domenica 30 maggio 2021

GIACOMO PILATI E 2 TESTI DEDICATI AL GIUDICE ROSARIO LIVATINO

 



Sono grato allo scrittore Giacomo Pilati che ha voluto presentare sull'edizione palermitana di "Repubblica" due testi sul giudice Rosario Livatino, editi entrambi dal caro Crispino Di Girolamo. Il primo, arricchito da una lettera-presentazione di Papa Francesco, è di Lilli Genco e Alessandro Damiano ed è destinato agli adolescenti fra la quinta elementare, i tre anni di scuola media inferiore e i primi anni di scuola media superiore: Rosario Livatino. La lezione del giudice ragazzino (pp. 80, euro 9,90).

Il secondo testo, scritto da me, costituisce - come suggerisce il sottotitolo - l'unico volume in commercio che prova a leggere la persona e la vicenda del giudice assassinato dalla mafia in un'ottica 'laica' (ed è consigliabile dagli alunni del triennio delle scuole medie superiori in su): Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (pp. 111, euro 10,00).

                                                              ***

“Repubblica – Palermo”

8.5.2021

 

LA LEZIONE DEL GIUDICE FUORI SCHEMA

di Giacomo Pilati

 

C’è una sorgente di sacralità nella storia del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, appena trentottenne. Una fonte pura, vera, essenziale, alimentata dalle acque del sacrificio, la sua radice etimologica. Il coraggio di un uomo solo con Dio, un riferimento sovrumano, ma anche una condotta di vita. Un epilogo che la cerimonia di beatificazione di domenica 9 maggio nella cattedrale di Agrigento, suggella ora come un destino. Un canone sconvolto dalla cronaca che riconosce alla causa dei santi un sacrificio nuovo, la versione aggiornata del martirio. E poi c’è l’insegnamento cristiano, la corda che lega la testimonianza di una rivoluzione gentile alla innocenza dei bambini. Quella delle fiabe colorate, delle parabole dei libri di catechismo, delle immaginette di san Domenico Savio nelle tasche dei sacerdoti all’oratorio. Il fronte e il retro della medesima pagina.

Due libri raccontano, proprio in questi giorni, i due volti consegnati alla storia dall’assassinio di Rosario Livatino. Il primo è scritto dal filosofo Augusto Cavadi:  Rosario Livatino, un laico a tutto tondo; il secondo, Rosario Livatino, la lezione del giudice ragazzino, è firmato da Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento, e dalla giornalista Lilli Genco. Entrambi i volumi sono pubblicati dall’editore trapanese Di Girolamo. 

Mentre Cavadi percorre i sentieri del pensiero di Livatino, interpretando la laicità delle sue riflessioni come supremo bene di autonomia , Genco e Damiano inventano un racconto illustrato per bambini, destinato a lasciare il solco sulla narrazione del martirio del giudice. Un insegnamento sottolineato da papa Francesco nel messaggio in-dirizzato ai giovani: «Sul suo esempio prendete in mano la vostra vita e senza cedere mai a compromessi e alla sopraffazione date il meglio di voi stessi per il cambiamento della vostra terra». Ed è fondamentale per avvalorare ancora di più questo monito, la definizione di laicità attribuita da Cavadi al giudice: «Lo era nella eccezione oggi dominante di mente tesa alla ricerca, aperta al confronto, scevra da certezze dogmatiche  sottratte una volta e per sempre al dubbio». La straordinaria vocazione di un uomo normale che spalanca le finestre della verità all’umana compassione. Una bontà fuori dagli schemi delle categorie ufficiali. E perciò più esposta, più visibile a chi teme la emancipazione dalla paura come una minaccia. Così lo definisce Livatino stesso in una conferenza nel 1986: «Il potere di decidere sarà più lieve quanto il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo». Un manifesto da distruggere ad ogni costo, per livellare al comune sentire di un sistema provato da compromessi e ignavia, la sollevazione di una idea pericolosa: la giustizia buona. La stessa che scoprono i due ragazzi protagonisti del racconto di don Damiano e Genco. I due svelano testimonianze, interviste, amicizie, che cambieranno per sempre la loro vita. Fino all’incontro con il cardinale di Agrigento. Dalle parole di Francesco Montenegro giunge l’ultima lezione del giudice: «La mitezza non è segno di arrendevolezza, ma è coraggio». Le illustrazioni di Tiziana Longo, la memoria di Biagio De Lio, il poliziotto intervenuto per primo sul luogo dell’assassinio, la figura del testimone di giustizia Pietro Nava, rendono questo volume una fiaba destinata anche agli adulti, per comprendere con gli occhi dei bambini il senso del dolore. 

 


sabato 29 maggio 2021

DAVVERO BISOGNA SCEGLIERE FRA CRISTIANESIMO DOGMATICO E RIFIUTO DI OGNI METAFISICA ?


 “ADISTA”

8.5.2021

 

IL POST-TEISMO E LA RESILIENZA DELLA METAFISICA

 

 Il dibattito sul post-teismo che, partito da “Adista” soprattutto per merito di Claudia Fanti, rimbalzato su varie pubblicazioni degli editori Massaro, Gabrielli, Il pozzo di Giacobbe, è ritornato sulle pagine di “Adista” con gli interventi recentissimi di Ermanno Arrigoni (“Adista Segni nuovi” n. 10/21) e di Gilberto Squizzato (“Adista Documenti” n. 15/21), sembrerebbe offrire due strade principali soltanto: o accettare il cristianesimo metafisicizzato (l’unico che storicamente si è configurato con l’inculturazione del messaggio originario di Gesù nell’ellenismo di cui erano impregnati Paolo e i successivi agiografi neotestamentari) o provare ad abbracciare un cristianesimo de-metafisicizzato, de-ellenizzato (presumibilmente più vicino alla mentalità e alla predicazione del Gesù storico) abbandonando al suo “declino” irreversibile la ricerca metafisica con “tutta la sua supponente debolezza”. 

Ma è davvero così? Il dilemma davanti al quale ci troviamo è davvero cornuto? Ci sono delle persone - poche, forse pochissime: ma, come avvertiva Galileo Galilei la verità non è misurabile dal numero dei sostenitori di una determinata tesi in un determinato momento storico  -  che stentano a riconoscersi, sic et simpliciter, in una delle due posizioni principali. Persone che condividono istanze opposte presenti nei due schieramenti e, tuttavia, non occupano nessuna posizione intermedia; bensì una “terza” posizione che, lungi dal conciliare le altre due, riesce particolarmente antipatica a entrambe. Provo, dal momento che mi ci riconosco, a tratteggiarla telegraficamente.

 Da famiglia sostanzialmente agnostica e indifferente, negli anni del liceo ho abbracciato un cattolicesimo tomista (Gilson, Maritain, il cardinale Journet, papa Paolo VI) che sembrava rispondere alle esigenze più radicali e integrali del mio animo: un ‘blocco’ o, più elegantemente, un ‘plesso’ di ragione e fede, di filosofia (metafisica) e teologia (biblica) che aveva le risposte migliori a tutte le domande esistenziali. La filosofia chiariva i ‘preamboli’ (esistenza di Dio, immortalità dell’anima) e accompagnava alle soglie del Mistero divino: se per fede se ne accettava l’auto-rivelazione, la teologia sarebbe stata la chiave, ormai collaudata dalla Tradizione e confermata da un Magistero ‘infallibile’, per aprirne le porte. A quel punto, alla filosofia non restava che accucciarsi, pronta ad abbaiare e a mordere nel caso che estranei impertinenti  si avvicinassero troppo al Tempio della Verità. 

    Gli studi di filosofia e di teologia, con mio disappunto (anzi, per dirla con sincerità: con mio sgomento angosciato) , mi hanno gradualmente convinto che questo grande volatile capace, con le due “ali” della ragione e della fede, di portarmi dalla Terra al Cielo – di cui ci parlò nel 1974 a Roma, in una sessione del Convegno internazionale su Tommaso d’Aquino, uno sconosciuto arcivescovo di Cracovia, tale Karol Wojtyla -  era soltanto frutto ingegnoso di un pensiero desiderante. Gesù, come più in generale la Bibbia, non era una fonte attendibile per la mia sete di conoscenza: egli non aveva dato, non aveva voluto dare perché non rientrava nell’orizzonte degli interessi di un ebreo in quanto tale, nessuna risposta alle domande filosofiche sul Principio assoluto del cosmo, sul posto dell’uomo nell’universo, sul senso della storia e così via. Egli aveva, invece, offerto delle intuizioni preziose sul modo di essere nel mondo: sul modo di rapportarsi alla natura e ai viventi. E aveva offerto queste intuizioni non come un maestro saggio, ma come un testimone credibile. Egli, agendo, aveva offerto delle illuminanti indicazione per il mio agire. Non un occhiuto guardiano dell’ortodossia, ma un convincente esploratore dell’ortoprassi; anzi, se il termine non fosse orribile, dell’orto-esistenza. Non il fondatore dell’ennesima religione, ma l’incarnazione di una spiritualità potenzialmente planetaria.

Ciò chiarito – proprio come nel XVII secolo Galileo Galilei aveva chiarito che la Bibbia non era un’autorità scientifica, dal momento che si proponeva di insegnarci non come sia strutturato il cielo astronomico ma come si vada al cielo metaforico –,  che fare degli interrogativi sul ‘senso’ del cosmo, della storia umana, della mia esistenza personale? Che fare dei millenni di ricerche metafisiche, di ipotesi speculative, di argomentazioni teoretiche? Molte compagne e molti compagni di strada hanno, legittimamente, deciso di non occuparsene più. Purtroppo, o per fortuna, appartengo a quella minoranza statistica che non riesce a liberarsi da questo ambito problematico (e non si accontenta di ‘sentirsi’ in armonia interiore con i viventi di ogni specie che pullulano sul pianeta). E allora, laicamente, cerco – con chi cerca laicamente – di ‘ragionare’ sull’Uno e sui Molti, sull’Essere e sul Divenire, sul Teismo e sull’A-teismo, sulla morte (certa) e sulle ipotesi (incerte) riguardanti il nostro destino dopo la morte, sulle possibilità e i limiti della nostra intelligenza, sull’etica e sull’estetica…Tempo perso ? Forse. Ma anche se si rivelasse tale, siamo sicuri – come chiedeva Socrate ai suoi concittadini  - che l’alternativa di “una vita senza ricerca” sarebbe “degna di essere vissuta”? Avendo superato ormai la soglia dei settant’anni non posso esonerarmi dal confessare la gratitudine verso tutti i grandi “testimoni” dell’umanità, da Buddha a Gandhi, da Lao Tze a Martin Luther King, da Gesù di Nazareth a Che Guevara; ma altrettanta gratitudine avverto nei confronti di tutti i grandi “maestri” dell’umanità, da Parmenide a Eraclito, da Platone a Epicuro, da Cartesio a Spinoza, da Schelling a  Gramsci, da Heidegger a  Wittgenstein, da  Jung a Ricoeur, da Frankl a Bobbio, dalla Weil alla Arendt, da Severino a Berti. Da loro ho imparato che solo conoscendo, sviscerando, criticando le teorie metafisiche ho diritto di oltrepassarle e di lasciarmele alle spalle. Se non mi accade di restarne impigliato in qualcuna delle reti. Già: sono ormai più di due secoli, dai tempi di Hume e di Kant,  che della metafisica si decretano la ‘morte’, la ‘distruzione’, il ‘superamento’, la ‘eclisse’, il ‘tramonto definitivo’…Ma due secoli di celebrazioni  funebri non sono un po’ troppi per una defunta, sia pur illustre? E non dà nulla da pensare la constatazione che, intanto, le scuole cui appartengono gli autori dei  necrologi (positivismo, idealismo, marxismo, esistenzialismo…) succedano l’una all’altra – inesorabilmente - sul centro del palcoscenico? In filosofia le statistiche dei consensi valgono quanto l’argomento di autorità: poco più di nulla.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

giovedì 27 maggio 2021

"IN TUTTE LE COSE CI VUOLE MISURA": MA E' DAVVERO, SEMPRE, COSI' ?

"Le nuove frontiere della scuola”

Anno XVII, novembre 2020

 

 

EST MODUS IN REBUS: SEMPRE VERO ?

 

 Est modus in rebus: sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum ( “In tutte le cose v’è una misura, al di qua e al di là della quale non può susssistere il giusto”): almeno i primi quattro termini del verso oraziano, tratto dalle Satire (I, 1, 106 – 107), sono noti al punto da esser diventati proverbiali anche nella nostra lingua. Come la formula di origine aristotelica di cui riecheggiano il messaggio (In medio stat virtus: “E’ nel mezzo che consiste la virtù”) si presta a diverse interpretazioni, talora talmente differenti da risultare opposte e inconciliabili. 

 

La moderazione cristiano-borghese

  Il modo prevalente d’intenderla è contrassegnata dalla saggezza pragmatica della tradizione culturale borghese: un invito a non eccedere mai, a non esagerare né in un senso né nel senso opposto, a tenersi equidistante dalle posizioni troppo nette. Come tentava di insegnarmi (senza molto successo) mio padre, a mantenersi neutrali: né con la mafia né contro la mafia. Era la traduzione post-bellica del criterio adottato in famiglia durante il Ventennio: né con il fascismo né contro il fascismo. Insomma: l’esaltazione dell’aurea mediocritas (espressione del medesimo Orazio) nell’accezione perbenista, riduttiva, non proprio elogiativa del vocabolo italiano “mediocrità”. Lo notava già nel 1957 il filosofo Joseph Pieper: “Il concetto corrente di <<moderazione>> è influenzato dall’ossessione di ogni genere di esaltazione. Tutti sanno quale senso assume nel discorso quotidiano il detto: <<Tutto con misura>> (detto che, certamente può avere anche un senso elevato); e tutti sanno anche che la locuzione <<prudente moderazione>> si presenta in particolar modo quando lo zelo per la verità o lo slancio generoso del cuore sono pronti e risoluti ad osare le risoluzioni estreme”[1]. Secondo questa prospettiva, Adolf Hitler e Massimiliano Maria Kolbe non hanno rispettato i <<limiti>> del buon senso che avrebbe suggerito, invece, al primo di non essere eccessivamente “crudele” e, al secondo, di non essere “generoso” al punto da offrire la propria vita in cambio di un altro: la storia del  mondo si sarebbe srotolata  meno tragicamente se nazisti e martiri ebrei avessero cercato una “mediazione” fra gli estremi del razzismo e dell’altruismo.

 

Il punto più alto fra due valli oscure

Ma se scaviamo la superficie delle consuetudini linguistiche dominanti, sino a sondarne le origini etimologiche e soprattutto concettuali, si aprono orizzonti sconosciuti o, per lo meno, dimenticati. Il modus, il medium, la mediocritas non sono da interpretare come livelli all’interno della stessa scala (per esempio un atteggiamento di moderata gestione del denaro, intermedio fra la tirchieria e la generosità), bensì come punto di equilibrio superiore rispetto a due difetti contrari (per esempio un atteggiamento di sobria gestione del denaro, intermedio fra la tirchieria e la prodigalità). Se non sono ‘troppo’ tirchio, resto comunque un tirchio; se non sono ‘troppo’ generoso, resto comunque uno che può evolversi verso una maggiore e più completa generosità. Invece, nella misura in cui mi allontano dalla sfera dell’avarizia, senza entrare nell’ambito dell’abitudine a sprecare irragionevolmente il denaro, mi sviluppo moralmente verso la virtù dell’autentica  mediocritas. Se volessimo aiutarci con un’immagine classica, il “giusto mezzo” non è a metà di una montagna (poniamo la montagna del coraggio), ma sulla cima di una montagna a metà fra due valli oscure (poniamo la valle della viltà e la valle della temerarietà): se salgo sino in cima, non rischio di essere “troppo” coraggioso, perché è l’unico modo di diventarlo pienamente.

      Joseph Pieper è tra gli autori cui sono maggiormente debitore per questi suggerimenti ermeneutici. Egli infatti, dopo aver precisato che – secondo la tradizione greca e medievale condensata in Tommaso d’Aquino -  “la prudenza è la <<misura>> della giustizia, della fortezza, della temperanza” (cfr.Somma teologica, I, II, 64, 3)[2], per cui essa “agisce in ogni virtù; ed ogni virtù è partecipe della prudenza” (cfr. Somma teologica, II, II, 47, 5 ad 1)[3],  aggiunge che la prudenza non è il cauto tatticismo di chi è patologicamente attaccato alla propria vita e ai propri averi, ma la saggezza pratica di chi – con animo magnanimo – trova di volta in volta, nelle circostanze concrete, le vie migliori per attuare i princìpi etici che ritiene validi. Così intesa, la prudenza può essere tradita non solo (come si suppone abitualmente) da chi agisce in maniera precipitosa, impulsiva, ma anche (e questo nessuno lo insegna a figli e alunni) da chi, avendo gli elementi per decidere, rimane inerte, affondando lentamente nell’irresolutezza. Dunque, non si è mai “troppo” prudenti: lo si può essere solo “troppo poco” peccando o di irriflessività o, al contrario, di inconcludenza operativa. Se sono un discreto nuotatore e provo a gettarmi dalle cascate del Niagara non mostro certo di essere “prudente”; ma non lo sono neppure se, pur essendo un discreto nuotatore, sto a ponderare per dieci minuti se sia il caso di gettarmi in acqua a ripescare un bambino di tre anni precipitatovi casualmente, dandogli tutto il tempo per annegare. Nel nostro cauto, addomesticato, linguaggio siamo soliti affermare in casi come quest’ultimo: “E’ stato troppo prudente!”. Tecnicamente dovremmo asserire il contrario: “E’ stato troppo poco prudente ! Anzi: decisamente imprudente!”. 

 

Quando la misura conveniente è la smisuratezza

   Il “giusto mezzo”, la cui ricerca caratterizza la maturità etica ed esistenziale, non è dunque determinabile in astratto, una volta per tutte e per tutti: esso è piuttosto un criterio di giudizio (di giudizio teorico-pratico) a cui adeguare, di situazione in situazione, le nostre decisioni concrete. Così lo stesso comportamento potrebbe risultare in un caso sbagliato per eccesso, in un altro sbagliato per difetto, in un altro ancora il migliore possibile. Solo così il monito che, secondo la tradizione, sul tempio di Apollo a Delfi, accoglieva e salutava i pellegrini – “Mai niente di troppo !” – può illuminare la vita dei singoli come dei popoli, preservandola dagli eccessi di quella “tracotanza” che (a detta di Sofocle) “non amano neppure gli dei”, senza tuttaviaschiacciarla sul registro di una grigia, banale, noiosa “normalità” statistica. 

 E proprio questa stessa saggezza - che sospinge le persone a restare ritte, in piedi, davanti a ciò che è ignobile – è la stessa che può indurle a inchinarsi davanti a ciò che è oggettivamente nobile e degno di dedizione. In situazioni simili può darsi che diventi ragionevole andare oltre la pura ragione e decidere, consapevolmente, di slanciarsi verso l’eccesso. Talora l’amore per la giustizia o per la bellezza artistica o per una persona affascinante o per una verità scientifica può esigere sconfinamenti che solo un freddo osservatore esterno, ed estraneo, può ritenere sconvenienti.  Bernardo di Chiaravalle lo scrisse per Dio, ma molti uomini e molte donne lo hanno condiviso quando si sono convinti/e  di aver trovato qualcuno, o qualcosa, per cui valesse vivere: l’unica misura dell’amore è amare senza misura.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



[1] J. Pieper, Sulla tempernza, Morcelliana, Brescia 1965 (ed. or. 1957), p. 11..

 

[2] J. Pieper, Sulla prudenza, Morcelliana, Brescia 1965 (ed. or. 1953), p. 15.

[3] Ivi, p. 17. 

mercoledì 26 maggio 2021

LA REGIONE SICILIA FINANZIA UNA CERTA EDITORIA: E L'ALTRA ?


 www.girodivite.it

26.5.2021

 

LA REGIONE SICILIA FINANZIA UNA CERTA EDITORIA: E L’ALTRA ?

 

Il 15 febbraio di quest’anno l’Irfis (Istituto regionale per il finanziamento alle medie e piccole imprese siciliane) ha bandito un avviso pubblico per l’erogazione di contributi a fondo perduto a favore di imprese siciliane appartenenti a una di queste 5 categorie: quotidiani cartacei, iniziative editoriali cartacee di diversa periodicità, iniziative editoriali on line, emittenti radiotelevisive e agenzie di stampa. 

Con lodevole celerità, nei primi di maggio, i 10 milioni di euro sono stati assegnati a varie testate che ne avevano fatto richiesta. Tuttavia è spontaneo porsi una domanda: che ne è di quegli editori siciliani che, nello stesso arco temporale, hanno prodotto non testi effimeri (come, inevitabilmente, sono i prodotti giornalistici su carta stampata o via etere o sul web), ma volumi più consistenti, mediamente più duraturi, destinati al mercato nazionale e internazionale? Nonostante l’epidemia, tutti costoro hanno continuato a investire energie, professionalità, risorse economiche per non far spegnere la voce di scrittori – siciliani e non – che hanno pubblicato sia letteratura sia saggistica sulla storia della Sicilia, sulla mafia e l’antimafia, sulle arti figurative, sul cinema, sulla filosofia e la teologia…Non tutte queste pubblicazioni sono state ugualmente apprezzate perché, in effetti, non ugualmente apprezzabili; ma non poche hanno raccolto consensi al di là dello stretto di Messina misurabili in termini oggettivi di fatturato. Quando il governo regionale si occuperà anche di questo settore dell’editoria? Tutte le case editrici siciliane, come nel resto dell’Europa, hanno dovuto rallentare i ritmi di produzione, dilatare i tempi fra una pubblicazione e la successiva, mettere i dipendenti in cassa integrazione. Ma hanno resistito a denti stretti. E’ il caso di soccorrerle prima per alcune di esse sia troppo tardi  e debbano  chiudere i battenti definitivamente? 

  La Finanziaria regionale del 2020 prevedeva anche un contributo di un milione e mezzo di euro per questo genere di editoria. Si potrebbe restare perplessi davanti alla notevole differenza rispetto ai dieci milioni per l’editoria dei quotidiani e dei periodici; comunque, ad oggi, nessun bando regionale ha dettato modi e tempi per l’assegnazione di questi contributi a fondo perduto.  Eppure, sappiamo bene che un soccorso in sé prezioso, se arriva con notevole ritardo, risulta inefficace.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com 

martedì 25 maggio 2021

CHE INFERNO ATTENDE I GOLOSI ? DANTE LO SVELA MEDIANTE MAURIZIO MURAGLIA E LAURA MOLLICA




Ed eccoci pronti per il penultimo incontro sui sette vizi capitali. In questo mese Laura Mollica e Maurizio Muraglia ci offriranno diversi spunti per riflettere sulla GOLA, il vizio che, molto probabilmente, conosciamo da vicino più degli altri...

video Gola: clicca qui 

Chi, avendo visionato il video, desidera - in un clima meditativo e dialogico - scambiarsi le riflessioni esistenziali suggeritegli, può collegarsi via internet mercoledi 26 maggio 2021 dalle 18:30 alle 20:00

QUI IL LINK PER SEGUIRE L'INCONTRO

Nota tecnica: per non intasare questo blog 'personale', non pubblicherò più avvisi riguardanti gli incontri su Dante Alighieri (che, dopo il 30 giugno, riprenderanno presumibilmente a ottobre 2021). Chi è davvero interessato a seguire questi aggiornamenti deve fare una mossa semplicissima: andare sul sito della "Casa dell'equità e della bellezza" (https://casadellaequitaebellezza.blogspot.com/) e cliccare sul pulsante,in alto a destra, "Iscriviti". Seguendo le facili istruzioni, si riceverà una e-mail ogni volta che nel sito Adriana Saieva aggiunge un nuovo evento. 

lunedì 24 maggio 2021

RINNOVO ISCRIZIONI PER I SOCI VICINI E LONTANI DELL'ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO CULTURALE "G. FALCONE"


Gentile amica, caro amico,

 come ti è probabilmente noto, dal 1992 esiste a Palermo l’associazione di volontariato culturale denominata “Scuola di formazione etico-politica G. Falcone” (le cui iniziative possono essere conosciute iscrivendosi agli aggiornamenti continui del sito www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it )

Essa si occupa di ‘mediare’ fra la ricerca scientifica e accademica sui temi del Mezzogiorno italiano e la consapevolezza del cittadino ‘normale’ che non ha tempo e modo di aggiornarsi con volumi impegnativi. Scopo ultimo: maturare una consapevolezza civica che ognuno/a infonderà nella sua azione quotidiana in famiglia, al lavoro, nel proprio quartiere. Ovviamente con una attenzione particolare ai mutamenti continui del sistema di dominio mafioso, per diagnosticarli in tempo e per contrastarli democraticamente.

Nella nostra associazione c’è bisogno di tante menti e di tante braccia: sia per organizzare gli eventi educativi (per fasce di ogni età) sia per presentare l’associazione in occasione di manifestazioni pubbliche (ad esempio mediante i banchetti durante le Fiere dei libri) sia per curare i rapporti con la stampa e il pubblico (mediante i social) etc.etc.

Nessuno/a si ritenga dunque poco adatto/a a dare una mano, purché si condivida davvero il rifiuto della cappa mafiosa e il desiderio di un Meridione liberato !

Come ogni anno, organizziamo un’assemblea generale in cui:

·      soci ordinari dell’associazione sono invitati a rinnovare la propria scelta mediante il versamento della quota annuale (euro  15,00)

·      chi non è ancora socio ordinario , ma desidera diventarlo, può presentarsi all’assemblea e chiedere l’iscrizione annuale.

Poiché nei decenni abbiamo collezionato una serie di amici e amiche che, per le ragioni più varie (spesso perché residenti lontano da Palermo) , non possono partecipare fisicamente alle assemblee e alle iniziative socio-culturali, ricordiamo la possibilità di inviare la propria quota (euro 15,00) per l’iscrizione al registro dei soci-sostenitori (senza obbligo morale di frequenza) .

 

La prossima assemblea è convocata, nella sede operativa dell’associazione (“Casa dell’equità e della bellezza”, v. N. Garzilli 43/a, 90141 Palermo)

VENERDI’ 28 MAGGIO 2021 ALLE ORE 18,00 (esatte)

 

L’Iban per i versamenti da parte di chi non può essere fisicamente presente è:

Scuola di formazione etico-politica G. Falcone

IT 68Y030 6967 6845 1074 9155 142

             

La presidente 

Rosalba Leone

sabato 22 maggio 2021

DISEGNO DI LEGGE ZAN (CONTRO L'OMOFOBIA): 2 OPINIONI A CONFRONTO (CAVADI VERSUS SAVAGNONE)


 www.tuttavia.eu

22.5.2021

Sul disegno di legge Zan è stato scritto molto, troppo. Solo per la stima intellettuale e umana verso il mio amico Giuseppe Savagnone mi decido ad aggiungere, telegraficamente,  qualche osservazione critica sul suo articolo in proposito (anche se -  dopo tanti giorni trascorsi fra il mio invio in redazione di queste righe e l'effettiva pubblicazione odierna  del pezzo - pochi lettori ormai ricorderanno i termini della questione).

a)     Giustissima la sua considerazione sul “carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrà”: come ogni legge, esprime un livello di coscienza sociale ma, a sua volta, lo conferma e lo incrementa;

b)    Altrettanto fondata la tesi che, nella giornata contro l’omofobia, passerà l’idea che “è una questione di ‘civiltà’ riconoscere la perfetta equiparazione etica e giuridica tra omosessualità ed eterosessualità” (idea che dovrebbe contro-bilanciare il grave “condizionamento” culturale che induce i cittadini, sin dalle scuole elementari, a supporre il contrario). A me pare un passo in avanti evolutivo (dal punto di vista scientifico, etico e politico): perché invece a Giuseppe Savagnone sembra un passo indietro? Perché a suo parere la legge non si limita a “rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali”, ma “pone le basi per una educazione capillare e totalitaria alla cultura dell’indifferenza sessuale”. La prova? Il “ concetto cardine del testo (ma anche, in realtà, di tutta la teoria del gender)”, che è quello di «identità di genere». Ma è una prova che prova troppo e, dunque, nulla. Mi spiego. Il diritto alla proprietà privata, riconosciuto dalle Rivoluzioni moderne (inglese, americana, francese), ha emancipato il cittadino dall’assolutismo regio del sovrano come padre-padrone di tutti i beni dentro i confini di uno Stato. Alcune teorie politiche (come la Dottrina sociale cattolica o il Socialismo liberale) lo intendono in un modo, altre teorie politiche (come l’Anarco-capitalismo o il Fascismo) lo intendono in un altro modo. Chi diffida di alcune interpretazioni, è obbligato a rinunziare tout court a difendere tale diritto elementare? Personalmente penso di no e sono sicuro che Giuseppe Savagnone condivide questo dovere di discernimento: il fatto che col fuoco si possono incendiare intere città non ha mai convinto nessuno a privarsene radicalmente e permanentemente. Distinguere l’identità sessuale (biologica) dalla “identità di genere” (sociologico-culturale) è un’acquisizione scientifica e pedagogica indiscutibile: e tale resta se qualcuno la brandisce come una clava per usi impropri.

c)    Quando nel disegno di legge Zan leggiamo che per “identità di genere” ««si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso», ci troviamo di fronte a una formulazione ambigua che – a mio parere – andrebbe chiarita. Su questo concordo con Savagnone e con tutte le associazioni femministe che hanno evidenziato tale  ambiguità. Ma una cosa è esprimere meglio la distinzione fra ‘sesso’ e ‘genere’ e tutta un’altra cosa è negare che tale distinzione sia fondata sull’esperienza antropologica e preziosa per ogni strategia pedagogica. Nell’ultimo anno ho scritto due libretti – uno per gli educatori (L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato) ed uno per gli adolescenti (Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di ‘genere’ nella società del futuro) - per illustrare la geniale intuizione di Simone de Beavoir che “femmina si nasce, donna si diventa” (cui corrisponde, dovrebbe corrispondere se fossimo una società più matura, che “maschi si nasce, uomini si diventa”): mi perdonerete se, non solo per narcisismo, rimando a quelle pagine per le argomentazioni ulteriori. 

d)    Non senza segnalare una mossa attuata, senza avvertire nessun lettore, da Savagnone.  Per rafforzare le proprie tesi,  infatti, egli passa da una questione ‘aperta’  (la differenza fra identità sessuale e identità di genere) a una questione ‘chiusa’ da decenni: la “teorizzazione dell’omosessualità come equivalente alla eterosessualità”. Ma che c’entra questa tematica? Riguarda un punto di vista terzo rispetto ai due sinora in esame: non il sesso, non il genere, ma l’orientamento affettivo-sessuale. Veramente vogliamo ancora discutere se l’omosessuale e l’eterosessuale hanno la possibilità psico-fisica di essere altrimenti? E dunque se dal punto di vista morale e giuridico vanno trattati esattamente sul medesimo piano? “I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi”: così asserisce, giustamente, Savagnone. Ma per dire che il racconto del corpo ‘eterosessuato’ va ascoltato e il racconto del corpo ‘omosessuato’ va messo fra parentesi. No, questo capitolo – mi si perdoni – non intendo neppure aprirlo: me ne vergognerei al cospetto di tutti i miei amici e le mie amiche omosessuali, come mi vergognerei di discutere se i neri o gli ebrei hanno gli stessi diritti dei bianchi o dei non-ebrei. 

 

      Augusto Cavadi                                                     a.cavadi@libero.it

giovedì 20 maggio 2021

PIERSANTI MATTARELLA. UN LIBRO A PIU' VOCI SUL PRESIDENTE DELLA REGIONE UCCISO IL 6 GENNAIO 1980

 

"Le nuove frontiere della scuola", novembre 2020, n. 53

Augusto Cavadi recensisce:

A, La Spina (ed.), PIERSANTI MATTARELLA. LA PERSONA, IL POLITICO, L'INNOVATORE, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2020, pp. 232, euro 22,00.

A quarant’anni dall’assassinio politico-mafioso di Piersanti Mattarella, all’epoca (6 gennaio 1980) presidente della Regione Sicilia, era estremamente opportuno che un gruppo nutrito di studiosi – tra i quali molti suoi amici personali – ne rievocassero la figura e tentassero una sorta di bilancio della sua eredità. Il volume (curato da Antonio La Spina), intitolato Piersanti  MattarellaLa persona, il politico, l’innovatore, è uscito per i tipi della casa editrice trapanese Il pozzo di Giacobbe (Trapani, 2020, pp. 226, euro 22,00 ), ma non si presta agevolmente ad essere recensito. A fronte di ben 19 contributi ogni taglio di lettura non può che essere arbitrario e lo si può proporre solo nella consapevolezza che molte altre angolazioni interpretative ed espositive sarebbero ugualmente legittime. 

Sulla base dei miei interessi culturali, e direi delle mie precomprensioni, ho trovato illuminante gli interventi mirati a collocare la figura di Mattarella nel filone storico del cattolicesimo democratico (diacronicamente) e del riformismo equidistante da nostalgie reazionarie e da avanguardismi velleitari (sincronicamente).

La tradizione del cattolicesimo democratico: Eugenio Guccione (nel suo Radici sturziane in Piersanti Mattarella, pp. 45 – 58) non è il solo in questo volume  a sostenere che la concezione del rapporto fra fede e politica in Mattarella si radica nell’insegnamento e nella testimonianza esistenziale di don Luigi Sturzo. Ma questa eredità passa attraverso uomini politici un po’ più giovani, come Ezio Vanoni, Giorgio La Pira (vi si sofferma Rosanna Marsala nel suo Echi lapiriani nel pensiero e nell’azione di Piersanti Mattarella, pp. 59 – 69) e Aldo Moro, che, dovendo fare i conti con le pressioni degli schieramenti di ‘sinistra’ (dal Partico comunista italiano alle Brigate rosse) e con i potentati conservatori di ‘destra’ (dal Movimento sociale italiano ai terroristi ‘neri’), scommettono su un riformismo serio, deciso, che alle proclamazioni verbali altisonanti preferisce gli atti legislativi e amministrativi concreti. Ciò avrebbe implicato, come sottolinea fra gli altri Salvatore La Rosa (nel suo Il primato del dialogo in Piersanti Mattarella, pp. 155 – 168) un confronto franco e costruttivo con gli esponenti costituzionalmente più affidabili dello schieramento di sinistra (a cominciare dallo stesso PCI di Berlinguer) e una marcia di avvicinamento fra i due partiti di più ampia rappresentatività popolare (la Democrazia cristiana e il PCI appunto): quel dialogo e quell’avvicinamento che dovevano essere stroncati a ogni costo, anche a costo dell’assassinio di Aldo Moro  (1978) e dello stesso Bernardo Mattarella (1980). Ma Moro e Mattarella non sarebbero rimasti le sole vittime di questa tenaglia fra gli “opposti estremismi” (ideologici e terroristici): Vittorio Bachelet (poco più di un mese dopo Mattarella), Ezio Tarantelli (1985), Roberto Ruffilli (1988) , Massimo D’Antona (1999), Marco Biagi (2002) …

Nel saggio, come sempre denso e puntuale, dedicato a L’etica, la visione, la leadership, il coraggio contro i poteri criminali (pp. 169 – 183) , Antonio La Spina delinea l’identikit del vero ‘capo’: “un soggetto” “dotato di una particolare forza di carattere”, “portatore di un proprio ethos e di una propria visione” e proprio per questo “più esposto a resistenze e ostilità, quando intaccherà in modo inusuale i portatori di interessi costituiti abituati a restare indisturbati” (p. 171). E, a proposito del defunto presidente della Regione : ha creato “«una sorta di think tank di persone in rapporto diretto con lui», individuate tenendo conto delle loro competenze, vale a dire il Gruppo Politico; avviando «iniziative esterne al proprio partito, non necessariamente collaterali ad esso», come un «Corso di formazione politica»; dialogando «con altre forze, idealità, personalità politiche», non soltanto ai fini della formazione di maggioranze all’assemblea regionale; circondandosi di studiosi ed esperti anche non siciliani per formulare meglio e corroborare le politiche che proponeva; creando organismi consultivi; realizzando delle forme appunto «personalizzate» di comunicazione politica ed elettorale, quali periodici e altre pubblicazioni incentrate su ciò che egli aveva «da dire» alla cittadinanza e sulle ragioni delle sue iniziative; puntando a intrattenere un’interazione diretta con la gente” (p. 174). Forse una delle ragioni dello scadimento attuale dell’affezione all’impegno politico è da ricercare nella mancanza di iniziative del genere, progettate in assetto di riflessione, di analisi documentate, di interazione dialogica, come nel caso dei corsi secondo “la formula della conversazione con dibattito: conversazione breve e schematica (non più di 30’ – 40’) e molto tempo dedicato al dibattito per sollecitare i giovani ad esporre la propria opinione” (da un articolo di presentazione del corso citato nel contributo di Antonio Todaro, Ricordando il Gruppo Politica, a p. 188). Anche a giudizio del direttore della collana editoriale che ospita il volume a più voci, sarebbe proprio quest’opera di pedagogia a poter salvare la democrazia attuale, prima di tutto nell’ambito della memoria storica: “Ma questo non si può fare con una o due ore scolastiche a settimana e con una storia ancora colpevolmente confusa con la cronologia o con una storia noiosamente evemenenziale e celebrativa. Esercizio mnemonico alieno dal ragionare storicamente per l’intelligenza del presente” (Sergio Tanzarella, Postfazione. Piersanti Mattarella: le conseguenze della politica delle “carte in regola”, pp. 206 – 207). 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com


mercoledì 19 maggio 2021

SISTEMA MAFIOSO E DISASTRI ECOLOGICI: NE RIPARLIAMO FINALMENTE IN PRESENZA !!!


 In occasione dell'uscita del mio libretto su Rosario Livatino, un laico a tutto tondo (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 111, euro 10,00) ho ricevuto il gradito invito di una conversazione dal vivo, e in presenza, con la biologa marina Dominique Scilipoti sul tema: Quanto giova la mafia all'equilibrio ecologico?

L'incontro, secondo le modalità prescritte dalla normativa in vigore, avverrà nella chiesa madre di Casteldaccia (Palermo) lunedì 24 maggio alle 18,45.

Un consiglio 'disinteressato' per chi non potrà partecipare personalmente? Acquisti e legga il mio libretto sul giudice Livatino.

Un consiglio (di riserva) per chi non vuole acquistare/leggere il mio libretto? Si legga almeno la bella recensione che ha pubblicato domenica 9 maggio 20121 su "Il Punto Quotidiano" la mia amica Maria D'Asaro cliccando qui:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/beato-il-giudice-livatino-ucciso-dai-killer/

Almeno, così, saprete che cosa vi perdete...😄😄😄


lunedì 17 maggio 2021

21 - 27 agosto 2021: CI SI INCONTRA NUOVAMENTE IN PRESENZA A CELANO (L'AQUILA) PER LE VACANZE FILOSOFICHE (PER NON...FILOSOFI)

 

So come funziona. Ancora siamo a maggio, mancano quasi tre mesi. Poi si vedrà...

Poi ad uno sfugge di mente, un'altra dice che non trova posto sull'aereo, un altro ancora non trova più la camera nell'albergo del gruppo. Qualche altro dimentica perfino di aver letto il programma-invito e mi scriverà lamentandosi: "Peccato, ad averlo saputo in tempo!"

Il risvolto positivo della vicenda: ogni anno ci incontriamo, tra 'vecchi' e 'nuovi', quella trentina di persone davvero motivate che, da tutta Italia,  scelgono come priorità la SETTIMANA FILOSOFICA PER NON...FILOSOFI (di mestiere) e non l'archiviano come soluzione di ripiego ("Se proprio non capiterà di meglio da fare...").

Allora, il mio consiglio (questo è il primo ed unico post che dedico all'argomento) è di iscrivervi al sito 

www.vacanzefilosofiche.it

- generosamente gestito da Salvatore Fricano -  per sapere tutto sulla prossima edizione (compresi eventuali aggiornamenti).

(Il sito è in corso di revisione, ma, cliccando sulla locandina a destra "Edizione Celano 2021" o sul tasto omonimo in alto, si apre la circolare con il programma, gli argomenti, i relatori, i costi, i contatti con l'albergo convenzionato).

domenica 16 maggio 2021

LA SPIRITUALITA' 'LAICA' COME SPAZIO DI INCONTRO FRA FEDE GESUANA E FILOSOFIA-IN-PRATICA


 "Dialoghi mediterranei"

1 maggio 2021

FILOSOFIA E FEDE CRISTIANA: UNA QUESTIONE DA ARCHIVIARE ?

Anche se investita talora da ventate di moda, la filosofia – come riflessione pacata e critica su ciò che l’esperienza ci squaderna davanti – non è l’esercizio più diffuso. Non lo è oggi e, con buona pace dei nostalgici di epoche che non hanno conosciuto, non lo è mai stata. La fede cristiana – intesa, approssimativamente, come ascolto e pratica del messaggio evangelico – non gode, o almeno non sembra godere, di migliore fortuna. Perciò interrogarsi sui rapporti reciproci fra filosofia e fede può risultare interessante quanto indagare sui rapporti fra il pianeta Nettuno e il suo satellite Tritone.

Eppure…eppure nutro il sospetto che su questa relazione fra filosofia e fede ogni persona – credente o meno che si ritenga – abbia le proprie convinzioni che incidono, in qualche misura almeno, sulla sua esistenza. Se così fosse, e nel mio caso lo è certamente, non farebbe male regalarsi dieci minuti per prenderne consapevolezza. Soprattutto in una fase storica, come l’attuale, in cui sia la filosofia sia la fede stanno conoscendo delle trasformazioni storico-effettuali, e dunque anche semantiche, di notevole intensità.

lisippo-lapoxyomenos-particolare-copia-romana-di-originale-del-320-a-c-ca-roma-musei-vaticani

Apoxyomenos, di Lisippo, copia romana da originale greco, part., 330 a.C. ca.

Lo scenario dell’incastro perfetto si incrina…

Alla maggior parte delle persone appartenenti alla mia generazione – intendo nate prima del Concilio Vaticano II (1962-1965) – è stata proposta, nella catechesi adolescenziale, la tesi dell’incastro perfetto fra le dottrine della filosofia (greco-romana) e le ‘verità’ rivelate da Dio contenute nella Bibbia. Certo le dottrine filosofiche elleniche ed ellenistiche dovevano essere ritoccate, talora rimodellate robustamente, ma grosso modo potevano servire da fondamenta (naturali) su cui costruire  i piani dell’edificio (sovrannaturale): la ragione dimostra che c’è ‘un’ Dio, la fede dice il suo ‘nome’ proprio; la ragione dimostra che siamo anche anima spirituale ‘immortale’, la fede rassicura che alla fine del mondo, grazie alla ‘resurrezione’ finale,  ci ricongiungeremo con il nostro corpo…e così via.

Questo affascinante e confortante edificio comincia a scricchiolare man mano che, da Erasmo da Rotterdam e Lutero in poi, si studia la Bibbia con gli stessi strumenti filologici, esegetici e storico-critici con cui si studiano l’Iliade, l’Odissea o l’Eneide. Infatti si scoprono, con approssimazione sempre più vicina alla certezza scientifica, almeno due crepe.

La prima, per così dire di merito (o di contenuti), è che non esiste questo felice incastro fra i risultati della filosofia antica e le affermazioni dei Libri ‘sacri’: se tale compatibilità riluce occasionalmente (soprattutto nei libri della Bibbia “deuterocanonici” ossia considerati rivelati in un “secondo” tempo dai cattolici, ma non  dagli Ebrei né, successivamente, dai Riformati), la stragrande maggioranza dei libri della Bibbia propone una concezione di Dio, dell’uomo, del mondo naturale, della storia e così via… irriducibilmente altra rispetto alle concezioni platoniche o aristoteliche di Dio, dell’uomo, del mondo naturale, della storia e così via. Indubbiamente questa diversità difficilmente poteva saltare agli occhi di chi leggeva Antico (oggi, per rispetto degli Ebrei, si preferisce: Primo) e Nuovo (Secondo) Testamento solo in traduzione ‘ufficiale’ latina perché non conosceva l’ebraico, anzi neppure il greco (il caso più clamoroso è il “padre della Chiesa” Agostino).

Ma la crepa più profonda dell’edificio ‘cattolico’ della provvidenziale concordanza fra teorie filosofiche e annunzi biblici è di metodo (o di atteggiamento esistenziale): il filosofo (greco) pensa per conoscere e parla soprattutto per aiutare a conoscere; il profeta pensa per agire e parla soprattutto per spronare ad agire; il filosofo (greco) predilige l’occhio, la vista; il profeta (ebreo) predilige l’orecchio, l’ascolto. Insuperabile la formula di Galileo Galilei vanamente esposta ai giudici del tribunale ecclesiastico: in quanto filosofo-scienziato apro il libro della natura per capire come “è fatto” il “cielo”, in quanto cristiano-credente apro il libro della rivelazione per capire come “si vada” al “cielo”. Non leggo la Torah per capire le macchie solari né leggo Copernico per capire cosa può rendermi felice nei rapporti con gli amici. Nella stessa epoca, l’ebreo Baruch Spinoza sosterrà nei suoi volumi una analoga distinzione, andando incontro ad analoghe persecuzioni da parte delle autorità della sua religione.

Per continuare e completare la lettura, basta un click qui:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/filosofia-e-fede-cristiana-una-questione-da-archiviare/

mercoledì 12 maggio 2021

VALERIO GIGANTE SU "NE' PRINCIPI AZZURRI NE' CENERENTOLE" DI AUGUSTO CAVADI


 Adista Notizie n° 16 del 01/05/2021

ROMA-ADISTA. Un libro dalla forte valenza etico-civile “trascritto” e adattato – a mo’ di prontuario – per i ragazzi e alle ragazze delle scuole medie superiori. È l’interessante esperimento di Augusto Cavadi, palermitano, già docente, saggista e appassionato di temi teologici, filosofici e pedagogici, che alcuni mesi fa aveva pubblicato L'arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato, scritto in collaborazione con il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne". In questo libro la violenza sulle donne era analizzata dagli uomini, anzi – precisava l’autore – da «maschi meridionali», come la spia di un ben più ampio retroterra culturale e sociale del patriarcato. Con modalità che ricordano, per certi versi, quella mafiosa: come nel caso delle mafie, la cui presenza, «attiva e pervasiva», si mantiene «anche quando rimane nascosta e silenziosa». E proprio come la mafia, che uccide quando si sente minacciata, il moltiplicarsi dei crimini contro le donne potrebbe significare, secondo Cavadi, che «i maschi avvertono traballare la loro posizione di secolare predominio e reagiscono a quegli atteggiamenti femminili che, finalmente, si oppongono allo status quo secolare».

Nel suo nuovo libretto – un settantina di pagine in tutto (Né principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di “genere” nella società del futuro, Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 76, euro 8) – cerca di fare ordine su tutta una serie di questioni, a partire dagli stereotipi di genere («che “genere”di donna o di uomo diventare dev’essere una mia scelta consapevole, non un’imposizione della famiglia, della scuola, degli amici, della comunità religiosa che frequento, in ultima analisi della società»), per dare ai ragazzi e alle ragazze strumenti utili per poter capire le relazioni di genere. Consapevoli che i ruoli sociali sono largamente plasmati da fattori storici, culturali e sociali, e che perciò si modificano costantemente col cambiare della società. Ma soprattutto il libro aiuta i giovani a riconoscere e fuggire le forme patologiche che spesso le relazioni tra i sessi assumono. Perché la costruzione di identità che operino una critica profonda e corrosiva alla cultura patriarcale deve cominciare sin da giovanissimi, quando cioè è più facile intervenire sugli stereotipi di genere, con l’obiettivo di vivere come cittadini/ e, liberi/e da modelli imposti. E dalle violenze che ne sono spesso il frutto.

I capitoli hanno un approccio pratico, anche nella dimensione quotidiana. Il VII, “Cosa posso fare da oggi”, invita ad esempio a «tradurre le nuove idee – se davvero risultano convincenti – in gesti concreti». Con una serie di suggerimenti sia per i ragazzi (come il rivedere ogni atteggiamento di prepotenza nei confronti delle donne, madri, sorelle, compagne di scuola, partner, o evocare espressioni lesive della dignità della donna) che per le ragazze (contestare ogni esempio di violenza verbale o fisica o psicologica su di sé o gli altri, interrogarsi sulla gelosia del proprio partner, ecc.). Oppure il decalogo allegato in appendice al libro che suggerisce alle ragazze gli atteggiamenti e i comportamenti più adatti per fronteggiare ragazzi che hanno manifestato atteggiamenti violenti nei loro confronti.