domenica 23 febbraio 2020

DAVIDE MICCIONE SU "MOSAICI DI SAGGEZZE"

Sull'ultimo numero della rivista on line "Phronesis" (accessibile gratuitamente per intero), Davide Miccione mi ha regalato una bella recensione del mio testamento spirituale ("a babbo vivo", come a suo tempo si è affrettato a precisare Bruno Vergani): 

Con gratitudine la riproduco sul mio blog (che ormai è anche il mio archivio):
Phronesis”, n. 2, seconda serie, febbraio 2020

Recensione di Davide Miccione
del volume:

Augusto Cavadi, Mosaici di Saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 367. 

A vent’anni dal suo arrivo in Italia e pur consapevole del suo momentaneo letargo, continuo a pensare che la consulenza filosofica rappresenti la “via regia” per la consapevolezza della avvenuta Svolta pratica. La trasformazione achenbachiana del filosofo da “grossista” a “dettagliante”, l’incontro con il singolo e non più con il pubblico, con l’interlocutore che adesso mi parla e non con la massa dei lettori, il ritorno a movenze socratiche da lungo tempo dimenticate, ci portano di necessità in altri luoghi da cui la filosofia “tradizionale” in cui tutti noi siamo cresciuti finalmente ci appare visibile. Ma accanto alla via regia, centrata con tutta evidenza sul colloquio individuale e su quel vero e proprio trauma (più rimosso che elaborato o riassorbito in verità) di pensare il filosofo come professionista, esistono altre strade, viottoli, sentieri. Alcuni larghi e comodi ma che non portano da nessuna parte, altri che consentono al viaggiatore solo sguardi banali, su piazzole di sosta e autogrill di catena tutti uguali; altri ancora invece tortuosi, stretti, accidentati, che aprono però panorami inaspettati e non altrimenti osservabili. Ognuno di questi itinerari ha un suo cartografo, sterratore, asfaltatore e persino esattore di pedaggio che esplora e propone (partendo da essa e giungendo a essa) una propria idea di ragione: quella di Sautet è conversevole, colta, pienamente “continentale” nel suo storicizzare le questioni; quella di Lipman è logica, pubblica, pragmatica; quella di Pollastri sembra invece dialettica, radicale e con aspirazioni alla totalità e così via. Ma in Italia, contemporaneamente all’entrata in campo di Achenbach, si muoveva già uno sherpa che tutti questi sentieri li stava battendo o spesso perfino tracciando, battezzando e disboscando: Augusto Cavadi. Prima che le pratiche filosofiche avessero un termine in grado di unirle concettualmente Cavadi si era già dato da fare per esplorarne un buon numero. L’idea di ragione che guida Cavadi nella sua esplorazione è insieme politica e spirituale. Alla perenne ricerca di un senso (non a caso l’interesse ritornante per la logoterapia di Frankl e il tentativo di mettere in evidenza eventuali affinità tra questa e la Pratica filosofica), sembra evidente per Cavadi che questo non si possa trovarlo sottraendoci al mondo, inseguendo quello stato di sospensione/eccezione che traspare da certe pagine della ultima Arendt o nelle “morti apparenti” di Sloterdijk. Il senso in Cavadi passa sempre da un immergersi nel mondo e non da un allontanarsi da esso, è sempre un senso da trovare insieme, nel dialogo. Un dialogo che tenta di stringere di più i dialoganti ad un sentire comune, ad una verità minima trasversale, che ha a cuore i dialoganti almeno tanto quanto la verità che si origina dal dialogo; è dunque, quella cavadiana, una ragione che necessita una attenta vigilanza contro la tentazione del sincretismo e dell’irenismo come altre dovrebbero guardarsi invece dall’astrattezza o dalla deriva eristica. In questo orizzonte, Mosaici di saggezze assume una posizione centrale e non aggirabile in quella imponente mole e varietà di scritti dell’autore che rischia, con il solo peso del numero, di rendere difficile al critico la delineazione di una traiettoria di sviluppo teorico. Mosaici appare come la presentazione del retroterra teorico da cui Cavadi muove e al contempo della terra promessa verso cui si dirige. La chiave sta non tanto nel titolo quanto nel sottotitolo che, come spesso accade, è meno ad effetto ma decisamente più esplicativo: Filosofia come nuova antichissima spiritualità. Il tema sembrerebbe dunque la spiritualità come nesso. Nesso tra che cosa? Qui la questione si fa più difficile. Forse tra filosofia e religione, in fondo i due temi principali presenti nella produzione di Cavadi? In alcune pagine Cavadi sembra portarci a pensarlo pur negandolo (ad esempio si pensi alla costruzione, a ricalco di quelle religiose, di cerimonie comunitarie filosofiche presentata nell’appendice del libro). Tendo però a pensare che il vero nesso si collochi piuttosto tra teoria e pratica giacché la spiritualità non può certo essere solo una teoria o una forma di cultura o un genere letterario ma una pratica: «essa non è una mera teoria né tanto meno ideologia, ma praxis nel senso plenario del termine, inseparabilmente interiore ed esteriore» (Mosaici p. 63, da ora in poi indicato con il solo numero di pagina) e la filosofia, nell’interpretazione cavadiana, certamente lo è altrettanto. Questa centralità della comunità dialogante (ci si concentri sul sostantivo e si noterà come negli scritti di Pollastri o nei miei è quasi sempre l’individuo e non la comunità ad essere in dialogo) già alcuni passi di Mosaici di saggezze, dove la lingua chiara e piana di Cavadi sembra salire di tono e di ispirazione, bastano per mostrarla nel suo essere qui già e non ancora. Ad esempio, si legga dove si descrive il rapporto tra le scienze umane e la comunità scientifica: «risultato di queste specializzazioni è l’immenso cantiere della cultura planetaria: una sorta di alveare da cui – senza interruzione – miriadi di api sciamano in cerca dei fiori più svariati e ne succhiano il nettare per tornare, infine, nella casa comune a produrre ogni tipo di miele» (p. 22), o ancora: «in questa apertura di orizzonti [...] si realizza l’unica globalizzazione che può rendere sensata l’internazionalizzazione delle transazioni economiche: il meticciato degli spiriti, lo scambio delle intuizioni, l’emendazione reciproca e l’integrazione delle tradizioni sapienziali» (p. 46).
    Non stupirà, dopo queste righe, la scelta di far iniziare il volume con un protrettico, genere alla cui frequentazione Cavadi non è nuovo avendogli già dedicato un sentito volume (E, per passione, la filosofia, Di Girolamo 2006). Procedendo in questa esortazione al filosofare, che pur risalendo fino al padre del “genere” – Aristotele -  prende nuova linfa dallo sguardo consulenziale e da una diversa conseguente pensabilità del ruolo sociale della filosofia, Mosaici procede poi a dichiarare l’intento del volume con una circospezione insolita per l’autore, solitamente più diretto nel presentare la tesi portante dei suoi lavori e che fa pensare che Cavadi abbia ben colto la notevole ambizione della sua impresa, da lui descritta come l’azione di «recuperare, e valorizzare, alcuni filoni spirituali contenuti nella storia della filosofia occidentale. Filoni rilevanti né più né meno di altri, ma che [...] rischiano di precipitare nell’oblio» (p. 47), lavorando però «non in concorrenza con le spiritualità attuali, ma per ampliarne la gamma, recuperare gli elementi costitutivi di una spiritualità filosofica» (p. 49).L’ambizione e la difficoltà, e dunque anche il pregio di quest’opera (di testi che dissodano il già dissodato sono pieni i dipartimenti, soprattutto dopo l’apocalisse bibliometrica e citazionale di questo decennio), sono costituiti dall’estrema difficoltà a fissare il significato e i limiti del concetto di spiritualità (ben più dei suoi “vicini”: mistica, religione, etica ecc.) e dalla scivolosità dell’oggetto spiritualità, di cui l’autore del resto non fa alcun mistero, e infine dalla conseguente difficoltà a rintracciarla nella storia della filosofia, isolarla, renderla percorribile tracciandone passerelle e camminamenti e lavorare ad ipotesi di riabilitazione e rivitalizzazione. Un compito estremamente difficile minacciato perennemente dal pericolo di sovra-estendere o sotto-estendere semanticamente la spiritualità, un pericolo che incombe su tutte le parole ma che diventa certezza per alcune. La ricerca di Cavadi sembrerebbe dunque essere storica e induttiva, paziente e graduale, ma ogni ricerca (è una vecchia storia che ci portiamo dietro da Platone) parte pur sempre, diciamo così, da un identikit del ricercato. Per tratteggiarlo Cavadi mette in campo, da filosofo formato teologicamente, una via negationis, asserendo che la spiritualità non è fede (o più precisamente che la fede non ne è un elemento costituente e necessario), che non ha a che fare con lo spirito (nel senso che nella spiritualità non è implicita una adesione a una antropologia filosofica dualista che distingue il corpo da un principio immateriale) e che non è necessaria neppure la presenza di Dio. Cavadi inoltre, coerentemente con la ragione comunitaria e dialogante cui accennavamo prima, ci tiene a eliminare l’idea di una spiritualità come fuga dal mondo, come condizione solitaria, nonché l’idea di una spiritualità come lusso per ricchi, posteriore al primum vivere o, ancora, come condizione apolitica. Questa via negationis, che fa da preambolo all’indagine più propriamente storico-filosofica, pur fornendo annotazioni perlopiù ragionevoli e condivisibili, procede non stringendo ma semmai ampliando ulteriormente l’estensione semantica dell’oggetto del libro. 
   La questione fondamentale che dà senso al volume non è però l’indagine sulla spiritualità come costruzione di un modello teorico rigido e definitorio, bensì l’indagine sulla dimensione spirituale della filosofia nella storia e sulla possibilità di proporsi della filosofia come spiritualità filosofica. Sulla scorta di Hadot, Cavadi tratteggia le questioni storiche sottese al tema della spiritualità nella filosofia, descrivendo l’ingrottamento di tali questioni in una filosofia ormai nel medioevo degradata ad “ancilla”, riflette su “l’auto ridimensionamento della filosofia” acutamente definito come una decurtazione percepita come un guadagno e sulla catastrofica identificazione degli intellettuali come di coloro che si occupano d’altro: «la laicità è diventata, quasi senza che ce ne accorgessimo, sinonimo di “a-spiritualità”» (p. 75). Ne seguiranno tutti i corollari di questa trasformazione, dal linguaggio tecnico al rinserramento accademico. Un peggioramento rispetto a un’epoca in cui il cristianesimo pensava di essere la migliore filosofia (come del resto ogni filosofia ha sempre pensato di sé) ma non l’unico canale della spiritualità e l’unica guida dell’esistenza, una perdita rispetto ai primissimi secoli d. C. visti come stato di grazia della spiritualità e del pensiero in quanto periodo in cui le varie religioni e una filosofia non ancora amputata della sua capacità di farsi prassi, stile di vita, exemplum, comunità, convivevano in fruttuosa dialettica. 
Oggi questa riflessione di Cavadi appare tanto più preziosa quanto più il tempo presente ci riporta ad una situazione di pluralismo spirituale in cui pensare alla religione ancora come monopolista rischia di non cogliere la vacatio attuale e di lasciare scoperte parti fondamentali della vita umana. In questa cornice s’inserisce la chiamata alle armi (filosofiche) che questo volume senza dubbio rappresenta. Posta la cornice, resta a Cavadi il compito di preparare se non il dipinto almeno un cartone preparatorio di quello che la filosofia come spiritualità o la spiritualità filosofica che dir si voglia può diventare. Cavadi evita subito uno scoglio insidioso, quello di santificare il modello ellenistico e proporre la sua ripresa come ripresa della spiritualità filosofica tout court, passaggio su cui metteva in guardia già Mádera e, con più convinzione, i due autori richiamati in nota, Martha Nussbaum, con cui lungamente Cavadi dialoga, e Pollastri, che richiama l’attenzione del lettore sulla natura terapeutica e dogmatica delle scuole ellenistiche. Questo rifiuto di modellizzarsi sulla filosofia ellenistica non si traduce però, molto saggiamente, nella preferenza per un’altra epoca o un’altra tradizione filosofica. 
Nelle pagine seguenti Cavadi analizza a volo d’uccello e con scelte interessanti e personali alcuni filosofi moderni e contemporanei nel tentativo di metterne in evidenza gli aspetti utilizzabili nella costruzione della spiritualità filosofica o comunque attestanti questo aspetto della loro filosofia. Questa concessione alla tradizionale perlustrazione storica del problema, coerentemente agli intenti espliciti del libro, lascia però dopo poche pagine spazio ad un più interessante tentativo di costruire a partire dalla propria esperienza e dai passi e dagli autori che lo hanno colpito, una ipotesi di spiritualità filosofica. Questa è la parte più vitale del libro, quella in cui Cavadi ibrida la sua esperienza di vita con i suoi ampi interessi provando non tanto a descrivere quanto a raccontare cosa una spiritualità filosofica possa dire e dare ad un uomo che le si avvicini. Questa parte del volume è sorprendente per capacità di cogliere le sfumature dell’esistenza e per il coraggioso tentativo di riuscire a creare delle partizioni nella complessa e olistica realtà umana. Questo tentativo finisce con il configurarsi come un’antropologia filosofica del filosofo, cosa tanto utile nell’attuale confusione quanto foriere di grandi e piccole catastrofi sono state le antropologie filosofiche dell’uomo nella sua interezza proposte nei vari millenni.
 Passano così sotto gli occhi del lettore le proposte di Cavadi sui vari aspetti della vita del filosofo e sulla loro possibile esemplarità per gli altri uomini: l’attenzione per la conoscenza della realtà, per il rigore scientifico, l’equilibrio tra l’investimento meditativo su di sé e quello sugli altri, la modestia e la finitezza, il rapporto con il lavoro, con la vecchiaia, il silenzio e l’ascolto, e mille altre cose. Una varietà e una sincerità di scrittura che porta il lettore a partecipare al ragionamento e a prendere posizione sulle posizioni prese da Cavadi riguardo alle singole questioni. In fondo anche questa seconda parte, come in un certo senso tutta l’opera di Augusto Cavadi, è una esortazione ad un filosofare comunitario. Stavolta l’esortazione non si rivolge a un generico uomo dotato di mente e cuore ma ai filosofi non chiusi alla svolta pratica. Ad essi tocca rispondere alle numerose sollecitazioni che il libro mette in campo: toccherà decidere se adottare il concetto di spiritualità filosofica o sostituirlo, se lasciarlo nell’estensione che il suo autore propone o ridurne l’ampiezza, se farlo coincidere con la pratica filosofica o differenziarlo. I margini sono ampi, sia per la natura pioneristica della proposta sia per il carattere non paradigmatico o vincolante della stessa (più volte Cavadi annota come molte pagine del libro rappresentino ciò che lui testimonia per sé e la sua esperienza e non ciò che pensa valga per tutti), e ampio è il campo d’azione e di pensiero che si aprirebbe ai filosofi.
                                                        Davide Miccione

sabato 22 febbraio 2020

C'E' UN GIUDICE A PALERMO ? SI', MA ANCHE AVVOCATI...

“REPUBBLICA – PALERMO”
21.2.2020

QUANDO E’ LA BUROCRAZIA A UCCIDERE IL SENSO CIVICO

Per quanto strano possa sembrare, esistono cittadini – anche nel Meridione – che tifano per lo Stato democratico e i suoi valori costituzionali. Che pagano di buon grado le tasse. Certo, lo farebbero con animo più convinto se i servizi essenziali fossero migliori; se i pronto-soccorso non fossero in condizioni babeliche; se meno classi scolastiche fossero ospitate in edifici non a norma di legge; se le cause penali e civili non durassero sino allo sfinimento…ma lo fanno. Eppure ci si può trovare in situazioni in cui il senso civico è messo a dura prova.
Più di quarant’anni fa, ad esempio, mia madre ereditò un terreno dai suoi genitori, ma la giunta comunale di Niscemi lo dichiarò quasi subito “verde pubblico”. Ovviamente non lo si poté vendere a privati; non lo si poté cedere in comodato d’uso gratuito al parroco perché questi non intendeva investire denaro per farne un campo di calcio che in qualsiasi momento gli avrebbero potuto sottrarre. Dopo quasi mezzo secolo, non è stato espropriato (né versata alcuna somma a risarcimento) né attrezzato a “verde pubblico”. Metro quadrato dopo metro quadrato è stato quasi tutto fagocitato da costruzioni abusive ormai, probabilmente, sanate. Insomma: un esempio eloquente di prepotenza istituzionale ai danni di chi non ha voluto – anche perché poco conveniente – ricorrere al Tribunale amministrativo regionale. 
 Ormai anche mia madre non c’è più da anni. Mi sono ricordato della vicenda perché qualcosa di simile sta avvenendo a un mio caro amico di Palermo. Nel 2015, a lui come a diversi proprietari, sono stati espropriati dei terreni in contrada Belmonte-Chiavelli. Sacrosanta la ragione: la realizzazione di un progetto di regimazione idraulica a cavallo fra i comuni di Palermo e di Belmonte Mezzagno. Come prevede la legge, il Genio civile del capoluogo avrebbe dovuto operare un nuovo frazionamento dei terreni, assegnando a ciascuno un numero di particella: ma, di mese in mese, sono trascorsi invano i primi cinque anni. Né si profila all’orizzonte una data certa. Senza la nuova particella, questi terreni sono bloccati: non si possono né vendere né donare. Ancora una volta, numerosi cittadini (alcuni dei quali più vicini agli ottant’anni che ai settanta) vengono privati del diritto costituzionale di disporre della loro proprietà solo perché la burocrazia sa di essere - di fatto, se non di diritto - al di sopra di ogni rivendicazione. Così anche questi terreni galleggeranno (chi sa per quanto tempo ancora) in una sorta di no man’s land  dai confini incerti, preda di chi è meno motivato al rispetto delle regole e più svelto a creare situazioni di fatto,  destinati infine a scomparire fra le spire di un sistema che se non mafioso, certamente è mafiogeno.
 Secondo Bertold Brecht, il mugnaio di Potsdam trovò un giudice a Berlino che ne difese i diritti contro le pretese dell’imperatore Federico II di Prussia, deciso a espropriare un mulino solo per allargare il panorama dalla sua reggia. Certamente ce ne sarà anche uno – anzi più di uno – a Palermo. Ma non siamo nel Settecento e bisogna trovare anche degli avvocati che, comprensibilmente, non lavorano gratis. E non sempre (ammesso che la disponibilità finanziaria ci sia) il gioco vale la candela. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

giovedì 20 febbraio 2020

EDUCARE ALLA LEGALITA': LA SOLITA MINESTRA ?

      “No mafia memorial” di Palermo
      Giovedì 20 febbraio 2020

LABORATORIO CON AUGUSTO CAVADI SU:

         EDUCAZIONE ALLA LEGALITA’:LA SOLITA MINESTRA?

·      Figli di una sconfitta (o di una mezza vittoria): dalla legge 51/80 a oggi 
·      La pedagogia mafiosa come possibile modello di una pedagogia “alternativa”:
1.    I “valori” del codice culturale mafioso
2.    Non è mera istruzione cognitivistica  (è integrale)
3.    Non è settoriale                           (è territoriale)
4.    Non è puntuale                            (è contestuale)

·      Le cinque tappe di un’educazione alla legalità (democratica)
1.   L’informazione basilare sulle norme
2.   L’esame critico delle norme (al di là di conformismo e ribellismo)
3.    Il supporto motivazionale all’obbedienza alle leggi
4.    Il supporto motivazionale alla disobbedienza alle leggi
5.    Il supporto motivazionale all’impegno socio-politico

                              °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Suggerimenti per approfondire le tematiche 
       di questo seminario (testi di A. C.):
·    Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia alternativa (Di Girolamo)
·      Legalità (Di Girolamo)
·      Etica. Idee semplici per orientarsi (Aracne)
·      A scuola di antimafia (Di Girolamo: scritto con vari altri autori)
·      Presidi da bocciare ? (Di Girolamo)
·      La mafia spiegata ai turisti (Di Girolamo)
·      Il Dio dei mafiosi (San Paolo)
·      Il vangelo e la lupara. Documenti e studi su chiese e mafie (Di Girolamo: scritto con altri autori)
·      Beato fra i mafiosi. Don Puglisi: storia, metodo, teologia (Di Girolamo: scritto con F. Palazzo e R. Cascio)
·      La bellezza della politica. Attraverso, e oltre, le ideologie del Novecento (Di Girolamo: scritto con E. Poma)
·      Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo)
·      La mafia desnuda. L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”(Di Girolamo)
·      Il mio parroco non è come gli altri. Docu-racconto su don Pino Puglisi (Di Girolamo: scritto con L. Genco per i ragazzini delle medie)
·      Padre Pino Puglisi (Il pozzo di Giacobbe: scritto con L. Genco per i bambini delle ultime tre classi delle elementari)
·      Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia (Il pozzo di Giacobbe)
·      Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito (Dehoniane)
·      Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Il pozzo di Giacobbe)
·      Filosofare in carcere. Un’esperienza di filosofia-in-pratica all’Ucciardone di Palermo (Diogene Multimedia)
·      Filosofare dal quotidiano (www.ilmiolibro.it)

INOLTRE:

M. Federico -A. Saieva, Tutti in campo. E tu, conosci Peppino Impastato? (Navarra: per le ultime tre classi delle elementari e le prime due classi della media)

martedì 18 febbraio 2020

TRE GIORNI DI FILOSOFIA PER NON...FILOSOFI SULLE MADONIE DAL 10 AL 12 LUGLIO 2020

UNA    MONTAGNA    DI….  FILOSOFIA

 FESTIVAL DELLE PRATICHE FILOSOFICHE SULLE MADONIE

Organizzato dalla Fondazione “G. A. Borgese” di Polizzi Generosa (Palermo)
In collaborazione con la “Casa dell’equità e della bellezza” (Palermo)


Tre giorni di convivialità
tra filosofi e non-filosofi (di professione)”

                                                 POLIZZI GENEROSA
                                                       (PALERMO)

                                                 10-11- 12 Luglio 2020

Venerdì 10 luglio
ore 14,00 – 16,00 :     arrivo e sistemazione negli alberghi convenzionati

ore 16,30 – 17,30 :     passeggiata filosofica condotta da Augusto Cavadi.
                                   Si inizia a Piazza Gramsci

ore 18,00 – 20,00 :    “Ma la felicità è possibile per questa umanità?” 
                                   Conversazione con Orlando Franceschelli 
                                   in piazza G. A. Borgese

ore 20,00 – 21,30:     Pausa per la cena nei locali convenzionati

ore 22,00 – 23,00:     Momento musicale presso la Fondazione G. A. Borgese
                                   (Cortile S. Spirito, 2)

Sabato 11 luglio
ore 9,30–11,30:      Colazione col filosofo
·       Ai Templari – Piazza Castello: Colazione con Orlando Franceschelli su “Il pianeta terra avrà un futuro?”

·      Da Tumasella – Piazza Gramsci : Colazione con Alberto G. Biuso su “Filosofia e letteratura”
·      Pub Paradiso, Via Garibaldi, 50:  Colazione con Augusto Cavadi su “I femminicidi sono un’emergenza?”


Ore 17,00 – 19,00:  “Quale Dio dopo Darwin e Einstein?”
                                Conversazione con Claudia Fanti in piazza Castello

22,00- 23,00:           Momento musicale presso la Fondazione G. A. Borgese
                                   (Cortile S. Spirito, 2)


Domenica 12 luglio
10, 30 – 12,30: “L'enigma del tempo”
                          Conversazione con Alberto G. Biuso in piazza Castello

16,00 – 18,00:    Scambio dei doni immateriali. 
                           Assemblea conclusiva in cui chiunque abbia partecipato anche
                           solo  a un evento del Festival ha cinque/dieci minuti per socializzare 
                           un’intuizione o una riflessione che ha  sperimentato in questi tre 
                           giorni.

                                                               ***

AVVERTENZE TECNICHE
·      Non è prevista nessuna quota di iscrizione né di partecipazione agli eventi (tranne il pagamento anticipato al gestore di euro 5,00 per ogni prima colazione cui si partecipa)

·      Per ragioni organizzative è gradita una comunicazione di partecipazione all’indirizzo : a.cavadi@libero.it

·      Per ogni ulteriore informazione scrivere a: info@fondazioneborgese.it

·      Ciascuno è libero di scegliere le soluzioni che preferisce per i pasti e per dormire. L’organizzazione ha concordato le seguenti condizioni:

I Templari di Domenico Di Gangi
Piazza Castello, 7
Disponibilità posti letto 8 (una quadrupla e due doppie)
prezzo €. 25 senza colazione, €. 30 con colazione


B&B Abies di Sausa Ettore
Via Dogana, 40
Disponibilità 8 posti letto in stanze doppie o triple
prezzo €. 25 senza colazione, €. 30 con colazione


Residenxe Saint Grace  di Armano Santino
Largo Regina Elisabetta, 20
Disponibilità 28 posti letto in appartamenti da 2, 3, 4 o 5 posti letto con angolo cottura
prezzo €. 30 comprensivo di cesto di benvenuto


Sciabakè da Sissi
 Via Dogana, 19
Disponibilità (con prezzi variabili di cui informarsi)
n° 1 camera matrimoniale
n° 2 camera tripla
n° 3 camera quadrupla
n° 1 bilocale con cucina indipendente
Il bilocale può funzionare anche come semplice camera da letto e bagno indipendente