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venerdì 4 ottobre 2013

Una strana malattia: non poter dire se non la verità



“CENTONOVE”, 4.10. 2013

LAVAGNINO E LA MALATTIA D’ESSER SINCERI


   Una delle nozioni peggio quotate nel dibattito pubblico attuale è certamente “verità”. Siamo un po’ tutti dei Ponzio Pilato e, con un sorriso ora di sufficienza ora di leggero rimpianto, ci chiediamo cosa essa sia.  Alessandra Lavagnino, già nel 2001 (ma io ne ho avuto contezza, per gentile dono dell’autrice, solo sfogliando la sesta edizione del 2013),  in Una granita di caffè con panna (Sellerio, Palermo), ha dato una risposta convicente: la verità è ciò sulla cui rimozione si fondano le società (in generale), la società siciliana (in particolare). Altro che chimera inafferrabile! Basta che. attraverso qualche crepa pur minima, essa faccia capolino nell’animo di un solo individuo  - come nel caso della protagonista che, dopo un incidente stradale, non riesce più a non dire ciò che veramente pensa e che pensa sia veramente – ed ecco che si sconvolgono inveterati equilibri di coppia, di famiglia, di aziende, di più ampi gruppi sociali…
  Dell’utilità, anzi della necessità, della menzogna per la vita, dunque? Potrebbe essere un’interpretazione possibile. Che è poi ciò che pensa la maggior parte dell’umanità. Ma il racconto si presta a un’altra interpretazione (che non escluderei coincidere con l’intenzione originaria dell’autrice): posto che una cosa è mentire, un’altra evitare di dire sempre e per intero la verità, la convivenza tra mortali può esigere talvolta la verità senza sconti, tal altra (quando non sono in gioco principi etici e normative essenziali) la verità selettiva. E la menzogna vera e propria? Quella (tranne casi-limite di coercizione violenta della propria libertà: il partigiano in mano ai nazisti) può risultare utile nell’immediato, mai nel lungo periodo. Una famiglia in cui nessuno dice all’altro che cosa non accetta è una famiglia solo apparentemente in pace; così come una società omertosa, in cui il criminale può contare sul silenzio di eventuali testimoni, è solo apparentemente una società armoniosa. In questi contesti una parola di verità  - o almeno di sincerità – può far deflagrare falsi equilibri e provocare macerie: che potranno restare tali o diventare materiale di costruzione  di nuovi, reali, equilibri.
   Il racconto che la protagonista snocciola in forma autobiografica coinvolge e suscita un’attesa (per gli esterofili: una suspence) : ma, alla fine, la sorpresa non arriva. O forse è proprio questa: la mancanza di un evento sorprendente. Che si volesse dire, a noi lettori, che non sempre la vita sorprende? Che scorre senza regalarci svolte decisive e novità inedite? O, peggio ancora, che la vita può tornare ‘normale’ solo se si guarisce dalla ‘malattia’ di essere sinceri?

                                                                Augusto Cavadi

martedì 6 dicembre 2011

Luciano Sesta su “In verità ci disse altro”


Ricevo, e pubblico con gratitudine, un saggio molto critico del prof. Luciano Sesta, dell’Università di Palermo, sul mio volume “In verità ci disse altro”.
Il testo è stato pubblicato su www.sentinelledifrontiera.org/riflessioni4.htm

***

E il Verbo si fece Idea - Nota Critica di Luciano Sesta.

Superamento del cristianesimo e rifiuto della storia
nella teologia “laica” di Augusto Cavadi

Luciano Sesta

È una ben misera vita, si legge nel Fedone, quella di chi non è disposto a riflettere in profondità su ciò che, se fosse vero, sarebbe la cosa più importante, anzi, l’unica cosa che conta realmente. E, in effetti, quando siamo chiamati a compiere scelte esistenziali di grande importanza, in cui è in gioco il significato da dare alla nostra vita, tutti noi sentiamo con particolare urgenza il bisogno di sapere come stanno effettivamente le cose: sentiamo, in breve, il bisogno di conoscere la verità. L’ultima fatica di Augusto Cavadi, In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani , ha il pregevole merito di intercettare questo bisogno e di rilanciare la questione della verità del cristianesimo come una salutare provocazione per tutti coloro che, credenti, agnostici o atei, vivono la loro condizione esistenziale più per stanca abitudine che per consapevole convinzione. La verità a cui pensa Cavadi, infatti, non ha nulla a che vedere con un possesso dogmatico, chiamando, piuttosto, a un continuo e incessante impegno di ricerca che non riposa mai su acquisizioni sicure e definitive, al riparo da ulteriori critiche o smentite. In tal senso la suggestiva espressione del titolo, secondo cui Cristo “in verità ci disse altro”, non va certo intesa come l’incipit di una nuova rivelazione, ma come un invito – che a tratti assume toni fortemente provocatori – a confrontarsi con il proprio percorso critico. Un percorso che, nelle quattro sezioni in cui è suddiviso il testo, intitolate rispettivamente Questioni di metodo (pp. 13-32), Dio (pp. 35-57), Cristo (pp. 61-160) e Mondo (pp. 163-202), attraversa quasi tutte le grandi tematiche coinvolte dall’esperienza storica e dottrinale del cristianesimo. Non potendo presentare, nel breve spazio di una nota, la lettura che l’Autore ci offre di ciascuna di esse, ci concentriamo su quello che ci sembra il Leitmotiv dell’intero volume, e cioè la critica e il superamento di quello che Cavadi, sulla scia di Hans Küng, chiama il “paradigma cattolico-romano” (pp. 89-106). Il modello di cristianesimo da cui In verità ci disse altro prende le distanze e che, al tempo stesso, suggerisce le particolari modalità del suo superamento, è infatti quello della Chiesa cattolica. Anche quando discute della religione in generale, le riserve dell’Autore riguardano, quasi sempre, quei modi di vivere la fede che si incarnano, esemplarmente, nel cattolicesimo, e lo stesso Capitolo Primo del testo, intitolato La prospettiva oltre-cristiana, è di fatto una decisa contestazione del cattolicesimo e delle sue pretese (pp. 13-32).
Quali sono queste pretese?
Essenzialmente due: 1) quella che Gesù di Nazaret, il rabbi galileo, sia veramente il Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti gli uomini; 2) e quella che Egli, come Risorto e mediante lo Spirito del Padre, sia vivo e presente nella Chiesa, e cioè in coloro che nel corso della storia lo seguono dopo aver creduto ai testimoni della sua Parola. Questi due assunti, secondo Cavadi, hanno trasformato il cristianesimo cattolico in un immenso sistema dottrinale e istituzionale che ha finito per soffocare l’essenziale semplicità del messaggio di Cristo, che consisterebbe, al di là di dogmi e precetti morali, nell’«accoglienza-riproposizione dell’amore come senso della vita» (p. 190). Si tratta, com’è noto, di una tesi ricorrente nella storia del cristianesimo, che Cavadi, confortato da copiose citazioni, fra gli altri, di Hans Küng, Eugen Drewermann e Luigi Lombardi Vallauri, cerca di dimostrare adottando uno schema storiografico di tipo romantico, secondo cui la purezza essenziale di un evento coinciderebbe con la sua nascita, che la storia successiva avrebbe progressivamente equivocato. Significativa, al riguardo, è la domanda posta sul risvolto di copertina del volume: «Possiamo riscoprire il messaggio di Gesù di Nazaret dopo venti secoli di incrostazioni che l’hanno appesantito e deformato?».
A proposito di quest’ultimo aspetto, si potrebbe far notare, tuttavia, che se venti secoli di incrostazioni, oltre ad aver appesantito il messaggio di Cristo, non ce lo avessero anche consegnato, probabilmente non ci sarebbe alcun interesse a riscoprirlo. L’errore metodologico, qui, consiste nel voler ricostruire un’ipsissima vox Jesu isolata idealmente da ogni contaminazione storica, e di misurare, in base a essa, quella stessa Chiesa che, prendendo sul serio tale voce, ce l’ha trasmessa rendendola attuale. Non a caso, i vangeli che si tratterebbe di riscoprire, nella prospettiva di Cavadi, sono proprio quelli canonici, e cioè i vangeli frutto di una decisione interpretativa della Chiesa, che ha incluso nel canone dei libri ispirati alcuni testi escludendone altri. Ora, però, se si ritiene che questa decisione interpretativa sia non solo fallibile ma anche ideologica – e Cavadi lo sostiene con forza –, allora per giudicare il cattolicesimo dovrebbero essere utilizzati non soltanto i vangeli canonici, ma anche, e soprattutto, quelli che la Chiesa ha scartato, e cioè i vangeli apocrifi e gnostici. Ma Cavadi si guarda bene dall’attingere a questi testi. Il Cristo etereo, mago bizzoso e arbitrario, maschilista e nemico della sessualità che essi a volte ci presentano, in effetti, stona con il modello di cristianesimo laico che In verità ci disse altro propone al lettore. Sorprende, peraltro, che gli stessi vangeli canonici, benché Cavadi dichiari di giovarsi delle più recenti acquisizioni esegetiche, non siano citati quasi mai.
Quest’ultima circostanza, in cui il “vero” messaggio di Cristo viene riscoperto prescindendo dai documenti che ce ne danno notizia e dalla testimonianza di coloro che lo hanno accolto facendone una ragione di vita, autorizza a sospettare che il cristianesimo a cui pensa Cavadi quando ne propone il superamento non sia quello di Gesù di Nazaret: non sia, cioè, quello che storicamente è nato e si è poi diffuso tramite la predicazione apostolica. Che sia così è dimostrato, fra l’altro, anche dal modo in cui Cavadi legge il rapporto fra i vangeli e la comunità che li ha redatti, custoditi e trasmessi. Gli scritti del Nuovo Testamento che ci narrano di Gesù non sarebbero dei veri e propri documenti storici, secondo Cavadi, perché «non sono registrazioni in diretta di personaggi e avvenimenti, ma sono maturati progressivamente nel corso di decenni» (p. 65). Qui, però, forse si confondono “storia” e “cronaca”: se fossero storici solo i documenti che riportano avvenimenti “in diretta”, allora nessuno dei documenti che noi oggi definiamo “storici” lo sarebbero. Rifiutando l’idea che il messaggio di Cristo si lasci cogliere, nella sua autenticità, proprio a partire dalla risonanza che esso ha trovato nella vita di coloro che lo hanno accolto, Cavadi rifiuta non soltanto la logica dell’Incarnazione propria del cristianesimo, ma anche la dimensione storica di ogni evento del passato, che ci raggiunge sempre attraverso una mediazione linguistica e culturale. È forse per questo rifiuto che In verità ci disse altro legge ogni evoluzione dottrinale all’interno della tradizione cattolica come un incoerente tentativo di «salvare capre e cavoli» (p. 22). A questo proposito, un maggior riguardo per i testi evangelici avrebbe potuto attirare l’attenzione, anche solo per respingerlo, su Gv 16, 12: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Questo versetto giovanneo lascia intendere che, sin dall’inizio, alla comunità cristiana non fosse estranea l’idea di una progressiva scoperta della verità – e dunque di una sua costante ricerca –, i cui molteplici aspetti sono illuminati a partire dalle sollecitazioni che le varie epoche storiche e i vari contesti culturali impongono alla fede. Trattando invece la dottrina cattolica come un sistema monolitico di verità eterne la cui credibilità sarebbe smentita da ogni forma, anche minima, di variazione o di sviluppo, Cavadi sembra dimenticare che l’identità del cristianesimo è un’identità storica. Non è, dunque, un’identità statica e immutabile, rispetto alla quale ogni cambiamento risulterebbe fatale, ma un’identità dinamica, che si sviluppa e cresce non a prescindere dal cambiamento ma grazie a esso. Allo stesso modo, come hanno sottolineato con insistenza anche i Padri, l’unità e la coerenza della Chiesa sono quelle proprie di un organismo vivente, che si mantiene attraverso la legge dell’assimilazione di elementi inizialmente estranei e che, di conseguenza, non è mai sempre identico a se stesso pur rimanendo lo stesso. Inquadrati all’interno di una tale prospettiva storica, anche i punti dottrinali oggettivamente più controversi, come quelli in cui la Chiesa corre maggiormente il rischio di predicare se stessa piuttosto che il vangelo, possono essere adeguatamente compresi. Ciò vale sia per il principio extra ecclesiam nulla salus, sia per il discusso dogma dell’infallibilità del Pontefice, dei quali Cavadi offre, peraltro, una versione decisamente caricaturale.
Rimane, indiscutibilmente, una certa estraneità fra quanto la fede cattolica professa e ciò che è umanamente accettabile. Una tale estraneità è spesso utilizzata da Cavadi – e non soltanto da lui – come una smentita della credibilità della Chiesa, senza mai sospettare che potrebbe anche essere letta come un indizio della trascendenza di cui essa ha fatto esperienza e da cui essa è nata . In tal senso l’incomprensibilità della predicazione – non soltanto su questioni dogmatiche ma anche morali –, lungi dal costituire il segno di un presunto anacronismo, si lascia leggere come il prolungamento storico della provocazione evangelica, e cioè di una sfida che, superato lo scandalo, dona, insieme alla fede, anche una superiore intelligenza delle cose. L’adagio gratia non destruit, sed supponit et perficit naturam troverebbe qui la sua corretta interpretazione, descrivendo un movimento che mentre conserva l’autonomia dell’umano nulla toglie alla dirompente novità del divino che viene a visitarne la storia. Dispiace, in questo senso, che Cavadi non si sia misurato con i grandi teologi cattolici che hanno sviluppato questa prospettiva. In effetti il paradigma cattolico viene presentato attraverso il filtro di una teologia fortemente risentita nei confronti della Chiesa di Roma, quale è soprattutto quella dei già menzionati Hans Küng ed Eugen Drewermann. Se fosse stato concesso anche un breve diritto di replica ad autori come Hans Urs von Balthasar, Yves Congar, Karl Rahner, Henri De Lubac, John-Henry Newman, Romano Guardini o lo stesso Joseph Ratzinger, il paradigma cattolico avrebbe mostrato un aspetto più confacente al suo effettivo spessore teologico. Un confronto critico con il cattolicesimo in cui questi nomi siano del tutto assenti rischia di contravvenire alle più elementari norme di ogni dialogo, prima fra tutte quella del riconoscimento, almeno a livello iniziale, di quanto l’interlocutore dice di se stesso.
Anche quando il nostro Autore riconosce una certa «grandezza» al paradigma cattolico-romano, vede in tale grandezza un aspetto della sua «pericolosità», che consisterebbe, essenzialmente, «nel voler risparmiare al credente i rischi di una vita vissuta al cospetto esclusivo di Dio, senza mediazioni» (p. 92). Dio, però, non è evidente, come lo stesso Cavadi riconosce (p. 41). Prescindere dalla mediazione, pertanto, non lascia l’uomo «al cospetto esclusivo di Dio», ma solo al cospetto di se stessi e delle proprie personali immagini di Dio, immagini che a loro volta, però, sarebbero anch’esse una forma di mediazione, e una pessima forma di mediazione, visto che essa avanzerebbe pretese di autolegittimazione simili a quelle che Cavadi rimprovera al cattolicesimo. Rifiutando la mediazione e l’autorità della Chiesa cattolica, in tal senso, non ci troviamo al cospetto di una maggiore purezza spirituale, ma finiamo per moltiplicare le mediazioni e le loro pretese di autolegittimazione. Andrebbe precisato, al riguardo, che la mediazione, prima ancora che essere una peculiarità del cattolicesimo, è in realtà una peculiarità dello stesso cristianesimo. Gesù Cristo, infatti, si presenta come il mediatore fra Dio e gli uomini, in un’ottica in cui la mediazione, essendo la stessa Incarnazione, lungi dal distogliere da Dio lo rende storicamente presente.
La rivelazione ebraico-cristiana, in effetti, si distingue da molte altre forme di rivelazione e di religione per il fatto di presentarsi come una storia della salvezza, e, dunque, come un processo in cui l’intervento di Dio e la risposta dell’uomo si intrecciano inseparabilmente fino al rischio di confondersi. Che il Verbo si sia davvero fatto carne significa, insomma, che esso si è fatto storia, accettando il rischio della contaminazione e, dunque, del fraintendimento e del rifiuto. Chi vuole comprendere, prima ancora che accogliere, questa rivelazione, è sfidato a riconoscere un Dio diverso dall’idea che ci siamo anticipatamente fatta di Lui. Solo in questo caso, in effetti, si tratterebbe di una vera e propria rivelazione, e cioè di una verità che non può essere in alcun modo anticipata o prevista. E tale sembra essere proprio l’Incarnazione. Diventando uomo, infatti, Dio, che è l’inconoscibile, l’invisibile e il totalmente altro, ha smentito il tipo di diversità da noi previsto e calcolato, secondo cui Egli sarebbe dovuto rimanere trascendente e inaccessibile o, come ama dire Cavadi, “senza nome”. Manifestandosi nella povertà dell’uomo Gesù, Egli ha mandato in aria ogni nostra previsione della sua trascendenza, presentandosi così come Colui che è realmente trascendente .
Combinando variamente elementi tratti dalla teologia liberale, Cavadi ritiene invece che «il nucleo generatore del cristianesimo primitivo» si spieghi «soltanto» in senso etico-mondano. E cioè ipotizzando che Gesù non abbia proclamato «un annunzio proiettato in una vita futura» né la propria divinità, ma un invito a «realizzare il Regno di Dio in questo mondo attraverso le opere dell’amore» (pp. 74-75). Questa diffusa ipotesi, come qualsiasi altra negazione che Gesù sia il Figlio di Dio, pone però un problema notorio, che Cavadi purtroppo non menziona nemmeno: un’attribuzione estrinseca di divinità a un semplice uomo non sembra in grado di spiegare effetti storici così imponenti come quelli che il cristianesimo ha provocato. L’esistenza di questi effetti, certamente, non dimostra la divinità di Gesù. Dimostra, però, che quello della sua pura umanità finisce per essere un articolo di fede uguale e contrario a quello della sua divinità. Accettando l’ipotesi del nostro Autore, inoltre, rimarrebbe inspiegabile come mai, nonostante questo invito all’amore di Dio e del prossimo non fosse né nuovo né un’esclusiva del vangelo (come ricorda lo stesso Cavadi), esso abbia avuto il successo che ha avuto solo all’interno del cristianesimo piuttosto che in altre sette e religioni. A dispetto della complessità delle questioni che suscita, la risposta a questa domanda è semplice: Cristo non ha portato un messaggio filantropico il cui valore l’uomo comprende già da se stesso, ma una novità sconcertante e insieme segretamente attesa. Solo questa novità può spiegare il cambiamento di rotta impresso dal cristianesimo alla storia. Una novità che consiste nell’annuncio che “il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Da quando questo annuncio ha fatto il suo ingresso nella storia, che Gesù di Nazaret sia il Figlio di Dio è rimasta una vecchia diceria che non si è ancora riusciti a mettere a tacere . Una diceria che sembra resistere a tutte le confutazioni, come dimostra anche la recente ondata pubblicistica sulla figura di Gesù, che continua a metterlo sul banco degli imputati, ora per negare, ora per affermare la sua pretesa divinità. Che discutere di questa pretesa rimanga interessante a prescindere dalla possibilità di dimostrarla vera o falsa, dovrebbe far riflettere più di quanto il testo di Cavadi abbia fatto. Negando senza troppi complimenti la divinità di Gesù, invece, In verità ci disse altro non colpisce soltanto gli astratti dogmi di una gerarchia corrotta e prepotente, ma anche quella che è una speranza radicata nel cuore di ogni uomo. Una speranza a cui non è facile rinunciare, e che sembra rimanere indifferente di fronte a ogni vecchio e nuovo smascheramento illuministico del cristianesimo. Un Cristo modello di amore filantropico, in effetti, può soddisfare le esigenze di qualche intellettuale in buona salute. Ma quelle dei poveri e dei colpiti dalle tragedie e dai lutti no: lì c’è bisogno del Risorto.

martedì 26 aprile 2011

Simonetta Rinaldi su “In verità ci disse altro”


Salve prof. Cavadi,
ho appena finito di leggere il Suo libro “ In verità ci disse altro” e Le scrivo per esprimere il mio apprezzamento oltre che la mia riconoscenza per averlo voluto scrivere.
Io ritengo di far parte di quelle persone che Lei definisce “in ricerca, intenzionati a perseverare nella doppia fedeltà all’intelligenza ed al vangelo” e che, proprio per questo motivo, spesso si sentono “pesci fuor d’acqua” o meglio, come ha bene indicato nella Sua prefazione, “appartenenti ad una famiglia disfunzionale”.
Io non ho studiato teologia o filosofia e non sono biblista. Sono semplicemente una persona che cerca di pensare e di agire nel modo più maturo e consapevole possibile e che è affascinata da questi temi.
Ritengo che una delle vie per aumentare la consapevolezza nelle persone, per consentire alla gente di fare un salto verso una dimensione di vita più matura e più adulta, sia costituita dallo scambio, dalla reciproca contaminazione e dalla collaborazione tra chi si dedica principalmente al fare e chi si dedica principalmente alla ricerca ed allo studio.
Per questo considero che il suo libro abbia un grande valore: rappresenta, secondo me, uno dei preziosi agganci (purtroppo troppo pochi o troppo poco conosciuti) tra chi cerca principalmente di “operare” ma ha bisogno dell’apporto di chi fa ricerca di senso, allo stesso modo in cui lo studioso ha bisogno di riscontri e confronti con chi si dedica principalmente alla prassi (mi piacciono e trovo molto interessanti i concetti di “ricerca-azione” e “con-ricerca”).
Non penso che ci sia per forza una divisione netta tra chi opera e chi studia. Molto spesso però questi due mondi rimangono basilarmente separati.
Per questo Le sono grata di aver scritto questo Suo libro, accessibile a tutti pur rimanendo ad un livello alto, allo stesso modo in cui sono grata ad esempio a Raimon Panikkar per aver deciso ad un certo punto della sua vita di rivolgersi anche a chi non è uno studioso, rendendo i suoi concetti e la sua ricerca accessibile (almeno in parte) anche alle persone sprovviste del suo grande bagaglio culturale ed intellettuale.
Mi auguro che le donne e gli uomini di buona volontà che vogliono aprire gli occhi (o che già li hanno aperti ma passano per coloro che ci vedono male…) possano intravedere davvero nuovi orizzonti e nuove prospettive di vita personale e sociale e respirare a pieni polmoni aria nuova e rigenerante per avere l’entusiasmo e la speranza di riuscire a dare il proprio seppur piccolo contributo a questo nostro mondo.
….il suo libro per me è stato veramente come una boccata di ossigeno e ne trarrò sicuramente beneficio nella mia esperienza di cittadina, di moglie e madre di quattro figlie adolescenti, di figlia e sorella e naturalmente di cristiana nel senso più ampio e profondo che questa parola ha.
Con grande stima e cordialità
Simonetta Rinaldi
Albino (BG)

lunedì 4 gennaio 2010

Ortensio da Spinetoli commenta “In verità ci disse altro”


Ricevo, e volentieri socializzo ai pochi amici lettori di questo blog, gli stralci di una lettera che mi ha inviato mesi fa (l’ho trovata solo in questi giorni in cui mi sono dedicato a smaltire un po’ di lavoro arretrato) uno dei più apprezzati biblisti europei.

***
Recanati 5.3.2009

Caro Augusto,

innanzitutto scusami del lungo, quasi imperdonabile ritardo con cui mi faccio vivo. Avevo delle piccole scadenze (…). In questo frangente l’Editore Falzea mi faceva arrivare il tuo volume “In verità ci disse altro”. Qualche giorno prima avevo ripreso in mano il tuo “Essere profeti oggi”. La linea è ancora la stessa, ovviamente, allargata e approfondita. E’ un testo eniclopedico che passa in rassegna i problemi più urgenti (biblici, filosofici, teologici, etici) dell’uomo oltre che del credente o del semplice cristiano. Io li ho appena sfiorati in “Bibbia e catechismo” (Paideia, Brescia 1999) e in “Gesù di Nazareth” (La Meridiana, Molfetta 2005) cercando appunto di l’iberare’ Dio dall’ebraismo e Gesù dal cristianesimo. E’ sempre problematico sapere quello che propriamente l’Uno e l’Altro si sono proposti di comunicare agli esseri umani, ai propri simili, ma è sempre lecito chiedersi se sia quello che la Bibbia e i vangeli dicono. E’ la questione prioritaria, più elementare che i competenti danno come risolta, ma che nella maggior parte dei credenti - comprese le stesse guide di primo, secondo e terzo piano - quasi ignorano. E qualcuno si è preoccupato di farglielo sapere. Ma quando il servizio non è richiesto finisce per non essere gradito e chi l’ha offerto va incontro solo a ‘disapprovazioni’.
(…)
Mi permetto di inviarti fotocopia di un testo preparato per “Adista”, dove uscirà in occasione del mio 60.mo di sacerdozio (12.3.1949).
Con la solita stima e simpatia,
Ortensio

domenica 11 ottobre 2009

Silvio Salanitri commenta il mio “In verità ci disse altro”


Dal Foglio culturale “Pequod”
dell’Associazione “teAtroZeta
(Termini Imerese - Palermo)
numero 0
maggio 2009

“In verità ci disse altro”
Grumi di pensiero, riflessioni sul libro di Augusto Cavadi (Falzea editore)

“In verità ci disse altro”, più che un titolo una estrema sintesi. Più che un titolo un monito, un avvertimento.
Potrebbe bastare questo. Si potrebbe finire già con questo: “In verità ci disse altro”. Potremmo accontentarci. In fondo non sarebbe già abbastanza per decidere di volerci mettere al riparo? Per non andare oltre? Non sarebbe già sufficiente per decidere di risparmiarci chissà quali ardite congetture, chissà quali funanboliche e vertiginose acrobazie del pensiero per tirare in ballo e sollecitare rimeditazioni sulle nostre rassicuranti convinzioni?
Raramente il titolo di un libro riesce così azzeccato e di effetto. Raramente il titolo di un libro è così pertinente e rappresentativo del contenuto, posto a rivelarne l’essenza: la gemma incastonata nella trama del pensiero, la ’summa’ di cìò che si aveva da dire. Raramente il titolo di un libro risuona così tragico e gravido di conseguenze.
Chi è il grande frainteso non occorre precisarlo, o forse sì? E’ necessario per rassicurare che si tratti di Lui? Ebbene sì, il grande frainteso è proprio Lui, o, forse, è meglio dire ciò che si è detto di Lui dopo di Lui.
Chi ha l’abitudine di frequentare le librerie al pari delle vetrine dei negozi che suggeriscono la moda del momento, per il piacere di lasciare scorrere sotto la punta delle dita i titoli e curiosare, lasciandosi affascinare dalle copertine multicolori, avrà notato che negli ultimi anni hanno conquistato gli onori delle posizioni in cima alle classifiche alcuni libri che hanno voluto mettere in profonda discussione le posizioni e l’autorevolezza della Chiesa cattolica e del Cristianesimo in senso più ampio. Scrittori come Piergiorgio Odifreddi, Vito Mancuso, Luigi Lombardi Vallauri, hanno dato alle stampe anche più di un volume dal titolo inequivocabilmente provocatorio e contestatario. Ma quello che sbalordisce non è solo il fatto che questi libri hanno raggiunto gli scaffali delle librerie, ma soprattutto l’aver trovato lettori disposti a leggerli sino al punto di farne successi editoriali.

Stupisce ma anche incuriosisce sapere che un libro che si colloca in questa scia è stato scritto a pochi passi da noi, da un filosofo palermitano.
“Secondo l’opinione comune puoi credere solo se rinunzi a pensare” è questo l’esordio della prefazione, per poi proseguire qualche riga più giù: “che succede a chi ritiene insoddisfacente questa alternativa fra credere e pensare?” E la mente dei più a questo punto farà appello all’enciclica “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II, ma sarà bene avvertire che la questione non si risolve così semplicemente.
Il libro non è facile, ma è sincero. Traspare quella sincerità che contraddistingue le opere che vogliono fare il riepilogo delle proprie ricerche, dei propri studi, delle proprie riflessioni, della propria esistenza, per sé e al servizio degli altri, così: disinteressatamente.
Il libro è colto e non mancano accostamenti arditi e insoliti, come con la storia del marxismo, il pensiero di Loewith, l’opera di Drewermann, gli approdi più moderni della esegesi biblica, la concezione dell’evoluzione del cristianesimo secondo i paradigmi di Hans Kueng, certe tendenze ecologiste: “che è possibile avere la Terra per madre senza avere Dio per padre; che, anzi, il non avere Dio per padre è una ragione in più per avere la Terra come madre” (cit. p. 57). Non si tratta di pure congetture, di un procedere del pensiero per convinzioni astratte. E non mancano ironia e poeticità, modernità e desiderio di risalire alle origini: “non manca il coraggio di andare avanti: manca il coraggio di andare indietro, ritornare dove deviato: per avanzare davvero” (P. Jahier) si legge sulla soglia della prima parte. Tutto rendendo testimonianza di quello “scisma sommerso” già evidenziato da Pietro Prini, per approdare ad un “oltrecristianesimo” che non sia un post-cristianesimo. Quello che è passato in revisione è l’asse Dio-Cristo-Chiesa-Magistero-Dogmi-Sacramenti-Etica cattolica, senza dimenticare di confrontarsi con il nichilismo di Nietzsche o lo “allora tutto è lecito” di dostoevskijana memoria. L’approdo è coerente con le premesse e tutt’altro che banale.
Il libro è stato presentato in diverse occasioni e di recente all’auditorium della Rai di Palermo da Vito Mancuso (l’autore di “L’anima e il suo destino”), tra gli altri. L’incontro è ben riuscito ed è stato intriso di pensieri, emozioni, belle sensazioni, ed in conclusione ha lasciato la convinzione di non aver per nulla sprecato le due ore che ha occupato il 12 marzo scorso tra le 18 e le 20. Al di là del merito, Vito Mancuso ha voluto evidenziare i rischi di un’operazione qual è quella contenuta nel libro di Augusto Cavadi : una solitudine soggettiva e una solitudine oggettiva. La prima non è legata soltanto al vuoto che si crea attorno a idee così originali e rivoluzionarie, vuoto di consenso se vogliamo, ma al vuoto che circonda l’autore per aver voluto rinunciare a confortevoli convinzioni assai più accoglienti del vuoto che lascia la loro assenza. La seconda deve fare i conti con il rischio, non voluto, di favorire un approdo nichilista. Ma pur dinanzi a questi rischi e disagi si tratta di volere e dovere servire la verità sempre e comunque, anche attraverso voci dissonanti ma non per questo prevaricatrici, disposte a cambiare registro se sarà il frutto di un’attenta opera di convincimento logico-argomentativa.

Silvio Salanitri

lunedì 10 agosto 2009

Francesco Palazzo su “In verità ci disse altro”


Francesco Palazzo
“Repubblica - Palermo” 9.8.09

Augusto Cavadi - In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani (Falzea Editore, pp. 244, euro 15)

Il libro inizia con una domanda: si può, insieme, credere e pensare? E una constatazione: il cristianesimo è malato. La chiesa reagisce conservando tutto o ricorrendo al revisionismo felpato. La proposta è quella di un “oltre-cristianesimo”. Ma come salvare il divino? Per l’autore, l’uomo, interrogandosi sul cosmo, intravede un fondamento intelligente. Il testo continua con un duplice quesito. Quanti si dicono vicini al cristianesimo e coloro che lo rifiutano, sanno di che si tratta? Bisogna accostarvisi con occhi nuovi. In teologia vi sono stati profondi cambiamenti. Vediamo alcuni passaggi. Gesù annunzia il regno di Dio, non una religione. La fine del mondo tarda. La chiesa si propone per dare una mano. Credere non è più una pratica di vita, ma l’accettazione di dogmi. Questa fase giunge al Concilio di Trento e alla Controriforma. Intanto c’è stato Lutero: solo la fede salva. L’illuminismo è uno spartiacque. Il cattolicesimo reagisce male, i protestanti dialogano con la modernità. Si arriva all’infallibilità papale (1870), che un papa aveva condannato come eresia. Il tempo stringe. La modernità scompare nel post-moderno. Il Concilio Vaticano II (1962-65), cerca di dare delle risposte. Il mondo cambia, l’arroccamento non serve più. Il cristiano non è più depositario di nulla. Anzi nei contenuti non apporta nulla di nuovo. E’ un laico, in cammino tra i tanti. La sua vita è solo vivificata dalla comunicazione con Cristo. Nel testo questo “post-cristianesimo” ha un volto preciso: liberazione dal superfluo, sessualità serena, ri-fidanzamento con la terra, ricerca di una globalizzazione verso una vera universalità. “Per anni - rivela Cavadi - sono stato attento a non ridurre Dio alla dimensione orizzontale. Ma la peculiarità del cristianesimo è nella concretezza del fratello, via privilegiata per aprirsi al mistero del Padre”. Un giovane teologo, nel 1963, affermava: “L’amore è completamente sufficiente, non occorre altro. Il sacramento del fratello è l’unico requisito di salvezza”. Oggi quel tipo è conosciuto come Benedetto XVI. La risposta intorno al credere e al pensare, è, per Cavadi, una sfida da accettare a viso aperto. Il libro è dedicato a coloro che non hanno chiuso la partita. E vogliono tenere accese le fiammelle della fede e le possibilità della ragione.