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domenica 1 luglio 2012

Le religioni in Italia: una mappa orientativa


Da oggi in libreria il volume a più mani Un cantiere senza progetto. L’Italia delle religioni. Rapporto 2012, a cura di P. Naso e B. Salvarani, EMI, Bologna 2012, pp. 368, euro 18,00
(http://www.emi.it/schede/2065-7.html).
Qui di seguito il mio contributo (alle pp. 171 - 174):

Chiese cristiane e mafie

Sino agli anni Sessanta del XX secolo non si registra una presa di coscienza esplicita della chiesa cattolica e delle chiese protestanti sul fenomeno mafioso. Nel 1963 il pastore Pietro Valdo Panascia ruppe questa tradizione di silenzio con un manifesto di denuncia responsabilizzante dal titolo Iniziativa per il rispetto della vita affisso per le strade di Palermo dopo la strage di Ciaculli. La notizia arrivò in Vaticano da dove partì per l’arcivescovo della città – il cardinale Ernesto Ruffini – l’autorevole sollecitazione a intraprendere qualche iniziativa analoga. Il destinatario della sollecitazione della Segreteria di Stato rispose a giro di posta: “Conoscevo già il manifesto pubblicato dal Pastore valdese: iniziativa molto facile, che ha lasciato il tempo di prima! A Palermo è stato giudicato un ridicolo tentativo di speculazione protestante. Mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della così detta mafia sia associata a quella religiosa. E’ una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dall’Isola di Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia, mentre difendono i propri interessi economici in concorrenza proprio con organizzatori mafiosi o ritenuti tali”. Poi, l’anno successivo, pubblicò una lettera pastorale per contrastare “una grave congiura per disonorare la Sicilia”, di cui individuava i tre maggiori responsabili: “la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci”. Sul primo dei tre fattori disonoranti, il presule attribuisce a”una propaganda spietata, mediante la stampa, la radio, la televisione” la responsabilità di “far credere in Italia e ali’Estero che di mafia è infetta largamente l’Isola, e che i Siciliani, in generale, sono mafiosi, giungendo così a denigrare una parte cospicua della nostra Patria, nonostante i grandi pregi che la rendono esimia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano”. Il cardinale si esibisce anche in una sorta di excursus storico: 
”Prima del 1860 sembra che nessuno parlasse mai di mafia” . Poi si usò il vocabolo per designare i partigiani filo- garibaldini, infine “assunse il valore attuale di associazione per delinquere”. Quindi egli detta le linee di ogni futuro sicilianismo giustificazionista, non solo ecclesiastico.
In primis: “la mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza”. Inoltre: “se è vero che il nome di mafia è locale, ossia proprio della Sicilia, è pur vero che la realtà che ne costituisce il significato esiste un po’ ovunque e forse con peggiore accentuazione. Per non rifarmi a vecchie date, chiunque abbia letto anche di recente i giornali ha potuto notare - non di rado con somma indignazione e forte deplorazione - delitti inqualificabili commessi altrove, in Europa e fuori, da bande perfettamente organizzate. Quelle città e quelle Nazioni hanno il vantaggio di potere isolare le loro nefandezze, non avendo un nome storico che le unisca, ma non per questo giustizia e verità permettono che si faccia apparire il popolo di Sicilia più macchiato delle altre genti” .
Ora: che i mafiosi costituiscano una minoranza statistica dei siciliani (5.000 uomini d’onore su 5.000.000 di abitanti: l’uno per mille!) era vero negli anni Sessanta del secolo scorso ed è vero oggi. Ma la questione grave - che né Ruffini né la Chiesa cattolica né la quasi totalità del mondo intellettuale e politico anche ‘laico’ hanno compreso – è che la mafia non è solo una cosca (o, meglio, un grappolo di cosche), bensì un sistema di potere. Quel nucleo duro di “uomini d’onore” può contare su una rete molto più estesa di relazioni sociali, di clientele, di scambi di favori, di connivenze, di protezioni politiche: secondo gli attendibili calcoli di Tommaso Buscetta (uno dei “collaboratori di giustizia” più perniciosi per il muro d’omertà) si tratta di circa 1.000.000 di siciliani (un quinto della popolazione!). Con queste considerazioni basate su dati oggettivi, il teorema-Ruffini si sgretola completamente: i mafiosi non sono mosche bianche su una torta innocente, ma una consistente minoranza: E i siciliani, che certamente non sono in blocco mafiosi - e che anzi hanno dato alla lotta alla mafia, dal 1860 a oggi, un tributo altissimo di idee e di sangue -, portano la responsabilità storica di non essersi liberati (con le armi della cultura, dell’etica, della pedagogia, della politica e dell’economia pulita) da questo tumore infettante. E non certo perché le “nefandezze” dei mafiosi, a differenza dei crimini nel resto del mondo, hanno “un nome storico che le unisca”! Completando un’immagine cara a Giovanni Falcone, si potrebbe dire che la Sicilia è un’arena in cui il toro-mafia (1.000.000 di criminali e di complici) si scontra con il torero-antimafia (1.000.000 di cittadini eroici e di sostenitori attivi): ma le sorti della lunga guerra saranno decise dai 3.000.000 di spettatori che assistono dalle tribune facendo il tifo ora per il toro ora per il torero, senza decidersi di scendere nell’arena per l’uno o per l’altro .
In questo quadro, dove sono i cristiani di tutte le chiese? Solo pochi sono davvero compromessi con il sistema di potere mafioso. Altrettanto pochi sono schierati - senza ‘se’ e senza ‘ma’, concretamente e quotidianamente – contro il dominio criminale: La stragrande maggioranza dei cristiani, senza nessuna differenza significativa fra le diverse confessioni (e temo che il fenomeno si riproduca anche nelle comunità religiose di altri credi che si vanno impiantando nel Meridione italiano: dagli islamici agli induisti), si trova là dove si trova la stragrande maggioranza dei siciliani: in un’illusoria no man’s land (né con la mafia né contro la mafia) che costituisce la più solida garanzia di permanenza per i mafiosi e per i loro alleati.
Da questa neutralità apparente - che è però complicità sostanziale – le chiese cristiane potranno uscire non solo assecondando i processi evolutivi dei settori sociali più informati e meno compromessi (vedi i giovani di “Addiopizzo”, gli imprenditori di “Liberofuturo”, i cittadini di “Liberiprofessionisti”), ma anche rivedendo le basi della propria teologia e della propria pratica spirituale. Sino a quando il Dio dei cristiani sarà un Dio da onorare nei templi di pietra e non soprattutto nei templi di carne; un Dio che decide insindacabilmente della vita e della morte dei suoi figli e non un Dio che è sempre dalla parte di chi lotta, di chi soffre e di chi muore; un Dio che connota e protegge l’Occidente bianco e non il Padre comune dell’intera umanità, a cominciare dagli impoveriti del pianeta…sino a quando , insomma, questo Dio assomiglierà troppo al Dio dei mafiosi e troppo poco al Dio di Gesù, le chiese cristiane non avranno una loro ‘lettura’ specifica della mafia e non porteranno, al più ampio movimento antimafia, un contributo originale.

venerdì 25 maggio 2012

Lunedì 28 maggio 2012, alle ore 18, presentazione a Palermo di ‘Presidi da bocciare?’


Lunedì 28 maggio 2012, alle ore 18.00, presso il caffè letterario “Costes” (Villa Comunale ‘Gaetano Costa’, ingresso da viale Lazio e via Brigata Verona) sarà presentato il libro a cura di Augusto Cavadi

PRESIDI DA BOCCIARE?

(Edizioni Di Girolamo, Trapani 2012, pp. 131, euro 12,50)

Gli argomenti in favore della ‘bocciatura’ saranno sostenuti dalla professoressa Marcella Alletti; gli argomenti in difesa dei presidi saranno svolti dal dirigente scolastico dell’ ITI “Volta” Roberto Tripodi. Arbitrerà il match (quasi) amichevole Alessandra Siracusa, membro della Commissione Pubblica Istruzione della Camera dei deputati.
L’incontro sarà introdotto da Maurizio Muraglia, presidente del CIDI di Palermo, che modererà anche il dibattito pubblico.
Saranno presenti tre dei co-autori: Augusto Cavadi, Giorgio Cavadi e Domenico Di Fatta.

martedì 22 maggio 2012

Ci vediamo, a Catania, mercoledì 23 maggio 2012?


Domani è il ventesimo anniversario della strage di Capaci.
Su sollecitazione dell’editore salvatore Coppola, D. Gambino e E. Zanca hanno preparato un volume a più mani in cui alcuni di noi sono stati chiamati a fare il punto dopo due decenni dall’uccisione di Falcone, della Morvillo e degli uomini di scorta: il volume (Vent’anni) è reperibile in molte librerie italiane e, con più immediatezza, direttamente presso l’editore trapanese
(http://www.coppolaeditore.com/products/227-ventanni.aspx).
A chiusura di questo post riporto i brani principali del mio contributo così come sono stati prescleti da “Adista. Segni nuovi” del 19 maggio 2012.
Prima, però, desidero informare i miei amici della costa orientale siciliana che, con l’editore Coppola, sarò domani a Catania per partecipare, dalle ore 17.00 in poi, agli eventi organizzati dall’Associazione nazionale magistrati presso il palazzo di Giustizia del capoluogo etneo. In particolare, alla presentazione dell’installazione di Danilo Fodale “Pioggia dei Pizzini della legalità” (collana di piccoli quaderni di vari autori, due dei quali miei: “Come posso fare di mio figlio un vero uomo d’onore?” e “L’amore è cieco ma la mafia ci vede benissimo”).
Ma torniamo agli estratti dalla mia testimonianza nel volume collettaneo Vent’anni (a cura di D. Gambino ed E. Zanca, Coppola Editore, Trapani 2012, pp. 128, euro 12,00). Nel volume contributi (oltre che dei curatori e dello stesso editore) anche di Ignazio Arcoleo e Roberto Gueli, Rita Borsellino, Letizia Battaglia, Rachid Berradi, Luigi Ciotti e Raffaele Sardo, Amelia Crisantino, Gaetano Curreri, Giuseppe Di Piazza, Maria Falcone, Alfonso Giordano, Maurilio Grasso, Stefano Grasso e Corrado Fortuna, Enzo Guidotto, Sebastiano Gulisano, Ferdinando Imposimato, Pina Maisano Grassi e Chiara Caprì, Antonio Mazzeo, Natya Migliori, Marilena Monti, Carlo Palermo e Denise Fasanelli, Aldo Penna, Pippo Pollina, Enrico Ruggeri, Luca Tescaroli.

TRAGEDIA STORICA, ANGOSCIA PRIVATA
Raramente capita che le tragedie della storia ci tocchino quasi vicende private. A me è capitato pochissime volte. Due di queste, a meno di due mesi di distanza, fra il 23 maggio e il 19 luglio del maledetto ’92. Ogni tanto ho riflettuto sulle ragioni di questa sensazione insolita, rara: ma non sono riuscito a fare chiarezza. Falcone e Borsellino li avevo conosciuti di persona, ma non ne ero certo amico: probabilmente non mi avrebbero riconosciuto se mi avessero incontrato in un salotto o in bar. Di contro avevo conosciuto molto più da vicino Gaetano Costa, un amico di famiglia da sempre, trasferito da Caltanissetta a Palermo come Procuratore della Repubblica. Integerrimo. Quando cadde trucidato sotto casa il 6 agosto dell’Ottantadue mi dispiacque davvero, ma forse – nonostante i miei trentadue anni - non ero maturo: mi dispiacque come ci si dispiace quando un amico di famiglia muore di cancro o investito da un pirata della strada. Provai dolore e rabbia, dolore e odio verso i vigliacchi anonimi che avevano assassinato un sessantenne inerme che sfogliava libri usati in via Cavour: dolore, rabbia, odio, ma non angoscia.
L’angoscia è tutta un’altra cosa. E’ una stretta alla gola che ti mozza il respiro; è una morsa al petto che mima l’infarto. E’ una sospensione dell’attività mentale perché non soltanto intorno a te si è fatto improvvisamente buio, ma anche dentro il cervello ti si è spento un interruttore. Solo piangere ti conforterebbe, ma l’angoscia t’impedisce pure questo. L’angoscia: ecco quello che ho avvertito quando, sull’autostrada da Messina a Palermo, l’autoradio ha gracchiato le prime notizie confuse su un’esplosione nei pressi di Capaci. Con i primi telegiornali della sera ogni residuo di sia pur folle speranza fu spazzata via. E, con la concatenazione delle sequenze di un film già montato, mi passarono – e mi ripassarono – le immagini e le parole di una preghiera due volte laica. Era infatti la preghiera rivolta non solo, genericamente, a un Dio laico (l’unico che riesco a pregare), ma anche, più direttamente, a un concittadino laico.
Gli ho chiesto – a Giovanni Falcone – perdono. Perdono a nome di quei palermitani che si erano lamentati di essere disturbati dal suono delle sirene quano lo riaccompagnavano a casa dal tribunale. Perdono a nome di quell’avvocato che, in tv, lo aveva accusato di essere cauto nell’incastrare gli amici potenti dei mafiosi. Perdono a nome di quel poliziotto che, in coda con me al panificio, prometteva al collega che l’avrebbe ammazzato lui quel giudice se non l’avesse fatto prima la mafia: troppe lavate di capo per chi veniva sorpreso a leggere La gazzetta dello sport quando avrebbe dovuto controllare ingressi ed uscite dal portone.
Non fu una ferita facile da rimarginare. Tanto più che, cinquanta giorni dopo, le bombe di via D’Amelio l’avrebbero furiosamente risquarciata. Di Caponnetto – quando balbettò alle telecamere “Tutto è finito” - compresi sillaba per sillaba, riconobbi perfino il tono della voce. Capii, arrivai quasi a condividere: decisi di fermarmi solo un attimo prima d’identificarmi totalmente con la disperazione di un vecchio padre ormai derubato dei due figli preferiti. Decisi: fu un atto della volontà perché ormai il resto - previsione razionale, sentimento, emozioni – si era arreso all’evidenza della tragedia senza scampo. Mi ricordai di san Juan de la Cruz: della necessità di attraversare la notte più fonda - la notte in cui non si vede nulla, non si sente nulla, non si crede più a nulla - prima di poter, forse, sperimentare la pace. E in queste notti senza stelle e senza luna puoi resistere, e persistere, solo se lo decidi con quell’energia intima che sai di possedere (o di esserne posseduto) quando ormai assapori lo stremo.
[…] A venti anni da quelle giornate - ma sono davvero trascorsi tanti anni? – la situazione è identica ma anche, per fortuna, incomparabilmente diversa. La mafia come sistema di potere asfissiante continua a riscuotere il pizzo su quasi ogni commessa, su quasi ogni impresa, su quasi ogni negozio; continua a inquinare la dialettica democratica contrattando intollerabili sinergie con politici di ogni livello (sino alla presidenza della regione: certamente la penultima, dubitabilmente l’attuale). Ma il gotha di Cosa nostra di quegli anni micidiali è quasi tutto sotto chiave: non c’è da cantare vittoria, ma sarebbe da stupidi negare che il bicchiere è adesso mezzo pieno. E’ difficilmente apprezzabile un risultato culturale inedito nella storia siciliana: la media statistica attesta che i boss si spengono, soli, in galera, non più, nel proprio letto, circondati dall’affetto delle persone care, dopo anni di quiescenza dorata fra gli agrumi del proprio feudo. Certo, ancora troppi giovani fanno la fila per subentrare nella militanza del disonore, ma almeno sanno che l’impunità – da regola che era – si è fatta eccezione.
[…] Sarebbe da illusi supporre che un giorno, sradicate Cosa nostra e Stidde, altre associazioni criminali (simili se non identiche) non ne prenderanno il posto: malvagità e ingordigia aggrovigliano le viscere dell’uomo da milioni d’anni e continueranno a fermentare sino alla scomparsa del genere umano. Ma, intanto, nel breve - o meno breve – periodo, se le mafie attuali si disgregheranno, sarà stata una vittoria complessiva della parte migliore dei cittadini ‘normali’. […]

Augusto Cavadi

martedì 8 maggio 2012

Ci vediamo da giovedì 10 maggio a domenica 13 in Piemonte?


Care amiche e cari amici del Piemonte (e dintorni)
o, comunque, gravitanti intorno al Salone internazionale del Libro di Torino,

sono felice di porgervi un duplice invito.

Il primo invito è per le ore 14 di giovedì 10 maggio al Salone del Libro di Torino: l’ex ministro della P.I. Tullio De Mauro, il giornalista Luca Telese e il prof. Domenico Chiesa (Cidi) presenteranno l’ultimo mio libro (scritto con la collaborazione di altri cinque ‘complici’). E’ un pamphlet un po’ pepato: “Presidi da bocciare?” (edizioni Di Girolamo, Trapani 2012, euro 12,50).

Il secondo invito è per le ore 17,15 di domenica 13 maggio alla Libreria “Mondadori” di Pinerolo: don Franco Barbero presenterà il mio penultimo libro (“Il Dio dei leghisti”, edizioni San Paolo, Milano 2012, euro 14,00).

Con gratitudine e con speranza di rivedervi, almeno in una delle due occasioni.
Augusto

sabato 5 febbraio 2011

101 storie di mafia (Newton Compton) in libreria


Care amiche, cari amici,
sono lieto di comunicarvi che il mio volume “101 storie di mafia che non ti hanno mai raccontato” (pp. 215, euro 9,90) , edito a Roma dalla Newton Compton, è in libreria.
E’ un libro su commissione dell’editore, ma quando mi sono messo a scriverlo ha finito con il coinvolgermi come se fosse stata una mia idea.
Confesso che ho avuto qualche difficoltà sul titolo: è vero, infatti, che ci sono storie inedite che racconto per la prima volta, ma è altrettanto vero che la stragrande maggioranza sono invece storie note (almeno agli addetti ai lavori). Avevo proposto una soluzione di compromesso (”101 storie di mafia COME NON TE LE HANNO MAI RACCONTATO”), ma l’editore - che, come saprete, ha per legge l’ultima parola sul titolo di un’opera - è stato inflessibile perché l’ha inserito in tutta una Collana con questo tipologia di titoli.
Neanche il sottotitolo (”Da Buscetta a Provenzano, da Falcone a don Puglisi, stragi, delitti, processi e attentati: episodi misteriosi e insoliti di criminali ed eroi dentro e contro la Piovra”) mi entusiasma: come saprete, non uso mai la metafora della Piovra, per indicare Cosa nostra. Ma anche in questo caso le mie proposte alternative non hanno trovato accoglienza.
Sono felice, però, che sul contenuto dei 101 racconti la mia volontà, manifestata sin dall’inizio, sia stata rispettata fedelmente: sono storie in cui la mafia si intreccia con l’antimafia in modo che emerga con chiarezza un popolo siciliano tanto impelagato in sistemi criminali quanto, almeno in misura non minore, impegnato sino al sacrificio della vita nella lotta contro tali sistemi.

lunedì 7 giugno 2010

“Filosofia di strada” è adesso nelle librerie italiane


Care e cari,
sono davvero felice di informarvi che la mia tesi di dottorato - debitamente ‘de-accademicizzata’ - è diventata un libro acquistabile sia in internet che via internet (presso la casa editrice e presso le maggiori librerie online).
Qui di seguito i riferimenti.
(Ovviamente sono gradite osservazioni, critiche, proposte migliorative, recensioni).

“Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche”, Di Girolamo Editore, Trapani 2010, pp. 350, euro 28,00.
Distribuito in Italia dalle Dehoniane di Bologna.

martedì 5 gennaio 2010

La laicità fra bigottismo e contro-bigottismo


Domani si festeggia l’Epifania. Secondo la leggenda biblica, l’incontro fra il bambino-messia d’Israele e tre ‘laici’ asiatici alla ricerca di luci interpretative dell’esistenza (da qualsiasi parte provenienti).
Come piccolo segno di augurio ai “venticinque lettori” di questo blog, incollo il mio breve contributo al volume - appena uscito - di Autori vari (a cura di Giorgio Palumbo), “Custodire la laicità nel tempo del pluralismo”, Franco Angeli, Milano 2009, pp. 49 - 54.

Augusto Cavadi
La laicità come pre-giudiziale

Provo a inanellare, in sequenza, alcune riflessioni suggeritemi da questo dibattito così intenso, ma anche così pacato. Anche se si tratta di osservazioni indipendenti l’una dall’altra - e dunque tali che la insostenibilità di una di esse non comporta, necessariamente, a catena, il naufragio teorico delle altre - è possibile leggerle all’interno di una prospettiva unitaria: la laicità, intesa in una certa maniera, non è una posizione determinata fra altre posizioni determinate, bensì la condizione di possibilità pre-giudiziale di ogni presa di posizione particolare che sia meritevole di critica. La laicità come orizzonte: uno scenario che ammette una varietà di ruoli, di toni, di tagli argomentativi, incompatibile solo nei confronti di atteggiamenti dogmatici, fanatici, incapaci di dubbio e perciò di autocritica e di conversione. Laicità come quell’amore incondizionato per la verità che si rivela non tanto nel tener alcuni punti ‘fermi’ come irremovibili, quanto piuttosto nel ritenere le proprie certezze - anche le più legittime, anche le più sacre - come passibili, potenzialmente, di falsificazione.

a) La funzione sociale dei filosofi

La prima considerazione suggeritami da questo dibattito è che esso conferma un’idea di filosofia abbastanza estranea agli ambienti accademici: la filosofia non soprattutto, né tanto meno esclusivamente, come esegesi o ermeneutica dei testi della tradizione filosofica, bensì anche - e prioritariamente - come esame critico delle questioni esistenziali e politiche che il pubblico dei non-addetti-ai-lavori avverte come più rilevanti in un determinato momento storico. Che all’incontro sulla laicità siano stati presenti docenti e studenti di varie facoltà universitarie, al di là degli steccati specialistici abituali, è un segno eloquente di quanto i filosofi di professione possano servire la comunità sociale, senza farsi asservire e senza asservire la intrinseca libertà dell’impresa teoretica. Non è questa la sede per approfondire questo aspetto dell’attività speculativa, ma voglio consentirmi almeno una citazione da Karl Popper che potrebbe valere come titolo di un seminario a parte: “i veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia”.
La laicità è avvertita, dunque, come una di queste tematiche ‘urgenti’ su cui interrogare non solo teologi e sociologi, storici e giuristi, politologi e politici, ma anche filosofi: se ce ne sono ancora equidistanti dal presenzialismo televisivo (in cui possono spacciarsi per specialisti di tutto) come dall’autoreferenzialità filologica (di chi non ha nulla da dire ad interlocutori che non possano seguire le loro dotte citazioni in greco o in tedesco). Nel triennio 2006 - 2008 ho avuto la fortuna di dedicarmi, grazie ad un dottorato di ricerca presso questa facoltà, ad approfondire il senso della Philosophische praxis di Gerd Achenbach e, più in generale, del movimento internazionale delle pratiche filosofiche, arrivando alla conclusione che, secondo i promotori di questa nuova declinazione della filosofia di sempre, urgente non è tanto aprire degli studi professionali in cui mettere a servizio dell’intelligenza autonoma di un pubblico vasto la propria competenza filosofica (anche se proprio su questo fenomeno della ‘consulenza filosofica’ si concentrano le curiosità e i pettegolezzi della mezzi di comunicazione di massa), bensì - piuttosto - riscoprire ciò che nella storia del pensiero occidentale è stato ovvio per moltissimi pensatori di rilievo: che la filosofia non può essere ridotta a mero specialismo, ma deve in qualche modo alimentare la crescita intellettuale, morale e civile dell’intera società. Oltre che favorire l’interscambio fra i ‘dialetti’ delle discipline particolari in vista della costruzione collettiva di una (sempre rivedibile) prospettiva ’sapienziale’ sulle domande cruciali che ci assillano nel breve passaggio sul pianetino che abitiamo. Giuseppe Savagnone e Vittorio Villa, per fortuna di questa città, sono tra i sempre più rari pensatori che non si limitano a stabilire ex cathedra i propri percorsi di studio ma sanno anche lasciarsi dettare l’agenda - anzi, la ‘cogitanda’ - dalle domande della gente ‘comune’ (che poi, attraverso il pagamento delle imposte, è anche la finanziatrice dei filosofi che vivono con un salario statale).

b) Si può essere davvero laici se si è davvero cattolici?

Savagnone ha offerto una visione della laicità che costituisce, probabilmente, il massimo di apertura possibile nell’ottica di un cattolico ortodosso. Dopo la laurea in filosofia negli anni ‘70, mentre per tre anni ho seguito i corsi di una Scuola di perfezionamento in scienze morali e sociali presso l’Università statale di Roma, ho anche seguito per quattro anni un corso di teologia presso l’Università del Laterano: ed è stato molto istruttivo per capire che una prospettiva cattolica della laicità ha dei confini invalicabili. Lo ha all’interno della comunità ecclesiale perché, mentre per i protestanti la differenza fra il pastore e il fedele è di tipo esclusivamente funzionale, per i cattolici il prete è stato segnato - con il sacramento dell’ordine presbiterale - da un ‘carattere’ che lo ha trasformato ontologicamente, distanziandolo in maniera radicale e irreversibile dal resto del popolo dei credenti. Il suo modo di essere ‘re’, ‘pastore’ e ’sacerdote’ , rispetto al semplice battezzato, non si differenzia solo per grado, ma addirittura per natura. Con queste convinzioni - sulla cui fondatezza biblica ci sarebbe molto da obiettare - come si può ragionevolmente contare su una corresponsabilità paritetica fra clero e laici nell’ambito di una stessa parrocchia? Come si può seriamente prevedere una pari dignità fra un soggetto consacrato con un sacramento specifico e tutti gli altri soggetti che (pure se monaci o suore, a maggior ragione se restano nel mondo, celibi o coniugati) ne sono del tutto privi? La prassi dominante - per cui un parroco si comporta da autocrate nella sua parrocchia come un vescovo nella sua diocesi ed un papa nell’intera chiesa cattolica - rispecchia fedelmente la dottrina ufficiale, almeno quanto tale dottrina rispecchia altrettanto fedelmente una prassi precedente.
La situazione non cambia, anzi se mai si aggrava, se consideriamo l’autointerpretazione della chiesa cattolica rispetto al mondo dei laici non battezzati o comunque non credenti nella dottrina cattolica. Una chiesa che è sinceramente convinta di essere depositaria dell’unica rivelazione divina, anzi dotata del diritto-dovere di interpretarla rettamente e di applicarla correttamente lungo il corso dei secoli grazie ad una assistenza speciale e ininterrotta dello stesso Spirito di Dio, come potrebbe davvero dialogare con chi è privo di tanto carisma? E’ sin troppo ovvio che il dialogo non può che essere, nella più ottimistica delle ipotesi, un tentativo misericordioso e garbato di trarre l’interlocutore fuori dalla palude dell’errore e del peccato. Insomma: nonostante le apparenze dialogiche, la chiesa cattolica non può permettersi - in buona sostanza - che forme camuffate di monologo. L’attuale papa Benedetto XVI non perde occasione, in perfetta coerenza con quanto operato nei decenni precedenti da Prefetto della Congregazione per la dottrina e la morale, di mostrare in parole e gesti che cosa significhi rappresentare una chiesa “madre e maestra” che, per fedeltà ad una missione di origine celeste, non potrebbe - neppure se volesse - considerare “sorelle” non solo le comunità scientifiche e le società filosofiche, ma le stesse altre chiese cristiane non-cattoliche.

c) Il relativismo è sempre ‘progressista’?

Villa, da parte sua, ha offerto una visione della laicità incardinata nell’asse portante del relativismo, preoccupandosi di segnare la differenza fra ‘relativismo’ e ’scetticismo’ o, addirittura, ‘nichilismo’. Il suo ‘relativismo’ è soft, quasi un ‘prospettivismo’ che non esclude del tutto dei parametri di riferimento sociali: in ultima istanza, non esclude la struttura antropologica trascendentale (in senso kantiano). Si potrebbe discutere se questa prospettiva gnoseologica sia l’unica possibile per opporsi al dogmatismo, al fanatismo; se si debba necessariamente escludere che la mente umana possa afferrare qualche aspetto ‘oggettivo’ o, meglio, ‘assoluto’ del reale per mantenere aperto lo spazio del confronto dialettico. Ma questa pista di riflessione ci porterebbe troppo lontano. Dico solo che la storia del pensiero occidentale è affollata di filosofi che non sono stati relativisti, ma neppure dogmatici. E’ il caso di Aristotele, equamente distante dall’iper-realismo di Parmenide quanto dal proto-nichilismo di Gorgia, proprio come oggi Enrico Berti può collocarsi a pari distanza dal neo-parmenidismo di Emanuele Severino e dal gaio relativismo di Gianno Vattimo: “L’incontrovertibilità a cui aspira la dialettica (aristotelica)” - scrive ad esempio lo studioso neo-aristotelico padovano - non è affatto definitività, chiusura al dialogo, interruzione della ricerca, negazione della storicità della filosofia e del filosofare. Non è detto, infatti, anzi non accade mai, che, una volta dimostrata una tesi mediante una confutazione della sua contraddittoria, quest’ultima non risorga nuovamente in forma diversa e non richieda pertanto di essere nuovamente confutata. Al contrario, nella storia, cioè nel dialogo fra gli uomini, nascono continuamente nuove filosofie, le quali si propongono come contraddittorie (…) delle precedenti, con le quali è necessario confrontarsi sempre di nuovo, per vagliarle, saggiarle, tentarne la confutazione. Solo di questo processo, infatti, la filosofia vive. Nessuna tesi, pertanto, può mai considerarsi definitivamente dimostrata, perché essa può venire continuamente negata da nuove filosofie (o da nuove obiezioni), nei confronti delle quali si ha il dovere di rinnovare il procedimento dialettico, senza che si possa prevedere prima quale ne sarà l’esito (…): per cui, veramente, il processo dialettico non è mai finito. Ciò non significa, tuttavia, che esso sia inutile o inconcludente, come pensano coloro che cercano solo per cercare e non vogliono o non sanno mai veramente trovare. Ad ogni confutazione, infatti, si raggiunge la prova che la tesi dimostrata è la più valida tra quante ne sono state proposte, il che, dal punto di vista epistemologico, non è davvero poco e comunque è molto di più della posizione, sostanzialmente scettica ed autocontraddittoria , secondo cui nessuna tesi vale più delle altre. Nel considerare la propria tesi più valida delle altre non c’è nessuna superbia, né arroganza, né prepotenza (quale ci può essere, invece, nella posizione di chi esclude a priori, e dunque non permette, che ci sia una tesi valida), perché non è che si consideri più valida una tesi in quanto è la propria, ma al contrario si fa propria, cioè si accoglie, come è doveroso per onestà intellettuale, la tesi che si è trovata essere più valida attraverso appropriate argomentazioni, disposti anche a mutare la propria tesi, se questa non coincidesse con la più valida ” .
Mi voglio limitare ad evidenziare un aspetto della questione che la relazione di Vittorio Villa lascia - significativamente - in ombra. Il fatto che, in questi ultimissimi anni, il relativismo sia duramente attaccato da ambienti ecclesiastici e politico-culturali di stampo conservatore induce la maggioranza degli osservatori a supporre che, invece, difendere il relativismo sia - sempre e comunque - una posizione da progressisti, da emancipati. Ma è davvero così? O non è proprio un clima generalizzato relativistico - basato sulla svalutazione della ragione, della scienza, dell’argomentazione logicamente strutturata - che costituisce il terreno privilegiato per il successo delle istanze autoritarie? E’ quanto sostiene, ad esempio, lo psicologo sociale Giovanni Jervis in un fortunato pamphlet: “Il relativismo favorisce una confusione più vasta fra gli investimenti immaginari e le informazioni, con un tendenziale privilegiamento dei primi e una complementare svalutazione delle seconde. (…) Gli orientamenti relativistici (…) incoraggiano chi si basa su fanatismi di fede, anziché su informazioni di realtà” . Jervis attacca il relativismo, anche in chiave di critica autobiografica, da posizioni un po’ unilateralmente materialistiche e scientiste: ma le varie esemplificazioni che offre, attingendo a settori svariati del panorama culturale contemporaneo, possono essere esaminate anche da posizioni di realismo filosofico.

d) La laicità come proprium di una ragione ’sobria’

Queste mie osservazioni lasciano intravedere, in filigrana, una certa visione della laicità che non è né molto popolare né molto facile da sintetizzare in poche battute: essa si fonda sulla negazione della possibilità per gli esseri umani non di attingere principi teoretici ed etici assoluti, bensì di attingerli in maniera assoluta, esauriente ed esclusiva. In quanto non nega a priori la possibilità di una conoscenza meta-empirica e meta-storica, questa laicità si espone allo sguardo diffidente dei relativisti, ‘duri’ o ‘flessibili’ che siano, così come dei loro confutatori neo-positivistici alla Jervis; in quanto nega a priori la possibilità di una conoscenza definitiva, irrefutabile e imperfettibile di qualche modalità dell’essere, essa non può aspirare ad essere condivisa da chi idolatricamente ritiene che soggetti personali o istituzionali possano vantare crismi di ‘infallibilità‘.
Vorrei esprimermi in maniera un po’ più articolata.
A mio parere la visione della laicità in cui mi riconosco gode di un duplice registro di legittimità. Innanzitutto sul piano epistemico o epistemologico o gnoseologico: nell’epoca della lotta culturale fra ragione ‘forte’ (minoritaria) e ragione ‘debole’ (maggioritaria), osa percorrere il sentiero ( pressoché solitario) della ragione ’sobria’: una ‘ragione’ che non si auto-condanna né all’illusione di possedere questo o quell’ aspetto del mondo al punto da non poter essere smentita per principio né, di contro, al paradosso di cercare la verità a patto di non trovarla mai.
Ma anche dal punto di vista teologico (di una teologia ebraico-cristiana, non di una teologia cattolica nel senso di confessionalmente legata ai vincoli magisteriali dal Vaticano I ad oggi) questa visione della laicità ha una sua solida ragion d’essere. Da una parte, infatti, la Bibbia (nel Primo come nel Secondo Testamento) non disprezza né l’uso dell’intelligenza né la ricerca della sapienza-saggezza: solo alcune interpretazioni storiche della Bibbia hanno creato la conflittualità tra la Bibbia e la ragione filosofico- scientifica. Per questo, proprio in questi giorni, un biologo di orientamento evoluzionistico-darwiniano, ha voluto chiarire: “La laicità non consiste nel deridere la Bibbia, né le religioni, né le fedi o chi le possiede; non consiste nel trovarvi incongruenze per dimostrarne l’inattendibilità o l’irrazionalità; non consiste nel brandire Darwin come una torcia in grado di fugare le tenebre dell’socurantismo religioso; non consiste nel sostenere che la teoria della selezione naturale - essendo indubitabilmente una teoria solida e in grado di spiegare moltissime cose, persino noi stessi - renda obsoleta la sapienza proveniente da altre fonti di conoscenza, fossero anche quelle bibliche”. “Ma” - aggiunge opportunamente con efficace lucidità lo stesso Michele Luzzato - “voglio anche convincere chi mi legge - per mettere subito le cose in chiaro - che nessuno ha il diritto di dirci cosa significa la Bibbia ‘in verità ‘; nessuno ha il monopolio della sua interpretazione; nessuno può, sulla base della sua personale interpretazione, dettare le condizioni di vita e persino le norme di comportamento a quanti sostengono un punto di vista differente, sia esso interno alla Bibbia, proveniente da persone di fede, o esterno ad essa, sostenuto da atei miscredenti. Per mettere subito le cose molto in chiaro, voglio dire che nessuno, proprio nessuno, ha il diritto di dire a Beppino Englaro che la volontà espressa da sua figlia Eluana si oppone alla volontà di Dio. Nessuno tranne Dio. E faccio un passo oltre: voglio convincere chi mi legge di Dio che, indipendentemente dal fatto che Dio esista o meno, che sia fatto in un modo o nell’altro, che agisca nel mondo o lo osservi da un luogo distante (…), nessuno può dirsi pio, timorato e rispettoso della Sua volontà e al contempo depositario della Sua voce e delle Sue intenzioni. Questa sì che sarebbe una contraddizione evidente. Chi agisce così vive semmai distante da Dio, sostituendosi a Lui in un modo molto più grave di quanto non farebbero gli scienziati, accusati proprio di questo da persone che dovrebbero scrutarsi lungamente nel profondo dell’anima” .

giovedì 8 ottobre 2009

“L’amore è cieco, ma la mafia ci vede benissimo”


Da oggi in libreria il mio secondo “pizzino della legalità” edito da Salvatore Coppola (Trapani, 2009, pp. 30, euro 2,00).

Questa volta sono io stesso che scrivo a un ipotetico don Carmelo, mafioso incarcerato, per raccontargli la storia (vera) di una ragazza tradita dal suo uomo per obbedienza ai mafiosi.

mercoledì 3 dicembre 2008

Prediche laiche: questa volta sono in buona compagnia!


“Repubblica - Palermo”
30.11.08

LE PREDICHE DEI LAICI SENZA PULPITO

Augusto Cavadi

Avete mai ascoltato una omelia domenicale predicata da Fausto Bertinotti, da Giancarlo Caselli o da Gianni Vattimo? In una chiesa è improbabile. Ma fuori, da oggi, è possibile. Infatti è stato appena pubblicato Fuoritempio (Di Girolamo, Trapani 2008, pp. 208, euro 15) , una raccolta di “omelie laiche” che commentano i testi della liturgia cattolica del ciclo B (le pagine bibliche, cioè, che per un anno intero saranno lette in tutte le chiese del mondo a partire da domenica 30 novembre).
La chiave di lettura di queste prediche molto singolari è efficacemente formulata da Valerio Gigante e Luca Kocci, i due giornalisti curatori del volume: “Nella navata in penombra, passi in punta di piedi. Cercano Cose nascoste ai dotti e ai sapienti ma vuoto è il Sepolcro del sacro. E’ là fuori, oltre il sagrato, un venticello leggero soffia sulla vita e le dà la parola. Parole di donne, parola di uomo. Parola di Dio. Commenti al Vangelo di chi si è ’svestito’: senza paramenti, dottrina e gerarchie, ma non per questo ’senza Dio’ “. L’iniziativa ha qualcosa di rivoluzionario: in una fase storica in cui i professionisti del sacro accettano di buon grado di occupare gli spazi pubblici dove sempre più flebile si fa la voce dei laici, qui - al contrario - viene restituito il diritto di parola sul cristianesimo a uomini e donne, ritenuti dalla gerarchia ecclesiastica “non addetti” perché o eretici o profani.

Fra i vari interventi meritano una sottolineatura i non pochi contributi femminili, firmati non solo da teologhe (come Adriana Zarri, Lidia Maggi, Maria Caterina Jacobelli) ma anche da storiche (come Anna Carfora e Adriana Valerio), geografe (come Giuliana Martirani), giornaliste (come Gabriella Caramore), operatrici sociali (come Rita Giaretta) e politiche (come Giancarla Codrignani). Ad esempio una di loro, Antonietta Potente, commenta così il versetto del vangelo secondo Marco “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”: “Da questo testo non nasce una comunità gerarchica di discepoli, ma piuttosto la passione condivisa di alcuni compagni. Coloro che narrano, narrano chi era il loro amico, come l’avevano incontrato e come si erano sintetizzati con lui. Noi lo abbiamo enfatizzato al punto da farlo diventare un testo istituzionale. E’ invece profondamente quotidiano ed umano. Era normale che Gesù facesse gruppo con altri compagni; era normale che questi compagni fossero semplicemente pescatori. Era normale perché il lavoro del pescatore è un lavoro di ricerca, di attesa, di profonda stanchezza. Il desiderio di incontro, di ritornare, di fare casa, certamente era intenso e molto grande in queste persone. Nella narrazione di Marco non troviamo descritta l’organizzazione di un gruppo, ma semplicemente la nascita di legami, di sensibilità, di passioni intorno ad un sogno comune. Non siamo davanti a un traguardo, ma ad una partenza. E’ bello perché è un testo popolare, potremmo dire proletario, mistico e politico allo stesso tempo, dove nella narrazione si mescola l’affetto e la scoperta della dignità del proprio lavoro, della propria condizione sociale, delle proprie rivendicazioni quotidiane che ricercano incessantemente la vita: è un testo che i discepoli raccontano per descrivere e spiegare la loro piccola e grande storia di liberazione e perché altri e altre si riscoprano in essa”.
Insomma, dopo tanto dibattito pubblico sulla laicità, finalmente un libro che - invece di teorizzarvi sopra - ne dà una esemplificazione concreta: non uno spazio vuoto in cui ognuno evita di auto-rappresentarsi per quello che è, bensì un crocevia dove si incontrano le identità più diverse. Con la libertà di dirsi ateo o indifferente, anzi addirittura di raccontare la fatica della propria ricerca e il conforto di qualche spiraglio di senso.

RIQUADRO
Le “omelie laiche” qui pubblicate sono, originariamente, apparse nel corso di vari anni su “Adista”, “l’agenzia di stampa laica che da più di 40 anni diffonde informazione religiosa a tutto campo e senza reticenze”, inspirandosi alla laicità concepita, con il teologo Cuminetti, quale “assunzione di aporie e contraddizioni, sofferenza e rabbia, speranza e sogno”. La redazione di “Adista” è a Roma, dove vengono pubblicate sia l’edizione cartacea (distribuita su abbonamento) che l’edizione telematica (www.adista.it); ma il fondatore è il siciliano Giovanni Avena, tra i più noti protagonisti della stagione post-conciliare del cattolicesimo italiano. Proprio in questi giorni è in atto un cambio al timone dell’agenzia di stampa: dopo sette anni, Eletta Cucuzza lascia la direzione e le subentra Angelo Bertani, già direttore del quindicinale della Fuci “Ricerca”; poi responsabile della redazione romana di “Avvenire” e condirettore della rivista del Meic “Coscienza”; quindi fondatore di “Segno Sette” (un settimanale agile e vivace, che si diffonde ben oltre i confini dell’Azione cattolica); infine dal 1992 al 1995 caporedattore del prestigioso mensile “Jesus” e dal 1996 caporedattore e vicedirettore di “Famiglia cristiana”.

venerdì 1 agosto 2008

Nuovo dizionario di mafia e antimafia


E’ in edicola da pochi giorni il NUOVO DIZIONARIO DI MAFIA E ANTIMAFIA edito dalle Edizioni Gruppo Abele di Torino (a cura di M. Mareso e L. Pepino, prefazione di N. Tranfaglia), pp. 603, euro 28,00.
La voce “Educazione alla legalità” (pp. 233 - 237) è stata curata da me.

mercoledì 25 giugno 2008

I “pizzini” della legalità


L’editore Coppola di Trapani ha pubblicato oggi, nella Collana "I ‘pizzini’ della legalità", il mio tascabile COME POSSO FARE DI MIO FIGLIO UN VERO UOMO D’ONORE?
Nelle librerie è distribuito al prezzo di copertina di euro 2,00.
Buona lettura a tutte e a tutti!

martedì 27 maggio 2008

Conferenza mondiale dei consulenti filosofici in Sardegna


Dal 16 al 19 luglio 2008 ci sarà la Conferenza mondiale dei consulenti filosofici.
E’ un’occasione preziosa per chi volesse conoscere da vicino i maggiori esponenti del variegato mondo delle ‘pratiche filosofiche’.
Potete accedere al relativo sito o attraverso il sito della nostra associazione italiana (www.phonesis.info) o direttamente dirigendovi su www.carloforte2008.eu
Per l’occasione, dieci filosofi ‘pratici’ italiani presenteremo un volume (sia in edizione italiana sia in edizione inglese, entrambe pubblicate dalla Casa editrice Di Girolamo di Trapani) in cui sintetizziamo le acquisizioni teoriche e pratiche sinora maturate nel nostro Paese. Il titolo del libro (che nei mesi successivi al convegno mondiale sarà acquistabile anche nelle librerie) è: “Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni”. La versione inglese - acquistabile in Italia nelle librerie e dall’estero via internet - è “Philosophical Practice. in Italy”. La Presentazione, in entrambe le edizioni, è di Ran Lahav.

lunedì 26 maggio 2008

“La mafia spiegata ai turisti” (”Repubblica”, Enrico Bellavia)


“Repubblica - Palermo” 13 marzo 2008
Il fenomeno mafia spiegato agli stranieri in sei lingue

Oltre i luoghi comuni vieti e abusati, gli stereotipi delle fiction il pretesto di una guida per turisti in sei lingue prova a mettere alcuni punti fermi su cosa sia stata e cosa è diventata Cosa nostra. Domande semplici, risposte articolate per rispondere alle curiosità più diffuse di chi in Sicilia mette piede per la prima volta, ma anche per sollecitare la riflessione di chi in questa terra vive da marziano. Così si fa piazza pulita del mito di una mafia buona che non uccide donne e bambini. Si prova a delineare tracciare un identikit dellla mafia gangsteristica e di un mafioso che non è l’ uomo in velluto con panciotto, lupara e coppola ma abita in mezzo a noi. Il volume, che sarà presentato questo pomeriggio alle 18,15 all’ Auditorium Rai di viale Strasburgo, è opera di Augusto Cavadi, impegnato da tempo nello studio del fenomeno mafioso. «La mafia spiegata ai turisti» (pag.55, edito da Di Girolamo, 5,90 euro) è tradotta in giapponese, tedesco, inglese, spagnolo e francese. In fondo al volume una bibliografia essenziale e alcune schede di approfondimento tratte dalle ricerche del centro “Peppino Impastato”.
e.b.

giovedì 10 aprile 2008

La mafia spiegata ai turisti su www.trapaniwelcome.it


www.trapaniwelcome.it
10.4.2008

LA MAFIA SPIEGATA AI TURISTI
 DA AUGUSTO CAVADI
Parlare di Mafia è sempre difficile. Si rischia di cadere facilmente preda dei soliti luoghi comuni.
Il libro di Cavadi, invece, ha lo straordinario pregio di partire proprio da quest’ultimi per sfatare, contraddire e – qualche volta - confermare l’impalcatura folkloristica che negli anni è stata costruita attorno alla Mafia.
L’Onorata Società,che non manca mai di essere citata in tutto quello che ha a che fare-anche vagamente- con la Sicilia,è ormai giunta a far parte del DNA e del colore di questa terra.
Per pigrizia,comodità ed ignoranza l’annosa convivenza tra mito e realtà è stata accettata ed assimilata dai siciliani stessi, incapaci ancora oggi di spiegare e spiegarsi cos’è veramente la Mafia.
In soccorso dei più confusi giunge allora il libro-manuale di Cavadi che, punto per punto, tenta di rispondere alle domande più comuni proponendo nuove interessanti chiavi di lettura nell’ottica di una Mafia che cambia, risultando difficile da riconoscere, ma impossibile da ignorare.
Di grande intelligenza,infine, la sezione riservata alla bibliografia. Come a dire: “la Mafia spiegata ai turisti” è il primo passo per chi vuole realmente conoscere e approfondire il fenomeno “Cosa Nostra”.

Di Girolamo Editore, Trapani, 2008, pp. 54 (edito anche in lingua inglese, tedesca, francese, spagnola e giapponese).

sabato 30 giugno 2007

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO


NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 135 del 29 giugno 2007

7. Riedizioni: Augusto Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia

7. RIEDIZIONI. AUGUSTO CAVADI (A CURA DI): A SCUOLA DI ANTIMAFIA
Augusto Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, Palermo 1994, D G editore, Trapani 2006, pp. 296, euro 22. Finalmente ripubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, un eccellente strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo a educatori, formatori, docenti, bibliotecari, militanti politici di base, pubblici amministratori, e a chiunque voglia contribuire alla lotta alla mafia avendo e diffondendo una precisa cognizione di cosa occorre sapere, e cosa occorre fare e come; insomma: un libro che raccomandiamo a tutte le persone dotate del ben dell’intelletto e del piacere dell’onesta’. Con testi, oltre che del curatore, di Amelia Crisantino, Giovanni la Fiura, Umberto Santino. Per richieste alla casa editrice: e-mail: info@ilpozzodigiacobbe.com, sito: www.ilpozzodigiacobbe.com

(Peppe Sini)

venerdì 23 marzo 2007

“A SCUOLA DI ANTIMAFIA”


Repubblica - Palermo


23.3.07 

L’ANTIMAFIA SENZA FRASI FATTE

di Marcello Benfante 


Accade che a scuola l’antimafia si traduca meccanicamente o quasi per inerzia in una specie di retorica legalitaria. Talora abbastanza efficace, in fin dei conti. Più spesso stucchevolmente agiografica e impacciata dagli imperativi categorici del “politicamente corretto”. Anche per questo, un libro come “A scuola di antimafia”, che a cura di Augusto Cavadi appare per i tipi dell’editore Di Girolamo, può aiutare (non solo i docenti) a superare certi sterili interventi normativi e omiletici. Si tratta infatti di un volume collettaneo di quasi trecento pagine in cui confluiscono - tra l’altro - i contributi di autorevoli esperti come Umberto Santino, Amelia Crisantino, Giovanni La Fiura e lo stesso Cavadi, il cui merito principale, oltre ad offrire numerosi spunti pedagogici e di riflessione storica, consiste in un lavoro di destrutturazione dei luoghi comuni relativi al fenomeno mafioso.

È sul piano del linguaggio, infatti, che si gioca la partita più importante. Ovvero quella della formazione e dell’informazione, così strettamente connesse l’una all’altra. Solo costruendo un nuovo lessico e una nuova grammatica dell’antimafia sarà possibile affrontare il problema della criminalità organizzata con strumenti interpretativi efficaci, con una maggiore trasparenza comunicativa e con una riconquistata credibilità (oggi in parte compromessa dalla retorica istituzionale, dai sociologismi tautologici, dalla demagogia del politichese, dalla torbida ipocrisia di segmenti di società contigui a Cosa Nostra).Naturalmente, il testo consente una perlustrazione esauriente dell’argomento (e al riguardo i saggi di Santino offrono, per chiarezza e precisione, una sintesi ottimale). Tuttavia è la critica agli stereotipi, alle espressioni consunte, a quelli che

La Fiura definisce i “moduli fuorvianti”, agli equivoci frustri e ipocriti, agli ideologismi striscianti, l’apporto più significativo dell’antologia, nonché la proposta più interessante e operativa per i docenti a cui la pubblicazione esplicitamente si rivolge.Il compito della scuola, infatti, dovrebbe essere in primo luogo quello di ridefinire la questione sfrondandola dai termini mistificanti in cui troppo spesso si ammanta.Oltre a demistificare i topoi ambigui della mafiologia, Amelia Crisantino analizza, per esempio, termini apparentemente anodini della cronaca nera come “recrudescenza” o “emergenza” dai quali emerge un’erronea interpretazione di tipo congiunturale e non continuativo-strutturale del fenomeno mafioso. Questi termini, che ricorrono con insistenza nel giornalismo e nel linguaggio quotidiano, sottintendono infatti “un’idea di mafia come mera fabbrica di omicidi” che diventa inoperosa tra un fatto di sangue e l’altro e che quindi non ha una sua intrinseca e funzionale collocazione nella società.Il discorso si fa più complesso allorché si passa a considerare una serie di banalizzazioni tenacissime radicate in un immaginario collettivo, in un sentire diffuso: che la mafia ignori chi sa farsi i fatti propri; che alle sue origini ci sia un “codice d’onore” poi stravolto da uno sviluppo distorto; che essa sia un fossile subculturale, “un relitto della storia”, un arcaismo o comunque un elemento di persistente arretratezza.Santino, al riguardo, contesta l’opinione dell’antropologo tedesco Henner Hess secondo cui la mafia, piuttosto che un’organizzazione, sia “una mentalità e un modo di essere”, ovvero una sorta di primitivismo, di sottosviluppo culturale. Quest’idea (in fondo consolatoria) ha tradizionalmente trovato ampio spazio nella scuola poiché consente un superficiale giudizio di valore basato su una prospettiva di superamento storico e di dislivello civile tra i mondi separati della mafia e della modernità. Analogamente, Santino rifiuta lo schema interpretativo del “familismo amorale”, formula coniata negli anni ’50 dall’antropologo americano Edward Banfield, che oggi appare inadeguata (ma Cavadi ha un’opinione più sfumata) a spiegare la complessità di un fenomeno in cui interagiscono molteplici fattori.L’insidiosità di queste idee, in cui s’innerva perniciosamente un neosicilianismo difensivistico e una mitopoietica della piovra universale e del Male Assoluto, sta soprattutto in certe parziali e storpiate verità che esse contengono a un livello semplificato e in ultima analisi manipolatorio.Anche Cavadi insiste sui “pregiudizi da sfatare”, istituendo una serie di illuminanti analogie tra la visione del mondo mafiosa e la cultura cattolica e quella borghese.Da questo Rasoio di Occam, che elimina sistematicamente tutta una serie di equivoci e falsi truismi, scaturisce un libro problematico e dinamico che il curatore definisce un work in progress.Già apparso nel 1995 come Quaderno del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, viene opportunamente riproposto in forma aggiornata e integrata per rifare il punto su una questione che è sempre in divenire e che sempre pone nuove sfide.Articolato in cinque sezioni (Materiali di studio, Contributi pedagogici, Esperienze e progetti, La legislazione, Strumenti bibliografici e sussidi didattici) il volume vuole essere soprattutto uno strumento di intervento messo a disposizione degli insegnanti e degli alunni nella consapevolezza che occorra contestualmente impegnarsi su tutte le direzioni temporali. Ossia: “Studiare il passato, analizzare il presente, progettare il futuro”. 

martedì 17 ottobre 2006

“E PER PASSIONE LA FILOSOFIA”


Repubblica - Palermo 17.10.2006
Nino Alongi

LA FATICA DI PENSARE

Il ritorno alla filosofia: una moda o un bisogno? E l’interrogativo che Augusto Cavadi, l’autore dell’agile saggio E per passione la filosofia, si pone e pone ai lettori. Dalla lettura si evince chiaramente l’obiettivo che in fondo si intende perseguire: riproporre, avvalendosi di uno stile comunicativo ma senza mai scadere nella banalità, gli eterni temi dell’esistenza umana che la filosofia non risolve, ma tuttavia affronta, spesso con più lucidità della scienza, suscitando di volta in volta nella lettura reazioni diverse, ma che sempre alla fine coinvolgono. Nel saggio vengono ripercorsi con le domande di senso le risposte che i grandi della filosofia hanno dato. Il saggio è ricco di note e di riferimenti. Un intreccio sapiente di attualità e di dottrina, un gioco fatto di riflessioni dotte e di battute ironiche, “la fatica del pensare” che diventa stimolo - come direbbe Ludwig Wittgenstein - a pensare da sé. Il lettore, infatti, si ritrova alla fine, certamente con più dubbi che certezze, ma con una maggiore disponibilità alla lettura e alla riflessione. Completa il saggio una ricca bibliografia su temi filosofici di autori italiani e stranieri.

martedì 10 ottobre 2006

SCAFFALE


STILOS
10.10.2006

Augusto Cavadi
E per passione la filosofia
pp. 187
Donzelli 2006

Sottotitolo provocatorio per il saggio di cavadi, docente di filosofia in un liceo di Palermo, “Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze”, ovvero la filosofia, una disciplina che non è al servizio di nulla e che pure “serve” alla poesia, alla mistica, alla politica, alla lettura. Oggi che poi è tornata di moda, dopo alcuni decenni di eclissi, è giusto spiegare come si “pensa” e perchè l’uomo e la donna della strada dovrebbero filosofare pur occupandosi abitualmente d’altro nella vita.