Però l’autore , in appendice, ha il merito di riportare un Decalogo Morale per la scolaresca redatto, per gli alunni di Barrafranca (un comune in provincia di Enna) , dal Segretario comunale dell’epoca, Pasquale Guarneri. Qua si respira un’aria molto più limpida, senza ambiguità. Il quarto comandamento prescrive: “Onora le persone migliori; rispetta tutti; non curvarti a nessuno”. E il quinto incalza: “Non odiare, non offendere, non vendicarti mai, ma difendi il tuo diritto e non rassegnarti alla prepotenza”. Molto bello anche il successivo: “Guardati da ogni viltà; sii l’amico dei deboli, ama, sopra tutte le cose, la giustizia, senza la quale non c’è che miseria”. Il pizzo non viene nominato, ma il settimo comandamento ‘civico’ probabilmente vi allude: “Ricordati che i beni della vita sono frutti del lavoro, goderne senza far nulla è come rubare il pane a chi lavora”. Anche il dogmatismo, il tradizionalismo, il conformismo tipico degli ambienti mafiosi vengono attaccati in radice senza farvi riferimento esplicito: “Opera e medita per conoscere la verità; non credere ciò che ripugna alla ragione, non lasciarti ingannare, non ingannare gli altri”.

      A centodieci anni di distanza, direi che i consigli pressanti del Segretario comunale di Barrafranca non hanno certo perduto d’attualità. Né in Sicilia né nel resto del mondo.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

giovedì 30 luglio 2020

DOPO POLIZZI GENEROSA: UN BREVE RESOCONTO PER CHI NON C'ERA (O C'ERA MA...DORMIVA)


“UNA MONTAGNA DI FILOSOFIA”: BREVE RESOCONTO PER CHI NON C’ERA 
(O C’ERA ED ERA…DISTRATTO)

 

Alcune amiche e alcuni amici, che non hanno potuto partecipare a “Una montagna di filosofia / Festival delle pratiche filosofiche”, tenutosi a Polizzi Generosa (dal 10 al 12 luglio 2020), mi chiedono un resoconto e una qualche forma di bilancio.

Personalmente ho trovato questi tre giorni magici: non saprei come altrimenti qualificare un evento – un insieme di eventi – dove, per l’abilità e la generosità dei ‘facilitatori’ cui spettava il compito di avviare riflessioni e confronti,  i “non-filosofi (di professione)” presenti hanno partecipato attivamente e costantemente.

Poiché come organizzatore del Festival non posso essere una voce obiettiva, preferisco dare la parola a un messaggio di commento tra i molti che mi sono pervenuti a voce, per email, per w’app e per messaggi su FB.

“E’ stata un’esperienza davvero gradevole ed intensa” mi ha scritto, ad esempio, Giancarlo Lo Curzio, architetto e instancabile operatore nel mondo del sociale e del lavoro. “In particolare” -  ha proseguito nel suo messaggio – “hanno destato in chi scrive molta ammirazione gli interventi di Orlando Franceschelli (in super-forma, asciutto e ricco di ragionamenti) su come rileggere il naturalismo darwiniano alla luce dei disastri ambientali contemporanei, e di Alberto Biuso che (in ottima forma e brillante come sempre) ha illuminato con vigorosi ed efficaci stimoli  il rapporto fra il mondo vissuto e la dimensione temporale. A lui si deve la piacevole partecipazione di un nutrito gruppo di studentesse e di studenti dell’Università di Catania. Bella sorpresa la grande limpidezza di Claudia Fanti, di cui sono  ammirevoli la scrupolosità e la capacità di entrare nel dettaglio, obiettivamente piuttosto rare in chi oggi si occupa d'informazione. Insomma, alla domanda  «Ne valeva la pena ?» non posso che rispondere che con un sì convinto”. Giancarlo non passa sotto silenzio, con tono simpaticamente ironico, un’osservazione (per altro da lui già comunicata in sede di assemblea plenaria conclusiva): “Lo spirito laico dell’iniziativa - organizzata dalla locale «Fondazione G.A. Borghese» (diretta da Gandolfo Librizzi) insieme alla «Casa dell’equità e della bellezza» di Palermo (diretta da Augusto Cavadi e Adriana Saieva) - ha sostanzialmente prevalso, anche se alcuni pensatori polizzani, fautori di una visione del mondo filtrata dalla teologia, hanno talmente insistito nella propria passione da far venire a qualcuno il dubbio che in certi momenti sembrasse più appropriato definire qualche sessione «Una montagna di teologia»…Ti passo una fotografia emblematica in cui l'espressione poco entusiasta del naturalista Orlando Franceschelli, tra due teologi,  sembra confermare tale dubbio (vedi foto sopra). Eccellente il contesto locale, con la popolazione poliziana palesemente meritevole del titolo di ‘generosa’, stupendi i tanti beni culturali del luogo, e felice sede delle conclusioni la «Fondazione Borghese» che da 20 anni sviluppa una disseminazione culturale di alto livello”.

 

·      BREVE NOTA A MARGINE: Giancarlo, opportunamente, sottolinea “lo spirito laico dell’iniziativa”. Vorrei precisare che ci sono almeno due modi di intendere la laicità. Il primo, e più diffuso, misura le parole, i concetti, i contenuti di un discorso: dunque se parlo di Platone o di Marx sono laico, se parlo di Gesù o di Maometto non lo sono, se parlo di Buddha o di Lao Tse sono nel mezzo fra laicità e non-laicità. Poiché trovo riduttivo e fuorviante questa concezione della laicità, cerco di praticarne e diffonderne un’altra che si basa sul punto di vista, sulla prospettiva critica, sul metodo con cui vengono trattati i vari contenuti. Secondo questa accezione di laicità può capitare benissimo (a me è capitato tante volte nella vita) che persone parlino di Platone o di Marx in maniera dogmatica, presupponendo che Platone e Marx abbiano detto solo cose vere e dunque indiscutibili; e che altre persone parlino di Gesù o di Maometto come di personaggi storici (conoscibili attraverso racconti più o meno leggendari, mitizzati) che hanno detto cose vere e cose false, cose condivisibili e cose contestabili. E’ chiaro che i primi, nonostante sembrino laici, in realtà non lo sono e che i secondi, nonostante sembrino non essere laici, in realtà lo sono. Chi presuppone a priori che la verità sia già contenuta negli scritti che trasmettono le idee di Platone, di Marx, di Gesù, di Maometto fa teologia (più o meno buona, più o meno interessante per un filosofo, ma fa teologia); chi non dà nulla per scontato e chiede ragione delle idee di chiunque (sia pure Platone, Marx, Gesù o Maometto) fa filosofia (più o meno buona, più o meno interessante per un teologo, ma fa filosofia). Purtroppo in Italia è difficile distinguere la laicità come                    a-religiosità, come diffidenza anti-teologica, come silenzio sul divino  dalla laicità come apertura mentale a 360 gradi, spregiudicatezza intellettuale che non si ferma davanti a nessun totem e a nessun tabù, ma esamina al vaglio della critica razionale ogni testo, ogni evento, ogni messaggio. Eppure, quando mettiamo il naso fuori dagli ambienti provinciali della cattolicissima Italia (dove basta che un politico parli della Madonna e sventoli un rosario in piazza per identificarlo con un credente, senza interrogarci sulle cause e sugli scopi del suo discorso contenutisticamente teologico-religioso), scopriamo tutto un altro mondo: per esempio, come ha mostrato in un suo saggio il compianto Filippo Costa, che nelle opere di Kafka non si cita mai la parola Dio e c’è tanta teologia (come in un negativo fotografico) e, al contrario, Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago non è certo un libro teologico, ma un capolavoro di pensiero laico e di poesia commovente. Non lasciamoci dunque ingannare dalle apparenze: la laicità non è un discorso ‘senza’ questo o quel riferimento alle Upanishad induiste o alla Bibbia ebraico-cristiana o al Corano, bensì un discorso curioso e indagatore ‘in più’ rispetto a eventuali devozioni acritiche a numi celesti o terreni.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

lunedì 27 luglio 2020

MASCHI NON VIOLENTI CON LE DONNE SECONDO MARIA D'ASARO


Mercoledì 29 luglio alle 20,30 (puntualmente) faremo un'altra festa-presentazione per questo libretto curato dal Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne". Chi vuole prenotarsi, legga prima il comunicato-invito incollato qui di seguito. A seguire troverete il link per leggere l'accurata e acuta recensione che ha pubblicato proprio ieri Maria D'Asaro.

* PER PARTECIPARE ALLA PRESENTAZIONE A PALERMO:

Mercoledì 29 luglio 2020, alle ore 20,30 , il Gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne” invita amiche e amici a una piccola festa presso il Laboratorio “Andrea Ballarò” di  Largo Rodrigo Pantaleone, 9 (davanti l’OVS di via Marchese di Villabianca/via Filippo Cordova).

L’intento è di far conoscere meglio le finalità e le attività dell’associazione in occasione della pubblicazione, a cura di Augusto Cavadi, del libro L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato (Di Girolamo, Trapani 2020).

Nel corso della serata, molto fantasiosamente, si alterneranno momenti musicali, letture dal libro e brevi confronti di opinione, balli…Saremo accompagnati dagli interventi musicali di Gianfranco Gioia (clarinetto e sassofono) e Alba Lizio (piano).

E’ prevista una quota di euro 15,00 con cui l’associazione sarà in grado di offrire a ciascun partecipante un apericena + 1 copia del volume (prezzo di copertina: euro 13,90). Nel caso che una coppia desideri avere solo una copia del libro, la quota sarà di euro 20,00 complessivi per entrambi. 

 La partecipazione sarà strettamente riservata alle prime 20 persone che si prenoteranno via e-mail all’indirizzo  laboratorionausicaa@gmail.com oppure al cellulare w’app 3473576075 e riceveranno conferma mediante lo stesso mezzo.

Rina Anzaldi

Renato Franzitta

 

* PER LEGGERE LA RECENSIONE DI MARIA. D'ASARO:

sabato 25 luglio 2020

IL VIAGGIO DELLA FEDE DI UN MODERNO ERETICO


In Italia, per una serie di circostanze storiche, studiare teologia è quasi sinonimo di frequentazione di Facoltà e Isti- tuti cattolici. La Chiesa si rallegra del monopolio pressoché totale (se si esclude la Facoltà valdese di teologia a Roma), lo Stato è felice di risparmiare soldi per cattedre ritenute assai poco produttive; ma gli effetti sono disastrosi. I teologi stentano a uscire dai recinti confessionali per timore dei provvedimenti disciplinari e pestano più o meno l’acqua nello stesso mortaio, gli studiosi “laici” delle altre discipline sfiorano qua e là le tematiche religiose con l’attrezzatura intellettuale di bambini preparati così così per la prima comunione.

In questo scenario – muti che (non) parlano a sordi – a soffrire è la vita della teologia e, in misura differente, delle altre forme del sapere (filosofia, scienze logico-matematiche, umane e naturali). In attesa che la situazione si sblocchi dal punto di vista istituzionale e accademico, è compito dell’editoria non del tutto subordinata al profitto aprire porte e finestre e far circolare, nelle aule universitarie e fra la gente desiderosa di conoscere e di pensare, qualche ventata d’aria fresca.

Che di questi apporti liberi – liberi dall’obbedienza ecclesiastica quanto dalla furia polemica a ogni costo – si avverta la necessità lo documenta anche il successo editoriale di autori italiani (come Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi, Vito Mancuso) e stranieri (come Raimundo Panikkar, Hans Küng, Eugen Drewermann) che non hanno avuto, e non hanno, vita facile nelle proprie comunità d’appartenenza, ma che costituiscono per milioni di lettori nel mondo degli spiragli di luce fra le nebbie del conformismo dogmatico.

Reimmaginare Dio. Il viaggio della fede di un moderno eretico è stato tradotto per il pubblico italiano che, pur non essendo addentro gli studi teologici, ritiene di avere il diritto/ dovere d’informarsi sulle frontiere più avanzate della ricerca per orientarsi, criticamente, di conseguenza. Non si tratta di sostituire un catechismo ormai ammuffito con un altro più osé che strizzi l’occhio alla sensibilità dei contemporanei, bensì di superare l’orizzonte catechistico delle formule belle-e-pronte per entrare nel terreno, affascinante e rischioso, della ricerca personale sulla base di dati (storici e esegetici) per quanto possibile oggettivi e di argomentazioni (logiche ed ermeneutiche) per quanto possibile convincenti. Chi ritiene che la fede sia rassicurazione confortante, analgesica, non gioiosa inquietudine, farà bene a chiudere il libro (forse in attesa di tempi più maturi).

Il suo autore, Lloyd Geering, rientra infatti nel novero di quei pensatori coraggiosi che, scavalcando steccati confessionali ed epistemici, hanno deciso di seguire il proprio desiderio di divino senza rinunziare alla passione per la verità. La nostra casa editrice, stimolata dal curatore della presente opera, don Ferdinando Sudati, ha già fatto conoscere in Ita- lia alcuni di questi pensatori, come il gesuita Roger Lenaers e il vescovo episcopaliano John Shelby Spong. La loro testimonianza, che in alcuni casi ha provocato censure e sofferenze, ci è preziosa sia nei passaggi che possiamo condividere sia nei passaggi che, risultandoci problematici, c’inducono a elaborare piste alternative.

Molte persone religiose riescono a separare il sentimento dell’infinito dalle richieste dell’intelligenza: ma altre non accettano di spaccare in due l’interezza dell’esperienza esistenziale. Anche a costo di dover “re-immaginare” il divino cento e cento volte, sino al punto da intuire che Esso/Egli/Ella è esattamente al di là di ogni immagine possibile; anzi, di ogni concetto.

Ma se la dimensione divina è inattingibile alla nostra mente non significa che la teologia sia un’attività superflua. Essa, tra molti compiti, ne ha due: liberarci dagli idoli che produciamo nella storia identificandoli con l’Assoluto; predisporci, così, a quella felice povertà che favorisce l’esperienza concreta dell’amore. La teologia che ci spoglia delle false certezze è la medesima che ci espone alla consapevolezza che assaporare il divino è possibile solo volendo bene e lasciandosi voler bene. Poco? Molto? In ogni caso, è tutto ciò che è attingibile all’umanità in questa fase del suo cammino evolutivo. Chi promette di più potrà ingannare le folle per un periodo anche lungo, ma prima o poi le illusioni evaporano e l’essenziale emerge.

Augusto Cavadi www.augustocavadi.com

* Il testo è stato pubblicato come Prefazione. Chi potrebbe leggere questo libro (e chi no) (pp. 7 -9) del volume del ministro ordinato della Chiesa presbiteriana neo-olandese Lloyd Geering, Reimmaginare Dio. Il viaggio della fede di un moderno eretico, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2020, pp. 252, euro 25,00. 

mercoledì 22 luglio 2020

ROSARIO LIVATINO, MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA E MARTIRE DEL VANGELO



"Adista"
18.7.2020

ROSARIO LIVATINO, MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA

 E MARTIRE DEL VANGELO

 

Del magistrato Rosario Livatino la memoria collettiva ricorda – anche grazie al titolo di un bel film di Alessandro di Robilant  – l’ingiuria coniata da Francesco Cossiga: “giudice ragazzino”. Che si tratti di una figura complessa, intensa, travagliata lo evidenzia molto bene don Pio Sirna nel suo Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2020) appena pubblicato. Non si tratta di uno dei tanti volumetti, non privi di merito, che sintetizzano brevemente le linee essenziali di un personaggio e delle sue vicende, ma di uno studio monografico analitico e approfondito che ne scandaglia – documenti alla mano – i risvolti più vari. Una possibile chiave di lettura del libro (si tratta di un’indagine teologica, più precisamente di teologia ‘spirituale’) è che esso intenda dimostrare come in questa esistenza si sia incarnato, pur con serie crisi di coscienza e gravi sofferenze interiori, il modello di laico delineato dal Concilio Vaticano II.

  Livatino, infatti, da una parte coltiva – attraversando momenti di dubbio e di vera e propria oscurità – la dimensione della fede, consapevole che la vocazione alla santità non è un’esclusiva degli uomini e delle donne che si consacrano in modo speciale a Dio, ma riguarda tutti i battezzati e tutte le battezzate; anzi, l’intera umanità che vive anche fuori di confini ecclesiali: “La sua vicenda, del tutto fuori dalla «asfissia delle tipologie di antiche nostalgie monastico-clericali», prende a tema l’autentica santità di un battezzato che, vissuto nel mondo, si è lasciato guidare nel cammino verso il fine ultimo, non deflettendo neanche quando si è sentito chiamare da Dio a dare la vita. Proprio per questo è testimone significativo e imitabile”.

Ma, dall’altra parte e con non minore convinzione, il giovane magistrato coltiva la dimensione della lealtà civica che impone universalmente – e in modo del tutto particolare ai funzionari dello Stato -  il rigoroso rispetto della Costituzione e di tutte le leggi non in dissonanza da essa. Nella sua ottica non regge alcuna dicotomia: “l’irrinunciabile primato di Dio nella coscienza dell’uomo non è in contrasto con il potere/giurisdizione della legittima autorità civile di organizzare la vita della polis bisognosa di ordine, legalità e giustizia. Nella dialettica Città di Dio-città dell’uomo, Gerusalemme-Atene, il cristiano obbedisce perciò allo Stato fino a quando questi non si mette contro Dio e la sua divina legge”. 

Appartenenza confessionale e laicità nella propria professione, dunque, lungi dall’escludersi reciprocamente, si esigono e si supportano a vicenda. Il cristiano – ad esempio il giudice cristiano – che nell’esercizio delle proprie funzioni si facesse condizionare da simpatie e antipatie ideologiche (comportandosi come membro di una lobby religiosa)  tradirebbe, prima ancora della deontologia, la fedeltà evangelica.

 Il ‘martirio’ – in senso teologico ma anche di ‘testimonianza’ civile – di Livatino è avvenuto nel contesto della criminalità mafiosa siciliana. Sarebbe però riduttivo non coglierne, nella concreta irripetibilità storica, il significato molto più ampio, direi universale: da Socrate a Gandhi,  le civiltà susseguitesi sul pianeta sono punteggiate da personaggi che in maniera tanto eloquente quanto silenziosa richiamano a tutte e a tutti noi che la durata dell’esistenza è un valore, ma non il più decisivo. 



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

                              

lunedì 20 luglio 2020

IL GRUPPO "NOI UOMINI A PALERMO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE" SI PRESENTA


Care e cari, 
   ormai da cinque anni abbiamo avviato a Palermo una sezione del movimento nazionale "Maschile plurale" (uno dei due presenti nel Meridione italiano, da Roma in giù).
      Con questo video di circa 10 minuti proviamo a raccontarci su YouTube.
      Inoltre da qualche giorno è disponibile, in tutte le librerie 'on line' e nelle librerie fisiche che ne fanno richiesta,  un libro, a mia firma, che in realtà raccoglie esperienze, riflessioni, contributi di tutti i membri del Gruppo:



Augusto Cavadi (www.augustocavadi.com)

venerdì 17 luglio 2020

IL SUD: SVILUPPO SENZA AUTONOMIA

“IL GATTOPARDO”
Giugno 2020

SVILUPPO SENZA AUTONOMIA

    Quando un visitatore mi chiede come mai la Sicilia (e con essa il Meridione italiano) stenti a decollare socio-economicamente, nonostante le ricchezze naturali e le potenzialità umane, mi trovo in difficoltà. La tentazione è di attribuire il ritardo alla mafia: sarebbe una risposta vera, ma parziale. In un libro di alcuni anni fa (Perché il Sud è rimasto indietro di Emanuele Felice), ho trovato delle indicazioni preziose e – purtroppo – ancora attuali. L’autore esamina le tesi “assolutorie” di chi attribuisce il ritardo del Sud o al Nord sfruttatore o alla collocazione geografica  (svantaggiata rispetto ad alcune risorse naturali, come l’energia idraulica, e ai mercati continentali);  e le tesi “accusatorie” di chi punta il dito sui meridionali stessi (o perché tarati geneticamente o perché incapaci di cooperazione sociale). Intento dell’autore è contestare entrambe le teorie, pur recuperandone  frammenti di verità.
    Ai fautori del vittimismo (qualcuno ha parlato di “meridionalismo piagnone”) Felice ricorda che il divario fra il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie era già netto al momento dell’unificazione italiana, checché ne scrivano gli “storici borboniani” rilanciati da Terroni di Pino Aprile in poi. I meridionali sono stati sì sfruttati, ma non dai settentrionali, bensì “dalle loro stesse classi dirigenti” (i nobili prima, i borghesi -  “imprenditori dell’arretratezza” – dopo). Dovrebbero riconoscere autocriticamente di essere diventati, da “sfruttati”, “complici, volenti o piuttosto nolenti, attraverso il voto clientelare”, dei loro sfruttatori. Né  risultano convincenti le lamentele basate sulla posizione geografica del Sud: “nella nostra epoca sempre più sono gli uomini che fanno il proprio destino. La geografia può rappresentare al massimo un’opportunità, che oltretutto bisogna saper cogliere”. Ed essere nel cuore del Mediterraneo, all’incrocio di tre continenti, potrebbe rivelarsi un’opportunità da cogliere più che un inconveniente di cui lamentarsi.
  Allora hanno ragione quanti puntano il dito accusatorio contro i meridionali? Sì, ma a patto di distinguere i gradi di responsabilità morale e politica. La prospettiva lombrosiana non regge alle obiezioni storiche e scientifiche: le popolazioni meridionali non costituiscono una “razza maledetta”, biologicamente e mentalmente inferiore ad altre.  Il Sud ha accettato una  “modernizzazione passiva” ovvero “l’adattamento a una modernità imposta dall’esterno, in primo luogo dallo Stato centrale”, per esempio mediante l’ intervento della Cassa per il Mezzogiorno. Ma, poiché tale modernizzazione allogena risultava “un corpo estraneo rispetto all’economia e alla società meridionali”, bastò la crisi petrolifera del 1973 per bloccare la crescita effettivamente registrata negli anni dal 1957 al 1972. Nel ventennio successivo si assistette così alla “lunga agonia dell’intervento straordinario”, complice anche una politica clientelare che indirizzava i flussi di denaro pubblico “in misura crescente verso impieghi improduttivi”. I risultati furono disastrosi: uno  “sviluppo senza autonomia” (secondo la nota formulazione di Carlo Trigilia) e un generoso finanziamento a vantaggio delle criminalità organizzate. Di tutto questo, ai contadini dell’interno, ai pescatori delle coste, agli operai delle poche industrie metallurgiche…si possono attribuire le stesse responsabilità storiche dei ceti dirigenti, degli amministratori pubblici, dei funzionari della Regione autonoma? No,  non si può fare di tutte le erbe un fascio. Chi più ha fruito dei benefici, legali e illegali, è più in debito verso la collettività.
      Oggi siamo ancora davanti a un bivio: o “proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant’anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati”; oppure “rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l’Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita” .
                                                         Augusto Cavadi
                                                      www.augustocavadi.com

mercoledì 15 luglio 2020

...E QUI LA CORTESE RISPOSTA DI EUGEN DREWERMANN



Qui di seguito la traduzione (di cui sono debitore a Rossella Sorce in Moeller):
Egregio Signor Cavadi,
La ringrazio di cuore per il Suo impegno.
Per quanto riguarda le domande:
1)     La religione risolve un problema, che non trova risposta nelle scienze della natura = tutte le spiegazioni causali non danno risposta alla messa in discussione dell’esistere (Dasein) a partire dalla contingenza. Noi siamo, non siamo però necessariamente. Una necessità causale non può dare spiegazione al nostro esistere, bensì solo una necessità libera. Noi dobbiamo esistere semplicemente per una Persona che desidera che noi esistiamo. Questa Persona è a sua volta non contingente, ma assoluta. Dio non ha bisogno di noi, però noi viviamo grazie a lui.
2)     La “razionalità” dell’universo è cieca e muta di fronte l’enorme quantità di sofferenza che è propria dell’ambivalenza di tutto il creato. Secondo il principio di conservazione di energia noi non siamo altro che elementi transitori. L’universo non ha bisogno di noi e non sente la nostra mancanza. L’etica si contraddistingue per l’attenzione al valore del singolo esistente. Per la natura noi non siamo né significativi né voluti - essa gioca con noi.
3)     Solo quando la paura del nulla a fondamento dell’esistere si placa nella fiducia in Dio, fondamento che (tutto) regge, termina la lotta per conquistare il diritto di  esistere - mediante la concorrenza tra chi produce di più -  e (ottenere) l’autostima. Solo allora termina la lotta di tutti contro tutti e noi diventiamo capaci di libertà, autonomia e bontà.
4)     Le religioni antiche consideravano divine le manifestazioni della natura perché vi riconoscevano simboli: il sole per esempio, con tramonto e alba, costituiva per loro una risposta alla domanda su morte e resurrezione, così come l’andare e venire della luna, il salire e scendere del Nilo ecc. Con panteismo (o esoterismo) o materialismo ciò non ha niente a che vedere.
Spero che vada bene così.
Con gratitudine per il Suo interesse religioso,  i migliori auguri per una bella estate sull’Elba.
Cordialmente
Eugen Drewermann
Molti cari saluti anche a Rosella Moeller

Paderborn 14.7.2020

LA MIA LETTERA A EUGEN DREWERMANN...

PALERMO, 1 LUGLIO 2020

Egregio Dottor Drewermann,
 in occasione del Suo compleanno ho pubblicato due brevi articoli in segno di stima e di gratitudine: cfr. https://www.zerozeronews.it/eugen-drewermann-fra-gesu-e-freud/ e 
Ora aggiungo il link a un terzo, più corposo, articolo su una rivista di cultura mediterranea:
Grazie alla cortesia di una mia amica, posso inviarle una breve sintesi in tedesco con alcune questioni: se Lei volesse rispondermi, sia pur brevemente, gliene sarei davvero grato.
In ogni caso, Le rinnovo gli auguri per i prossimi…80 anni!
AUGUSTO   CAVADI

***

Anlaesslich des 80. Geburtstages von Eugen Drewermann (am 20. Juni 2020) veroeffentlicht der italienische Philosoph Augusto Cavadi in der online Zeitschrift „Dialoghi mediterranei“ des euro-arabischen Institutes in Mazara del Vallo (Trapani) einen kurzen Essay, Theologie und Psychoanalyse. Einladung zum Denken mit Eugen Drewermann, (qui il link), als Geburtstagsgeschenk fuer den deutschen Denker.
Im Cavadi’s Text wird hervorgehoben, dass Drewermann, entgegen einigen aktuellen theologischen Stroemungen, sich nicht der Theorie des Todes der Religion anschliesst, sondern er betrachtet die Religion (wenn sie angemessen gelebt wird, also fern von jeglichen dogmatischen und institutionellen Formen) als notwendig fuer das existenzielle und psychologische Ueberleben der Menschheit. 
Erste Frage: entspricht der Religion/dem Glaube, wovon wir ein ‚verzweifeltes‘ Beduerfnis haben, ein ‚objektiver‘, absoluter,noumenischer Gott, welcher ‚vor‘, ‚ohne‘ und ‚jenseits‘ von uns da-ist?
Zweite Frage: die Religion ist zweifellos Trost fuer das Individuum und ethischs Reservoir fuer das Volk. Aber muss man wirklich zwischen Gott und das Nichts (aut-aut) waehlen? Gibt es wirklich keine weitere Loesung (tertium non datur)? Denker wie Karl Loewith sagen, dass es moeglich sei, atheist zu sein und gleichzeitig in die Rationalitaet des Universums Vertrauen zu haben.
Dritte Frage: setzt sich vielleicht Drewermanns Gedanke, dass die Religion dem Menschen als Therapie gegen das „ontologische Durcheinander“ dient, dem Gegengedanke der atheistischen Denkern (die keine Religion akzeptieren, weil sie eine zu bequeme Loesung waere) aus?
Vierte Frage: Drewermann behauptet oft, dass der Kosmos, so wie wir ihn aus den Naturwissenschaften kennen, zu viele schmerzhaften Widersprueche in sich haelt, und dass er deswegen keine solide Basis bilden kann, um daraus einen maechtigen und guetigen Schoepfer schliessen zu koennen. Wie versoehnt sich diese Thesis mit der Verherrlichung der naturalistischen Religionen, die, so wie die aegyptische, die Goettlichkeit der Sonne, der Sternen und einigen Tieren erklaeren? Also: sind allein die poetische Intuition und das symbolische Denken, die uns ermoeglichen, den chaotischen und absurden Kosmos als Gottes Koerper zu identifizieren?

TESTO ORIGINARIO MIO IN ITALIANO:
In occasione degli ottant’anni di Eugen Drewermann (20 giugno 2020) il filosofo italiano Augusto Cavadi pubblica, sulla rivista on line “Dialoghi mediterranei” a cura dell’Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo (Trapani), un breve saggio critico, Teologia e psicoanalisi. Invito al pensiero di Eugen Drewermann,  quale omaggio di compleanno per l’autore tedesco.
 Nello scritto di Cavadi si mette in evidenza come, in contrapposizione ad alcune tendenze teologiche contemporanee, Drewermann non sposa la teoria della morte della religione ma sostiene che essa (se intesa rettamente, dunque non in forma dogmatica e istituzionale) è necessaria alla sopravvivenza esistenziale e psicologica dell’umanità. 
Una prima questione: alla religione/fede , di cui abbiamo ‘disperato’ bisogno, corrisponde un Dio ‘oggettivo’, assoluto, noumenico che sussiste ‘prima’, ‘senza’ e ‘oltre’ noi? 
Una seconda domanda: indubbiamente, la religione è un conforto per il singolo e una riserva etica per i popoli. Ma davvero bisogna scegliere (aut-aut) fra Dio o il nulla? Davvero tertium non datur ?  Pensatori come Karl Loewith sostengono che sia possibile essere atei e avere fiducia nella razionalità dell’universo.
   Una terza questione:  la tesi di Drewermann,  per cui la religione serve all’uomo  come cura del “disorientamento ontologico”, non si espone  al capovolgimento esatto dei pensatori atei (i quali affermano che nessuna religione va accettata perché sarebbe troppo comoda) ? 
Una quarta questione: Drewermann afferma più volte che il cosmo, come lo conosciamo alla luce delle scienze naturali contemporanee, è fitto di troppe contraddizioni dolorose e, perciò, non può costituire una base solida per risalire a un Creatore potente e benevolo. Come si concilia questa tesi con l’esaltazione delle religioni naturalistiche che, come l’egiziana, proclamano la divinità del sole, delle stelle, di tanti animali? Insomma: sono solo l’intuizione poetica e il pensiero simbolico che possono consentirci di identificare il cosmo caotico e assurdo come il corpo di Dio?