mercoledì 22 settembre 2021

LA PERCEZIONE DEL TEMPO E' UGUALE NEL SETTENTRIONE E NEL MERIDIONE ITALIANO?


  I monti Sicani, poco conosciuti dagli stessi siciliani, occupano una vasta zona nel cuore sud-occidentale dell’isola mediterranea. Intorno ad essi gravitano vari comuni che tentano, non senza sforzi, di contrastare il progressivo spopolamento. Un progetto del Farm cultural park di Favara (Agrigento) sta consentendo a 7 di questi ‘borghi’ di assaggiare per sedici giornate che cosa potrebbe essere la vita degli abitanti – e conseguentemente la forza attrattiva dei loro siti – se essa fosse intessuta anche di esperienze estetiche (dalla pittura alla musica), di incontri con imprenditori testimoni di intraprendenza e di resilienza, di rappresentazioni teatrali, di passeggiate naturalistiche. 

Nel programma del Sicani creative festival gli organizzatori hanno avuto l’ardire di inserire perfino una pausa quotidiana di meditazione filosofica dialogata, nella convinzione – del tutto in controtendenza – che una rinascita sociale ed economica presupponga una revisione del proprio sguardo sulla realtà: che solo da un pensiero riflessivo possano scaturire iniziative solide e durevoli. 

Nei “caffè filosofici” , offerti come esemplificazioni di una filosofia di strada destinata anche a quanti non hanno mai sfogliato un tomo di metafisica ma amano ragionare con la propria testa, si è focalizzata anche la differenza del “tempo” fra Il Nord e il Sud dell’Italia (e, per molti versi, del mondo). Non certo la differenza  - inesistente- dello scorrere del tempo misurabile, oggettivo, legato ai cicli naturali : un’ora di questo tempo d’orologio è identica a Milano come a Cianciana, a Londra come a Prizzi. Bensì la differenza – notevole – del tempo interiore, percepito psicologicamente. Per chi lo investe in attività lavorative e produttive esso scorre velocemente: come lo definì una volta un bambino di città, è “quella cosa che papà e mamma non ne hanno mai abbastanza”. Il tempo corre per chi è convinto che esso è denaro. 

Per chi condivide la medesima convinzione, ma non ha un’etica del lavoro – o più banalmente non trova da lavorare e vive di assistenzialismo – il tempo scorre, invece, lentamente. Ci si annoia e si prova a riempirlo alla meno peggio: due chiacchiere al bar, interminabili via-vai lungo il corso principale del paese, qualche partita a carte. Un’ora di chi non produce sembra una giornata.


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https://www.zerozeronews.it/il-progetto-del-farm-cultural-park-e-il-festival-dei-sicani/

lunedì 20 settembre 2021

I PRETI DELLE NUOVE GENERAZIONI E IL 'MODELLO' DON PINO PUGLISI: UN GAP INCOLMABILE ?

 “Repubblica-Palermo”

15.9.2021

 

Le tre autocritiche che non ho letto nell’articolo

dell’Arcivescovo Corrado Lorefice su don Pino Puglisi

 

Un arcivescovo-pastore ha saputo tratteggiare, con sobria autenticità, la figura di don Puglisi, martire-pastore. Chi conosce un po’ la situazione ecclesiale siciliana, però, non può evitare di notare una lacuna: l’autocritica. Almeno un accenno di autocritica. Almeno su tre aspetti della questione. 

Primo: di con Pino Puglisi, monsignor Lorefice scrive – pertinentemente – che “era veramente un pedagogo, aveva nel sangue una capacità maieutica: far crescere l’altro e condurlo alla vita adulta, alla piena statura dell’intrinseca e inalienabile dignità umana, alla libertà dei figli 
di Dio”. Ma i preti della nostra diocesi sono, in maggioranza, sulla stessa linea emancipativa o mostrano diffidenza, paura, talora disistima nei confronti dei fedeli laici delle proprie comunità? L’arcivescovo sa quanti sono i suoi preti (anziani e – cosa ancor più triste – giovani) arroccati nella propria posizione di ‘capi’, incapaci di condividere responsabilità e funzioni con donne e uomini della parrocchia, molto spesso più ‘maturi’ e più ‘saggi’ di loro. E’ chiaro che non dipende da un arcivescovo la mentalità dominante dei suoi presbiteri; che egli deve costruire case con gli operai a disposizione. Ma ammettere, pubblicamente, che ancora troppi parroci  si interpretano e si comportano come ‘boss’ cui si deve rispetto e obbedienza, sarebbe un atto di trasparenza evangelica.

Secondo aspetto: secondo monsignor Lorefice, don Pino Puglisi, convinto che   “il Vangelo diventa lievito di trasformazione della storia”, “si era battuto per avere 
scuole, centri per anziani e giovani, spazi aggregativi e di confronto, coinvolgimento delle istituzioni”. Ebbene, anche su questo versante, quando si ode la voce delle comunità parrocchiali per chiedere, a fianco dei cittadini di ogni appartenenza religiosa o partitica,  che le istituzioni funzionino almeno decentemente a presidio della legalità sostanziale? Il clericalismo, denunziato tante volte dall’attuale papa-pastore Francesco, è solitamente congiunto a un devozionismo auto-referenziale: la vitalità di una parrocchia viene misurata sul numero delle ‘prime comunioni’ e delle ‘cresime’ che vi si celebrano, non sulla incidenza reale nel tessuto sociale circostante, al cui degrado ci si abitua come a dati naturali immodificabili.

Infine, un terzo aspetto della questione: memore della ricerca intellettuale in cui era impegnato il parroco di Brancaccio, l’arcivescovo di Palermo (che nel suo discorso di presentazione dal balcone del Municipio citò Peppino Impastato accanto a don Puglisi) ricorda che “l’antimafia vera è quella di uomini e di donne che nella fedeltà agli impegni della loro vita personale, familiare e sociale, erodono il campo alla cultura e alla prassi mafiosa che arreca un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale dei nostri territori”. Perfetto ! Ma per contrastare la cultura e la prassi mafiose bisognerebbe conoscerle, o no? Avere delle cognizioni essenziali, ma scientificamente serie e aggiornate. Tranne qualche lodevole eccezione di preti ben noti (che, tra l’altro, dopo essere stati isolati dai propri confratelli come fastidiosi grilli parlanti, sono andati o si avviano ad andare in quiescenza per ragioni di età) e di qualche laico-credente (che, comunque, percepisce se stesso come voce clamante nel deserto), una formazione sulla mafia – sulla sua storia, sulla sua struttura attuale, sui legami con la politica e l’economia, sulla sua visione del divino e dell’etica – è pressoché assente sia nel percorso di studi teologici dei nuovi preti sia nelle catechesi parrocchiali per giovani e per adulti. Così anche negli ambienti ecclesiali, come nel resto della società italiana, la mafia c’è se spara e fa stragi col tritolo; non c’è se chiede il pizzo all’ottanta per cento dei commercianti e degli imprenditori di ogni settore; se ricicla somme da capogiro mediante banche compiacenti; se corrompe funzionari pubblici ad ogni livello per lucrare sullo smaltimento dei rifiuti o sullo spaccio delle droghe illegali. L’ignoranza sul vero volto del sistema mafioso – sulla sua ammirevole capacità di mantenere l’identità tradizionale adattandola alle svolte epocali – è un regalo che le agenzie educative (dunque anche le chiese cristiane) non dovrebbero permettersi di omaggiare agli uomini e alle donne del disonore.

 

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com  

venerdì 17 settembre 2021

SE NE E' ANDATO ANCHE J. S. SPONG, ALTRO ESPONENTE DEL 'POST-TEISMO' TEOLOGICO


 A poco più di un mese dalla scomparsa del gesuita Roger Lenaers (https://www.zerozeronews.it/la-grandezza-sconosciuta-del-gesuita-roger-lenaers/) un altro esponente di primo piano della corrente teologica “post-teistica” ci lascia. Il 12 settembre 2021, all’età di novant’anni, è  morto infatti il vescovo della Chiesa episcopale degli Stati Uniti d’America  John Shelby Spong , brillante oratore per i cinque continenti e prolifico autore di numerosi saggi teologici tradotti in diverse lingue. 

Convinto che l’essenziale del messaggio biblico sia stato veicolato attraverso una visione del mondo e un codice linguistico ormai inaccettabili, ha lavorato con passione e determinazione per restituire il vangelo di Gesù alla sua illuminante semplicità originaria. A suo avviso, infatti, la fede autentica è l’apertura universale di ogni donna e di ogni uomo al Mistero del cosmo e della vita: dogmi, riti, precetti, divieti sono appesantimenti che , forse, hanno svolto una funzione storico-sociale in alcune fasi della storia umana, ma che ormai servono solo ad allontanare dalla proposta di vita piena che il Maestro di Nazareth (anche lui, non solo lui)  ha offerto alla ricerca di senso. 

Celebri i 12 punti per una riforma della teologia  da lui (invano) sottoposti all’attenzione  dei capi religiosi di tutte le chiese cristiane: dalla revisione del monoteismo antropomorfico (un Dio padre-padrone a cui deleghiamo le nostre responsabilità per i mali che ci provochiamo a vicenda) alla cancellazione del dogma del peccato originale (disastrosa invenzione medievale basata su equivoci interpretativi), dalla rilettura della figura di Cristo come Persona divina incarnata (che, invece, si è presentato come uomo tra gli uomini ed è stato ‘divinizzato’ solo progressivamente nei secoli successivi) alla inopportunità di fissare in norme immutabili i criteri di comportamento dei credenti. 

Insomma, come recita il titolo di uno di suoi libri più recentemente tradotti in italiano, bisogna agire presto Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019).

Ovviamente non sempre le indicazioni costruttive, o ricostruttive, di Spong ( che il lettore italiano può trovare anche fra i titoli tradotti dagli editori Massari, Gabrielli e Mimesis) risultano altrettanto convincenti delle criticità che solleva; ma è solo correndo il rischio di sbagliare che si possono mettere in movimento le macchine – teoriche ed istituzionali – da troppo tempo bloccate e arrugginite. 

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mercoledì 15 settembre 2021

UN BUON MOTIVO PER VISITARE "UNA MARINA DI LIBRI" ? VI ASPETTO VENERDI' 17 SETTEMBRE ALLE 20,30


 "Una marina di libri" è il Festival-Fiera più importante al Sud di Napoli. Quest'anno si svolgerà da giovedì 16 a domenica 19 settembre 2021 nella bella cornice di Villa Filippina (piazza S. Francesco di Paola) a Palermo. Il biglietto d'ingresso è di soli 3 euro (i piccoli sino a 13 anni entrano gratis). Sarei molto contento se, fra la ricca offerta di incontri, qualcuno/a di voi scegliesse di partecipare alla presentazione-discussione (che avrà luogo venerdì 17 alle ore 20.30 presso lo Spazio Mediterraneo) dei due libri che ho scritto insieme agli amici del Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne": L'arte di essere maschi libera/,ente. La gabbia del patriarcato e Né principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di genere nella società del futuro (entrambi editi da Di Girolamo, Trapani). 
A introdurre la discussione sui due testi sarà la carissima Maria D'Asaro (che proprio in quest'ultimo periodo ha aggiunto, ai suoi già numerosi titoli di merito, l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti siciliani e la certificazione di Counselor gestaltico). 



lunedì 13 settembre 2021

COSA C'E' NEL MERIDIONE ITALIANO CHE MANCA NEL NORD ?


 

LA QUESTIONE MERIDIONALE VISTA DALL’ALTRO LATO *

* Martedì 14 settembre 2021, alle ore 18, prenderò spunto da questi appunti per  una conversazione pubblica a Cianciana (Agrigento) nell'ambito del "Sicani creative festival" .

 Nell’immaginario collettivo di noi meridionali il Settentrione d’Italia è il luogo dove ci si trasferisce in cerca di ciò che si stenta a trovare a casa propria: un lavoro remunerato dignitosamente. Almeno sino al passaggio dalla fase industriale alle fase telematica, post-industriale, è stato realmente così. Infatti Lombardia e Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna hanno fruito di una rete sviluppata di trasporti (non solo viaria e ferroviaria, ma anche fluviale) e di una vicinanza – talora una vera e propria continuità – con Stati europei più avanzati economicamente. Soprattutto le popolazioni settentrionali hanno mostrato – mediamente - maggiore spirito imprenditoriale e maggiore libertà di concorrenza (grazie a minori interferenze mafiose che falsano la libertà di mercato).

Eppure…Eppure, se molti emigrati ritornano e non pochi cittadini settentrionali decidono di trasferirsi al Sud una volta raggiunta la condizione di pensionati, vuol dire che sono attratti da qualcosa che manca – o difetta – al di sopra del parallelo di Roma. In una parola, si potrebbe sintetizzare questo ‘qualcosa’ come qualità della vita potenzialmente migliore. In realtà in Puglia e in Campania, in Calabria e in Sicilia, nonostante tanti inconvenienti, la gente non solo gode di un clima più confortevole e di un insieme notevole di  bellezze naturali e artistiche sovrabbondanti, ma vive con ritmi meno stressanti e stabilisce relazioni umane più spontanee.

Alcune forze politiche, spalleggiate da intellettuali privi di scrupolo, vorrebbero alimentare la contrapposizione dualistica fra questo Settentrione e questo Meridione. 



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https://www.zerozeronews.it/litalia-e-il-capovolgimento-della-questione-meridionale/



giovedì 9 settembre 2021

PENSARE INSIEME PER LE VALLI E PER I MONTI SICANI


 PENSARE INSIEME PER VALLI E PER MONTI SICANI

 

Da sabato 11 settembre 2021 a domenica 26 , in varie cittadine dei Monti Sicani,  avranno luogo 15 incontri pubblici (da me progettati) in cui si potrà riflettere insieme, e scambiarsi le idee, su alcune tematiche ‘forti’.

Qui di seguito l’essenziale dei 15 appuntamenti (alcuni dettagli saranno resi noti sui mezzi di informazione e via internet man mano che saranno determinati con le autorità locali).

Gli incontri – gratuiti – si svolgeranno secondo le note disposizioni governative in tema di prevenzione del contagio Covid-19. 

Comunico sin d’ora il calendario per consentire, a chi lo desideri, di predisporre la propria partecipazione.

 

       Augusto Cavadi

      a.cavadi@libero.it 

 

·      S. Biagio Platani, sabato 11 settembre: Sara Favarò su “Miti, divinità e riti di Sicilia”, alle ore 20.00 presso corso Umberto

·      Alessandria della Rocca, domenica 12 settembre: Sara Favarò su “L’ambigua saggezza dei proverbi e dei modi di dire siciliani”, alle ore 19. 30

·      Bivona, lunedì 13 settembre: Maurizio Muraglia e Laura Mollica su “Dante parla ancora: l’invidia”, alle ore 18.00 presso Palazzo Marchese Greco

·      Cianciana, martedì 14 settembre: Augusto Cavadi su “Cosa c’è in Sicilia che manca in Lombardia?”, alle ore 18.00

·      Sant’Angelo Muxaro, mercoledì 15 settembreMaurizio Muraglia e Laura Mollica su “Dante parla ancora: gli indifferenti a tutto”, alle ore 18.00 presso piazza Guarino Amelia

·       S. Biagio Platani, giovedì 16 settembre: Maurizio Muraglia e Laura Mollica su “Dante parla ancora: l’eros”, alle ore 18.00 presso corso Umberto

·      S. Stefano Quisquina, venerdì 17 settembre: Carla Galetto e Beppe Pavan su “Donne, uomini e relazioni d’amore”, alle ore 18.00

·      Prizzi, sabato 18 settembre: Carla Galetto e Beppe Pavan su “Davvero il matrimonio è la tomba dell’amore ?”, alle ore 18.00

·  Cianciana, domenica 19 settembreAugusto Cavadi su “Il tempo a  Cianciana scorre esattamente come a Milano?”, alle ore 18.00 

      Alessandria della Rocca, lunedì 20 settembre: Giorgio Gagliano su “Il Taoismo e il cammino dell’uomo contemporaneo”, alle ore 18.00

·      Santo Stefano Quisquina, martedì 21 settembre: Giorgio Gagliano su “La democrazia, fra Destra e Sinistra”, alle ore 18.00

·      S. Biagio Platani, mercoledì 22 settembre: Giorgio Gagliano su “Dio esiste oppure no?”, alle ore 18.00 presso corso Umberto

·      Cianciana, giovedì 23 settembre: Giorgio Gagliano su “Vaccini anti-covid: cosa ha da dire la filosofia?”, alle ore 18.00 

·      Bivona, venerdì 24 settembre: Giorgio Gagliano e Federica Mantero su “Sacro e profano nella musica di J. S. Bach” (con esecuzioni dal vivo), alle ore 18.00 presso Palazzo Marchese Greco

·      Prizzi, sabato 25 settembre: Giorgio Gagliano e Federica Mantero su “I Tarocchi di Marsiglia: solo ciarlataneria?”, alle ore 18.00

·      Sant’Angelo Muxaro, domenica 26  settembre:  Giorgio Gagliano e Federica Mantero su “I misteri della Ciaccona di J. S. Bach” (con esecuzioni dal vivo), alle ore 18.00 presso piazza Guarino Amella

 

 

 

martedì 7 settembre 2021

SE NE E' ANDATO ANCHE GIOVANNI AVENA, 'RI-FONDATORE' DI "ADISTA" DAL 1979

 

CI HA LASCIATO ANCHE GIOVANNI AVENA...

Quanti, in Italia, conoscono “Adista”, un’agenzia di stampa specializzata nell’osservazione dei fenomeni religiosi (in ambito cattolico, ma anche ecumenico) che viene pubblicata a Roma dagli anni Settanta del secolo scorso? Non saprei rispondere. So con certezza, però, che chi ha incrociato – almeno qualche volta – questo foglio indipendente, curioso, talora irriverente, non ha potuto fare a meno di incontrare Giovanni Avena che, almeno dal 1979, ne ha costituito l’anima infaticabile. Dalla sera del 4 settembre quest’uomo mite, ma determinato, sempre misurato e gentile nel tratto ma incapace di compromessi diplomatici, non c’è più. Se ne è andato serenamente a 83 anni, dopo una lunga malattia in cui è stato amorevolmente assistito dalla moglie Ivana e circondato dai “giovani” della sua cooperativa editoriale. 

Da giovane è stato prete e parroco a Palermo. Le iniziali simpatie con il cardinale Salvatore Pappalardo si andarono offuscando – come per la verità avvenne nel caso di altri preti ‘progressisti’ – quando egli espresse posizioni critiche nei confronti della Chiesa istituzionale e dei legami tra questa e la criminalità mafiosa attraverso la mediazione politica della Democrazia cristiana. La situazione divenne insostenibile quando Avena, anche in collegamento con le lotte dello psichiatra  Franco Basaglia, guidò la sua comunità parrocchiale in una lunga battaglia per i diritti umani calpestati di dei malati ricoverati nell’Ospedale psichiatrico dove vivevano, da reclusi, anche bambini dai 7-8 anni in su.

Per completare la lettura, basta un click qua:

Ricordo di Giovanni Avena


giovedì 2 settembre 2021

L'IPOTESI DI UN DIO CREATORE E' ASSURDA. O FORSE NO.


"Dialoghi Mediterranei"

(Bimestrale dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Valllo, 

scaricabile gratuitamente in pdf)

1 settembre 2021


CREAZIONISMO E DOGMATISMO

Il piccolo libro Cinque assurdità sull’idea di Dio. Pamphlet antiteologico per creazionisti dogmatici (Calibano, Novate Milanese 2020, pp. 92, euro 10,00), a firma di Giorgio Armato, è come un guanto di sfida lanciato al variegato mondo dei monoteismi creazionistici (ebrei, cristiani di varie confessioni religiose, islamici). Poiché non ho alcun diritto – né alcun dovere – di parlare a nome di qualche chiesa, provo a raccogliere il guanto con atteggiamento non apologetico, ma dialogico: per testimoniare l’efficacia ‘provocatrice’ del pamphlet e, dunque, per confermarne l’opportunità in una fase storico-culturale in cui le grandi domande teologiche sono scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico (se si eccettuano, per il panorama italiano, i contributi di Ortensio da Spinetoli, Franco Barbero, Alberto Maggi, Vito Mancuso, Mauro Pesce e pochi altri).

 

Le cinque assurdità più una

Preliminarmente: quali le cinque assurdità su cui Armato punta il dito accusatore? Prima. Alla domanda perché esiste qualcosa anziché il nulla, il creazionista risponde: perché l’ha creato Dio. Ma è una risposta “inutile” in quanto sposta ulteriormente la domanda: “Perché esiste Dio?”

Seconda. Affermare che il mondo esiste perché creato da Dio significa ritenere essenziale, irrinunciabile, “il concetto di creazione”. Ma allora perché abbandonarlo proprio nel caso di Dio? Insomma: “Chi ha creato il creatore?” 

Terza. Dio si sarebbe rivelato a un solo popolo (gli ebrei, dal cui alveo è nato il cristianesimo) o al massimo anche a un secondo (gli islamici). Ma perché questa scelta “elitaria” e, per giunta, limitata nel tempo (la rivelazione ebraico-cristiana e la rivelazione islamica si sono fermate con la morte dei rispettivi profeti) ?

Quarta (“l’assurdità delle assurdità, una meta-assurdità”). A chi chiede la ragione, il motivo, il senso dei dogmi, “preti e teologi” rispondono: “C’è ma non lo sai”. E - aggiungono – tu, essere  umano,  non lo saprai mai perché, anche se ci fosse comunicato miracolosamente dall’Alto, non saremmo in grado di capirlo. 

Quinta. Per i creazionisti il mondo ha una causa, Dio, che a sua volta non ha nessuna causa (è “causa di se stesso”). Ma, per riprendere d’Holbach, “chi ha detto che l’universo debba essere per forza un effetto e non già una causa esso stesso ? E’ esattamente questa la posizione dei più importanti cosmologi e fisici contemporanei: non cercano e non necessitano di alcuna causa al di là dell’universo stesso”.

Sesta. “E’ assurdo che nonostante queste cinque assurdità si continui a parlare di un dio creatore”: “prendere alla leggera l’ipotesi che dio sia un’invenzione è imperdonabile e, da un certo punto di vista, immorale. Poiché su quest’ipotesi “ – più precisamente: sull’ipotesi alternativa che non sia un’invenzione – “si è costruito tantissimo, si sono investite ogni sorta di energie e risorse, sia materiali che spirituali, spesso a scapito di realtà ben più concrete e urgenti”.

 

Per sfrondare l’albero dai rami secchi

 Inizierei questo dialogo con Giorgio Armato da filosofo-di-strada e non da  teologo (per quanto eretico) sfrondando il quadro degli argomenti che ritengo meno centrali. 

a)    Sono totalmente d’accordo con la sua quarta assurdità. Nella storia del cristianesimo (nel cui alveo sono nato e cresciuto culturalmente) si sono snodate due vie alterative principali: il credo quia absurdum (“credo proprio perché è irrazionale”) attribuito a Tertulliano e rilanciato nella modernità da Kierkegaard (qui citato alle pp. 49 – 51) e l’intelligo ut credam (“capisco per credere”) che ha trovato in Pascal la formula per me più efficace (“E’ la ragione che mi deve dire quando è il caso di andare oltre la ragione”). Tra queste due vie (considerate in se stesse, non nelle modalità concrete in cui sono state poi percorse dai loro teorici, dal momento che mi pare di rinvenire molte incoerenze in Kierkegaard -  che versa fiumi di inchiostro per rendere plausibili i paradossi della fede - come in Pascal, che salta troppe volte oltre la ragione senza un adeguato lasciapassare) non ho avuto mai dubbi: secondo l’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino (anche se da lui stesso spesso disattesa) nessuna fides  (fede) senza preambula (accertamenti razionali preliminari) validi. 

b)    Sono totalmente d’accordo anche con la terza assurdità. La pretesa ebraica di essere un popolo ‘eletto’ nell’accezione esclusiva e – conseguentemente – le pretese cristiana (il “nuovo popolo eletto”) e islamica (Maometto “avendo probabilmente visto nel dio ebraico un’idea vincente ha deciso di riprodurla in forma nuova per il suo popolo”: “ha fatto come Burger King con McDonald’s: ha aperto il proprio business vicino a quello più celebre per attrarre il pubblico. Ed è andata bene pure a lui”) sono  pretese “infantili” (“ogni bambino sogna che il suo eroe preferito si metta a parlare co lui”). Sul tema concordo con l’icastica formula di uno dei miei maestri preferiti, Raimundo Panikkar:  supporre di avere un rapporto privilegiato con Dio è solo “teologia tribale”. Il prologo del vangelo secondo Giovanni – in linea con la dottrina eraclitea del Logos e della dottrina ebraica della Sapienza – è inequivoco: in Gesù (anche in Gesù, come in altri prima e dopo di lui)  veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv. 1, 9).

c)    Sulla sesta assurdità sarei d’accordo, ma con importanti precisazioni. La questione teologica è stata di fatto, e rischia di continuare ad essere, una questione ideologica (o, nel migliore dei casi, meramente intellettuale): in questa prospettiva essa ha costituito nel passato, e può continuare a costituire nel presente, un alibi per non assumersi le responsabilità storiche. Bisogna riconoscere, però, che essa è stata vissuta – e può esserlo ancora – come una questione esistenziale: la mia vita è assoluta (soluta ab omnibus= “sciolta da ogni cosa”) o relativa a un Altro, a un Oltre, a un Tu, a un Tutto? La risposta  indicata dal messaggio evangelico è di una semplicità disarmante (oltre che di una risonanza universale, comune a molte altre tradizioni sapienziali del pianeta): sei un essere-per-gli-altri. E’ attraverso la compassione sincera,  la solidarietà attiva, l’impegno quotidiano e concreto per la liberazione da ogni forma di sofferenza dei viventi che realizzi la tua umanità: questa è la condizione basilare, essenziale, per cercare il senso del tuo esistere. Se vuoi bypassare questa pista di decollo, non vai verso nessun cielo: “se non ami il prossimo che vedi, come puoi dire di amare il Dio che non vedi ?” (I Gv. 4 - 20). Senza la mediazione del “volto dell’altro” (Levinas), la domanda sull’Altro è alienante. Ciò premesso e stabilito fermamente, si ha il diritto morale di assecondare  l’inquietudine filosofica di chi non si accontenta di una risposta esistenziale perché vuole capire, ragionare, discutere, confrontarsi. In questa indagine esplorativa a trecentosessanta gradi il pensante non può ignorare che, tra mille ipotesi teoriche, vada esaminata anche l’ipotesi creazionistica. Su questo punto il mio accordo con Giorgio Armato viene meno: non trovo per nulla “assurdo” che non si scarti a priori, come manifestamente insostenibile, l’idea (condivisa da personaggi non proprio ingenui come Agostino, Avicenna, Tommaso, Cartesio, Leibniz, Bergson, Teilhard de Chardin , Ricoeur…) che l’universo empirico non esaurisca l’orizzonte dell’Intero. Un Dio creatore non è certo evidente, ma non è evidente neppure la sua inesistenza. E’ una problematica che va affrontata con i soli mezzi a disposizione di noi mortali:  l’intelligenza e il confronto dialettico senza preclusioni dogmatiche di nessun segno.

 

Il gioco si fa serio

Liberato il campo da alcuni equivoci preliminari, restano da affrontare le questioni più impegnative, cui si riferiscono la prima, la seconda e la quinta ‘assurdità’ del testo in esame. Se dobbiamo discuterne seriamente bisogna a mio avviso chiarire due premesse che nelle pagine di Armato sembrano assodate a-problematicamente.

Prima premessa: la domanda ontologica (sull’essere di ciò che esiste) è radicalmente altra dalla domanda descrittiva (su come si sia originato ed evoluto – o involuto o sviluppato a fasi alterne di evoluzione e involuzione – l’universo empiricamente accessibile). Lo ha espresso meravigliosamente l’astrofisica (notoriamente atea) Margherita Hack: noi scienziati studiamo l’universo che osserviamo così come esiste. Se qualcuno vuol chiedersi perché mai esista un universo osservabile, sappia che sta andando oltre la scienza. Per Hack oltre la scienza c’era solo la fede (che a lei non interessava); per me oltre la scienza c’è anche la filosofia (che a me interessa molto). Ciò che è certo è che nessuno scienziato ha mai potuto affermare qualcosa di scientificamente plausibile sull’origine radicale dell’universo perché o non c’è mai stato un passaggio dal nulla all’essere o, se ci fosse stato, non sarebbe oggetto possibile di ispezione ipotetico-sperimentale. 

Personalmente trovo incontrovertibile l’intuizione di Parmenide (ripresa ai nostri giorni da Gustavo Bontadini e dal suo discepolo ‘ribelle’ Emanuele Severino) : dal nulla assoluto non può emergere l’essere né l’essere può davvero transitare nel nulla assoluto. Se ‘qualcosa’ esiste davvero, esiste da sempre e per sempre. La vera questione verte sui caratteri di questo ‘qualcosa’ di ingenerato e di imperituro: è solo ‘qualcosa’ o, a modo suo, anche un ‘qualcuno’? 

Ma qui si delinea la necessità di una seconda premessa: la filosofia non ha nessuna competenza sulla questione della longevità dell’universo. Esso è eterno? Ha avuto un inizio cronologico? Avrà un termine cronologico? Non ritengo che l’ontologia offra elementi per rispondere: solo le scienze naturali potranno, se e quando lo potranno, pronunziarsi con competenza. Il rimando da effetto (figlio) a causa efficiente (genitori) che sia a sua volta effetto di altra causa efficiente (i nonni) sino a risalire ai primati, dai primati ai microbi, dai microbi alla polvere di stelle…non interessa l’ontologo. 

Ma se non è competenza del metafisico stabilire l’età dell’universo, lo è invece interrogarsi sulla sua consistenza ontologica: sul suo grado di realtà. Ciò che vediamo è che, nell’orizzonte sperimentabile, ogni cosa è connessa con tutto il resto: gli enti non esistono se non in una rete di enti interconnessi. La domanda metafisica è: questa rete di enti contingenti (che forse ha avuto un inizio temporale o che probabilmente è sempiterna) è essa stessa contingente (esiste, ma potrebbe anche non esistere)? Francamente non vedo come si potrebbe rispondere negativamente. Se un bicchiere di vetro è fragile, moltiplicato all’infinito (nel tempo e nello spazio) darà mai un set di bicchieri di vetro infrangibili?

Se noi, enti contingenti, nuotiamo in un universo di enti contingenti, abbiamo due principali scenari: l’assurdismo (di cui Nietzsche e Sartre mi sembrano i maestri insuperati) o una qualche forma di teismo O tutto nasce senza ragione, vive senza uno scopo, muore senza un motivo (Sartre) per cui in principio non era il Senso, il Logos, ma l’Assurdo, il Non-Senso (Nietzsche) oppure la totalità degli enti galleggia grazie a un Fondo/Fondamento che ne costituisce la ragion d’essere radicale: non grazie a un Super-ente, un Entissimo causa sui (“causa di se stesso”, formula auto-contraddittoria e inintelligibile), ma a un Essere-in-sé ontologicamente differente da ogni essente ipotizzabile.  L’Essere necessario starebbe a tutti gli enti passati, presenti e futuri non come la prima zattera rispetto alle barche, alle navi e ai sommergibili, ma come il mare rispetto a ogni imbarcazione passata, presente o futura (di cui costituisce la condizione di possibilità ‘trascendentale’: la ragion d’essere e il supporto perenne).   

 

Modelli del rapporto fra Essere necessario ed enti contingenti

Che relazione possiamo ipotizzare fra Essere necessario ed enti contingenti? Davanti alla gamma di proposte offerte dalla storia delle idee e delle civiltà c’è l’imbarazzo della ‘scelta’ (operata – si auspica – in base non a proprie paure e desideri, ma a considerazioni teoretiche per quanto possibile ‘disinteressate’). Per esaminarle, però, bisogna spazzar via il campo dalla dicotomia spirito / materia. L’Assoluto su cui indaghiamo è Essere e, in quanto tale, precede ogni eventuale differenza fra ciò che esiste immaterialmente e ciò che esiste materialmente[1]

Una prima prospettiva: il monismo. L’Essere è Sostanza e gli enti ne sono i ‘modi’ (Spinoza): un unico Diamante poliedrico dalle innumerevoli facce. E’ la prospettiva ‘panteistica’ che alcuni ritengono la versione “cortese” dell’ateismo: “Caro Dio, tu esisti. Ma coincidi pari pari con l’universo sperimentabile”. 

Una seconda prospettiva: il dualismo demiurgico. L’Essere si articola, intrinsecamente e dunque da sempre, in due sfere: la sfera delle Idee (o Forme o Essenze o Tipi o Modelli) e la sfera della Chora (o Materia informe, indeterminata, plastica, oscura) (Platone). Fra queste due dimensioni dell’Essere nessun contatto, nessuna relazione, tenace parallelismo. Solo l’ipotesi – speculativa ma formulata miticamente - di un Terzo attore (il Demiurgo, l’Artigiano, il Plasmatore) può spiegare l’universo in cui di fatto, innegabilmente, viviamo e di cui siamo parte (cosciente): Egli ha manipolato la Chora in maniera che essa riproducesse, per quanto imperfettamente, i Modelli ideali eterni e ingenerati. Da qui l’impasto di intelligibilità e di tenebre di cui sono costituiti gli enti di cui possiamo avere sensazione (‘sensibili’), a cominciare dal groviglio di luce e ombra che noi stessi siamo.

          Una terza prospettiva: il creazionismo radicale. Può considerarsi un’elaborazione ulteriore del dualismo demiurgico. Probabilmente per una lettura esegeticamente scorretta della Bibbia e comunque per esaltare il ruolo del Demiurgo, lo si è identificato con l’Essere ‘necessario’ (= necessariamente esistente) e gli si è attribuita non solo la plasmazione della Chora ma l’origine (temporale o eterna) della sua stessa esistenza.   La formula abitualmente adoperata dagli stessi sostenitori della teoria è depistante: creatio ab nihilo (“creazione dal nulla”). Non si può non pensare all’atto magico di un Essere che, sforzandosi di pensare fortemente il mondo, riesce a farselo comparire davanti. In realtà gli enti non possono derivare dal nulla, ma solo dall’Essere, per cui la formula meno imprecisa sarebbeproductio alicuius rei secundum suam totam substantiamnullo praesupposto (“produzione di qualche cosa secondo l’interezza del suo essere, senza presupporre nulla”) tranne l’Essere creante. Dunque:  productio ex nihilo sui (cioè dal non-essere-ente-di-quell’ente), ma non ex nihilo causae efficientis et finalis (cioè dal Nulla assoluto perché, invece,  deriva da un Essere che ne è causa efficiente radicale e fine ultimo) (san Tommaso d’Aquino). 

            E’ però vero:  il creazionismo radicale lascia inevase troppe obiezioni, a cominciare dal perché l’Essere, in sé autosufficiente, renda partecipe altri della sua consistenza ontologica. La risposta ‘classica’ è : per generosità (Bonum diffusivum sui est= “il Bene è di suo espansivo”).  Ma, se così fosse davvero, come spiegare il mare perenne di sofferenza che accompagna, sempre e dovunque, i viventi (soggetti alla lotta per la sopravvivenza, alle malattie, alla morte) ? La ricerca sul tema è in piena attività. Giorgio Armato, nei limiti impostisi di un testo agile per non-specialisti, non poteva darne conto; ma, a beneficio di lettori più pazienti, bisogna almeno segnalare alcune piste di indagine metafisica.

            Vito Mancuso, ad esempio, ha rilanciato in Italia  una quarta prospettiva: il pan-en-teismo. Esso “pensa Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio. Non sostiene però, a differenza del panteismo, che la somma di tutte le cose esaurisca la divinità di Dio annullando la trascendenza, né che l’essere creato non goda di una sua autonomia annullandone la libertà. Secondo il panenteismo il mondo contiene Dio, ma non è Dio, non è l’assoluto, esiste una dimensione che lo trascende; e tale trascendenza, tale rifiuto di identificare Dio con il mondo, è anche ciò che rende possibile pensare l’autonomia del mondo” [2]. Probabilmente non siamo lontani dal Giordano Bruno (citato da Armato a p. 83) per il quale il Deus in omnibus (l’unico conoscibile) non escludeva un Deus super omnia (irrimediabilmente inconoscibile). Sicuramente siamo molto vicini a tutti quegli autori, di varie aree culturali del pianeta, accomunati dal post-teismo che Claudia Fanti e Ferdinando Sudati stanno facendo conoscere in Italia nella Collana dell’editrice Gabrielli intitolata Oltre la religione [3].

 

A mò di conclusione (poco conclusiva)

           Non so con quanto successo, ma con queste brevi note mi riproponevo tre obiettivi:

a)    evidenziare l’opportunità di un pamphlet , come queste Cinque assurdità sull’idea di Dio, che scuota i credenti nel monoteismo creazionistico ‘tradizionale’ dal sonno dogmatico. In genere, essi lo accolgono da bambini e se lo portano dietro non come ipotesi di ricerca iniziale ma come approdo di una ricerca mai  iniziata che li esonera dalla fatica intellettuale e dal travaglio esistenziale;

b)   restituire del creazionismo una visione meno approssimativa di come possa risultare da qualche passaggio di questo pamphlet: è una teoria  con  una sua dignità teoretica e una sua plausibilità argomentativa;

c)    informare i lettori meno aggiornati sulle discipline filosofico-teologiche (non tutti possiamo seguire tutto lo scibile umano!) che il creazionismo, anche in versione corretta e in nessun tratto parodistica, presenta aspetti critici e punti deboli. Anche chi come me, a differenza di Armato, non lo giudica “assurdo”, ne vede i forti limiti ed è spinto a non fermarsi nell’interrogazione. Una simile problematicità può essere considerata incompatibile con una fede ‘cristiana’ (soprattutto ‘cattolica’). Non, però,  con una fede ‘gesuana’ il cui criterio discriminante  - almeno stando ai vangeli – non è l’ortodossia, bensì l’ortoprassi: “Non chiunque mi  dice ‘Signore Signore’  entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7, 21) , dunque colui che ha dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da vestire agli ignudi, ospitalità agli stranieri … ( cfr. Matteo 25, 31 – 46). Possiamo concederci il lusso di fare teologia e filosofia, ma solo se  - prima, durante e dopo – ci impegniamo almeno altrettanto nella liberazione degli impoveriti del pianeta (cominciando, senza fermarci ad essi, dai disgraziati della porta accanto).  

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

 



[1] Tutte le obiezioni di Bede Rundle, che Armato riporta sinteticamente alla nota 6 di p. 54, mi sono risultate di una ingenuità teoretica imbarazzante. Il minimo che si possa supporre è che l’autore di Why there is Something rather than Nothing (Oxford 2004) non abbia mai sfogliato un testo di Leibniz o di Heidegger.La differenza fra ‘materiale’ e ‘immateriale’ (ammesso che abbia senso alla luce della fisica quantistica) è interna alla categoria (meglio: alla meta-categoria) ‘essere’. Dio, se esiste, non è né materiale né immateriale in quanto ‘arché’ (principio essenziale e vivificante) di tutto ciò che è (materialmente o immaterialmente). 

[2] V. Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti, Milano 2015, p. 381.

[3] Per non dilungarmi in una bibliografia ormai sterminata, mi limito a rimandare ad alcuni miei contributi su questa corrente teologico-filosofica ‘post-teista’ apparsi in numero precedenti del nostro bimestrale:   Aporie della dottrina e verita del cristianesimo , Risalire alle fonti,  Un effetto collaterale della pandemia: il colpo di coda della religione .