Visualizzazione post con etichetta Commenti a L'arte di essere maschi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commenti a L'arte di essere maschi. Mostra tutti i post

martedì 16 settembre 2025

IL MASCHILISMO PATRIARCALE E' FERITO, MA NON SCOMPARSO

 Registrazione di un'intervista rilasciata a Chiara Conti dei "Cosmonauti" (Liceo "G. Garibaldi di Palermo") al termine di un seminario sul libro:




CLICCARE QUI PER L'AUDIO DELL'INTERVISTA:

https://padlet.com/cosmonautidelgaribaldi/uniti-contro-la-violenza-di-genere-2024-2025-zzdah7n7e621mv49

domenica 29 giugno 2025

SI DELINQUE PERCHE' SI E' MASCHI O PERCHE' LO SI VUOLE DIVENTARE ?

Maschilità, devianze, crimine (Meltemi, Milano 2018), di Cirus Rinaldi, non è un testo divulgativo, ma la sua tesi centrale merita di essere divulgata (anche dopo alcuni anni dalla pubblicazione). Non è un testo divulgativo: infatti l’autore procede in fittissimo confronto con i sociologi, i criminologi, gli antropologi elencati nella bibliografia finale, che occupa ben venti pagine (pp. 161 – 181). Tuttavia la sua tesi centrale merita di essere conosciuta ed esaminata: infatti, capovolgendo l’opinione tradizionalmente maggioritaria, consiste nell’affermare che i maschi, quando delinquono, delinquono  non perché sono maschi, ma perché vogliono diventarlo.

A prima vista la tesi può risuonare sterilmente provocatoria: maschi si nasce, non lo si diventa (né consumando reati né compiendo imprese eroiche). Ma se questo è vero (abbastanza vero, non assolutamente) dal punto di vista biologico, non lo è dal punto di vista socio-culturale: sin dai primi vagiti, ciò che siamo per natura è modellato secondo le idee e i costumi dominanti nel nostro ambiente. Dunque siamo maschi o femmine anche, ma non esclusivamente né prevalentemente, per ciò che ci troviamo fra le gambe (il “sesso”): ma almeno altrettanto rilevante il ruolo che la società ci assegna (il “genere”).  Non si tratta di questioni puramente teoretiche.

Se, come in questo denso testo di Rinaldi, ci limitiamo all’angolazione sociologico-giuridica, osserviamo che in una prima fase la criminologia di matrice materialistico-positivistica ha attribuito alla “essenza” del maschio la propensione a certi delitti e alla “essenza” della donna la propensione ad altri delitti (e ciò sino al punto, ad esempio, che per decenni la giurisprudenza ha stentato ad attribuire a donne responsabilità apicali nelle gerarchie mafiose perché ritenute prive delle qualità psico-fisiche e mentali necessarie). Ma l’evoluzione della ricerca scientifica ha indotto una graduale, sostanziale, modifica: ci sono “vari tipi di maschilità” che “si (ri)producono, insieme ad altre dimensioni identitarie, proprio attraverso il compimento di condotte devianti e criminali” (p. 151): sia “giovani maschi, razzializzati, di classe operaia o sottoproletari che vivono in contesti svantaggiati economicamente”, sia “maschi privilegiati” appartenenti alla borghesia imprenditoriale, autori di “crimini specifici – come frodi finanziarie, peculato, riciclaggio, danni ambientali, etc. –”, “non fanno ricorso a condotte devianti/criminali perché mossi da predisposizioni, indole o propensioni <naturali>” (p. 152), sono “maschi che si sentono in dovere di fare i maschi ad ogni costo o che per sembrare maschi non possono rifiutarsi di fare qualcosa” (pp. 152 – 153). Tipico il caso dei reati ai danni di donne, omosessuali e portatori di handicap che riducono le caratteristiche socialmente attribuite agli uomini: è dominando, offendendo, umiliando, picchiando questi ‘non-maschi’ che certi maschi rassicurano se stessi e gli altri di essere tali.

In queste tematiche la cautela non è mai troppa. Come l’essenzialismo naturalistico rischia di de-responsabilizzare i singoli soggetti (“E’ un maschio e si sa che il maschio è cacciatore…”), così altri approcci socio-culturalistici possono incorrere in errori simili (“Si è comportato così perché il suo ambiente sociale non gli aveva offerto altri modelli di maschilità…”). Ma la ricerca intellettuale è fertile quando, costeggiando gli estremi, ne apprende le parti di vero e le raccoglie verso sintesi nuove, se pur provvisorie. E soprattutto quando sa arrendersi agli enigmi antropologici: per quanto condizionati da tanti fattori biologici e sociali, agli esseri umani probabilmente resta un residuo, sia pur minimo, di libertà. E’ ammettendo  questa capacità irriducibile all’auto-determinazione che possiamo spiegare come mai non si possono stabilire leggi sociologiche assolute: in ogni tipologia di maschi, infatti, troviamo tanto criminali quanto soggetti proattivamente impegnati a rendere questo mondo meno invivibile.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Per la versione originaria (dal titolo redazionale un po' fuorviante) cliccare qui:

Ancestralità criminale del maschio ? no solo pulsioni individuali più o meno patologiche - Zero Zero News

lunedì 8 luglio 2024

FEMMINISTE RADICALI NELL'EPOCA DELLA NORMALIZZAZIONE RASSEGNATA

 

Ci sono questioni di cui l’opinione pubblica si occupa da ‘emergenza’ a ‘emergenza’, ignorandone il carattere strutturale e, perciò, permanente. La condizione della donna è una di queste. Opportuno dunque, anzi necessario, ritornare ciclicamente alle fonti storiche che possono restituirci alcuni tratti essenziali della questione femminile. Soprattutto in fasi storiche, come l’attuale, in cui l’oblio dei travagli che hanno condotto a risultati rilevanti (sia pur parziali) in varie culture – quali i diritti umani in generale – rischia di compromettere quanto acquisito e di spostare indietro di secoli l’orologio della storia. Come ricorda Deborah Ardilli, nella Introduzione al volume da lei curato, Manifesti femministi. Il femminismo radicale attraverso i suoi scritti programmatici (1964 – 1977), Morellini Editore – VandA.ePublishing, Milano 2018, dopo una “prima ondata femminista negli Stati Uniti e nei paesi europei tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX” se ne può individuare una seconda, “negli anni Sessanta e Settanta” del secolo scorso, qualificabile come “radicale” in quanto fondata “sul riconoscimento dell’impossibilità sociale dell’uguaglianza all’interno di un sistema patriarcale o, per meglio dire, etero-patriarcale” (p. 15). In questa fase si registra “una presenza femminista nera”  che, costituitasi in “ovvia connessione con i movimenti per la liberazione nera” (Diritti Civili, nazionalismo nero, Pantere Nere), ha avvertito la necessità di formare un gruppo femminista nero separato” (p. 214). Solo dagli anni Ottanta in poi si sarebbe configurata una terza fase – oggi egemone – del “pensiero della differenza sessuale” (p. 9) che, planando in direzione del moderatismo, avrebbe sostituito il “discorso apertamente antagonista per la liberazione delle donne” con il “discorso rispettabile dei diritti e della parità” (così Stefania Arcara cit. a p. 10).

I testi raccolti sono distribuiti in tre sezioni, dedicate rispettivamente a Italia, Stati Uniti e Francia.

 

In Italia

Tra i testi della prima sezione, troviamo un Documento per un’apertura di dibattito (1964) a firma di Daniela Pellegrini che con lucidità indica, tra gli “ostacoli” che si oppongono all’emancipazione di una donna, non solo l’indifferenza/ostilità dei maschi, ma anche l’incomprensione di altre sue simili:

 

“la donna è la nemica più vera della donna, proprio perché è costretta a esserne la rivale per trovare la propria trascendenza agli occhi dell’uomo: essa ‘guata’ l’altra per coglierla in fallo, sia perché è così poco femminile, sia perché lo è così troppo! Calunnia, disprezzo, diffidenza, disistima, invidia…nulla è risparmiato alla donna dalla donna di fronte al maschio, di fronte alla caccia al maschio” (pp. 72 – 73).

 

 Evadere dalla costrizione psicologica di rivaleggiare con le altre è possibile solo tessendo quel “legame sconosciuto delle donne fra loro” che si chiama “solidarietà” (p. 73).

Nel Manifesto programmatico (1966) del Gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo) ci sono almeno due spunti meritevoli di nota. Il primo consiste nell’invito a evitare che l’emancipazione femminile si risolva in una “antitesi pura e semplice allo status quo”, dal momento che “il rovesciamento della condizione di fatto” attuale potrebbe comportare, riduttivamente, o la “lotta per la supremazia sul maschio (dittatura rovesciata – nuovo matriarcato)” o la “mascolizzazione della donna (convalida dei modelli culturali attuali)” (p. 77). Il secondo spunto consiste nell’invito alla “emancipazione dell’uomo” dal momento che, in un regime patriarcale, è

 

“a sua volta privato di vaste possibilità umane. Come la donna non ha raggiunto la propria maturità senza conquistare a sé valori finora negatile, così l’uomo non possiederà sufficienti strumenti di giudizio e comprensione se non conquisterà quelli da lui finora disprezzati, o invidiati, come ‘femminili’ ” (ivi).

 

Passi interessanti non mancano neppure nel (primo) manifesto Rivolta Femminile (1970) redatto da Carla Lonzi. Ad esempio il nesso fra maschilismo e bellicismo: “La guerra è stata sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile” (p. 81). O anche la critica alla dottrina marxista che privilegia “la lotta di classe” ma “ugualmente esclude la donna” (p. 83), con la conseguenza  che, come  “al termine di ogni rivoluzione popolare”, anche nella fase di transizione socialista “la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi” (p. 81).

Sul rifiuto della tesi che “solo dopo la presa del potere da parte del proletariato la condizione della donna si risolverà” (p. 91) insiste anche il documento Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna (1971) redatto  a Trento dal gruppo Cerchio Spezzato.

Lo scritto Salario contro il lavoro domestico, a firma di Silvia Federici, tematizza la rivendicazione di un salario per le casalinghe che viene interpretata come strategia politica:

 

 la richiesta mediante la quale la nostra natura finisce e inizia la nostra lotta, perché volere salario per il lavoro domestico significa già rifiutare questo lavoro come espressione della nostra natura e quindi rifiutare proprio quel ruolo femminile che il capitale ha inventato per noi” (p 98).

 

La prima sezione si chiude con un testo alquanto criptico di Carla Lonzi, Io dico io, secondo manifesto Rivolta Femminile (1977), nel quale la pensatrice italiana, secondo l’interpretazione della Ardilli, denuncia i rischi insiti nella “crisi dovuta al successo mondano del femminismo” (p. 34), alla sua “domesticazione patriarcale nel momento in cui anche per la femminista si apre la promessa del riconoscimento” (ivi).

 

Negli Stati Uniti d’America

La seconda sezione dell’antologia si apre con il manifesto Verso un movimento di liberazione femminile (1968) firmato da Beverly Jones (Parte prima) e Judith Brown (Parte seconda). Vi si svolge una critica parallela ai neri e alle donne che si illudono di poter raggiungere l’uguaglianza di diritto e di fatto con i maschi bianchi senza mobilitarsi in maniera compatta e conflittuale. Si elenca una serie di “progetti” (p. 150) su cui le donne dovrebbero concentrare le proprie energie: salvaguardare la specificità del movimento femminista rispetto a movimenti apparentemente simili, ma ignari della verità basilare che “non può esserci reale ristrutturazione di questa società fino a quando non saranno ristrutturate le relazioni tra i sessi” (ivi); “prendere lezioni di jujitsu o di karate fino a diventare esperte di arti marziali” (ivi); contestare i programmi televisivi e gli spot pubblicitari in cui le donne non sono rappresentate “in tutta la loro complessità” (p. 151), ma solo come “stupide” schiave delle mode; “condividere le proprie esperienze le une con le altre per comprendere, identificare ed enunciare esplicitamente le tante tecniche psicologiche di dominio (maschile) dentro e fuori casa” (ivi); “progettare comunità in cui le donne possano essere liberate dalle loro incombenze per un tempo abbastanza lungo da permettere loro di fare esperienza dell’umanità” (p. 152); produrre “letteratura femminista, storica o di altro genere” (p. 153); “indagare le reali differenze caratteriali e cognitive tra i sessi” (pp. 153 – 154); rivendicare “parità di retribuzione a parità di lavoro” e, per le casalinghe, “un reddito annuale garantito” (p. 154) che le liberi dalla condizione di asservimento nei confronti dei mariti; “l’aborto, al pari dei contraccettivi, deve essere legale e accessibile se le donne devono assumere il controllo dei loro corpi, delle loro vite e die loro destini” (ivi).

Nella seconda parte del Manifesto si insiste su tutta una serie di fraintendimenti e di possibili strumentalizzazioni di cui le femministe possono restare vittime se si accontentano di piccoli miglioramenti, a titolo individuale, all’interno di un sistema complessivo che resta patriarcale, maschilista e sessista. A questi equivoci sono particolarmente esposte le giovani donne “radicali” che  sono meno condizionate rispetto alle donne mature, sposate, con figli da allevare: ma non per questo davvero libere di vivere la femminilità in maniera alternativa. Esse stesse, comunque, una volta sposate, magari con un leader di movimenti emancipazionisti (anti-imperialistici, anti-militaristi etc.) , scoprono presto che “lo stile delle (loro) giornate assomiglia più a quello delle sorelle che non appartengono al movimento che a quello del marito” (p. 164). Infatti il matrimonio è

 

“per le donne ciò che l’integrazione è per i neri. Esso consiste nell’atomizzazione di un sesso in modo da renderlo politicamente impotente. L’anacronismo permane perché le donne non vogliono combatterlo, perché gli uomini ne traggono benefici consistenti e non vi rinunceranno e perché, anche se uomini e donne volessero trasformare l’istituzione, essa è alla mercé delle istituzioni più potenti che la utilizzano e le imprimono la sua forma” (p. 167).

 

Un’alternativa – almeno temporanea- all’istituzionale matrimoniale  potrebbero essere delle “comuni femminili” (ivi) dove vivere sollevate “dall’obbligo terrificante di surclassare le sorelle nelle frequentazioni, nella cura dell’aspetto ecc.” (p. 168) e dove azzerare “il lavaggio del cervello da parte della pubblicità sexy dei media e dei discorsi all’interno del movimento sullo scopare il più possibile” (p. 173). Chi decide per il matrimonio tradizionale deve comunque “chiedere parità di tempo” per le proprie cose.

“Questo comporta che il marito si faccia carico di metà del fardello di portare avanti una famiglia: in termini di cucinare, pulire, fare il bucato, ricevere ospiti ecc.” (p. 174).

 

Solo a queste condizioni materiali, le donne troveranno il

 

 “tempo per leggere, studiare, scrivere, dibattere tra noi. E quando agiremo politicamente, avremo bisogno di tempo per organizzarci ecc.” (p. 175).

 

Un capitolo a sé occupa la questione dell’omosessualità:

 

 “le donne che si allontanano dagli uomini per un po’, alla ricerca l’una dell’altra per costruire relazioni politiche, pensiero di movimento e organizzazione, sono destinate a vedere qua e là qualcuna che amano” (pp. 176 – 177).

 

Poiché però anche nella Nuova Sinistra statunitense è influente la mentalità puritana, “una paura continua dell’omosessualità può essere l’ultima spiaggia tramite cui l’ordine maschile può tenerci al rimorchio” (p. 177).

Sempre nel 1968 viene pubblicato il Manifesto BITCH a firma di Joreen (alias Jo Freeman) nel quale bitch significa “femmina di cane” (e, per estensione, “stronza” o “puttana”). Il suo profilo è variegato: “non passa mai inosservata” (p. 187), muove il corpo liberamente senza rispettare la “maniera femminile appropriata” (ivi), persegue “l’autoespressione e l’autorealizzazione” (p. 188) e viene accusata di dominare quando osa fare “ciò che sarebbe considerato naturale se fatto da un uomo” (ivi).

 

 “Ciò che sconcerta in una Bitch è che è androgina, Incorpora in sé sia qualità tradizionalmente definite ‘maschili’ sia ‘femminili’. (…) Non le piacciono le maniere indirette, sottili, misteriose dell’ ‘eterno femminino’. Disdegna la vita per procura ritenuta naturale per le donne perché vuole vivere una vita propria” (p. 189).

 

“Le Bitch sono state le prime donne ad andare all’università, le prime a infrangere la barriera invisibile delle professioni, le prime rivoluzionarie sociali, le prime leader operaie, le prime a organizzare altre donne” (p. 196): “sono donne, ma non vere donne. Sono umane, ma non sono maschi. Alcune non sanno neppure di essere donne perché non possono relazionarsi con altre donne” (p. 197).

 

Il Manifesto Redstockings (anonimo) è stato diffuso come volantino nel 1969. E’ articolato in 7 tesi: le proponenti sono impegnate per realizzare un movimento unitario di liberazione femminile; “le donne sono una classe oppressa” (p. 199) e i conflitti fra un uomo e una donna  sono “conflitti politici che possono essere risolti soltanto collettivamente” (p. 200); “la supremazia maschile è la forma di dominio più antica, più fondamentale” (ivi) su cui si radicano tutte le altre forme di oppressione (“razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.)” (ivi); “ogni uomo è libero di rinunciare alla sua posizione di superiorità, posto che sia disponibile a essere trattato come una donna da altri uomini” (p. 201); “l’autocoscienza” non è una “terapia”, ma “l’unico metodo tramite cui possiamo assicurarci che il nostro programma di liberazione sia basato sulla realtà concreta della nostra vita” (ivI); “ripudiamo ogni privilegio economico, razziale, di istruzione e di status che ci divide dalle altre donne” (p. 202);

“ci appelliamo a tutti gli uomini affinché rinuncino ai loro privilegi maschili e sostengano la liberazione delle donne nell’interesse della nostra umanità e della loro” (ivi).

Nel 1970 viene distribuito il testo La donna identificata donna a firma di un gruppo che si autodefinisce delle Radicallesbians. L’incipit è  di forte impatto:

 

“Che cos’è una lesbica? Una lesbica è la rabbia di tutte le donne condensata fino al punto di esplosione” (p. 203).

 

 Poco dopo il parallelo con l’omosessualità maschile: al pari di questa, il lesbismo è

 

“una categoria di comportamento possibile soltanto in una società sessista caratterizzata da ruoli sessuali rigidi e dominata dalla supremazia maschile” (p. 204). “Solo le donne possono darsi l’un l’altra un nuovo senso del sé. L’identità dobbiamo svilupparla in relazione a noi stesse, e non in relazione agli uomini. Questa coscienza è la forza rivoluzionaria da cui seguirà tutto il resto, perché la nostra è una rivoluzione organica. Perciò dobbiamo essere disponibili e solidali l’una con l’altra, offrire il nostro amore e il nostro impegno, garantire il supporto emotivo necessario a sostenere questo movimento. Le nostre energie devono fluire verso le sorelle, non regredire verso gli oppressori. Fino a quando la liberazione delle donne cercherà di liberare le donne senza affrontare la struttura eterosessuale di base che ci vincola all’interno di una relazione individuale con i nostri oppressori, energie immense continueranno a confluire nel tentativo di rafforzare ogni relazione particolare con un uomo, di migliorare la qualità del sesso, di fargli girare la testa, nel tentativo di fare di lui l’ ‘uomo nuovo’, nell’illusione che questo ci permetterà di essere la ‘nuova donna’ ” (p. 210).

 

La Dichiarazione del Combahee River Collective del 1977 chiude la sezione dell’antologia dedicata ai materiali di origine nord-americana. Si tratta di “un collettivo di femministe nere” (p. 212) , “attivamente impegnate nella lotta contro l’oppressione razziale, sessuale, eterosessuale e classista” nella convinzione che “i principali sistemi di oppressione sono imbricati” (ivi). Le quattro tematiche principali del documento sono: “la genesi del femminismo nero”; il progetto “politico specifico”; “i problemi organizzativi delle femministe nere”; “temi e pratiche del femminismo nero” (p. 213).

In sintesi, si potrebbe affermare che questa corrente del femminismo è nata come combinato disposto di antirazzismo e di antisessismo, integrandosi successivamente con la difesa dal dominio eterosessista e capitalistico: una mistura non priva di paradossi se  è vero che le protagoniste lottano “a fianco degli uomini neri contro il razzismo, pur lottando contro di loro riguardo al sessismo” (p. 217). E che di antagonismo rispetto alla “maggior parte delle persone nere” (p. 220) ci sia bisogno lo attestano varie citazioni come le prime righe di un “pamphlet del nazionalismo nero dei primi anni Settanta” (p. 221):

 

“Fa parte e ha fatto parte delle nostre tradizioni che l’uomo sia il capo della casa. Egli è il dirigente della casa/nazione perché la sua conoscenza del mondo è più vasta, la sua consapevolezza è più grande, la sua comprensione è più completa e l’uso che fa di queste informazioni è più saggio” (ivi).

 

Alla contestazione del sessismo (nero o bianco che sia) le autrici del documento  dedicano delle precisazioni degne di sottolineatura:

 

“Abbiamo una quantità di critiche e di ribrezzo per ciò che gli uomini sono stati addestrati a essere in questa società: per ciò che sostengono, per il loro modo di agire e di opprimere. Ma non coltiviamo l’idea fuorviante che sia la mascolinità per sé – ovvero la mascolinità biologica – a renderli ciò che sono. In quanto donne nere pensiamo che ogni forma di determinismo biologico sia una base particolarmente pericolosa e reazionaria su cui costruire una politica” (p. 219).

 

In Francia

 

La sezione dedicata alla produzione francese del “femminismo radicale” inizia con il documento Per un movimento di liberazione delle donne firmato nel 1970 da M. Rothenburg, M Stephenson, G. Wittig e M. Wittig. Uno dei fili rossi è costituito dalla tesi di F. Engels secondo cui

 

la prima opposizione di classe che si manifesta nella Storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra l’uomo e la donna nel matrimonio e la prima oppressione del sesso femminile da parte del sesso maschile (p. 233).

 

La fotografia è impietosa. La Rivoluzione francese del 1789 aveva promesso la liberazione delle donne “come gli schiavi e i negri” (p. 238), ma il patibolo su cui cadde la testa di Olympe de Gouges ne proclamò la smentita. Oggi le donne negli ambienti di lavoro occupano i ruoli infimi, “sullo stesso piano dei lavoratori immigrati” (p. 237). Se, invece, sono casalinghe, vivono

 

“una solitudine, un isolamento, unici nella storia dell’umanità. Non abbiamo, come i neri, i ghetti per riunirci e radunarci. Se lavoriamo soltanto in casa, ci tocca aspettare il ritorno dei nostri mariti per avere un contatto umano. Ripiegate su noi stesse, tagliate fuori dal mondo, ci distruggiamo” (p. 236).

 

In particolare le autrici si soffermano sul “lavoro servile”, la “mostruosità” per cui

 

“esiste nelle società moderne una sorta di lavoro che non ha valore di scambio, è il lavoro che facciamo a casa. Rappresenta una massa enorme di produzione socialmente necessaria”,

 

ma inesistente per il “mercato” (p. 242). In questo contesto, la libertà femminile di lavorare fuori casa si identifica con la libertà di caricarsi di “un doppio lavoro” (p. 243).

Poiché le grandi organizzazioni partitiche e sindacali, anche di sinistra, ritengono che l’oppressione delle donne sia una questione da affrontare dopo la soluzione dello sfruttamento capitalistico in generale, le firmatrici del documento ritengono indispensabile costituirsi sin da subito in movimento rivoluzionario autonomo:

 

“Noi siamo il popolo e vogliamo partecipare alla presa del potere per potervi rappresentare i nostri interessi. Noi diciamo che volerci impedire di partecipare alla presa del potere, se non in maniera accessoria come le aiutanti e le ausiliarie che siamo sempre state, è un punto di vista sciovinista maschile” (p. 248).

 

L’articolo Il nemico principale, del 1970, è di Christine Delphy (che originariamente si firmò con lo pseudonimo di Christine Dupont) . Ci si concentra su due obiettivi: uno teorico (“trovare le ragioni strutturali per cui l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici  non è di per sé sufficiente a liberare le donne”) ed uno pratico (“costituire il movimento femminista in “forza politica autonoma”) (p. 253) L’autrice evidenzia come, anche in società “socialiste” (all’epoca URSS e Paesi satelliti, Cina popolare, Cuba), il lavoro femminile non viene remunerato né quando si tratta di allevare figli e curare la casa né quando si tratta di “produzioni destinate al mercato” ma “prodotte all’interno della famiglia” (p. 256): dunque in una “unità di produzione” diversa dalla “bottega” e dalla “fabbrica”, cioè “ nella maggior parte dell’agricoltura, del commercio e nell’artigianato” (p. 257).

Se “lo sfruttamento patriarcale costituisce l’oppressione comune, specifica e principale delle donne” - da abbinare allo “sfruttamento sessuale”, la  “seconda componente dell’oppressione delle donne”  (p. 274) – è necessario, sul versante operativo, “a breve termine”, “procedere alla mobilitazione nella lotta immediata”; “a lungo termine”, tendere alla convergenza “delle lotte antipatriarcali e delle lotte anticapitaliste” in un’unica “lotta rivoluzionaria” (p. 276).

 

“Il rovesciamento totale delle basi di tutte le società conosciute” non “potrà compiersi senza una rivoluzione, cioè la presa del potere politico”: “tale presa del potere deve costituire l’obiettivo ultimo del Movimento di liberazione delle donne” (ivi).

 

Il penultimo testo dell’antologia Manifesti femministi è il documento anonimo Féministe Révolutionnaire del 1972 in cui si spiega il senso dell’auto-denominazione: “femministe” perché era importante, di fronte ai benpensanti, “nominarci con il termine della loro derisione e del loro obbrobrio” (p. 280); “rivoluzionarie” perché “la lotta delle donne, se viene portata fino in fondo, fino alla distruzione totale dell’ordine patriarcale, rimette in questione i fondamenti stessi della società, dunque assesta un colpo a molte altre cose” (ivi).

Definizione dell’oppresso (1971) di Christiane Rochefort è la brevissima prefazione alla versione francese di Manifesto SCUM di Valerie Solanas. Il testo, letterariamente fulminante, non è un’apologia della gestione ‘nonviolenta’ dei conflitti. Sostiene infatti che l’oppresso è, per definizione, colui che tira fuori il coltello: sino a un momento prima, l’oppressore non lo riconosce come tale. E neppure egli stesso se ne rende pienamente conto.

 

Qualche perplessità

Il tentativo di dare un’idea,  sia pure a volo d’uccello, delle 300 pagine di questa singolare antologia non lascia molto spazio alle considerazioni critiche (per le quali, oltre tutto, non ritengo di avere delle competenze professionali adeguate). Mi limito dunque a esprimere, con l’ingenuità del profano, alcune perplessità.

a)      A p. 81 leggiamo: “Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente”. Tutte le ideologie? L’ideologia femminista fa eccezione perché è femminista o perché non è ideologia?

b)      A p. 102 leggiamo: “Solo quando gli uomini vedranno il nostro lavoro come lavoro, il nostro amore come lavoro, e soprattutto la nostra determinazione a rifiutare entrambi, cambieranno il loro atteggiamento nei nostri confronti”. Il rapporto affettivo-sessuale (addirittura l’amore) è un “lavoro”? Solo se l’amore è la motivazione (inventata) che io attribuisco all’altro può essere “lavoro” o, meglio, la benda che mi impedisce di riconoscere il lavoro altrui come lavoro.

c)      A p. 166 leggiamo: “L’istituzione del matrimonio non libera le donne, non assicura la crescita emotiva e intellettuale, e non offre risorse politiche. (…) La donna è imprigionata in una relazione che è politicamente oppressiva, fisicamente sfiancante, emotivamente e sessualmente stereotipata e intellettualmente atrofizzante”. E’ un dato statistico (= per lo più) o una visione eidetica (= essenzialmente)? Nell’una e nell’altra ipotesi, il matrimonio è anche questo o solo questo? Forse l’autrice propende per il primo corno dell’alternativa, visto che alcune pagine dopo apre uno spiraglio: “Teoricamente, queste donne e questi uomini potrebbero, in futuro, una volta liberati dall’intoppo servo-padrone, incontrarsi ed elaborare una nuova istituzione domestica che serva meglio gli interessi di uomini liberi e donne libere. Non ci sentiamo obbligate a offrire alcun modello utopico di quell’istituzione, ma siamo certe che verrà progettata molto rapidamente, e molto ragionevolmente, dalle anime liberate. Alcune donne, quindi, e forse alcuni uomini, dovranno rifiutare l’attuale modello domestico, distruggerlo e costruirne un altro” (p 168).

d)     A p. 154, come in altri passaggi, si ribadisce che “l’aborto, al pari dei contraccettivi, deve essere legale e accessibile se le donne devono assumere il controllo dei loro corpi, delle loro vite e dei loro destini”. E’ sensata l’equivalenza tra il diritto di gestire liberamente la propria sessualità prevenendo condizioni traumatiche (la contraccezione) e il diritto di gestire una gravidanza involontaria nella logica della riduzione del trauma psico-fisico (l’aborto procurato)? E’ solo da un punto di vista maschile che non si riesce a separare, nell’intervento chirurgico, l’esercizio di un diritto dall’esperienza di una sofferenza?

e)     In vari passaggi del volume ritornano, abbastanza intrecciate, due tesi: che le donne costituiscono una “classe” (nel senso marxiano del termine) e che non potranno modificare una subalternità millenaria senza una “rivoluzione” (nel senso marxiano di conquista del “potere”). Se interpretate come denunzia di una acquiescenza generalizzata allo status quo ( formulabile con frasi del tipo: “Le donne hanno già fatto passi da gigante: un po’ di pazienza e nei prossimi decenni l’emancipazione arriverà a compimento per maturazione fisiologica”), le due tesi marxiane veicolano un allarme – e un appello operativo – senz’altro necessario. Se invece le si volessero adottare come princìpi costitutivi di un progetto politico, dovrebbero preliminarmente sottoporsi alla disamina analitica e storica di tutte le categorie originariamente e tipicamente marxiane, dal momento che esse sono tanto euristicamente preziose quanto insufficienti rispetto alla realtà antropologica e sociologica. Detto brutalmente: la “classe” e la “rivoluzione” come presa del Palazzo d’Inverno si sono rivelate maledettamente più complesse di quanto Marx, Engels e Lenin ritenessero. Ma questo non è un dettaglio, bensì il titolo di un volume – anzi di un’Enciclopedia – da scrivere ex novo.

Augusto Cavadi

Per la versione originaria (illustrata) basta un click qui:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/femministe-radicali-nellepoca-della-normalizzazione-rassegnata/


domenica 5 maggio 2024

LA SIMBIOSI INTRAUTERINA CON IL CORPO DELLA MADRE E LA VIOLENZA DI GENERE

 Il corpo gioia di Dio. La materia come spazio di incontro tra divino e umano (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2023) non è tra i libri più originali di Teresa Forcades, la monaca benedettina di origini catalane, medico e teologa femminista. Nel primo capitolo, infatti, l’autrice espone considerazioni critiche ormai abbastanza note sull’antropologia tradizionale (platonica e cristiana) e sull’antropologia contemporanea che, almeno sotto alcuni aspetti, non costituisce il ribaltamento riabilitante che vorrebbe essere: infatti al corpo “seduttore”, “peccatore” e “punito” dell’etica ‘classica’ occidentale si sostituisce troppo spesso, nella cultura odierna,  un corpo “oggetto di desiderio”, “discriminato” e “controllato”. Neanche il secondo capitolo – nel quale si tenta di recuperare gli aspetti positivi, apprezzabili, sia della tradizione cristiana (il corpo “pacificato”, “resuscitato” e “mistico”) che della prospettiva contemporanea (il corpo “liberato”, “integrato” ed “ecologico”) – mi pare aggiunga granché a quanto di solito si afferma sul tema.

Trovo invece più intrigante il terzo capitolo dedicato alla “peculiarità del corpo femminile”, soprattutto le pagine in cui  - sulla base della letteratura neurofisiologica e ginecologica recente – la Forcades si sofferma sul legame originario di ogni essere con il corpo materno: “di fronte a un corpo di donna si attivano leve molto profonde della psiche umana che hanno a che vedere con l’esperienza materna e con l’ambivalenza che le è propria. La madre rimanda a un’unità senza crepe in cui non c’è posto per l’alterità; rimanda a un momento anteriore alla propria differenziazione  soggettiva. Da qui l’ambivalenza, in quanto tale momento può essere percepito in maniera molto intensa come pienezza o piacevole riposo di cui si ha nostalgia e che si desidera sperimentare di nuovo, o come minaccia all’autonomia personale che si vuole evitare ad ogni costo. L’esperienza materna evocata dal corpo femminile è fondamento e riferimento della propria relazionalità costitutiva”.                                           Questo legame primigenio per alcuni versi (flusso sanguigno e ormoni materni) viene interrotto dal taglio del cordone ombelicale, ma per un fattore almeno “perdura nel corso di tutta l’infanzia e si prolunga nella vita adulta”. Questo “qualcosa che accompagna la relazione madre-figlio in maniera permanente” è “la voce materna” che percepiamo non appena l’ovulo è stato fecondato, prima ancora della formazione del “primo rudimento dell’orecchio interno (la vescicola auditiva)”: affinché questo accompagnamento continuo durante tutto lo sviluppo intrauterino si produca “non è necessario che la madre parli ininterrottamente”: “il fatto stesso di pensare, di sognare o di leggere anche solo per sé fa vibrare le corde vocali in maniera sufficiente perché la vibrazione emessa arrivi allo spazio intrauterino”. Tra le molte conseguenze di questa simbiosi “precedente a ogni differenziazione soggettiva” ce n’è una che interessa quanti si occupano di violenza di genere. Infatti se il neonato si identificherà con “l’essere donna”, l’esperienza originaria del corpo materno lo indurrà a sentirsi responsabile del “benessere fisico ed emotivo di coloro che amiamo in un modo che avremo difficoltà a distinguere dalla nostra identità personale”; se invece si identificherà al maschile, si aspetterà che le donne amate si prendano cura del suo “benessere fisico ed emotivo in un modo che avremo difficoltà a distinguere dalla loro identità personale”.

PER COMPLETARE LA LETTURA DEL POST , CLICCARE QUI:

giovedì 7 marzo 2024

OTTO MARZO PER MASCHIETTI: UN FUMETTO FILOSOFICO PER SMONTARE LUOGHI COMUNI


 COSA SAPERE DEI FEMMINISMI PRIMA DI CONTESTARLI

 

E’ possibile parlare ai giovanissimi di temi delicati adottando alcuni dei loro linguaggi? Il filosofo Lorenzo Gasparrini e la fumettista Cristina Portolano ci hanno provato – e con risultati apprezzabili – nel loro I ragazzi possono essere femministi? Tutto quello che i maschi avrebbero sempre voluto sapere (ma non hanno mai osato chiedere), Settenove, Cagli 2023.

Sin dall’inizio viene chiarito che “femminismo oggi significa fare qualcosa contro le disparità provocate da valori sociali discriminatori” e, in questa accezione, esso va declinato al plurale: ci sono infatti tanti femminismi quanti sono i movimenti che reclamano il diritto alle differenze individuali in un quadro di uguaglianza di opportunità. Se così intesi, i femminismi – che hanno visto all’inizio l’esclusivo protagonismo delle donne – sono oggi caratterizzati dalla partecipazione anche di soggetti maschili, disposti ad allearsi con le donne in lotta senza voler sostituirsi a nessuna.

Sullo sfondo delle grandi tematiche gli autori incidono domande più definite e concrete: “che differenza c’è tra sesso, genere e orientamento?” “A molte ragazze non piace più essere corteggiate, questo non è colpa del femminismo?” “Ma esistono i lavori per uomini e i lavori per donne?” “ma davvero devo chiedere il consenso per qualsiasi cosa voglio fare con una ragazza?” “Come faccio a sapere qual è il modo più rispettoso per conoscere persone diverse?” Cos’è “l’intersezionalità” ? “Forza” e “violenza” sono sinonimi? “In televisione vedo molte ragazze e donne poco vestite, perché poi si lamentano di subire violenze e molestie?” “Perché non posso dire a una che è brutta? Si vede, mica è un segreto!” Si ripete spesso che bisogna liberarsi dagli stereotipi, dai luoghi comuni: ma ci crederebbero in tanti se non fossero veri?

Per completare la lettura basta un click qui:

https://www.zerozeronews.it/otto-marzo-problematiche-irrisolte-e-interrogativi-senza-risposte/



martedì 24 ottobre 2023

LA VIOLENZA DI GENERE: SPECIFICA, MA ALL’INTERNO DI UN QUADRO GENERALE

 

LA VIOLENZA DI GENERE: SPECIFICA, MA ALL’INTERNO DI UN QUADRO GENERALE

In medicina il contrasto alle forme di cancro dovrebbe contemperare un doppio sguardo: sulla specificità della patologia (che esige conoscenze e terapie specifiche) e sulla globalità del soggetto umano che ne soffre.  Concentrarsi sulla specificità comporterebbe ignorare la costellazione della cause, remote e prossime, del cancro e dunque restringere riduttivamente l’area degli interventi curativi; d’altra parte, se si cercano soltanto le cause genetiche, alimentari, psicologiche, ambientali, socio-relazionali… - per contrastarle - si rischia con altissima probabilità che, intanto, quel paziente determinato muoia tra sofferenze atroci.

Qualcosa di simile avviene con molti fenomeni sociali quali la violenza maschile ai danni delle donne di cui le cronache sono zeppe. Indubbiamente essa presenta caratteri determinati, originali, che vanno analizzati al microscopio: considerarla una delle tante facce della violenza,  atteggiamento radicato nell’essere umano e diffuso lungo i millenni su tutto il pianeta, significa annegarla in un indistinto mare oscuro e rinunziare a ipotizzare diagnosi e terapie mirate. Per questo è necessario che le istituzioni e la società abbiano al loro interno settori (per esempio  di magistrati e di polizia giudiziaria) e associazioni (per esempio il coordinamento nazionale “Maschile plurale”: www.maschileplurale.it ) specializzati, formati appositamente: come avviene rispetto alla criminalità mafiosa o ai reati ambientali.

La focalizzazione della violenza di genere sarebbe – ed è stata sinora – fallimentare se non procedesse, contemporaneamente, con una contestualizzazione generale: essa non è il tumore imprevedibile che si manifesta in un organismo sano. Debellarla come dato isolato sarebbe illusorio. Come ignorare che tale modalità specifica si inserisce, perfettamente, all’interno di un sistema culturale-politico-economico in cui la maggioranza dei cittadini, degli intellettuali, degli esponenti partitici e sindacali accetta come inevitabile (in qualche caso come positiva e auspicabile) la violenza quotidiana, strutturale, metodica ai danni di miliardi di animali senzienti; di milioni di lavoratori esposti a incidenti mortali e a sfruttamento economico; di centinaia di migliaia di migranti in fuga da guerre e carestie; di decine di migliaia di omosessuali e di transessuali oggetto di aggressioni fisiche e derisioni…Il filo rosso che collega tutte queste perle di violenza è la riduzione di soggetti a oggetti, più specificamente a merci. E’ una conseguenza inevitabile del capitalismo liberale o del nazionalsocialismo o del socialcomunismo? Intanto abbiamo l’attestazione inequivoca della storia mondiale anche contemporanea: con accentuazioni differenti, tutti i regimi dei grandi Stati moderni hanno esercitato violenza sistemica ai danni degli animali, dei lavoratori alle dipendenze dello Stato o di imprese private, degli stranieri immigrati, delle minoranze sessuali. La brutalità dei governi statunitense o russo o ucraino non è certo paragonabile all’egoismo nazionalistico dei governi svizzero o tedesco o finlandese: ma il conflitto russo-ucraino sta tragicamente dimostrando che la 'civilissima' Unione Europea non ha gli strumenti culturali e organizzativi anche solo per immaginare alternative alla risoluzione delle controversie internazionali  mediante la guerra.

Attiviamo dunque tutte le misure pedagogico-educative che riteniamo funzionali a limitare la pratica quotidiana della violenza maschile sulle donne (cioè di uomini che, in quanto uomini, umiliano o eliminano donne in quanto donne): ma senza dimenticare che tale violenza specifica è tutta interna a un “pensiero unico” che dal Canada alla Cina, dalla Francia all’India, dall’Italia all’Argentina, accetta come ovvio che minoranze sempre più ristrette di miliardari sempre più ricchi dispongano - come diritto naturale indiscutibile -  della vita, della salute, della dignità, della morte del resto dell’umanità e, a maggior ragione, del resto degli altri animali. Non si è predatori- sfruttatori a ore alterne: se è questa la visione di sé nell’universo, e dunque la conseguente postura rispetto a ciò che vive, i limiti che ci porremo saranno labili e spostabili all’infinito.

Augusto Cavadi

7.9.2023

 www.zerozeronews.it

domenica 10 settembre 2023

PERCHE' LA VIOLENZA SULLE DONNE DURERA' ANCORA A LUNGO ?

 

“Adista” 16.9.2023

Perché la violenza sulle donne durerà ancora a lungo?

 

Con la violenza di genere funziona un po’ come con la violenza mafiosa: se ci sono cadaveri per strada, tutti ne parlano e molti s’imbancano a maestri. Tra un delitto e l’altro, ci si occupa d’altro: ci si illude che si sia tornati alla normalità fisiologica. Si scambia la scomparsa del sintomo con la guarigione dalla malattia. Invece è proprio nell’ordinarietà che vanno scovate le radici, le cause prime, delle patologie.

Ma questo lavoro di scavo, e conseguentemente di prevenzione, non comporta né interviste televisive né servizi giornalistici: avviene nel silenzio, nella discrezione, nella perseveranza. Da più di trent’anni è presente, in varie città italiane, il movimento “Maschile plurale” (per le sedi sparse sul territorio cfr. www.maschileplurale.it) che elabora riflessioni; produce libri, mostre fotografiche e filmati; organizza convegni e seminari; attua interventi educativi nelle scuole, nei centri sociali, nelle associazioni…La caratteristica – rispetto ad organizzazioni che mirano al medesimo obiettivo pedagogico – è che i membri sono tutti uomini e che si espongono, in prima persona, “mettendoci la faccia”, nel criticare l’assetto patriarcale e maschilista della società (anche italiana) nonostante gli innegabili progressi dovuti alle lotte femminili e femministe dell’ultimo secolo. Un assetto che coinvolge le istituzioni, le legislazioni, le opportunità di lavoro, i servizi sociali, il costume, la moda, perfino le comunità religiose (a cominciare dall’androcentrismo esclusivista della Chiesa cattolica, per non parlare della mentalità islamica condivisa da un numero crescente e già notevole di fedeli appartenenti alla religione di Maometto). 

Alcune sedi del movimento sono attrezzate anche per accogliere maschi adusi ad esercitare violenza sulle donne della propria vita, ma desiderosi di essere aiutati a cambiare, sia pur gradualmente, atteggiamenti e gesti.

A fronte di questo campo immenso di lavoro, gli uomini che vi s’impegnano – ovviamente a titolo di volontariato – sono pochissimi. E ciò per ragioni generali e per ragioni specifiche.

In generale, il movimento “Maschile plurale” sconta l’ondata di sfiducia epocale che scoraggia tante persone dal tentare di raddrizzare almeno alcune delle molte storture evidenti sul pianeta. Non si finisce di affrontare una questione (come il degrado dell’ambiente, i peggioramenti climatici, i flussi migratori coatti, le pandemie…) che se ne impongono cento altre: le guerre (in atto o in preparazione), le carestie, le siccità, la diffusione delle tossicodipendenze, lo sfruttamento militare e sessuale dei minori, l’opacità dei trattamenti carcerari, l’abuso sistematico dalla nascita al macello di miliardi di esseri senzienti…La sensazione dominante diventa il senso d’impotenza. Apprendiamo sui mali del mondo molto più di quanto riusciamo a immaginare di poter rimediare. Né si ha fiducia in quel lavoro sistemico, metodico, collettivo di cui gli organismi politici (partiti e sindacati) sembravano farsi carico offrendo all’individuo singolo la speranza che, dove non poteva arrivare egli, vi sarebbero arrivati l’organismo politico di appartenenza e, attraverso di esso, il governo e gli organismi internazionali.

Oltre a queste motivazioni d’ordine più generale, ho il sospetto che a dissuadere tanti uomini dall’impegno costante in “Maschile plurale” contribuisca anche la constatazione che certi obiettivi femministi si stanno rivelando deludenti proprio man mano che sembrano raggiunti. Per lunghi decenni si è, giustamente, auspicato che a occupare posti di vertice nel mondo delle istituzioni fossero donne. Certamente è stato significativo e confortante vedere in ruoli di primissimo piano donne come Margareth Thatcher, Condoleezza Rice, Madeleine Albright, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, Giorgia Meloni…Ma queste donne hanno davvero importato, nei metodi e nelle strutture, nuovi stili e nuove prospettive? O hanno dimostrato – o stanno dimostrando – di saper comportarsi, quanto a considerazione delle fasce deboli (tra cui donne, minori, anziani), con la stessa cieca determinazione dei colleghi maschi? Stanno operando davvero una femminilizzazione della sfera pubblica (se con questo termine approssimativo s’intende una strategia di attenzione e di cura verso gli “scarti” del capitalismo galoppante) o si stanno limitando a sostituire la tradizionale  violenza esibita dai maschi “alfa” con nuove versioni della stessa, malcelate dietro sorrisi rassicuranti e slogan populistici?

Se questi cenni sono fondati, non resta che sperare nella resipiscenza di quei maschi che oggi restano inerti perché paralizzati dal naufragio della politica (in generale) e dalla capacità diabolica del maschilismo virilista, militarista, spietato di tracimare dalle menti di tanti uomini insediandosi nelle menti di tante donne.

 

Augusto Cavadi

giovedì 7 settembre 2023

SMANTELLARE IL SISTEMA DELLA VIOLENZA MASCHILISTA TRA UN FEMMINICIDIO E L'ALTRO, FRA UNO STUPRO E L'ALTRO


"MEZZOCIELO",  7.9.2023

ANCHE DOPO.

Smantellare il sistema della violenza maschilista tra un femminicidio e l'altro, tra uno stupro e l'altro

Anche dopo l’ennesima violazione brutale del corpoanima di una donna si sono realizzate a Palermo delle iniziative di mobilitazione e di protesta. Tra queste un corteo (conclusosi con un concerto e un dibattito a Foro Italico), promosso da Ismaele Lavardera nel ruolo istituzionale di vice-presidente della Commissione regionale antimafia, contrassegnato da una caratteristica: destinatari specifici, anche se ovviamente non esclusivi, dell’invito alla partecipazione gli uomini. I maschi. I rappresentanti di quel genere che è il soggetto criminale di ogni molestia, di ogni stupro, di ogni femminicidio.

Queste manifestazioni, specie se gestite – come in questo caso – senza volgari tentativi di strumentalizzazione partitica, sono certamente meglio di niente. E, anzi, non può non dispiacere che i partecipanti, da tutta la città e la provincia, siano stati al massimo un centinaio (per giunta di età superiore ai quarant’anni). Tuttavia rientrano nella logica abituale dell’emergenzialità e della parcellizzazione. E’ la solita storia: la mafia è un problema quando uccide, non tra un omicidio e l’altro; l’assenza di una politica ecologica è un problema quando i boschi bruciano, non tra un incendio e l’altro…E, quando, sull’onda emotiva dell’emergenza, si interviene, lo si fa in ordine sparso: un’associazione qua, un comitato là. Senza nulla di permanente né di sistemico.

Eppure non mancano in Italia delle reti che coordinano, stabilmente, le iniziative maschili di ripensamento culturale-politico del sistema patriarcale e maschilista tuttora vigente (nonostante le grandi conquiste del femminismo): primo fra tutti il movimento “Maschile plurale” che, da più di trent’anni, ha prodotto appelli pubblici, convegni, seminari nelle università e nelle scuole, libri, filmati, mostre fotografiche (www.maschileplurale.it). Purtroppo le sedi sono più diffuse nel Centro-Nord del Paese: al di sotto di Roma, solo a  Bari   e a Palermo (www.noiuominiapalermo.it ) . Per giunta si tratta di piccoli gruppi, numericamente inadeguati a recepire gli inviti provenienti da istituzioni scolastiche, associazioni, sindacati…Infatti una firma a un documento di denunzia  o un like ad un post su facebook – come si diceva una volta dei sigari e dei titoli di cavaliere - non si negano a nessuno. Ma se si tratta di dedicare una sera o due  al mese a leggere insieme un libro, a mettere in discussione il proprio modo individuale di relazionarsi al genere femminile, a progettare interventi didattici secondo metodologie innovative, scattano tutte le remore di questa fase epocale di anoressia politica. Scontiamo, con la paralisi operativa, la sfiducia nelle prospettive globali di cambiamento (specie nell’egemonia della cultura edonistica, predatoria, militarista). Sino a quando continuerà questo letargo, neanche in questo campo avverranno miglioramenti significativi. Non ci resta che sperare nella decisione di qualche altro uomo in Italia, in Sicilia, a Palermo di coniugare la frequenza della tastiera con la voglia di verificare quanta energia si possa scatenare da un solo atomo di umanità.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

(L’autore ha pubblicato, in sinergia con il “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”, due piccoli volumi divulgativi: L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato e Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di genere nella società del futuro, entrambi per l’editore Di Girolamo di Trapani).

domenica 2 luglio 2023

FRANCESCO AZZARELLO SU "L'ARTE DI ESSERE MASCHI LIBERA/MENTE. LA GABBIA DEL PATRIARCATO"

 



E' con ovvia gratitudine che rilancio dal mio blog questo saggio-recensione,  dedicato al mio libretto sulla maschilità alternativa al maschilismo tradizionale, a firma di Francesco Azzarello, docente di letterature romanze all'università di Friburgo in Bresgovia.
Approfitto dell'occasione per invitare a visitare l'intero numero della rivista "Dialoghi mediterranei" che l'Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo mette a disposizione gratuita dei lettori di tutto il mondo: 
 (Lì trovate anche la versione 'illustrata' del saggio-recensione che riproduco qui di seguito).

***

“Dialoghi mediterranei”

1 luglio 2023

 

LA GABBIA DEL PATRIARCATO: IN DIALOGO CRITICO CON AUGUSTO CAVADI

 

Le note che seguono mi sono state suggerite dalla lettura del libro di Augusto CavadiL‘arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato (Di Girolamo, Trapani 2020). Vorrei mettere subito in chiaro che decido di recensire libri (ottemperare quindi a uno scopo promozionale) solo a queste condizioni: essere convinto della bontà del prodotto o dell’importanza del tema affrontato; poter dire la mia non sulla qualità del libro ma sulla questione che affronta, ammettendo che io abbia da aggiungere qualcosa a quanto il libro stesso dice e qualcosa che non sia soltanto mia semplice opinione. Detto questo sono contento di segnalare il libro di cui sopra all’attenzione generale fra altre ragioni perché (come nello stile dell’autore) 

 

-       ripresenta ai lettori i frutti non solo di una riflessione astratta e solitaria ma di un’esperienza di meditazione pratica e comune che già dal 2015 svolge l’associazione Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne (Cavadi è uno dei soci fondatori), 

-       sforzandosi non solo di lanciare un mero messaggio politico - che ricompongo qui direttamente da una pagina del libro: «il contrasto alla violenza maschile […] deve far parte […] di una strategia di lungo periodo che si basi sull’analisi delle radici del fenomeno che si vuole estirpare […] e deve coinvolgere l’intera popolazione » (p. 13), strategia che non può non passare in primo luogo attraverso un itinerario di autocritica costruttiva (dettagliato alle pp. 81-106) delle prime vittime del patriarcato ovvero dei maschi stessi (pp. 10 s.),

 

 ma anche di rispondere alle obiezioni (pp. 107-121) di chi di fronte a questo messaggio nutre qualche riserva o perché è ideologicamente maschilista o perché crede in tutta sincerità — ma senza malanimo— alla bontà del patriarcato tradizionale bagatellizzandone gli effetti deteriori in nome di quelli positivi o perché non crede che tutti i maschi siano violenti o colpevoli di violenze perpetrate da altri maschi o perché è allergico/a a messaggi considerabili a torto o a ragione buonisti o politicamente corretti o lo è pregiudizialmente verso qualunque cosa si dice in giro (ho riassunto qui le posizioni-reazioni di amici ed amiche, intellettuali di professione e non, con cui ho discusso del libro e che hanno espresso molte obiezioni, alcune delle quali Cavadi stesso aveva previsto). 

 

-       E ancora, non ultimo dei meriti di questa pubblicazione, il tentativo di fare chiarezza su una questione di per sé molto complessa (quella del patriarcato), mescolata com’è ad altre questioni altrettanto difficili da affrontare e così animosamente discusse dai media e maltrattate dai politici e dalle politiche di turno da frustrare molte intelligenze quando si tratta di tradurre in pratica (discorsiva e civile) quanto se ne è potuto inferire. Sto parlando delle questioni della violenza, del rapporto fra biologia, sessualità e genere, dell’uguaglianza (sullo sfondo della libertà). 

-       Infine — visto che, come direbbero alcuni buddhisti, la conoscenza senza la compassione è inerte, nel senso che non va da nessuna parte, ma che neppure la compassione non accompagnata dalla conoscenza arriva molto lontano (in quanto la sua forza è subito vinta dalla sofferenza)— non posso che annoverare fra i meriti del libro anche quello di assumere una prospettiva intellettuale ma non fredda rispetto a un fenomeno urgente e necessariamente coinvolgente come quello della violenza maschile contro le donne (p. 7). Mirabile eccezione a quel che di norma dal ciel ci cade!

 

 Sicché tenderei a prendere lo sforzo autocritico di questi palermitani, testimoniato dal libro, fondamentalmente come segno di buon auspicio per il futuro civile di tutte e tutti noi. Di fronte ai continui episodi di sevizie, stupri collettivi, maltrattamenti di persone di sesso femminile (come pure di fronte alla condizione maggioritariamente perdurante di violenza strutturale nei confronti delle donne sul pianeta) ritengo la sua denuncia condivisibile. Denunciare riuscendo a mantenere la calma, a riflettere e a far riflettere nel marasma degli eventi dà, letteralmente, ancor più senso alla denuncia. E che capirci di più per poter agire meglio sia il fine ultimo del libro si vede anche da scelte come questa: iniziare — più o meno— mettendo ordine nella confusione lessicale, primo sintomo della patologia che il libro cerca di guarire: quella mentale. Di grande utilità al riguardo il terzo capitolo (Un vocabolario aggiornato) che chiarisce le differenze fra il livello soggettivo e quello socioculturale della questione a monte del libro (quella della gestione da parte degli umani e delle umane dell’enigma di essere tutti/e di un’unica specie ma costituita da individui di sessi differenti) andando a separare i livelli a) fisico-morfologico (quello del sesso biologico) b) psicologico (l’identità di genere o sessuale che, contro la pratica comune, va scissa dall’orientamento sessuale) e c) quello relativo al cosiddetto ruolo di genere (livello socioculturale). Ma lasciamo le questioni di fondo e torniamo al problema che il libro affronta ovverosia quello della violenza maschile contro le donne.

 

La questione specifica: la violenza maschile sulle donne

 L’autore invita a considerarla non come un’emergenza puntuale ma come connaturata al sistema patriarcale (l’aspetto di violenza strutturale). Passa quindi all’analisi delle radici del fenomeno da estirpare, dividendole in biologiche, socio-economiche, giuridico-culturali simbolico-religiose (cap. 4-7). Invito i lettori a seguire da soli l’autore rispetto a questa parte del libro e sfrutto il mio privilegio di recensore per concentrarmi su quello che a me pare il nucleo più prezioso del discorso. Cavadi afferma chiaramente che (pp. 30 s.)

 

 «non è sul piano della fisicità che si possa sradicare la ragion d’essere biologica della supremazia maschile, bensì a livello di elaborazione culturale: là dove è possibile, per maschi e femmine, maturare una mentalità più radicale e più ampia di superamento della conflittualità come lotta animalesca, bestiale».

 

 E aggiunge (p. 31): 

 

«Sino a quando, nel sentire comune, verrà legittimata la logica dello scontro armato […] come mezzo per risolvere le controversie, i maschi si avvertiranno, più o meno consciamente, come incarnazione ovvia del modello virilistico, militaristico, bellicistico: un modello che sarà rafforzato, non certo scalfito, dal progressivo accesso delle donne alle carriere militari».

 

Che c’è di così buono in questi due passi? 

a) Il rapporto con la realtà biofisiologica veramente differente fra i sessi viene sì messo in secondo piano (e pressoché ignorato nell’argomentazione e dal mio punto di vista sminuito a mera conflittualità), ma almeno è esplicitamente accettato come fatto (e non è moneta comune nel paradigma degli studi di genere!) 

b) l’accento viene giustamente posto sulle mentalità e il fronte della battaglia spostato all’interno della coscienza di ogni singola identità personale, che nella visione di Cavadi resta sempre radicalmente libera di elaborare a modo proprio la proposta d’identità sociale che riceve. È ovvio che una rielaborazione della maschilità nel senso di un dominio maschile cosciente e deciso sulle donne non è quella che Cavadi e compagni cercano di promuovere, ma riconoscere all’avversario una certa coerenza è concedergli una sorta di dignità identitaria (questi, si spera, non potrà che ricambiare e si comincerà a discutere) ed è segno di buona cultura politica e, ancora una volta, di realismo (altre rarità discorsive da queste parti…) 

c) la lucidità unita alla pratica: avrebbe senso fare autocritica, promuovere programmaticamente una visione diversa della maschilità (pp. 101-106) — che evidentemente né vorrebbe né dovrebbe necessariamente cercare il dominio su (ma neppure la sottomissione verso) le donne—, se non si cambiassero gli obiettivi umani generali (cioè comuni agli uomini e alle donne che fanno parte delle comunità umane) che l’evoluzione stessa della maschilità e della femminilità (ammesso che queste esistano almeno come ruoli di genere) ha contribuito e continua a contribuire a raggiungere? Mi sembra giusto riconoscere all’autore sia l’aver intrapreso un percorso che si annuncia difficile (altri si sarebbero subito fermati) sia l’aver avvertito i propri compagni di strada del muro contro cui sono destinati a sbattere e che provo a delineare un po’ più chiaramente, almeno dal mio punto di vista, di quanto abbia fatto lui (usando cioè termini e paradigmi, forse anche idee, che non sono sue, riservandomi di approfondire più avanti). La differenza (ovvero la non-indifferenza) fra i sessi umani è un risultato evolutivo molto importante che si traduce in programmi comportamentali così profondamente iscritti nei nostri geni che la loro espressione storica, senza risultare automatica in ogni individuo (e men che mai legittimante a livello politico qualsivoglia gerarchia o pedagogia), resiste a qualunque programma culturale o condizione sociale abbia finora tentato di contrastarla. La resilienza di questi programmi comportamentali selezionati geneticamente ha ovviamente a che fare con la sopravvivenza della specie, con la capacità di evitare o assumere rischi (per gli individui dei due sessi) e di sconfiggere nemici (dell’intera comunità) ed è direttamente proporzionale alla resilienza delle situazioni belliche (o almeno rischiose) che finora abbiamo affrontato, riuscendo a farlo con successo anche grazie a questi programmi comportamentali; situazioni che purtroppo tendono a ripresentarsi. Anche perché si può sempre decidere di rinunciare alla guerra per dirimere le controversie internazionali (come fanno molte costituzioni, inclusa quella italiana) ma non è possibile (è anzi imprudente) credere che la propria rinuncia implichi quella degli altri. Io non credo (al contrario di Cavadi) che la risoluzione dei conflitti con metodi violenti porti necessariamente all’(auto)identificazione del solo maschio come leader ideale delle comunità: in primo luogo perché non si finiranno di contare i maschi obiettori di coscienza (a chiamate emesse da uomini e donne) e Cavadi stesso conosce molto bene i movimenti pacifisti e non-violenti, pieni di donne ma anche di uomini (e non da ieri o l’altro ieri); e poi perché, se di elaborazione culturale si tratta, nulla ma proprio nulla vieta che le donne elaborino la propria identità sociale in senso dominante, militarista o bellicista (e lo sa anche Cavadi). E poi uomini e donne possono benissimo decidere di rielaborare il tutto affidando la propria sicurezza a eserciti di mercenari e mercenarie di cui non desiderano neanche conoscere la faccia. Ma vorrei essere più preciso: ho presentato questi due passi del libro come perle preziose perché suggeriscono che Cavadi ha capito (come quasi tutto il pensiero femminista ormai) che la violenza maschile è sintomo di processi molto complessi, che vanno ben al di là della questione relativa al sesso o al genere. Ragionare in questi termini sposta la questione dal paradigma degli studi di genere a uno un po’ più grande e altrettanto centrale: quello dei cultural studies. Se parliamo di patriarcato, parliamo di potere, di violenza, di stati identità sociali (soggettivitàgenereetnie…), di cultura. E le cose si complicano… 

 

Perché il patriarcato è un cattivo sistema

Il sistema patriarcale è certamente, ha ragione Cavadi, un cattivo sistema. E non solo perché genera, giustifica o normalizza la violenza maschile contro le donne (in senso, ricordo, sia puntuale che strutturale), ma perché implica che all’interno di un gruppo un’identità sociale non possa realizzarsi pienamente (a livello personale) senza il dominio o la subordinazione violenta di un’altra (violenza strutturale)[1]. A titolo di esempio: quella delle società schiaviste[2]. E poi perché è talmente settario (basato, cioè, ideologicamente, sulla separazione di caste) da correre un rischio serio di ingiustizia irrimediabile. Questo sistema tende infatti — una volta separate le identità in dominanti e dominate[3] — a 3 fortificare la posizione dominante talmente tanto da promuovere sia violenze puntuali che forti risentimenti sociali strutturali: ogni pratica violenta puntuale (il)legale esercitata dall’alto in basso nella scala sociale rischia infatti di apparire ideologicamente giustificabile giacché le caste dominate — che si trovano in svantaggio empirico— ad ogni accenno di protesta possono essere facilmente tacciate di tradire il patto sociale e di fronte alle ingiustizie subite non possono che accumulare rabbia e sete di vendetta. Inoltre mentre la classe dominante (al netto di qualche scrupolo morale) può ricorrere alla violenza puntuale come valore sociale di ascesa all’interno della propria casta, in prospettiva inversa il ricorso alla violenza potrà apparire alle caste dominate come l’unico mezzo efficace per riscattarsi socialmente. Qui un esempio che riporto da un recente volume di E. Dorlin[4]. Come osserva acutamente la filosofa il rapporto disequilibrato di potere materiale che vige nei nostri Stati, almeno dalla modernità in poi, può dare luogo all’uso di un dispositivo difensivo da parte degli individui dominanti che tende a narrare ogni processo autodifensivo (o di resistenza) da parte dei dominati e delle dominate come aggressivo ovvero illegittimamente violento. Il dispositivo (basato, ricordo, su abissali differenze di potere) fa sì che ogni sforzo di resistenza da parte dei dominati e delle dominate sia inabile ed esitante salvo essere percepito dai (e dalle) dominanti come pericoloso e minaccioso. Dorlin prende spunto da un episodio già commentato da J. Butler all’epoca del suo svolgimento: il terribile pestaggio subito dall’afroamericano Rodney King il 3 marzo 1991 da parte di alcuni agenti di polizia, con il suo seguito processuale e di rivolta sociale (6 giorni di rivolta urbana a Los Angeles, sedata dalla polizia e dall’esercito con un bilancio di 53 morti e più di 2000 feriti). Gli agenti — una ventina contro uno— sostenendo di essersi sentiti minacciati da King saranno assolti e due di loro, in un secondo processo, riconosciuti colpevoli ma non per aggressione violenta — come capiterebbe a qualunque cittadino/-a— ma per uso inutile della forza. L’elemento di prova più importante del processo è stato il video del pestaggio girato da George Holliday, proprietario di un appartamento situato di fronte al luogo del pestaggio. Chi ha lo stomaco forte può visionare su youtube quel che il pubblico statunitense potè vedere quella notte stessa in televisione (ometto il link per pietà umana nei confronti di chi sta leggendo). È chiaro che la versione degli agenti è stata giudicata a partire da una narrazione che supera di gran lunga il livello oggettivo dell’attacco e della difesaUna narrazione secondo la quale la preda è costruita come aggressore illegittimo. In un ordine sociale a caste separate (si pensi a Israele), la tensione continua si traduce in un clima di altolà permanente che prima o poi farà scappare il morto/la morta. Il cerchio della violenza è destinato a non chiudersi mai. 

 

Patriarcato come potere iniquo

Ho parlato di caste e non di generi separati. Perché persino ammettendo un rapporto causale fra sesso e ruolo di genere, in effetti, anche se facciamo finta di non vederlo (ma lo ha fatto giustamente notare il primatologo R. Wrangham nelle Tanner Lectures di Stanford, anno 2022,  dedicate all’evoluzione storica del patriarcato), quando pratichiamo il patriarcato a essere ridotti/e a ruoli subalterni (dunque a essere trattati/e in modo strutturalmente violento) non sono solo le donne (certamente non tutte e non tutte relegate allo stesso grado di subalternità e impotenza), ma anche quei maschi che non assumono l’intero (o parte) del ruolo assegnatogli, vuoi perché non vogliono vuoi perché non possono. Esattamente come accade alle donne, il destino degli uomini nei patriarcati non è uno e uno solo per tutti. Non tutti sono colpevoli, non tutte sono innocenti e le zone grigie sono densamente popolate da entrambi i sessi. Chi non si conforma con l'andazzo generale, o si conforma troppo con la propria posizione subalterna[5], uomo o donna che sia, soffre [6]. La nostra storia, innegabilmente, ci ha consegnato un gioco di specchi: immagini quanto mai reali di violenza e pregiudizi di genere, omofobia, maschilismo, tradizionalismo, razzismo, (post)colonialismo e via dicendo ci passano continuamente davanti agli occhi. E sono immagini che tendiamo a percepire nella loro povertà nuda e cruda (p.e. la lunghezza delle barbe, quella dei burka e il sesso di chi è costretto a portare gli uni e le altre…) ma che probabilmente, proprio in virtù della loro forza comunicativa, nascondono alla nostra vista il nocciolo esistenziale degli eventi che narrano. Come quando di fronte ad alberi floridi e straordinariamente alti non possiamo non vederne le foglie e i rami lunghissimi ma non riusciamo a percepire intera la profondità delle radici, credo che di fronte alla gabbia del patriarcato ci sfugga parte dell’essenziale. 

Cercherò di spiegarmi con un esempio fra i più classici: Agamennone, leader degli Achei, che attendono invano il vento per salpare verso Troia, è disposto a sacrificare la figlia Ifigenia per la riuscita dell’impresa. La moglie Clitemnestra, 10 anni dopo, vendicherà la morte della figlia facendolo pugnalare dall’amante Egisto. Entrambi saranno assassinati da un altro figlio di Agamennone e Clitemnestra, Oreste, che ucciderà la madre per vendicare il padre. Ricapitoliamo: Agamennone uccide legalmente Ifigenia e si guadagna il rispetto degli Achei che, nonostante o proprio per la sua spietata coerenza, lo tengono per un capo fortissimo che merita grande rispetto. Clitemnestra fa uccidere illegalmente Agamennone guadagnandosi la morte per mano del figlio Oreste. Come non vedere che dietro alle Clitemnestra, agli Agamennone, alle Ifigenia e agli Oreste, ai funzionari di sicurezza, ai rivoltosi e ai Rodney King di tutti i tempi e d’ogni luogo si nasconde un rapporto di potere radicalmente iniquo che affibbia a tutti, a turno, tanto il ruolo di vittime che quello di carnefici da questa o quella parte della legge e della giustizia[7]?  Tutto questo non vuol dire che una società patriarcale — quando si tratta di definire i livelli di agentività delle identità sociali che la compongono (quando si tratta quindi di stabilire quel che è lecito/usuale o illecito/inusuale pensino e facciano liberamente le rispettive identità: p.e. gli uomini e più o meno contrariamente/contraddittoriamente le donne, o gli stranieri/le straniere, gli/le autonomi/-e, i/le dipendenti…) - non crei una cultura che tende a perpetuare una gestione del potere e un’educazione a trazione sessualmente connotata e che quindi, vista una differenza, non tenda perennemente a enfatizzarla, a farvi leva, attribuendo (anche in malafede) caratteristiche talmente divergenti all’una o all’altra casta da inibire ogni mobilità sociale. Vuol dire che, contrariamente alle apparenze, il sesso biologico, pur giocando un ruolo causale nel destino di molte persone, non è il nocciolo concettuale del patriarcato e men che meno quello politico. Se si guardano alcuni patriarcati da vicino si vede benissimo p.e. che molto spesso la violenza puntuale contro le donne (o almeno alcune fra loro) è duramente sanzionata (non solo nella teoria ma anche nella prassi) e in molti patriarcati (fra i quali conterei molte democrazie occidentali, almeno negli ultimi 25 anni) quella strutturale (e persino quella simbolica) viene combattuta seriamente (a livello strutturale e anche a livello simbolico). Oggi in molte società occidentali il sesso biologico ha smesso di determinare automaticamente l’intero destino di una persona[8]. Le società umane sono talmente preoccupate dal problema della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza di ogni individuo (ossia dal valore potere e da alcuni dei suoi controvalori [9]) che alcune fra queste (quelle democratiche in particolare ma di certo non solo loro) hanno trovato istituti legali espliciti eprassi di contrasto agli abusi, alle violenze e alle ingiustizie collegabili anche a differenze o pregiudizi di genere. Questi istituti e queste prassi sono certamente migliorabili (come tristemente dimostra la nostra storia politica post-illuminista) ma (e andrebbe ammesso con maggior entusiasmo di quanto si è soliti/-e fare) sono nati e cresciuti all’interno di quegli stessi sistemi socio-economici, giuridico-culturali simbolico-religiosi tradizionalmente patriarcali (basati cioè sulla separazione non dei sessi in generale, ma fra chi concretamente domina e chi è dominato/a), che avevano contribuito a implementare tanto le identità dominanti che quelle dominate o dominabili come pure a reiterare le situazioni in cui questi abusi, queste violenze e queste ingiustizie si sono per lungo tempo verificate (p.e. è noto che la condizione degli schiavi è migliorata da quando è stata regolata da Stati terzi rispetto a quando è stata vissuta in società più semplici, in cui il rapporto padrone/a schiavo/a era soltanto diretto[10]). Come sa bene lo stesso Cavadi, l’essere strutturalmente sulla buona strada o addirittura fuori dal tunnel non significa che violenze e abusi non continuino o non tornino a verificarsi (pp.111-114); né è facile rendersi conto di vivere nell’acqua se si è nati pesci (p. 15). Per questo è necessario mantenere sempre una sorveglianza adeguata e una disposizione aperta all’autocritica. 

 

Patriarcato come tendenza a monopolizzare la legge

Ma perché pur avendo, all’interno del patriarcato stesso, trovato rimedi alle sue disfunzioni continuiamo a star male o, peggio ancora, corriamo il rischio di ricadere penosamente nella fase acuta della malattia? Perché il patriarcato da combattere, molto più spesso che un’istituzione rigida (o totale in senso foucaultiano, che basterebbe una rivoluzione a buttare giù), è una possibilità sociale ad altissima probabilità di incidenza e resilienza. Per chiarire questo punto diventa imprescindibile prolungare lo sforzo di chiarezza sui termini del problema iniziato da Cavadi. Wrangham segnala che nella letteratura si tende a fare confusione fra patriarcato domestico patriarcato sociale. Il primo non è un universale umano (in molte case comanda Socrate, in molte altre Santippe e certo ognuno di noi conosce esempi in cui, cultura sì cultura no, comandano entrambi d’amore e d’accordo). Il secondo sì. Nessun patriarcato, nemmeno il più violento, ha mai avuto la forza (e in moltissimi casi neanche l’intenzione) di fermare, subordinare, reprimere del tutto tutte le donne. In altre parole[11]: il patriarcato sociale consiste non nell’esercizio monolitico di una violenza continua nei confronti delle donne (e degli uomini dissenzienti), in un’atmosfera di lotta bestiale e animalesca fra individui di sesso diverso (ripropongo il punto zero dell’argomentazione di Cavadi in forma volutamente semplicistica e destrutturata), in un clima di persecuzione casa per casa ad ogni accenno di potere femminile (escluse forse le polizie islamiste a caccia di donne al volante o con il velo fuori posto), ma nella tendenza a monopolizzare la legge da parte di un gruppo preciso di uomini (non dell’intero genere!). Detenere la maggioranza (o l’esclusiva) dei poteri legali facilita a chi li detiene la possibilità (non certo la licenza incondizionata!) di dare precedenza ai propri interessi rispetto agli interessi e a volte persino ai diritti legalmente riconosciuti a chiunque altro, donna o uomo che sia. E a detenere il monopolio della legge, vale a dire a esercitare il patriarcato sociale, sarebbero secondo Wrangham gli uomini su tutta la terra. 

Qui so già che qualcuno insorgerà dicendo che questo discorso vale per le dittature e le democrazie corrotte e burocratizzate, ma non per le società egualitarie più semplici e di cultura orale al centro della lecture di Wrangham e quindi la tesi del primatologo sarebbe approssimativa in quanto applicherebbe criteri moderni (la presenza del diritto) a società antiche (che non lo avevano e non lo hanno). Rispondo che Wrangham usa qui legge nel senso antropologico universale di L. Pospišil ovvero: una qualunque procedura basata su norme o precedenti cui si ricorre per risolvere conflitti, procedura che si manifesta in una decisione, presumibilmente applicabile anche in casi analoghi, presa da un’autorità politica, decisione che contiene una definizione della relazione diritto-dovere fra le due parti disputanti e che viene realmente tradotta in una sanzione pratica: dal dileggio pubblico alla reprimenda verbale, dalla detenzione temporanea all’esecuzione capitale [12].

Aggiungo che l’egualitarismo dei cacciatori-raccoglitori ha anche esso le sue eccezioni (notoriamente genere ed età) ed è spesso effetto di rimbalzo bibliografico. In queste società egualitarismo non vuole certamente dire né mancanza di conflitti né indifferenza assoluta nella divisione dei compiti sociali (p.e. nelle funzioni esecutive). È semplicemente falso sostenere che nelle società di cacciatori-raccoglitori manchino vuoi la divisione dei compiti vuoi la dimensione del diritto[13]. Ora: i vantaggi dell’avere una legge (pur se discriminante fra chi la esercita e chi la subisce) sono sotto gli occhi di tutti e non desta meraviglia che tutte le società umane, dalle più semplici alle più complesse, vi abbiano fatto ricorso, anche con maggiore o minore energia nel difendere la giustizia nei confronti dei propri consociati e delle proprie consociate! 

 

Perché non ci si ribella? 

Sì ma perché le società umane tendono a mettere in conto insieme agli effetti positivi della legge anche quelli deteriori (p.e. gli abusi o gli svantaggi strutturali per alcune identità minoritarie o non al vertice della scala sociale) ribellandosi — tutto sommato— molto raramente? E poi bisognerà anche chiedersi perché nelle società umane a sforzarsi di monopolizzare la legge sono stati gli uomini invece delle donne (con diversi cedimenti, ampiamente testimoniati dall’archeologia e dalla storia: salvo poche eccezioni istituzionali rigidamente maschiliste — come p.e il papato e il sacerdozio nella chiesa cattolica romana o l’ayatollato iraniano— anche il patriarcato ha saputo darsi dei limiti!). 

La prima questione è facile da risolvere: a godere degli effetti positivi della legge è sempre il gruppo (l’intero, fatto di dominanti e di dominati-e), a subire un abuso è sempre un(a) singolo-a (o un’identità minoritaria). L’abuso contro un(a) singolo-a non mette quasi mai seriamente a repentaglio il benessere del gruppo perché ne scalfisce appena la capacità di cooperare a grande scala proficuamente, la capacità (in cui la specie umana eccelle) che ci permette p.e. di mantenere sedute in buon ordine su un aereo intercontinentale centinaia di persone, di sesso diverso, che non si conoscono le une con le altre— uniche fra i primati a essere così pacifiche da riuscirci—, fiduciose tutte di arrivare a destinazione sane e salve: figurarsi che è possibile mettere insieme gli esseri umani più violenti di tutti (maschi giovani) per farli cooperare in modo meravigliosamente efficace (e generoso fino all’autosacrificio) contro un nemico in guerra! Sono proprio i benefici derivanti da questa capacità di cooperazione a grande scala che la legge garantisce e realizza, in primis attraverso l’azzeramento della libertà di aggressione mutua dei singoli e delle singole, nel tentativo, ahinoi vano, di livellare le ingiustizie. Di fronte all’abuso sul(la) singolo/a i vantaggi per il gruppo sembrano dunque prevalere. Sì, ma perché i singoli abusati/le singole abusate non si si ribellano? Perché, come affermano sostanzialmente gli studi postcoloniali, si autopercepiscono (sono percepiti/e e vengono aiutati/e a percepirsi) come minoritari/e (meno credibilmente potenti)[14]

Il secondo interrogativo è profondamente più complesso da risolvere. Perché dappertutto sono gli uomini a occupare posizioni di potere più spesso e più a lungo delle donne? Wrangham (con lontanissimi echi freudiani) ipotizza all’origine del patriarcato sociale un paradosso che riporto al condizionale perché lo trovo sostanzialmente convincente a livello teorico ma difficile da dimostrare (e da maneggiare con molta cura) a livello empirico: per incrementare l’agentività dei singoli e il benessere del gruppo rispetto all’agentività e al benessere del singolo alpha-male i nostri antenati maschi-beta si sarebbero coordinati in atti di TC(Targeted Conspiratorial Killing). Si sarebbero cioè messi d’accordo per uccidere legalmente (mente a Pošpišil) maschi più forti e più aggressivi di loro (gli alpha). L’unione dei tanti maschi meno aggressivi avrebbe insomma fatto la forza… e la rovina dei pochi più aggressivi. Sarà, ma perché a congiurarsi non sono state le donne? Al riguardo Wrangham tace, salvo osservare che fra i nostri cugini bonobo sono proprio le bonobo-femmina a eliminare in modo organizzato i maschi che dànno segni di eccessiva aggressività. E guarda caso fra i bonoboa comandare sono le femmine… Sempre di una forma di violenza si tratterebbe insomma, che ne limita un’altra. Un modo di eliminare i geni del più forte o almeno di neutralizzarne la violenza attraverso l’esercizio di una violenza più efficace perché comunemente gestita. 

 

Wrangham e la vera radice del patriarcato

 Ma (e qui le cose diventano interessanti anche perché sono fisiologicamente differenti, come hanno ben descritto fra molti altri lo stesso Wrangham e lo psicologo D.M. Buss) non si uccide l’alpha-male come il toro, reagendo alla minaccia del drappo, travolge il torero nell’arena[15]. Né lo si abbatte predatoriamente (come il ghepardo azzanna la gazzella nella savana). L’aggressività e la violenza della legge sono proattive cioè pianificate freddamente (i processi ormonali e di neurotrasmissione coinvolti in questo tipo di atti sono molto diversi da quelli che ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi nelle situazioni di difesa solitaria o di caccia comunitaria o solitaria) ed eseguite dall’intero gruppo dominante (ex-dominato) con (almeno nelle intenzioni) il minor rischio possibile per chi sta attaccando. E come l’esperienza insegna, come Cavadi rimarca, la biologia conferma e la psicologia ne prende atto (si veda lo studio davvero imponente di J.F. Bennenson sulle differenze psicologiche fra bimbe e bimbi, ragazze e ragazzi e quindi uomini e donne)[16] quando si tratta di pianificare ed eseguire atti di violenza collettivi minimizzando i rischi per il gruppo (anche a rischio di sacrificare se stessi) i maschi sono molto più bravi delle femmine proprio perché sono naturalmente meglio attrezzati a farlo rispetto alle donne. Questo talento maschile per la cooperazione bellica biologicamente fondato avrebbe, se crediamo a Wrangham, permesso agli uomini di arrivare prima delle donne a giustiziare l’alpha-male e costituirebbe la vera radice storica del patriarcato. Ma chi (uomo o donna che sia) cederebbe di buon grado una posizione di potere faticosamente acquisita? Possibile che gustato il frutto proibito gli uomini tendenzialmente non lo abbiano più mollato? Si cede soltanto se si è obbligati/e o se si è matti/e (è il caso di Re Lear). Per convincersi della probabile correttezza di questa affermazione basta riflettere sulla storia di quasi tutte le cariche elettive che, la storia ci insegna, tendono prima o poi a diventare dinastiche, macinando in questo processo qualunque criterio prestabilito, persino quello della legittimità di genere. Perché si può insomma anche riconoscere in teoria che l’esclusione delle donne (o di chiunque altro) dai più alti centri di potere (esclusione di fatto in almeno sette ottavi del mondo) sia cosa moralmente abietta, ma persino nell’ottavo virtuoso del mondo fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Mare in cui ci si può imbattere in venti nuovi e più freschi ma anche in relitti ormai in disuso, la cui memoria tuttavia è sempre riattivabile (ecco perché la sorveglianza, la testimonianza, l’apertura all’autocritica e l’attenzione verso chi soffre sono sempre necessarie). Tanto più che le differenze naturali, come quella sessuale, continuano ad esistere. Che le si usi, al momento, per determinare agentività identitarie (ovvero giustificare gerarchie sociali) o no. 

 

Ma le cose stanno veramente così?

 Personalmente trovo la spiegazione teorica della pervicacia del patriarcato sociale (come tendenza) assolutamente plausibile. Lo scenario cronologico (la gara di corsa fra i due sessi a chi uccide per primo il maschio alpha) molto meno. Credo che su questo punto siamo un po’ tutti vittime del paradigma epistemologico all’interno del quale siamo tornati a dibattere: la domanda relativa all’incapacità delle donne di coordinarsi per uccidere l’alpha-male è probabilmente predeterminata in eccesso dalla questione in cui sorge, quella del patriarcato, di per sé già iperconnotata dal punto di vista del genere (ovviamente nell’accezione comune, non in quella che mi sono sforzato di presentare in questa recensione). E non è un caso che Wrangham, con tutti i dati di cui dispone, non possa renderne conto in maniera convincente. Se qualcuno ci chiedesse perché gli uomini hanno più talento delle donne quando si tratta di menar le mani la risposta che tutti daremmo sarebbe più o meno questa: perché gli uomini sono più bravi a uccidere, sono più aggressivi (come dimostrano tutti gli studi), hanno più testosterone, sono più forti ecc. E avremmo tutte le ragioni del mondo di sostenere queste tesi. Lo stesso Cavadi sembra parlare al riguardo di supremazia fisica maschile, aggiungendo (p. 30) che oggi le donne, in società di relativo benessere economico, grazie alla cura della propria corporeità e particolarmente migliorando le loro tecniche di difesa, possono ridurre gli squilibri fra i sessi. Possibile. Ritengo tuttavia che qui si faccia confusione fra due stili fisio-/sociologici di violenza: quello individuale/ reattivo e quello sociale/proattivo. Un conto è la capacità di ogni singolo individuo di far del male, se necessario, agli altri e alle altre, ben altro quello di un’intera comunità. Credo che Cavadi stesso trovi questo punto evidente tanto che bandisce rapidamente il piano fisico-biologico dalla sua argomentazione. Si dirà (lo vedremo), con Bennenson[17], che gli uomini (osservati in natura e non in laboratorio) sono più bravi a formare gruppi ad hoc, squadre più grandi e più efficaci nello svolgere una missione (task forces) rispetto alle donne. Vero. Ma sospetto che l’errore (non di Cavadi ma dell’intero paradigma) sia più profondo. Cavadi guarda (come del resto Wrangham) alla differenza fra i sessi inquadrandola in comunità che hanno finito per essere tendenzialmente patriarcali, ma neppure Wrangham è disposto a pensare che in quelle comunità umane (fatte cioè di due sessi politicamente uguali) uomini e donne fossero in lotta permanente fra di loro. 

Mi permetto allora di proporre una piccola modifica alla tesi di Wrangham. I maschi-beta hanno ucciso gli alpha non prima delle donne ma d’accordo con le donne. Sto immaginando dietro a ogni antenato-beta tante Lady Macbeth che sussurrano al proprio partner di uccidere l’alpha? No: ma posso tranquillamente figurarmi le nostre antenate scegliere liberamente come partner sessuali maschi-beta. Non solo perché non c’erano più gli alpha a tentare (invano) di monopolizzarne gli uteri e a castigare il libero amore, ma anche perché probabilmente quelli beta piacevano loro di più[18]

Torno ad appoggiarmi a Wrangham mettendo insieme tre sue famosissime ipotesi: la teoria TCK (di cui ho già discusso), la svolta culturale come aumento di cooperazione e la domesticazione dei sapiens… per vedere l’effetto che fa. La riduzione di aggressività reattiva (attraverso l’eliminazione fisica dei maschi più aggressivi, proattivamente pianificata da quelli individualmente meno aggressivi a caldo ma altrettanto malvagi a freddo e in compagnia) da un lato ha implementato la capacità cooperativa di tutto il gruppo (femmine comprese) e di conseguenza ne ha reso la cultura più ricca, dall’altro (pur avendo prodotto come effetto collaterale il patriarcato) ha fatto degli esseri umani che oggi siamo una specie simile a quelle addomesticate dall’uomo, una specie in cui le differenze ontogenetiche e fisico-biologiche fra maschi e femmine sono molto meno pronunciate che in natura[19]. Nello scenario che ho appena cercato di delineare, con gli strumenti della psicologia evolutiva e osservando le cose da un punto di vista biologico, i sessi presenti in una comunità non sono in alcuno stato di reciproca guerra originaria, sono semplicemente complementari. La ragione di tanta concordia è che lavorano allo stesso obiettivo: sopravvivere con giustizia (e ci riescono anche attraverso un minimo sindacale di felicità da condividere!). Che le cose potrebbero stare così, lo si capisce considerando serenamente lo studio di Bennenson. La psicologa (supportata da un numero esorbitante di dati raccolti sui cinque continenti e da società a diversi livelli di sviluppo socioculturale[20]) rileva che già molto presto nel corso del loro sviluppo (ovvero molto prima che i maschi superino in forza fisica le femmine e gli uni e le altre abbiano un concetto esplicito di ruolo di genere) i bambini e le bambine differiscono per quanto riguarda interessi e comportamenti. Questo dato empirico inequivocabile (sui grandi numeri! Non riscontrabile automaticamente in ogni singolo individuo!) costituisce un indice di differenza innata fra i sessi che molto probabilmente è il risultato di eventi selettivi, decisivi cioè per la riproduzione dei nostri antenati e delle nostre antenate. In sostanza i bambini e le bambine che avrebbero evitato una morte prematura (cosa che accadeva probabilmente a uno su due fra i e le sapiens sapiens che ci hanno preceduto ) sarebbero stati quelli e quelle più capaci di comportarsi in modo da evitare morti premature risultanti da situazioni rischiose. Questi individui avrebbero dunque avuto modo di seguire più a lungo e nel modo più efficiente possibile l’educazione della propria prole (fino a che questa si riproducesse a sua volta). I comportamenti attraverso i quali le femmine si sarebbero selezionate sarebbero grosso modo questi: prestare attenzione allo stato di salute del corpo proprio o altrui, evitare conflitti, trovare un partner affidabile eliminando la concorrenza, passare molto tempo con i bambini (o giocare a farlo). A fare la differenza per i maschi sarebbero stati il gusto di competere fisicamente con gli altri bambini e quindi con gli altri uomini (in senso ludico-sportivo e per i giovani anche bellico), la capacità di scegliersi degli amici forti e abili in ambiti diversi, competere all’interno di gruppi (in senso ludico-sportivo e in senso bellico). Bennenson non intende dire che alle donne non piaccia competere in gruppi né che i maschi provino indifferenza verso la propria prole. Si tratta semplicemente di tendenze e livelli di talento e/o gradimento differenti nello svolgere determinate attività. Non è un caso, continua Bennenson, che le differenze di intensità di tendenza rilevate armonizzino con il peso specifico delle madri rispetto a quello dei padri nella vita dei bambini: in molte specie animali (e anche fra gli esseri umani fino a non molto tempo fa) la morte di una madre scatenava automaticamente anche quella della prole. Questo fatto avrebbe reso la capacità di non rischiare la prima priorità di una femmina (che si difendeva essendo p.e. meno facilmente disposta a giocarsi la pelle o a rischiare di ferirsi in giochi pericolosi o interagendo con animali, di quanto non facesse un maschio). Sulla base di queste tendenze le donne si sarebbero specializzate nel prendersi cura dei e delle più fragili del gruppo (a cominciare da se stesse), gli uomini (specie se non padri) di combattere guerre a difesa o a vantaggio di tutto il gruppo. Nessuno di noi sarebbe cosciente di essere un warrior o una worrier — prosegue Bennenson—, si tratta in sostanza di programmi comportamentali base che ci lavorano dentro continuamente e che possono aumentare o diminuire d’intensità o incidenza a seconda delle situazioni in cui ci tocca vivere. Il che vuol dire che in assenza di guerre e in situazioni di scarsità riproduttiva uomini e donne (non bambini e bambine!) si comportano in modo estremamente simile[21]

 

Conclusione

Tiro le mie personali somme filosofiche da questi dati scientifici e da come sono stati interpretati (e nel farlo ricordo, se fosse necessario, che ciascuno-a è ovviamente libero/a di tirarsi le proprie!): 

 

- le differenze fra i sessi sono un’evidenza morfologica la cui sdrammatizzazione biologica è andata a vantaggio di tutto il gruppo (aumento di cooperazione, comunicazione pacifica, accelerazione culturale). 

- Se politicamente si procede in senso contrario alla natura (ovverosia si enfatizzano queste differenze) — come si tende a fare nel patriarcato sociale o in altre forme di organizzazione orientate a separare rigidamente le identità (precedute e supportate da retoriche supportanti visioni del mondo in cui si affibbiano a briglia sciolta vittimizzazioni e colpevolizzazioni collettive)

- alla lunga aumenteranno tanto il livello di ingiustizia che il gusto per la violenza (cioè l’impiego strutturale e in malafede della stessa)[22]

Sdrammatizzare politicamente differenze biologiche evidenti non vuol dire però neutralizzarle o virtualizzarle del tutto. Se è vero (e credo sinceramente che lo sia e che abbia ragione J. Butler al riguardo) 

a) che il ruolo di genere è vissuto performativamente dagli esseri umani (che non sono monadi biologiche ma vivono in società che devono sforzarsi di essere giuste e penano a farlo ad intra, figuriamoci ad extra) e

 b) che di certo sia intellettualmente onesto riconoscere che un essere umano non è solo la sua capacità di riprodursi (ovvero che il nesso di causalità fra il sesso biologico e l’identità sociale sia intellettualmente labile), non ritengo possibile ignorare radicalmente 

a) né i risultati evolutivi della selezione naturale (che non parlano di lotta fra i sessi ma di complementarietà e aumento di cooperazione) 

b) né i dati sessuali morfologici dati alla nascita (che di certo non vengono scelti liberamente da chi poi se li ritrova ma fino a non molto tempo fa nessuno poteva esserne chiamato a rispondere). Questi valori non sono neutri (portano con sé doti diverse), non vanno assolutizzati (di fatto nessuna educazione rinuncia a insegnare l’autocontrollo, anche se troppe lo limitano a chi fa parte del proprio gruppo) ma neanche ignorati. Freud ci ha avvertito dei problemi che una secolare educazione repressiva ci ha dato ma una deculturalizzazione radicale dell’educazione (laddove fosse possibile) non potrebbe che dare luogo a una ri-naturalizzazione della stessa[23]. In un mondo abbastanza improbabile in cui bambini e bambine fossero lasciati/e a se stessi/e ad agire resterebbero alla larga i programmi comportamentali individuati da Bennenson (salvo che non scegliessimo di selezionarci in senso contrario o diverso, come oggi in una parte del pianeta siamo teoricamente in grado di fare). Se è certo che questi programmi ci aiuterebbero a sopravvivere (come hanno fatto finora) è altrettanto probabile che gli effetti (tanto quelli positivi che quelli) deteriori in termini di violenza e (in)giustizia tornerebbero probabilmente anche essi a riprodursi. Ma — con riferimento all’avvertimento di Cavadi relativo al nesso fra tendenza patriarcale e militarismo bellicista, da me riformulato a posteriori—questo vuole forse dire che qualunque seconda possibilità, qualunque forma di autocritica, qualunque lente di auto-osservazione che ci permetta di identificare ed eliminare forme di violenza e ingiustizia inerenti al nostro stesso modo di vivere, siano condannate a restare un esercizio completamente inutile? Non credo proprio. Gli esseri umani (come moltissime altre specie sociali) fanno uso da milioni di anni di vari codici comunicativi utili a ridurre lo stress sociale (lo stress provocatoci dall’eccessiva vicinanza di altri individui): dal grooming alle risate comuni, dalle visioni del mondo condivise alle storie da raccontarsi[24]. E infine il linguaggio stesso: fin quando continueremo ad aver voglia di parlare (invece di picchiarci o darci le spalle) non sarà ora di spegnere la luce. 

 

Francesco Azzarello



[1] Cavadi ne annoverava fra le prime vittime i patriarchi stessi. 

[2] V. E. Dorlin, Sexe, genre et sexualités, Paris 2023 (3a ed.) pp. 71-89.

[3] Per una disamina dei notissimi rapporti fra la filosofia femminista, il post-moderno e gli studi 3 postcoloniali rimando a C. Enjalbert “La grande marche des éveillés” in Philosophie magazine, Dicembre 2022/Gennaio 2023, pp. 52-55.

[4] Se défendre. Une philosophie de la violence, Paris 2017, p. 31.

[5] Cf. P. Grosos, La philosophie au risque de la préhistoire, Paris 2023, pp. 133-137 riguardo alla visione aristotelica della diversa posizione di donne, infanti nonché schiavi e schiave, nella Grecia classica patriarcale.

[6] Sulla sofferenza come criterio di verità e legittimazione nella nostra contemporaneità si vedano  O. Roy, L’aplatissement du monde. La crise de la culture et l’empire des normes, Paris 2022, pp. 183-204 e G. Bronner, Les origines. Pourquoi devient-on qui l’on est?, Paris 2023, pp. 29-65.

[7] Se non bastasse l’esempio che ho appena proposto invito lettori e lettrici a riflettere sulla pratica 7 neolitica di giustiziare e/o sotterrare donne e uomini non liberi (consenzienti o meno) insieme ai corpi dei loro ricchi proprietari in occasione del decesso di questi ultimi: v. A. Testairt, Morts d’accompagnement: la servitude volontaire I, Paris 2004. Più in generale sulla natura profonda del rapporto fra dominio e potere v. E. Dorlin, Sexe, genre et sexualités, cit., pp. 111-133.

[8] V. O. Roy, Op. cit. pp. 155-182. 

[9] Per una teoria esaustiva intorno ai valori umani rimando a S.H: Schwartz “ An Overview of the Schwartz Theory of Basic Values” in Online Readings in Psychology and Culture, 2012, 2, 1 (on-line).

[10] V. A. Testairt, L’origine de l’État. La servitude volontaire II, Paris 2004 e relativamente al mondo 10 greco antico P. Ismard, La cité et ses esclaves. Institution, fictions, expériences, Paris 2019. 

[11] Avverto chi mi legge che la visione positivista del patriarcato di Wrangham (che io ritengo 11 vantaggiosa per la riflessione e la soluzione del problema), se fosse conosciuta nel paradigma degli studi di genere, sarebbe probabilmente percepita come riduttiva.

[12] Adventures in the “Stone Age”. A New Guinea Diary, Praga 2021, p. 166 s. 12.

[13] E come ha dimostrato A. Testairt,  in Les Chassseurs-cueilleurs ou l’origine des inégalités, Paris 1982, già la sedentarietà e lo stoccaggio alimentare (e non l’invenzione dell’agricoltura) hanno portato alle disuguaglianze sociali. Del resto, secondo gli archeologi persino il controllo del fuoco pretende una certa cooperazione e una certa divisione di compiti. La posizione più vicina al focolare degli artigiani paleolitici rispetto agli altri elementi del gruppo costituirebbe un primo segno evidente di gerarchia sociale (v. J. Demoule, Naissance de la figure. L’art du paléolithique à l’âge du Fer, Paris 2017, ed. rev.)

[14] V. il volume di E. Dorlin indicato nella nota 7, pp. 71-89. Semplificando un po’ a fini di chiarezza 14 direi che la stabilità di un sistema di potere è tutta questione di efficienza e percezione. Se il sistema funziona non c’è menzogna incapace di passare per verità né nefandezza inaccettabile. Se il sistema, al contrario, è inefficiente le verità di ieri prima o poi si rivelano conclamate bugie, il livello di tolleranza alle ingiustizie da parte dei singoli e delle singole scende drammaticamente (il singolo malumore unendosi al prossimo venturo) e il rispetto verso le autorità crolla prima ancora degli idoli che queste stesse hanno innalzato. L’aggressività sale e la violenza può seguirla velocemente. La propaganda può rallentare ma non fermare il processo. Molti di noi ricorderanno il discorso di Craxi alla camera su Tangentopoli (tutti sanno…), la gogna delle monetine al Raphaël e il triste seguito della storia.

[15] V. D.M. Buss, The Murderer Next Door. Why the Mind is Designed to Kill, New York 2005.

[16] Warriors and Worriers. The Survival of the Sexes, New York 2014 (with H. Markovits).

[17] Vedi nota precedente.

[18] So bene che certo pensiero femminista non riesce a percepire scelta libera alcuna in 18 qualsivoglia rapporto eterosessuale mai datosi sul pianeta (in particolare dall’invenzione dello stato moderno in poi). Comprendo il ragionamento (e ne vedo il senso per quanto riguarda gli effetti politici) ma non ne condivido la generalizzazione, non ne vedo insomma il realismo nel quotidiano individuale anche perché chi difende questa tesi al riguardo non considera quel che in altre occasioni dà per scontato, cioè che la sessualità (in tutti i primati, ma in particolare fra i bonobo e i sapiens, unici a scegliere di praticare la sessualità anche faccia a faccia) ha una funzione comunicativa e sociale che va al di là della semplice riproduzione (anche se non la esclude). Ritengo che lo stesso valga per l’istituzione matrimoniale, che non penso possa essere ridotta a una mera fabbrica di umani e a uno spazio legale per lo stupro, pur riconoscendo che in molto più di un caso e in molte culture lo è stata e lo può essere.

[19] E che gli uomini e le donne siano meno differenti che i maschi e le femmine nel resto dei primati 19 e nei nostri diretti antenati (i primi sapiens) lo confermano tanto l’archeologia che la genetica. Si veda, dello stesso R. Wrangham The Goodness Paradox. The Strange Relationship Between Virtue and Violence in Human Evolution, New York 2019 (che pur insistendo sul TCK non esclude una domesticazione soft realizzata cioè nella libertà sessuale).

[20] Vedi nota 16.

[21] Lo studio di Bennenson restituisce un’immagine priva di giudizi di valore di maschio e di femmina molto meno stereotipica e più variegata e di quanto sembri a prima vista e di quanto il paradigma degli studi di genere sia solito fare (anche rispetto a Cavadi relativamente ai maschi). P.e. la psicologa osserva che una volta superati i 25 anni, una volta trovata una partner o essersi riprodotti il livello di testosterone negli uomini diminuisce. Questo vuol dire che diventano più pazienti e più inclini ad interessarsi ai e alle più deboli (prendersene cura, esattamente come le donne). Per parte loro le donne (con tutte le loro qualità positive), che in genere vengono raccontate come più portate a lavorare in gruppo (le osservazioni di Bennenson stupirebbero anche al riguardo) e più pacifiche rispetto agli uomini sono capaci delle peggiori nefandezze (p.e. l’esclusione sociale o la maldicenza) quando si tratta di eliminare la competizione intorno al partner (e infatti preferiscono avere meno amicizie rispetto agli uomini). Ma mi fermo qui e rimando al libro per ulteriori dettagli prima di concludere.

[22] A proposito di impiego della violenza in malafede si veda il resoconto dell’omicidio 22 dell’afroamericano Trayvon Martin e del relativo processo riportato in E. Dorlin, Se défendre. Une philosophie de la violence, Paris 2017, pp. 357-360.

[23] Non sto dicendo che cultura natura vadano contrapposte (come si faceva erroneamente fino a non troppi anni fa). Sto solo suggerendo che l’abbattimento degli edifici culturali non porterebbe a una tabula rasa, a uno spazio talmente vuoto da essere del tutto libero di riempirsi come gli pare. A una deculturalizzazione segue di norma un’acculturazione. E tenderei a non fidarmi di chi pensa che gli umani possano vivere senza cultura. Se oggi la rete non ci permette di percepire una cultura dominante magnificando di continuo subculture che fanno capolino fra le macerie delle culture andate, non è detto che in futuro le cose debbano restare così (V. O. Roy, Op. cit. pp. 49-69).

[24] V. R. Dunbar, Human Evolution, London 2014.